CARLO V, L’AMORE E NAPOLI. Carlo d’Asburgo: le donne poco conosciute dell’Imperatore

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IL PICCOLO OMETTO CHE DIVENNE IMPERATORE

Nell’intento (tenuto accortamente segreto) di diseredare il nipote, Ferdinando, contrasse persino un nuovo matrimonio. Ma avversari ed amici del giovane nipote assicurarono il trono a Carlo che, il 14 maggio del 1516, fu proclamato a Bruxelles, col nome di Carlo I, re di Spagna e delle Due Sicilie e sovrano delle Americhe.
Nel 1517 partì per la Spagna, portando con sé un gran numero di nobili belgi e fiamminghi, che gli spagnoli non accolsero di buon grado, ma riuscì ad imporre la sua autorità.
Alla morte di Massimiliano I (1519), ereditati l’Austria e gli altri domini degli Asburgo, i nobili, e soprattutto la città di Castiglia, non sopportarono il cambiamento del sovrano e l’avvento della nuova dinastia degli Asburgo, e insorsero, ribellandosi alla politica accentratrice del nuovo sovrano.
Nel 1520-21, lasciata Carlo la Spagna, scoppiò la rivolta armata dei comuneros in Castiglia e in Aragona. I moti rivoluzionari furono repressi nel sangue dal reggente Adriano di Utrecht.
Nel 1522 la la rivolta fu sedata e la penisola iberica fu completamente sottomessa. Giovanna la Pazza, sempre segregata, gioiva e seguiva, con le informazioni che le dava il pur feroce carceriere, le imprese del figlio, ma con rancore verso il suo primogenito, alla cui nascita aveva provato una felicità immensa, come riportano i cronisti del tempo, anche se in modo alquanto romanzato. Le notizie che venivano propalate non erano abbastanza veritiere o controllabili, data la triste condizione in cui viveva la regina, che ormai per tutti non era che una povera pazza da commiserare e basta.
La formazione di Carlo I, essenzialmente franco-borgognona, e l’influenza di Guglielmo di Croiy, signore di Chievres, suo ascoltato consigliere diplomatico, a cui si aggiunse il nuovo cancelliere Jean Le Sauvage lo spinsero a contrattare un compromesso che durasse a lungo con il re di Francia, Francesco I: con il trattato di Noyon dell’agosto del 1516, Carlo aveva riconosciuto alla Francia il possesso immediato del territorio di Milano. Del resto Massimiliano I aveva incaricato dell’educazione del nipote Adriaan Florensz di Utrecht, una vera e propria antitesi dello spirito rinascimentale. Questi seppe comunicare a Carlo un senso religioso vicino al movimento spirituale della devotio moderna, ma nulla dicendo sulle tristi condizioni della madre Giovanna. Eppure egli diventò papa col nome di Adriano VI. Ma la candidatura di Carlo, dopo la morte dell’Imperatore Massimiliano I, alle elezioni imperiali del 1919, in cui intravedeva la possibilità concreta della sua elezione a Imperatore, guastò i rapporti tra lui e il re di Francia.
I contendenti alla corona del Sacro Romano Impero si presentavano tuttavia rivali pericolosi. I sette elettori potevano preferirgli il principe di Sassonia Federico il Saggio, mentre papa Leone X appoggiava il re di Francia Francesco I.
Massimiliano I, in verità, s’era impegnato con tutte le sue forze e la sua autorità per assicurare la successione dell’impero al nipote, ma alla sua morte si presentò contro Carlo un rivale imprevisto, il re di Francia Francesco I, il quale avanzò la propria candidatura con la possibilità concreta di essere eletto Imperatore.
Carlo conquistò l’impero a pagò a caro prezzo i voti degli elettori. Spese una vera e propria fortuna. Più di 850.000 fiorini gli furono anticipati in larga parte dai banchieri tedeschi che operavano ad Augusta: Sakob Fugger ne stanziò 500.000; Bartholomaus Wesler, quasi 150.000; in minor misura i banchieri fiorentini e genovesi di Anversa.
Il 28 giugno del 1519 Carlo fu eletto Imperatore con il nome di Carlo V.
Intanto Giovanna, la sua infelice madre, dal 1510 era sempre rinchiusa nelle terribili celle del Castello di Tordesillas, vagamente informata durante i pochi periodi di lucidità mentale, ricevendo poche visite dal suo amato figliolo che, secondo le cronache del tempo, si interessava soltanto che restasse per sempre rinchiusa in modo da non interferire negli affari della corona.

Description


«il bello», «la pazza» e «il cattolico»

Secondo alcuni Filippo il Bello morì dopo tre giorni la presa di possesso del Regno di Castiglia in nome della moglie Giovanna la Pazza, erede della madre Isabella la Cattolica.
Ciò avvenne poco prima che il suocero Ferdinando d’Aragona, appena risposatosi con Germana de Foix, salpasse per il viaggio di nozze e prendesse possesso del vicereame di Sicilia, appena annesso alle Spagne.1
Stando ad un documento riferito all’ex Regno di Napoli, in realtà, l’erede partenopeo appare il minore Carlo unitamente a sua madre vedova, rinchiusa dal marito e dal padre. Il 28 luglio 1506, insomma, è il giovane Carlo, unitamente a sua madre Giovanna, a sottoscrivere un atto napoletano di reintegra feudale e non il vecchio Ferdinando il Cattolico, preso dal nuovo matrimonio con Germaine con troppa sicurezza, come se c’entrasse con la morte di suo genero….

INDICE

— Il Cattolico contro la Regina tutrice di Carlo
— La madre governa Napoli in suo nome
— Carlo Re e Imperatore surclassa tutti
— La malattia della madre e dei parenti

2.

le amanti in carne e ossa

— L’Infanta orfana figlia di primo letto: Isabel
— La presunta relazione di Carlo con la nonna
— Il segreto di Isabelletta custodito a Corte
— Il viaggio galeotto fra nonnastra e nipotastro

3.

il fato e la principessa di salerno

— Isabella Villamarina di Salerno
— Guelfi, Ghibellini e Napoletani
— L’amato Imperatore si avvicina a Napoli
— I Principi di Salerno alla Incoronazione
— La Corte del Principato col Tasso padre
4.

PRIMA L’AFRICA, POI IL PIACERE

— La conquista del litorale africano
— Il Principe a Tunisi col Conte di Sarno
— L’Imperatore torna dall’Africa a Napoli
— Il corteo napoletano fra balli e fuochi
— Le capitolazioni di Napoli: lo Statuto
— Una festa per corteggiare la Principessa
— Il perdono di Napoli col «2 Ducati» d’oro
— Fine di un amore per tradimento politico

Note Bibliografiche

1. Sabina Marchesi, Giovanna La Pazza, da: www.thrillermagazine.it/rubriche/1421. Cfr. Gabriella Cenicola, Giovanna la pazza: il regno della follia o la follia del Regno?, da: www.letterariamente.it Cfr. Jean Molinet, Chroniques. Tomo V. In Collection des chroniques nationales françaises, ed. Buchon, vol.XLVI-XLVIII, Parigi 1827-1828. Cfr. Karl Brandi, Carlo V, Einaudi, Torino 2001. Cfr. V. P. Abarca, Anales : Fernando el Católico, cit. Cfr. Real Academia de la Historia, Coleccion de documentos inéditos para la historia de Espana por D.Miguel Salvà y D.Pedro Sainz de Baranda, individuos de la academia de la historia, Tomo XIV, Imprenta de la Viuda de Calero, Madrid 1849. Archivo de Simancas, Copia de letra coetánea que se halla en et archivo de Simancas, tegajo 3.° de Curtes, Salamanca 26 dicembre 1505. Cfr. Notar Giacomo, Cronica di Napoli, pubblicata per cura di Paolo Garzilli, Prefetto della Real Biblioteca Brancacciana di S.Angelo a Nilo, dalla stamperia reale, Napoli 1845. Cfr. La vita di Consalvo Ferrando di Cordova detto il Gran Capitano, scritta per Monsignor Paolo Giovio Vescovo di Nocera, & tradotta per M.Lodovico Domenichi, Lorenzo Torrentino, Fiorenza 1552. Cfr. Jean-Charles-Léonard Simonde Sismondi, Histoire des Français, Tomo 11, Bruxelles, Societè Typographique Belge, Dulau et Comp., Londres 1837. V. Lettera di M. de Croy al Consiglio di Castiglia, 16 agosto 1506; v. anche Lettera di Luigi XII, Tomo I.
2. V. Giorgio Giannini, Appignano, breve storia di un borgo. Da www.instoria.it/home/appignano.htm. Così scrive Giannini: Nell’autunno 1501, in seguito al Trattato di pace di Granada dell’11 novembre 1500, il Regno di Napoli è diviso tra i Francesi ( che ottengono l’Abruzzo e la Terra di Lavoro, in Campania) e gli Spagnoli (che ottengono la Calabria e la Puglia), Andrea Matteo III riottiene dai Francesi la città di Atri e la Baronia di Montesecco (con Appignani), ma non la città di Teramo, che è assegnata a Giovanna I d’Aragona. Pochi anni dopo, scoppia la nuova guerra tra i Francesi e gli Spagnoli e Andrea Matteo III è ferito in battaglia e fatto prigioniero. Nell’ottobre 1505, in seguito alla Pace di Blois del 22. 9. 1504, Andrea Matteo III è liberato ed il 20 novembre 1506 riottiene dal Re Ferdinando d’Aragona, detto Il Cattolico, il possesso di tutti i feudi, compreso Appignani. Ottiene anche il titolo di Duca di Atri e di Conte dell’Abruzzo Ultra. Questa decisione è confermata il 28 luglio 1506 dai nuovi sovrani del Regno di Napoli: il futuro Carlo V d’Asburgo e sua madre Giovanna.
3. Jean-Charles-Léonard Simonde Sismondi, Histoire des Français, Tomo 11, Bruxelles, Societè Typographique Belge, Dulau et Comp., Londres 1837.
4. La vita di Consalvo Ferrando di Cordova detto il Gran Capitano, scritta per Monsignor Paolo Giovio Vescovo di Nocera, & tradotta per M.Lodovico Domenichi, Lorenzo Torrentino, Fiorenza 1552.
5. Notar Giacomo, Cronica di Napoli, pubblicata per cura di Paolo Garzilli, Prefetto della Real Biblioteca Brancacciana di S.Angelo a Nilo, dalla stamperia reale, Napoli 1845.
6. V. Wikipedia, libera enciclopedia. Da www.wikipedia.it, www.wikipedia.de, www.wikipedia.en.
7. Gabriella Cenicola, Giovanna la pazza: il regno della follia o la follia del Regno?, da: www.letterariamente.it
8. Sabina Marchesi, Giovanna La Pazza, da: www.thrillermagazine.it/rubriche/1421.
9. K. Hillebrand, Un enigma della storia, Sellerio, 1986.
10. Karl Brandi, Carlo V, Einaudi, Torino 2001.
11. Karl Brandi, Carlo V, Einaudi, Torino 2001.
12. Gabriella Cenicola, Giovanna la pazza: il regno della follia o la follia del Regno?, da: www.letterariamente.it
13. Gabriella Cenicola, Giovanna la pazza: il regno della follia o la follia del regno?, da: www.letterariamente.it.
14. V. Wikipedia, libera enciclopedia. Da www.wikipedia.it, www.wikipedia.de, www.wikipedia.en.
15. La vita di Consalvo Ferrando di Cordova detto il Gran Capitano, scritta per Monsignor Paolo Giovio Vescovo di Nocera, & tradotta per M.Lodovico Domenichi, Lorenzo Torrentino, Fiorenza 1552.
16. Ivi.
17. Ivi.
18. Jean Charles Léonard Simonde de Sismondi, Histoire des Français, 1807.
19. Real Academia de la Historia, Coleccion de documentos inéditos para la historia de Espana por D.Miguel Salvà y D.Pedro Sainz de Baranda, individuos de la academia de la historia, Tomo XIV, Imprenta de la Viuda de Calero, Madrid 1849. Copia (de letra coetánea) del juramento prestado por los Grandes, Prelados y Caballeros de estos reinos al Rey Católico D.Fernando, para que pueda regir y gobernar estos reinos durante la menor edad deí Principe D.Cárlos, sucesor en ellos. Madrid 6 de octubre de 1510. Archivo del Exemo Sr. Duque de Frias, Papeles de la Casa de Villena. Este documento y otros que publicamos son copiados y cotejados por et erudito archivero de aquella casa D.Manuet Gonzalez. Così si legge: “In Dci nomine Amen. Conocida cosa sea á todos los que la presente escritura vieren como en la noble villa de Madrid á seis dias del mes de octubre, año del nascimiento de nuestro Salvador Jesucristo de mill é quinientos é diez años, estando ende presente el muy alto é muy poderoso católico Principe é señor el Rey D.Fernando, Rey de Aragon é de las Dos Sicilias, de Jerusalen etc., etc., administrador é gobernador ligítimo por la muy alta é muy poderosa señora la Reina Doña Juana nuestra señora, su fija, en estos sus reinos é señoríos de Castilla, é de Granada, é de Leon etc., en la capilla mayor de la iglesia del monasterio de San Gerónimo, que se dice el Paso Ñuevo, ques fuera de los muros de la dicha villa; estando ende presentes el Reverendísimo señor D.Fray Francisco Jimenez, Cardenal de España, Arzobispo de Toledo, Primado de las Españas; é estando ende presentes los Magníficos Mercurino de Gatinara, Presidente del Parlamento de Borgoña, é Gilao de Sili (1) del Consejo é embajadores del Sacratísimo señor Maximiliano, Emperador de los Romanos, é del muy alto é muy excelente Príncipe é señor D.Cárlos, Príncipe de Castilla, Archiduque de Austria, Duque de Borgoña, é hijo primogénito é heredero de la Reina Doña Juana nuestra señora , acabada la misa mayor del dicho dia; é otrosí estando ende presentes los muy Magníficos señores el Infante D.Juan de Granada (2), é D.Enrique de Cumian, Duque de Medinasidonia; é Don Bernaldino Ferrandes de Vclasco (3), Condestable de Castilla, Duque de Frias, é D.Fadrique de Toledo, Duque de Alba, Marqués de Coria é Conde de Salvatierra; y el Marqués D.Diego Lopez Pacheco , Duque de Escalona; é D.Gonzalo Fernandes de Córdoba, Duque de Sesa é de Tcrranova , gran capitan de su Alteza; é D.Juan Telles Giron, Conde de Urueña; é D.Pedro de Córdoba Marqués de Priego; é D.Bcrnaldo de Rojas, Marqués de Denia, Conde de Lerma; é D.Pedro de Toledo, Marqués de Villafranca; é D.Juan de Silva, Presidente del consejo, Conde de Cifuentes é Alferez mayor de Castilla; é D. Bernaldino Juarez de Mendoza, Conde de Coruña; é D.Antonio Manrique, Conde de Trcviño; é D.Diego de Cárdenas, Adelantado del reino de Granada; é Antonio de Fonseca, cuyas son las villas de Coca é Alacjos, é Contador mayor de Castilla; é D.Garcilaso de la Vega, Comendador mayor de Leon; é Hernando de Vega, Presidente del Consejo de las (1) Zurita le nombra Claudio de Cylly. (2) Era hijo de Muley Abul Hacen, Rey de Granada, y hermano det Rey Mahomad Boabdeti, que perdió aquella corona. Es conocido, despues de su conversion al cristianismo, por et Infante D.Juan de Granada”. V. anche Tomo XIII.
20. V. Wikipedia, libera enciclopedia. Da www.wikipedia.it, www.wikipedia.de, www.wikipedia.en.
21. K. Hillebrand, Un enigma della storia, Sellerio, 1986.
22. Sabina Marchesi, Giovanna La Pazza, da: www.thrillermagazine.it/rubriche/1421. Così scrive: “Vittima della ragion di Stato e di una estrema fragilità di carattere, Giovanna di Castiglia, sposa di Filippo di Borgogna, madre di Carlo V, figlia di Isabella di Castiglia, la Santa Guerriera, e di Ferdinando d’Aragona, lascia questo mondo come figlia di Re, madre di Re e Regina essa stessa, lanciando ai posteri un monito estremo. Io sono una delle due o tre regine sovrane del mondo; ma il solo fatto che sono figlia di re e di regina sarebbe dovuto bastare perché non fossi maltrattata”.
23. G. Summo, Gli ebrei in Puglia dall’XI al XVI secolo, Bari 1939.
24. GianCarlo Von Nacher Malvaioli, Cristoforo Colombo, Cap.XII.
25. Stando ad una tradizione locale di Vico Equense, il Castello di Giusso sarebbe abitato dal fantasma di una non meglio identificata Giovanna La Pazza, un’amante dall’anima in pena. La cosa più strana è che i vicani asseriscono che fu proprio quella regina a morire a Vico finendo nella trappola da ella stessa costruita per far scomparire gli amanti dopo le prestazioni amorose. Le sue urla ancora echeggerebbero, ogni estate, dalla Cappella del Castello. Evidentemente gli storici locali hanno fatto confusione sul nome Giovanna. La leggenda è infatti ambientata intono alla Torre tufacea dello Ziro, situata sul Monte Aureo di Atrani (sebbene svetti su Amalfi), un antico bastione di Scalelle (Sa) di cui non restano che i ruderi. Sono gli ex feudi appartenuti al Duca d’Amalfi e Conte di Celano, Antonio I Maria Todeschini Piccolomini, che assunse il cognome d’Aragona sposando (1458) Maria d’Aragona, figlia naturale di Re Ferrante I e Diana Guardato, morta nel 1460, da cui ebbe il Duca Alfonso Piccolomini, il quale, a sua volta (1497), sposò una Giovanna d’Aragona (1477-1510), figlia di Enrico d’Aragona, Marchese di Gerace e di Polissena Centellas dei Marchesi di Cotrone. E’ a questa Duchessa Giovanna, quindi nipote illegittima di Re Ferrante, che Papa Giulio II (1504) concesse l’atto di fondazione del nuovo insediamento, convento e chiesa sub invocatione Beate Marie Vallis Viridís. Giovanna resse il Ducato alla morte del Duca, dal quale aveva avuto due figli, e pertanto, secondo il fratello Cardinale, non avrebbe dovuto risposarsi, ma dedicarsi al suo patrimonio con l’aiuto del maggiordomo Antonio Bologna. Fu così che la Duchessa, senza più entrate, risanate le casse da quell’uomo distinto e fidato, se ne innamorò. Pertanto, grazie ad un frate cappuccino, sposò il cortiggiano in gran segreto, vivendo una struggente storia d’amore da cui sarebbero nati due figli. Solo allora confessò tutto ai fratelli, in particolare al Cardinale Luigi D’Aragona, il quale gridò allo scandalo e, definendola Pazza, la rinchiuse nella Torre dello Ziro insieme ai due figli, facendo pugnalare il maggiordomo a tradimento, tratto in un agguato mortale da un sicario. Calmatesi le acque il Cardinale, dopo aver fatto soffrire la fame e la sete ai congiunti, decise quindi di bruciarli vivi (1510). Una tragedia, questa della Duchessa, ben distinta da quella della Regina, e sicuramente fonte di ispirazione di Matteo Maria Bandello che le dedicò la XXIV delle sue Novelle da cui poi furono tratte due tragedie: la Tragedy of the Dutchesse of Malfi di John Webster e la Comedia famosa de el mayordomo de la duquesa de Amalfi dello spagnolo Felipe Lope de Vega. In ogni caso la popolazione di Atrani l’ha da sempre chiamata Giovanna La Pazza, ma ben si differenzia, seppure ne sia stata contemporanea, dalla Regina Giovanna la Pazza. Da quel momento la Torre divenne rifugio di tutti gli innamorati che partono dal Pontone e ivi giungono sulle tracce degli sfortunati amanti. Cfr. Raffele Ferraioli, Le belle del ducato. Da:www.comunefurore.it.
26. Re Ferrante (1423-1494) ebbe una figlia illegittima, Maria D’Aragona, che generò la Duchessa Giovanna D’Aragona (sposa di Antonio Todeschini Piccolomini). Re Ferrante ebbe anche un figlio illegittimo, Ferdinando Duca di Caiazzo e di Montaldo, il quale, sposando la sorella del Vicerè dell’epoca, Castellana di Cardona, generò un’altra Maria D’Aragona (1503-1568), un’altra Giovannina D’Aragona e un altro Duca di Montalto di nome Antonio (1501-1543). Due sorelle, Maria e Giovannina, quindi nipotine della zia Duchessa Giovanna D’Aragona figlia spuria di Re Ferrante.
Nemmeno questa Giovannina, bellissima ma fredda, può quindi confondersi con la zia Duchessa (Principessa illegittima figlia di Ferrante) perchè sposerà il fratello della gelosissima Vittoria Colonna, Ascanio Colonna Duca di Paliano, dal quale avrà per figlia Girolama Colonna (che andrà in sposa al Duca Camillo Pignatelli). Cfr. Amalia Giordano, La dimora di Vittoria Colonna a Napoli, Napoli 1906.
Di naturale bellezza, fortuna e lignaggio, questa Giovannina D’Aragona in Colonna, divenne anch’essa Duchessa di Tagliacozzo in quel di Marino (quando ad Amalfi c’era un’altra Duchessa, Costanza d’Avalos Piccolomini) che, nel 1536, pregò l’Imperatore di darle i mezzi per vivere, essendo il marito Ascanio partito per la guerra in Lombardia, ricevendone un vitalizio di 3.000 scudi all’anno.
La bella Giovannella finse quindi di andare ai bagni di Pozzuoli trasferendosi con beni e famiglia dalla cognata che era ad Ischia, vendendo perfino i suoi gioielli per difendere Paliano. Dall’isola comunicherà al papa di essersi unita al coraggio di Vittoria Colonna: “Chi serà pio, chi serà misericordio, se la pietà e misericordia non si trovasse in lo erede e legittimo possessor delle sacrosante e divine chiavi del tanto giusto e bon primo pastor San Pietro, e che deve mostrar agli altri con vivi esempii l’umiltà e la clemenza di Cristo, per esser lui perfetto gonfaloniero di quello. Deh! basti a Sua Santità, per il nome e virtù di Gesù la supplico, avere dimostrato già che mal può replicare il suddito con il suo signore; né gli piaccia di permettere che si sparga più sangue delle pecorelle, delle quali Sua Santità ne è vero pastore, ricordevole di quelle divine parole, castigati e non mortificati”. Così concluse: – La fiducia mia gli è tanto appresso di Sua Beatitudine che, quando questa invasione non dipendesse della giustissima mente e potentissimo braccio della Santità Sua, che, come là, così ancor la subito togliere, ma dipendesse da altri parentadi del mondo che seriano inferiori alla Santità Sua, spererei fermissimamente tanto in lo presidio ed aiuto suo, che ne li porrebbe, per difficili che fosse, silenzio, e che le cose mie resterebbero inviolate e secure. Da: Raffaele Castagna, Regine, ex regine, principesse, nobildonne che soggiornarono nel 1500 sul Castello d’Ischia, La rassegnadiischia.it.
Oltre a Giovannina, si trasferì ad Ischia anche la sorella: si retirò “in casa del Marchese dello Vasto, la bellissima moglie donna Maria d’Aragona”. Cfr. Gregorio Rosso, Storia delle cose di Napoli sotto l’impero di Carlo V, Napoli 1770.
Maria era “cara alla Regina Giovanna, cara ad Isabella precedentemente Duchessa di Milano”, dice il suo biografo Francesco Fiorentino, sostenendo che nel 1538 “abbandonò il palazzo della riviera di Chiaia, la città di Pozzuoli ed il castello di Ischia, tra i quali era solita dividere il suo soggiorno, ed andò ad abitare il palazzo ducale di Milano”. Cfr. Francesco Fiorentino, Nuova Antologia, XLIII fasc. 2/1884; riportato in Studi e Ritratti, 1911.
Donne intriganti e seducenti di una generazione successiva, valorizzate da Vittoria Colonna, il cui nome ricorre spesso nelle rime di spasimanti e poeti come Sannazaro, Costanzo, Rota, Tarsio, sebbene lo storico e poeta di Costanzo lasciò intendere di non aver amato la Marchesa di Pescara, quanto la moglie del Vicerè Don Garcia di Toledo. Solo così si spiega il verso: – Solo, o Costanzo, per tua gloria basti il poter dir che sì gran donna amasti. Vittoria Colonna, figlia di Fabrizio Colonna, nacque nel 1490 nel Castello di Marino. Nel Castello d’Ischia, invece, nel 1509, sposò Ferrante Francesco d’Avalos, Marchese di Pescara, il quale, nel 1521, diverrà Capitano generale delle truppe imperiali, lasciando questo mondo nel 1525, quando Vittoria frequentò conventi e cenacoli intellettuali per innalzare lo spirito. Cfr. Raffaele Castagna, Un cenacolo letterario del Cinquecento sul Castello d’Ischia, pag.2 e segg..
Per quel che riguarda Costanzo, dopo averne pubblicato un saggio nel 1572, completò nel 1582 l’opera che vide la luce col titolo di Istorie del regno di Napoli. Se in questa parte degli studi, Di Costanzo ebbe come primi direttori il Sannazaro e il Poderico, fu il celebre Berardino Rota che gli diede poi stimolo e gli fu guida nella poesia latina e italiana, in cui così eccellente ei divenne (da Le Rime di Angelo Di Costanzo – Venezia, 1759). E che dire dei privilegi delle dame? Cfr. Danza, op. cit., ivi.
27. ASV, Sigilli Staccati 1, Sigillo a due facce. Si tratta di un sigillo pendente mediante fettuccia di seta gialla e rossa, di cera rossa, rotondo, da mm. 115 in uno stato di conservazione definito buono, con qualità dell’impressione buona.
28. Fulvio Colombo, Regesti del Codicle Diplomatico Istriano, Vol.V. Archivio Diplomatico di Trieste.
29. Baldassarre Castiglione, Terzo libro del Cortegiano del Conte Baldasar Castiglione a Messer Alfonso Ariosto. Vedasi il Cap. xxxvi. Eccone un passo: “Ritornando adunque in Italia, dico che ancor qui non ci mancano eccellentissime signore; che in Napoli avemo due singular regine; e poco fa pur in Napoli morí l’altra regina d’Ongaría, tanto eccellente signora quanto voi sapete e bastante di far paragone allo invitto e glorioso re Matia Corvino suo marito. Medesimamente la duchessa Isabella d’Aragona, degna sorella del re Ferrando di Napoli; la quale, come oro nel foco, cosí nelle procelle di fortuna ha mostrata la virtú e ‘l valor suo…”.
30. La vita di Consalvo Ferrando di Cordova detto il Gran Capitano, scritta per Monsignor Paolo Giovio Vescovo di Nocera, & tradotta per M.Lodovico Domenichi, Lorenzo Torrentino, Fiorenza 1552.
31. Alfredo Maria Santoro, prime Indagini di scavo nel Castello di Mercato San Severino (Salerno), da: archeologiamedievale.unisi.it. Scrive Santoro: Gli esemplari del periodo aragonese sono tre: un grano di Giovanna la Pazza e Carlo d’Austria emesso a Napoli (1516-1519) e due “cavalli” di Ferdinando I emessi a Napoli e nella zecca dell’Aquila fra il 1472 ed il 1488. Le restanti monete sono relative al settore Nucleo Abitato: un denaro gherardino emesso dall’atelier napoletano fra il 1299 e il 1309 da Carlo II d’Angiò e un denaro di Federico II coniato a Brindisi nel 1249.
32. Lucia Maria Bertino, Monete e zecche medievali dal X al XV Secolo attestate in Luni e in centri liguri della sua diocesi. Ella scrive: Degno di nota, anche se riferito al periodo immediatamente successivo al Medioevo, un grano di Giovanna la Pazza e Carlo d’Austria (1516/1519) della zecca di Napoli avente nel D/ la leggenda LETICIA POPVLI attorno alle iniziali I-C accostate da grossi punti e sormontate da corona reale e nel R/IVSTVS REX attorno a croce potenziata accantonata in ogni quarto da globetto (BERTINO L.M. 1986). Questa moneta può testimoniare approdi di navi mercantili di Napoli per scambi commerciali o più probabilmente di navi militari per incursioni nel territorio di Porto Venere. Infatti, un ventennio prima, come risulta da un privilegio del Senato Genovese del 1494 concesso agli abitanti di Porto Venere, il borgo e il suo territorio erano stati devastati ed incendiati dalla flotta di Alfonso II d’Aragona re di Napoli (1494/1495).
33. Cfr. www.bancaditalia.it
34. Ángel Crespo, La vita plurale di Fernando Pessoa, Traduzione italiana di Gianni Ferracuti. I versi di Pessoa sono stati tradotti dall’originale portoghese da Brunello de Cusatis. Da: www.ilbolerodiravel.org, Vetriolo 2002. Egli scrive: La seconda fase del presebastianismo, di recente studiata molto bene da Antonio Quadros, cominciò con il regno di don Sebastián, nipote di Giovanni III, cui era succeduto quando aveva solo tre anni, venendo dichiarato maggiorenne nel 1568, quando ne compì quattordici. Il nuovo re del Portogallo non era affatto ciò che si definisce una persona normale. Non credo neppure che fosse il degenerato che alcuni hanno voluto vedere in lui, perché ciò che risulta chiaro dopo aver studiato il suo temperamento e i suoi atti è che si trattava di un illuminato i cui sogni di grandezza nazionale furono alimentati da alcune tra le menti più privilegiate del suo tempo. Era, sì, stravagante, e a quanto sembra capriccioso e preda dell’impazienza. Della sua stravaganza parla Costa Lobo quando racconta l’episodio seguente: «Con un macabro piacere, ereditato dalla bisnonna Giovanna la Pazza, comandava, ad Alcobaza, di aprire le tombe in cui giacevano Alfonso II, Alfonso III e le loro consorti. Nella chiesa di Batalla, alzava dal suo sepolcro lo scheletro di Giovanni II; gli metteva tra le ossa della mano la spada che era stata sua e che era custodita nel convento, e dava la stura a giaculatorie di venerazione, di cortesia e di glorificazione marziale».
Ma nella complessa personalità di questo giovane monarca c’era qualcosa che potrebbe essere la causa vera e profonda delle sue stravaganze. La questione è molto controversa e mi limiterò a farvi allusione, citando ancora Costa Lobo: «Nel fervore dell’età – scrive – gli ripugnavano le cortesie femminee, vuoi perché il suo organismo era atrofizzato per un difetto congenito, vuoi per il suo rapimento mentale»
35. Ivi.
36. Sabina Marchesi, Giovanna La Pazza, da: www.thrillermagazine.it/rubriche/1421.
37. Ivi.
38. GianCarlo Von Nacher Malvaioli, Cristoforo Colombo, Cap. V, Nota 10: Giovanna la Pazza era una bella donna, somigliava alla sua nonna paterna, Giovanna Enríquez, la cui bisnonna era ebrea. Visse tormentata dai suoi furori passionali e sessuali, trascorse una buona parte della sua vita rinchiusa nel castello di Tordesillas, prima maltrattata dai suoi carcerieri agli ordini di suo padre Fernando, poi in prigione volontaria durante tutta la reggenza, a suo nome, di suo figlio Carlo V. Era così gelosa di suo marito, Filippo il Bello, il quale se la spassava allegramente con le dame fiamminghe della sua Corte, che giunse al punto di sfigurare i visi delle sue donzelle, schiave more, affinché suo marito non cercasse di aver anche con loro relazioni sessuali.
39. GianCarlo Von Nacher Malvaioli, cit.
40. Ivi.
41.Da: www.poblet-pviana.com. Alla morte di Giovanni, nel 1526, Germana sposò Fernando (1488-1550), Duca di Calabria e figlio del fu Re Federico IV di Napoli (1496-1501) e furono Vicerè di Valencia, padroni delle arti e della musica. Quando Germana morì, nel 1538, il Duca di Calabria continuò il suo ufficio fino alla morte, nel 1550, quando fu seppellito al suo fianco. Da: www.guide2womenleaders.com/womeninpower/Womeninpower1500.htm. Secondo altri nel 1541 Fernando si risposò con Mencìa de Mendoza (1508-1554) Marchesa di Zenete.
42. La corte de Valencia y la reina Doña Germana, Cap. Il giudice di Valencia e Regina Dona Germana, Pubblicato per La Seu, 24 novembre 2006.
43. Ivi.
44. Da: es.wikipedia.org/wiki/Agermanado
45. La corte de Valencia y la reina Doña Germana, Cap. “Il giudice di Valencia e Regina Dona Germana”, Pubblicato per La Seu, 24 novembre 2006.
46. Ivi.
47. Manuel Fernández Álvarez De la Real Academia de la Historia, L’incoffesabile segreto di Carlo V, da: Islam Y Al-Andalus, Boletin Informativo de la Yama’A Islamica de Al-Andalus, n.79, ottobre 2008.
48. Ivi.
49. Ivi.
50. Ivi.
51. Ivi.
52. Ivi.
53. Ivi.
54. Ivi. Manuel Fernández Álvarez riporta Pedro Giron.
55. Manuel Fernández Álvarez De la Real Academia de la Historia, L’incoffesabile segreto di Carlo V, da: Islam Y Al-Andalus, Boletin Informativo de la Yama’A Islamica de Al-Andalus, n.79, ottobre 2008. Cfr.: Bol. n.37, aprile 2005, Historia de Al-Andalus.
56. A compendio v. anche: www.abecommunication.com, www.lamonetapedia.it, www.islamyal-andalus.org.
57. Da: http://canales.ideal.es/especiales/carlosV/mujeres.html . Così: “Había encomendado Fernando el Católico, en su última carta a su nieto Carlos, que no abandonase a su viuda, Germana de Foix, «pues no le queda, después de Dios, otro remedio sino sólo vos…» y le encarecía que le fuesen satisfechas las rentas del reino de Nápoles que le habían sido asignadas. El Católico había muerto en Madrigalejo el 23 de enero de 1516, por tomar –se dijo– unas hierbas con la esperanza de lograr sucesión de Germana; otros apuntan que no fueron las hierbas sino el abuso carnal con su joven esposa lo que le llevó a la tumba”.
58. Da: http://canales.ideal.es/especiales/carlosV/mujeres.html . Così: “Cumplió fielmente el buen nieto las recomendaciones del abuelo y ya en la primera entrevista mantenida con la viuda en Valladolid se mostró muy afable con doña Germana. Las comadres pronto empezaron a murmurar que el nuevo rey estaba prendado de una dama de alta alcurnia. Según cuenta Laurent Vital en su Relación del primer viaje de Carlos V a España –y que recoge Manuel Fernández Alvarez en su reciente libro Carlos V, el César y el Hombre–, el palacio del Rey y la casa en la que habitaba doña Germana estaban fronteros y Carlos ordenó que se construyese entre ambos edificios un puente de madera «para poder ir en seco y más cubiertamente a ver a la dicha Reina… y también la dicha Reina iría por él al palacio del Rey»”.
59. Da: http://canales.ideal.es/especiales/carlosV/mujeres.html . Così: “Aquellos encuentros entre el joven belga de 17 años y la viuda de su abuelo, Germana de 29, dieron como fruto una niña que recibió el nombre de Isabel. En 1519 doña Germana, que había acompañado a Carlos y a su hermana Leonor a Zaragoza y Barcelona para celebrar Cortes y ser jurado como rey, se casó en la ciudad condal con el marqués de Brandemburgo. Era la manera de poner fin a los amores del futuro emperador con su abuelastra. Viuda ya del marqués, el emperador ordenó una nueva boda de Germana con el duque de Calabria, haciendo a los dos virreyes de Valencia. Para entonces doña Germana había engordado enormemente. El embajador polaco, Dantisco, comenta sobre el particular: «este buen Príncipe (el duque de Calabria), que cuenta entre sus antepasados ochenta reyes de la Casa de Aragón, forzado por la penuria, ha venido a caer con esta corpulenta vieja, y a dar en un escollo tan famoso por sus naufragios»”
60. H. Prescott, Storia del regno di Ferdinando e Isabella sovrani cattolici, Vol.3, Trad.Ascanio Tempestini, Batelli & Co., Firenze 1848. Capitolo sul secondo matrimonio del Re.
61. H. Prescott, Storia del regno di Ferdinando e Isabella sovrani cattolici, Vol.3, Trad.Ascanio Tempestini, Batelli & Co., Firenze 1848. Capitolo sul testamento del Re.
62. Ivi, cit. Oviedo, Quincuagenas, MS. Bat. 1, quinc. 4, dial. 44.
63. Ivi, cit. Guicciardini, Istoria, tom. 8, lib. 15, p. 10.
64. Roberto delle Donne, Regis servitium nostra mercatura. Culture e linguagi della fislalità nella Napoli aragonese, In: Linguaggi e pratiche del potere. Genova e il Regno di Napoli tra Medioevo ed età moderna, a cura di Giovanna Petti Balbi e Giovanni Vitolo. Centro interuniversitario per la storia delle città campane nel medioevo. Quaderni (4).Laveglia editore, Salerno 2007, dal sito internet: www.fedoa.unina.it/1125. Nota 28.
65.G.Battista Aiello, Napoli e i luoghi celebri delle sue vicinanze, Napoli 1845, vol1. Nella tribuna saranno collocati i “sepolcri di Isabella di Chiaromonte moglie di Ferrante I d’Aragona e di Pietro d’Aragona fratello di re Alfonso, morto nell’assedio di Napoli del 1459 e qui poi trasportato da Castel nuovo e tumulato nel 1444. L’iscrizione è la seguente: OSSIBVS ET MEMORI AE ISABELLAE CLARIMONTIAE / NEAP. REGINAE FERDINANDI PRIMI CONIVGIS / ET PETRI ARAGONEI PRINCIPIS STRENVI / REGIS ALFONSI SENIORIS FRATER / QVI NI MORS EI ILLVSTREM V1TAE CVRSVM INTERRVPISSET / FRATERNAM GLORIAM FACILE ADAEQVASSET / OH FATVM! QVOT BONA PARVVLO SAXOCONDVNTVR. Quivi anche riposa la spoglia di Cristoforo di Costanzo gran siniscalco di Giovanna I, morto nel 1367; e qui Beatrice figliuola di Ferrante I e d’Isabella, rimasa vedova di Mattia re d’Ungheria, leggendovisi l’epigrafe: BEATRIX ARAGONEA PANNONIAE REGINA / FERDINANDI PRIMI NEAP. REGIS FILIA / DE SACRO HOC COLLEGIO OPT. MERITA / HIC SITA EST / HAEC RELIGIONE ET MVNIFICENTIA SE IPSAM VICIT.
66. S. Degli Arienti, op.cit.
67. S. Degli Arienti, op.cit.
68. S. Degli Arienti, op.cit.
69. S. Degli Arienti, op.cit.
70. S. Degli Arienti, op.cit.
71.Gio.Bernardino Tafuri, Cronache del Coniger (con note di). In: Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura, Gio.Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò. Ristampat ed annotate da Michele Tafuri, Vol.II, dalla stamperia dell’Iride, Napoli 1851. Pagg.471 e segg.
22. Da: https://www.nartea.com/guida-on-line/san-pietro-martire/
«Ritornati sul corso Umberto I lo si percorre verso piazza Bovio incontrando a sinistra nella piazza Ruggero Bonghi la facciata della chiesa di San Pietro Martire. Carlo II d’Angiò, volendo donare ai frati Predicatori domenicani, a cui già nel 1231 era stata affidata l’antica chiesa di San Michele a Morfisa, una nuova “basilica”, diede incarico di far costruire la Chiesa ed il Convento dedicati a San Pietro Martire, i cui lavori ebbero inizio nel 1294….».
73. S. Degli Arienti, op.cit.
74. Laura Malinverni, Ippolita, da: https://www.storiamedievale.net/pre-testi/ippolita.htm.La promettente adolescenza.
75. Laura Malinverni, Ippolita, da: https://www.storiamedievale.net/pre-testi/ippolita.htm.La promettente adolescenza.
76. Sabatino degli Arienti, Gynevera de le clare donne/31. De Hyppolita Sphorza, duchessa de Calabria.
77. Laura Malinverni, Ippolita, da: https://www.storiamedievale.net/pre-testi/ippolita.htm. Matrimonio ed eclissi.
78. Sabatino degli Arienti, Gynevera de le clare donne/31. De Hyppolita Sphorza, duchessa de Calabria.
79. Veronica Mele, La corte di Ippolita Sforza, cit.
80. Benedetto Croce, Storie e leggende napoletane, seconda edizione riveduta, Bari, Giuseppe Laterza e figli, tipografi editori librai, 1923.Pagg.166-196, cap.VI, Isabella del Balzo. Regina di Napoli. Pagg.166-170.
81. Vipera, Chror. sub Uldarico, pag.90.
82. Ivi.
83. Il 20 agosto 1482 Re Ferdinando nominò Niccolò Allegro a rettore di Benevento, città rimasta in Regno dal 1463, anno in cui, appoggiando le rivolte popolari, fu strappata alla Chiesa insieme a Salerno. Nell’atto compaiono molti civium e habitatorem beneventanorum che chiesero ed ottennero gli statuti comunali ad capitulandum.
84. Valerio dalla Vipera, notajo e sindaco beneventano, fece pubblicare il privilegio. Ma quello fu l’ultimo anno di sovranità del Re, in quanto, il 21 agosto, vi fu la celebre vittoria dei papalini sul Duca Alfonso d’Aragona “presso S.Pieto in Formis, che perciò fu detto Campomorto, dalle genti inviategli contro del Papa, comandate da Girolamo Riario, e da Roberto Malatesta”.
85. I beneventani e gli abitanti di Terracina furono assolti dal delitto di ribellione con bolla papale del 7 gennaio 1483. Il 25 gennaio il pontefice ne dichiarò governatore e castellano Corrado Marcellino, cittadino romano già vescovo di Terracina. Sotto Papa Eugenio Benevento chiederà la separazione del potere politico dalle mani dei Rettori papalini e questi separar separatim facere castellanum a Rettore, seu vicerettore. 21. Stefano Borgia, Memorie istoriche della pontifica città di Benevento dal secolo VIII al Secolo XVIII, Parte III, Volume I, Roma 1769.
86. Civitate Tocco sede vescovile non va confusa con l’Oppido, cioè il Castrum Tocco dipendente direttamente dal papa di Avignone come Castrum Tocci, mentre la precedente Civitate distrutta dal terremoto del 1348 viene dichiarata suffraganea di Benevento. Già papa Stefano X l’avrebbe indicata come dipendenza di Montecassino nel 1058.
87. E’ poi annoverata fra le città suffraganee dal Vipera (Chror. sub Uldarico, pag.90). E qui sarebe l’inghippo perché la vecchia Tocco descritta nel documento non è collocata nella Valle di Vitulano, nella Varvense che non è lo Stretto di Barba (la Varva nel 1800 risulta essere casale di Ceppaloni, ma già nel 1700 era frazione di Chianchetelle, ai piedi di Torrioni, sul finire del vallone San Martino di Terranova Fossaceca all’incontro col fiume Sabato e di fronte Pietrastornina).
88. Leggendo l’opera “Descrizione dei viaggi compiuti dal Santorino stesso fra 1485 e il 1487, in qualità di cancellarius et scriba del Patriarca di Aquileia (che era arcivescovo di Benevento) nei territori facenti parte dei suoi possedimenti” si capisce che qualcosa non quadra. Infatti, lo scrittore ecclesiastico Paolo Santonino, nel suo viaggio del 1456 descritto nel libro Itinerari dice: quae dicitur Tocco in Valle Varvense, malamente tradotta in Valle Vitulana, ad solum usque deducta defunctorum descriptum non recepi. Vitulano diviene Terra con tre parrocchiali, una delle quali è arcipretura, benchè l’arciprete risieda in Tacciano e dicesi arciprete di tutta la Valle di Vitulano che consta di 36 casali (stranezza del numero uguale ai 36 casali che la memoria popolare diceva possedere sicuramente Pietrastornina, antico feudo delle due torri, che è sita a monte dello Stretto di Barba). Anche Meomartini disse Tocco in Valle di Vitulano.
89. Filippo di Commines, Delle memorie di Filippo di Comines, Cavaliero, & Signore d’Argentone, intorno alle principali attioni di Lodovico Undicesimo, & Carlo Ottavo suo figliolo, amendue Re di Francia, Libri VIII, Bertani, in Venetia 1640 pag.223 r – 225 v.
90. Giovanni di Fiore, Della Calabria illustrata, vol.3, cit.
91. Monte, cit. Cfr. A.Bascetta, Quattrocento Napoletano, ABE, Napoli 2011.
92. Antonello Coniger, cit.
93. Notar Giacomo, Cronica, in: Paolo Garzilli, Cronica di Napoli di Notar Giacomo, cit., pag.152.
94. Filippo di Commines, Delle memorie, cit.
95. Filippo di Commines, Delle memorie, cit.
96. Ivi.
97. Cap.II, cit., pag.225.
98. Antonello Coniger, cit.
99. Angelo Tafuri, Opere, cit.
100. Notar Giacomo, Cronica, in: Paolo Garzilli, Cronica di Napoli di Notar Giacomo, cit., pagg.153 e segg.
101. Giuseppe Coniglio, I vicere spagnoli di Napoli, Fausto Fiorentino Editore, Napoli 1967, pagg.11-16.
102. Giuseppe Coniglio, I vicere spagnoli di Napoli, Fausto Fiorentino Editore, Napoli 1967, pagg.11-16.
103. Bascetta, Juana, cit.
104. Bascetta, Juana, cit.
105.Luigi Conforti, Napoli dal 1789 al 1796 con documenti inediti, R. tipi di de Angelis (oggi A.Bellisario e C.), Napoli 1887.
106. Luigi Conforti, Napoli dal 1789 al 1796 con documenti inediti, R. tipi di de Angelis (oggi A.Bellisario e C.), Napoli 1887. “La Biblioteca del Principe di Tarsia è superba: la sua scuderia è magnificamente dipinta e decorata, prova che l’intenzione del signore non era quella d’onorare le Muse. La Biblioteca del Principe di Tarsia era non solo ricca di opera, ma le pareti e gli scaffali, di fregi ed oro. Una sala fornita di molti strumenti matematici, un’altra di ritratti d’uomini dotti, nazionali e stranieri. Sulle porte, in caratteri d’oro, si leggeva il seguente distico di G. B. Vico: Heic Jovis e cerehro quae in coelo est nata Minerva / Digna Jove in terris aurea tecta colit. La Regina ha raccolto, da qualche anno a questa parte, una Biblioteca di opere tedesche per suo uso; Fuger, pittore di Vienna, l’ha dipinta con molto gusto. Erano, su per giù, queste le condizioni e la fisonomia sociale del Regno fino ai tempi di Carlo III, salvo, s’intende, quelle differenze proprie delle provincie cagionate dalla maggior o minor prevalenza del feudatario, del cattivo amministratore, e della maggiore minore lontananza dalla Capitale, ove era accentrato il potere il quale, per mancanza di sollecite comunicazioni, di frequenti scambi, non poteva infondere un’azione rapida e concorde in tutte le membra del Reame”).
107. R.Pane, Il Rinascimento nell’Italia meridionale, Napoli, 1977, vol. II, p.73; Francesco Abbate, Storia dell’arte nell’Italia meridionale, Volume 2, 1998.
108. Notargiacomo; cfr. Scandone.
109. Veronica Mele, La corte di Ippolita Sforza, Duchessa di Calabria, nelle corrispondenze diplomatiche tra Napoli e Milano. Una enclave lombarda alla corte aragonese di Napoli (1465-1488), pagg. 125-141, Mélanges de la Casa de Velázquez, 45-2, 2015. Cfr. Antonio Cicinello a Francesco Sforza, Napoli 19.II.1465, ASM, Sforzesco, Napoli, 214, cc. 204-206. In: Veronica Mele, La corte di Ippolita Sforza, cit.
110. Da: Il Quotidiano di Salerno. Articolo: Isabella Villamarina, la Principessa del Rinascimento, di Giovanni Lovito.
111. «L’indiscrezione era stata raccolta da Giovanbattista Bentivoglio e riferita da Zaccaria Barbaro al governo di Venezia, Napoli 17.I.1472, Corrispondenze diplomatiche veneziane da Napoli, ed. Corazzol, pp. 137-138».In: Veronica Mele, La corte di Ippolita Sforza, cit.
112. Faragalia, Codice diplomatico sulmonese. In: Scandone, cit., pag.122 e segg.
113. Pietro de Stefano, Descrittione dei luoghi sacri della città di Napoli, Napoli 1560. A cura di Stefano D’Ovidio ed Alessandra Rullo, cit.
114. Veronica Mele, La corte di Ippolita Sforza, Duchessa di Calabria, nelle corrispondenze diplomatiche tra Napoli e Milano. Una enclave lombarda alla corte aragonese di Napoli (1465-1488), pagg. 125-141, Mélanges de la Casa de Velázquez, 45-2, 2015.
115. Laura Malinverni, Ippolita, da: https://www.storiamedievale.net/pre-testi/ippolita.htm. Una “sotterranea” attività diplomatica?
116. Notargiacomo; cfr. Summonte. Cfr. Passaro, cit.
117. Archivio virtuale del monastero dei SS. Pietro e Sebastiano ASPS, 117. 1480 Il 29 ottobre 1481, Nicola de Petrutiis, reggente della Magna Curia Vicarii, incarica il capitano di Acerra di costringere Angelillo de Pistasa cittadino di Acerra a restituire, pena quattro once d’oro, entro due giorni una botte di vino sottratta da una casa sita nel casale di San Nicandro di proprietà dei SS. Pietro e Sebastiano.
118. Pergamente di Atella. Diffida del reggente della Magna Curia Vicarii a non violare una terra ed una masseria in Melito (Il monastero femminile domenicano dei SS. Pietro e Sebastiano di Napoli, doc. 526).
119. Arturo Bascetta, Avellino. L’altro volto del Rinascimento, ABE Napoli 2016.
120. Tratto da Joanni Maurello, poeta dialettale calabrese, che narrò l’episodio nel Lamento per la morte di Don Enrico d’Aragona, epicedio di 296 versi diviso in quattro parti stampato a Cosenza nel 1478, il più antico documento in dialetto della Calabria Citeriore in cui l’autore mostra il dolore per la morte del suo signore. Il testo fu rinvenuto fra i rogiti della biblioteca vaticana dallo studioro Erasmo Percopo nel 1888 che lo considerò come scritto da un uomo di cultura “non del tutto volgare e popolano, o cantambanco o improvvisatore che dir si voglia”.
121. Stefano Borgia, Memorie istoriche della pontifica città di Benevento dal secolo VIII al Secolo XVIII, Parte III, Volume I, Roma 1769.
122. A.Bascetta, L’Irpinia dei Gonzaga, I, ABE Napoli 2016.
123. Filippo di Commines, Delle memorie di Filippo di Comines, Cavaliero, & Signore d’Argentone, intorno alle principali attioni di Lodovico Undicesimo, & Carlo Ottavo suo figliolo, amendue Re di Francia, Libri VIII, Bertani, in Venetia 1640 pag.223 r – 225 v.
124. Filippo di Commines, Delle memorie di Filippo di Comines, Cavaliero, & Signore d’Argentone, intorno alle principali attioni di Lodovico Undicesimo, & Carlo Ottavo suo figliolo, amendue Re di Francia, Libri VIII, Bertani, in Venetia 1640 pag.223 r – 225 v.
125. A. Mazzarella da Cerreto, in: Domenico Martuscelli, Biografia degli uomini illustri del regno di Napoli, Volume 3, Nicola Gervasi, 1846.
126. Filippo di Commines, Delle memorie di Filippo di Comines, Cavaliero, & Signore d’Argentone, intorno alle principali attioni di Lodovico Undicesimo, & Carlo Ottavo suo figliolo, amendue Re di Francia, Libri VIII, Bertani, in Venetia 1640 pag.223 r – 225 v.
127. Mario Marti (a cura di), Rogeri de Pacienza [di Nardò], Opere [cod.per. F27 conservato presso la Biblioteca Augusta] edito per la Biblioteca Salentina di Cultura dalle Edizioni Milella, Lecce 1977. Cfr. Benedetto Croce, Storie e leggende napoletane, seconda edizione riveduta, Bari, Giuseppe Laterza e figli, tipografi editori librai, 1923.Pagg.166-196, cap.VI, Isabella del Balzo. Regina di Napoli. Pagg.166-170. Versi in oggetto 225-240.
128. AA.VV., Apice nella Congiura dei Baroni, ABE 2011.
129. AA.VV., Apice nella Congiura dei Baroni, ABE 2011.
130. AA.VV., Apice nella Congiura dei Baroni, ABE 2011.
131. Camillo Porzio, cit
132. Camillo Porzio, La congiura de’ Baroni del Regno di Napoli contra il Re Ferdinando I. In: F.Bertini (a cura di) La Congiura de’ Baroni del Regno di Napoli contra il Re Ferdinando I raccolta da Camillo Porzio, Tipografia di Francesco Bertini, Lucca 1816. Ristampa della ‘operetta’ rinvenuta dall’autore a Lucca, essendone state fatte in precedenza solo due ristampe, la prima nel 1565 in Roma, la seconda nel 1724 in Napoli a cura di Giovanni Andrea Benvenuto. Ma questa del Bertini, a suo dire, si troverà di quelle due antecedenti molto migliore.
133. Pacientia, cit. E ancora: – La matre primamente ebbe figliata n’altra figliola e po’ fece Isabella; e po’ in quella medesma giornata [210] ne fe’ un mascul, con gran duol de quella. Questo el fe’ morto: la prima fo allevata, campando certi giorni, e morì ancor ella, restando de li tre questa divina, dal ciel serbata ad esser Regina. [215] De iugno, a’ vintiquattro, in San Ioanne, de sebato questa figliola nacque ne’ mille quattrocento sessanta anni cinque, de Cristo nel presepio iacque; [220] nata questei, per aver affanni sì longo tempo como che a Dio piacque; per reposarse po’ in tranquilla pace, Regina incoronata, alma e verace. Pierre del Balzo detto Pirro, spesso italianizzato in Pietro, era Principe di Squillace, divenuto IV Duca di Andria alla morte del padre Francesco III Duca de Andri (primogenito ereditario del II Duca Guglielmo), quando si divise i beni col fratello Angilberto. Era nato poco dopo il matrimonio del 7 dicembre del 1443 da Francesco e dalla Duchessa Sancia (del fu cavalier Tristano dei Chiaromonte di Lecce), sorella della bellissima Isabella Regina di Napoli. Pirro divenne un uomo valoroso, che ben si distinse nelle armi, sempre al fianco del Re, lo zio acquisito Ferrante I d’Aragona. Aveva appena una quindicina d’anni quando questi salì al trono, vivendo il suo dolore nel 1465, alla morte della zia materna, la Regina Isabella, quando non aveva ancora venti anni. Doppio dolore perché Pirro, a sedici anni, aveva sposato (1459) la cugina della madre e della Regina, Maria Donata Orsini del Balzo (m.1487 ca.), figlia dello zio materno della sovrana.
La moglie Maria era infatti divenuta Duchessa ereditiera di Venosa e delle contee di Montescaglioso e di Caserta, alla morte del padre Gabriele (1453), rimasto senza eredi maschi (era fratello di Caterina, madre di Isabella dei Chiaromonte di Lecce). Subito dopo il matrimonio Pirro si trasferì nella città della moglie, mettendo mano al castello di Venosa e costruendo la nuova cattedrale, affidando l’amministrazione del feudo di Montescaglioso ad un suo procuratore, un certo De Cappellanio, patrizio venusino.
134. Benedetto Croce, Storie e leggende napoletane, seconda edizione riveduta, Bari, Giuseppe Laterza e figli, tipografi editori librai, 1923.Pagg.166-196, cap.VI, Isabella del Balzo. Regina di Napoli. Pagg.166-170. Cfr. i versi dal 290 al 310, in: Mario Marti (a cura di), Rogeri de Pacienza, cit.
135. Porzio, cit.
136. Cariteo, versi 50-70, in Erasmo Percopo, Le rime di Benedetto Gareth detto il Chariteo, Tip. Accademia delle Scienze, Napoli 1892.
137. Cariteo, versi 50-70, in Erasmo Percopo, Le rime di Benedetto Gareth detto il Chariteo, Tip. Accademia delle Scienze, Napoli 1892.
138. Cariteo, cit., V. Sannazzaro, versi 66-67
139.Cariteo, cit., versi 66-67
140. A.Bascetta, Juana. Giovanna d’Aragona. Le Regine di Napoli, ABE, Avellino 2007. 2. Lettera riportata in Carlo de Frede, L’impresa di Napoli di Carlo VIII, Editore De Simone, Napoli 1982. Cfr. Baldassarre Castiglione, Terzo libro del Cortegiano del Conte Baldasar Castiglione a Messer Alfonso Ariosto. Vedasi il Cap. xxxvi. Eccone un passo: “Ritornando adunque in Italia, dico che ancor qui non ci mancano eccellentissime signore; che in Napoli avemo due singular regine; e poco fa pur in Napoli morí l’altra Regina d’Ongaría, tanto eccellente signora quanto voi sapete e bastante di far paragone allo invitto e glorioso Re Matia Corvino suo marito. Medesimamente la Duchessa Isabella d’Aragona, degna sorella del Re Ferrando di Napoli; la quale, come oro nel foco, cosí nelle procelle di fortuna ha mostrata la virtú e ‘l valor suo…”. Cfr. Raffaele Castagna, Isola d’Ischia – tremila voci titoli immagini, Edizioni de La Rassegna d’Ischia. Parlando della nobiltà che dimorò ad Ischia, scrive: A lungo dimorò donna Castellana di Cardona, madre delle bellissime Giovanna e Maria d’Aragona, e discendente di una nobilissima famiglia spagnola, venuta a Napoli al seguito di Alfonso il Magnanimo; sorella di Raimondo di Cardona, che sarà per tredici anni vicerè di Napoli, aveva sposato Ferdinando Duca di Montalto, figlio illegittimo di Ferrante il Vecchio. Un’altra Cardona era Diana, sorella di Alfonso d’Avalos e d’Aquino e madre di Ferrante d’Avalos. Seguiva il marito Fabrizio Colonna nel volontario esilio sul Castello aragonese Agnesina di Montefeltro, sorella di Guidobaldo Duca di Urbino e madre di Vittoria, la grande poetessa del Rinascimento italiano, la più fulgida figura che abbia mai calpestato il suolo d’Ischia (dalla pubblicazione per il ventennio della Festa di S. Alessandro, 2000). Cfr. Francesco Guicciardini, Storia d’Italia (1492-1534).
141. William Negro, I senza fissa dimora nella storia, pag.12. Da: Piazza Grande, anno II, N.2. Bologna marzo 2005. Era una schiavitù di fatto visto che il “proprietario” s’impegnava a mettere il condannato a pane e acqua e poteva utilizzarlo per qualunque lavoro e per tutto il tempo che ritenesse opportuno. Aveva inoltre il diritto di punirlo con la frusta, di incatenarlo e di prestarlo ad altri per le fatiche. Il primo tentativo di fuga veniva punito con la schiavitù perpetua, il secondo con la morte. L’ordinanza non risparmiava neppure i figli dei vagabondi che dovevano lavorare come apprendisti e non avevano diritto ad alcuna retribuzione; ogni tentativo di fuga comportava il passaggio del ragazzo alla condizione di servo, sino alla fine dell’apprendistato. L’atto inglese del 1547 mostra con la massima evidenza la presenza del problema del vagabondaggio, il disprezzo e l’odio del potere nei confronti dei vagabondi, la paura che essi suscitavano.
142. L’espressione è di Benedetto Croce.
143. AA.VV., Vendette da Papa, ABE 2006

Dettagli

EAN

9788872970133

ISBN

887297013X

Pagine

96

Autore

Bascetta

Editore

ABE Napoli,

ABE Torino

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Editorial Review

 

IL FIGLIO DI JUANA LA LOCA

Il bailamme “Giovanna la Pazza” ha bisogno di approfondimento, anche se diversi storici hanno affrontato il tema con perizia. Giovanna di Castiglia, detta la Pazza, nacque a Toledo nel 1479, figlia di Ferdinando d’Aragona e di Isabella di Castiglia. Fin da piccola era una bimba estremamente vivace. Da ragazzina era esperta di musica, letteratura, storia, filosofia e propensa a non seguire i dettami della religione cattolica. Cose, queste, che purtroppo non deponevano a suo favore perché era allora il tempo in cui l’ignoranza, caratteristica principale di cittadini e altolocati, andava a braccetto con la religione, il pane quotidiano di re e regine, conti, baroni, marchesi, aristocrazia e cavalieri. Scostarsi da questo modo di essere, era contro-natura. E Giovanna ne subì le conseguenze.
Nel 1496, a solo diciassette anni, contro il parere dei suoi augusti genitori, quasi come una fuga d’amore, sposò Filippo il Bello, figlio di Massimiliano d’Asburgo e Maria di Borgogna, arciduchessa d’Austria. Giovanna per coronare il suo sogno d’amore, dovette affrontare un lungo viaggio per giungere nelle Fiandre. Partì con 30 navi, 5.000 persone al seguito e con enormi ricchezze che non giunsero a destinazione per lo scatenarsi di una terribile tempesta in mare e l’insorgere di una epidemia che decimò il suo seguito. Un evento, questo, ritenuto infausto. Cosa che in tempi di superstizione imperante non faceva presagire nulla di buono. Cosa che invece non si verificò.
La fanciulla, rompendo tutti i ponti con la Castiglia, si tuffò con il suo giovanile entusiasmo nella vita di corte, partecipando con gioia ai numerosi e succulenti banchetti che venivano approntati in onore della giovane sposa. L’amore che provava per Filippo era sincero, vero, sentito nell’anima e nel corpo. Era finalmente autonoma, ciò che aveva desiderato fin da bambina. Senza essere più succube della spocchia interferenza della severissima e religiosissima madre. Ma ben presto le cose, da estremamente felici, si trasformarono in cupi incubi.
Alla nascita del primo figlio Carlo, le venne proibito di prendersi cura di lui. Molto innamorata del marito, era da questi trascurata. Cadde così in una cupa malinconia che, dopo la morte di Filippo il Bello, avvenuta nel 1506, degenerò in pazzia. A questo punto occorre andare per gradi. In seguito alla morte della madre, avvenuta a Medina del Campo nel 1504, Giovanna divenne regina di Castiglia dal 1504 al 1505 e, alla morte del padre Ferdinando, avvenuta nel 1516, regina d’Aragona dal 1516 al 1555. Nel 1504 aveva ereditato insieme a Filippo la corona di Castiglia. Il marito tentò di farla interdire per poter regnare da solo. Cosa che si verificò. Egli però regnò soltanto per pochi mesi del 1506, anno della sua morte, che bastarono a creare quel legame tra Asburgo e casa regnante di Spagna che avrebbe costituito in seguito la base della potenza del figlio, il futuro Imperatore CarloV. Giovanna si ritirò nel castello di Tordesillas, presso Valladolid, e suo padre fu dichiarato reggente di Castiglia, a condizione di restituire la sovranità a Giovanna qualora avesse recuperato la ragione. La travagliata vita di Giovanna la Pazza ha dell’incredibile. Bimba intelligente, non ottiene l’amore dei genitori, pur essendo cattolicissimi. Ragazza vispa e di gran cultura viene disprezzata e irrisa. Innamorata follemente del marito, viene da questi maltrattata, picchiata, disprezzata, trascurata e tradita con le sue numerose amanti che, colmo dell’ironia, non solo andavano a letto con il Bello, ma osavano deriderla e insultarla con epiteti indecenti. Eppure dal matrimonio di Giovanna e Filippo nacquero ben sei figli, dei quali il primogenito, Carlo, diventerà l’Imperatore Carlo V. Giovanna non ebbe nessun conforto durante gli anni delle gloriose conquiste del primogenito, che per ben 46 anni la tenne segregata nel castello di Tordesillas fino alla sua morte, avvenuta nel 1555, appena tre anni prima della morte dello stesso. Un fatto è certo. Guardata a vista, veniva anche informata dal suo terribile carceriere delle imprese e delle conquiste del figlio: terribile per lei era il fatto di non poterlo abbracciare nei momenti di lucidità mentale. Imprese che non si possono non ricordare per sommi capi in questo studio, nonostante non sia attinente al tema qui svolto. Un fatto però è certo. Le conquiste dell’Imperatore, nonostante le condizioni di segregazione in cui si trovava Giovanna, facevano parte della famiglia ed in particolare di una madre (che molto amò, sebbene non ripagata con la stessa moneta, anche il proprio sposo, tanto da portarne per lungo tempo con se il cadavere) alla quale era stato proibito perfino di educarlo.
Carlo era nato nel 1500 a Gand. Re di Spagna col nome di Carlo I, dal 1516 al 1556, e Imperatore dal 1519 al 1556. Era da parte di padre nipote dell’Imperatore Massimiliano I d’Asburgo; da parte di madre, nipote dei re cattolici di Aragona e di Castiglia. Fu educato in ambiente borgognone, dal quale ereditò le tradizioni cavalleresche dell’antica e nobile corte di Borgogna. Fu da subito baciato dalla dea Fortuna. A solo sei anni si trovò ad essere il titolare di quattro eredità politiche: la precoce morte del padre (1506) gli aveva conferito i diritti sul Ducato di Borgogna (che era tornato dal 1477 sotto la sovranità francese). Nello stesso anno divenne sovrano dei Paesi Bassi, del Lussemburgo e della Franca Contea; ma poiché aveva soltanto sei anni, la reggenza era esercitata da sua zia Margherita d’Austria.
La follia della madre Giovanna, che si manifestò subito dopo la morte del marito, lo rese di fatto titolare della Castiglia, ereditata dalla nonna materna Isabella, la cui reggenza era tenuta da Ferdinando d’Aragona. Alla Castiglia erano inoltre annesse le isole Antille e i diritti sanciti dal trattato di Tordesillas del 1494, che attribuiva alla Spagna tutte le terre situate ad Occidente di una linea immaginaria, la raya (la riga) collocata a 370 leghe a Ovest delle Isole di Capo Verde. Alla morte del nonno materno Ferdinando di Spagna (1516) acquisì le terre di Aragona, Catalogna e Valencia, divenendo re di Spagna, ma secondo il testamento di Ferdinando, Carlo avrebbe dovuto governare il regno soltanto nominalmente come rappresentante di sua madre Giovanna la Pazza.