JUANA. Giovanna III d’Aragona

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Copertina posteriore

IL VIAGGIO DELLE REGINE IN ABRUZZO

E’ vero che la tristezza delle Regine è documentata, ma è altrettanto vero che vissero pienamente il loro Rinascimento. Del resto la vecchia Giovanna si era nutrita di arte, passioni e musica fin dai tempi della sua Corte accanto al marito Ferrante, quando il napoletano era la lingua ufficiale del Regno, e fiorivano strambotti, madrigali, ballate, frottole e sonetti passati dalla tradizione orale quattrocentesca a quella scritta. La frottola e lo strambotto, canzonetta a ballo e sonetto importati da altre regioni, già in voga in tutta Italia, sostituirono la ballata e il sonetto, ma non il madrigale che continuò a trasformarsi fino a diventare un genere squisitamente aristocratico. Però, mentre l’influenza fiamminga trasformava la musica vocale in polifonica, musica da signori, il popolo continuava a cantare in napoletano. Ad esso si unirà un nuovo genere, la villanella, derivata da un ballo campestre che entusiasmò prima il popolo e poi i nobili, suscitando l’interesse di raffinati che badavano molto all’armonia. La villanella penetrò in tutte le regioni d’Italia, varcò i confini, e fu imitata e stampata ovunque con la definizione di villanella alla napoletana osteggiata solo dalla canzone spagnola.
Fin dal 1458 era stato presente a corte un gruppo di maestri stranieri “d’altissimo pregio” fra cui il Tinctoris, l’Ykart, il Garnerius; il primo, oltre a pubblicare importanti metodi musicali, fu Cappellano e maestro di Cappella in Castelnuovo; il secondo, fu cantore nella stessa Cappella dal 1480. Si formò la prima scuola musicale e attraverso di essa la musica napoletana subì una radicale trasformazione.
La Regina era nata con la villanella e di essa si era nutrita. Addirittura, a Napoli, non si cantavano che villanelle; nei salotti e nelle accademie, in forma polifonica, e cioè a due, a tre, a quattro voci, in coro; per le strade, le piazze, le rive, le osterie, con accompagnamento di strumenti vari, in forma monodica. E, specie in piazza Castello, i cantori richiamavano gran folla di appassionati.28
E’ difficile credere che la tristezza delle Regine prendesse il sopravvento su ogni cosa. Anche perchè, la vecchia Giovanna, si riprese in tutto il suo vigore, cominciando a viaggiare per i feudi dotali in lungo ed in largo lungo il Regno.
Nel 1514, a Teramo, continuavano ad essere festeggiate, Giovanna mamma e Giovanna figlia, in occasione della visita ai loro Stati di proprietà privata.29
Re Ferrante, a suo tempo, in quanto seconda moglie, aveva donato alla vecchia Giovanna la Città di Sulmona, unendola al possesso di Pescocostanzo che le chiedeva in concessione pascoli scelti del Tavoliere delle Puglie. Era stato poi lo stesso Re a scambiare Pescocostanzo (data a Fabrizio Colonna) con Teramo, sempre come appannaggio alla nuova sposa che, 40 anni dopo, vi si recava in gita, accontentandosi di apprezzare le acque della Fonte della Noce.
Tutto poteva piacere alla Regina, specie Sulmona, tranne l’antica giostra cavalleresca che ivi si teneva due volte l’anno in coincidenza di eventi particolari alla località del Campo di Piazza Maggiore, con galoppate di cavalieri che si cimentavano nell’infilare gli anelli lungo il percorso. Nonostante ciò la giostra continuò a più riprese negli anni con norme ben precise che furono date alle stampe da Cornelio Sardi nel 1583. Si componevano di 44 articoli che regolavano la manifestazione ed il comportamento dei cavalieri partecipanti alla tenzone. Lo svolgimento della competizione, diretta dal mastro giurato della città, si riassumeva in uno scontro alla lancia tra cavaliere in lizza e “mantenitore”, personaggio questo di gran coraggio, in quanto, armato e protetto dalla corazza, attendeva l’assalto del concorrente rimanendo immobile sul suo destriero dall’altro capo dello steccato eretto lungo il percorso di teli colorati per dividere in due il campo di gara. I giostranti, muniti di lunga lancia dalla punta opportunamente trattata con vernice così da lasciare traccia visibile nel punto colpito, uscendo dal varco di Tre Archi, che all’epoca si apriva tra le costruzioni addossate all’acquedotto medievale, galoppavano lungo lo steccato alla volta del mantenitore, cercando di assestare la botta. In base al bersaglio raggiunto, con verdetto insindacabile dei due giudici – anche questi di nobili ascendenze e, almeno uno, scelto tra le caste Sulmonesi – si assegnava il punteggio: tre botte per il colpo alla testa o alla mano, una botta se veniva raggiunto lo spallaccio o il petto, e così via. I punti raddoppiavano se nella veemenza dell’assalto la lancia si spezzava nell’impatto col bersaglio oppure procurava ferita sanguinante al mantenitore: a parità di condizione prevaleva chi provocava un “più copioso sanguinamento”. Colpo prestigioso era la cosiddetta punteria, ossia quello portato contro la visiera che proteggeva il volto del mantenitore – in pratica al centro della fronte – giudicato vincente perché di grandissima importanza. La vittoria, e quindi il premio consistente in un drappo di raso prezioso, andava al cavaliere che, corse con le tre lance previste, totalizzava il maggior numero di punti. Quella giostra, che nel Seicento – a detta del Pacichelli – fu dismessa “per disapplicazione e mancanza de’ guerrieri”, torna oggi a nuova vita sia pure inevitabilmente adattata ai tempi. Cambiano il percorso e la funzione del mantenitore, niente assalti di lancia né sanguinamenti, ma semplici anelli di diverse dimensioni da infilzare da parte del cavaliere che corre contro cronometro, per cui vince chi consegue il risultato migliore nel minor tempo. Scomparsi i cavalieri solitari ed i nobili rampolli di antiche casate, oggi i fantini gareggiano in rappresentanza di Borghi e Sestieri.

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Editorial Review

AL FIANCO DEL TREMENDO RE FERRANDINO

 

Ferrandino seguiva alla lettera i consigli della nonna Regina. Provò anche a convincere i ribelli filofrancesi. Fu coraggioso quando lanciò l’appello in cui riconosceva gli errori del padre e del nonno. Si disse addirittura pronto a dimostrare il suo amore per Napoli, così come aveva fatto l’avo Alfonso Il Magnanimo, al quale più si sentiva di rassomigliare. I nobili ebbero quasi compassione per quello strano regnante che ragionava da grande pur essendo ancora un ragazzo. Ma furono i torti subiti e il fascino dei cavalieri a non arrestare i tumulti del popolo che si spinse a saccheggiare le stalle regie di Castelnuovo assalito dal lato della Piazza. Un atto indegno che Ferrandino sedò con generosità, allontanando la massa con la maestosità regia che l’accompagnava. Temendo poi l’ammutinamento diede fuoco alle navi che erano nel porto. Ormai sospettava di tutti, anche dei 500 tedeschi posti a guardia del castello. Temeva che presto avrebbero tentato di farlo prigioniero. Perciò cominciò a distribuire regali e, liberati i nobili ribellatisi ai suoi predecessori, ad eccezion fatta del congiunto di Sanseverino e del Conte di Popoli, il 2 agosto, accettata la superiorità del nemico francese e la slealtà degli avversari, congelò la proposta di sottomissione ai cugini Re Cattolici di Spagna e chiese una tregua al Re di Francia.
La Regina di Napoli era spaesata. Tutto era precipitato in meno di un paio anni. Lei, Giovanna la Vecchia, figlia del Re d’Aragona e sorella del Re di Spagna, doveva farsi i bagagli. Ma così fu. Preparate le cose di prima necessità, l’argenteria di famiglia e qualche vestito di raso, uscì anch’ella da Castelnuovo accompagnata dalla giovanissima figlia, la Principessina Giovannella. Ferrandino le imbarcò sulle piccole galee dello zio Don Federico, Principe d’Altamura, con il maggiordomo Isidoro Caravita. Da qui iniziò il breve viaggio per l’isola d’Ischia. Per trenta miglia il Re non fece altro che ripetere ad alta voce il salmo 126, mentre la metropoli del Regno si allontanava all’orizzonte. Riteneva vano, fra sé e il mare, il custodire una città dove non c’è Dio a custodirla.
Diceva Ferrandino: - Nisi Dominus custodierit civitatem, frustra vigilat qui custodit eam!
Per lui Ischia sarebbe stata una base provvisoria prima di prendere la via della Sicilia. La speranza era quella di essere aiutato dal fratello della nonna Regina: il Re di Spagna. Una riflessione che Ferrandino fece durante la sosta a Procida del 28 febbraio, da dove inviò l’ultima richiesta di aiuto alla Regina Isabella di Castiglia, seguita alla lettera inviata al Re Cattolico.
Scrisse Ferrandino: - Serendissima S. Regina, S.ra et madre colendissima: per non dare molestia ad v. M.tà non me stendo per questa in narrarli tucte le mie adversitate.