Memorandum Beneventano. IL RISORGIMENTO IN PRINCIPATO ULTRA ( 1859 – 1861 )

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L’ADDIO DI BENEVENTO ALLO STATO DELLA CHIESA

Diverse le storie esaminate, molti i fatti ricordati. Arturo Bascetta, in particolare in quest’opera storica più che nelle sue tante altre, vive fino in fondo, come pochi altri, taluni dei problemi più ardui della storia, prima fra tutti il rapporto tra storia locale e storia nazionale, tra storia particolare e storia generale, rifuggendo con onestà intellettuale e spirito libero dalla generalizzazione di fatti storici particolari che sono unici e irripetibili, come i tanti fatti, eventi ed episodi descritti con acume e perizia in questo suo libro a cui auguro una grande diffusione tra i giovani che, non per loro colpa, sanno pochissimo, se non proprio nulla, dei paesi dove sono nati e vivono. Lacuna che sarà certamente eliminata da questo lavoro che rappresenta un nuovo rapporto tra fatti, eventi, istituzioni, in cui però la nostalgia del passato non comporta il disperdersi della realtà, delle tradizioni molteplici nel tempo; non si fa promotrice di una nuova azione e di nuovi ideali possibili. A questo si associa la disciplina storica, che di quegli ideali e di quei principi si rende garante, senza cedimenti di sorta alle metamorfosi di revisionismo che accompagnano le forme deviate e devianti, spurie, del pensiero storico che a me piace chiamare pensiero critico. E tale è anche per Bascetta che con Omodeo è del parere che “la vera grandezza umana si afferma in discrimine rerum, nella possibilità di perdere e di trionfare, di fallire e di riuscire”.
E’ il motivo alla base di queste pagine. Al centro dell’attenzione del Nostro, come detto innanzi, resta Avellino, a cui Bascetta è molto legato e di cui a me sembra addirittura innamorato per il suo scovare documenti, diari, racconti autobiografici e nomi che riguardano questa blasonata e antica città dei Due Principati, della quale molti cittadini sono stati autori di cose nobili e non, di fatti eroici e di intraprese in una con intrighi, false testimonianze, tutte cose che, nel complesso, le fanno onore.
L’Autore in questa sua opera, come in tante altre ricostruzioni storiche, sa bene che il “processo compiuto”, tetelèsmonon, sfugge per principio alla diretta conoscenza del soggetto umano per il quale è possibile solo una “conoscenza congetturale”, dòkos. Del resto il primo frammento di Ecateo, il famoso storico di Mileto, recita: “Scrivo quanto segue conformamente alla mia ricostruzione congetturale della verità”. E Bascetta, come il primo celebre storico antico, può dire che non pretende di aver conosciuto direttamente la “verità”, ma semplicemente di averla ricostruita, a partire dai dati da lui pazientemente e sagacemente raccolti.
E’, questo, un ulteriore merito dell’Autore di un succoso libro, il quale, con la sua fecondità e creatività, rifiuta la storia semplicistica che si ferma alla superficie degli avvenimenti, una storia che fa dipendere tutto da un solo fattore, che si basa su analisi troppo eclettiche e che si smarrisce nella molteplicità delle circostanze: la narrazione sistematica che non distingue tra motivi e cause. Il Nostro ha una concezione profonda e diversa della storia, che spezza la crosta dell’interpretazione critica povera e sclerotica, quella che è stata giustamente definita pseudo-storia.
Bascetta, seguendo Marc Bloch, “di fronte all’immensa e confusa realtà”, fa la propria scelta basandosi non sull’arbitrio, bensì nell’analisi scientifica del documento che gli consente la ricostruzione e la spiegazione del passato. Esamina, analizza, scruta fatti ed eventi, ciascun individuo, noto o ignoto, che svolge la sua parte nella vicenda storica, anche con ipotesi e congetture, ma soprattutto con un lavoro delicato e appassionato, che, in sintesi, è il suo pregio maggiore.

Prof. A.Cillo † Critico letterario

Description

STOP ALLA PROVINCIA ECCLESIASTICA DEL VATICANO

1. Gli antefatti liberali e la scintilla del cospiratore
— Settari del Principato su Benevento: i Morante di Apice
— Don Isernia, il cospiratore garibaldino dei Dragoni
2. La congiura di Corte contro il Re conservatore
— Un nuovo Sovrano sul trono, ma niente Costituzione
— Franceschiello regge col Governo retrò, lo Zio trama
3. I Movimenti insurrezionali di Salvatore Rampone
— Il Regolamento del Comitato Centrale di Napoli
— Le istruzioni al Comitato Unitario di Benevento
note prefazione

Capitolo 1 / Il Re costretto a concedere la Costituzione
L’amnistia di Franceschiello
— Morante e Rampone tramano nel Caffè Alberti
— Le sarte collaborano e diventano spie liberali
— Le sezioni del Comitato insurrezionale di Benevento
— Garibaldi in Sicilia, Zio Luigi dice sì al patto francese
— Melisci di Apice sparge voce che la Costituzione è fatta
— Stisi disse che il capoluogo si sarebbe rivoltato il 4 giugno
— Zullo: solo Avellino proclamava la Costituzione? Falso!
— Il Governo impone Statuto e amnistia, poi firma il Re
— Il tradimento dello Zio? Un colpo di stato democratico
— Pena condonata per reati politici: fuori Melisci e Zullo
— Gli amici del Re fomentano le reazioni spontanee
— L’ex Intendente Mirabelli e l’idea del Governo reazionario
— Ardolino, la spia borbonica inviata sul Calore
note capitolo i

Capitolo 2 /Liberali antiborbonici nei Comitati insurrezionali
Garibaldi da Direttore a Dittatore
— Garibaldi si nomina Direttore del Movimento “Ordine”
— Il Comitato dell’Ordine di Napoli dà le direttive
— Un passaporto per andare dal Principato a Benevento
— I due Comitati di Avellino cacciano 460 militi: è Governo provvisorio
— I mazziniani di Rampone prendono la Rocca dei Rettori
note capitolo ii
Capitolo 3 / /Il colpo di stato di Cavour anticipa tutti
Prima delle sette di Mazzini e Garibaldi
— Un Governo provvisorio a Napoli prima del Dittatore
— LL., GG. e BB.: tre covouriani per stoppare il Generale
— Garibaldi s’allea con i repubblicani di Mazzini
— Due Movimenti diversi contro il Re: Ordine e Azione
— Francesco II è per l’alleanza, Cavour finge di accettare
— Ammiragli e Governo tradiscono, lo Zio del Re è per un altro Golpe
— Garibaldi alle porte, anche l’altro Zio sta con Cavour
— I Napoletani imprecano il Re a combattere a cavallo
note capitolo iii

Capitolo 4 /Fallimenti e successi del Comitato irpino
Resiste Ariano, cade Benevento
— Il crollo dell’autorità della Chiesa sulla città papalina
— I discutibili Governo provvisori: Ariano teme
— I cavouriani avellinesi nella trappola delle spie borboniche
— Fuori i ministri traditori, il Re attende Flores in Irpinia
— Il Comitato vuole prendere Ariano senza gli arianesi: l’eccidio
— 5 settembre: il Re lascia, ma fa insorgere il Principato
— L’esercito di Flores in ritardo, la Corte parte per Gaeta
note capitolo iv

Capitolo 5 / I Volontari frenano l’avanzata sul Calore
Pavidità o mossa segreta?
— L’atto regio provoca la reazione irpina del 6
— A Montemiletto la rivolta ordita dalle spie nazionali
— Il 5, 6 e 7 settembre i Cacciatori restano sul Calore
— Il Maggiore mise tenta per impedire il passo a Flores?
— Ariano massacrata, ma De Marco non lascia il campo
note capitolo v

Capitolo 6 /L’imbroglio della nuova Provincia di Benevento
Rinasce un falso Sannio con paesi irpini
— Rampone privilegia un Consiglio beneventano fazioso
— Nel disegno della nuova Provincia c’è il Distretto di Ariano
— Il 7 insorge Bonito, l’8 tocca a Torre e Morcone
— Garibaldi sfila a Napoli, Turr ad Avellino con Rampone
— Turr esce da Avellino, indi De Marco cattura Flores
— Il Dittatore esclude i repubblicani da Benevento
— Stato d’assedio su Ariano: 90 fra arrestati e fucilati
— Ai ferri tutti i reazionari, Mirabelli viene ricercato
— I mazziniani beneventani si ribellano: sono pro Rampone
— Manette ai capisezione di Benevento armati di fucili
— Arrestati Morante e gli altri veri e primi patrioti liberali
— Benevento è delusa: rimpiange perfino Franceschiello
— I 32 della fanfara di Apice al massacro di Boiano
— Il prodittatore ridisegna la nuova Provincia Sannitica
— Avellino protesta per lo strappo di 29 paesi irpini
— I deputati locali insorgono, ma il Parlamento approva
— Il decreto ufficiale include Cervinara ed esclude Airola
— Caduta la difesa di Capua, l’ex Re si rifugia a Roma
— La leva obbligatoria: una scintilla per il brigantaggio
— Il fallimento di Imbriani ostacolato da De Sanctis
— Le colpe della matrigna del Re schierata per Luigi
note capitolo vi

Appendice

1861
i. L’immorale brigantessa graziata da Garibaldi per moralità
ii. Francesco II invia da Roma il Luogotenente De Crescenzo
iii. Il Comitato di Portici manda graduati a comandare bande
iv. La rivolta del Principato soffocata dagli Ussari e dal colera
v. I militari sciolgono le fila, restano gli sbandati
note 1861

1862
i. Rilasciato il Caporale: 15 di Caruso fucilati a Montecalvo
ii. Stanislao Babaro, il falegname che mancò la rivolta
iii. Il capitano di Grottaminarda cerca la banda che agita Bonito
iv. I compari del Calore fra i 143 fuggiaschi beneventani
note 1862

1863
i. L’ex Colonnello di Crocco, vessazioni di un criminale
ii. Il rilascio del Caporale e la fucilazione di Sturzo
iii. I tradimenti provocano l’ira di Caruso e Schiavone
iv. Lo stupro della Belmonte nella massaria Carbone
v. La banda si nasconde da Fisichella a Ponterotto di Venticano
vi. I malandrini in fuga fra Cubante, Detraro, Venticano e Bonito
vii. Ad ottobre l’ultima apparizione a Recupo
note 1863

fonti, bibliografia, giornali, riviste, internet

Presentazione

I moti del 1848 sono stati definiti “l’inizio delle rivoluzioni”, perché misero in questione le strutture monarchiche in tutta l’Europa. Per quanto riguarda l’Italia il fenomeno più rilevante è dato dall’inizio concreto del Risorgimento. In particolare delle idee repubblicane di Giuseppe Mazzini, delle imprese dell’eroe dei due Mondi, Giuseppe Garibaldi e dalla concretezza di Camillo Benso Conte di Cavour.
In questo splendido saggio storico, non si trova nessuna maledizione nei confronti di Garibaldi o di Cavour, come farebbero pensare i titoli, Golpe di Cavour e Mannaggia a Garibaldi!, ma vi è al contrario una visione critica, severa, senza sconti sulle origini del Risorgimento nazionale e sul processo, non sempre lineare, improntato a giustizia e privo di esecrandi fatti di sangue, che portò all’unificazione politica e statale dell’Italia. Arturo Bascetta, con la sua consolidata capacità di ricerca di documenti, diari, testimonianze le più svariate, racconti popolari, sentenze di tribunali, decisioni amministrative, confessioni e quant’altro, ci dà un quadro storico chiaro, preciso, circostanziato della fase risorgimentale della provincia di Avellino, da cui si distaccò buona parte della nascente provincia di Benevento, dal 1848 al 1863-64, e dei rapporti stretti di queste con la Napoli di Franceschiello prima e, dopo, con l’autorità di Garibaldi e della Casa Sabauda.
Dinanzi ai nostri occhi passano piccoli e grandi fatti della stragrande maggioranza dei Comuni dell’ex Principato Ultra, documentati e accurati dalla certosina ricerca da topo di biblioteca che è la più grande virtù dell’Autore. Testimonianze storiche, in verità, spesso trascurate dalla Storia con la “S” maiuscola, le quali hanno un valore inestimabile per tutti coloro a cui sta a cuore conoscere i fatti delle proprie contrade, dei propri villaggi e paesi, dei propri eroi, dei propri briganti, delle imprese dei propri compaesani e delle loro azioni, eroiche o meschine che fossero, che hanno contribuito all’unità d’Italia.
Non è una storia minore, come certi astratti e pseudo-storici vanno farfugliando, ma è di fatti storici della provincia di Avellino che si parla, congiunti ai grandi avvenimenti dell’unità d’Italia, pensieri e correnti che sono alla base dell’Europa moderna.
Il punto di vista del Nostro, via via che approfondisce i problemi storici, politici, sociali e culturali dell’Ottocento, il loro peso e significato, dimostra l’erroneità delle valutazioni e dei giudizi correnti che sul Risorgimento e sulle sue origini oscillano di solito tra la tesi dell’unità d’Italia come risultato della politica delle grandi potenze europee e l’altra dell’Italia “che fa da sé”, che porta a compimento la sua unificazione politica e statale attraverso un processo autonomo, spesso in contrasto con le finalità di tali grandi potenze in opposizione alla stessa unità della Penisola. Certo la dottrina mazziniana e il “primato” italiano giobertiano sono idee che si determinano entro la comune coscienza europea che mai fu così vivace ed alacre come nel periodo compreso tra il 1814 ed il 1848. Dopo le guerre napoleoniche, infatti, le vie nazionali si sentono ravvicinate proprio dal momento in cui Napoleone aveva costretto tutti a guardare all’Europa. Certo l’orientamento europeo non esclude affatto i sentimenti nazionali. Anzi tali sentimenti sono possibili in quanto il senso della nazionalità è diventato ormai una forza irriducibile. In questa visione della storia ogni patria rappresenta un ideale universale, un momento eterno dell’umanità. Bascetta, in verità, pone alla base dell’unità d’Italia un forte dubbio critico.
Il Mezzogiorno era intriso di contraddizioni. Una parte del popolo era fortemente fedele ai Borbone, la più avanzata e progressista della quale sperava nella permanenza della dinastia, se avesse concesso la Costituzione. Vi era poi un’altra parte che era favorevole alla sua permanenza perché formata da forze reazionarie e brigantesche. Una situazione complessa, in cui sono presenti forze conservatrici, se non proprio reazionarie, liberali e democratiche. Convivono accanto, a stretto contatto di gomito, motivi di impronta medioevale legati alla vecchia e ormai anacronistica feudalità e idee nate dalla Rivoluzione francese. Un quadro dunque ambiguo, in cui si ha uno scambio frequente di idee che alimentano la polemica tra gli ultras e i liberali. La particolare posizione dell’Italia, in lotta per la libertà e l’indipendenza, impone una linea culturale e politica capace di mediare tra gli estremi, di comporre opposizioni e contrasti ereditati da un passato di divisioni in Stati e statini. Era giustamente il tempo del “primato” giobertiano, secondo cui “conservazione e progresso sono due motivi inseparabili”.
Ebbene in questo filone storico si inserisce il cambiamento straordinario apportato nella storia del Risorgimento di Arturo Bascetta che eleva a soggetti storici concreti una provincia, il Principato Ultra, due città, Avellino e Benevento, nello sfondo di un Mezzogiorno contadino, dove invidie, agonismi, egoismi, “inciuci”, false testimonianze, trame, insurrezioni, tradimenti, angherie, soprusi, stupri sono le armi preferite sia dai seguaci dei Borbone che dai liberali antiborbonici. Bascetta in questo suo saggio storico mostra una visione ampia della realtà che si svolge dinanzi ai nostri occhi come trionfo del pragmatismo, in fatti ed in processi rappresentati in modo nudo e crudo, senza orpelli o giustificazione di sorta. Mette in evidenza il cavallo di Troia all’interno del mondo liberale, che spesso lo spinge verso direzioni non progressiste ma retrive. Vi sono episodi travolgenti e splendidi nella loro ferocia come quello della brigantessa Donna Matilde Rossi, che io ritengo, parafrasando Guido Gozzano, “un fiore sbocciato nel deserto”.
Il tutto, in sintesi, dimostra la ferma convinzione dell’Autore secondo cui il lavoro dello storico agisce sul suo stesso oggetto, l’agire degli uomini. Egli nella storiografia vede, come affermava Benedetto Croce, “la liberazione della storia” dal peso degli eventi che sembrano incombere sulle coscienze degli uomini e dei popoli che aspirano ad una catarsi, ad una nuova alba dopo la buia notte.

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Editorial Review

 

Premessa

 

Il 10 febbraio del 1848, Re Ferdinando II di Borbone, aveva concesso la Costituzione ai sudditi del Regno delle Due Sicilie.
Ad Avellino, e nella sua provincia di Principato Ultra, non erano mancate sommosse, scaturite un po’ ovunque, che avevano costretto il Sovrano a ritirare lo Statuto, soffocando i Moti con grande spargimento di sangue e raffiche di arresti. Ma i comuni dell’Avellinese non restarono immuni alla ventata di rinnovamento e di protesta degli ultimi anni del Regno delle Due Sicilie, ai tempi del Re Bomba, quello che aveva smorzato nel sangue i moti liberali del 1848. Da Avellino capoluogo, sede del Palazzo di Governo dell’Intendente prefettizio della provincia, dipendeva la sottoprefettura di Ariano con i relativi circondari, da quasi ottocento anni, compreso quello di Paduli che aveva termine ad Apice, dove s’interrompeva il Regno di Napoli, per lasciare il passo allo Stato di Benevento, un territorio “estero” soggetto al potere temporale del Papa di Roma, dove ci voleva il passaporto per entrare, circondato, com’era, da possenti mura lungo tutto il perimetro, in cui rientravano, oltre la Città, i soli due casali di Sant’Angelo a Cupolo e San Leucio. Anche a Benevento, parte integrante dello Stato della Chiesa insieme ai suoi casali dalla fine del Regno di Puglia, la nobiltà locale aveva fallito, alzando inutilmente la voce contro il Papa, nel tentativo di unificare la città a Napoli, con la sfortunata rivolta di Salvatore Sabariani.
I piccoli reati politici, commessi nel Principato negli ultimi anni del Regno delle Due Sicilie, oggi appaiono banali. Rappresentano invece il focolaio delle sommosse insurrezionali dei nuovi Moti nazionali contro il Re, sebbene molto presente nella vita di Provincia.
In uno degli ultimi compleanni della Regina Maria Teresa Isabella, il 31 luglio 1850, Re Bomba aveva inaugurato l’Orto Agrario di Avellino e, nel 1853, festeggiato l’invenzione del telegrafo elettromagnetico col discorso scientifico di Giovanni Pirro, famoso avvocato di Montefusco. Paradossalmente saranno proprio le scuole irpine a sfornare i liberali divenuti anche professori universitari, pronti a fomentare gli allievi.1
Piccoli assembramenti che mettevano solo in allarme la polizia borbonica. Sospetti giustificati poi dai fatti, in quanto, alcuni sobillatori ancora in erba, si riveleranno fra i più accesi fomentatori della “rivoluzione” che porterà alle capitolazioni di Avellino, Ariano e Benevento. Essi già rappresentano, sebbene in nuce, il consolidamento dei Comitati insurrezionali locali e quindi le preoccupazioni della monarchia borbonica erano fondate.
Un episodio avvenuto ad Apice anticipa in maniera inequivocabile la disfatta, del Principato Ultra e della città papalina, senza del quale non sarebbe stato possibile il colpo di stato ordito dai Piemontesi a Napoli. Un sovvertimento dell’ordine costituito che dovrà il suo successo, alimentato dall’avversione al dispotismo del vecchio Re Bomba e dalla debolezza del figlio Franceschiello, alla scaltrezza di pochi diplomatici che trovarono nella furbizia e nella fortuna due potenti alleati. Il Principato Ultra di Avellino, in particolare, visse l’ultimo decennio borbonico, caratterizzato dall’era del sospetto, che abbiamo riassunto negli episodi che costituiscono la presente premessa.