ISABELLE DES BAUX. Isabella degli Orsini di Venosa e dei Del Balzo di Andria: 3 parte LE PERIPEZIE DEL MARITO RE ESILIATO A TOURS

In offerta!

35,00 29,00


Copertina posteriore
Categoria:

Isabella lascia per sempre Napoli diretta in Francia e a Ferrara

Gli spagnoli del Ducato di Calabria, alla maniera del regno antico angioino, consideravano quindi che tutta la Puglia rientrasse nel territorio assegnato al Re Ferdinando di Spagna, perché già comprendente le province di Otranto e Bari.
In tal modo vi rientravano anche le restanti porzioni pugliesi delle province di Basilicata e Capitanata. Sempre perché i nomi antichi includevano molte altre Terre rispetto alla frammentazione delle nuove province (in effetti l’asse antico dell’ex Regno di Puglia era Baroli capitale con Salerno vicecapitale). Intanto Napoli, accettato il luogotenete generale francese Duca di Nemurs, mandò Luigi Palau in Capitanata per convincere i baroni a passare dalla parte del Re di Francia, ottenendone l’obbedienza senza impedimento spagnolo. Con la morte del barone Carillo di Cerviglione, la Valle restò nuovamente allo sbando, col Regno diviso a metà (due parti di più province ciasciuno) fra Francesi e Re Ferdinando Il Cattolico di Spagna, dal trattato segreto di Granada che concedeva l’esilio a Federico ed Isabella con giovane Duca Ferrante III in quel di Valenza.17
Idem dicasi per la morte del Duca Borgia di Gandia, perito sempre per mano del fratello Valentino, che non vide mai il sedile di Benevento.
Tutta la Valle ricadde in Provincia Principato Ultra et Capitanata, rientrando in una delle due parti, quelle divise fra Franesi e Spagnoli, che dichiararono fine al Regno aragonese. Nei primi atti notarili conosciuti, quelli che compaiono ad inizio del 1500, vedono Ariano unita ad Apice, e Benevento riunita ad Ariano, per poi dissolversi nuovamente tutti. I rogiti riferiscono spesso vicende di altri paesi della Baronia e del Calore, specie a firma del notaio Angelo Tartaro di Ariano.18
Il passaggio dei rogiti notarili dal notaio Francesco al figlio Angelo Tartaro di Ariano, era avvenuto definitivamente nel mese di agosto 1500, quando in un frammento rinvenuto fra le pagine si parla del morbo che ha colpito il vecchio notaio. Da qui la diversa mano che comincia a rogare, quella di Angelo fu Francesco (1497-1500), sebbene il giovane avesse iniziato la professione qualche mese prima, quando questa zona era ancora sotto Federico de Aragonia dei grazia rege anno secundo.19
Stando ai rogiti arianesi il passaggio dagli Aragonesi agli Spagnoli avvenne in forma lieve, anche perché Ariano proveniva da un passato decennale nello stato pontificio e se non da qualche anno la si voleva ricondurre nel Regno. Nel 1499 erano di certo si dicevano ancora ivi regnanti.
— Federico dei grazia rege Cicilie Hierusalem et Hungaria hanno vero cecilia regni anno quarto feliciter. Amen.20
Il notaio Tartaro si diverte ad ‘imbrattare’ i fogli bianchi con invocazioni dal sapore biblico in vista del Natale, come l’Abusio Seculi pauperum efficit sepurbum, dai richiami austeri ad essere più buoni verso i deboli.
Così: — Quia propter hortamus ut in hiis diebus abundantius elemosinas facient ad ecclesiam frequentius convenàtis confexionem peccato rum vestrorum purissime recepiatis, et non salum ab omni immundicia sede etiam ab uxori bus peccatis indignationem et blasfemiam seuperbiam atque… cum omni carnali delictione… a vobis repelatis et cum dies dominii nostri nativitatis advenerit salubriter ipsum celibrare passitis. Nam et corrumpi non… est quod palpatur et corrumpi non passit quod non palpatur.
Nella sostanza lo scritto esorta “affinché in questi giorni facciate più elemosine, veniate in chiesa più frequentemente, e confessiate completamente i vostri peccati, che vi asteniate con massimo impegno non solo da ogni impudicizia ma anche dai rapporti con le mogli; allontanate da voi l’odio al fratello e la rabbia e la blasfema superbia ed ogni piacere carnale, affinché, quando verrà il giorno natale del Signore Nostro, possiate celebrarlo degnamente.21
Siamo al 6 luglio del 1500 e l’intestazione illegibile pare ancora affermare la presenza di un Regnante Federico anno 5° se è riferito a Federico d’Aragona. L’ultimo documento arianese, al f.178, riferito a Re Federico sarebbe del 20 giugno 1501, perché il sovrano appare diverso il 2 luglio 1501.
— 7 anni di detto colendissimo Re, secunda mensis juli.22
Re che il 4 agosto 1501, alla 4 indizione vescovile si dice essere entrato in Napoli, quando si cita il diverso sovrano col titolo di felicissimo eccellentissimi regisi ingressus fuit Neapoli, ricevendo il giuramento di fedeltà dei baroni di Terre e Castra. Oppure anche 6 anni, stando ad un documento del 22 luglio 1501.
Così: — Die quarto mensis augusti, quarta indictionis.
Felicissimus exercitu christianissimi Regis Ingressus fuit Neapoli et omnes civitates et Terra et castra ad fidelitatem redduut et Sex annis dicti Cristianissimi Regis incipit die vicesimo secundo presentis mensi Julii presente anno.23
Nel die 2 agosto 1501, siamo al f.179, l’intestazione è riferita ad un sovrano al 4° anno di Regno, il 1° a Napoli. In questo caso è sicuramente Re Ludovico di Francia, perché è relativa al Regnante Xmo rege smi Lodovisio dey grazia francob roy ex Neapolitano rege et mediolanensi Dux regi ut vero Francia anno quarto huius vero anno primo feliciter, amen.24
Sfogliando gli atti notarili arianesi, idem al f.182 del 1501, l’intestazione è chiara.
— Anno die m.q. primo, dove si riptere il 4° anno di regi xmo rege m./ Lodovisi dej grazia Franchorum estensj ut mediolanensi Francia vero regno anno quarto.
Che si ripete il 5 ottobre 1501, al f.184.
— 1° vero anno regnante inthos regno Onha xmo rege Loysio rege franciosi et Camp-Rege essegriia Hispania regnos a vero ejus anno primo feliciter, amen….

Sabato Cuttrera

Description

LA BELLA REGINA IMPOTENTE PER L’ESILIO DI RE FEDERICO

I volumi su Isabelle des baux a cura di Arturo Bascetta continuano a stupirci. Le cronache di Notargiacomo, tratte dalle prime edizioni originali del cronista, sono la fonte primaria che accompagna il lettori fra aneddoti e curiosità, in un continuo confronto con altri cronisti coevi ai fatti. Ma questa è la parte dell’opera che riguarda i rapporti di Isabella e il marito, specie dopo la sua morte. Perciò si va dall’incoronazione solitaria di Re Federico e dal sisma del 1498- 1499 ai Venti di guerra che disturbano Napoli e Ferrara, che portarono alla prima fuga a Ischia dei sovrani, mentre a Milano si fa festa e a Salerno tutto muta per l’invasione di Papa Borgia delle province napoletane dove vuole creare i principati per i figli. Altri presagi trascritti dal cronista riguardano Federico e Isabella negli ultimi atti notarili, post congiura dei baroni, mentre mutano le province del Regno divise a metà fra spagnoli e francesi senza Salerno, ex capitale del Regno di Puglia, usurpata da Papa Borgia. Isabella è frastornata, come risulta dal carteggio riportato in Appendice e segue con ansia le vicende di Re Federico costretto all’esilio, mentre ella stessa tenta il tutto per tutto svendendo parte della biblioteca aragonese in tutta Europa.

Recensioni

Recensioni

Non ci sono ancora recensioni.

Only logged in customers who have purchased this product may leave a review.

Editorial Review

Un libro avvincente dalle cronache di Notar Giacomo della Morte di Napoli al Carteggio della Regina durante l'esilio del marito Re Federico d'Aragona 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I

1. L’incoronazione solitaria di Re Federico

2. I funesti mesi del 1498 pacificati dal sovrano
3. Il terremoto del 1499 e la nascita di Alfonsino
4.Venti di guerra disturbano Napoli e Ferrara
5. prima fuga a Ischia, ma a Milano si fa festa
6. Primi mutamenti anche a Salerno
7. Interessi di Papa Borgia fra Napoli e Salerno
8. Gli altri presagi trascritti dal cronista
9. Federico e Isabella negli ultimi atti notarili

1.

LA VENDETTA DEL PRINCIPE DI SALERNO

— Il sequestro di Salerno e l’’abolizione della Dogana
— L’arresto dei Salernitani, la nascita di Cesare
— Francesi e Spagnoli cacciano gli Aragonesi
— Accordo coi Francesi, senza Capitanata e Basilicata
— Province mutate: Salerno ex Regno di Puglia

2.

IL TRADIMENTO DEGLI SPAGNOLI

—La fuga a Ischia prima dell’esilio in Francia
—L’invasione di Francesi e Duca Valentino fin da agosto
—Esiliato il Re: Capitanata e Principato ai Francesi

3.

LA SPARTIZIONE DEL REGNO COI FRANCESI

— La Disfida di Barletta, anzi di Andria e Corato
— I Francesi tentano l’invasione dalla Capitanata
— Da Canosa a Gaeta: la resa francese
— L’impresa dei Cavalieri e di Ettore Fieramosca

— Il Gran Consalvo pronto a penetrare in Napoli
— Davalos conquista Salerno per gli Spagnoli
— Fieramosca arretra i Francesi e arresta i S.Severino
— Il comando generale di Ischia invia rinforzi a Napoli

— Papa Borgia morto dal suo stesso veleno
— Una strage di Francesi sul Garigliano e a Gaeta
— Il Re ha la quartana, brucia il Palazzo di Ambò
— Il ricordo dell’amato sovrano nelle cronache
— Isabella rinuncia all’esilio in Spagna per casa d’Este
— I tesori della Regina lasciati fra Mantova e Gazzuolo
— Le promesse dell’Imperatore Carlo V

APPENDICE DOCUMENTARIA
IL CARTEGGIO DELLA REGINA
di AA.VV.

note bibliografiche

1. Paolo Garzilli, a cura di, [Antonio Della Morte], Cronache di Napoli di Notar Giacomo, Stamperia Reale, Napoli 1845.
2. Ivi. Cfr. A.Bascetta, Giovanna IV, II parte, ABE Napoli 2023.
3. Ivi.
4. Cfr. A.Bascetta, Il mezzo Regno degli Spagnoli, ABE 2023.
5. Cfr. A.Bascetta, Isabella de Baux. II, ABE 2023.
6. Paolo Garzilli, a cura di, [Antonio Della Morte], Cronache di Napoli di Notar Giacomo, Stamperia Reale, Napoli 1845.
7. Ivi.
8. Ivi.
9. Ivi.
10. Ivi.
11. Cfr. S.Cuttrera, Isabella Villamarina, Donna Sabella Sventurata, ABE 2020.
12. Paolo Garzilli, a cura di, [Antonio Della Morte], Cronache di Napoli di Notar Giacomo, Stamperia Reale, Napoli 1845.
13. Ivi.
14. Ivi.
15. Stefano Borgia, Memorie istoriche della pontifica città di Benevento dal secolo VIII al Secolo XVIII, Parte III, Volume I, Roma 1769, pagg.433-439: Tal Francesco Bonafede, amico del Borgia, possedette un memoriale anonimo. “Qui ne trascriviamo la storia, sperando che piacerà ai letori di sentirla nel linguaggio suo originale....Intendendo Papa Alexandro la Ciptà de Benevento per le factione mediante le opere de messer Francesco de Aquino cavaliero de Sperondoro, & capo de squatra regio co’ el Federigo Re de’ Napoli, qual voleva così per dominar quella ciptà per indirectum andr in roina, chiamato sua santità messer Nicolò, e dictoli la importantia de’ quella citpà, & in quanta calamità se trovava il destinò ad quel governo, dove intrato addì undici de’ febbraro 1499 trovò ed dicto Francesco come tyranno dominar; Tenea in casa sua el judice de la ciptà, li notarij de le cause civile, & criminale ogni sera referiva ad lui quanto era facto”... Insomma faceva tutto in casa sua a favore del Re che gli passava 3.000 ducati all’anno per lui, soldati e uomini ‘gravi’. “e così messer Francesco le cose de la communità applicava ad se medesimo”, non mancando di far uccidere i cittadini ‘gravi’ che patteggiavano per la Chiesa e che non gli si presentassero al cospetto, sebbene fossero ben quattro le bande pronte ad invadere in Regno, come ben sapeva il Re. Per tali ragioni, all’arrivo di Messer Nicolò comandò che i cosigli pubblici si tenessero nel palazzo del governatore ‘conjonto co la roccha, de la qual’ era anche lui castellano: & che el judice de la Terra stesse in el medesimo palazzo & lli rendesse rasione’. E così d’accordo il Papa fu concesso agli esuli di tornare in città, considerando “la mala vita” di Francesco d’Aquino, dando vita ad una vera riforma per la città. Il messere scrisse allora al Re dicendo che il fine della riforma era quello di togliere l’autorità al sovrano e il Re ordinò ai privati di togliere l’obbedienza al Governatore “per la qual cosa levato el tumulto: & preso le arme el populo meser Francesco ordinò se facesse el consiglio no’ in palazzo, com’ già per sei mesi era facto: ma in sancta Chatherina, ad la roccha lontana: & ad messer Francesco vicina”, dove il governatore era invitato ad andare. ma i cittadini ‘gravi’ lo avvisarono di non presentarsi temendo per la sua vita. ma lui, con quindic fanti, lasciata la rocca al nipote Fortunato, nel caso il popolo avesse voluto amamzzarlo e prendere la rocca e con sei fanti andò al consiglio in S.Caterina con ‘una bachecta in mano’, ma fu ricevuto da tutti che abbassarono lo sguardo e gli andarono incontro, lasciandolom poi parlare mentre Francesco uscì dall’aula avvertendo ‘grandissimo dolor de stomacho’, timoroso che il popolo non facesse a pezzi lui. I cittadini gridavano: - Bonafede Bonafede Chiesa Chiesa!
E così furono richiamati gli esiliati e restituiti i loro beni, restando tuta la città in pace per la soddisfazione di Papa Alessandro, pensando di muovere guerra al signore di Camerino e al Duca di Urbino, richiamando messer Nicolò per breve tempo e mandando un altro castellano a Benevento.
V. anche Parte III, Volume I, Roma 1769. “Questo aumento di popolo straniero in tempo, in cui la città non godeva sicura pac per le minaccie de’ fugiaschi ribelli, fu quasi per porla a pericolo di qualche grave sconcio, se Giulio II, successore di Alessndro dopo il brevissimo Pontificato di Pio III, non accorreva tosto all’urgente bisogna con sue lettere dat.Romae ap.S.Petrum sub annulo Piscatoris die 20 Nov. 1503 ante nostram coronationeem, con le quali caldamente esortò i Beneventani a dare onesto ricovero ai Regnicoli, ed a trattarli con ogni umanità e cortesìa (To.2P.1n.9 Arch.Benev.) Nell’anno seguente venne in Benevento per governatore, e castellano Marco Antonio Regino decano della chiesa di Feltre. Erano tuttavia esuli i violatori della pace, per la qual cosa non potendo il nuovo Governatore sopra di essi esercitare il suo rigore, si rivolse ad inquisire contra di Saullo de Gregorio, Barolomeo de’ mascambruni, Antonio Masone, e di altri patrizj, che ai tempi del Bonafede data avevano cauzione per i fugiaschi. Questa mossa turbò talmente la città per lo rimore di perdere così degni ottimatgi, e di esser quindi data di bel nuovo in preda alle dimestiche discordie, che ella fu costretta a portarne gravissime querele al Pontefice”. Benevento temette di perdere uomini così validi come questi ottimati che si lamentò col Papa, che era stato cardinale e abate commendatario di S.Sofia. Così Papa Giulio fece scrivere dal suo camerlengo Riario al governatore Regino di porre fine all’inquisizione in Benevento il 14 dicembre del 1504.
16. Marino Sanuto (1496-1533), I Diarii, dall’autografo Marciano Ital. cl. VII codd. CDXIX.CDLXXVII, a cura di R.Fulin-F.Stefani-N-Barozzi-G.Berchet-M.Allegri, La deputazione veneta di storia patria, Vol.I, pubblicato per cura di F.Stefani a spese degli editori, Venezia 1879., v.878 e segg.
17. ASAV, Busta vol.78, al f.78, anno 1497.
18. ASAV, Busta vol.78, al f.78, anno 1497.
19. ASAV, Busta vol.78, al f.78, anno 1497.
20. ASAV, Busta vol.78, anno 1499, f.118v.
21. ASAV, Protocolli notarili di Ariano Irpino, b.78, Notaio Angelo Tantaro, anni 1501-1507, p.50 r. e v., e segg.
22. ASAV, Protocolli notarili di Ariano Irpino, b.78, Notaio Angelo Tantaro, anno 1501, il 20 giugno 1501, f.178.
23. Ibidem, 22 luglio 1501.
24. Ibidem, f.179, die 2 agosto 1501.
25. Ibidem, f.182.
26. Ibidem, f.190. Ibidem, f.184. Così al f.190 in data 20 ottobre 1501.

27. Re Carlo scriveva al suo vicario del Principato essendo vacante la cappellania a lui spettante sulla chiesa di San Salvatore. Seguì Matteo Platamone, autore di un commento sul Carme di Pietro da Eboli, reggente di scuola medica salernitana in Napoli nel 1300. Cfr. Cantalicio, in Raccolta, Le Istorie di Monsignor Cantalicio, Libro I, pagg.10-11. Cfr. BPAV, Miscellanea, B 717. Inserto: Diurnali di Giacomo Gallo e tre scritture pubbliche dell’anno 1495 con prefazione e note di Scipione Volpicella, Tipografia Largo Regina Coeli, n.2, Napoli 1846. Anno 1495, da pag.18 in poi.
28. Nel 1567 è detto Santo Salvatore della Doana vecchia, quando si ordina al beneficiato Giulio Villano di ripararlo in quanto gia sta in atto de andare tutta a ruina et da vicini ne è stata fatta istanza che se ripari, per il pericolo che vi è di cascare et cascando rovinare gli edifici contigui. Nel 1616 il vescovo ordina di non celebrare più messa e di profanare la Cappella di San Salvatore de Dogana, nel territorio Parrocchiale dei Santi Dodici Apostoli, semplice beneficio di patronato Regio. Quello dei 12 S.Apostoli e di altre alla Marina, ex Commenda maltese di Capua, era uno dei quartieri più antichi di Salerno. Era raggruppato intorno alla Chiesa parrocchiale detta dei Dodici Santi Apostoli oppure, più semplicemente, come viene accennata nel Catasto settecentesco, solo Chiesa dei Santi Apostoli, quando la stessa parrocchia aveva perso vigore, contando solo due case di benestanti proprio fuori la chiesa.
29. I piani erano quasi chiari: Consalvo sarebbe passato col governo delle genti in Sicilia e, andando contro i Turchi a Cefalonia, si sarebbe congiunto con l’armata in Puglia visto che il fratello Don Alfonso, era già a Zante, mentre s’apparecchiavano le armi per l’autunno contro il Sultano e la sua armata turchesca.
30. E ancora in Grecia Consalvo si distinse durante la carestia, quando ordinò alle donne, le quali “non sapevano” come separare la farina dalla crusca, di levarsi i veli sottili dal capo e fabbricò “picciol forni nella riva per cuocere il pane; mentre che gli altri cocevano ne’ paiuoli il fromento pesto col lardo benchè nimico a’ corpi”.
Assoldati gli Svizzeri a Milano e una grossa armata a Genova i Francesi aspettavano solo la primavera per muovere guerra, mentre Consalvo tornava carico di doni veneziani, fra “vasi d’oro e d’argento intagliati, panni paonazzi di lana, e cremisi di seta, e molti broccali d’oro” (oltre a 10.000 ducati d’oro e dieci cavalli turchi), accolto a Messina come un re dagli ambasciatori giunti da tutta l’isola. Ancora più contento fu Re Federico, il quale, sperando in un aiuto, gli spedì spesso ambasciate.
L’apprestarsi dei Francesi, legatisi a Veneziani e Fiorentini, per la congiura del Papa e di suo figlio, poteva ritorcersi anche sulla Sicilia con un imminente assalto, ignorando la congiura del cugino con Luigi XII.
31. Consalvo era consapevole, ma avrebbe ubbidito solo alla Corona di Castiglia, affinchè “non paresse che egli mancasse di fede al Re suo Signore, il cui animo per certe offese alienato Federigo s’haveva concitato contra”, convinto che Ferdinando Il Cattolico, nella sua vita, aveva trattato con Re Luigi la pace solo in cambio dell’annuo tributo, avendo difeso con le ricchezze della Sicilia il Regno di Napoli conquistato a suo tempo dallo zio Alfonso. Dalle quattro ex province angioine erano nate le due sottoprovince di Basilicata e di Terre di Bari), rette dalle Cortes provinciali dei Vicerè Catalani d’Aragona e non più dagli originari Mastri Portulani. In passato si erano cioè avuti un Vicerè per l’Abruzzo (vedi Bartolomeo III di Capua), un Vicerè in Terra di Lavoro e Molise, un Vicerè in Terra d’Otranto, un Vicerè per le Calabrie esistente da tempo immemore. Si racconta che Re Alfonso d’Aragona avesse scippato il Regno agli Angioini proprio ad un capitano, Antonio Ventimiglia Conte e Centeglia “creato suo Vicerè nelle Calabrie” per aver condotto all’obbedienza la città di Cosenza, i Casali e Grimaldo.
32. A.Della Monica, Memoria istorica..., cit., pag.605 e segg. “Fatto questo secreto concerto, il Francese fù il primo ad entrar nel Regno con esercito di mille lancie, diece mila cavalli, e con buon numero d’artigliarie, come dice il Guicciardino. La prima città, che combatterono fù Capua, della quale impadronendosene à forza d’armi con grandissima crudeltà la sacchegiorono, usando mille dishonestà, e violenze, il che diede tanto spavento alle Terre convicine, che quasi tutte alzaro le bandiere di Francia. Il misero Rè Federico riscorse per agiuto, come diansi haveva fatto, all’istesso Rè Cattolico suo parente, il quale dissimulando, mandò di nuovo Consalvo di Cordova chiamato il gran Capitano, ma con l’intento contrario, che se la prima volta andò per discacciare dal Regno i Francesi in favor degli Aragonesi, questa seconda volta vi mandò à discacciar gl’Aragonesi in favor de’ Francesi”.
33. Gli aiuti di Consalvo a Gaeta non arrivavano mai, sebbene il Re continuasse a donargli i castelli calabresi che chiedeva in cambio, nella speranza di poter presto avere un forte esercito per respingere i Francesi ed evitare l’assedio accaduto al nipote ai tempi di Carlo. Federico si fermò quindi a San Germano, attendendo inutilmente i fratelli Colonna, mentre Spagnoli e Francesi mettevano le mani sul trono di Napoli sbarcando sulle coste e celando, gli uni agli altri, la volontà di volersi appropriare delle conquiste altrui. Fu così che Luigi XII si impossessò della “sua” metà del Regno di Napoli (1501-1503) senza neppure dichiarare guerra ai Catalani Aragonesi, quanto ai baroni più testardi. Consalvo, dal canto suo, si era portato da Messina a Reggio per prendere la Calabria e aveva mandato a dire a Federico che rompeva i patti di sudditanza, rinunciando all’Abruzzo e Monte S.Angelo che gli aveva donato. Federico, ancora più signorilmente, rispose che gli rinnovava l’atto. Questo significava che i Francesi avrebbero dovuto togliere l’Abruzzo a Consalvo, il quale, restituiva ai Sanseverino e a Bernardino Principe di Bisignano i loro castelli. I Francesi attaccarono dal Garigliano con 15.000 uomini al comando di Robert Stuart signore d’Aubigny, affiancato dall’allora Cardinale e Legato Pontificio Cesare Borgia e Galeazzo Sanseverino Conte di Caiazzo, sempre con Napoli, la Terra di Lavoro, il Ducato di Benevento e l’Abruzzo sulla carta; mappa che invece assegnava al Cattolico la Calabria, la Basilicata, la Puglia e Terra d’Otranto. Per giungere su Capua, nell’estate del 1501, occuparono il Castello di Calvi, ma si ritrovarono proprio il figlio del fu Conte di Mignano, ch’essi avevano ucciso nel precedente assedio, a difendere la città. Fu infatti Ettore Ferramosca, posto a difesa del castello, a mostrare il suo valore, mettendo in fuga il nemico, sebbene ciò non servì a salvare la città. Infatti, caduta la difesa di Capua, e uccisi i Conti di Palena e di Marciano, vennero catturati sia il comandante Fabrizio Colonna e Ugo Cardona, che Guido ed Ettore Ferramosca, capitano di ventura piccolo di corpo, ma di animo grande e forza meravigliosa, tipico esempio di coraggio personale e di valoroso soldato, fu tradito da Cesare Borgia. Con i loro soldi, per la gioia di Consalvo, l’intera famiglia dei Colonnesi era dalla sua parte, quando seppe che, pagato il riscatto per la prigione, Fabrizio e Prospero si erano allineati alle idee del fratello Cardinale Giovanni, già da tempo in Sicilia, vittima anch’egli della cacciata da Roma operata da Borgia. Ora erano tutti nemici dichiarati del Papa.
34. Alfonso Ulloa, Vita dell’invittissimo, e sacratissimo imperator Carlo V, III ed., Vincenzo Valgrisio, Venetia 1566 (anni 1500-1560), pag.16v e pagg.26-29.
35. Alfonso Ulloa, Vita dell’invittissimo, e sacratissimo imperator Carlo V, III ed., Vincenzo Valgrisio, Venetia 1566 (anni 1500-1560), pag.16v e pagg.26-29.
36. La vita di Consalvo Ferrando di Cordova detto il Gran Capitano, scritta per Monsignor Paolo Giovio Vescovo di Nocera, & tradotta per M.Lodovico Domenichi, Lorenzo Torrentino, Fiorenza 1552. Per la cronologia storica sono stati altresì utilizzati elementi provenienti da fonti francesi e napoletane, come da note.
37. Geronimo Curita, Historia del Rey Don Hernando el Catholico, Domingo de Portonarijs, Saragozza 1580, pag.218-220. Questo accadde perchè quando entrarono gli eserciti in Puglia si prospettò la nuova difficoltà solo sul campo fra baroni che alzavano bandiera francese e altri che inneggiavano agli spagnoli sostenendo, gli uni e gli altri, di appartenere alla medesima provincia. Pertanto, non avendo copia dell’accordo deciso fra i due Re, per non pregiudicare nessuna delle parti, decisero di seguire un ordine, che fu quello di far alzare bandiera spagnola anche a quei castelli che avevano pensato di alzare bandiera francese, senza avanzare pretese da nessuna delle parti. Questo sebbene, secondo gli Spagnoli, ricadessero fra le loro quattro province e che quindi dovessero abbassarla. Fu quindi creata una specie di zona franca nella zona di confine, chiamata provincia di Capitanata, i cui i castelli avrebbero alzato ambedue le bandiere, nonostante che il luogotenente generale di Francia, Luigi Palau, cercò di dimostrare che per diverse ragioni la Capitanata era la verdadera Puglia. Ad ogni modo pretese che si considerasse provincia separata e che era meglio accordarsi affinché le cose di quello stato provinciale si sarebbero governate da commissari di ambedue i Re, dividendo in parti uguali le rendite. Il problema è che i Francesi mostravano interessi economici per ragione di riscossione della Dogana dei ganado, volgarmente detta delle Pecore, che si faceva in Capitanata. Per questo motivo si decise di dare al Re di Francia (per mano di un di lui commissario), allo scadere del primo anno, la metà delle entrate dell’annualità detta Dogana delle Pecore spettante al Re Cattolico (per mano di un proprio commissario) che si sarebbe riscossa nella Capitanata che a questo punto andava staccata dalla Puglia lasciandovi solo Otranto e Bari. A questo punto Luigi Palau se ne andò dopo aver accettato e deciso per la nomina di due commisari in comune che facessero alzare le bandiere di entrambi i Re in quelle quattro province, sebbene l’intenzione dei francesi era comunque quella di occuparle tutte.
38.Geronimo Curita, Historia del Rey Don Hernando el Catholico, Domingo de Portonarijs, Saragozza 1580, pag.218-220. Cioé quella que se estiende desde el rio Fertoro, hasta el rio Aufido e che si chiamò Capitanata, desde el tiempo de los Griegos, y Normandos: y lo que antiguamente integrava la Calabria. Quindi Calabria restò tutta quella regione che includeva la marina di Baroli, Trana, Molfetta, Iuvenazo, y Monopoli, que era de la antigua, y verdadera Calabria, che poi fece capo al quella ciudad que llamaron Bario che ancora allora si chiamava Bari, il cui territorio dal mare continuava fino ai luoghi montagnosi che in origine furono abitati da Lucani, Apuli e mantenuti dai governatori del Imperio Griego Basilicata. In essa si includevano perfino Taranto e Brindisi, nell’area che poi prese nome de Hydrunto, che era il luogo principale della Terra di Otranto. L’antica Calabria stava quindi ben distinta, separata e lontano dall’attuale Calabria che per la maggior parte della sua estensione era abitata dai Bruzi. Quindi la Capitanata integrava la Calabria di Bari e la Calabria si chiamava Bruzio di Cosenza. Nella ripartizione che fecero i due Re non si tennero in considerazione i nomi antichi delle regioni (in parte ancora esistenti sotto gli angioini fino al terremoto del 1348), ma ci si riferì all’ultima divisione politica delle province sotto Federico I.
39. Geronimo Curita, Historia del Rey Don Hernando el Catholico, Domingo de Portonarijs, Saragozza 1580, pag.218-220.
40. Paolo Garzilli, a cura di, [Antonio Della Morte], Cronache di Napoli di Notar Giacomo, Stamperia Reale, Napoli 1845.
41. Ivi.
42. Geronimo Curita, Historia del Rey Don Hernando el Catholico, Domingo de Portonarijs, Saragozza 1580, pag.218-220. Cfr. La vita di Consalvo Ferrando di Cordova detto il Gran Capitano, scritta per Monsignor Paolo Giovio Vescovo di Nocera, & tradotta per M.Lodovico Domenichi, Lorenzo Torrentino, Fiorenza 1552.
43 Alfonso Ulloa, Vita dell’invittissimo, e sacratissimo imperator Carlo V, III ed., Vincenzo Valgrisio, Venetia 1566 (anni 1500-1560), pag.16v e pagg.26-29.
44. Paolo Garzilli, a cura di, [Antonio Della Morte], Cronache di Napoli di Notar Giacomo, Stamperia Reale, Napoli 1845.
45. Geronimo Curita, Historia del Rey Don Hernando el Catholico, Domingo de Portonarijs, Saragozza 1580, pag.253-254. Cfr.AA.VV, Capitani di Ventura 1458-1503, ABE, Avellino 2006.Cfr. Paolo Giovio, La vita di Consalvo Ferrando di Cordova, Torrentino, Firenze 1552.
46.ASAV, Protocolli notarili di Ariano Irpino, b.78, Notaio Angelo Tantaro, anni 1501-1507, f.235 e segg.
47. Paolo Garzilli, a cura di, [Antonio Della Morte], Cronache di Napoli di Notar Giacomo, Stamperia Reale, Napoli 1845.
48. ASAV, Protocolli notarili di Ariano Irpino, b.78, Notaio Angelo Tantaro, anni 1501-1507, p.50 r. e v.
49. ASAV, Protocolli notarili di Ariano Irpino, b.78, Notaio Angelo Tantaro, anni 1501-1507, p.50 r. e v., frontespizio. D’improvviso comincia a parlare anche di Semiramis uxor Nini fuit prima inventrix braca rum, cioé di Semiramide moglie di Nino, I Re di Babilonia al tempo di Abramo, che fu la prima inventrice dei pantaloni. Poi insiste con Sam fuit filius Noé qui postanam eccepit sacerdotium mutavit nome et dictus est Melchisedech, quel Sem sul Nilo, figlio di Noé, che divenne sacerdote Melchisede. Ed ancora si rifà alle imprecazioni: - Emendamus inutilius quo ingnorantia peccavimus si subito preoccupati dum mortis queramus spatium penitentie et invenire non possum.Poi lascia la penna di filosofo latino e abbraccia quella del poeta volgare e patriottico, quasi scimmiottando il Petrarca, anzi a lui assomigliando in questo sonetto inedito proveniente dal medesimo rogito dell’Archivio di Stato di Avellino. Al foglio 294v, siamo nel solito rogito arianese, in ultima pagina, il notaio Tartaro stavolta si diverte a riportare un sonetto che stavolta cita chiaramente, essendo tratto dal Salutario Francisci Petrarce de studio, ma, guarda caso, è ancora una invocazione patriottica, il Redrentus ad Laudem Italie, che è il sonetto trecentesco conosciuto come Ad Italiam. In altra pagina trascrive proprio un sonetto del Petrarca. ASAV, Protocolli notarili di Ariano Irpino, b.78, Notaio Angelo Tantaro, anni 1501-1507, Al f.294v. Il sonetto e una trascrizione tratta da Petrarca Francesco Petrarca, XXII, AD ITALIAM [III, 24]. E’ totalmente in latino: Salve, cara Deo tellus sanctissima, salve / tellus tuta bonis, tellus metuenda superbis, / tellus nobilibus multum generosior oris, / fertilior cuntis, terra formosior omni, / cincta mari gemino, famoso splendida monte, / armorum legumque eadem veneranda sacrarum... lui…paratis / Pyeridumque domus auroque opulenta virisque, / cuius ad eximios ars et natura favores / incubuere simul mundoque dedere magistram. / Ad te nunc cupide post tempora longa revertor / incola perpetuus: tu diversoria vite / grata dabis fesse, tu quantam pallida tandem / membra tegant prestabis humum. Te letus ab alto / Italiam video frondentis colle Gebenne. / Nubila post tergum remanent; ferit ora serenus / spiritus et blandis assurgens motibus aer / excipit. Agnosco patriam gaudensque saluto: / Salve, pulcra parens, terrarum gloria, salve.
50. ASAV, Protocolli notarili di Ariano Irpino, b.78, Notaio Angelo Tantaro, anni 1501-1507, p.50 r. e v., frontespizio. V. passo: “L’illustrissimo pranzò e partì da Rohano in lectica accompagnato da Massimiliano Sforza detto il Moro già duca di Milano”. In: Itinerario di monsignor reverendissimo et illustrissimo il cardinale de Aragona mio signor incominciato da la cita de Ferrara nel anno del Salvatore MDXVII del mese di maggio et descritto per me donno Antonio de Beatis canonico Melfictano con ogni possibile diligentia et fede. Maggio 1517.
Il sonetto è di grande importanza perché mostra come sia avvertita ad Ariano, ex dipendenza salernitana, la voglia di libertà, essendo il popolo ormai stanco delle continue guerre in cui era stato coinvolto, ma con la solita voglia di riscatto. Il sonetto però non pare inneggiare alla sola libertà del Regno, quanto a quella dell’intera Italia, proprio come nel Trecento e nel Qauttrocento. Da qui l’ipotesi avanzata che non fosse farina del suo sacco. Ad ogni modo è onorevole che questa trascrizione, autografa o copiata, si ritrovi comunque ad essere inedita e trascritta dal notaio di Ariano. Nella sostanza si sprona il Moro Duca di Milano ad abbracciare le armi per difendere l’Italia dall’invasore spagnolo, per farlo ravvedere rispetto all’idea di esiliare a suo tempo Re Alfonso d’Aragona sostenuto dagli Sforza, giudicando indegno Re Ludovico di Francia, sostenendo che presto si sarebbero pentiti tutti. Marco, il Re di Spagna, l’Imperatore: si non si avede ognun essir fallito perché in Italia è intrato un firo basilisco. Da qui l’esortazione ad aprire le porte per far entrare chi nuovamente è partito per liberare l’Italia (l’ex Duca di Milano Massimiliano Sforza, nel 1517 era detto Il Moro).
51. Alfonso Ulloa, Vita dell’invittissimo, e sacratissimo imperator Carlo V, III ed., Vincenzo Valgrisio, cit.
52. ASAV, Protocolli notarili di Ariano Irpino, b.78, Notaio Angelo Tantaro, anni 1501-1507, f.235 e segg.
53.Alfonso Ulloa, Vita dell’invittissimo, e sacratissimo imperator Carlo V, cit.
54. Paolo Garzilli, a cura di, [Antonio Della Morte], Cronache di Napoli di Notar Giacomo, Stamperia Reale, Napoli 1845.
55. G. Coniglio, I vicerè spagnoli di Napoli, Napoli, Fiorentino 1967. Cfr. Geronimo Curita, Historia del Rey Don Hernando el Catholico, Domingo de Portonarijs, Saragozza 1580, pag.270-271.
56. Paolo Garzilli, a cura di, [Antonio Della Morte], Cronache di Napoli di Notar Giacomo, Stamperia Reale, Napoli 1845.
57. Ivi.
58. La vita di Consalvo Ferrando di Cordova detto il Gran Capitano, scritta per Monsignor P.Giovio Vescovo di Nocera, & tradotta per M.Lodovico Domenichi, L.Torrentino, Fiorenza 1552. Cfr. Paolo Giovio-Ludovico Domenichi, La vita del signor Don Ferrando Davalo Marchese di Pescara, Giovanni de’ Rossi, Venezia 1557. Don Innico Davalos di Castiglia (figlio di Don Ferrando Davala e ultimo della casata di Don Rodrigo) aveva seguito Re Alfonso d’Aragona nella campagna che lo condusse a Napoli, che nella “battaglia navale all’isola di Ponzo fu preso dai Genovesi col Re istesso, & nella medesima nave. Costui fra gli altri paggi era il più caro c’havesse Alfonso per l’aspettation sua gratissima, & per lo concorso di tutte le virtù. Ne molto dapoi quando Filippo Visconte con honorata liberalità d’animo grande, liberò Alfonso, & datogli doni grandi lo lasciò andare ad acquistarsi il Regno di Napoli, ottenne dal Re, che Ignico fosse lasciato appresso di se in Milano; perciocché questo giovanotto co’ suoi singolar costumi, & con la bellezza di volto dilettava talmente, & havea preso l’animo del Duca Filippo; che fu de’ carissimi ch’egli avesse. Morto che fu Filippo ritornò agli Aragonesi”. Ottimo nelle lettere e nella disciplina militare, caro a tutti, Don Innico meritò di avere una d’Aquino come nobile e ricca moglie discendente da San Tommaso e, con la dote della moglie e la sua eredità di molti castelli, fu onorato da Re Ferrando del titolo di Gran Camerlengo “e di una grandissima casa nella quale si essercita il giudicio fettemuirale” e visse una vita reale, divenendo già vecchio quando fu compagno di guerra contro i Turchi al fianco di Alfonso II, lasciando eredi i figli giovinetti della sostanza materna e della virtù paterna: Alfonso, Rodrigo II e Innico II. Si chiamò così “da Aterno terra della Puglia, & dal fiume chiaro per la morte del Grande Sforza, il quale oggi si chiama Pescara, fu padre di questo Ferrando”, cioé Ferrando Davalos era soprannominato dal padre Il Pescara, al quale sarebbe toccato “risollevare il nome della famiglia ormai scomparso per la perdita di tutti i capitani”, noto per aver anche sposato Vittoria Colonna.
Questo Marchese Alfonso Davalos, giovane di lettere e di guerre di famiglia seguace degli Aragonesi, volle misurare il suo valore nella guerra contro i Francesi che si tenne in Romagna, ma anche nella resistenza di Napoli, allorquando i Francesi al comando del loro “capitano Monsignor d’Alegri della rocca uscirono nel porto; e riempierono ogni cosa d’uccisioni, e di spavento”. Il Marchese Alfonso Davalos, “solo innanzi a tutti con incredibil virtù coperto con uno scudo da piedi, fermata la fuga de’ suoi, per le scale di dentro corte nel molo; e sprezzando ogni pericolo dell’artiglierie tributò talmente i Francesi, che ammazzarono molti, o nel fuggire precipitati in mare, e riavuta poi la Torre del Faro, il popolo napoletano in quel giorno lo chiamò Conservator della patria”.
59. Paolo Giovio-Ludovico Domenichi, La vita del signor Don Ferrando Davalo Marchese di Pescara, Giovanni de’ Rossi, Venezia 1557.
60. P. Giovio-L.Domenichi, cit.
61. P. Giovio-L.Domenichi, cit.
62. Il 28 aprile 1503, dopo aver alloggiato in Barletta per molti mesi, Cordova fu cacciato da 3000 alemanni e assaltato dal vicerè francese, virando verso Napoli che prese e vi entrò con grandi onori: a maggio aveva preso la Cettadella e il Castelnuovo, facendo bottino a napoletani e francesi da 20.000 ducati e traendo prigionieri 2.000 uomini. Inutile fu l’intervento navale delle galee che dovettero tornare a Gaeta. Michele Riccio scrisse che il Re aveva lasciato suo legato Ludovicus Nemosii dux Armigniaci comitum Gentilis, qui legatum regis personam, vicemque sustinebat. Hispani secundis rebus elati non ita multo post Urbe Neap. Arceque quam vulgo Novam, Lucullianamque, quam a forma vocant Ovi expugnatis, Regno potiuntur. A meno di Conversano, continua Coniger, il gran Capitano nel 1503 prese tutto il regno. V. Antonello Coniger, Cronica. In: Giovanni Bernardino Tafuri: Annotazioni critiche del sig.Gio:Bernardino Tafuri patrizio della città di Nardò sopra le Cronache di M.Antonello Coniger leccese. In: Raccolta d’opuscoli scientifici e filologici, Tomo VIII, Appresso Cristoforo Zane, Venezia 1733. Pagg: 235-255. Dalla metà del 1503 Apice e Ariano, già provincia di Principato Ultra e Capitanata, ora sono in territorio del Re di Spagna per la prima volta, cioé al 1° anno, come compare dagli atti notarili locali. Lo sono perché compare il Re Cattolico di Spagna, nello stesso protocollo (f.239), quando si specifica Regni Sicilie Ultra Faro sub Dominio optary Captholitum rex regis Urregna Ispania. E’ proprio l’anno 1503, Regnante Serenissimo et humilisimo et cattholicissimo domino nostro domini Ferdinando et Helisabet dei grazia rege e regina Ispania Sicilia Citra et Ultra Faro Hungaria in regno vero eus immj regni primo (Ibidem, f.239). Ma quando avvenne esattamente tutto ciò? La data esatta della conquista spagnola, avvenuta a macchia di leopardo, ci viene fornita dal notaio Mastelloni di Montefusco. E’ il 15 maggio 1503 quando il nome del Gran Capitano Ferdinando di Cordova compare sulla Montagna di Montefusco. Così l’atto: - Die quintodecimo, mensis maj, 6 indizione, in Terra Montis Fuscoli, Ferdinando di Corduba, Ducis Terre Novi e S.Angeli.
Il 15 maggio 1503, quindi, la Terra di Montefusco, che è anche chiamata Oppidum Montefuscoli, è nel possesso del Dux Ferdinando di Cordova, in nome del Re Cattolico, che però non pare possedere Napoli, perché l’intestazione proviene dal fatto che è Dux in Regno di Sicilia Citra Faro di Messina, col Re solo nel titolo di Re di Sicilia Citra, giungendo in quel momento l’esercito nel Principato Ultra, quindi al 1° anno del reame spagnolo.
Così: - Regnum Sicilie citra farum sub dominio et potestte Captholicorum Maiestatum regi et regina Ispaniae.
Anno a nativitate eiusdem Millesimo Quingentesimo Tertio regnantibus Serenisimis et iustissimis et captholicis dominis nostris dominus Ferdinando et Helizabete Dei gratia rege ac regina Ispaniea Siciliae Citra et ultra farum Ierusalemque regnorum vero huino regni anno primo feliciter amen. Ma cosa era successo quel 15 maggio? Il Dux Capitano Consalvo ufficializzava Montefusco sotto la maestà del Re Cattolico visto che in quel giorno, il Duca Luigi, viceré di Ludovico Re di Francia, andò via da Cerignola e il capitano revocò l’omaggio al Re di Francia in quel di Acerra, assoggettando i popoli della Campania. Il documento è quasi illegibile, abbiamo provato a trascriverlo. Così: - Die quintodecimo mensis maij sextae indictionis in Terra Montisfusculi exercitus ejusdem praefatarum Captholicarum Maiestatum Ferdinandi regis et Helisabettae reginae Hispaniae Siciliae Citra et Ultra farum ceterorumque regnorum sub ducte et auspicio Illustrissimi domini Don Ferdinandi De Cordova Ducis TerraNove et sancti Angeli ex magna potestate Catholicam Maiestatem oppidi Cerignole Illustrissimum Dominum Ludovicum ducem ut migravantibjt? atque Vice regem exercitusque ductorem in bellico certamine cum magna potestate exercitus cristianissimi Ludovici Regis Galliarum interemit reliquos orti infrigari poterit et eorum castra adquantum? ne havim? ? ?taur dirrupuit. Olim sub anno domini Millesimo uingentesimo Tertio ipso illustrissimo et cristianissimo Rege Ludovico regnante ex dierum? un....qbque? Neapoli et predictae sextae indictionis. Idem predictus Rey tertio? reddigit mox vero cum ad quindecim die maij ad Acerras pervenisset Capitani et omnes fere populi Campanie etiam si..ej? revocato homagio regi Francia cum dicto magnifico Capitano regni composuerunt (Ibidem, frammento).
Nel mentre anche il notaio arianese ha finito di scrivere il tomo degli atti notarili. Dopo qualche spazio, sempre nell’ultima pagina, segue un’epigrafe latina: PRAEMIA . SI . HERITIS . DONANT . CONDIGNA . SDPERNI / HIC . MERUIT . SUPERUM . POST . SUA . FATA . LOCUM. / DUM . VIXERIT . VIRTOTE . MICANS . BONUS . ATQUE . MODESTUS / SECRETUS . REGIS . CONSILIATOR . ERAT . / PUBBLICA . SEMPER . AMANS . ANTON1US . ISTE . VOCATUS / DE . PENNA . DICTUS . QUEM . TEGIT . ISTE . LAPIS. V. ASAV, Protocolli notarili di Ariano Irpino, b.78, Notaio Angelo Tantaro, anni 1501-1507, Al f.294v, ultimo foglio. Il sonetto e una trascrizione tratta da Petrarca Francesco Petrarca, XXII, AD ITALIAM [III, 24]. Ma è sempre al notaio Angelo Tartaro di Ariano, a far data dal 1503, Regnantibus Cattolico Magnatibus Ferdinando et Helisabett re et regina Yspanie et totus Hindie, duis oppure hujus Cicilie regni anno primo. Amen. V. ASAV, Busta 78 notai di Ariano, Tartaro Angelo, f.84, anno 1503 (dopo il 10 giugno e prima del 20 luglio). Idem negli atti a seguire, nel 1504, con la medesima intestazione che loda i Regnanti Cattolici Magistati Ferdinando dei grazia regi aragona, asturie, Sicilie. V. ASAV, Anno 1504, f.139v dopo dicembre e prima del 7 febbraio 1505.
63. Alfonso Ulloa, Vita dell’invittissimo, e sacratissimo imperator Carlo V, III ed., Vincenzo Valgrisio, cit.
64. La vita di Consalvo Ferrando di Cordova detto il Gran Capitano, scritta per Monsignor P.Giovio Vescovo di Nocera, & tradotta per M.Lodovico Domenichi, L.Torrentino, Fiorenza 1552.
65. Paolo Garzilli, a cura di, [Antonio Della Morte], Cronache di Napoli di Notar Giacomo, Stamperia Reale, Napoli 1845.
66. Ivi.
67. Ivi.
68. Ivi.
69. Ivi.
70. Ivi.
71. Ivi.
72. Ivi.
73. Gaspare Bugati, Historia vniuersale di M. Gasparo Bvgati milanese, appresso Gabriel Giolivo di Ferrari, 1571, pagg. 693-95.
74. Isabella di fronte a Giulio II, p. 171. Pel soggiorno ferrarese d'Isabella del Balzo son da vedere in E. XXXI 3 le molte lettere del suo segretario Luigi Toscano. In: Alessandro Luzio, a cura di, Archivio di Stato di Mantova, L'Archivo Gonzaga di Mantova, Volume 2, pag.137.
75. Cfr. E. XXIV; Cfr. E. LIV; Cfr. Brgamaschi, Storia di Gazzuolo e suo Marchesato. In: Alessandro Luzio, a cura di, Archivio di Stato di Mantova, L'Archivo Gonzaga di Mantova, Volume 2, pag.137.
76. «Viaggio a Roma, doc. IV Cfr. Davari, F. G. e la famiglia Paleologa pel fallito matrimonio di Federico con Giulia d'Aragona». In: Alessandro Luzio, a cura di, Archivio di Stato di Mantova, L'Archivo Gonzaga di Mantova, Volume 2, pag.137.
77. Pierluigi Piano, Un frammento di storia cinquecentesca. II carteggio di Isabella n di Aragona con Antonio Bagarotto, oratore presso l'imperatore Carlo V e la figlia, donna Julia di Aragona, sposa di Gian Giorgio Paleologo (30 novembre 1530 - 20 maggio 1533, Ferrara). Da: Monferrato, arte e storia, Associazione Casalese arte e storia, dicembre 2000, pag.63 e segg.
78. Ivi.
79. S. DAVARI, Federico Gonzaga cit, pp. 67-68. In: Pierluigi Piano, Un frammento di storia cinquecentesca. II carteggio di Isabella n di Aragona con Antonio Bagarotto, oratore presso l'imperatore Carlo V e la figlia, donna Julia di Aragona, sposa di Gian Giorgio Paleologo (30 novembre 1530 - 20 maggio 1533, Ferrara). Da: Monferrato, arte e storia, Associazione Casalese arte e storia, dicembre 2000, pag.63 e segg.
81. ASMI, Archivio di Stato di Milano, Sez. Storico-Diplomatica, Autografi, Principi e sovrani, b. 62. In: In: Pierluigi Piano, Un frammento di storia cinquecentesca, cit.
82. ASMI, Archivio di Stato di Milano, Arch. Sforzesco Ducale, Potenze Estere, Monferrato, b. 1017. In: In: Pierluigi Piano, Un frammento di storia cinquecentesca, cit.
83. ASMI, Archivio di Stato di Milano, Sez. Storico-Diplomatica, Autografi, Principi e sovrani, b. 65. In: In: Pierluigi Piano, Un frammento di storia cinquecentesca, cit.
84. ASMI, Archivio di Stato di Milano, Sez. Storico-Diplomatica, Autografi, Principi e sovrani, b. 65. In: In: Pierluigi Piano, Un frammento di storia cinquecentesca, cit.
85. Ivi.
86. Ivi.
87. Ivi. Marigliano, 1532. Archivio di Stato di Mantova: Carteggio di Napoli, Var. simil: Roma, 1535, Naples 1535-40. Cfr. C.M. Briquet, Les Filigranes. Dictìonnaire Historique des Marques du Papier, Hildesheim. New York, Georg Olms Verlag, 1977 (risi Anast. ed. Leipzig 1923), Voi. n, p. 353, n. 6088, 29, 4 x.
«II manoscritto riproposto è rilegato in cartone pesante nero, consta di 21 lettere cartacee e di una copia autentica su pergamena della concessione di un magazzino con casa annessa fatta da Re Ferdinando d'Aragona a compensazione di un debito di 350 ducati contratto con Rainaldo Octavanti, e della Supplica di questi all'imperatore Carlo V, affinchè detta concessione sia rispettata e rinnovata.
Sedici lettere di Isabella, su bifogli cartacei, sono indirizzate a Messer Antonio Bagarotto oratore presso l'imperatore Carlo V e cinque alla figlia, Infante donna Julia, marchesa di Monferrato.
Si deve osservare che la sottoscrizione delle ultime due lettere non è della Regina Isabella II, ma della di lei figlia, donna Isabella, infatti alla verifica delle grafie il tratto è più marcato e tremulo per la Regina, paleograficamente la v di vostra è chiusa nella sottoscrizione di Isabella II, la y di Reyna è tracciata in due tempi con un tratto deciso, mentre nelle lettere dal 20 maggio, quelle da noi attribuite a donna Isabella, la y è caudata a destra, inoltre la s non è corta.
Abbiamo attribuito la manus a donna Isabella oltre che, per quanto asserito nella lettera del 20 maggio indirizzata a donna Julia, anche alla luce di un confronto effettuato con i documenti conservati nell'Archivio di Stato di Milano, Sezione Storico-Diplomatica, Autografi, Principi, busta 65.
Sempre alla luce dei documenti conservati nell'Archivio di Stato di Milano, Archivio Visconteo-Sforzesco, Potenze Sovrane, Napoli, b. 1246 (23 luglio 1530, Ferrara) affermiamo che la sottoscrizione delle prime 19 lettere è quella della Regina Isabella II.
II manoscritto presenta 7 fogli di carta bianchi posti a guardia durante il restauro. Il carteggio è steso su bifogli filigranati. Difficile la lettura della filigrana dei primi due. La lettera datata 30 novembre 1530, Ferrara, presenta - invece - una filigrana di dubbia lettura (potrebbe essere un cappello), mentre quella della lettera del 28 novembre 1530 da Ferrara presenta uno scudo con un'ancora o una balestra; rutti e due i tipi di filigrana sono definiti dal Briquet come italiani. Per gli altri 19 bifogli la filigrana è costituita da una stella a sei punte inscritta in un cerchio, sormontata da una piccola croce greca, corrispondente all'esemplare n. 6088 del Briquet, datato Marigliano, 1532».
88. Ivi. C.M. Briquet, Les Filigranes. Dictìonnaire Historique des Marques du Papier, Hildesheim. New York, Georg Olms Verlag, 1977 (risi Anast. ed. Leipzig 1923), Voi. n, p. 353, n. 6088, 29, 4 x. «Si tratta di un sigillo araldico aderente di mm. 14 di diametro. Presenta uno scudo partito al 1° dei pali di Aragona e al 2° della stella a 16 raggi dei Del Balzo, coronato da corona ducale. Abbiamo verificato che nella Collezione di Sigilli, creata Spagna, ne ha parso conveniente darne adviso ad V. S. Jll.ma et renderli gratie de la lectica de la qual la certificamo, che ne trovamo esseme state multo accomodate, et li supplicamo che se cognoscerà che in cosa alcuna ove serremo o de noi o del Jll.mo S. Duca nostro fratello quella porrà accomodarse, voglia liberamente farlo, che non se troverrà defenudata de trovar almeno prompta et optima voluntà; conche ne recomandamo de bon core ad V. S. J. Jn Genua al ultimo de magio MDXXXHIJ. / De V. Jll.ma S./ come sorelle /la Jnfanta / La Jnfanta Donna Julia de Aragona».