46. Ricchi e Poveri di Avellino. (3^ parte) Tutti i cognomi dei commercianti, gli impiegati, gli studenti del Convitto… isbn 9788872976890

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RICCHI E POVERI DI AVELLINO CITTA’
IL TUO REGALO DI NATALE
Finalmente arrivano gli Avellinesi del 1800, per nome e cognome, lavoro compreso, fra Tribunali, Trattorie e Alberghi, con tutti gli ex studenti dell’epoca del Convitto.
indice
presentazione d’autore di Gianni Race †
premessa storiografica
DAL BORGO AL LARGO DEI TRIBUNALI
LA FUTURA PIAZZA DELLA LIBERTA’
capitolo primo
ACQUE E CUNICOLI DA MONTEVERGINE,
IL PATIBOLO DI SIGISMONDO HUGO E MAZAS
capitolo secondo
DALLA COLLINA DI «TERRA DI CAMPANA»
AL REGIO TEATRO DI RE FERDINANDO
capitolo terzo
I LIBERALI DEL LICEO «COLLETTA»
NEI MOTI DEL 1848 E NELLA RIVOLTA DEL 1860
capitolo quarto
GIORNALI E POLITICA LOCALE
NEL REGNO D’ITALIA DOPO IL 1861
capitolo quinto
SBOCCIANO MESTIERI, ARTI, PROFESSIONI
E CLASSE IMPIEGATIZIA DI FINE SECOLO
capitolo sesto
SPUNTANO TRATTORIE E HOTEL
PER DOTTORI, FARMACISTI E INGEGNERI
capitolo settimo
DA FESTA, FARINA E FORCA
A MODA, MILITARI E BETTOLE
appendice documentaria
LA MARCHESA DE CARDONA A BELLIZZI
E I CARACCIOLO CON I «MAGNIFICI» NOBILI
Aufiero – Ricciardi – Mirabello – Balzerano di Sarno
Verso la fine del 1880, più che di botteghe vere e proprie, assistiamo alla nascita diretta di trattorie, osterie e bettole.
Una volta pronta, la pasta veniva asciugata davanti ai portoni, ma anche sui davanzali delle case cosicché, come oggi si spandono i panni – per dirla alla Valagara – ieri si spandevano le tagliatelle sulle canne appese alle finestre.
La buonissima pasta fatta in casa prendeva soprattutto la strada della città e quella che restava era smerciata a Napoli e a Salerno nei giorni di festa. La maggior parte della pasta di cui abbiamo notizia si produceva ad Avellino in quanto era destinata a Piazza Della Libertà: alla cucina dell’Hotel Centrale di Galasso e al ristorante Della Sirena di Domenico Cristiano. Più di una erano le trattorie frequentate anche dai forestieri come Giardini d’Inverno di Domenico Nevola a via Clausura e quelle di Generoso Tino e Generoso Cucciniello in via Beneventana. La lista continua con Stanislao Festa in via Luigi Amabile, Antonio Carulli in via della Sapienza, Giuseppe Coppola a piazza Garibaldi, Nicola Cerulli al Corso. Per finire con la Trattoria del Genio in via Trinità e il ristorante Del Barone di Generoso Rosapane in via Costantinopoli, ma tante erano le massaie che appendevano alle canne le tagliatelle o appoggiavano i vassoi con gli gnocchi appena lavorati a quattro dita per lasciarli asciugare al sole…
Nella realtà Avellino aveva continuato a essere una città laboriosa solo dal punto di vista intellettuale dopo la nascita del Real Collegio nel 1831, divenuto poi Liceo Colletta, dove si insegnavano le lingue e la letteratura, togliendo alunni allo stesso Seminario Diocesano. Non bisognava per forza diventare preti, insomma, per studiare. E così gli insegnanti Angelo Antonio Minichiello, Francesco Saverio Iandoli, Antonio Salomone, l’arciprete Bianco, Raffaele Masi, Michele Farina, Michele Palumbo, Tommaso De Stefano, Sabino Belli, Vincenzo Laudonia, Agnello Cocchia e Modestino Ottaviano crearono le basi ai futuri politici. Gli stessi professori del Seminario presero poi a insegnare ai ragazzi del Collegio, come Enrico Capozzi, Serafino Soldi, Nicola Abate, Carlo Donatelli, Nicola Amilcare Imbimbo divenuti poi quasi tutti avvocati.
La notizia dell’apertura della scuola reale fu data alla Provincia il 10 ottobre del 1831 dalla Commissione Provinciale costituita dall’arcidiacono Francesco Saverio Jepparelli, dal dottor Fiorentino Zigarelli e dal canonico Antonio Preziosi; l’inaugurazione, per orazione pronunziata dal sacerdote di Fontanarosa, Tommaso De Rosa, avvenne il 1° dicembre tra professori e intellettuali famosi giunti in città a celebrare lo storico evento.
Primo rettore del Collegio ne fu proprio, per dieci anni, don Tommaso De Rosa Piscitelli. Ne presero poi il comando Dulcetti e Imparati fino al 1853, quando l’istituto sarà affidato ai Padri delle Scuole Pie o Scolopi, direzione che esercitata da veri e propri padri-padrone. In successione, furono tra gli altri rettori del Liceo: Luigi Caputi, Carlo David di Ospedaletto, Antonio Noja, Giuseppe Lumello, Luigi Palmieri, Luciano Loparco, Martino Giannattasio, Federico Villani, Sebastinao Maturi, Vincenzo Cannaviello, Nicola Valdimiro Testa, Vittorio Bettei, Ferdinando Sasso, Gio: Battista Griseri, Teodoro Bosio, Francesco Giovannini, Emilio Sauté. Il Real Collegio divenne una scuola importantissima specie sotto la guida del prestigioso professor Basilio Puoti, appositamente giunto da Napoli su richiesta dei rettori del Collegio che, dal 1857, sarebbe stato elevato a Liceo con un numero maggiore di alunni e di cattedre, fino a diventare nel 1861 Real Liceo Ginnasiale e Convitto Nazionale col decreto di Vittorio Emanuele che toglierà definitivamente la direzione amministrativa dei Licei agli ordini religiosi.
La prima ventata i ricostruzione del Regno del 1848 non interruppe quel ciclo, ma solo 225 furono gli avellinesi che sottoscrissero il documento di fedeltà a Ferdinando II, alcuni anche mezzi liberali. Il nuovo intendente Paolo Emilio Imbriani seppe mantenere l’ordine ricordando i moti liberali del 1821, nonostante il vescovo della città Maniscalco si fosse recato a Caserta a rendere omaggio al Borbone.
Imbriani, intendente costituzionalista, si dimise poco dopo più di un mese di protesta per entrare a far parte del nuovo e breve governo del 3 aprile quale ministro della Pubblica Istruzione; ma anche qui durò poco, dimettendosi il 5 maggio per essersi opposto alla linea conservatrice. Poté comunque soddisfare il suo orgoglio di deputato, conducendo un’accanita opposizione antigovernativa, fino allo scioglimento della Camera nel marzo del 1849, quando, ricercato dalla polizia borbonica, s’imbarcò clandestinamente su di una nave francese verso Genova.
Il volgere degli eventi aveva ribaltato la situazione e i sospetti, le denunce e i processi presero il sopravvento con l’avvento del nuovo intendente Mirabelli che si era mostrato assai devoto al re. E repressione fu; proprio in quel carcere che i Francesi avevano abbandonato, il bagno di Montefusco, che anziché funzionare da deterrente finì col diventare cassa di risonanza dell’ideale liberale ivi messo a dura prova con detenuti ammalati, uccisi o morti per colera, come ben tramanda il Duca Castromediano riferendoci sulle giornate trascorse in cella con i fratelli Palermo, Nicola Nisco, Michele Pironti, Pasquale Staglianò e tanti gli altri giovani patrioti. Tutte notizie che giungevano nelle segrete stanze delle ville di De Concilij e di Capozzi.
Molti altri patrioti ebbe a quei tempi Avellino, fra i quali Sebastiano Preziosi, Nicola Imbimbo, Francesco Gallo e Gabriele Damiani, già tutti presenti alla proclamazione della costituzione il 2 luglio 1820, prima della partenza della marcia carbonara su Napoli. Col ritorno del Borbone non vi fu famiglia carbonara a non essere colpita per cospirazione a seguito della persecuzione del presidente della Corte Criminale Vittiglia e del procuratore generale Codagnone.
Coloro che avevano osato ribellarsi assaporarono la fame e la sete, sballottati qua e là dal carcere di Procida a quello di Montefusco, per i fatti del ’20 come per quelli del ’48. L’idea di buttare giù un memoriale venne a pochi. Vi sono gli scritti di Nicola Palermo, giovane calabrese, che abbozzò un libello verso la fine della prigionia, già nel carcere di Montesarchio, pubblicato col titolo I carcerati di Montefusco, dopo gli articoli su La Nazione di Firenze, ristampati a Reggio Calabria e riuniti nel volumetto Raffinamento della tirannide borbonica, ossia i carcerati di Montefusco, poco avvertito per la eccessiva fretta che piglia tutti i giornalisti, essendogli riconosciuta la dote di dotto e la facoltà di corrispondere segretamente con la moglie e, come ricorda amaramente il Duca Castromediano, perfino con amici inglesi, i quali, non solo il confortavano di nobili affetti e d’incoraggiamenti, ma pensarono fino a sottrarlo dalla empia dimora. Un po’ d’accortenza, un po’ d’onesta malizia ed anche un po’ di danaro, opportunamente fatto scivolare in mani opportune, gli procurarono delle agevolazioni che a noi mai furono concesse.
Più che prigionieri politici dei Borboni, insomma, i patrioti davvero erano nelle mani di pochi uomini della polizia, corrotti e inquinati. Essi poterono gestire sugli esuli tutto il loro strapotere, a beffa di chi aveva creduto nella Rivoluzione, e dei Sovrani che, fino all’ultimo, mai si sognarono di dare un tono a quella guerra, considerandola fatta di sparute sommosse e lasciando al buon senso-non senso dei signorotti di turno il loro destino. Motivo per il quale, finanche con il brigantaggio, quegli uomini di valore, da colonnelli del Regno che erano, saranno considerati dei capibanda, poi sbandati, alla pari di vecchi delinquenti e di briganti, ritrovandosi al fianco di assoldati e rivoltosi, i quali, più che in Francischiello, credevano solo nelle “merenghe” d’oro.
Anche Antonio Garcea fu vittima illustre delle carceri di Procida e Montefusco, ma delle sue memorie, pubblicate o meno, non si ha nessuna traccia.
E’ grazie soprattutto al Duca Sigismondo Castromediano, dunque, autore di diversi scritti, se oggi possiamo conoscere la vita menata durante la prigionia. Il Duca, scrivendo coi capelli bianchi, fu il testimone meno “inquinato” di ricordi futili e per questo è da considerarsi un po’ lo storico dei loro dolori. Immaginiamolo seduto nel cantuccio di una cella oscura, con la voglia di raccontare al mondo la sua disavventura, la rabbia che ancora lo spingeva per andare avanti. Non una penna, non un foglio, non il benché minimo appiglio. Solo la forza del pensiero, nonostante la fame, la sete: Segnare appunti nelle carceri riusciva impossibile e pericoloso, attesa la vigilanza instancabile ed oppressiva degli aguzzini, delle spie e della polizia, la quale, colle sue incessanti e feroci perquisizioni, non ci lasciava un momento in pace.
A partire dal 2 febbraio del 1848 il Duca si era fatto trasportare dalle facili promesse del sovrano in cui ormai tutta la sua Lecce credeva. I discorsi con gli amici non parlavano d’altro che delle mutazioni per le velleità liberali di Pio IX, le tribolanze siciliane e calabresi e per il vento di rinnovamento che spirava fin nei piccoli centri del Regno pronti a sventolare il tricolore. Non mancarono episodi inimmaginabili. La gente, presa dall’euforia, si diede alla pazza gioia più assurda.

Description

PRESENTAZIONE D’AUTORE

DI GIANNI RACE

Osservarlo e ascoltarlo, già la prima volta, fu un tutt’uno e conseguenza del fatto rivelatorio. Un fluire incandescente di pensieri, sillabe, frasi e parole il manifestarsi del logos; come immaginavo avvenisse sotto i portici dell’Accademia di Atene, tra allievi frenetici e solenni cattedratici maestri. Come avveniva per le frequentazioni nel foro, da parte d’indomabili giureconsulti o di stupefacenti curiosi, arrivando ad rostra, estasiati davanti ad epigoni di un Cicerone o di un Ortensio e anche di Antonio Oratore. Fiammeggiare di perifrasi e splendore di metafore, con metonimie d’anguille viscide, similitudini lunghe come di treni, carichi di alabastri.
Il divenire dei metri sui piedi della poesia, mutata in musica da miti viventi di arpe d’avorio o tube celestiali: scrivere per ogni artista della penna d’oca o di computer è un disco verde verso infiniti azzurri, spalancati da occhi viperini. La dolcezza di una chitarra, in mano a Garcia Lorca, un calendario sfogliato da Leopardi. Per Arturo Bascetta è dare ascolto alla voce di dentro, alla tarantola che gli rode le visceri. Un ineludibile comandamento dello spirito. Non so dove gli derivi, ma certamente Arturo ha la scorza dello storico. Presumo ambiziosamente la vocazione l’abbia colto, in qualche stellata pausa serale del suo soggiorno nei campi Flegrei, dove Virgilio è di casa, ma anche Omero è un fantasma di sogni ellenici. A sentire Croce, però, lo storico locale non ha bisogno d’ispirazione, nè di modelli. E’. Come Iddio e come la Musa Clio. Arturo dell’amore per i suoi paesi di montagne innevate o aspre rocce, di monconi e moncherini d’alberi, di capre lanose e di lupi accesi nel buio profondo delle notti ululanti, ne ha fatto una religione.
Incanta con le sue argomentazioni, Arturo. Non solo bravo giornalista, testardo nel servire la sua devozione di pennaiolo che butta sudore e stenti per realizzarsi, ma anche storico e scrittore brillante.
Non era nato a fare lo storico, vi dirà. Invece, sa di spacciare bugie. Egli è uno storico, da mandare in brodo di giuggiole anche il più asettico lettore, il meno influenzabile editore. Storico locale, urliamolo con Croce. Cioè vero storico. Gli altri ci guarderanno e ci commiseranno? Non lo credo. Perché il grande Frodoto incominciò con i logoi, che recitava, tutto compito e partecipe, ad Atene, finì con il diventare il massimo degli storici, insieme a Tucidide. Quest’ultimo più scrittore o narratore, meno storico/geografo/militare come l’autore delle lunghe battaglie di popoli di Ellade e di Asia, e dell’invasione persiana. Io, qualcosa, vorrei dirla per contrastare Arturo; “che ce lo troviamo dappertutto?” Per quanto riguarda però l’età moderna, ad andare a spulciare registri e documenti, Arturo Bascetta è capace di strabiliare, è veramente un folletto imprendibile.

Gianni Race †
Umanista e Storico della Campania

Recensioni

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Editorial Review

LE PARTI DI CUI SI COMPONE L'OPERA

Finalmente arrivano gli Avellinesi del 1800, per nome e cognome, lavoro compreso, fra Tribunali, Trattorie e Alberghi, con tutti gli ex studenti dell'epoca del Convitto.
indice
presentazione d’autore di Gianni Race †
premessa storiografica
DAL BORGO AL LARGO DEI TRIBUNALI
LA FUTURA PIAZZA DELLA LIBERTA’
capitolo primo
ACQUE E CUNICOLI DA MONTEVERGINE,
IL PATIBOLO DI SIGISMONDO HUGO E MAZAS
capitolo secondo
DALLA COLLINA DI «TERRA DI CAMPANA»
AL REGIO TEATRO DI RE FERDINANDO
capitolo terzo
I LIBERALI DEL LICEO «COLLETTA»
NEI MOTI DEL 1848 E NELLA RIVOLTA DEL 1860
capitolo quarto
GIORNALI E POLITICA LOCALE
NEL REGNO D’ITALIA DOPO IL 1861
capitolo quinto
SBOCCIANO MESTIERI, ARTI, PROFESSIONI
E CLASSE IMPIEGATIZIA DI FINE SECOLO
capitolo sesto
SPUNTANO TRATTORIE E HOTEL
PER DOTTORI, FARMACISTI E INGEGNERI
capitolo settimo
DA FESTA, FARINA E FORCA
A MODA, MILITARI E BETTOLE
appendice documentaria
LA MARCHESA DE CARDONA A BELLIZZI
E I CARACCIOLO CON I «MAGNIFICI» NOBILI
Aufiero - Ricciardi - Mirabello - Balzerano di Sarno
Verso la fine del 1880, più che di botteghe vere e proprie, assistiamo alla nascita diretta di trattorie, osterie e bettole.
Una volta pronta, la pasta veniva asciugata davanti ai portoni, ma anche sui davanzali delle case cosicché, come oggi si spandono i panni - per dirla alla Valagara - ieri si spandevano le tagliatelle sulle canne appese alle finestre.
La buonissima pasta fatta in casa prendeva soprattutto la strada della città e quella che restava era smerciata a Napoli e a Salerno nei giorni di festa. La maggior parte della pasta di cui abbiamo notizia si produceva ad Avellino in quanto era destinata a Piazza Della Libertà: alla cucina dell’Hotel Centrale di Galasso e al ristorante Della Sirena di Domenico Cristiano. Più di una erano le trattorie frequentate anche dai forestieri come Giardini d’Inverno di Domenico Nevola a via Clausura e quelle di Generoso Tino e Generoso Cucciniello in via Beneventana. La lista continua con Stanislao Festa in via Luigi Amabile, Antonio Carulli in via della Sapienza, Giuseppe Coppola a piazza Garibaldi, Nicola Cerulli al Corso. Per finire con la Trattoria del Genio in via Trinità e il ristorante Del Barone di Generoso Rosapane in via Costantinopoli, ma tante erano le massaie che appendevano alle canne le tagliatelle o appoggiavano i vassoi con gli gnocchi appena lavorati a quattro dita per lasciarli asciugare al sole...
Nella realtà Avellino aveva continuato a essere una città laboriosa solo dal punto di vista intellettuale dopo la nascita del Real Collegio nel 1831, divenuto poi Liceo Colletta, dove si insegnavano le lingue e la letteratura, togliendo alunni allo stesso Seminario Diocesano. Non bisognava per forza diventare preti, insomma, per studiare. E così gli insegnanti Angelo Antonio Minichiello, Francesco Saverio Iandoli, Antonio Salomone, l’arciprete Bianco, Raffaele Masi, Michele Farina, Michele Palumbo, Tommaso De Stefano, Sabino Belli, Vincenzo Laudonia, Agnello Cocchia e Modestino Ottaviano crearono le basi ai futuri politici. Gli stessi professori del Seminario presero poi a insegnare ai ragazzi del Collegio, come Enrico Capozzi, Serafino Soldi, Nicola Abate, Carlo Donatelli, Nicola Amilcare Imbimbo divenuti poi quasi tutti avvocati.
La notizia dell'apertura della scuola reale fu data alla Provincia il 10 ottobre del 1831 dalla Commissione Provinciale costituita dall'arcidiacono Francesco Saverio Jepparelli, dal dottor Fiorentino Zigarelli e dal canonico Antonio Preziosi; l'inaugurazione, per orazione pronunziata dal sacerdote di Fontanarosa, Tommaso De Rosa, avvenne il 1° dicembre tra professori e intellettuali famosi giunti in città a celebrare lo storico evento.
Primo rettore del Collegio ne fu proprio, per dieci anni, don Tommaso De Rosa Piscitelli. Ne presero poi il comando Dulcetti e Imparati fino al 1853, quando l'istituto sarà affidato ai Padri delle Scuole Pie o Scolopi, direzione che esercitata da veri e propri padri-padrone. In successione, furono tra gli altri rettori del Liceo: Luigi Caputi, Carlo David di Ospedaletto, Antonio Noja, Giuseppe Lumello, Luigi Palmieri, Luciano Loparco, Martino Giannattasio, Federico Villani, Sebastinao Maturi, Vincenzo Cannaviello, Nicola Valdimiro Testa, Vittorio Bettei, Ferdinando Sasso, Gio: Battista Griseri, Teodoro Bosio, Francesco Giovannini, Emilio Sauté. Il Real Collegio divenne una scuola importantissima specie sotto la guida del prestigioso professor Basilio Puoti, appositamente giunto da Napoli su richiesta dei rettori del Collegio che, dal 1857, sarebbe stato elevato a Liceo con un numero maggiore di alunni e di cattedre, fino a diventare nel 1861 Real Liceo Ginnasiale e Convitto Nazionale col decreto di Vittorio Emanuele che toglierà definitivamente la direzione amministrativa dei Licei agli ordini religiosi.
La prima ventata i ricostruzione del Regno del 1848 non interruppe quel ciclo, ma solo 225 furono gli avellinesi che sottoscrissero il documento di fedeltà a Ferdinando II, alcuni anche mezzi liberali. Il nuovo intendente Paolo Emilio Imbriani seppe mantenere l’ordine ricordando i moti liberali del 1821, nonostante il vescovo della città Maniscalco si fosse recato a Caserta a rendere omaggio al Borbone.
Imbriani, intendente costituzionalista, si dimise poco dopo più di un mese di protesta per entrare a far parte del nuovo e breve governo del 3 aprile quale ministro della Pubblica Istruzione; ma anche qui durò poco, dimettendosi il 5 maggio per essersi opposto alla linea conservatrice. Poté comunque soddisfare il suo orgoglio di deputato, conducendo un'accanita opposizione antigovernativa, fino allo scioglimento della Camera nel marzo del 1849, quando, ricercato dalla polizia borbonica, s'imbarcò clandestinamente su di una nave francese verso Genova.
Il volgere degli eventi aveva ribaltato la situazione e i sospetti, le denunce e i processi presero il sopravvento con l’avvento del nuovo intendente Mirabelli che si era mostrato assai devoto al re. E repressione fu; proprio in quel carcere che i Francesi avevano abbandonato, il bagno di Montefusco, che anziché funzionare da deterrente finì col diventare cassa di risonanza dell’ideale liberale ivi messo a dura prova con detenuti ammalati, uccisi o morti per colera, come ben tramanda il Duca Castromediano riferendoci sulle giornate trascorse in cella con i fratelli Palermo, Nicola Nisco, Michele Pironti, Pasquale Staglianò e tanti gli altri giovani patrioti. Tutte notizie che giungevano nelle segrete stanze delle ville di De Concilij e di Capozzi.
Molti altri patrioti ebbe a quei tempi Avellino, fra i quali Sebastiano Preziosi, Nicola Imbimbo, Francesco Gallo e Gabriele Damiani, già tutti presenti alla proclamazione della costituzione il 2 luglio 1820, prima della partenza della marcia carbonara su Napoli. Col ritorno del Borbone non vi fu famiglia carbonara a non essere colpita per cospirazione a seguito della persecuzione del presidente della Corte Criminale Vittiglia e del procuratore generale Codagnone.
Coloro che avevano osato ribellarsi assaporarono la fame e la sete, sballottati qua e là dal carcere di Procida a quello di Montefusco, per i fatti del ’20 come per quelli del ’48. L’idea di buttare giù un memoriale venne a pochi. Vi sono gli scritti di Nicola Palermo, giovane calabrese, che abbozzò un libello verso la fine della prigionia, già nel carcere di Montesarchio, pubblicato col titolo I carcerati di Montefusco, dopo gli articoli su La Nazione di Firenze, ristampati a Reggio Calabria e riuniti nel volumetto Raffinamento della tirannide borbonica, ossia i carcerati di Montefusco, poco avvertito per la eccessiva fretta che piglia tutti i giornalisti, essendogli riconosciuta la dote di dotto e la facoltà di corrispondere segretamente con la moglie e, come ricorda amaramente il Duca Castromediano, perfino con amici inglesi, i quali, non solo il confortavano di nobili affetti e d’incoraggiamenti, ma pensarono fino a sottrarlo dalla empia dimora. Un po’ d’accortenza, un po’ d’onesta malizia ed anche un po’ di danaro, opportunamente fatto scivolare in mani opportune, gli procurarono delle agevolazioni che a noi mai furono concesse.
Più che prigionieri politici dei Borboni, insomma, i patrioti davvero erano nelle mani di pochi uomini della polizia, corrotti e inquinati. Essi poterono gestire sugli esuli tutto il loro strapotere, a beffa di chi aveva creduto nella Rivoluzione, e dei Sovrani che, fino all’ultimo, mai si sognarono di dare un tono a quella guerra, considerandola fatta di sparute sommosse e lasciando al buon senso-non senso dei signorotti di turno il loro destino. Motivo per il quale, finanche con il brigantaggio, quegli uomini di valore, da colonnelli del Regno che erano, saranno considerati dei capibanda, poi sbandati, alla pari di vecchi delinquenti e di briganti, ritrovandosi al fianco di assoldati e rivoltosi, i quali, più che in Francischiello, credevano solo nelle “merenghe” d’oro.
Anche Antonio Garcea fu vittima illustre delle carceri di Procida e Montefusco, ma delle sue memorie, pubblicate o meno, non si ha nessuna traccia.
E’ grazie soprattutto al Duca Sigismondo Castromediano, dunque, autore di diversi scritti, se oggi possiamo conoscere la vita menata durante la prigionia. Il Duca, scrivendo coi capelli bianchi, fu il testimone meno “inquinato” di ricordi futili e per questo è da considerarsi un po’ lo storico dei loro dolori. Immaginiamolo seduto nel cantuccio di una cella oscura, con la voglia di raccontare al mondo la sua disavventura, la rabbia che ancora lo spingeva per andare avanti. Non una penna, non un foglio, non il benché minimo appiglio. Solo la forza del pensiero, nonostante la fame, la sete: Segnare appunti nelle carceri riusciva impossibile e pericoloso, attesa la vigilanza instancabile ed oppressiva degli aguzzini, delle spie e della polizia, la quale, colle sue incessanti e feroci perquisizioni, non ci lasciava un momento in pace.
A partire dal 2 febbraio del 1848 il Duca si era fatto trasportare dalle facili promesse del sovrano in cui ormai tutta la sua Lecce credeva. I discorsi con gli amici non parlavano d’altro che delle mutazioni per le velleità liberali di Pio IX, le tribolanze siciliane e calabresi e per il vento di rinnovamento che spirava fin nei piccoli centri del Regno pronti a sventolare il tricolore. Non mancarono episodi inimmaginabili. La gente, presa dall’euforia, si diede alla pazza gioia più assurda.