Isabella d’Aragona. La Duchessa di Bari a Pavia

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Copertina posteriore

Nata alla «Duchesca», il Palazzo ducale

«Nacque Isabella l’anno dell’era cristiana 1470, ai 2 di ottobre. Ella, che già per parte di sua madre era prossima discendente dalla casa Sforza, s’innestò nuovamente alla medesima per il matrimonio contratto col cugino Giovan Galeazzo Sforza, Duca di Milano, onde sembra essere assistita da un doppio diritto per aver luogo nelle presenti Memorie. Potrebbe forse nascer dubbio a qualcuno, che possa ragionevolmente collocarsi tra le donne celebri per letteratura, poichè di lei non abbiamo opera alcuna compita, che possa meritargli il titolo illustre di letterata. Ma svanirà ben tosto un tal dubbio, se si avverte, che come tale è stata riconosciuta dai più gravi scrittori della storia letteraria della nostra Italia, dal Quadrio, dal Crescimbeni, dall’Argelati, che ella promosse moltissimo i studi dell’amena letteratura nella sua capitale Milano, come in appresso avremo occasione di osservare: che finalmente applicò assiduamente ai studi delle belle lettere per tutto il tempo della vita, oltre di che abbiamo di lei alla pubblica luce alcuni versi italiani stampati tra quelli di Bernardino Bellinzoni, come ne fa chiara testimonianza il poc’anzi citato Argelati».10
Isabella d’Aragona (Napoli, 2 ottobre 1470 – Napoli, 11 febbraio 1524) fu Duchessa consorte di Milano, Duchessa sovrana di Bari, Palo e Modugno, Principessa di Rossano, Signora di Ostuni e di Grottaglie. Secondogenita del Duca di Calabria Alfonso II, figlio di re Ferrante I d’Aragona di Napoli, e della Duchessa di Calabria Ippolita Maria Sforza, ereditò un carattere fiero, orgogliosa della sua dinastia, a metà strada fra l’attitudine al comando ereditata dal padre e l’amore per l’arte e la cultura, appreso dalla giovane madre.11
Dal matrimonio con Alfonso II, donna Ippolita aveva avuto due figli riconosciuti, «uno maschio, nominato Ferdinando, principe de Capua, et una femina, nominata Isabella, in memoria de la genetrice del marito, che celebrata habiamo».12
E’ un cantore, cariteo, a ricordare Ippolita e Alfonso, parlando per primo della bellissima figlia Isabella:
— De l’intrepido cor simile al padre, d’humanità a la madre.13
Dice Sannazzaro: — Una leggiadra infante di cui natura, per sua lieta ventura, ha poste insieme le bellezze supreme de sua madre col gran valore del padre…14
E insisterà cariteo ricordando Isabella quando poi, maritata e grande, perderà la piccola Ippolita, che portava il nome della nonna, durante la fuga a Ischia.
Così cariteo:
— Verace, ardente amor, costante e fiso,
vuol che ‘n l’altra Ysabella sempre io pensi,
che i thesauri del ciel porta nel viso.
Duchessa de Milan, di cui gli accensi
Rai di bellezza efflagran si nel volto,
che sveglian di ciascun gli ignavi sensi.
Non ti bastò, Fortuna, avergli tolto
il ben dell’immortal casa Visconte
ch’anchor veder gli festi il turpe insolto…

Description

La figlia di Donna Ippolita

Il primo a ricevere il Ducato di Bari in dono fu Sforza Maria Sforza nel 1465. Dopo toccò al germano Ludovico il Moro, nel 1479, che lo girò alla sorella Ippolita.
Il Duca di Milano espresse tutta la sua contentezza quando Re Ferrante ebbe confermato a Donna Ippolita Maria Sforza, la donazione del Ducato di Bari, aggiungendovi le Terre di Bitetto, Gioia, Cassano, Modignano e Palo. A quei tempi, la figlia Isabelletta, non era che una ragazzina. Dovranno trascorrere almeno venti anni prima che il Moro si decidesse a disfarsi di Bari, usurpando alla giovane erede il Ducato di Milano.
Altro oro che colava nelle casse dotali della piccola erede: erano giunti i tempi per materializzare le nozze, già previste sulla carta, dall’età di due anni. Lettere che riempivano di gioia il cuore della della Regina Isabella, quasi lasciandole un margine di vita in più, immaginando di portercela fare contro ogni cattivo auspicio. Purtroppo le danze non erano neppure cominciate, quando il male «di cui s’ignora l’esatta natura le troncò la vita». A nulla valsero neppure le premure di Ferrante, il quale tentò di far curare la Regina Isabella da uno dei più illustri medici del tempo, fatto venire appositamente da Roma. Serafino di Mastro Ugo da Siena, medico personale di papa Pio II, nulla poté contro la testardaggine della sovrana ché non acconsentì neppure a farsi visitare.
La Regina Isabella dei Chiaromonte di Lecce scomparve a 41 anni, dopo 19 anni di matrimonio, 9 da duchessa e 10 da Regina, fra la notte del 29 e la mattina del 30 marzo 1465.1
Isabella chiuse gli occhi senza per nulla contribuire al Rinascimento, per via delle guerre, mentre la Duchessa Ippolita dette il meglio di sé in tutto.
Risultava primeggiare nelle lettere, nelle arti, in politica e perfino nella danza, «arte squisitamente cortigiana per la quale meriterà in seguito l’appellativo di dea. La prima stesura del Libro dell’arte del danzare di antonio cornazzano, il teorico della danza piacentino,venne dedicata proprio ad Ippolita».24
Partita alla testa di un fastoso corteo per raggiungere finalmente il marito Duca di Calabria ed erede al trono di Napoli, l’ingresso nella città partenopea, in verità accompagnato da un’eclissi solare, non fu considerato di buon auspicio da nessuno. Tuttavia i festeggiamenti furono eccezionali e i reali si mostrarono affascinati dalla giovane milanese. Dai resoconti epistolari spunta una Sforza polita e bella, che eseguiva duy balli novi sopra dui canzoni francesi de sua fantasia, che la Maestà del re non have altro piacere, né altro paradiso non pare che trove, se non quando la vede danzare et anche cantare

Dettagli

EAN

9788872970133

ISBN

887297013X

Pagine

96

Autore

Bascetta

Editore

ABE Napoli

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Editorial Review

Nozze in Paradiso con Giangaleazzo Sforza

 

 

Correva ancora l’anno 1489, quando la giovanissima sposa di Casa d’Aragona, per tutti Donna Isabella duchessina di Napoli, giunse a Milano, accompagnata dal cognato, e accolta con trionfi e feste dal meno bello Giangaleazzo.
Il duca conobbe finalmente di persona la splendida sposina, condotta a lui sempre dal fratello, pronta e speranzosa di dargli presto un degno erede di Milano. Isabelletta non era più una bambina, ormai che avesse 15 anni compiuti.
Giangaleazzo «era stato così allevato, e in tali costumi avvezzo dallo zio Ludovico che parea, che tutta la sua cura stata fosse, affinchè il fanciullo a nessuna buona creanza pervenisse. Non fa arte militare, non gli studii delle lettere, non veruna disciplina regia volle, che insegnata gli fosse dandogli a depravare il puerile ingegno, eziandio corruttori, con la consuetudine, e compagnia de' quali egli in ogni lusso e inerzia s'avvezzasse».52
Il matrimonio tra Gian Galeazzo Maria Sforza e Isabella d'Aragona venne celebrato a Napoli, e poi consumato a Milano.
Lo zio Ludovico il moro già aveva fatto donare a Gian Galeazzo Maria la Rosa d'oro della cristianità (1487) da parte di Papa Innocenzo VIII. Fatti saldi i patti con la Chiesa aveva fatto sposare per procura il nipote con Isabella d'Aragona il 21 dicembre. Da qui il lungo viaggio via mare della Duchessina, giunta al porto di Genova il 18 gennaio 1489, e il 1 febbraio arrivò a Vigevano, accompagnata da uno splendido corteo, e quattro giorni dopo furono celebrate le nozze ufficiali dal vescovo di Piacenza Fabrizio Marliani, nel Duomo di Milano.53
I festeggiamenti per le loro nozze durarono a lungo e famosa fu la rappresentazione tenutasi il 13 gennaio di un'opera musicale il cui testo poetico era stato composto da Bernardo Bellincioni, su scene realizzate da Leonardo da Vinci.
La Festa del Paradiso fu composta in occasione dell’incontro ufficiale degli sposi da Bernardo Bellincioni, il quale scrisse i versi per la solenne cerimonia così appellata per lo stupore e l’ammirazione che suscitò nei contemporanei.
L’evento fu rappresentato al castello sforzesco e realizzato con l'imponente macchina scenica costruita da Leonardo da Vinci, ingegnere e artista di corte a libro paga di Ludovico il Moro. Fu lui a commissionare lo spettacolo. «L’ideazione prevedeva fanciulli travestiti da angeli e da pianeti mitologici posti entro nicchie che ruotavano attorno a Giove. Al posto delle stelle sfavillavano numerose candele che riflesse da una superficie curvilinea dorata creavano un bagliore accecante». E’ il frutto di un esperimento «che avrebbe portato poi alla scoperta della Camera Oscura». Nel ricostruire il meccanismo, scrive Renucio Boscolo che Giovio bene attribuisce a Leonardo le grandi qualità che aveva per i «dilettevoli teatrali spettacoli», cosiché la Festa del Paradiso, appare «abilmente concepita da Ludovico il Moro per dare agli infelici sposi l’illusione di godere di una piena, usurpata sovranità».54
Dice Boscolo che «i complessi dispositivi meccanici che azionavano il Paradiso erano collocati in fondo al grande salone detto Sala Verde.