Editorial Review
APPENDICE DOCUMENTARIA
I 25 ARTICOLI
DELLE PRAMMATICHE DEL BENEVENTO
di Domenico Antonio Parrino*
PRAMMATICHE.
I - II.
Rinnovò con due Prammatiche gli Ordini antichi, che proibivano i giuochi pubblici, e case di baratterie.
III.
Comandò, che la mutazione delle Case à pigione non si facesse nel primo giorno di Maggio, dedicato alla solennità de SS. Apostoli Filippo, e Giacomo, ma nel quarto giorno del medesimo mese.
IV.
Che nelle obliganze penes acta, basti la sottoscrizione del principal debitore, è del maestro d'atti, se il principale non sopra scrivere, senz'altra sottoscrizione di testimoni, quando non eccedono la somma di cinquanta ducati.
V.
Che i libri, impressi fuori del Regno, non possano vendersi in esso, senza licenza del Viceré.
VI - VII. Che niuno avesse comperato grani, et altre vittuaglie per trenta miglia attorno la Città di Napoli per farne mercanzia, ma solamente per uso proprio. E che niuno avesse quelle riposte in luoghi, immuni, per venderle à più caro prezzo.
VIII.
Che le stime dei feudi, possessioni, territori, fabbriche, et altre cose simili, dovessero farsi dai tavolari eletti dalla Città, rivedersi dal primario, e finalmente dal commissario della causa.
IX - X.
Vietò la fabbrica, detenzione, et asportazione degli stili, et archibugi piccioli sotto diverse pene, anche di morte naturale rivocando qualsivoglia licenza, privilegio, ò permissione incontrario.
XI.
Fece diverse ordinazioni pel mantenimento dell’acquidotto, e formale reale.
XII.
Comandò, che le Università del Reame non havessero potuto prender danari à cambio.
XIII.
Che incorrino nella pena di morte naturale non solamente quelli, che presentapo in banco polizze false, ma anche colore, che presentano polize vere con girate false.
XIV.
Regolò diversi disordini nati nelle negoziazioni de cambi.
XV.
Et anche nell' amministrazione de'sali, Saline della Regia Corte per evitar le frodi.
XVI.
Fece diverse Ordinazioni circa la giuridizione spettante al Tribunale dell’Audienza General dell’Esercito.
XVII.
Regolò le fiere del Regno, e comandò, che si fossero celebrate nei tempi stabiliti nei lor privilegi, e non altrimenti.
XVIII.
Comandò chi capitani, et officiali delle Terre del Regno in tutte le cause così civili, come criminali non dovessero procedere via facti, ma in scriptis, e col voto dell’ordinario consultore.
XIX.
Che i notai, che dimorano in Napoli, non possano portar le loro scritture fuori della Città.
XX.
Che non si possano spedir provisioni, per l’osservanza d'altre precedenti, se non saranno ritornate le prime con la replica della parte, e con la relazione della notificazione, fatta per mano di notajo.
XXI.
Che niuno schiavo, quantunque battezato, possa portar alcuna sorte d'armi, così in Napoli, come pel Regno, sotto pena di Galea.
XXII.
Impose la pena d'anni diece di galea a magnani, che fabbricassero chiavi false; e comando, che la sola invenzione di esse addosso a ladri bastasse per condannargli à remare, quantunque non fussero convinti del furto.
XXIII.
Vietò i giuochi di palle, palloni, e pilotta davanti la Chiesa dello Spedale di S. Nicola del Molo.
XXIV.
Che niuno padrone di massaria per trenta miglia attorno Napoli comperasse, et facesse comperar vini per rivendere, ma solamente per uso proprio.
XXV.
Fece molte ordinazioni per rimediare al danno delle monete, che si falsificavano.
Con diverse altre Prammatiche così alla Politica, come all’Economia profittevoli.
Presentazione
Ricapitolazione
Capitolo 1 / Filippo III insedia i Vicerè a Napoli e Palermo
la chiesa padrona del regno
— Chiese corrotte ricche d’argenti: la fuga sugli eremi
— Il fondatore dell’Incoronata: Giulio Nardonense
— Il rinnovamento inebria i missionari: Carlo Carafa
— Trabucco rifonda San Pietro Aram a Cesarano di Mugnano
— La mania colpisce anche i laici con le confraternite
— Un pontefice spigoloso: Papa Benedetto XIV
— L’Oratorio con 4 altari per i più potenti di Napoli
— Centinaia di monasteri arricchiti dai figli dei nobili
Capitolo 2 / I Signori dei feudi spremono i sudditi
il popolo oppresso dalle tasse
— Così era fatto un Palazzo-Castello: l’esempio di Ostuni
— I feudi amministrati dalle Corti baronali
— Comuni dei Principati con la Camera riservata
— La magna carta feudale a Ostuni come per Apice
— Le capitolazioni pugliesi dei Principi Serra
— Il Parlamento comunale e le tasse delle Università
— Regio fisco snello? Abolito solo il ‘presento di Natale’
— Il Laudemio dei Beneventani; enfiteusi per 29 anni
— La tassa di rilievo al Fisco per successione feudale
— L’Università regia e Baia; ultimo progetto di Fontana
Capitolo 3 / Generale Giovanni Alfonso Pimentel d’Herrera
il conte di benavente e la carestia
— Processi trasferiti a Napoli dopo il caso di Mastrillo di Nola
— Il Cavaliere di Malta assassino che fuggì in S.Caterina
— La scandalosa gabella sulla frutta, principio di rivolta
— I tre ladroni del grano: Bianco, Struppa e di Martino
— Penuria di grano per siccità, ma ecco le navi inglesi
— Andrea e il suo asino bruciati vivi in Piazza Mercato
— A Venezia; corsari in Puglia e Calabria: Durazzo a fuoco!
Capitolo 4 / Nuove chiese e nuovo protettore: S.Tommaso
monete false, truffe, feste e fontane
— S.Tommaso è 8° protettore: nuova Cappella del Tesoro
— Gran feste per i pargoli regi: nasce Filippo IV
— L’eredità del Bisignano, l’avvocato Rovito, e vari addii
— Monete ritagliate dalla Zecca al posto delle buone
— Cappella di Santa Maria ai Lanzati: la Concezione
— La nuova Chiesa di S.Maria con l’antica Odigitria
— Santa Maria dei Vergini e Succurro alla Provvidenza
Capitolo 5 / La Napoli dei poveri rafforza Ponza e l’Elba
porte e fortilizi dentro e fuori il reame
— L’Ospedale della Pace detto S.Giovanni di Dio
— La fondazione di Forte Pimentel sull’Isola d’Elba
— L’acquedotto e le chiese di San Carlo all’Arena
— La creazione di Porta «Pimentella» a Chiaia
— Il Ponte Resicco innalzato a Cava
— Il Ponte di Bovino sul Cervaro, e sul confine di Benevento
Capitolo 6 / Il Palazzo per il grano e le ultime inaugurazioni
sfida a duello fra viceré, torna castro
— Il duello fra Laurenzano e Caracciolo, e la chiesa sfondata
— La via alberata di Poggioreale e le fontane di Santa Lucia
— Il Palazzo di Porta Reale per serrare il grano e le feste
— Duello a Procida fra Conte di Lemos e figlio del Viceré
— Benevento lascia per l’accusa di aver impoverito Napoli
Ai Napolitani per la morte d’un asino condannato alla morte
— Via il Viceré che rese potenti solo il figlio e i due compari
Appendice Documentaria
I 25 ARTICOLI
DELle prammatiche del benevento
di Domenico Antonio Parrino
Note bibliografiche
1. A.Tranfaglia, II beato Giulio. Avellino, Tipografia Pergola, 1922. Pag.8.
2. Ivi.
3. La statuetta che raffigura la Madonna Incoronata viene attribuita allo scultore Giovanni da Nola, detto il Merliano (1478-1558).
4. L.Ispano: Romualdina seu eremitica Montis Coronae Camaldulensis Ordinis historia, in quinque libros partita. In Eremo Ruhensis, in agro Patavino, 1587. F.171 e segg.
5. A.Matrullo: Chronologia virorum illustrium et rerum exmiarum Congregationis Montis Virginis Ordinis Sancti Benedicti. Napoli, 1656.
6. Annali Camaldolesi, in Tranfaglia, cit., pag.10.
7. A.Tranfaglia: II beato Giulio. Avelline, tip. Pergola, 1922. Pag.11. Cfr.Mongelli, pagg. 70-71.
8. Ivi.
9. Abbazia di Loreto, Registri dei capitoli generali di Montevergine, I, 201.
10. Vedi pag. 45.
11. G.Mongelli, II beato Giulio da Nardò. 1981., pag. 64.
12. Atto capitolare del 10 luglio 1593, in Lugano, nota 2, pagg. 276 e segg.
13. Abbazia di Loreto, Archivio di Montevergine, busta 199. Cfr. Mittarelli - Costadoni, Tomo VIII.
14. Ivi.
15. G.Zigarelli, Viaggio storico artistico al Reale Santuario di Montevergine, Napoli 1860, pag. 338.
16. Lo scrive Domenico D’Andrea parlando del Convento di San Pietro a Cesarano di Mugnano in Terra di Lavoro (oggi del Cardinale).
Così Domenico D’Andrea nel suo libello su San Pietro a Cesarano: Le due principali fonti storiche che parlano del Trabucco sono la Vita che gli dedicò nel 1697, il Padre Paolo D’Ippolito, che apparteneva per l’appunto alla congregazione dei Preti Missionari di San Pietro a Cesarano, e Gianstefano Remondini, nel vol. III (pp.426-429) della sua opera Della nolana ecclesiastica storia (Napoli, 1757)... Padre Michele Trabucco era nato a Napoli il 18 ottobre 1603... La regola dettata dal Trabucco prevedeva, tra l’altro, l’assistenza morale e religiosa alle popolazioni locali,le quali erano state ridotte ad uno stato di povertà e di quasi abbrutimento, in quel triste periodo che per l’Italia Meridionale fu il Vicereame spagnolo. Ma a questa assistenza si univa poi la carità verso gli infermi e soprattutto agli appestati. Per questi ultimi l’assistenza andava “fino all’ultimo respiro” e nella epidemia del 1656, due discepoli del Trabucco, il padre Antonio Canonico e il diacono Giambattista Bianco, furono vittime del morbo. L’abito di questi Padri era quasi l’esatta replica di quello dei Pii Operai di Napoli: una veste talare, dalla quale usciva, intorno al collo, un colletto aperto di raso bianco, colletto che rassomigliava a quello di una comune camicia. Padre Michele Trabucco morì a Mugnano il 15 gennaio 1677. Solenni onoranze funebri gli furono tributate nella chiesetta di San Pietro a Cesarano. Poi le sue spoglie mortali furono composte nella sepoltura del convento.
17. Così Orsini nelle Visite: il parroco procuri di scrivere huomini e donne alla Confraternità di Altavilla, canonicamenente eretta, acciò che possano godere dell’Indulgenze Massime che si recita qui il Santo Rosario quasi cotidianamente. Il giorno 11 Settembre del 1702, scrive Paolo di Caterina nel libro sulla Cappella di Torrioni, durante una santa Visita, l’arcivescovo di Benevento, cardinale Vincenzo Maria Orsini, ispezionando la parrocchia di S. Michele Arcangelo, rileva che a Torriuni non esiste una Confraternità dedita alle orazioni del SS. Rosario, ed emana un decreto a favore della sua costituzione; nelle more, impone che, comunque, il parroco procuri di scrivere huomini e donne alla Confraternità di Altavilla, canonicamenente eretta, acciò che possano godere dell’Indulgenze Massime che si recita qui il Santo Rosario quasi cotidianamente. I torrionesi non lasciano cadere l’invito dell’arcivescovo, anzi, solo pochi anni più tardi, nel 1706, ventisei aspiranti confratelli del SS. Rosario, radunatisi in “Cappella”, sotto la guida spirituale del parroco, già muniti di abiti (sacchi cappucci e cordoni), rappresentano al cardinale Orsini, durante la sua santa Visita a Torrioni, del 24 Luglio, il loro desiderio di vedere istituita, nel paese, una propria Confraternita. Purtroppo, per la vicinanza à Petruro, non potendosi ottenere dal Priore Reverendissimo Eccellente la communicazione delle indulgenze, il Cardinale non ritiene ancora convenevole di eriggere in Confraternità questa Cappella: onde il reverendo Parroco farà i detti fratelli, e le sorelle scrivere al libro della medesima Confraternità in Petruro, acciocché tutti guadagnino le sagre Indulgenze recitando il Santissimo Rosario e frequentando i santissimi esercizij.
E ancora: Nel 1736 quest’Oratorio è ancora in costruzione: i lavori, per la difficoltà nel reperire i fondi tra la popolazione, piuttosto povera, procedevano assai lentamente; infatti, l’allora arcivescovo, cardinale Serafino Cinci, durante la santa Visita al “novo Oratorio ssmi Rosarij”, del Maggio di quell’anno, se loda “ il zelo” del Rettore, “che colla sua direzzione hà fatto ridurre in buon termine quest’oratorio”, al contempo, lo esorta “a non desistere da una si bell’opera, affinché presto si p(er)fezioni”. E così fu; due anni più tardi, nel 1738, il nuovo Oratorio del SS. Rosario è ultimato ed è lo stesso cardinale Cinci ad inaugurarlo e a consacrarne l’altare maggiore, con queste parole: “Lodi al Signore poiché si è degnato (…) di far ridurre a perfez.ne quest’oratorio (…) preghiamo il medesimo per lo mantenim(en)to di esso”. Il nome del Mastro che progettò e diresse i lavori dell’Oratorio non ci è pervenuto dai documenti, ma da un esame dell’impianto plano-altimetrico, che appare tipologicamente semplice ma si rivela poi formalmente complesso, ché fondato sulla geometria del quadrato e delle sue partizioni auree (cfr. disegni), si può avvertire la presenza di un artefice colto che conosce bene, ed usa con gran disinvoltura, le regole classiche del fare architettura... Nel Luglio del 1742, infatti, il cardinale Francesco Landi, rilevando lo stato di degrado in cui già si trovava l’Oratorio, a soli quattro anni dalla sua consacrazione, ordina: che “si faccia la pittura al nicchietto”, che “si serrino li buchi (le lesioni) ne’ pareti”, che “si pongano i vetri mancanti alle vetrate”, che “si ricarcisca il riccio (l’intonaco) esteriore et interiore ne’ pareti”, che “si dia di bianco”, che “si tenghi salariato un Mastro Muratore per li tetti”. Per i confratelli, però, questi imprevisti lavori di manutenzione straordinaria sono davvero irrealizzabili; esausti per i gravosi impegni economici di cui essi si erano fatti carico per l’edificazione dell’Oratorio, non disponevano più, oramai, di nessuna risorsa economica. Permanendo, per molti anni, questo stato di indigenza, l’Oratorio, sempre più umido, freddo e malandato, diventa assolutamente impraticabile; i confratelli sono costretti a disertare le riunioni per gli esercizi spirituali, e continuano ad utilizzare la struttura solo come cimitero. Infatti, non ostante tutto, il numero degli iscritti alla Confraternita cresce continuamente: dalle iniziali 83 unità passa a 107 nel 1744.
18. La manifestazione continuerà anche a metà 1700, quando nel Catasto di Acerra compare il nome dell’Eccellentissimo Signor Don Ferdinando de’ Cardines, cittadino e cavaliere Napoletano [di Napoli], Illustre Signore Conte di questa Città, il quale possedeva territori e massarie a Parmiano, Giardino, Lupara, S.Maria della Selva, Pietra dello Gallo, Molino Vecchio. Erano suoi i comprensori di case a Il Parmolito, La Piazza, il Vescovado, S.Agostino, La Conciaria. Ma molte altre erano le rendite. Pensate che il suo reddito superava le 4000 once. V.Aa.Vv., Acerra nel 1754, Abedizioni.
19. R.Raimondi, Dalle orgini ad oggi, la festa dei quattro altari. Da: La Torre, n.13 del 23.09.1974, Torre del Greco. Scriveva Raffaele Raimondi di Torre del Greco nel secolo scorso che “non sappiamo con precisione quando ebbe luogo, a Napoli, per la prima volta la festa dei Quattro Altari, però tutto ci induce a credere che ciò avvenne proprio al tempo di Don Antonio Alvarez di Toledo duca d’Alba che fu viceré dal 14 dicembre 1622 al 16 agosto 1629. La festa si svolgeva al Largo del Castello (‘o llario ‘o Castello), oggi Piazza Municipio. I Quattro Altari erano serviti da Quattro Ordini religiosi, e cioè dai padri dell’oratorio (in realtà si trattava di congregazione non di ordine), dai domenicani, dai teatini e dai carmelitani... Lo stendardo apparteneva alle Quattro primarie famiglie spagnole, che avevano l’esclusivo diritto di portarlo ed erano le seguenti: Avalosos del Marchese del Vasto; Cardines del Conte della Cerra; Cavanillos; e, Guevara del Duca di Bovino. Notizie circa la festa dei Quattro Altari ce le da’ anche il canonico Carlo Celano (1617-1693): «nella Piazza del Castello vi è un famoso Oratorio, o vogliam dire Congregazione del Santissimo Sacramento, dove stanno scritti e vi si congregano moltissimi divoti nobili nazionali (i nazionali erano gli spagnoli) e nel giovedì che chiude l’ottava del Corpus, fanno una solennissima processione per le strade intorno la chiesa, che veramente è degna d’esser veduta, perché in ogni capo strada vi si fa con bizzarro e nobile teatro un altare ricco di tesori di argenti; e questi sono al numero di quattro; si può dire che questa sia una delle belle feste che si faccia nella nostra città» (C.Celano, Notizie del Bello, dell’Antico e del Curioso della Città di Napoli, Napoli 1692). Finita l’epoca del viceregno (1734), come abbiamo detto per la festa del Corpus Domini, anche sotto i Borboni le tradizioni vennero mantenute. La festa dei Quattro Altari è descritta anche da Sthendhal, al secolo Enrico Beyle (1783-1824), nel suo romanzo Il Rosso e il Nero.”
20. Così Ferdinando Galiani nel De Moneta:
In Napoli, città di metalli ricchissima, sono le chiese tutte singolarmente di argento ripiene. Il tesoro della cappella di S.Gennaro ha sopra cento mila scudi di argento: molte chiese oltrepassano i sessanta mila, e almeno cinque o sei ne hanno sopra quaranta mila; ma de’ soli utensili più necessari, quali sono i calici, le patene, gl’incensieri etc. si può far questo conto per vederne la quantità numerosa. Sono in Napoli trecento e quattro chiese, e sopra cento e dieci altre cappelle, confraternite e congregazioni, tutte a dovizia ben corredate; in queste sopra due mila altari benissimo guarniti vi si hanno a numerare. Da tutto questo io m’arrischio argomentare, che in tutto tre milioni di ducati in argento sia in Napoli ad usi sacri consegrato. Nelle private case, s’io dico che cinque milioni ve n’abbia, dirò forse meno che più del vero: perché il lusso ha renduti così volgari gli oriuoli, le tabacchiere, i manichi di spade e di bastoni, le posate, le tazze e i tondini d’argento, ch’è cosa incredibile. Si aggiunge a ciò che i Napoletani, quasi in tutto ne’ costumi agli antichi Spagnuoli rassomiglianti, trovano grandissimo piacere a conservare ripieni di antiche manifatture di argento i loro forzieri, che scrittòri, e scarabattoli essi chiamano. Da tutto questo io credo non aver errato nella mia supposizione: della verità della quale chi volesse restar persuaso, non ha a fare altro che andare a vedere i pegni che ne’ nostri Banchi e Monti di pietà sono, e se ne chiamerà convinto. E certamente ne’ soli pegni piccoli del Banco della Pietà, sopra quattrocento mila scudi di valore di piccoli ornamenti e gioielli vi si conservano, fra’ quali almeno cinquanta mila scudi di argento vi saranno. Ha dunque Napoli otto milioni di argento non coniato. Il Regno contiene una popolazione otto volte maggiore della capitale, la quale oggi io credo che giunga ad avere trecento quaranta mila abitatori: vero è ch’egli è incomparabilmente più povero, ma è da attendersi che qualunque cosa, ch’è sparpagliata, appare minore, che se raccolta si vede. Certamente le chiese del Regno sono venti volte più di quelle che ha Napoli; e fra queste molti celebri santuari, molti ricchissimi monasteri, molte cattedrali insigni vi sono doviziose d’argento: né si crederà quanto ricche siano molte cappelle che ne’ luoghi più poveri del Regno sono fondate. Molte città in oltre, essendo dall’ antica quantità degli abitatori grandemente decadute, sono restate così ripiene di luoghi sacri, che simili appaiono a quelle antiche città che avea la Tebaide un tempo, le quali tutte di eremiti e di vergini si componevano: perciò non sembrerà strano se io dirò, che sei milioni di argento abbiano i luoghi sacri del Regno, e sei milioni soli i laici: laonde sono nel Regno venti milioni di ducati d’argento non coniato.
Alcuni hanno asserito che Innocento XII fosse nato a Regina, in Calabria, altri a Spinazzola. Un atto del registro parrocchiale di Regina (Cs) così recita: 1626 die Januarii. Ottavio Francesco Giuseppe Antonio Pignatelli, figlio degli illustrissimi Signori Mario e di Maria Faustina Caracciolo, coniugi e Signori di questa terra di Regina, è stato battezzato da me Don Orazio Siciliano, Arciprete e Rettore. Compare fu l’illustrissimo Signor Ottavio Pignatelli juniore insigne congiunto del Signor Mario, e figlio di Ottavio Pignatelli seniore. A margine di questo atto di battesimo, un altro sacerdote annotò, interpretando male il documento: Fu Pontefice con il nome di Innocenzo XII nel 1691. Il Napolillo ha dimostrato che Antonio Pignatelli, nato a Spinazzola (Ba), il 13 marzo 1615, diventò papa con il titolo di Innocenzo XII. Infatti, quando egli era Arcivescovo (card.) di Napoli, fece incidere sul Mausoleo (ipogeo) del Duomo di Napoli, il nome dei suoi genitori, Francesco Pignatelli, marchese di Spinazzola, e Porzia Carafa, principessa di Minervino. In altri termini, il luogo di nascita di Innocenzo XII non fu Regina, né i suoi genitori furono Mario e Maria Faustina Caracciolo.
2. ASN, Catasti Onciari, Caserta e Casali. Cfr. Bascetta, Venticano e le Fiere, Abedizioni 2001.
22. Pescosolido G., in: Riccardi F., I Boncompagni e Roccasecca (1583-1796). cit.
23. E’ sempre Pescosolido G., cit.
24. Nicosia A., in: Riccardi F., cit.
25. Bascetta A., Il Tesoro del marchese Amoretti di Capriglia e Pianodardine. In questo testo vengono tracciati i ruoli delle singole figure principali che ruotano intorno al feudo. Il Governatore per l’esercizio della giurisdizione delle cause aveva potere sulle cause civili, criminali e miste e tutta l’autorità e podestà non ché nelle cause di chiese, Persone Ecclesiastiche, Orfani, Poveri, Vedove, o pupilli debba procedere con particoler riguardo. E nelle cause criminali nelle...pena corporale afflittiva, o possono commutarsi in pecuniarie, vogliamo, che non proceda senza farne non inte...del Governo, e Vassalli, che essi lo reputino, e riconoscono sotto pena di docati Mille. In segno di che si è... sotta, e munita col suggello delle nostre armi. Ad egli obbedivano le persone del Governo Universale della Terra in base alle Regie Prammatiche, cioè il Consultore Ordinario della Corte prescelto dal marchese quale persona fidata. Dovendo noi provedere questa nostra Corte della Terra di Capriglia d'ordinario Consultore, confidati intanto nella dottrina integrità ed esperienza che tenere dal dottor Don Grancesco Antonio Iannaccone, l'eligemo perciò a costituirne consultore di questa nostra Corta, con tutta l'autorità bastante, mero, e mist'imperio, lettere arbitrarie a tutti li gagi, emolumenti, ed onori che hanno soluto gli altri predecessori godere. Ordiniamo però al magnifico Governatore, a tutti uomini di detta Terra, e nostra Corte in solida che per tale lo ricevano, riconoscono, ed esibiscono, guardandosi dal contrario pe quanto si ha cara la nostra grazia fu. Seguiva un Coadiuvatore e Consultore Fiscale altrimenti chiamato Agente Generale, Tenendo bisogno di una persona, aciiò possa accodire da Coadiutore nella nostra Corte della Terra di Capriglia, per inviggilare nelle cause criminali che accadono per l'interessi di quella nostra Camera baronale; ed avendo tutta la scienza dell'integrità, abilità, ed agibilità del magnifico Don Nicassio Vetroni di detta Terra; perciò lo facciamo deputato, e creamo per Cadiutore. Un benestante locale in grado di saper leggere e scrivere correttamente, che aveva il compito di vigilare all'esigenze dell'erario per non far sortire reste. Nella sua famiglia avevano fatto sempre quel mestiere. Principale compito dell'Agente era quello di farsi consegnare e controllare il danaro dagli erari per inviarlo al Banco, a Napoli, se essi non avessero voluto portarlo, o mandarlo a loro rischio, rilasciando regolari ricevute all'erario. Il libro dell'esazione era a sua cura. In esso annotava tutto con chiarezza, caricando e scaricando gli attrassi. Era lui che portava all'erario i suoi conti, per l'esazione e per le spese sostenute nel mandarlo a Napoli alla revisione del Rationale, stilando il libro dei renditi, in quanto era l'unico nella condizione di poterlo fare perché informato delle partite catastali, che di anno in anno passavano di possessore in possessore. Del resto, da buon notaio, in base agli istrumenti e alle fedi (leggi: giuramenti di fedeltà, obbligazioni) in possesso del marchese, era anche l'unico a sapere da chi si dovessero esigere i renditi, prendendo il denaro terza per terza, pagando l'8 per cento in favore di chi li esigerà. In tutto questo doveva essere sempre imparziale, assistendo senza distinzioni i Parsonali, così dell'Isca come del Campo. Bisognava insomma invigilare sui contadini per far in modo di aumentare la loro produzione, evitando che smettessero di lavorare, e incitandoli a produrre buoni prodotti, con una coltura fatta come a loro dovere. L'agente generale doveva inoltre assistere la Corte per la defraudazione dei proventi, e quanto esigere se vi saranno, vigilando anche sulla terziaria, esaminandola per accertarsi della veridicità prima di mandarli a Napoli. Significava quindi anche assistere all'affitti della Mastrodattia, Portolania, Censiazione dei territori, a rescissioni dei contratti. Abbiamo poi un Erario loco feudi, in genere un benestante che compra dall'Università e dal marchese la riscossione di tasse e diritti, diventando quindi erario loco feudi. E’ colui che riscuoteva i censi, tasse e diritti in nome dell'Università o del marchese, ma per conto proprio, in quanto aveva comprato quel servizio che prestava, impegnandosi in prima persona nella riscossione in cambio dell'8% della somma totale raccolta; pena, una salatissima multa. I contadini, dal canto loro, attenendosi ai contratti stipulati col feudatario e alle disposizioni comunali, dovevano obbligatoriamente pagare l’Erario. La necessità che qualcuno esigesse i censi in nome del feudatario, ma per conto proprio, era nata dal fatto che il marchese non poteva stare lì ad elemosinare il dovutogli in casa di ogni contadino. Da qui l'idea di togliersi da mezzo, salvaguardando anche la figura politica, vendendo la riscossione ad un erario, il quale, quando i fittavoli non avevano soldi o non volevano pagare, era nella possibilità di mandarli davanti al giudice che, con altra soprattassa, li invitava a sborsare la grana dovuta, altrimenti il poveraccio finiva dritto dal governatore che gli confiscava il bene, costringendolo a lavorare gratis per il resto dei suoi giorni, per pagare il risarcimento, o lo chiudeva da subito nelle carceri del palazzo. Le piccole conquiste feudali rischiavano così di finire nelle mani di una sola famiglia che si apprestava a divenire ricca e potente. In genere gli Esattori dei redditi minuti erano due, diremmo una sorta di bravi, come li descrive Manzoni, che dipendevano direttamente dall’Erario loco feudi. Vi era poi l'Armiggero nominato dall'Agente Generale, a disposizione della Corte per prelevare i contadini da incarcerare o fare ad essi la guardia una volta dietro le sbarre. Per fare questo lavoro l’Agente gli rilasciava la patentiglia per l'esercizio delle sue funzioni. Segue in genere un Guardiano della Terra con licenza assegnata dall’Agente Generale per poter andare armato di tutte sorti d'armi non proibite però dalle Regie Prammatiche. Pertanto la Corte di detta nostra Terra, e Maestri Caporali di Campagna non lo molestino per l'apportazione suddetta. Però non debba questa godere, se prima non sarà registrata nella Regia Udienza Provinciale. Ed infine un Guardiano del palazzo al servizio della Corte, nominato dal marchese che deve provvedere di persona atta per guardare il Nostro Feudo che si veniva ad eligere per conoscendo la sua puntualità, ed abilità, e dovendo portare armi non proibite, ed a tenore della Regia Prammatica, esortano così le squadre proinciali, come ogn'altra sorte di soldati a non darli molestia per lo trasporto suddetto dell'armi, il retto a tenore da nuovi privilegii. E, per ultimo, un Custode.
26. ASN, Catasti Onciari, S.Maria Maggiore. Sul deputato Santoro V.Appendice documentaria alla fine di questo testo. Per le note generiche si fa riferimento a: ASN, Catasti Onciari, Pietrastornina. ASN, Catasti Onciari, Roccasecca. Gli stati feudali sono infatti composti da più feudi che potevano anche alienarsi, come ricorda il Riccardi, dimenticando cose ben più importanti, come la strada Consolare. Cfr.Riccardi F., I Boncompagni e Roccasecca (1583-1796). Egli scrive che lo stato di Aquino comprendeva Castrocielo, Palazzolo, Colle San Magno, Terelle, Roccasecca, Caprile ed ovviamente Aquino, quello di Arpino invece annoverava Santopadre, Schiavi (l’odierna Fontechiari), Casale (l’odierna Casalattico), Casalvieri, Pescosolido e la stessa Arpino. Egli accenna anche alla costruzione della nuova Via Consolare e scrive che con tale arteria si favoriva non soltanto lo sviluppo del polo industriale sorano ma si assicurava anche una più rapida e comoda avanzata delle truppe verso la frontiera pontificia, in un momento in cui nubi cariche di tempesta si addensavano pericolosamente all’orizzonte. La “consolare” “viene costruita a decorrere dal 1794 dal colonnello Parisi (n.d.a. era il comandante della Regia Accademia Militare), nominato soprintendente, e dall’ingegner Bartolomeo Grasso, che ne elabora i progetti, con un itinerario più razionale dell’antico tracciato, che seguiva i centri abitati anche sui monti e sui colli. La sua realizzazione si giova del contributo dei baroni e dei comuni posti fino alla distanza di 10 miglia. I ‘ratizzi’ comunali sono limitati ai possedimenti in ragione del valore della proprietà e della distanza dalla strada. La spesa preventiva viene stimata in 300 mila ducati, due terzi a carico dei comuni ed un terzo a carico dei baroni”.
27. ASN, Catasti Onciari, Roccasecca. I beni posseduti dal Duca sono: 1. Il Palazzo nel luogo detto la Corte vicino la parrocchiale chiesa di S. Margherita, in cui sogliono risiedere i governatori locali. 2. La Mastrodattia, la Bagliva e la Còlta di S. Maria. 3. Il Montano che serve anche per la terra del Colle S. Magno. 4. Il molino che va compreso nell’affitto con quelli di Aquino. Seguono i territori. Cfr.Riccardi, cit.
28. V. Riccardi F., I Boncompagni e Roccasecca (1583-1796), cit.
29. Da: www.solofrastorica.it. Mimma De Maio, L’Universitas di Solofra contro Beatrice Ferrella Orsini, 1578-1583: “I Capitoli di accusa presentati dalla Universitas, Articuli super quibus examinandi sunt testes ad instantia Universitatis terra Solofre in causa quam habet in Regia Camera Summaria et quoram Eccellente Domino Anibale Moles cun Illustrissima Beatrice Ferrella utili domina ditta terra super petitione Regii demani preditta terra et alias ut in actis est”. Vedasi il capitolo 5: Item ponitur come havendo detta Signora Beatrice inteso che detta Università trattava di vendersi, et sapendo che detta vendita se facea per detta Universitas principalmente per esser franca di allogiamenti subbito trattò il negotio et compera con li procuratori de ditta Università et l’offerse retenerela per Camera reservata et non farla allogiare di nesciuna sorte d’allogiamenti, et in casu contrario s’obligò refarli tutti danni, spesa et interesse, che detta Università et homini di essa patessero per detti allogiamenti, quod fuit. E il capitolo 3: Item ponitur come per causa de detti allogiamenti l’Universitas et homini d’essa pensorno ottener grazia dall’Illustrissimo Sognor Vicerè di posserse retornar a vendere ad alcun barone accussì fusse stata tenuta per Camera reservata e fusse franca d’allogiamenti et con tal promissione et per tal effetto s’indusse a vendere per non pater tanto interesse et danni d’allogiamenti, et così fu il pensier di tutti, eo per suo effetto speradesi et altrimenti non haveriano consentito a tal vendita se non per la causa predetta, quod fuit. Vedasi la dichiarazione di un testimone sul capitolo 3 quando dice che Solofra si vendè alla Ferrella con patto de refarla Camera Reservata et se mai avesse allogiato lo haverà de defetto de essa, et con questa conditione se vendì a detta Dochessa come appare per lo Instrumento al quale esso se refere e che se avesse patuto come appare, essa Universita non haveria tornata ad essere dei baroni e per questo se indisse detta causa. Item de tutto ciò esso testimonio desidera che la detta Universitas sia admessa un’altra volta al Regio Demanio.
30. Cfr. Bascetta A., Cassano Irpino. Su Cassano v.Scandone, cit. Proc. Ant. della Sommaria, Pandetta 14, Vol.248, proc.2582; vedasi anche: Provis. del Coll., Vol.43, in Scandone, L’Alta Valle del Calore, op. cit., pag.145. Il 14 marzo del 1607, con assenso regio all’istrumento stipulato il 18 febbraio tra il sindaco Agostino Granata, in nome dell’Università, ed il barone Cesare Masucci, veniva da questi concessa finalmente la Camera riservata ricevendo il pagamento di 50 ducati l’anno, dopo aver già ottenuto la proroga per 5 anni della gabella sulla farina di grano e di fave a 2 carlini il tomolo, di quella dell’orzo a 12 grane, di speltra a 1 carlino e di miglio a 15 grane.
31. Bascetta A., 3.Torrioni nel 1700, cit.
32. Cfr. Bascetta A., Capriglia Irpino, cit.
33. Cfr. Pescosolido G.; per quello del Ducato di Sora: A.Nicosia in: Riccardi F., I Boncompagni e Roccasecca (1583-1796). Sui feudi dei Caracciolo: ASAV, Notai di Avellino, 7430, ff.53-62; 7427, ff.78-79: in Cocozza. Cfr. ASNA, Capitoli dell’Università della Terra di Apice / 1546, Archivio privato “di Tocco”, Busta n. 32, ff.277-304, ex registro del Conte di Montaperto Leonardo di Tocco, entrato nel possesso del feudo di Apice dal 1639. Cfr.: Michèle Benaiteau, I Capitoli della Terra di Apice nel 1546, in: Samnium, Anno 1980, pagg.186-215. Il Benaiteau considera figlio allo stesso capostipite Antonio, Innico de Guevara, morto senza eredi diretti, lasciando che i beni andassero al cugino Carlo, fra il 1542 e il 1546. La leggenda della ragazza uccisa da Giovannangelo Pisanello II viene riportata dal Ciani, non trova però conferma e viene smentata dagli stessi contemporanei come Ursino Scoppa, compagno del Pisanello e testimone dei fatti del 1648, ma trova in qualche modo un fondo di verità nel diritto del marchese a possedere le ragazze la prima notte di nozze. Secondo altri, in questo periodo Bonito fu anche degli Orsini, ma di certo lo tennero i Pisanelli fino al 1674, seguendo la dinastia di Claudio (1560), Giovannangelo II (1598), di Geronimo I (1605) marchese nel 1625), Giovannangelo III (1641) e Geronimo II (1648) che lo tenne fino al 1674 (5). Cfr. Bascetta A., Venticano e le fiere; Bascetta A., S.Angelo a Scala, op. cit. Per il sistema feudale nel 1500.
34. Il 24 agosto del 1589 Pirro, anzichè darle all’Università di Carovigno, affittava le entrate del feudo di Carovigno al Magnifico Stefano Ayroldi di Ostuni per la somma di 3.600 ducati annui da versare in nove rate fino al 1598, cioè l’esercizio del mero e misto imperio, il castello, lo jus facituro delle pecore, la bagliva con facoltà di eleggere i baglivi e relativo mastrodatto, il diritto di esigere annualmente 9 ducati dall’Università, la mastrodattia,ella Corte del Capitano, la piazza, la decima sulla vendita delle robe stabili, grano, orzo, fave, la terziaria delle robe naufragate sulla marina del litorale ed altro ancora. In cambio di 9 ducati, insomma, l’Università esiggeva solo la strina. Pirro aveva dato tutto ad Ayroldi, il quale, dal canto suo, era garantito da diversi nobili napoletani e da polize et cautele, impegnandosi a curare terre e piante, arare et intraversare ogni anno, remondarle di sopra et smacchiarle da basso ogni tre anni, ben coltivare le vigne, putarle, zapparle, masciarle e mondarle ogni anno, a patto di chiedere il regio assenso sull’affitto e di non abitare il castello per tutta la durata del patto.
Nè questo mancò di far nascere bande brigantesche, come quelle composte da 12 carovignesi guidati da Cataldello e Nunzio di Ceglie che ricattavano, rubavano e turbavano i contadini fino alle terre di Monopoli, luogo dove furono fermati il 25 giugno 1588.
Per quel che riguarda il vescovo, c’è da dire che divenne proprietario delle vigne alla contrada S.Giovanni “comprate” da Carlo Magno, del fondo Casavito (1657), del fondo La Grotta ottenuto da Marcello Pilella (1656), del Bosco, della Masseria di Morgicchio, delle terre di Scappavigna di Scipione Mezzacapo, del fondo di Sangiovanni con grotta e profico di Giovanni Brancasi, della Coltura di Domenico Pilella di Brindisi appartenuto a Matteo Caliolo, della Masseria Colacurto di Sigismondo Palagano di Trani (1656), delle terre di Specchia Torregna e di quelle di Curti di Colazito di Giuseppe De Ruggero (1657), della Masseria Delle Grotte di Domenico Pilella (1656), delle terre di Lamasulica cedute da Giovanni Brancasi e Vittoria Epifani (1657), e di quelle di Lama delle Grottelle per mano di Angelo Pagliara (1657). Carovigno passerà agli eredi dell’arcivescovo. Quando passò a miglior vita, infatti, a Bartolomeo Lopez non restò che inventariare i beni su richiesta degli eredi che avevano nominato a procuratore il cardinale Vincenzo Costaguto. Lo stesso cardinale si ritrovò insomma proprietario delle terre, insieme al fratello del vescovo dipartito, Giovan Battista Costaguti, al quale cedette la sua porzione di feudo, e al marchese Aloisio (1659). Giovanni Battista Costaguti vendette il feudo a Benedetto Castaldo, chierico della camera apostolica, per 62.000 scudi romani, anch’egli utilizzando come prestanome la baronessa De Ruggero, il quale, il 7 giugno 1660, felicis beata memoriae Petri Ioannis patritius Ienuensis et Romanus, nominando procuratore Lorenzo Rocca Perusino (1661) ottenendo nel 1662 il titolo di Marchese di Serranova.
Benedetto Castaldo prese possesso di Carovigno il10 maggio 1661, ereditata da D.Geronimo Castaldo, chierico della Regia Camera Apostolica e da questi venduto a Giuseppe Granafei di Brindisi. Sotto un Giuseppe Castaldi, nel 1669, titolare di Carovigno, un suo parente cardinale gli avrebbe donato la reliquia dei Santi Filippo e Giacomo che divennero protettori del comune. Rimasta vedova del regio consigliere M.Antonio Cioffi, Donna Geronima De Ruggero si era risposata con Scipione Granafei dal quale aveva avuto per figli Giuseppe, Cesare e Geronimo che comprarono dalla madre i feudi di Carovigno e Serranova nel 1665, precisando nell’atto che essi erano fatti sempre a “favore” di Don Benedetto Castaldo. Feudi che nella realtà degli atti furono tenuti dal solo primogenito Giuseppe Granafei, a cui successe Scipione Granafei, marchese di Serranova, quando venne il tempo di litigare, a ragione avuta dalla Reale Camera (1667), con il vescovo di Ostuni Carlo Personè (1659-1678) per il possesso dello jus della fida e diffida sopra tutti gli animali etiam si fussero di persone ecclesiastiche sui fondi della foresta in quanto aveva fatto sequestrare le pecore del prete Francesco Carrone di San Vito che negò al barone il riconoscimento dei diritti. In questo periodo, il vicario generale di Ostuni visitò la cappella seu oratorio positum intus castrum baronale che sull’altare aveva una un’immagine della Madonna de Finibus Terrae fra i santi Pietro e Paolo (1673). Sciopine Granafei sposò D.Antonia Frisari dei Duchi di Scorrano e morì il 5 febbraio 1679, dopo essere stato insignito del titolo di Marchese di Serranova (1678). Gli successe il figlio minorenne Nicola, in quanto soggetto alla madre, nominata balia e tutrice, il quale si distinse poi per aver obbligato i carovignesi a spremere le olive nei suoi trappeti per esiggerne i diritti, avendone forse la peggio, ed accontentandosi di chiedere al vescovo di Ostuni solo il pagamento annuale sull’erbaggio (1709).
Tempi duri anche quando l’arciprete di Carovigno, Don Matteo Caliolo, registrava nel libro dei morti (1683), le vittime del naufragio avvenuto sulla marina della Specchiolla dove la “Vergine di Loreto”, durante un nubifragio, fu scaraventata sugli scogli procurando la morte di Marco de Zagozogna ed Erado Bardasece di Patrovicco (Ve) e Nicola Coavicchi di Budua, salvandosi il Duca Brandovicco di Patrovicco e il comandante Stefano da Vicenza di Cattaro, i quali, fecero seppellire i tre marinai nel sottocorpo della Chiesa Matrice. Altro episodio, ricordato su una lapide che era nella stessa chiesa, avvenne nel luglio del 1687 quando 250 corsari di Dulcigno, poco prima dell’alba, sbarcarono su tre golette alla Specchiolla dirigendosi verso Carovigno, uccidendo il capitano della guardia cittadina, non mancando di invadere anche San Vito uccidendo quattro uomini e facendo dodici prigionieri, fra cui sette fanciulli, condotti in schiavitù. Da qui la difesa dei Sanvitesi che ne uccisero poi una quarantina morti durante il ritorno per mare a Dulcigno, come avrebbe raccontato chi riuscì a tornare a San Vito liberandosi dalla schiavitù. Lo si leggeva infatti in una scritta sull’architrave della porta della Chiesa Matrice che si è cancellata quando si dette all’edificio altra forma, sulla quale era chiaro il riferimento a quella battaglia, nel corso della quale avrebbe perso la vita anche il Duce, come ricordavano gli anziani, proseguendo nel corso degli anni fino alla resa di Algieri, quando ritornarono a casa intere famiglie scappate alla schiavitù approdando sul litorale di Carovigno (Andriani, Carbina). Il riferimento dovrebbe essere al precedente naufragio, quello del 1683, riportato nei registri parrocchiali (Andriani, Carbina): Anno 1683 die 11 mensis febrarii. In littore maris, et praecise in loco dicto Specchiolla reperta fuerunt tria corpora defunctorum Christianorum, quae navigabant cum Domino Duce Brandovicco de Pastrovicco, ligno quod protectum erat, ut consocii eorum mihi dixerunt, a B. Virgine Lauretana, quorum unus dixerant nominari Mascus de Zagozagna de Pastrovicco Civitate Veneta, alter Eradus Barbasece de eadem ctvitate, et alter Nicolaus Coavicchi de civitate Budua. Et quia naufragaverunt, de licentia mei Illiustrissimi Superioris ei sepulturam dedi pleno Capitulo, omnibus campanis, cereis accensis sine fine in Ecclesia Maiori. Toto confirmato a supradicto Duce Brandovicco et a Stefano da Vicenza de Cattaro eorum consocio. Praesentibus D. Matteo Caliolo, Domino Leonardo Leo, et aliis de Carovineo.
35. Agostino Caputo, sposato con la nobile sorrentina Isabella Anfora, fu anche insignito, del simbolo della calza dalla Repubblica di Venezia (1599), avendo rifatto a sue spese la galeazza naufragata sulla marina di Carovigno, durante il ritorno dall’isola di Candia con il provveditore generale di quell’isola, Niccolò Donati ed altri notabili, da lui “aiutati, sostenuti e honorevolmente raccolti” (De Lellis). E per tale motivo fu direttamente la Regia Corte ad avere il privilegio, e non l’Università, sui beni accatastati da Caputo che si era mostrato un signore liberale, rinnovando gli statuti redatti ai tempi dei suoi predecessori. Morto il 9 aprile del 1617, dopo un paio d’anni nelle mani del figlio Giovanni Caputi, il feudo fu venduto nel 1619 a Giulio di Sangro, cum castro, fortellitio, hominubus, vassallis et integro stato per 78.330 ducati, continuando a pagare l’adoha (1625), poi alienato in favore del capitano marittimo Ottavio Serra (1627), uno dei capostipiti genovesi giunti nel Sud per speculare sul commercio di grano ed olio che qui veniva prodotto a prezzi vantaggiosi, dopo che il re Filippo II aveva offerto ai genovesi in esclusiva il traffico commerciale nei suoi stati.
Prima della vendita di Carovigno a Giulio di Sangro nel 1619 e poi ad Ottavio Serra nel 1627, anche il Castello di Ostuni (se non si tratta del Castello poi detto di Serranova) fu venduto ad Ottavio Serra in quanto, nel 1622, ne fu ultimo proprietario l’Ayroldi, il quale, in quell’anno, vi possedeva beni amministrati dalla sua corte baronale. Nel 1622, fu redatto infatti l’inventario di un non meglio precisato castello, da alcuni confuso con Carovigno ancora in mano ai di Sangro, abitato da Giovanni Geronimo Spinola, dove furono trovate le lettere a Giovanni Caputi, soggetto alla Corte baronale di Ayroldi, perchè in quella cantina erano le sue botti, come attesta l’inventario, precisando che nella chiesa di quel castello con il ponte elevatoio si venerava la Madonna del Pianto. Da qui la conclusione che non si tratti del Castello di Carovigno, ma di Ostuni, in quanto difficilmente a Serra esisteva già un castello, anche perchè è stato scritto che Ottavio Serra prese la via di San Vito, seppure fondando un Castello nello spopolato feudo di Palombara (Colombara), sul confine di San Vito, poi detto Castello di Serra.
36. Sposando D.Antonia Cattaneo, Ottavio Serra portò il feudo in eredità al figlio Giovanni Battista, che ottenne il titolo di Principe di Carovigno il 27 ottobre 1625. Un privilegio in uso per quegli anni, ma solo per feudi che in passato avevano avuto una certa importanza, se non già posseduto il titolo di antico Principato. Al Principe Giovanni Battista Serra tale privilegio fu anche rinnovato nel 1645. Con un titolo di tal genere provvedette a fortificare il castello circondandolo di alte mura entro cui era possibile accedere solo attraverso la porta della Terra aperta tramite ponte levatoio (1643). Il castello brindisino divenne insomma il fulcro principale entro cui conservare anche i beni comuni, visto che la cantina conteneva addirittura 26 botti di vino.
37. Pietro Colletta, Storia del Reame di Napoli, Cap.1, XIV.
Le Università del Regno riunivano dunque il pubblico Parlamento una volta all’anno, per eleggere i cittadini modello tra viventi del proprio, massari, commercianti o artigiani, proposti dallo stesso Consiglio uscente, per l’amministrazione annuale dei beni comuni della Terra. Il Parlamento (=assemblea dei cittadini), che anche a Pietrastornina utilizzava il metodo per voce e con alzata di mano, eleggeva gli eletti (=consiglieri), i quali, a loro volta, sceglievano il Sindaco. Il primo cittadino, alla presenza del soprintendente, insieme ai due eletti, formava il Decurionato e riuniva il Consiglio dei decurioni (=assessori) per gestire la Cosa pubblica coadiuvati da un cancelliere del Regno (=segretario comunale) per il controllo nell’amministrare le rendite.
38. Pietro Colletta, Storia del Reame di Napoli, Cap.1, XIII.
39. Bascetta A., Il Tesoro del marchese Amoretti di Capriglia e Pianodardine, ip.cit.
40. Bascetta A., Il Tesoro del marchese Amoretti di Capriglia e Pianodardine, ip.cit.
41. ASN, Cedolari, Torrioni, Bobina 37, Vol.69. Napoli, 8 settembre 1732. D.Sabato Curio Paroco=Locus Sigilli=...Si fà fede per l’infratto M.co Raz.le della R.a Camera della Summ.a S.M.C.C., Dio guardi, in questo Regno con carico della scrittura per l’esaz.[io]ne del Relievo anticipato ordinato esigersi dal baronag.[gio] con biglietti di S.E. de’ 28 Agosto 1708 esequitoriato dalla R.[egi]a Camera con decreto de’ 29 d.° da regolarsene il pagamento in conformità del precedente Relevio liquidato dalla R.[egi]a Camera e speditene le significatorie qualmente visto e riconosciuto il libro formato per l’esaz.[io]ne pred.[ett]a, in quello sotto rubrica della Prov.[inci]a di Principato Ultra tra l’altri in esso notati vi è il seguente: Poss.[esso]re del Tufo e Casale di Torrione - 109.240.2_ qual suimma effettivam.[ent]e doveva essere de’ ducati 199.9 giusta la significatoria à 12 Ott.[ob]re 1694 contro l’Ill.[ust]re D.Domenico del Tufo, Marchese della Terra del Tufo e suo Casale di Torrioni per lo Relevio debito alla R.[egi]a Corte per morte del q.[uonda]m Dom.[enico] Ant.[oni]o del Tufo suo fratello consanguineo seguita à 3 Aprile 1688 et informaz.[io]ne dell’istesso per l’entrate feudali di d.[ett]a Terra del Tufo e suo Casale di Torrioni ut in Rel.82 N.173. / _199.9
ASN, Cedolari, Torrioni, Bobina 37, Vol.69, pag.32. Questo il testo originale della lettera: Die 13 Ottobris 1732 / M.co D.Gio. de Tomaso Raz.le della R.a Cam.a della Sommaria per S.M., Dio Guardi... Nella Regia Camera della Sommaria compare il procuratore del Conte D.Giacomo Ant.° Piatti odierno Possessore della terra del Tufo e Casale di Torrioni in Prov.a di Princ.Ultra e dice como essendosene sotto il dì 27 Gen.ro del corrente anno 1732, passato da questa à miglior vita il fù Conte D.Francesco Piatti olim Possessore de’ Feudi sudetti, del quale n’è stato detto suo Principale dichiarato figlio legittimo, e naturale, et erede universale, anco ne beni feudali in virtù di decreto di preambolo interposto per la Vic.a Copia del quale produce; e ritrovandosi per l’espressati feudi in esecuzione dell’ordini dell’anno 1708 anticipatamente pagato il Relevo, giusta la fede fattane dal M.co Raz.le Cm.rio, che parimente presenta; denunciando perciò d.a morte infrà leg.ma tempora, e stante il sud.° pagamento del Relevio anticipato, fà istanza di non essere d.° suo Principale molestato ed altro pagamento per detta causa, e spedirsi a beneficio del medesimo la debita investitura di d.i feudi, e notarsi il tutto dove conviene per sua futura cautela, e così dice, e fà istanza non solo in questo, ma in ogni altro modo migliore.
Fò fede io sotto Parroco di S.Liborio di Napoli, come perquisito il libro quarto de defonti, che da me si conserva ho trovato a fol.78 alla nota sg.te. A dì 27 Gen.ro 1732 il Conte D.Francesco Piatti marito di D.Giulia Ricupido dopo ricevuto li SS.mi Sacramenti morì in età d’anni 77 e fu sepolto nella Chiesa di S.Anna de’ Lombardi, et in fede.
Morto Don Domenico Antonio del Tufo il 3 aprile 1688, stimate le entrate feudali, la Regia Corte intimò il fratello a pagare il rilievo per il possesso di Tufo e Torrioni che valevano ducati 199.9 giusta la significatoria à 12 Ott.[ob]re 1694 contro l’Ill.[ust]re D.Domenico del Tufo, Marchese della Terra del Tufo e suo Casale di Torrioni. Un problema, quindi, che si riferisce addirittura a quando Don Domenico era ancora in vita: troppa povertà in giro. Almeno fino quando non si vide il Conte veneziano Francesco Piatti, il quale acquisì il feudo nel 1716, e Torrioni sembrò raggiungere la sospirata autonomia comunale divenendo Università del Regno.
I Piatti mantennero il titolo per quasi cento anni, da Francesco (1716) a Giacomantonio (1731), il quale potè accorpare nuovamente Tufo, dichiarandosi Marchese di Tufo e Torrioni, e facendosi pagare le solite tasse (dalla Mastrodattia, a quella su capre, pecore e altri animali), proprio mentre nasceva l’amministrazione comunale. Fra le intestazioni feudali dei registri dell’Archivio di Napoli, seguono citazioni su Pasquale Piatti, pro Terra Tufi et duabus partibus Casalis Torrejuni del 1754.
V. anche ASN, Cedolari, Torrioni, Bobina 37, Vol.68. E’ invece del 1754, seguendo la bobina Serie Cedolari, dei Volumi 68 (da ff.662), 69 e 70 (fino ff.532), la citazione su Pasquale Piatti / Pro / Terra Tufi et duabus partibus Casalis Torrejuni. Cfr. Bascetta A., 23.Torrioni, cit. Cfr. V.Donnarumma, Torrioni-Avellino: Storia Antropologia Immagini Dialetto, (a cura di) ABEdizioni 1998. ASA, Catasti Onciari, Torrioni (fotocopia anastatica).
Cfr.: ASN, Cedolari, Torrioni, Bobina 37, Vol.70, Pag.367. Die 18 Feb.rij 1752. / Mag.[nifi]co Franc.[es]co Valente Raz.[ional]e per S.Ma. Dio g.[uard]i di questa R.[egi]a Camera della Summ.[ari]a con carico de’ libri del R.e Cedolario... de’ Baroni e Feudatarij del U.te Regno come sapete se ritrova da voi firmata Rlaz.[io]ne del tenor che siegue...: Essendosi per parte dell’Ill.[ustr]e Marchese del Tufo D.Pasquale Piatti fatt’ist.mo per l’intestaz.[io]ne libri del Cedolario della Terra del Tufo e suo Casale di Torrejone in Prov.[inci]a di Principato Ultra, stante la morte del q.[uonda]m Illustre Conte D.Giacomo Antonio Piatti ultimo Marchese del Tufo fu suo Padre, e pagamento del Relevio anticipato seguito in beneficio della R.[egi]a Corte in esecuzione degli ordini gentili degli anni 1743, 1746 e 1747, con decreto di S.M. de’ 10 Ott.[obr]e del corrente anno 1751 mi vien commesso che ricon.te le scritte necessarie e libri opportuni ne facessi Relaz.[io]ne, nella quale riferissi quell’occorre ad finem providenti, come da questi atti dell’Att.[uar]io Cesarano. Devo perciò riferirli che unendo ricon.to del Cedolario corrente della Prov.[inci]a di Principato Ultra che và dall’anno 1732 in avanti in quello del ‘32 si nota tassato l’infratto cioè: D.no Jacobus Antonius Piatti tenebat: / Pro / Terra Tufi et duabus partibus Casalis Terrejuni in 16.4.5. / Iurisd.[itio]ne secunda causa pete Terre et dua tertia una partium Casalis in 2.4.12 e 1/6 / 19.3.17 e 1/6 [la somma esatta risulta però 18.8.17 e 1/6!]
Quale intestazione seguì in Cedolario invictu di Certificatoria spedita da questa R.[egi]a Camera prec.[eden]te decreto della medesima in data de’ 6 Ott.[obr]e 1732.
Satò à Relaz.[ion]e dell’Ill.[ust]re Marchese di Chiuppeto D.Francesco del Tufo all’ora Pres.[idente] Conv. p. Att.[ua]rio Felicem de’ Ajello come dal Cedolario si ravvisa.
Il quale suddetto Ill.[ust]re Conte D.Giacom’Ant.[oni]o Piatti March.[es]e del Tufo essendosene morto à 30 Agosto corrente anno 1751, come dalla fede fattane dal R.[everend]o Paroco di S.Maria del Soccorso all’Arenella in pertinenza di Napoli N.2, di quello per decreto di preambolo intrposto per la G.[ran] Corte della Vic.[ari]a in data de’ 17. D.[ice]mbre corrente anno n’è stato il suddetto Ill.[ust]re Marchese del Tufo D.Pasquale Piatti dichiarato figlio et erede vule e particolare ex testamento in bonis feudalibus et titulatiij come dalla fade fattane dall’Att.[ua]rio di V.[icari]a Michel’Angelo de’ Vito N.3.
E per il Relevio alla R.[egi]a Corte debito per la morte del suddetto Ill.[ust]re Conte D.Giacomo Antonio Piatti Marchese del Tufo fu suo Padre per li feudali della suddetta Terra del Tufo e suo Casale di Torrejoni quello se ritrova anticipatam.[en]te pagato ad essa R.[egi]a Corte ad esecuzione dell’ordini del 1743, 1746 e 1747 in summa de D.199.2, come dalla fede, ò sia certificatoria del M.[agnifi]co D.Paolo Conti in questi atti N.4. Stante ciò circa la domandata intestazione della sudetta Terra del Tufo e suo Casale di Torrejoni in due 3e parti, colla giurisdizione delle 2de cause in essa Terra e Casale ne’ libri del Regio Cedolario a beneficio del sudetto Illustre D.Pasquale Piatti, non m’occorre di riferire altra cosa in contrario, per essersi anco pagato all’Ill.[ustr]re Gran Camerario del Regno, e per esso alla Regia Corte il deritto delli Tappeti in summa de’ D.30.5 per lo B.[anc]o del SS.mo Salv.[ato]re conp.[re]sa notata fede in testa dell’Ill.[ust]re March.[es]e D.Pasquale Piatti de’ 12 corrente come dalla ricevuta N.6.
E questo è quanto devo in tal particolare riferire all’I.[llustrissimo] a chi fò div.a Riv.a dalla R.[egi]a Camera della Summaria. / Lì 13 Ott.[ob]re 1751= Il Raz.[iona]le Francesco Valente.
Quale preinserita Relaz.[io]ne dall’Ill.[ust]re Marc.[es]e D.Carlo Ruoti Pres.te Conv. è statata rimessa à primo S.[ette]mbre 1751 all’Ill.[ust]re March.[es]e Ann.te fiscale Mauri, da chi è stata fatta la seguente istanza die 15 Feb.rij 1752= fiscus visa Relazione m.ci R.[eg]alij Com.[missa]rij remittit se solvis...
Certificandosi adunque dal pred.° li dicemo, che per esecuzione del preinserto decreto interposto per l’infratto Ill.[ust]re March.[es]e D.Saverio Garofalo Pres.te Comm. preced.te istanza fiscale, debbiate descrivere, e far descrivere la sudetta Terra del Tufo e due 3e parti del suo Casale di Torrejoni e loro giurisdiz.ione di 2e cause nel Cedolario corrente della Prov.a di Principato Ultra, e dovunque altro sarà necessario, in testa dell’Ill.[ust]re D.Pasquale Piatti colla medesima tassa che ne cedolarij stessi se ritrova giusta il contenuto nella preius.te Relazione Data Neap. ex R.a Cam.a Summaria die 18 Feb.[ra]rij 1752
D.Matheus de Ferrante M.C.L.=
D.Xaverius Garofalo=
Francesco Cesarano
Jo:Bruno= Et Sic pred.e D.Paschalis Piatti: / Prò / Terra Tufi et duabus Tertij partibus Casalis Torrejuni in..... 16.4.5. / Iurisd.[itio]ne 2da p’ete Terre, et dua tertia parti Casalis p’eti....2.4.12 e 1/6 / 19.3.17 e 1/6 [Il totale sarebbe 18.8.17 e 1/6!].
42. E’ il caso del suffeudo di Torrioni dei Caracciolo di Avellino, quello legato al feudo di Toccanise, viene ricordato come la terza parte delle tre parti che era nelle mani di Vincenzo Conte: Et per l’altra terza parte di Terrajuni appare per detti cedularij andarne tassato Vincenzo Conte per la terza parte di Toccanise et terza parte di Terrajuni in 10.2.10.
Per quanto riguarda l’amministrazione della giustizia sulle prime e seconde cause, si precisa che, dai quadernoni della conservatoria dei registri, ancora appariva negli atti di vendita fra le parti fin dal 1571. La qual cosa aveva insospettito il notaio regio nel 1661, secondo il quale il R.° Fisco si deve cautelare, che per la presente intestatione non se l’intende fatto pregiuditio ogni volta, che se vedrà d.[ett]e seconde cause non spettarli, ch’è quanto m’occorre referire a V.S. à chì bacio le mani, Napoli lì 18 Marzo 1661, notaro Bernardo Rocco. Nella continuazione del testo in latino si evice che il Fisco non aveva impedito l’intestazione in data 9 aprile 1661, unitamente alle seconde cause, con tanto di regio assenso del 9 maggio 1661, per quella parte di feudo, la terza, che era di Vincenzo Conte, venduta a Don Andrea dell’Aquila, il quale, si ritrova erede e successore della Terra di Toccanise e terza parte del Casale di Torrioni. Nei cedolari dell’Archivio di Napoli è infatti detto che Don Andrea dell’Aquila possedeva Toccanisio et tertia parte Torrioniis per 10 ducati annui, in seguito al regio assenso del 22 dicembre 1701, quali: cessione, rinuncia, e vendita fatta per il Signore Giuseppe Moscati com’erede in feudalibus del quondam Vincenzo Conte, della detta Terra di Toccanise e terza parte di Torrione a beneficio del detto D.Andrea dell’Aquila. Nella registrazione si faceva riferimento all’anno 1610 per il debito di 31 ducati contratto da Vincenzo Conte, non pagato per il rilievo seguito alla morte di Antonio Conte suo padre (11 Giugno 1609) e neppure dopo, quando alla figlia, Angela Conte, successe il menzionato D.Giuseppe Moscati. Si accorsero che il rilievo del feudo non era stato pagato ben dopo due successioni quando Don Carlo Brancaccio esibì le due cambiali a lui intestate e contratte dai defunti con il Banco del S.Monte della Pietà nel 1672: una di 70 e l’altra di 41 ducati, a compimento di docati 111.1.2 per tanti da esso esatti dal possessore delli Casali di Toccanise e Torrioni per causa del relevio per le morti delli qq.m Vincenzo ed Angela Conte, pagati alla Regia Corte. Alla morte di Don Andrea dell’Aquila, avvenuta il 26 ottobre 1744, gli successe Don Giovanni Battista dell’Aquila, suo figlio, invitato a pagare i 31 ducati annuali, sempre per detti feudi di Toccanise e terza parte di Torrioni.
43. Ritroviamo proprietario del feudo di Chianca, nel 1627, Ottavio Zunica. Con questa famiglia Chianca ebbe un assestamento restandovi il feudo per oltre un secolo, passando in successione a Carno Zunica (1634), a Francesco Zunica (1644), ad un altro Carlo Zunica (1690), a Giovanna Zunica nel 1714, ad Orazio Zunica nel 1724, a Giovanni Battista Zunica nel 1765.
ASN, Cedolari, Torrioni, Bobina 36, Vol.65. A pagina 130 si fa riferimento alla Portulania di Giovanni Angelo Forte in riferimento al cedolario dell’anno 1595 n.152 in cui si nota tassato Jo:Angelus Forte per la Portulania nella facta mentione virtute cuius scripture fuit de ea investitus... La stessa tassa risulta applicata anche in quel corrente anno 1638. Per cui: Jo: Angelus Forte tenet / Pro / Portulania Terram Torre Tufi et Casalis Terrajuni in [=]1.1.
Per la compravendita con Perrelli era il giorno 4 maggio del 1778 per gli atti di Notar Aniello Rajola di Napoli, tenendo presente anche i censui annui da riscuotere dai vassalli. Per la precisione, il Duca Perrelli di Montis Storacis comprò dal duca della Castellina don Giovanni Battista Zunica il feudo di Pianca per ducati 39.480, e grana 6, e fra i corpi nell’acquisto descritti, furonvi compresi dei censi che vennero indicati nel modo seguente: Li censi che si pagano dai vassalli sopra i fondi di detto feudo, secondo vengono descritti nella relazione d’apprezzo. Tra Bagnara e Planca, insomma, i contadini secondo gli antichi strumenti dovevano pagare o la quarta o la quinta parte quale censo annuo al feudatario. I terreni erano stati affidati sicuramente ai cittadini di Pianca e Bagnara a censo enfiteutico, esigendone, già il Duca della Castellina, gli annui canoni, che vi erano susisti, la quartinia, o la quinquagesima, a seconda dei casi, che gli enfiteutici stessi alienavano i fondi censiti. (ASA, Sentenza Tribunale di P.U., n.1314, Intendenza, busta 384). Un tiro mancino di Zunica a Perrelli, il quale, da nuovo proprietario di tutti i feudi della zona, neppure immaginava la difficoltà della riscossione. Planca fu ufficialmente ceduto il 3 ottobre del 1780, con atto pubblico per mano dello stesso notaio Rajola (Aniello di Napoli) protestò contro di tutti gli enfiteuti del territorio di Pianca, Bagnara, Pianchetella, Petruro, Toccanisi, e Monterocchetto della nullità dello strumento del 2 febbraio del 1778, stipulato dal venditore Zunica, col quale egli aveva confermate le concessioni enfiteutiche dei stabili formati la maggior parte di quel territorio, e rilevate d’antica platea come che fatte contro la costituzione del Regno. Da qui il pubblico parlamento del 6 dicembre del 1780 contro l’azione del duca da parte dei cittadini di Pianca e Bagnara che professarono la legittimità del possesso, che ab immemorabili avea goduto, sono parole dei cittadini di Pianca, e Bagnara, di quei piacevoli tenuissimi poderi, che ad essi trovavansi dai loro maggiori tramandati con giustissimo titolo, ed acquisto solenne, e canonico, e per concessione dei predecessori possessori di quel picciolo feudo autentico, e di ogni solennità munita. Insomma, come da vecchi istrumenti, i cittadini dovevano la esazione della quateria, cioè la quarta parte dell’introito della terra al feudatario, come da essi stessi dichiarato: stabilium quartame partem praedj vulgo dictam quarteria loco laudemii sive quinquagesimae, et hoc non sive violentia, ac propria autorità. Sulla qual cosa mai prima di allora i cittadini di Pianche, Bagnara, Toccanisi e Petruro mai avevano protestato, fino al decreto del Sacro regio Consiglio del 12 aprile del 1791 che li obbligava a pagare a norma dei titoli, ciocchè doveano al Duca Perrelli, e da quell’epoca in poi hanno semrpe soddisfatto, qualunque fosse stata la persona edstinata alla riscossione delle rendite di quel feudo, o che il feudo di Pianche sia stato amministrato in nome del sacro Regio Consiglio ne quale fu dedotto, o che l’esazione dei cespiti di qualunque natura nel feudo compresi siasi stata fatta per conto de’ creditori, o dello stesso possessore. Non presero ovviamente parte alla contesa i cittadini di Planca e i forestieri bonatenenti che possedevano territori non soggetti a canoni, dimostrando, come farà zaza, che non era vero essere i censi sull’intero territorio, ma quelli sottoscritti il 1 gennaio del 1793 confermavano l’enfiteusi per alcuni di essi con una diretta obbligazione dei censuari. Il territorio del Comune di Chianche non era infatti totalmente feudale esistendo anche proprietà di cittadini, della Chiesa, del Comune e di forestieri che possedevano fondi esenti da ogni prestazione che già pagavano i loro pesi al catasto, non già l’Adoa, e il rilievo, che i lor debitori non lo erano per censo solare sù case, mentre posseggono de’ terreni, e fra questi sonovi de’ forestieri che in Chianca non possedono case.
Negli anni a venire, con la famiglia Perrelli a proprietaria del feudo, Chianche apre una brutta parentesi della propria storia in quanto il Duca ereditario, Don Pietro Paolo Perrelli, male pensò di affidarne la riscossione delle tasse a dei procuratori napoletani, (i fratelli?) Donna Francesca e Don Antonio Zaza, i quali si piazzarono in una parte del castello che ormai minacciava rovina opprimendo i contadini a pagare il vecchio censo enfiteutico, anche laddove non riuscivano a racimolare il dovuto per i nuovi proprietari.
Sarebbe poi nato un fatto nuovo, nel 1806, noto come Legge sulla eversione della feudalità, con la quale i feudatari non erano più i padroni dei feudi e delle famiglie dei contadini, che quindi non potevano più vendere o comprare, pur restando i proprietari delle loro terre. Laddove queste furono lasciate ai contadini, divenuti ora coloni, chiaramente restò vivo il pagamento del censo annuo. Ne nacque così una contesa storica finita davanti ai tribunali per decine di anni, basandosi gli Zaza su un istrumento del 2 febbario del 1778 redatto dal notaio Saverio Luciano. Istrumento che si enunciò solo e mai fu presentata copia autentica, dichiarandosi un falso da parte dei coloni. Originale risultò invece l’atto del notaio Aniello Rajola di Napoli, in favore dell’illustre Duca di Montis Storacis, Don Domenico Perrelli. Furono soprattutto i coloni di Chianca e di Bagnara a non voler più pagare il censo al procuratore dell’ex feudatario per i terreni che, dopo il 1806 non dovevano più coltivare a vita, ma per i quali comunque bisognava pagare il censo in quanto non erano di loro proprietà. Soldi che invece furono rifiutati anche ai nuovi padroni Zaza, che dicevano di essere i procuratori dell’ex feudatari, ai quali erano state cedute le terre o anche la sola riscossione delle entrate. Il Duca Don Pietro Paolo Perrelli, da ex feudatario, e Don Antonio e Donna Francesca Zaza (o, per essa, il marito Don Giuseppe Maria de Luca), da procuratori, fecero però valere quelli che definivano loro diritti pretendendo davanti alla legge le annue entrate dei censi che i contadini dovevano ad essi fin dai tempi dell’ex feudatari, a partire dal 1817, ultimo anno di pagamento. Tutti i coloni furono portati in tribunale. Il Tribunale civile del Principato Ulteriore sedente in Avellino / ha renduta la seguente Sentenza / Nella causa messa a ruolo n.1314 / Tra i signori Don Antonio Zaza, Don Pietro Paolo Perrelli, e Don Giuseppe Maria De Luca marito, e legittimo amministratore della di lui moglie Donna Francesca Zaza, proprietari, domiciliati in Napoli, rappresentati dal patrocinatore Signor Don Giuseppe Trivisani / ed i coloni domiciliati in Chianca e Bagnara, rappresentati dal patrocinatore Don Nicola Guarino (ASA, Sentenza Tribunale di P.U., n.1314, Intendenza, busta 384). Il Tribunale di Avellino condannò gli imputati di Chianca e Bagnara quali liquidi debitori per annuo censo delle somme identificate.
Il Tribunale condannò i coloni “anche gli arretrati specificati” oltre le spese (ASA, Sentenza Tribunale di P.U., n.1314, Intendenza, busta 384, pag. 2). Contro questa sentenza i coloni citarono a giudizio don Antonio Zaza, don Giuseppe Maria de Luca (marito della Zaza) e monsignor don Nicola Perrelli (del fu duca Perrelli) a comparire davanti al Tribunale civile di Avellino per sentire ordinare che debbano astenersi di esigere le annue somme dai medesimi, per le quali gli astringano a pagare (ASA, Sentenza Tribunale di P.U., n.1314, Intendenza, busta 384, pag. 3). Il Tribunale condannò i nobili e che li medesimi si fussero astenuti di esigere le prestazioni annuali in danaro sotto il nome di Canoni inerenti ai fondi di proprietà dei mentovati convenutio, oltre a pagare le spese il 27 febbraio 1819 (idem). Ovviamente i tre fecero opposizione presentando il titolo di proprietà, l’istrumento del 2 febbraio 1778. Di contro, i coloni, dissero che tale domanda era inammissibile perchè non era stata presentata copia di questo strumento e poi, l’enfiteusi, non aveva bisogno di scrittura. Don Antonio Zaza era domiciliato alla strada Imbrecciata Sanità di Napoli numero 54, Donna Francesca Zaza abitava al vico Pontecorvo numero 3 di Napoli e Don Giovanni Battista De Luca in Bari erano patrocinati da don Filippo Cangiani abitante in via Salita Pirozzi numero 22; mentre Don Pietro Paolo Perrelli, domiciliato alla strada Santa Maria a Cappella numero 28, aveva per patrocinatore Don fabrizio Monaci domiciliato a vico Loffredi al numero 18 nel quartiene Donna Regina di Napoli. Per la vicenda completa V. A.Bascetta, Torrioni nel 1742, Abedizioni.
44. Questo l’elenco dei Vicerè Spagnoli di Napoli sotto Filippo III:
1. Don Enrico di Guzman, Conte di Olivares (1595-1599)
2. Ferdinando Ruiz de Castro, Conte di Lemos (1599-1601)
3. Don Francisco de Castro (1601-1603)
4. Juan Alonso Pimentel, Conte di Benavente (1603-1610)
5. Pedro Fernandez de Castro, Conte di Lemos (1610-1616)
6. Cardinale Gaspare Borgia (1620)
7. Cardinale Antonio Zapata (1622).
Segue l’elenco completo dei Vicerè sotto Re Filippo IV di Spagna:
1. Don Antonio Alvarez de Toledo, Duca d’Alba (1622-1629)
2. Fernando Afan de Rivera, Duca d’Alcalà (1629-1631)
3. Manuel de Zuniga j Fonseca, Conte di Monterrej (1631-1637)
4. Ramiro Nunez de Guzman, Duca di Medina (1637-1644)
5. Juan Alfonso Enriquez, Ammiraglio di Castiglia (1644-1646)
6. Rodrigo Ponce de Leon, Duca d’Arcos (1646-1648)
7. Don Giovanni d’Austria (1648)
8. Inigo Velez de Guevara, Conte di Ognate (1648-1653)
9. Garcia de Havellaneda j Haro, Conte di Castrillo (1653-1658)
10. Gaspar de Bracamonte j Guzman, Conte di Penaranda (1658-1664)
11. Cardinale Pasquale d’Aragona (1664-1665).
45. Domenico Antonio Parrino,Teatro eroico, e politico de' governi de' vicerè del regno di Napoli, Nuova Stampa del Parrino, e del Mutii, Napoli 1692, Volume 2, parte I, pagg.25 e segg.. Cfr. Pietro Giannone, Istoria civile del regno di Napoli, Volume 10. Cfr. Isabel Enciso Alonso-Muñumer, da: https://dbe.rah.es/biografias/9379/pedro-fernandez-de-castro.
46. Biblioteca Nazionale di Madrid, MS Anonimo, Mss. 8768, Historia di Antonio Castaldo Nap[olitano] principale notare del Regno, delle cose occorse in Nap[oli] dal tempo che vi fù Viceré D.Pietro de Toledo, Mar[che]se di Villafrancha, e[t] di alcuni part[icola]ri di molti an[n]i prima insino alla ribbellione di Ferrante Sanseveríno, Principe de Salerno, et di altre occorrenze di poi seguite, S.XVII, papel, 195 x 140 mm., 1 h.+ 177 ff., enc. pergamino. Olim: X, 48. Bib: SÁNCHEZ ALONSO, II, p. 146, n. 5584.
Il manoscritto, custodito dalla Yale University Library, parte della Collections Library Yale, è collocato in: Ms. in Italian. 995 pages. Thick 4to. Contemporary limp vellum. Table of contents at the beginning. Italy (Naples?), 17th century. La versione on line è consultabile al sito: https://edu/catalog/32492480. Cfr. Ignoto, Manoscritto inedito. Estratti in copia di autore ignoto, fedeli all’originale e pubblicati per la prima volta a stampa. Stesura c.a. anno 1580. D’ora in avanti: Ignoto, Manoscritto inedito. Esso è simile alla copia letta da Gravier e firmata da Antonino Castaldo, Avvenimenti più memorabili succeduti nel Regno di Napoli sotto il Governo del Vicerè D.Pietro di Toledo, in: G.Gravier, Raccolta di tutti i più rinomati scrittori dell'istoria generale del Regno di Napoli, Napoli 1769, VI. Ma l’inedito non è stato scritto dalla stessa persona, perché il linguaggio da diurnale dell’Ignoto appare antecedente a quello del copista Castaldo di circa 50 anni, seppure manomesso e storicizzato da Gravier. Pertanto, allo stato, risulta non esatto dire che Ignoto e Castaldo siano state la stessa persona. Ragione per cui, il MSS inedito, da noi consultato in copia originale, certamente differisce per terminologia e orientamento politico (chi è filofrancese, chi filospagnolo) e pertanto si resta dell’opinione che il testo dell’Ignoto, precedente e più genuino, non possa essere stato scritto dal Castaldo, il quale, sicuramente da esso attinge fino a buona parte del III Libro.
47. Parrino, cit.
48. Ivi.
49. Anonimo, cit.
50. Parrino, cit.
51. Anonimo, cit.
52. Parrino, cit.
53. Anonimo, cit.
54. Parrino, cit.
55. Anonimo, cit.
56. Parrino, cit.
57. Anonimo, cit.
58. Parrino, cit.
59. Parrino, cit.
60. Parrino, cit.
61. Anonimo, cit.
62. Parrino, cit.
63. Anonimo, cit.
64. Parrino, cit.
65. Anonimo, cit.
66. Gaetano Nobile, Un mese a Napoli: descrizione della città di Napoli e delle sue vicinanze divisa in XXX giornate, a cura di, Vol.2, Stabilimento tipografico del Cav. Gaetano Nobile, Napoli 1863. Giornata Settima, San Carlo all’Arena.
67. Sabato Cuttrera, Napoli Vintage: case e chiese di San Carlo all’Arena, ABE, Napoli 2023.
68. Ivi.
69. Domenico Antonio Parrino, Moderna distintissima descrizione di Napoli: citt`a nobilissima, antica, Napoli 1703.Domenico Antonio Parrino, Moderna, cit. Cfr. Guide Parrino, da: http://www.memofonte.it/home/files/pdf/guide_parrino_1.pdf.
70. Giuseppe Maria Galanti, Napoli e contorni, a cura di Luigi Galanti, Presso Borel e Comp., Napoli 1829.
71. Enrico Bacco, Nuova, e perfettissima descrittione del regno di Napoli, diviso in dodici province, Scoriggio, Napoli 1629.
72. Gaetano Nobile, Un mese a Napoli: descrizione della città di Napoli e delle sue vicinanze divisa in XXX giornate, a cura di, Vol.2, Stabilimento tipografico del Cav. Gaetano Nobile, Napoli 1863. Giornata Settima, San Carlo all’Arena.
73. Domenico Antonio Parrino, Moderna distintissima descrizione di Napoli: citt`a nobilissima, antica, Napoli 1703.Domenico Antonio Parrino, Moderna, cit. Cfr. Guide Parrino, da: http://www.memofonte.it/home/files/pdf/guide_parrino_1.pdf.
74. Enrico Bacco, Nuova, e perfettissima descrittione del regno di Napoli, diviso in dodici province, Scoriggio, Napoli 1629.
75.Sabato Cuttrera, Napoli Vintage: case e chiese di San Carlo all’Arena, ABE, Napoli 2023.
76. Domenico Antonio Parrino,Teatro eroico, e politico de' governi de' vicerè del regno di Napoli, Nuova Stampa del Parrino, e del Mutii, Napoli 1692, Volume 2, parte I, pagg.25 e segg.. Cfr. Pietro Giannone, Istoria civile del regno di Napoli, Volume 10.
77. Ivi. Cfr. Isabel Enciso Alonso-Muñumer, da: https://dbe.rah.es/biografias/9379/pedro-fernandez-de-castro.
78. Luigi Vittorio Bertarelli, Guida d’Italia del Touring Club Italiano, Itália meridionale: v. Nápoli e dintorni, II, 1973, I ed., anno V, Milano 1925 Egli aggiunge che all’interno c’è «una nav. rettangolare, con capp. aggiunte. Dall'ingr. (A), si faccia il giro da d. Fra 3a e 4a capp., alt. dei Recco (B), con decoraz. dovuta in parte a Tom. Malvito (1504-05; non suo il Cristo nel paliotto), e Mad. col Bamb. e i Ss. Bartol. e Matteo, tavola datata 1556 e siglata con una T, di scolaro di And. da Salerno. 4 capp. (C), sepolcro del celebre giurecons. Gaet. Argento (m. 1730, patrono della capp. dal 1716), di Fr. Pagano su dis. di Ferd. Sanfelice. Vi sono sepolti anche medico e letterato Nic. Cirillo e il poeta Nic. Capasso (m. 1745). All'alt., S. Orsola e le compagne, di Giov. Vinc. Forlí. - Dietro l'alt. magg., dis. di Ferd. Sanfelice (1746), è il mon. di re Ladislao (m. 1414), elevato dalla sorella Giovanna I (D). È opera grandiosa, alta quasi quanto la capp. magg., ma mediocre, ancora a cuspidi ed archi trilobi gotici, già volgente al Rinascim., dovuta ad And. da Firenze che la compì nel 1428: il dis. è suo, ma di sua mano sono quasi soltanto le sculture della parte super.; il resto è di aiuti, rozzi marmorari napoletani e seguaci dei lapicidi di Piperno. Il mon. è sostenuto da 4 colossali statue di Virtù; sotto un'arcata a tutto sesto, le rozze statue di Ladislao e di Giovanna seduti in trono; ai lati, sotto trilobi, 2 virtù pure sedute, poi due edicole a risvolto che incorniciano le figure dei Ss. Ag. e Batt., di Leon. da BeSozzo (1428); più in alto, la cella sepolcrale col sarcofago e la figura del re giacente (morto scomunicato), benedetto da un vesc. con 2 diaconi; al sommo, la statua equestre di Ladislao. Una folla di statuine completa l'insieme. - Per una porticina tra le cariatidi del monumento si entra nella circolare CAPP. CARACCIOLO DEL SOLE (E), con belliss. pavimento a matto nelle maiolicate, del '400, di stile toscano. Alle pareti, nella zona infer., vita degli Eremiti, affr. di Perrinetto da Benevento (XV sec.); nella super., affr. di Leon. da Besozzo (XV sec.), l'unica sua opera integra: sopra l'ingr., P. Eterno, Gesù e Maria, Angeli, Santi e devoti; a sin., Natività di Maria e Annunciaz.; a d., Presentaz. al Tempio e Transito di Maria (negli ultimi due e specialm. nel 2o v'è la collaboraz. di un aiuto, che potrebbe essere Perrinetto); nel fondo, gentiluomini (pitture interess. come riproduz. di scene e di costumi). Dietro l'altare, il sepolcro grandioso ma incompiuto di Ser Gianni Caracciolo gran siniscalco e amante di Giovanna II, da lei stessa fatto pugnalare in Castel Capuano nel 1432. Tre rozze figure di guerrieri addossati a pilastrini reggono il sarcofago sul quale è la statua in piedi del defunto, con pugnale nella d. Il mon., eretto dal figlio Troiano (1433), è in parte nelle forme Rinascim. L'iscriz. è di Lor. Valla. - A sin. della magg., la *CAPP. CARACCIOLO DI VICO (F), a pianta circolare, bella per euritmia ed eleganza nel rivestimento architettonico marmoreo di ordine dorico (1516-57). Le sculture dell'alt., Epifania e Pietà, sono di Diego e Bartol. Ordoñez; le 2 statuette laterali, di Girol. Santacroce; le statue delle nicchie sono degli Ordoñez (eccetto il S. Pietro, di Giovanni da Nola) e, degli stessi, il sepolcro di Galeazzo Caracciolo a sin., compiuto da Giov. Dom. D'Auria, il quale, sul modello di esso, scolpì il sepolcro del figlio Nicolantonio a d. Dalla nav., per un andito (G), si entra nell'antica Sagrestia (H), patronato dei CARACCIOLO DI S. ERAMO, alle cui pareti, 18 tavole di Giorgio Vasari, scene del V. e del N. Testamento, Evangelisti, Dottori (1546). Poi dalla nav. si entra nella capp. Ricco (I), in cui statue dei Ss. Battista e Agostino, di Ann. Caccavello, e avanzi di un presepio con figure lignee, di Pietro e Giovanni Alemanno (1470). Dal muro seguente della nav. sporge il ricchiss. *MON. DEI MIROBALLO (L), simile ad una capp. (dedic. al Batt.), del princ. '500; vi sono molte statue: Dottori; Mad. col Bamb. e Troiano Miroballo, fondatore della capp., con la moglie, presentati dai 2 Ss. Giov., ecc.; in alto, S. Mich. - Nel muro opposto alla capp. magg., entro nicchia marmorea, bella Mad. col Bamb. (M, di Michel. Naccherino (1601) e, sopra, framm. di una cimasa con P. Eterno, di Tom. Malvito. Si entra per un arco marmoreo nella CAPP. DI SOMMA (N), attuale Sagrestia, addossata alla primitiva facciata ed eretta su dis. di Giov. Dom. D'Auria e Ann. Caccavello (1553-66); al 1° si deve l'alt. con rilievo dell'Assunta, al 2° il sepolcro di Scipione Di Somma. Nella vòlta e pareti, Profeti e vita di Gesù, affr. di ignoto napoletano 2a metà '500. Segue, nella nav., un alt. (O), con Purificaz., di Ann. Caccavello (sotto l'alt., sepolcro di Biagio Marsicano). A sin. dell'ingr. (P), Batt. e Gabr. (l'Annunciata, distrutta), affr. di Leon. da Besozzo.
Uscendo, prendendo a d., la CAPP. SERIPANDO, con sepolcro di Ant. Seripando (1539) e, all'alt., Crocifiss., del Vasari.
79. Bacco, cit.
80.Sabato Cuttrera, Napoli Vintage: case e chiese di San Carlo all’Arena, ABE, Napoli 2023.
81. Ivi.
82. Domenico Antonio Parrino,Teatro eroico, e politico de' governi de' vicerè del regno di Napoli, Nuova Stampa del Parrino, e del Mutii, Napoli 1692, Volume 2, parte I, pagg.25 e segg..
83. Ivi. La seconda citazione è tratta da Matteo Fasano, v. https://www.tuttosucava.it/la-citt%C3%A0/il-borgo/53-l-epitaffio-di-resicco.html. Così ancora preceduta sul sito: «La Città de la Cava aveva all'ingresso nord e sud del Borgo due epigrafi ai piedi delle quali esistevano due ampie fontane. Nel 1600 venne completato il nuovo tratto della strada Regia a nord di Cava e vi fu costruito un nuovo ponte per migliorare la viabilità. Infatti nella zona esisteva il rio Secco, detto anche Resicco, che si immette nel rio del Contropone, fiumicello che nasce a sua volta alle falde del Monte Finestra, scende da Passiano e si immette nella Cavaiola.Con la costruzione di questo ponte si migliorò la viabilità a Cava in quanto spesso a seguito di violenti piogge, il corso d'acqua si ingrossava ed era pericoloso attraversare il ponticello di legno che lì esisteva. L'ampliamento del ponte, voluta da don Juan Alonso Pimentel de Herrera, conte di Benevento e vicerè sotto il regno di Filippo II, fu accompagnata dalla costruzione di una fontana e di un abbeveratoio».
84. Ivi.
85. Anonimo, cit.
86. Parrino, cit.
87. Anonimo, cit.
88. Parrino, cit.
89. Giuseppe Sigismondo, Descrizione della città di Napoli e suoi borghi, Tomo III, presso i fratelli Terres, Napoli 1789 (a cura di Maria Pia Lauro), Fondazione Memofonte, Studio Per l’Elaborazione Informatica delle Fonti Storico-Artistiche, Napoli- Firenze 2011. Edizione digitale disponibile all’indirizzo http://www.memofonte.it. Data di immissione on-line: aprile 2011. «Questo lavoro è promosso dal Dipartimento di Discipline Storiche dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”». Dirimpetto poi al Palazzo di Poggio Reale leggesi la memoria del viceré Conte di Monterey, che accomodò la Strada di Puglia nel 1631 ne’ seguenti termini:
Philippo IV. Rege
Viam ab Daunia, Apulia, Japigia, ora Adriatici, & Jonii Neapolim belli pacisq. opportunitatibus
celebrem, alluvionibusq. mersam anno MDCXXXI. multis locis nec equo, nec lintre superabilem,
quod incrustati Vesuviano cinere montesq. collesque aquam cælestem diu celeberrimam illibatam
rejicerent: bellicis quamquam intentus apparatibus, cum tota fureret Mars impius Europa, ne quam
sui muneris partem omitteret, exaustis aquis, repletis hiatibus, tutamento Regni, & annonæ
celebriorem reddidit Emanuel Fonseca & Zunica Comes Montis Regii Prorex. Præfecto viarum
Antonio Suares Messiæ Marchione Vici.
90. Anonimo, cit.
91. Anonimo, cit.
92. Anonimo, cit.
93. Anonimo, cit.
94. Parrino, cit. Cap. seg.: DON PIETRO FERNANDEZ DI CASTRO, Conte di Lemos, Marchese di Sarria, Conte di Andrada, e di Villalva, dell' Ordine di Alcantara, Vicerè, Luogotenente, e Capitan Generale nel Regno di Napoli nell'anno 1610, pag.59.
*. Domenico Antonio Parrino,Teatro eroico, e politico de' governi de' vicerè del regno di Napoli, Nuova Stampa del Parrino, e del Mutii, Napoli 1692, Volume 2, parte I, pagg. 25 e segg.
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