Attendolo Sforza (1369-1424). Da Spoleto all’Aquila, da Napoli a Benevento.

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LA VITA DI SFORZA ATTENDOLO SCRITTA DA PAOLO GIOVIO TRADOTTA DAL LATINO DA LODOVICO DOMENICHI E DAL VOLGARE DA MASSIMO FABI

Nacque Sforza in Cotignola, terra antica della Romagna, appresso la via Emilia, del contado di Faenza: il padre suo ebbe nome Giovanni, della famiglia degli Attendoli, piuttosto onorata che nobile; la quale era però ricchissima, e molto fiorita per una gioventù numerosa e data all’arme.
Sua madre si chiamò Elisa, donna d’animo virile de’ Petracini, famiglia molto parziale: era costei di costumi infiammati ed aspri, ma d’una pudicizia e fecondità mirabile, perciò ch’ella partorì vent’uno figliuoli, i quali siccome nati all’armi ella li allevò di tal maniera che facilmente sprezzavano i vestimenti ornati, le delicate vivande ed i morbidi letti; ed eran tutti volti con un certo valoroso vigore d’animo e di corpo a mantenere la riputazion della famiglia, e ciò molto spesso facevano coll’armi, perciocchè avevano capital nimicizia coi Pasolini, sì grandi come essi; conciossiacosachè Martino Pasolino capo di quella famiglia avendo arrogantemente intercetto una fanciulla nobile sposata per uno scritto di mano a Bartolo fratello di Sforza, perchè ella aveva in dote una grandissima eredità.
Per questa cagione si azzuffarono più volte insieme quasi in giusta battaglia, e s’ammazzarono di molte persone, dove fu ferito Bartolo, e vi morì un figliuolo di Martino e due suoi parenti. Ma la cosa finì di questo modo, che Martino privo del figliuolo, e spogliato di tutti gli amici e delle facoltà, fu cacciato dalla Terra.
Vedevasi in quel tempo nelle case degli Attendoli le sale e le camere non addobbate d’arazzi, ma di scudi, di corazze, e i letti grandissimi, senza coperte, nei quali dormivano a caso le squadre de’ parenti armati, ed erano talmente tutti vigilanti e intenti, che senza ordine alcuno, mangiavano quelle vivande, le quali con poca spesa e con nessuna arte li erano apparecchiate innanzi dai mulattieri e dai ragazzi.

Description

§ — Giacomuzio detto Muzio degli Attendoli soprannominato Sforza

Attendolo Sforza, anzi, Giacomuccio alias Muzio detto Sforza, della famiglia degli Attendoli, era rimasto per molti anni a fare il caporale. Il suo nuovo lavoro, abbandonata la zappa, divenne quello di saccheggiare ed occupare Terre, essendo spesso al soldo di piccole città per sfamare la nutrita figliolanza e la folta parentela al seguito, tutti provenienti dalla natìa Cotignola.
L’ascesa del ‘caporale’ Sforza cominciò dopo l’occupazione di Roma da parte di Re Ladislao, il 25 aprile del 1408. Il Re di Napoli si spinse fino a Perugia e all’Aquila, città dove ripristinò la carica di Viceré degli Abruzzi, province soggette al Regno Partenopeo.1
Il sovrano, nominatosi Re d’Italia, non riuscendo a debellare i caporali più insidiosi che gli impedivano di espandere i confini del Regno, cominciò ad assoldarli direttamente, non essendo riuscito neppure a farli uccidere. L’amicizia fra i due ebbe inizio ebbe inizio quando uno dei nuovi papi, Alessandro V, dichiarando non valida l’investitura di Clemente VII, aiutato dai Fiorentini, riconobbe al suo posto il Duca di Provenza Luigi II d’Angiò.2
Fu infatti Papa Alessandro ad assoldare in massa, per la prima volta, gente d’arme famosa, come Braccio da Montone, Sforza da Cotignola e Paolo Orsino, elevati al rango militare di capitani. Fu il primo tentativo di milizie organizzate, da pagarsi con il denaro che Re Luigi avrebbe dovuto ottenere dai Fiorentini, secondo il patto stretto da una santa Lega. Ma la morte di Alessandro V, il 3 maggio 1410, fece indietreggiare i toscani, lasciando senza paga i caporali mercenari, in quanto il nuovo Papa, il napoletano Giovanni XXIII, si accordò con i Genovesi e perse l’interesse di cacciare Ladislao dalla sua Napoli, frenato anche dalla peste che aveva già ucciso la vecchia Regina Margherita.3
A questo punto i capitani, rimasti senza paga, si coalizzarono, divenendo un punto di riferimento. Perciò Re Luigi, Sforza e Braccio andarono insieme dal Papa a Bologna, benché senza esito, in quanto l’Imperatore Sigismondo era deciso a ricomporre lo scisma creatosi con l’elezione di tre papi diversi. Papa Giovanni disse di no a Re Luigi perchè intendeva costituire un forte esercito nel caso gli fosse servito il braccio armato contro i tiranni che gli si contrapponevano, rimandano perciò la conquista di Napoli, nonostante avesse riportato una prima vittoria esemplare.
Dopo che Braccio si era riaffacciato a Spoleto con 100 cavalleggeri, il 19 maggio 1411, il campo del sovrano subì una bella perdita al Ponte di Ceperano, braccato da Re Luigi d’Angiò sostenuto da Papa Giovanni XXIII e dalle milizie dei capitani Orsino e Sforza che indietreggiarono Ladislao a Roccasecca al punto che a[p]pena campò e le sue bandiere innalzate a Roma furono atterrate.
Tanto che in quello stesso anno, il 14 novembre, Sforza giunse a Spoleto con i suoi uomini che cavalcaro alla Matrice et trasserune multa robba preda et prisiuni perché se tenivanu collu Re Lancilau.
Ma Re Luigi, richiamato dal suo Papa, lasciò tutto e tornò a casa, dove morì, mentre Giovanni, sebbene sconsigliato da Cosimo de’ Medici, decise di andare al Concilio, ritenendo di essere l’unico e legittimo Papa universale eletto da quei cardinali, evitando così di essere dichiarato in contumacia e di vedersi sostituire da un altro Papa eletto dai tedeschi che l’avrebbe cacciato da Roma col favore dell’Imperatore.

Liberatosi di Re Luigi II Duca, Ladislao si riprese Roma e favorì le soldatesche di Braccio, riunendo al suo servizio, nonostante il desprezzo che provasse, anche gli altri capitani nemici come Paolo Orsino e lo stesso Sforza da Cotignola.
Attendolo tornava inconsapevolmente in auge per uno scherzo del destino e stavolta al seguito del suo ex nemico, quel Re di Napoli che, rivolgendo esercito e mercenari verso Perugia, dopo aver ottenuto anche la sottomissione di Lombardi e Toscani con gran doni, s’era messo in testa di conquistare l’Italia.8
Poi anche il cronista Parruccio tace per quasi tre anni su Spoleto, Sforza e il sovrano napoletano, fino al 1 maggio 1414, allorquando anche Paolo Orsini si vendette a Ladislao, Re alquanto tartaglia della lengua, tornato alla carica su Roma. Paolo, in suo nome, si spinse verso Surianu e San Faustino, prendendo all’obbedienza Todi, città dove si insediò, proseguendo poi per Bevagna. In quei giorni li caporali de Re eranu Sforza da Cotogniola, Paolo Orsini, il Conte di Carrara, Malatesta da Cesena, messer Malacarne e Tartaglia, finchè il 24 maggio 1414 Todi si ribellò.9
Ma l’occupazione dell’Umbria e una vita fatta di dissolutezze amorose, essendo troppo preso da libidinosi vaganti pensieri delle concubine, portarono sì Ladislao fino a Perugia, ma per farlo avvelenare da un medico fiorentino, il quale, pensando all’oro e non al delitto che stava per commettere, qual vile ciurmadore di poculi amatorii, rintracciò una perugina amata da Ladislao che, nella speranza di renderlo fedele con un filtro d’amore, divenne sua avvelenatrice.
Disse il medico: – Se lo vuoi fermo amante stempera cotesta droga in alcuna bevanda, e dagliela a bere.
La donnina diede quindi l’intruglio a Ladislao convincendolo che fosse salutifero, sebbene da altri fonti compaia un quadro diverso sul suo rapporto con le donne e un’amicizia molto particolare col cavaliere Gesualdo, col quale trascorreva spesso il tempo libero. Ad ogni modo, intruglio o meno, il Re si ammalò di brutto, giusto il tempo di tornare a Napoli, dove morì a 33 anni, compianto dai suoi soldati che, afflitti e disorientati, si dispersero al servizio di questo o di quel principe.
Il trono di Napoli fu quindi nelle mani della consanguinea Giovanna II.10
Era il 6 agosto del 1414 quando Sforza accusò quest’altro colpo, dopo che era riuscito così abilmente a mettersi al soldo di chi poco innanzi aveva odiato tutti i Capitani di ventura. A Sforza, intesa la morte di Ladislao, non restò che raggiungere Napoli con pochi cavalieri, lasciando il cognato Micheletto da Cotignola al governo delle sue genti. E quella fu la sua fortuna perché, giunto nella capitale partenopea, trovò che il popolo, lo stesso giorno della morte del Re, avesse gridato il nome di Giovanna II per Regina.11
Ne approfittò il Papa che, ad ottobre, spedì a Roma Jacopo, il cardinale degli Isolani di S.Eustachio, per recuperare i suoi stati, a cominciare da Monte Fiascone e Viterbo, permettendo ai romani di risollevarsi, respingendo Sforza e gli altri capitani rimasti fedeli ai Napoletani. Il loro avanzare risultò infatti nullo e il cardinale si riprese Castel Sant’Angelo il 19 ottobre ripristinando il governo della Chiesa su Roma, città che acclamò il Papa, il quale, il 1 novembre, porté serenamente portarsi ad aprire i lavori di Costanza.
A Sforza non restò che tornare a Napoli per trattare la sua condotta da Giovann II detta la Nova, con la quale subito entrò in amicizia, spesso scherzando e prendendola un po’ in giro, e per questo facendo ingelosire i suoi amanti, a cominciare da Pandolfo. Sebbene avesse 40 anni, Sforza, di bella e robusta statura, era pur sempre pieno di quella grazia militare da far drizzare sul trono qualsiasi sovrana. Al chè Pandolfo, ex coppiere elevato al rango di Gran Camerlengo del Regno, prima che Attendolo passasse dal fare la corte alla pratica, ammonì la Regina, sostenendo che quelle lusinghe fossero fasulle e che Sforza altri non era che un seguace di Re Luigi d’Angiò giunto a Napoli per radunare gente d’arme del partito del fu padre ed occupare la capitale.
A questo punto partì l’imboscata e Sforza fu fatto prigioniero nella Torre di Beverella, dove già stavano rinchiusi Orso e Paolo Orsini, scampati alla decapitazione sotto Ladislao.13
Le sue disavventure quindi ricominciarono per aver fatto gli occhi dolci della Regina. Da qui il pretesto della prigionia.14
In realtà Giovanna era innamorata di Pandolfello, in origine suo scalco, col quale si intratteneva in segrete e sconvenevoli dimestichezze, dopo averlo favorito al grado di Gran Camerario, l’amministratore delle rendite del Regno, cioè di Gran Siniscalco.15
L’ex scalco, con smoderata autorità, accecato dalla gelosia, aveva però evitato di far uccidere il più valido condottiero del Regno, studiando di frenare i suoi istinti tenendolo lontano per quattro mesi.16
Pandolfo d’Alopo, con la sua audacia, aveva Giovanna in pugno e, con la sua bellezza, era riuscito a sedurla al punto che regnò sotto le nom de Jeanne, almeno fino a quando non si era presentato il rivale: c’était Muzio Attendolo, surnommé Sforza, le plus valeureux des Condottieri. Il suo vigore e la sua arte marziale avevano fatto una viva impressione nel cuore della Regina e Paldolfo sarebbe stato certamente sostituito, se non avesse usato l’arte della menzogna.17
E così Sforza si ritrovò in quello stesso luogo buio dove erano stati lasciati a perire Orso e Paolo Ursini, sebbene fosse grande il timore che i loro parenti potessero coalizzarsi e, nel liberarli, creare un gran tumulto.18
In realtà non pare che Attendolo Sforza fosse giunto a Napoli da amante della Regina, quanto per raffermare la condotta avuta da Ladislao. Perciò la sua cattura diede gran dispiacere agli anziani esponenti del partito dei Durazziani, che si lamentarono con la Regina per aver fatto imprigionare un così valente capitano per aver dato ascolto alla sola campana del Conte Pandolfo.19
I più accaniti erano gli ex consiglieri Giovanni Caracciolo Conte di Girace, Perotto Conte di Troia, Francesco Zurlo, Baordo Pappacoda, Raimondo Origlia.
I Durazziani lo fecero per interesse non solo della Corona ma dell’intero Regno, che anderebbe a sangue e a fuoco se le genti d’arme di Paolo si fossero unite a quelle di Sforza per liberare i loro capitani. Ma la Regina rassicurò gli Anziani che non aveva amanti e che era pronta a sposarsi per stabilizzare il trono, essendo pronta ad incontrare i Principi pretendenti già a Natale, ricevendo gli ambasciatori di Francia e Spagna, anzi, tutti quelli che dall’Inghilterra fino a Cipro, le avessero fatto la proposta di maritaggio più vantaggiosa.20
E così, Giovanna II, mentre il giudice-perito esaminava il caso di Sforza, accettò il consiglio di trovar marito per avere prole, essendo l’ultima rimasta della stirpe.21
La Regina decise finalmente per l’attempato coetaneo Giacomo della Marca (1370-1438), o meglio Jacques II di Bourbon, III Comte de La Marche del sangue reale di Francia, in modo da calmare anche gli eredi del defunto Luigi II Duca d’Angiò che vantavano il titolo dell’investitura regia del Regno ottenuto dal Papa.22
Ma Pandolfo non perse le speranze, anzi, tentò il tutto per tutto e ne parlò finanche con Sforza, asserendo che era stata Giovanna a costringerlo ad imprigionarlo su istigazione dei Saggi detti Magni, cioè degli Anziani, che lo avevano accusato di essere tornato a Napoli per sposare la Regina. Questa tesi bastò al vile per colpire al cuore una persona semplice come Attendolo, offrendogli la mano della sorella.
Disse Pandolfello a Sforza: – Sa Iddio quanto abbia deplorato che la Regina, istigata dai maledici invidiosi della tua gloria, t’abbia tacciato in questo luogo, punizione ai rei di stato: ammiratore della tua valentia in arme, mi è venuto fatto, dopo molte parole ed opere, di vincere i tuoi nemici, di renderti la Regina giusta e propizia, e di non pur liberarti, ma procacciarti la dignità di Gran Contestabile del Regno; confessione della tua innocenza, e maggior tua gloria. Ma la Regina, che cotanto ti esalta, brama che tu prenda per moglie Caterina mia sorella.23
Fatto è che l’arresto di Sforza è contemporaneo alle lamentele del Consiglio dei Saggi, andati da Giovanna per dirle che lo dovesse arrestare oppure liberare e, contemporaneamente, che si dovesse sposare. E altro fatto è che a Sforza qualcuno dovette pur convincerlo a sposare la sorella di Pandolfo e non sarebbe del tutto da accantonare la tesi che fosse stato fatto prigioniero proprio per volere dei Saggi che già avevano predisposto un matrimonio riparatore con un francese per evitare ulteriori invasioni angioine, ma creando i presupposti di un allontanamento definitivo degli Aragonesi.
Ciò sarebbe accaduto solo per una cattiva interpretazione data al primo cronista, esagerando i successivi storici aragonesi sugli amori di Giovanna, in modo da creare la cattiva fama della Regina che aveva rifiutato il loro Re di partito aragonese, Alfonso il Magnanimo….

Dettagli

EAN

9788872970133

ISBN

887297013X

Pagine

96

Autore

Autori Vari

Editore

ABE Napoli

Recensioni

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    Arturo Bascetta

    Il ritorno a Napoli per cacciare gli Aragonesi e favorire gli Angioini

    Prima di tornare dalla sua donna a Sessa, Sforza restò con loro a Gaeta per 22 giorni in perfetta e segreta amicizia col Gran Siniscalco, col quale aveva stretto un patto: doveva tenersi pronto ad accorrere al fianco di chi lo avesse chiamato per primo, cioè di Giovanna oppure di Alfonso, ottenendo in cambio la conferma del possesso dei feudi di Manfredonia.
    Per cui Regina e Alfonso trattarono la pace anche con Braccio che si concluderà col nulla osta papale quando Braccio e Sforza rinnoveranno l’antica amicizia tra La Preda e Presenzano (nel Bosco di Saccomanni) e Braccio tornerà a Città di Castello, dove prese Orsa ed altre cittadelle.
    Giovanna, presa dall’amarezza verso Alfonso, si era spostata a Pozzuoli non vedendo l’ora di tornare a Napoli, dove la peste era cessata, ma fu inseguita e raggiunta dall’Aragonese che tentò in tutti i modi di dipanare ogni sospetto; fatto che invece lo accentuò. E quando Alfonso andò ad Aversa, ella si recò via terra a Napoli facendo tappa nel Castello di Capuana, anzichè a Castel Nuovo, dimostrandogli di voler restare divisa.
    Muratori racconta che quell’estate Sforza andò a trovare Braccio per porre fine agli scontri direttamente nel suo campo, rinnovando la vecchia amicizia interrotta, in due ore in cui Braccio gli rivelò le trame fatte col Conte Niccolò Orsino e con Tartaglia a suo danno. Perciò si era deciso a farlo graziare da Giovanna a patto che cedesse Acerra. Ciò fatto Braccio se ne tornò a Perugia a riprendersi Città di Castello e Sforza attese la richiamata della Regina e di Sergianni. Anche perchè, dopo gli incontri preliminari di Gaeta, ogni giorno che trascorreva aumentavano i dissidi fra Re e Regina, giungendo a dichiararsi che Sforza sarebbe stato utilizzato come difensore del Regno, accorendo indistintamente qualora fosse servito al Re oppure se lo chiamasse la Regina, prendendo le armi in favore del primo che lo avesse chiamato. Dopo questo patto Sforza e i suoi andarono a trascorrere l’inverno a Villafranca, presso Benevento, e poi nella città di Troia.
    Ad ottobre Giovanna continuò ad essere la sola Regina di Sicilia, pur avendo riperso numerosi territori del Regno.
    — Iohanna secunda dei gratia Hungarie, Iherusalem et Sicilie, Dalmacie, Croacie, Rame, Servie, Gralicie, Lodomerie, Comanie Bulgarieque Regina, Provintie et Forcalquerii ac Pedimontis comitissa.
    A maggio del 1423 Braccio andò per suo conto a porre campo all’Aquila e prenderla, mentre a Napoli, alla Regina e al Gran Siniscalco, osannati dal popolo, cominciarono a venire a noia i Catalani.
    — Viva la Regina Giovanna! Durazzo, Durazzo!
    I bandi pubblici si menavano a nome di Giovanna senza alcuna menzione di Alfonso, il quale decise di sana pianta di insignorirsi del tutto, cominciando a togliersi dai piedi quel Gran Siniscalco che aveva in custodia tutte le cose della Regina. Del resto, tornato buona parte del Regno dalla parte di Alfonso, grazie a Braccio, pensò di continuare ad usare violenza verso la Regina. Alfonso si finse infatti ammalato in quel di Castelnuovo e stette tre giorni senza andare più a corte, cioè nel Palazzo Capuana della Regina, la quale lo credette infermo e mandò il Gran Siniscalco a fargli visita. Ma questi fu trattenuto con la forza, benchè vi andasse armato di salvo condotto, il 22 maggio 1423, quando fu incarcerato con l’accusa di essere il maggior istigatore di Giovanna.
    Spinto dall’avido desiderio e montato a cavallo, Alfonso si precipitò verso Capuana, ma i familiari del Gran Siniscalco, non vedendolo tornare a casa, accorsero allarmati dalla Regina, anch’ella in sofferenza per l’inutile attesa. Giovanna capì quindi il gioco e fece in tempo a far serrare le porte del maniero prima che fosse giunto il Re, comandando che in nessun modo gli si dovesse aprire la porta che va nella Terra.
    Dice de Sariis che Alfonso ne fu subito avvisato e, conoscendo l’instabilità di costei, e l’ambizione del Gran Siniscalco, venne subito a Napoli, alloggiando a Castelnuovo, venendo a conoscenza che quell’alterazione di mente della Regina era per suggestione del Gran Siniscalco e fu pronto a farlo incarcerare il 22 di maggio, prima di cavalcare per andare a trovare la Regina che, saputo del fatto e costernata, gli fece chiudere in faccia le porte.
    Crivelli sostiene che riconosciuto il Gran Siniscalco Sergianni quale istigatore, il 27 maggio 1423, Alfonso lo fece incarcerare raggiungendo la Regina a Capuana per scusarsi o per fare anch’ella prigioniera. Al chè ella si rinchiuse dentro e quando Alfonso fu sul ponte levatoio chiedendo che gli si fosse aperto, fu arretrato per le briglie del cavallo da un soldato della Regina che fece rialzare il ponte, facendolo tornare molto irato verso Castel Nuovo.
    La Regina comandò infatti a Sannuto da Capua, capitano del castello, uomo robusto e di grande animo, di serrare anche l’altra porta, quella che va di fuori, ma non ebbe tempo di farlo così presto che vi trovò il Re, il quale, era giunto per la via di Formello, fuori dalle mura, col cavallo che aveva posto le zampe anteriori già sul ponte. Sannuto prese allora il cavallo per le briglie e lo spinse indietro e fece alzare il ponte incurante della presenza del sovrano. Così il Re fu costretto a voltarsi ma, senza spostarsi di lì, mandò a chiamare gente d’arme con le bombarde per assediare il castello di Capuana.
    Ecco perchè la Regina, mentore del suo patto con Sergianni, mandò due messi per chiedere aiuto a Sforza che svernava fuori Napoli, a Mirabello.
    Sforza, ricevuta la lettera mentre alloggiava al Convento presso Mirabello, senza indugio, cavalcò dì e notte e mai si riposò finché non fu a Napoli. Ma anche il Re, in virtù del medesimo patto, gli mandò incontro la richiesta di aiuto, ma lui rispose di non poterlo fare, stando ai capitoli sottoscritti, avendo ricevuto prima la richiesta di aiuto della Regina e pertanto lo invitava a togliere l’assedio.
    Giovanna si decise quindi a richiamare Sforza, sicura che per l’amicizia antica venisse a liberarla, così come le consigliarono i fedelissimi. Sforza ne fu in verità dispiaciuto, consigliando a questo punto di adottare Luigi al posto di Alfonso o di prendere egli stesso Regno e Regina in suo arbitrio. Perciò, adunati i veterani, partì da Benevento verso Napoli, scontrandosi con l’armata catalana di Bernardo Centiglia, ma fu arretrato verso Castelnuovo.
    Giunse intanto il mercoledì, era il 26 maggio, e a Capuana avvenne il fatto d’arme eclatante che durò sei ore. Sforza, chiamate a raccolta le sue milizie, non potendosi spostare dal cantone di Casanova, appresso il Formello, mandò alcune squadre alle sue spalle e, senza allentare la battaglia, face buttare giù le mura degli ortali di quella Casa. In tal modo, date le spalle ai Catalani, che vennero a trovarsi nel mezzo, si diedero alla fuga verso la porta della Terra. Inseguiti dagli Sforzeschi furono presero tutti, fra cui 26 baroni e gentiluomini e 600 cavalli grossi costretti ad indietreggiare dalla Terra fino a Castelnuovo, dove furono privati dei propri bene e delle case: un bottino di migliaia di ducati…

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Editorial Review

 L’elevazione al grado di Gran Contestabile del Regno Partenopeo

 

 

Di Costanzo, il primo storico a scrivere rileggendo l’Umile (pare anche l’unico cronista che si rifà a questo autore che avrebbe trascritto le vicende di cui si sono persi gli originali), è tutto teso ad imbastire quasi un romanzo d’amore intorno ai facili costumi di Giovanna e della sua corte. E così Pandolfo diventa Pandolfello, Caterina è chiamata Catarinella e le viene attribuito il cognome di Alopa, che appare invece un nomignolo [La Lupa, in gergo sta per chi è insaziabile di sesso], che per i successivi storici diventa cognome anche per Pandolfo, di cui non si ha invece notizia negli atti precedenti.
E allora diciamo che a Pandolfello gli toccò il cuore e annunciò a Sforza di liberarlo, ricevedone promessa di gratitudine perenne e un pensierino per la mano della sorella Catarinella Alopa, che gli sottopose per tenerlo lontano dall’animo della Regina.
Paldolfo tornò quindi da Giovanna e le disse che era necessario liberare il Capitano; avutone l’assenso si precipitò da Sforza sostenendo che la Regina, per la tranquillità degli animi, voleva che sposasse subito la sorella per non andare vagabondo ricevendone in dote l’ufficio di Gran Contestabile e 8.000 ducati al mese per le sue genti. Davvero una gran premura...
Il perfido riuscì quindi nell’intento, quasi che la sorella fosse stata figlia della Regina, ignaro dell’odio che continuava a suscitare fra i nobili, parendo loro cosa indegna che un semplice scudiero, così come lo chiamavano, disponesse senza vergogna della volontà di Giovanna.25
Questo passo del Di Costanzo sancisce il dubbio che a far arrestare Sforza fossero stati i Magni, essendo quello di Napoli, una specie di governo monarchico-costituzionale degli Anziani, nato come Regno Partenopeo sotto il precedente Ladislao, nominato Re per volere del Consiglio dei Grandi a prescindere dai papi che lo legittimavo o scominicavano rispetto al titolo ereditario di Re di Puglia.
Ad ogni modo, pur leggendo che Sforza fu liberato per le falsità del vile cortigiano, va accettata la storiella che si alzò dal sedile di pietra e, rotto il silenzio dal tintinnio delle catene, mostrò la sua gioia rivolgendosi con affetto all’acquisito cognato.
E disse: - Quant’io ti sappia grado dell’aver messo in luce la mia innocenza dimostrerotti con l’opere.26
Si celebrarono quindi le nozze in gran pompa e Caterina portò a Sforza ben cinque feudi in dote. In realtà Pandolfello fu ricompensato con la promessa di amore eterno dalla sua Regina, non mancando di suscitare l’invidia della Corte che la vedeva troppo diversa dai predecessori, brontolando che fosse uscita di senno per il giovane scudiero. Da qui la presa di posizione dei Saggi di sposare presto il francese.27
Né era vano il timore che Pandolfello e Sforza avrebbero soggiogato anche Giacomo, promesso sposo ufficiale della sovrana, pronto a partire da Venezia per sbarcare a Manfredonia quella stessa estate.
Anzi, ai vecchi sostenitori durazziani dei defunti sovrani Carlo e Ladislao parve proprio che i due volessero impadronirsi del Regno, intrattenendo spesso la Regina e invitandola perfino a non ribassarsi nell’andare incontro all’uomo da sposare.
Non erano passati che tre giorni da quando Sforza era stato liberato e investito del titolo di Gran Contestabile.28
Tocco quindi a lui, guidato da Araldo, andare all’incontro del nuovo marito della Regina. E fu poi l’Araldo, precedendo i compagni a fermare il francese per fare largo al Gran Contestabile, il quale s’inchinò e, senza scendere da cavallo, salutò Giacomo da Conte e non da Re.
Disse lui: - Illustrissimo Conte, la Regina vostra moglie si rallegra della venuta vostra, e vi aspetta con gran desiderio.
Il futuro Re fece mal viso e non rispose altro se non due parole.
E con viso arcigno disse: - Come sta la Regina?
Tutti, notato che Sforza fosse già mal visto, si trassero da parte, rimettendosi in carreggiata.
Ma giunti alla residenza del Castello delle Terre Beneventane fu il castellano Giulio Cesare ad aprire il varco a Giacomo, mentre baroni e cavalieri natii del Regno, e dovettero fare la fila per baciargli la mano e salutarlo come Re.
Quando toccò a Sforza di entrare, il castellano Giulio Cesare gli andò incontro davanti alla scala.29
Giulio Cesare disse a Sforza: - Tu, nato in un castello di Romagna, non devi tentare di togliere a Giacomo, con tue parole, la dignità di Re, datagli dai baroni napoletani.
E Sforza: - Dimostrerotti con questa spada, che, quantunque nato in Romagna, debbo essere onorato siccome nobile e Gran Contestabile del Regno, e che sono punitore di chi non osserva l’accordo con la Regina firmato con Giacomo a Conte.30
Con quelle parole sull’essere un uomo fedele più di lui, Sforza offese Giulio in casa sua e, posta mano alla spada, i due furono pronti per duellare. Crearono un così gran tumulto che fece accorrere Ciccolino da Perugia ed altri per dividerli.
Sbucato il Conte di Troia dalla camera dov’era il Re, disse a Sforza che lui, da Gran Siniscalco, poteva punire ogni insulto che si fa in Casa Reale e non in casa d’altri e perciò, avendo oltraggiato entrambi l’onore della Casa regnante, fece rinchiudere Giulio in una camera e Sforza in un’altra.
Quella sera Giulio venne liberato, mentre Sforza, senza rispetto, fu calato in una fossa e fatto nuovamente prigioniero. Della cosa, quella stessa notte, fu avvisata la Regina, la quale, il mattino dopo, mandati a chiamare con urgenza gli Eletti di Napoli, annunciò loro l’arrivo del marito per il giorno seguente e pertanto dovevano organizzarsi per riceverlo come un sovrano. Ma i consiglieri altro non poterono, in così breve tempo, che fare un baldacchino di panno d’oro eleggendo quelli che dovevano portarlo.31
Collenuccio sostiene che Sforza, alla presenza di Re Giacomo, sotto specie di volergli al fine di pace spartire inventata da Giulio Cesare, come deliberato con gli altri, fu fatto prigioniero e tutta la sua compagnia che a Benevento alloggiava fu posta al sacco e, giunti a Napoli, ebbe subito per tradimento Castel nuovo, mentre Pandolfello veniva ucciso, e Sforza torturato.32
Il Muratori dice che Sforza, Francesco e altri parenti al seguito furono incarcerati poco prima dell’arrivo di Jacopo a Napoli che avverrà il 10 agosto del 1415.33
Per mettere a tacere il vocìo dei baroni e l’amarezza del promesso sposo, Giovanna era stata costretta a deliberare di far riconoscere Giacomo come sovrano dai Saggi del Regno. Per cui, ricevuti i magistrati, li invitò a salutarlo come Re appena lo avessero incontrato.34
Dopo un giorno consumato in balli e musiche, seguì la cena e il Re giacque colla Regina.35
In realtà, quella stessa sera, ricorda de Sariis, la Regina Giovanna investì Re Giacomo del Principato di Taranto per suo appannaggio, e gli donò l’entrate di diverse Città e Terre.36
Al termine della serata, nobildonne e cavalieri, tornarono il dì seguente, come consuetudine, per continuare le danze, che solitamente duravano diversi giorni, al suono degli strumenti musicali allora in uso.
Alcuni scorsero sul volto dei regnanti non proprio la gioia, bensì altri pensieri, mentre Sforza sopraggiungeva a Napoli in catene, passando dalle segrete del Castello di Morrone, presso Benevento, a quelle partenopee, proprio quando a corte si faceva gran festa. Per la sua indisponenza, ma forse per un doppogioco della Regina (solo a lui gli disse di non salutare Giacomo come Re in modo da farlo sembrare un ribelle da arrestare nuovamente), fu rinchiuso nella Torre Beverella, da dove pochi giorni prima ne era uscito. Il giorno anche Pandolfo conobbe l’umiliazione del carcere. Recluso a Castel dell’Ovo, fu torturato per cavargli vere o false confessioni che il Re volesse sentire, specie quelle di voler amare la sua promessa sposa ufficiale, che l’avrebbero condotto alla morte dopo atroci tormenti.37
Meserai dice invece che a far sposare Giacomo con Giovanna fossero stati proprio Muzio Sforza e Pandolfo Alopo, suoi amici. Ma è poco attendibile perché commette degli errori macroscopici, sostenendo perfino che Giovanna si maritasse in premieres noces, quando sappiamo che fossero entrambi vedovi.38
Tagliata da Re Giacomo la testa a Pandolfo, il Re fece tormentare Sforza. E lo avrebbe fatto morire se il suo ottimo soldato e cognato Michelino Ravignano non si fosse mosso da Tricarico per Napoli con tutto il paese in arme e con la moglie Margherita Sforza, eseguendo il rapimento dei quattro gentiluomini napoletani mandati a Tricarico come ambasciatori regi, quindi con salvacondotto per trattare accordi col fratello Micheletto da Cotignola.
Ma Micheletto minacciava di impiccarli se non gli fosse stato restituito il fratello. Se la videro brutta specie Messer Antonello Polderigo di Messer Matteo, e il Rosso Gaetano, ma il Re accettò la proposta di Micheletto, Lorenzo e Margarita con promessa giurata e Sforza fu salvato.39
Brantome scrisse che questa Regina stava tutti i giorni ad innamorarsi di qualcuno, perciò il Re era stato raggirato, così come si pigliano le volpi.40
In effetti, ben presto, Giacomo acquisì la triste certezza che le confidenze che gli avevano fatto non erano altro che calunnie (era stata la Regina a dire che Pandolfo ancora la infastidiva e ad ordinare a Sforza di salutare il sovrano semplicemente come Conte proprio per creare il movente dell’arresto). Pertanto, divenendo sospettoso della Regina e dei suoi favoriti, il Re la tenne rinchiusa e guardata a vista da un fidato cavaliere francese, il più severo, che la seguirà giorno e notte, come un’ombra.41
Giacomo allontanò la Regina, senza farle maneggiare più nulla, ed in alcune camere quasi relegata la teneva, non ammettendola molte volte nèanche agli atti matrimoniali, e con repulse e villane parole da se lontana la teneva.
Un verso profetico aleggiava per il reame: - Ultima Durazzi fiet destructio regni! 42
In effetti Giovanna non stimava gli uomini se non per il vigore del corpo.43
L’ombra che ogni suo favore fosse dettato dall’amore veleggiò verso tutti gli uomini che l’attorniarono finiti poi beffeggiati dal popolo. Da qui il canto popolare seguito poi alla morte del Gran Contestabile Sergianni, creduto anch’egli un amante: Muorto è lou purpo e sta sotto la preta: muorto è ser Janni, figlio de poeta.44

Il 26 agosto 1417, mentre Braccio teneva Roma contro la Regina Giovanna, ella, capovolgendo le carte, aveva fatto prigioniero Re Giacomo. Parruccio aggiunge che Sforza da Cotignola era rimasto uno dei tanti caporali che aveva al suo servizio che riusciranno a cacciare Braccio (e Tartaglia) da Roma, ben insediatosi a dominare la città dalla Camera di San Pietro, costringendolo a rifugiarsi nella fedele Narni.45
Il 20 maggio 1419 Sforza era ormai un Gran Capitano con 3000 cavalleggeri mandato dalla Regina a Roma al servizio di Papa Martino, mentre Braccio elesse dieci ciptadini da Spoliti a rappresentare la città in quel di Perugia. Il 5 giugno Sforza pose campo a Toscanella con 5mila cavalleggeri e 2mila pedoni per assaltare le mura e prendere il suo nemico Tartaglia, mentre Braccio era a quattro miglia al di là del Tevere, dicendosi di volersi dare battaglia fra l’11 e il 15 di giugno. Il 17 dicembre 1419 fu dato bando in Spoleto che il gran capitano Sforza era diventato Gonfaloniere della Chiesa sotto Papa Bonifacio.46
Il 1422 si aprì all’insegna della pace. A quel tempo Giovanna II aveva adottato per erede Alfonso d’Aragona per non essere molestata, visto che il figlio di Re Luigi II d’Angiò, cioè Luigi III, non tornava con i successi sperati. Lo stesso Papa era costretto a subire le minacce da Alfonso, pronto a rimettere in sella l’antipapa Benedetto XIII, Pietro di Luna.
Appena iniziato l’anno, il giovane Alfonso rispose facendo istanza al Papa per riceve ugualmente l’investitura del Regno di Napoli e procedere all’annessione, adducendo di essere stato adottato da Giovanna. Ma il pontefice, asserendo di non poter fare questo torto a Luigi, al quale competeva il titolo, non tardò a negargliela.
Re Alfonso minacciò quindi di presentare il suo antipapa al concilio di Pavia, che però, furbescamente, Martino V rinviò (anche a causa della peste). Alfonso aveva tutti contro: il Papa, la Regina, Sergianni e Sforza.
A marzo il Papa trattò quindi un accordo e, secondo i Giornali Napoletani, fece rifare proposta ai due Re nemici (Alfonso e Luigi) da due diversi cardinali spediti ad entrambi. Luigi avrebbe ceduto i castelli di Aversa e Castellammare nuovamente nelle mani dei cardinali per essere poi consegnati alla Regina, con l’ordine di tornarsene verso Roma, essendo ormai rimasto senza soldi.
Ad aprile Alfonso andò a Sorrento e Massa scendendo a patti perchè gli si sottomettessero a lui quei feudi, e non alla Regina, la quale restò sempre più dispiaciuta di questo suo figliolo adottivo che faceva il padrone, facendo temere il posto anche a Sergianni che, nell’accrescere d’autorità Alfonso, vedeva sminuire la sua figura. Da qui l’idea di far tornare Sforza, facendolo chiamare direttamente da Alfonso e da Braccio.
Sforza, voltate le spalle alla Regina, era rimasto Gonfalonere della Chiesa al servizio del Papa, ma gli cominciò a mancare il danaro, divenendo sempre più feroce. Su commissione del Papa aveva anche arrestato e accusato Tartaglia, fermo in Aversa. Qui lo processò e, strappatagli una confessione, gli fece tagliare la testa in pubblico. La fortuna gli venne però nuovamente incontro. L’occasione di presentò nella primavera del 1422, quando Napoli fu colpita dalla peste e Alfonso e Giovanna si ritirarono a Castellammare, da dove, non potendo essere accolte due corti reali, presero insieme la strada di Gaeta.
E’ qui che Sforza venne ad inchinarsi ad Alfonso e fu accolto con grande umanità, al punto che ne restò colpito e ne fece parola con i baroni della parte angioina, portandoli al suo cospetto.
Fra di essi ve n’erano molti che avevano offeso la Regina e il Gran Siniscalco Sergianni, anima e spirito della sovrana; per cui, quando giurarono fedeltà ad Alfonso, Giovanna ne restò alquanto stupita, oltre che dispiaciutissima. Al chè si imbarcò per accompagnare Sergianni a Procida, per poi sbarcare a Pozzuoli e far ritorno a Napoli.
Questo perché Sforza, temendo la vendetta di Sergianni, aveva giurato fedeltà direttamente ad Alfonso. Sergianni era infatti imprevedibile e, in quanto sospettoso che l’Aragonese stesse per usurpare la Corona alla Regina prima della sua morte, l’aveva convinta di un paventato inganno. Le aveva fatto credere che Alfonso la volesse trarre prigioniera in Catalogna per prendersi tutta l’Italia, in quanto si comportava non come un Re succedituro, ma da Re in istato dando più dignità ai gentiluomini Aragonesi che ai Napoletani.