41. TAURASI E L’ANTICA TAURASIA: il castello perduto da Ruggiero di Avellino, demanio dei Balbano per i migranti Bebiani ISBN 9788872942014

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LE TRE FONDAZIONI DI TAURASIA, TORASE E TAURASI

E’ questo non solo un testo di storia antica sui discendenti di Taurasia in Sannio, la città del 280 a.C, confusa con Torino, dove furono portate le colonie dei Liguri Bebiani, e poi fuggiti risalendo il fiume Calore nell’attuale Irpinia.
Ma esso analizza e studia i 3 agri del Sannio antico di Circello con la prima Taurasia nell’agro dei Campi ardenti:: Apuani a Taurasia
(Campi Flegrei), Bebiani (Tammarense) e Corneliani (Alifano). Queste le colonie dei Liguri da cui presero vita i futuri fondatori di Taurasi.
Bascetta analizza tutti i documenti altomedievale di Montevergine, Cava e San Vincenzo al Volturno che parlano di tutte e tre le diverse fondazioni di Taurasi, tracciando un profilo esaustivo sugli spostamenti nel corso dei secoli, specie dopo la distruzione operata dai Saraceni. Ma questa è anche l’occasione per approfondire i documenti sul Monastero della Beata Santa Maria in Loco Sano, la Basilica di San Felice in M.Mariano del 750 d.C., e quella di S.Felice Magno in Loco Sano sul fiume Calore, presso Quintodecimo e S.Agata distrutte dai Saraceni, i quali, per un secolo, poi arriva Ottone II e la fuga dalla Valle di Sora e Cominio all’Alto Calore nel 981 a rifondare Cassano e Luogosano, confuse con le originarie Lo Cossano, cioè Lo(cu) Cusano (Mutri)
Il libro si conclude con un interessante spaccato storico-economico e antropologico di Taurasi e dei suoi abitanti tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento. Ecco una sintesi e analisi dei punti principali, suddivisi per temi:
1. Economia Locale e Trasformazione Sociale
Alla fine dell’800, piccole imprese familiari e negozianti locali rappresentano il motore dell’economia di Taurasi. Si tratta di un passaggio cruciale: gli ex servi della terra si trasformano in artigiani e commercianti.
Alcuni esempi:
Gioacchino Angelis, Marciano Caputo, Scipione Caggiano: negozianti di vino e cereali.
Roberto Degli Uberti, Lodovico Maffei: commercianti di prodotti dei propri fondi agricoli.
Alfonso Rocci: commerciante di grano, cuoio e vino.
Pasquale Tranfaglia: venditore di farmaci.
Ciò indica una microeconomia contadina e commerciale, basata su filiere corte, prodotti agricoli e trasformazione alimentare.
2. Infrastrutture carenti e centralizzazione dei servizi
Il caffettiere, gli orefici e altri commercianti non si trovavano a Taurasi, ma in paesi vicini come Fontanarosa e Mirabella Eclano.
Servizi pubblici come Carabinieri, Uffici del Registro, Posta e Diocesi erano distribuiti tra più comuni (Mirabella, Grottaminarda, Avellino), mostrando una forte dipendenza esterna per le necessità amministrative.
3. Sistema di Misurazione Locale
L’autonomia e la frammentazione dei sistemi di misura mostrano le difficoltà di un’economia non ancora unificata:
A Taurasi, il moggio era di 900 passi quadrati, mentre a Savignano era 960.
Il barile di vino era diverso da paese a paese: a Taurasi era 30 caraffe (≈ 0,2679 hl), a Casalbore era 40 pinte (≈ 0,3571 hl).
Per l’olio, si usava il cantaro = 89,1 kg.
Questa varietà rendeva difficile il commercio tra paesi e facilitava possibili truffe o errori, specie per i meno istruiti.
4. Continuità e successo imprenditoriale
Nonostante difficoltà economiche, tasse e balzelli, alcune ditte familiari resistono e prosperano:
Benigno Caggiano & Fratelli, Pasquale Tranfaglia → olio d’oliva (nel catalogo esportatori 1922).
Antonio Caggiano → vino e alcool (dal 1931).
Con il dopoguerra, Taurasi entra nel commercio vinicolo internazionale, segnando l’inizio di una nuova fase di sviluppo economico.
5. Taurasi nel secondo dopoguerra
1956: 3322 abitanti.
Reti di trasporto: ferrovia Avellino–Rocchetta Sant’Antonio, linee automobilistiche locali.
Fiere e mercati: settimanale il sabato, fiera importante il 16-17 maggio.
Attività turistiche emergenti: agriturismi e ospitalità rurale (famiglia Pasquariello, signora Fraola).
6. Vocazione agricola e paesaggio
Taurasi è descritto come:
Un centro agricolo della media Valle del Calore.
Con frutteti, pascoli, colture di grano e soprattutto vigneti.
Il vino Taurasi DOCG è il prodotto di punta, esportato e conosciuto a livello internazionale.
Conclusione
Il testo testimonia l’evoluzione di Taurasi:
Da paese rurale arretrato e frammentato a centro economico vitivinicolo con una sua identità forte.
Il passaggio dal lavoro servile a una microimprenditoria familiare è una chiave per capire le dinamiche sociali post-unitarie del Sud Italia.
La persistenza di aziende come Caggiano e Tranfaglia è il simbolo di una resilienza economica che ha saputo evolversi fino all’età contemporanea.
Pasquale Tranfaglia: venditore di farmaci.

Ciò indica una microeconomia contadina e commerciale, basata su filiere corte, prodotti agricoli e trasformazione alimentare.

???? 2. Infrastrutture carenti e centralizzazione dei servizi

Il caffettiere, gli orefici e altri commercianti non si trovavano a Taurasi, ma in paesi vicini come Fontanarosa e Mirabella Eclano.

Servizi pubblici come Carabinieri, Uffici del Registro, Posta e Diocesi erano distribuiti tra più comuni (Mirabella, Grottaminarda, Avellino), mostrando una forte dipendenza esterna per le necessità amministrative.

???? 3. Sistema di Misurazione Locale

L’autonomia e la frammentazione dei sistemi di misura mostrano le difficoltà di un’economia non ancora unificata:

A Taurasi, il moggio era di 900 passi quadrati, mentre a Savignano era 960.

Il barile di vino era diverso da paese a paese: a Taurasi era 30 caraffe (≈ 0,2679 hl), a Casalbore era 40 pinte (≈ 0,3571 hl).

Per l’olio, si usava il cantaro = 89,1 kg.

Questa varietà rendeva difficile il commercio tra paesi e facilitava possibili truffe o errori, specie per i meno istruiti.

???? 4. Continuità e successo imprenditoriale

Nonostante difficoltà economiche, tasse e balzelli, alcune ditte familiari resistono e prosperano:

Benigno Caggiano & Fratelli, Pasquale Tranfaglia → olio d’oliva (nel catalogo esportatori 1922).

Antonio Caggiano → vino e alcool (dal 1931).

Con il dopoguerra, Taurasi entra nel commercio vinicolo internazionale, segnando l’inizio di una nuova fase di sviluppo economico.

???? 5. Taurasi nel secondo dopoguerra

1956: 3322 abitanti.

Reti di trasporto: ferrovia Avellino–Rocchetta Sant’Antonio, linee automobilistiche locali.

Fiere e mercati: settimanale il sabato, fiera importante il 16-17 maggio.

Attività turistiche emergenti: agriturismi e ospitalità rurale (famiglia Pasquariello, signora Fraola).

???? 6. Vocazione agricola e paesaggio

Taurasi è descritto come:

Un centro agricolo della media Valle del Calore.

Con frutteti, pascoli, colture di grano e soprattutto vigneti.

Il vino Taurasi DOCG è il prodotto di punta, esportato e conosciuto a livello internazionale.

???? Conclusione

Il testo testimonia l’evoluzione di Taurasi:

Da paese rurale arretrato e frammentato a centro economico vitivinicolo con una sua identità forte.

Il passaggio dal lavoro servile a una microimprenditoria familiare è una chiave per capire le dinamiche sociali post-unitarie del Sud Italia.

La persistenza di aziende come Caggiano e Tranfaglia è il simbolo di una resilienza economica che ha saputo evolversi fino all’età contemporanea.

Gli ultimi feudatari e le prime botteghe

A mandare avanti il paese erano sicuramente le piccole aziende a carattere familiare che stavano nascendo e i negozietti. Ma vediamo nei particolari le varie “ditte” di Taurasi, rappresentate nella loro totalità da poveri “negozianti”, come si trova scritto nelle citazioni del 1885 che, nella sostanza, sono la prima vera trasformazione degli ex servi della terra. Si tratta di Gioacchino Angelis fu Marciano, negoziante di vino; di Marciano Caputo fu Domenico, negoziante di vino e cereali; di Scipione Caggiano fu Michele, negoziante di vino; Roberto Degli Uberti fu Pasquale, negoziante di prodotti dei propri fondi; Lodovico Maffei fu Sabino, negoziante di prodotti dei propri fondi; Alfonso Rocci di Biaggio, negoziante di grano, granone, cuoio e vino; Pasquale Tranfaglia fu Michelangelo, negoziante di farmaci. Il caffettiere più vicino era a Fontanarosa. Si tartta di Pasquale Feo fu Antonio. Come pure altri industrianti come Rannaele Iannuzzo fu Giuseppe e Antonio Petroccione fu Francesco, sempre di Fontanarosa. Gli orefici più vicini erano invece a Mirabella. Si tratta di Francesco Cappuccio, Vincenzo Rossi e Francesco Grecco, come pure nel caso del negoziante di pasta, Costantino Gregorio. Erano i tempi in cui fra gli uomini più in vista c’erano il sindaco Ciriaco De Angelis e i vari produttori di vini e cereali comercializzati lungo la via Nazionale delle Puglie.
A Taurasi il moggio era rappresentato da 900 passi quadrati, contrariamente per esempio da Savignano dove ne valeva 960. Sette passi e 1/3 era invece la lunghezza del passo in palmi, pari a 48400 palmi quadrati, cioè 33,6486 are. Singolare e ben definita la misurazione del vino in barili. Un barile, a Taurasi, equivaleva a 30 caraffe, cioè un rotolo, contrariamente per esempio a Casalbore dove l’equivalenza di un barile non era misurata in carafe ma in 40 pinte. Una differenza sostanziale per due paesi non tanto lontani. Il barile di Taurasi era cioè di 0,2679 ettolitri contrariamente a quello di Casalbore di 0,3571. Per misurare l’olio si usava invece il cantaro, pari a 12 rotule cioè 1 cantaro=89,1 chilogrammi. Altri paesi usavano per esempio la caraffa, il quartuccio, la pignatta, ambola, lo staio, la soma, sempre nello stesso circondario di Ariano di Puglia. Si capisce a chiare lettere quanti probabili errori potevano essere commessi a danno di chi non conosceva le misure.
Fra tasse e balzelli, una ditta in particolare riuscì a resistere e a continuare la tradizione. Nel Catalogo dei produttori esportatori del 1922 infatti continuano a comparire i nomi delle ditte di Benigno Caggiano e fratelli e Pasquale Tranfaglia, conosciuti ormai da tutti per la produzione di olio d’oliva. Bisognerà invece attendere il 1931 per rivedere fra i primari produttori di vino la ditta di Antonio Caggiano, come unico esportatore di alcool. Taurasi apriva le porte del commercio di vino in tutto il mondo solo dopo la Guerra. 3322 erano gli abitanti nel 1956, quando si commercializzava attraverso la linea ferroviaria Avellino-Rocchetta Sant’Antonio, o utilizzando le linee automobilistiche Paternopoli-Napoli, Avellino-Fontanarosa, MIrabella Eclano-Taurasi-Bonito, come risulta dl catalogo delle Fiere e dei Mercati. In tempi moderni, il paese si era ormai attrezzato con un Ufficio Postale in loco, ma rivolgendosi sempre a Mirabella Eclano per la Stazione dei Carabinieri. Bollo, Registro e Ufficio Distrettuale erano invece a Grottaminarda, ferma restante la chiesa appartenente alla Diocesi di Avellino. Erano i tempi in cui il mercato settimanale si teneva ogni sabato e caratteristica era la fiera del 16 e 17 maggio quando locanda e albergo di Cardillo e Struzziero, si rianivano per il sopraggiungere di numerosi commercianti.
Centro agricolo della media Valle del Calore, situato su uno sprone del versante destro che domina da notevole altezza il fondovalle, Taurasi è a monte del punto in cui il fiume è valicato dalla statale delle Puglie. Le superfici coltivate a frumento ed i pascoli, dove si trovano piccoli allevamenti di ovini e bovini, coprono buona parte del territorio comunale. Vi sono anche frutteti e vigneti che producono il famoso vino denominato “Taurasi” conosciuto in tutto il mondo, che si può gustare in una delle due aziende agrituristiche, quella di Giovanna Pasquariello alla contrada Olivola e quella di Carmine Pasquariello, alla contrada Valli-Ortone. Per dormire è possibile fermarsi presso la signora Carmela Fraola. Fra i punti vendita del vino “Taurasi” primeggia l’azienda Caggiano, alla contrada Valli.
Taurasi si presenta a dominio della pianura sottostante e ancora oggi mostra il passato di una imponenza medioevale che resta da scoprirsi. Sull’altare maggiore della Chiesa dell’ex convento domenicano, è possibile ammirare una icona di Antonio Da Solario, detto Lo Zingaro, rappresentante la Madonna Del Rosario coi quindici quadretti dei misteri, donata alla chiesa nel 1582, e un quadro settecentesco della Sacra famiglia. Taurasi, come recita l’originario statuto, è comune Ente Locale Autonomo nello ambito della Costituzione ed esplicita la propria autonomia secondo i principi fissati dalla legge e secondo le norme del presente statuto.

Gonfalone e Stemma

1. Il Comune di Taurasi ha come proprio segno distintivo un antico stemma riprodotto sui timbri comunali, costituito da una figura di toro rampante sormontato da tre stelle, conla iscrizione “Comune di Taurasi”.
2. Il Comune ha un proprio gonfalone che è quello di cui è dotato storicamente e di cui si fa uso nelle cerimonie ufficiali in conformità di leggi e regolamenti.

Territorio e Segni Distintivi

1. Il Comune di Taurasi è ente autonomo locale nel rispetto dei rpincipi fissati dalla Costituzione, dalle leggi e dal presente Statuto.
2.Il COmune di Taurasi comprende il territorio ad esso assegnato, situato nella media valle del fiume Calore.
3.Il territorio di cui al presente comma ha caratteristiche di media collina e confina con quello dei Comuni di MIrabella Eclano, Torre le Nocelle, Montemiletto, Lapio, Luogosano e Sant’Angelo all’Esca.
4. Il Comune di Taurasi tutela la propria denominazione nei modi consentiti dalla legge.

Fra i tanti uomini illustri che hanno onorato questa terra, nel 1800 si distinse nella Capitale del Regno Vincenzo Degli Uberti, generale del Genio e scrittore di opere scientifiche nato a Taurasi nel 1791, cui figura è stata ben delineata da Antonio Puca in “Nell’800 borbonico: Vincenzo Degli Uberti tra tecnica ed economia” (in “Rassegna Storica Irpina, Società Storica Irpina, 1990, pag.241-287)
Intorno al 1835, sulla scia del pensiero di Carlo Filangieri, si era andato ad incrementare il dibattito su tecnica ed economia, che vide il coinvolgimento di personaggi noti, da Scialoja a De Cesare e che vide fra i più polemici interventi quelli di Vincenzo Degli Uberti. Una voce stonata a favore del libero scambio, contraria per principio al pensiero di Calo Afan De Rivera. Egli aveva cominciato in ritardo gli studi economici, ma fu da subito contro il protezionismo doganale, in nome della libera concorrenza fra le industrie nazionali. Degli Uberti aveva conosciuto molte delle province del Regno. La loro erretratezza, i problemi legati alla agricoltura, al mancato sviluppo. Uno dei dati del confronto fu la realizzazione delle strade, passate da 200 miglia sotto Carlo di Borbone, a 400 nel 1800, a oltre 1000 nel Ventennio. Una media di 17 miglia di strade all’anno, praticamente un miglio a provincia. Un misero risultato – come egli sosteneva in Saggi Economici, sproporzionato ai bisogni della agricoltura e del commercio. Concludendo con affermazioni dure per quegli anni, del tipo: “se per pietà dei posteri i nostri avi non avessero colà costruito un piccolo molo, qua fatta una gittata, non avremmo dove rinvenire un riparo” (Vincenzo Degli Uberti, Saggi Economici, Dell’Iride, Napoli 1838). Degli Uberti scaricava soprattutto sulla Direzione dei Ponti e Strade “lentezza e povertà di costruzioni” (Vincenzo Degli Uberti, Sul Porto di Brindisi, Dell’Ariosto, Napoli 1835). Una necessità quelle delle strade, perchè le spese di trasporto, a suo dire, “compongono la maggior parte del valore, e però la loro diminuzione è un aumento indubitato di ricchezza” (Vincenzo Degli Uberti, Sul fiume Sarno. Discorso storico-idraulico, Fernandes, Napoli 1844). Il Nostro immaginava una grande “società di mutui soccorsi, un vasto campo di morale pratica, cui chi più ne partecipa, maggiori e più benefici frutti ne raccoglie” (Vincenzo Degli Uberti, Su’ canali navigabili che si portrebbero costruire nel Regno di Napoli e della loro utilità comparativamente alle strade ferrate, Discorso presentato al VII congresso degli scienziati in Napoli, Fernandes, Napoli 1845).
Professore della Nunziatella di Napoli, aveva pubblicato anche saggi sulle fortificazioni (Vincenzo Deli Uberti, Saggi militari precipuamente spettanti alle fortificazioni, L.Dato, Palermo 1830). Fondatore della nuova fonderia di Castelnuovo di Napoli, fu eletto deputato alla Camera nei Collegi di Ariano, Castellammare e Napoli. Il 10 marzo divenne titolare del Dicastero della Guerra e, il 3 aprile, di quello dei Lavori Pubblici, finendo col litigare con tutti, al punto di dimettersi alla fine di quello stesso aprile, giurando di non unirsi più con coloro che “menavano a rovina il paese” (ASN, Borbone, f.1041) e Degli Uberti a Troya, 18 maggio 1848). Finito quasi in rovina chiese supplica al Re per la Carica di Consigliere di Stato. Venne poi promosso Brigadiere generale e Giudice dell’Alta Corte Criminale, finendo col rivolgersi a Filangieri, nel 1859, “colla fiducia di un uomo onesto ed a bastanza disgraziato” (Archivio Filangieri, Napoli, sez.Corrispondenza Militare, vol.10, fasc. Degli Uberti e Filagieri, 14 giugno 1859). Dopo il 1860 fu completamente deposto, pur presentandosi candidato alle elezioni il 27 gennaio 1861 nel collegio di MIrabella Eclano, ma fu sconfitto – per la grande critica all’Unità d’Italia fatta senza umanità e dignità – anche al ballottaggio del 3 febbraio dal Barone Grella. Vincenzo Degli Uberti si spense a quasi 86 anni, il 21 marzo 1877.
Note Capitoli
(non incluse nel testo)

1. V.Napolillo, Nusco: rivisitazione storica, ABE, 1999.
2. CV, Doc.27 e doc.28, Vol.III, pag.137; CV, Doc.42-43, Vol.III, pag.144).
3. Chronicon Vulturnense del Monaco Giovanni a cura di Vincenzo Federici, Vol.I,II,III, Roma, Tip. del Senato, 1925.
4. Chronicon Vulturnense del Monaco Giovanni a cura di Vincenzo Federici, Roma, Tip. del Senato, 1925, Doc.46, Vol.III, pag.146.
5. Felice Pescatore, paternopolionline.it, felice@wappi.com.
6. Consorzio Tutela Vini D.O.C. Colli Piacentini, Piacenza Terra di Vini.
7. Gennaro Granata, Documenti e Note per una storia di Cassano Irpino, Tipolitografia Dragonetti, Montella, 1993, pag.11.
8. G.Granata, op.cit., pag.12 -18.
9. Bascetta, Caposele, Giornalibro n.21, ABE, 1997.
10. Bascetta-Napolillo, Lioni, ABEdizioni, 2001.
11. G.Passaro, Rilievi e note ad una storia di Nusco, Tip.Nap., 1971, pag.103.
12. G.Granata, op.cit., pag.13-24.
13.Mommsen, CIL 05, 01914.
14. Ivi, CIL 06, 29689 = 32309 = 32472.
15. CV, Doc32, Vol.1, pag.247.
16. CV, Vol.III., pag.127.
17. CV, Doc.13, Vol.III, pag.132.
18. Ivi, doc.45.
19. CV, Vol.II, pag.10.
20. Doc.151, Vol.II, pag.271.
21. Doc.142, Vol.II, pag.239.
22. Nel 1008 Montaperto è un loco dove si scrivono gli atti (De Lellis) di Cava relativi al nascente monastero di San Pietro Apostolo, cioè la sede dell’Abbazia-palazzo vescovile della nascente Civitate. Fin dal 1088, i principi Longobardi associati di Capua e Benevento, avevano dichiarato di possedere in territorio di Montaperto il monasterii Sancti Petri Apostoli, quello edificatum est extra et propinguo hanc beneum Cibitate trans flubio Sabbati, quindi non presso Benevento, ma oltre il fiume, in quella che veniva chiamata la Civitate al di là del Sabato con i beni verso la fontana rebolbente (CDC). A San Pietro Apostolo, in territorio di Montaperto, era stato redatto l’atto, come conferma anche la lettura del Musto, in questo monastero sito cioè fuori dalla circoscrizione del fiume Sabato (Cfr. Musto, op.cit.). E’ la stessa Montaperto del 979, quando si cita la Via Antiqua nel luogo di Curti Gualduli, la Corte del boschetto (CDC, Vol.II). Sono i fondi terrieri di San Pietro in Delicato poi dipendenza della Chiesa di San Pietro Apostolo col suo Casale, dati in fitto dall’Abbazia di Cava (quando saranno conquistati dal Principe salernitano a suon di Costantini d’oro) ai propri uomini, col patto di dividere il raccolto secondo la langobardorum lege (Cfr. Musto). E’ la San Pietro Apostolo che nel 979 non era ancora nata, ma ben presente nel 1088, ai tempi della cacciata dei Longobardi/Bizantini, ad opera del Principe di Salerno, dai territori di Capua e Benevento unificate dai principi associali. Si tratta dei Domini Landolfo e Pandolfo che donano a Cava le terre sottratte alla Comestabulìa appartenuta alla Domina e Rectrix Altrude, figlia del Comestabulo longobardo Tassone, sposa di Eriberto di Ariano, attestata nella Inquisitio de nemore Coriliani (1097-1100), allorquando aveva esercitato gli usi civici nel Bosco di Corigliano (Cfr. Musto). L’altra chiesa antica che compare è San Nicola in Cibari costruita sul territorio di Montaperto conquistato ed annesso dal Principe di Salerno al suo Principato e poi donato all’Abbazia salernitana di Cava nel 1097, riattestata nel 1101 quando si arricchiva, e per essa l’abate cavense, di altre due terre presso Cerbaro, lungo la Via Pubblica, offerte da Turgisio. Nel 1047 la Contea di Monte Aperto appartiene a Tassone. Nel 1047 Monte Aperto era ancora longobarda sotto la contessa Altrude, Domina et Rectrix, figlia del Comite Tassone, quando il Comite di Ariano è Eriberto, il quale, sposando la contessa Altrude, estende i territori fino al Sabato (Musto, Montis), quando Altrude dona all’abbazia di Cava la chiesa di San Nicola in Cibaris sita in Montaperto. La seguiva Torgisio di Montemiletto, o di Taurasi, donando nel 1101 due terre in località Cerbaro all’abate Machenolfo di Cava. Già nel 1079 Girardus è il Comes (di Ariano?) che ha due figli: Eriberto e Roberto (Prg n.166, Archivio Santa Sofia). I Conti Eribbertus e Rubbertus fratelli sono figli a Girardus de Alipergo e Comitissa Adelizia. Nel 1100 il Comite (di Ariano?) è il figlio Erberto o Eribbertus, fratello di Comes Rubbertus (Prg n.167, Archivio Santa Sofia). Quando Altrude sposa il Comite di Ariano Eriberto, la Comestabulia di Ariano e la Comestabulia di Montaperto passano in eredità al figlio Comes Giordano, che diventa Comite della grande Comestabulia di Ariano che possiede diversi castelli, come Montemiletto e Montaperto, estendendo i confini fino al Sabato, e donando terreni a Santa Sofia di Benevento, prima dell’arrivo dei Salernitani. Non prima del 1097, dalle parti di Lapio, c’è il Bosco di Coriliani, dove esercitavano usi civici Altrude Tassone del Castello di Montaperto, Jacopo Greco, Hugo de Grosso e il figlio Mattia (De Lellis). Corigliano è il nome di parte di un grande bosco che ancora oggi esiste nell’attuale Taurasi, ma è anche un luogo, in una pergamena beneventana di San Vittorino, dicto Monterone, ubi proprie Curiliano dicitur, donato nel 1016 da Flavia, moglie del fu Madelfridi Comite (San Vittorino, Museo, pag.31). Un Comite Madelfrido fu Comite Adelferio era ancora vivo nel 1038 allorquando aveva il comando su alcuni territori di Vico Pennole. Monterone è sicuramente un ex feudo di San Giorgio del Sannio del 1016, come conferma il Catalogo dei Baroni: Monterone è citata subito dopo Ferrara, Monte Calvo e Genestra, che è tenuta dal Comes Rogerio Bonialbergo (CBJ, 344), che ha il possesso demaniale delle terre beneventane di Apice, e ha affidato Monterone a Goffredo figlio di Pagano di Montisfusculi (CGJ, 352). Il Bosco di Monterone fu il Bosco di San Giorgio del Sannio, cioè l’intero Bosco della Montagna di Montefusco, da San Giorgio a Montaperto. Il Bosco di Coriliano dove ritroviamo Taurasi finì col ricadere nel guastaldato di Montaperto, a sua volta appartenuto all’Abbazia di Cava del Principato di Salerno che mise le mani su San Pietro in Delicato e i grandi fondi di Ademario fu Sassone e Diletto fu Lupi di Montaperto (confinanti con quelli di Dauferio figlio di Leone, con la fontana detta rebolbente e con Aldo figlio di Orso) quando, senza Benevento città della Chiesa, si ritrovarono tutti nel Principato riunito di Capua e Salerno. Sotto i Principi Landolfo e Pandolfo, Benevento, Salerno e Capua erano un solo territorio.
V.Donnarumma, Torrioni-Avellino: Storia Antropologia Immagini Dialetto, cit. Cfr. F.Beneventano, Cronaca; F. Campanile, Delle armi ovvero insegne de’ nobili, terza edizione del 1680, pag.247; G. B. Testa del Tufo, Cronologia della illustrissima famiglia del Tufo, Napoli 1627; B. Aldimari, Famiglie imparentate con la casa Carafa, pag.348: in Cocozza, cit.; ASAV, Notai di Avellino, 343, f.343: in Cocozza, cit. ; ASN, Cedolari, Torrioni, Bobina 36, Vol.65. ;A.Bascetta, 23.Torrioni, ABEdizioni 1997. ;ASN, Cedolari, Torrioni, Bobina 36, Vol.65. ;ASN, Cedolari, Torrioni, Bobina 37, Vol.69. pag.169. ; ASN, Cedolari, Torrioni, Bobina 36, Vol.67. ; ASN, Cedolari, Torrioni, Bobina 36, Vol.67, Notaro Bernardo Rocco. ; ASN, Cedolari, Torrioni, Bobina 36, Vol.67; ASN, Cedolari, Torrioni, Bobina 36, Vol.65. ; ASN, Cedolari, Torrioni, Bobina 37, Vol.69. ; ASN, Cedolari, Torrioni, Bobina 37, Vol.69, pag.32. ; ASN, Cedolari, Torrioni, Bobina 37, Vol.68.; ASA, Catasti Onciari, Torrioni (fotocopia anastatica). Cfr. Bascetta A., 23.Torrioni, cit.; ASA, Catasti Onciari, Torrioni (fotocopia anastatica). Cfr. Bascetta A., 23.Torrioni, cit.; ASN, Cedolari, Torrioni, Bobina 37, Vol.70, Pag.367. ; Cfr. Ricca E., Storia dei Feudi, cit., pag.470-594.;Archivio Santa Sofia, Perg. N.169.
22. Quando Roberto Loritello d’Altavilla si organizzò, nel 1114, fu su Villa San Lorenzo della originale Civitate di Abellino del Submonte, quella con la chiesa di S.Maria di Nazareth Genitrice di Dio del Preposito, facendo scappare i Drengot ed Abellino a Villa San Lorenzo d’Atella sotto la protezione del consanguineo, Romano Porfirogenito, Imperatore d’Oriente figlio di Ugo Magno insediatosi in Napoli. Da qui la guerra atroce, dal 1114 al 1119, quando la Comestabulia di Montaperto venne sfaldata e il Castello dato alle fiamme in quell’anno in cui termina definitivamente il Ducato di Benevento, con la fuga dei Capuani verso Noceria e di Drengot ed Avellinesi su Castellovetere. Dalle pergamene custodite nell’Abbazia di Montevergine possiamo ricavare un quadro più completo di ciò che fosse il territorio conteso da Apice e Lapio, a causa dell’omonimia del toponimo L’Apige con L’Apij, luoghi di ripartenza e di arrivo degli Irpini. Dal Catalogo dei Baroni si sa che fra i territori appartenenti all’ex Principato di Salerno, fanno parte della Comestabulia di Gilberto di Balbano, circondato dalle terre dei suoi baroni, i feudi di Conza, Balbano, Bisaccia, Gesualdo, Monte Marano. Oltre a possedere le terre di sua proprietà, Gesualdo e San Lupolo, Elia di Gesualdo viene investito dal Conte Gilberto Balbano del possesso di Frigento, Acquaputida, Paterno, San Mango e Bonito. Ma non solo. Elia Gesualdo viene prescelto a capo dell’intero demanio del Conte di Gilberto Balbano che viene affidato al suo barone, Torgisio de Scapico, altrimenti detto Torgisio de Grotta. Nasceva la Baronia del signore domino Torgisio. Torgisio possiede quindi l’intero demanio del quale fanno parte i feudi di: Serpicum (subentra Guido figlio di Trogisio de Scapico), la metà del feudo di Tropaldi (a Trogisio de Scapico detto anche Trogisio de Grutta subentra Guglielmo figlio di Tristayni), Villam Maynam, l’altra metà del feudo di Tropaldi e San Barbato (a Trogisio de Scapico e de Grutta subentra Rogerius figlio di Lodoysi), Arianello (Arianiello di Lapio) e Lapigia che sono della Curia (subentra Guido di Serpico), Candida che è in demanio (subentra Rogiero de Serpico oppure Ripa Candida = Chianchetelle), Montem Aperto (tenuto da Dyonisius), Toriasium e San Felice (a Trogisio subentra il figlio Alamo e poi Rogerius de Castellovetere), Corsano (frazione Apice), Tropaldi e Melito (subentra Alfano camerario che le dà a Benedetto de Forgia), il feudo (a Trogisio subentra la moglie di Bartolomeo figlio di Rogerii), il feudo (presso Serra affidato a Turgisio e finito in possesso di Pietro de Serra), Torella e Petra (a Trogisio subentra Guarnerio Sarraceno). Torgisio de Scapico sceglie di risiedere nel Castello di Taurasie. Torgisio fa quindi di Taurasi la dimora centrale, la sede di tutto il Demanio dell’ex Comestabulia di Montaperto, sotto di lui e dopo di lui, dal 1122, con il figlio Alamo, cioè negli anni che vanno fino al 1166. Toriasium e San Felice appartennero quindi dal 110? al 1122 al signore Domino Torgisio De Scapico, che provvide invece a frazionare tutto il resto del demanio a lui affidato dal feudatario Elia di Gesualdo. A Torgisio, nel 1122, subentrò il figlio Alamo. Il Demanio subiva in questo periodo un ulteriore frazionamento. Alamo riuscì comunque a tenere per se i due feudi dove risiedeva Torgisio, cioè Taurasi e San Felice, almeno fino all’arrivo di Rogerius del diruto castello di Castellovetere di Avellino.
La prima citazione di fonte verginiana di cui si ha notizia dopo il 1123, relativamente al Castelli Taurasie, riguarda il possesso di esso da parte del signore Torgisio che sottoscrisse la donazione dell’antico Sedium che era stato di Molino, presumibilmente ricadente in territorio di L’Apice o L’Apio. In origine, prima che a Lapio, appare il sedile vescovile della Civitate dei Campi Marini del precedente vescovo-feudatario longobardo/bizantino sita in territorio di Apice. Prima dell’imposizione normanna con l’accorpamento di tutti i beni del territorio di S.Maria a Montevergine, v’è stata cioè un’altra abbazia detta Santa Maria Submonte a sovrintendere sui territori taurasini. Poi è ricominciato il rapporto diretto con l’abbazia di Cava in Mitiliano per la donazione ad essa di uomini e chiese fra Sabato e Calore. L’abbazia di Cava in Mitiliano di Civitate Salernitana è in un luogo diverso da Cava dei Tirreni, dove sono poi finite quelle pergamene quando sarà costruita la nuova sede, proprio come accadde per Montevergine. Di certo le donazioni confermano che questi territori appartennero al Principato di Salerno e non certo più al Principato Capuano di Benevento. Era il 1113 quando Torgisio offriva quello che era stato un importante seggio vescovile, ora aggregato al territorio di Castello Taurasie, al monastero di Cava in Mitiliano (AC, Arca E, n.26), col consenso del figlio, il Domini Alami, poi egli stesso signore di Castelli Taurasie, come risulta dalla pergamena del notaio Paganus (Tropeano, CDV, Vol.II, pag.340-341). E’ l’antico seggio che fu di Molino che finirà poi in mano dei monaci di Montevergine, se è lo stesso sito alla località la Spineta del 1129 (CDV, II, doc.n.180), quando nasceranno il nuovo Monastero di Montevergine e la nuova Cava. Si tratta, come meglio specificato nel 1130, della chiesa di Santa Maria que edifica est iusta flubio Caloris (CDV, II, doc.n.190) che risulta essere stata ufficialmente accorpata ai verginiani. La diruta chiesa del Molino, ex proprietà di Cava in Mitiliano, mentre Torgisio passava a miglior vita e gli succedeva (il figlio?) Alamo, dovette essere ricostruita sotto il titolo di Santa Maria del Molino, presumibilmente prima del 1123, anno in cui cambia il quadro politico e i beni di Cava resteranno nuovamente alla mercè del signore di turno.
Un’importante pergamena verginiana del maggio 1123 conferma che in Civitate Avellini c’è stata una rivoluzione e non solo in quella Civitate. D’improvviso viene cancellato il vescovato e, al posto del vescovo compare un certo Iohannes, Dei gratia pontifex Sancte Marie sedis Avellinensis, eo quod intus civitate Avellini. A questo punto le pergamene cominciano a contare gli anni non più con le indizioni cattoliche dei Papi ufficiali della chiesa di Roma (nel 1123 c’è ancora Papa Callisto II -2.2.1119 / 14.12.1124 e subito dopo Onorio II (Lamberto Scannabecchi, papa dal 21-12-1124 al 13-2-1130) o di Benevento (Pasquale II siedeva in Sacratissima sede Beati Petri Apostoli, cioè nel Sacro Palazzo di Civitate). E’ da escludere che la figura del Pontifex possa essere eguagliata a quella di un cardinale al quale – a dire di alcuni – pure si dava il titolo di Pontefice per transizione fra l’elezione di un papa e l’altro. Anche perchè, in quegli anni, Roma, il Papa uffciale lo aveva: al beneventano Pasquale II era seguito Callisto II nel 1119 e poi seguirà Onorio II diciamo a partire dal 1125. Anni in cui Giovanni pontifex continuerà ad operare dalla sede di Sancte Marie sedis Avellinensis ritrovandocelo in quella pergamena del 1125 al quarto anno di indizione, avendo cambiato solo il titolo da imperatore a pontifex. Il nostro Papa appare proprio lo stesso Giovanni Porfiro che insediatosi da 34 anni a Napoli come imperatore d’Oriente e poi era stato pontifex nella Regione Forcellense da 4 anni, quanti sono quelli contati a partire dalla ‘invasione’ della Regione Forcellense.
23. Con i nuovi sconvolgimenti politici, il vecchio podio della chiesa di Santa Maria del Molino, rimase dipendenza dell’abbazia di Cava ancora per poco. L’ex seggio vescovile, chiamato negli anni immediatamente successivi col nome di Santa Maria del Fiume, perse nel suo piccolo autonomia, terre, case, chiesa e molino, attrezzatissimo per l’epoca, in quanto con Sedium de ipso Molino e cum porzione de ipso fluvio Calore et ipasa Arcatura, ipsa Palata, ipso Tegurio, furono una ragione politica ben precisa donati a Montevergine. Nel 1130, infatti, Alamus fu domino Torgisii dominus Castelli quod dicitur Taurasia (la moglie si chiama Domine Rachelis), dona al monastero di Santa Maria di Monte Vergine anche la terra in pertinenza di castelli Taurasie e in loco ubi a La Speneta dicitur, per costruire un mulino sul fiume. Questo pezzo di terra va ad integrare la donazione del sedile vescovile di Molino già effettuata, in quanto ipsum Sedium de predicto Molino hofferre Deo in monasterio Sancte et Virginis Marie quod consctructum est in montem Virginis. Lo fa ante Giovanni Brancutum giudice e vice comite nostro Castello con il passaggio rituale del testimone, cioè teste per baculum, quem manum tenebam, ossia la scatola dei bachi per la lavorazione della seta: Quapropter quoniam congruum mihi est bona mea vuluntatem hante, il giudice, et alios idoneos homines supscriptos testes per Baculum, que manum tenebam, optuli in eodem monasterio Sancte Dei Genitrici et Virginis Marie de predicto monte Virginis in loco ubi Aqua Palumbi dicitur, in quo dominus Albertus Dei gratia vir religiosus presse videtur. Pars prefati monasterii predictum Sedium de ipso Molino e cum porzione de ipso fluvio Calore et ipasa Arcatura, ipsa Palata, ipso Tegurio (Prg n.180 in CDV, II, pag.337). Il mulino di quel seggio che era stato di Molino passò quindi ai verginiani nel 1130. Al monaco Lando, assistito dall’avvocato del monastero Giovanni Garardo, glielo aveva offerto nel 1130 lo stesso Alamo, in cambio della metà della molitura, al quale toccavano ora anche le spese per l’attrezzatura e del materiale. In caso di distruzione sarebbe toccato ad entrambi la ricostruzione. Alla morte del domino Alamum e della moglie Rachelis sarebbe passato di proprietà dell’abbazia (AMV, Prg. n.185; nel CDV, Vol.II, n.186, pag.364-366). Alamo era il Domino non solo di Castello Taurasie, ma anche del Castello di San Felice, in quel 1132, vicinissimo a Taurasie, diviso solo da pezzi di terra, come quelli del Cavaliere Gualterio de Rivera (castellano di Ostuni) o di Giovanni De Leto, che sono gli stessi sia nel documento rogato in Castelli Sancti Felicis che a Castelli Taurasie. Nel 1132, in una pergamena databile castelli Sancti Felicis, anche Sassus (genere Teuti) dichiara di avere due pezzi di terre in finibus e pertinetiis Castelli Sancti Felicis avuti da parte del suocero che ora li dona alla Gloriosa Dei Genitrice Maria del Monte Vergine. Per volontà di Sasso e del Domino nostrum Alamum e ante Pandolfum iudicem con acrte che integrano la terra della predetta chiesa di Santa Maria del Monte Vergine (Prg n.200 in CDV, II, pag.413). Con Alamo compare anche il giudice Pandolfo in una pergamena successiva che parla di terre che confinano con la via Plupica e il ballone, cioè via pubblica e vallone (CDV, Vol.II, pag.414). Gualtiero, Castellano di Ostuni qui giunto insieme al padre, diventerà un ottimo Cavaliere che si farà notare per le sue imprese. E’ il figlio del notaio Dauferio che rogherà gli atti di Castello Taurasie per altri 50 anni. Nel 1178 diverrà Conte di Castello Torase e, nel 1184, lasciò tutto per farsi monaco e ritirarsi a Cava. A Gualtiero si deve anche la nascita della Chiesa di San Cataldo sita fuori – in suburbio – Castelli Taurasie, sulla quale vigeva il patronato ai cinque figli (Guglielmo, Donadeo, Umfrido, Guido: il quinto, Ruggiero, era già morto), decidendo poi di donare la stessa alla Santa Trinità di Cava dove si ritirò come monaco e poi come priore. Gualterius de Rivera è milex Taurasie come risulta dai documenti di Cava dei Tirreni datati 1184 (AC, arca L, n.8) e come lo definirà il signore Ruggiero di Castelvetere. Negli anni precedenti, invece, nel 1167, Gualtiero era Castellanus Ostuni e, nel 1178, comestabulus de castello Torase. Solo nel 1184, come attestano i figli, divenne monaco e si ritirò in Cava (Prg. n. 432, in CDV, vol.V, pag.271). Dal 1154 la Chiesa di San Barbato sull’aspro Colle de Lu Planu non appartiene più ai demani di Castello Taurasie, ma al domino Alferio di Alferi fu Leti. Almeno per una decina di anni, prima di essere donata anch’essa all’Abbazia di Cava. Nel 1154, citando il loco Lo Plano del Colle Aspru della Chiesa di Sancti Barbati di Castello Taurase, si sa che il domino è Alferii, figlio di Alferio, fu Leti (scritta sul verso della pergamena del secolo successivo: per oblationem dompni Alferii in CDV, IV, prg n.323, pag.85). Nel 1164 compare un giudice di nome Petro Torasie del Castello Torase, unitamente al giudice Magno Sumontis, ai quali si rivolge il priore Russomanno dell’abbazia verginiana perchè Filippo Carpino gli aveva versato solo sette tarì sugli undici pattuiti che i giudici stabiliscono restituire in vasi ricavati dalla cottura in fornace (CDV, Vol.V, n.437, pag.130-132). Con a giudice Pietro è l’altra pergamena del 1162 che cita il luogo a Lu Plano (CDV, V, Prg. n.415, pag.50). Dal 1162 (doc. n.415) al 1188 (AC, arca XLI, n.104), il giudice e notaio del Castello di Taurasie è sempre Pietro, per finire unitamente al giudice Magno o, sempre più spesso, solo quella di giudice, in quanto il notaio risulterà essere Dauferio fino a oltre il 1200 (CDV, V, pag.270). Nel 1146 gli altri due dei figli di Torgisio di Cripta si chiamavano Guido e Roberto: l’uno ebbe 1/2 Cripta e Serpico, l’altro San Giorgio. Nel 1146 si dividono Grotta Ruggiero di Farneta e Torgisio di Scapico (o di Farneto?, il cui figlio sarà Guido, CGJ – detto Torgisio di Cripta che avrà un figlio Roberto al quale spetterà il feudo di San Giorgio) signore di Serpico, feudo di due militi portato a quattro sotto Guido figlio di Torgisio de Scapico (CGJ) qualche anno dopo. Cioè una parte di Grotta appartiene al Castello di Altacauda e un’altra parte a quello di Serpico. Il feudo di San Giorgio, descritto nel Catalogo dei Baroni in Comitato Principato della Comestabulia di Lampi de Fasanella, è di Roberto figlio di Torgisio di Grotta (CBJ, 441). Sancto Georgio del Principato, si ricava dal Catalogo dei Baroni, in un momento successivo, quando si troverà nel distretto di Civitate di Penne, confinante con Roccam Pretori. Era tenuto, insieme a San Benedetto in Balba e a Turrim di Aczano, a Collempetri, sempre in Balba. Tutti feudi tenuti a Domino Regio dal Barone Gualtiero figlio di Jonathe de Collepetri. Del 1165 è ancora un actu castelli Taurasie, cioè un atto scritto sempre dal castello di Taurasi, che cita una donazione del milite Manasse in punto di morte al fine di essere sepolto nella chiesa verginiana. Donazione sulla quale vanta pretese l’abate Petro di Santa Maria del Casale di Venticano (Ivi, 190). Fra il 1166 e il 1167, dopo una quindicina d’anni, si cambia registro politico. E’ Ruggiero di Castello Vetere di Avellino il nuovo signore.
24. AC, arca L, n.8.
25. AC, arca L, n.29.
26. CDV, X, doc. n.997, pag.318-320.
27. CDV, V, pag.270; Perg. n.707.
28. AC, arca D, n.38; e pag.285).
29. CDV, VII, perg. n.616, pag.58; pag.68.
30. CDV, VII, pag.144.; pag.212.
31. CDV, Prg. n.1632; e pag.248)
32. A dicembre del 1181, dopo quindici anni, si ha l’occupazione del territorio da parte del nemico. A partire dalla fine del 1181 accade una cosa un po’ diversa nell’equilibrio politico. Il preposto della chiesa verginiana di Santa Maria de Flumine sul Calore viene definito Domino, cioè signore della chiesa e dei suoi beni. E la chiesa non appartiene più al territorio di Castello Taurasie, ma al nuovo palazzo in Arianello, presso Lapio, dove risiedeva il Domino, monaco e priore di Santa Maria de Flumine Calore, forse elevata al rango di abbazia feudale. Nel 1181, alla presenza dei giudici Petri di Torasie e Magni di Submontis, il domino, nonchè preposto di Montevergine, Ugone, presiedeva e reggeva la curia dei monaci di Santa Maria de Flumine. L’atto fu scritto, per la prima volta, non puù nel vecchio Castello di Taurasia, bensì ad Arianello, come recita la nota sul verso della pergamena, affidabile perchè del 1200: Actu Argianellu, specificato anche da altra mano del 1400: Aryanello questio de tenimento. Ora Santa Maria de Flumine era di Arianello dove si rogavano gli atti (ivi, pag.314). Dovremo attendere 8 anni prima di vedere rogato un atto dal nuovo Castello detto di Torase, in quel 1188, con i suoi luoghi de Li Brusci, Via Plana, con nomi del tutto nuovi nelle pergamene, come quelli del Cavaliere Gofridum e del magistro Ierusalem, del primicerio Archileo e del Domino Giovanni de Maraldo. Il notaio, però, è sempre Dauferio. Mentre ricompaiono pergamene e rescritti su terre vecchie e nuove, da quelle del milite Gualtiero di Rivera a quelle del milite Ugone, al confine con San Marciani. Nel 1188 si torna a castelli Taurasie con un atto di Dauferio che cita un orto in loco chiamato Li Brusci e uno in loco detto Via Plana, con a giudice Pietro, figlio del fu Eugeni, davanti a Gofridum militem et magistrum Ierusalem, Archileum primicerium e domino Giovanni de Maraldo e Dauferio notario e altri uomini. I confini dell’orto di Via Plana sono presso l’ortus a capite Via Vicinalis, a latere Via Puplica, a pede finis rei che fu di Gualterii de Rivera, dall’altro lato fino al rei di Matteo Ermi, congiungendosi i confini. I confini dell’orto a Li Brusci sono a latere presso rei Ugonis Militis, a pede finisce con Sancti Marciani, a latere con rei che fu di Anselmi primicelii, dove si congiungono i confini (CDV, vol. IX, pag.13-16).
33. Nel 1192 le cose cambiano ancora. Compare il Domino Torgisio di Castelli Vetere e il Cavaliere Ugone divenuto nel mentre anch’egli un Domino. C’è poi sempre un Domino-monaco, stavolta si chiama Domino Giovanni della chiesa di Santa Maria del Fiume Calore che ritroviamo però dipendente da Montevergine. Ora il giudice Giovanni de Magistro Angelo è diventato stratigota di Taurasie. Compare per la prima volta anche una nuova figura, quello dello stratigota, che sarà presente a Taurasie fino al 1198. L’atto tratta anche di luoghi non più di Taurasie, ma di Montefuscoli e Candida. Lo stratigoto è il primo cittadino, una sorta di sindaco di oggi, diremmo il primo, il capo di una Civitate di tipo demaniale, di proprietà cioè del re. Un nobile cioè viene posto alla guida di un castello demaniale che, per la sua presenza, diventa nobile anch’esso. L’unico caso conosciuto storicamente di città guidate da uno stratigoto è di Messina, nel 1450, da Don Pietro Celestri. Nel memoratorium a seguire (forse del 1192) si ritrovano domino Giovanni monaco e preposto sacro cenobio di Santa Maria montis Virginis, domino Giovanni monaco e priore Santa Maria Flumini, davanti al domino Torgisio castelli Veteris e domino Ugone milite, Giovanni de magistro Angelo giudice e stratigotum detto Taurasie e Giovanni Galfridum e altri uomini per il trattato di bona convenienza con Galgano figlio di Galgani riguardo casalina e la frontale domus sita in castello Montisfusculi in cambio di terra in pertinenze di Candida, iusta flumen Sabbati (ivi, pag.280). Dal 1196, oltre allo stratigota, nel Castello Taurasie, fornito di tutto, dalla piazza alla stalla, al Pozzo di Gayferi, compare nel castello una nuova figura, quella del comorantes, cioè del forestiero residente. Al Domino Giovanni della chiesa di Santa Maria del Fiume Calore è subentrato Petri. Nel 1196 il notaio Dauferio redige l’actu Taurasie che parla di una casalina ubi a La Stalla dicitur, un loco del castello Taurasie, anzi, la casalina è intus castello nostro Taurasie il loco ubi a la Stalla dicitur che la contessa di Avellino concesse al fedele uomo di nome Taurasino, davanti al giudice Angelo e allo stratigotum. Stalla che confina con platea puplica, platea Vivinalis, fine strectule e fine rei Angeli de Sancto Angelo dove si congiungono i confini (CDV, X, pag.318-320). Nel 1196 si parla di Giovanni de Dominico fu Dominici comorans del Castello Taurase che dona al monastero verginiano una di vigne site nel loco ubi Puteus Gayferi dicitur nel castello Taurase, nelle mani del domino, monaco e priore Petri della dipendenza di Santa Maria del fiume. Lo fa in presenza di Giovanni de magistro Angelo giudice e stratigotum di Taurase (già dal 1192 in CDV, IX, doc. n.884, pag.279-82 e nel 1195 in CDV, X, doc. n.962, pag.204-07, e nel 1196 in CDV, X, doc.n.997, pag.318-20) e altri uomini. I confini vanno dalla via Puplica, al rei di Alami, al rei di Tollemei alla rem di Alferi Galetrude ivi congiungendosi. Si tratta di vigne, con viis et anditis suis e cum omnibus suis di pertinenza del tibi preditto domino e monaco Petri (CDV, XI, doc. n.1002, pag.8-11). Lo stratigota Giovanni sarà presente a Taurasie fino al 1198 (doc.1049). Il domino e priore Petri era successo al predecessore Giovanni del 1192. A Petri succederà invece Bernardo nel 1200, in quanto nella congregazione verginiana rimanevano in carico solo un triennio (Ivi, pag.11). Si riparla poi del mulino sul Calore offerto da Alamo nel 1129 ancora per molto. Nel 1197, presente il giudice di Taurasie Giovanni Barusso (o Barusci), in Actu Taurasie, scompare il castello, si parla della rinunzia del sacerdote Urso e del fratello Giovanni fu Roini, comorantes in predicto Castello Taurasie, ai diritti su un orto a Prata di Taurasia in favore di Santa Maria del Fiume. Orto donato da Giovanni Galfridus che dedit e tradidit, presso l’orto di Guglelmo de Forgia. Il tutto sempre nelle mani del monaco e Domino Petri (de Benencasa, si legge dalla firma), come recita l’atto del notaio Dauferio (CDV, XI, doc.n.1032, pag.116).
34. Codice Diplomatico Verginiano, d’ora in avanti CDV, doc. n.1083, pagg.295-296
35. CDV, XI, doc. n.1085, pagg.301-302.
36. CDV, V, doc. n.487, pag.305.
37. CDV, XI, doc. n.1088, pagg.310-312.
38. CDV, V, doc. n.476, pagg.268-70.
39. CDV, XII, doc. n. 1122, pagg.70-72.
40. CDV, XII, doc. n.1125, pag.80
41. CVD, XII, doc n.1132, pag.102-104
42. CDV, XII, doc. n.1259, pagg.199-200.
43. CDV, doc. n.1248, pagg.163-164.
44. CDV, XIII, pag.68.
45. Palmerino Savoia, I paesi della baronia, cit.
46. ASAV, riproduzione in copia fotostatica del Catasto Onciario di Rotondi.
45. Pergamene di Montevergine.
46. Ivi.
47. Cronaca Franciscanorum, anno 1222.
48. Pergamene di Montevergine.
49. Cronaca di Riccardo di San Germano.
50. Ivi.
51. Cronaca Franciscanorum, anno 1222.
Gli ultimi feudatari e le prime botteghe

….A mandare avanti il paese erano sicuramente le piccole aziende a carattere familiare che stavano nascendo e i negozietti. Ma vediamo nei particolari le varie “ditte” di Taurasi, rappresentate nella loro totalità da poveri “negozianti”, come si trova scritto nelle citazioni del 1885 che, nella sostanza, sono la prima vera trasformazione degli ex servi della terra. Si tratta di Gioacchino Angelis fu Marciano, negoziante di vino; di Marciano Caputo fu Domenico, negoziante di vino e cereali; di Scipione Caggiano fu Michele, negoziante di vino; Roberto Degli Uberti fu Pasquale, negoziante di prodotti dei propri fondi; Lodovico Maffei fu Sabino, negoziante di prodotti dei propri fondi; Alfonso Rocci di Biaggio, negoziante di grano, granone, cuoio e vino; Pasquale Tranfaglia fu Michelangelo, negoziante di farmaci. Il caffettiere più vicino era a Fontanarosa. Si tartta di Pasquale Feo fu Antonio. Come pure altri industrianti come Rannaele Iannuzzo fu Giuseppe e Antonio Petroccione fu Francesco, sempre di Fontanarosa. Gli orefici più vicini erano invece a Mirabella. Si tratta di Francesco Cappuccio, Vincenzo Rossi e Francesco Grecco, come pure nel caso del negoziante di pasta, Costantino Gregorio. Erano i tempi in cui fra gli uomini più in vista c’erano il sindaco Ciriaco De Angelis e i vari produttori di vini e cereali comercializzati lungo la via Nazionale delle Puglie.
A Taurasi il moggio era rappresentato da 900 passi quadrati, contrariamente per esempio da Savignano dove ne valeva 960. Sette passi e 1/3 era invece la lunghezza del passo in palmi, pari a 48400 palmi quadrati, cioè 33,6486 are. ……………Singolare e ben definita la misurazione del vino in barili. Un barile, a Taurasi, equivaleva a 30 caraffe, cioè un rotolo, contrariamente per esempio a Casalbore dove l’equivalenza di un barile non era misurata in carafe ma in 40 pinte. Una differenza sostanziale per due paesi non tanto lontani. Il barile di Taurasi era cioè di 0,2679 ettolitri contrariamente a quello di Casalbore di 0,3571. Per misurare l’olio si usava invece il cantaro, pari a 12 rotule cioè 1 cantaro=89,1 chilogrammi. Altri paesi usavano per esempio la caraffa, il quartuccio, la pignatta, ambola, lo staio, la soma, sempre nello stesso circondario di Ariano di Puglia. Si capisce a chiare lettere quanti probabili errori potevano essere commessi a danno di chi non conosceva le misure.
Fra tasse e balzelli, una ditta in particolare riuscì a resistere e a continuare la tradizione. Nel Catalogo dei produttori esportatori del 1922 infatti continuano a comparire i nomi delle ditte di Benigno Caggiano e fratelli e Pasquale Tranfaglia, conosciuti ormai da tutti per la produzione di olio d’oliva. Bisognerà invece attendere il 1931 per rivedere fra i primari produttori di vino la ditta di Antonio Caggiano, come unico esportatore di alcool………… Taurasi apriva le porte del commercio di vino in tutto il mondo solo dopo la Guerra. 3322 erano gli abitanti nel 1956, quando si commercializzava attraverso la linea ferroviaria Avellino-Rocchetta Sant’Antonio, o utilizzando le linee automobilistiche Paternopoli-Napoli, Avellino-Fontanarosa, MIrabella Eclano-Taur………………………………….come………… In tempi moderni, il paese si era ormai attrezzato con un Ufficio Postale in loco, ma rivolgendosi sempre a Mirabella Eclano per la Stazione dei Carabinieri. Bollo, Registro e Ufficio Distrettuale erano invece a Grottaminarda, ferma restante la chiesa appartenente alla Diocesi di Avellino. Erano i tempi in cui il mercato settimanale si teneva ogni sabato e caratteristica era la fiera del 16 e 17 maggio quando locanda e albergo di Cardillo e Struzziero, si rianivano per il sopraggiungere di numerosi commercianti.
Centro agricolo della media Valle del Calore, situato su uno sprone del versante destro che domina da notevole altezza il fondovalle, Taurasi è a monte del punto in cui il fiume è valicato dalla statale delle Puglie. Le superfici coltivate a frumento ed i pascoli, dove si trovano piccoli allevamenti di ovini e bovini, coprono buona parte del territorio comunale. Vi sono anche frutteti e vigneti che producono il famoso vino denominato “Taurasi” conosciuto in tutto il mondo, che si può gustare in una delle due aziende agrituristiche, quella di Giovanna Pasquariello alla contrada Olivola e quella di Carmine Pasquariello, alla contrada Valli-Ortone. Per dormire è possibile fermarsi presso la signora Carmela Fraola……………….. Fra i punti vendita del vino “Taurasi” primeggia l’azienda Caggiano, alla contrada Valli.
Taurasi si presenta a dominio della pianura sottostante e ancora oggi mostra il passato di una imponenza medioevale che resta da scoprirsi. Sull’altare maggiore della Chiesa dell’ex convento domenicano, è possibile ammirare una icona di Antonio Da Solario, detto Lo Zingaro, rappresentante la Madonna Del Rosario coi quindici quadretti dei misteri, donata alla chiesa nel 1582, e un quadro settecentesco della Sacra famiglia. Taurasi, come recita l’originario statuto, è comune Ente Locale Autonomo nello ambito della Costituzione ed esplicita la propria autonomia secondo i principi fissati dalla legge e secondo le norme del presente statuto.

Gonfalone e Stemma

1. Il Comune di Taurasi ha come proprio segno distintivo un antico stemma riprodotto sui timbri comunali, costituito da una figura di toro rampante sormontato da tre stelle, conla iscrizione “Comune di Taurasi”.
2. Il Comune ha un proprio gonfalone che è quello di cui è dotato storicamente e di cui si fa uso nelle cerimonie ufficiali in conformità di leggi e regolamenti.

Territorio e Segni Distintivi

1. Il Comune di Taurasi è ente autonomo locale nel rispetto dei rpincipi fissati dalla Costituzione, dalle leggi e dal presente Statuto.
2.Il COmune di Taurasi comprende il territorio ad esso assegnato, situato nella media valle del fiume Calore.
3.Il territorio di cui al presente comma ha caratteristiche di media collina e confina con quello dei Comuni di MIrabella Eclano, Torre le Nocelle, Montemiletto, Lapio, Luogosano e Sant’Angelo all’Esca.
4. Il Comune di Taurasi tutela la propria denominazione nei modi consentiti dalla legge.

Fra i tanti uomini illustri che hanno onorato questa terra, nel 1800 si distinse nella Capitale del Regno Vincenzo Degli Uberti, generale del Genio e scrittore di opere scientifiche nato a Taurasi nel 1791, cui figura è stata ben delineata da Antonio Puca in “Nell’800 borbonico: Vincenzo Degli Uberti tra tecnica ed economia” (in “Rassegna Storica Irpina, Società Storica Irpina, 1990, pag.241-287)
Intorno al 1835, sulla scia del pensiero di Carlo Filangieri, si era andato ad incrementare il dibattito su tecnica ed economia, che vide il coinvolgimento di personaggi noti, da Scialoja a De Cesare e che vide fra i più polemici interventi quelli di Vincenzo Degli Uberti. Una voce stonata a favore del libero scambio, contraria per principio al pensiero di Calo Afan De Rivera. Egli aveva cominciato in ritardo gli studi economici, ma fu da subito contro il protezionismo doganale, in nome della libera concorrenza fra le industrie nazionali. Degli Uberti aveva conosciuto molte delle province del Regno. La loro erretratezza, i problemi legati alla agricoltura, al mancato sviluppo. Uno dei dati del confronto fu la realizzazione delle strade, passate da 200 miglia sotto Carlo di Borbone, a 400 nel 1800, a oltre 1000 nel Ventennio. Una media di 17 miglia di strade all’anno, praticamente un miglio a provincia. Un misero risultato – come egli sosteneva in Saggi Economici, sproporzionato ai bisogni della agricoltura e del commercio. Concludendo con affermazioni dure per quegli anni, del tipo: “se per pietà dei posteri i nostri avi non avessero colà costruito un piccolo molo, qua fatta una gittata, non avremmo dove rinvenire un riparo” (Vincenzo Degli Uberti, Saggi Economici, Dell’Iride, Napoli 1838). Degli Uberti scaricava soprattutto sulla Direzione dei Ponti e Strade “lentezza e povertà di costruzioni” (Vincenzo Degli Uberti, Sul Porto di Brindisi, Dell’Ariosto, Napoli 1835). Una necessità quelle delle strade, perchè le spese di trasporto, a suo dire, “compongono la maggior parte del valore, e però la loro diminuzione è un aumento indubitato di ricchezza” (Vincenzo Degli Uberti, Sul fiume Sarno. Discorso storico-idraulico, Fernandes, Napoli 1844). Il Nostro immaginava una grande “società di mutui soccorsi, un vasto campo di morale pratica, cui chi più ne partecipa, maggiori e più benefici frutti ne raccoglie” (………………………….
Professore della Nunziatella di Napoli, aveva pubblicato anche saggi sulle fortificazioni (Vincenzo Deli Uberti, Saggi militari precipuamente spettanti alle fortificazioni, L.Dato, Palermo 1830). Fondatore della nuova fonderia di Castelnuovo di Napoli, fu eletto deputato alla Camera nei Collegi di Ariano, Castellammare e Napoli. Il 10 marzo divenne titolare del Dicastero della Guerra e, il 3 aprile, di quello dei Lavori Pubblici, finendo col litigare con tutti, al punto di dimettersi alla fine di quello stesso aprile, giurando di non unirsi più con coloro che “menavano a rovina il paese” (ASN, Borbone, f.1041) e Degli Uberti a Troya, 18 maggio 1848). Finito quasi in rovina chiese supplica al Re per la Carica di Consigliere di Stato. Venne poi promosso Brigadiere generale e Giudice dell’Alta Corte Criminale, finendo col rivolgersi a Filangieri, nel 1859, “colla fiducia di un uomo onesto ed a bastanza disgraziato” (Archivio Filangieri, Napoli, sez.Corrispondenza Militare, vol.10, fasc. Degli Uberti e Filagieri, 14 giugno 1859). Dopo il 1860 fu completamente deposto, pur presentandosi candidato alle elezioni il 27 gennaio 1861 nel collegio di MIrabella Eclano, ma fu sconfitto – per la grande critica all’Unità d’Italia fatta senza umanità e dignità – anche al ballottaggio del 3 febbraio dal Barone Grella. Vincenzo Degli Uberti si spense a quasi 86 anni, il 21 marzo 1877.
Note Capitoli
(non incluse nel testo)

1. V.Napolillo, Nusco: rivisitazione storica, ABE, 1999.
2. CV, Doc.27 e doc.28, Vol.III, pag.137; CV, Doc.42-43, Vol.III, pag.144).
3. Chronicon Vulturnense del Monaco Giovanni a cura di Vincenzo Federici, Vol.I,II,III, Roma, Tip. del Senato, 1925.
4. Chronicon Vulturnense del Monaco Giovanni a cura di Vincenzo Federici, Roma, Tip. del Senato, 1925, Doc.46, Vol.III, pag.146.
5. Felice Pescatore, paternopolionline.it, felice@wappi.com.
6. Consorzio Tutela Vini D.O.C. Colli Piacentini, Piacenza Terra di Vini.
7. Gennaro Granata, Documenti e Note per una storia di Cassano Irpino, Tipolitografia Dragonetti, Montella, 1993, pag.11.
8. G.Granata, op.cit., pag.12 -18.
9. Bascetta, Caposele, Giornalibro n.21, ABE, 1997.
10. Bascetta-Napolillo, Lioni, ABEdizioni, 2001.
11. G.Passaro, Rilievi e note ad una storia di Nusco, Tip.Nap., 1971, pag.103.
12. G.Granata, op.cit., pag.13-24.
13.Mommsen, CIL 05, 01914.
14. Ivi, CIL 06, 29689 = 32309 = 32472.
15. CV, Doc32, Vol.1, pag.247.
16. CV, Vol.III., pag.127.
17. CV, Doc.13, Vol.III, pag.132.
18. Ivi, doc.45.
19. CV, Vol.II, pag.10.
20. Doc.151, Vol.II, pag.271.
21. Doc.142, Vol.II, pag.239.
22. Nel 1008 Montaperto è un loco dove si scrivono gli atti (De Lellis) di Cava relativi al nascente monastero di San Pietro Apostolo, cioè la sede dell’Abbazia-palazzo vescovile della nascente Civitate. Fin dal 1088, i principi Longobardi associati di Capua e Benevento, avevano dichiarato di possedere in territorio di Montaperto il monasterii Sancti Petri Apostoli, quello edificatum est extra et propinguo hanc beneum Cibitate trans flubio Sabbati, quindi non presso Benevento, ma oltre il fiume, in quella che veniva chiamata la Civitate al di là del Sabato con i beni verso la fontana rebolbente (CDC). A San Pietro Apostolo, in territorio di Montaperto, era stato redatto l’atto, come conferma anche la lettura del Musto, in questo monastero sito cioè fuori dalla circoscrizione del fiume Sabato (Cfr. Musto, op.cit.). E’ la stessa Montaperto del 979, quando si cita la Via Antiqua nel luogo di Curti Gualduli, la Corte del boschetto (CDC, Vol.II). Sono i fondi terrieri di San Pietro in Delicato poi dipendenza della Chiesa di San Pietro Apostolo col suo Casale, dati in fitto dall’Abbazia di Cava (quando saranno conquistati dal Principe salernitano a suon di Costantini d’oro) ai propri uomini, col patto di dividere il raccolto secondo la langobardorum lege (Cfr. Musto). E’ la San Pietro Apostolo che nel 979 non era ancora nata, ma ben presente nel 1088, ai tempi della cacciata dei Longobardi/Bizantini, ad opera del Principe di Salerno, dai territori di Capua e Benevento unificate dai principi associali. Si tratta dei Domini Landolfo e Pandolfo che donano a Cava le terre sottratte alla Comestabulìa appartenuta alla Domina e Rectrix Altrude, figlia del Comestabulo longobardo Tassone, sposa di Eriberto di Ariano, attestata nella Inquisitio de nemore Coriliani (1097-1100), allorquando aveva esercitato gli usi civici nel Bosco di Corigliano (Cfr. Musto). L’altra chiesa antica che compare è San Nicola in Cibari costruita sul territorio di Montaperto conquistato ed annesso dal Principe di Salerno al suo Principato e poi donato all’Abbazia salernitana di Cava nel 1097, riattestata nel 1101 quando si arricchiva, e per essa l’abate cavense, di altre due terre presso Cerbaro, lungo la Via Pubblica, offerte da Turgisio. Nel 1047 la Contea di Monte Aperto appartiene a Tassone. Nel 1047 Monte Aperto era ancora longobarda sotto la contessa Altrude, Domina et Rectrix, figlia del Comite Tassone, quando il Comite di Ariano è Eriberto, il quale, sposando la contessa Altrude, estende i territori fino al Sabato (Musto, Montis), quando Altrude dona all’abbazia di Cava la chiesa di San Nicola in Cibaris sita in Montaperto. La seguiva Torgisio di Montemiletto, o di Taurasi, donando nel 1101 due terre in località Cerbaro all’abate Machenolfo di Cava. Già nel 1079 Girardus è il Comes (di Ariano?) che ha due figli: Eriberto e Roberto (Prg n.166, Archivio Santa Sofia). I Conti Eribbertus e Rubbertus fratelli sono figli a Girardus de Alipergo e Comitissa Adelizia. Nel 1100 il Comite (di Ariano?) è il figlio Erberto o Eribbertus, fratello di Comes Rubbertus (Prg n.167, Archivio Santa Sofia). Quando Altrude sposa il Comite di Ariano Eriberto, la Comestabulia di Ariano e la Comestabulia di Montaperto passano in eredità al figlio Comes Giordano, che diventa Comite della grande Comestabulia di Ariano che possiede diversi castelli, come Montemiletto e Montaperto, estendendo i confini fino al Sabato, e donando terreni a Santa Sofia di Benevento, prima dell’arrivo dei Salernitani. Non prima del 1097, dalle parti di Lapio, c’è il Bosco di Coriliani, dove esercitavano usi civici Altrude Tassone del Castello di Montaperto, Jacopo Greco, Hugo de Grosso e il figlio Mattia (De Lellis). Corigliano è il nome di parte di un grande bosco che ancora oggi esiste nell’attuale Taurasi, ma è anche un luogo, in una pergamena beneventana di San Vittorino, dicto Monterone, ubi proprie Curiliano dicitur, donato nel 1016 da Flavia, moglie del fu Madelfridi Comite (San Vittorino, Museo, pag.31). Un Comite Madelfrido fu Comite Adelferio era ancora vivo nel 1038 allorquando aveva il comando su alcuni territori di Vico Pennole. Monterone è sicuramente un ex feudo di San Giorgio del Sannio del 1016, come conferma il Catalogo dei Baroni: Monterone è citata subito dopo Ferrara, Monte Calvo e Genestra, che è tenuta dal Comes Rogerio Bonialbergo (CBJ, 344), che ha il possesso demaniale delle terre beneventane di Apice, e ha affidato Monterone a Goffredo figlio di Pagano di Montisfusculi (CGJ, 352). Il Bosco di Monterone fu il Bosco di San Giorgio del Sannio, cioè l’intero Bosco della Montagna di Montefusco, da San Giorgio a Montaperto. Il Bosco di Coriliano dove ritroviamo Taurasi finì col ricadere nel guastaldato di Montaperto, a sua volta appartenuto all’Abbazia di Cava del Principato di Salerno che mise le mani su San Pietro in Delicato e i grandi fondi di Ademario fu Sassone e Diletto fu Lupi di Montaperto (confinanti con quelli di Dauferio figlio di Leone, con la fontana detta rebolbente e con Aldo figlio di Orso) quando, senza Benevento città della Chiesa, si ritrovarono tutti nel Principato riunito di Capua e Salerno. Sotto i Principi Landolfo e Pandolfo, Benevento, Salerno e Capua erano un solo territorio.
V.Donnarumma, Torrioni-Avellino: Storia Antropologia Immagini Dialetto, cit. Cfr. F.Beneventano, Cronaca; F. Campanile, Delle armi ovvero insegne de’ nobili, terza edizione del 1680, pag.247; G. B. Testa del Tufo, Cronologia della illustrissima famiglia del Tufo, Napoli 1627; B. Aldimari, Famiglie imparentate con la casa Carafa, pag.348: in Cocozza, cit.; ASAV, Notai di Avellino, 343, f.343: in Cocozza, cit. ; ASN, Cedolari, Torrioni, Bobina 36, Vol.65. ;A.Bascetta, 23.Torrioni, ABEdizioni 1997. ;ASN, Cedolari, Torrioni, Bobina 36, Vol.65. ;ASN, Cedolari, Torrioni, Bobina 37, Vol.69. pag.169. ; ASN, Cedolari, Torrioni, Bobina 36, Vol.67. ; ASN, Cedolari, Torrioni, Bobina 36, Vol.67, Notaro Bernardo Rocco. ; ASN, Cedolari, Torrioni, Bobina

Description

LA VERA STORIA DI TAURASI CHE NESSUNO AVEVA MAI SCRITTO

E’ questo non solo un testo di storia antica sui discendenti di Taurasia in Sannio, la città del 280 a.C, confusa con Torino, dove furono portate le colonie dei Liguri Bebiani, e poi fuggiti risalendo il fiume Calore nell’attuale Irpinia.
Ma esso analizza e studia i 3 agri del Sannio antico di Circello con la prima Taurasia nell’agro dei Campi ardenti:: Apuani a Taurasia
(Campi Flegrei), Bebiani (Tammarense) e Corneliani (Alifano). Queste le colonie dei Liguri da cui presero vita i futuri fondatori di Taurasi.
Bascetta analizza tutti i documenti altomedievale di Montevergine, Cava e San Vincenzo al Volturno che parlano di tutte e tre le diverse fondazioni di Taurasi, tracciando un profilo esaustivo sugli spostamenti nel corso dei secoli, specie dopo la distruzione operata dai Saraceni. Ma questa è anche l’occasione per approfondire i documenti sul Monastero della Beata Santa Maria in Loco Sano, la Basilica di San Felice in M.Mariano del 750 d.C., e quella di S.Felice Magno in Loco Sano sul fiume Calore, presso Quintodecimo e S.Agata distrutte dai Saraceni, i quali, per un secolo, poi arriva Ottone II e la fuga dalla Valle di Sora e Cominio all’Alto Calore nel 981 a rifondare Cassano e Luogosano, confuse con le originarie Lo Cossano, cioè Lo(cu) Cusano (Mutri)
Il libro si conclude con un interessante spaccato storico-economico e antropologico di Taurasi e dei suoi abitanti tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento. Ecco una sintesi e analisi dei punti principali, suddivisi per temi:
1. Economia Locale e Trasformazione Sociale
Alla fine dell’800, piccole imprese familiari e negozianti locali rappresentano il motore dell’economia di Taurasi. Si tratta di un passaggio cruciale: gli ex servi della terra si trasformano in artigiani e commercianti.
Alcuni esempi:
Gioacchino Angelis, Marciano Caputo, Scipione Caggiano: negozianti di vino e cereali.
Roberto Degli Uberti, Lodovico Maffei: commercianti di prodotti dei propri fondi agricoli.
Alfonso Rocci: commerciante di grano, cuoio e vino.
Pasquale Tranfaglia: venditore di farmaci.
Ciò indica una microeconomia contadina e commerciale, basata su filiere corte, prodotti agricoli e trasformazione alimentare.
2. Infrastrutture carenti e centralizzazione dei servizi
Il caffettiere, gli orefici e altri commercianti non si trovavano a Taurasi, ma in paesi vicini come Fontanarosa e Mirabella Eclano.
Servizi pubblici come Carabinieri, Uffici del Registro, Posta e Diocesi erano distribuiti tra più comuni (Mirabella, Grottaminarda, Avellino), mostrando una forte dipendenza esterna per le necessità amministrative.
3. Sistema di Misurazione Locale
L’autonomia e la frammentazione dei sistemi di misura mostrano le difficoltà di un’economia non ancora unificata:
A Taurasi, il moggio era di 900 passi quadrati, mentre a Savignano era 960.
Il barile di vino era diverso da paese a paese: a Taurasi era 30 caraffe (≈ 0,2679 hl), a Casalbore era 40 pinte (≈ 0,3571 hl).
Per l’olio, si usava il cantaro = 89,1 kg.
Questa varietà rendeva difficile il commercio tra paesi e facilitava possibili truffe o errori, specie per i meno istruiti.
4. Continuità e successo imprenditoriale
Nonostante difficoltà economiche, tasse e balzelli, alcune ditte familiari resistono e prosperano:
Benigno Caggiano & Fratelli, Pasquale Tranfaglia → olio d’oliva (nel catalogo esportatori 1922).
Antonio Caggiano → vino e alcool (dal 1931).
Con il dopoguerra, Taurasi entra nel commercio vinicolo internazionale, segnando l’inizio di una nuova fase di sviluppo economico.
5. Taurasi nel secondo dopoguerra
1956: 3322 abitanti.
Reti di trasporto: ferrovia Avellino–Rocchetta Sant’Antonio, linee automobilistiche locali.
Fiere e mercati: settimanale il sabato, fiera importante il 16-17 maggio.
Attività turistiche emergenti: agriturismi e ospitalità rurale (famiglia Pasquariello, signora Fraola).
6. Vocazione agricola e paesaggio
Taurasi è descritto come:
Un centro agricolo della media Valle del Calore.
Con frutteti, pascoli, colture di grano e soprattutto vigneti.
Il vino Taurasi DOCG è il prodotto di punta, esportato e conosciuto a livello internazionale.
Conclusione
Il testo testimonia l’evoluzione di Taurasi:
Da paese rurale arretrato e frammentato a centro economico vitivinicolo con una sua identità forte.
Il passaggio dal lavoro servile a una microimprenditoria familiare è una chiave per capire le dinamiche sociali post-unitarie del Sud Italia.
La persistenza di aziende come Caggiano e Tranfaglia è il simbolo di una resilienza economica che ha saputo evolversi fino all’età contemporanea.

I discendenti di Taurasia in Samnio: La città del 280 a.C. confusa con Torino

Capitolo Primo
gli ex liguri migrati da taurasia capitale dei deportati in 3 agri del sannio

1. Le Colonie sannitiche dei deportati Liguri
Prima di Taurasia nell’agro dei Campi ardenti

2. Le Colonie di Liguri sono altrove: Apuani a Taurasia
(Campi Flegrei), Bebiani (Tammarense) e Corneliani (Alifano)

3. I Liguri da Pozzuoli a Circello e poi a Taurasi,
gli Irpini a Benevento, i Picentini da Salerno sui monti

4. A Circello (Bn) la tavola alimentaria del I Secolo d.C.
che comprende i fondi fino all’Alta Irpinia e a Picentia

5. Taurasia confusa con Torino: la tavola di bronzo
dei Colli Piacentini, ritrovata a Veleya Romana

6. Prima i Lucani del periodo sannitico,
poi la spartizione ai veterani Romani

7. Il fondo romano della riforma dei Gracchi
sul cippo si Lioni e il cippo di Lioni-Caposele

8.I quattro fondi romani di Lioni-Caposele
erano stati distaccati da un grande fondo Galliciano

9. Il fondo Lolliano è Fontigliano di Nusco: la lapide di Lollia(no)

10. Lapidi a Cassano di Corneli della gens Cornelia,
non la Colonia Ligure di P.Cornelio

11. La lapide di Cassano che cita i fratelli Avilli
riguarda il fondo del I Secolo chiamato Cassianum

12. Il monastero della Beata Santa Maria in Loco Sano
è la Basilica di San Felice in M.Mariano del 750 d.C.

13. S.Felice Magno in Loco Sano sul fiume Calore,
presso Quintodecimo e S.Agata distrutte dai Saraceni

14. Saraceni per un secolo, poi arriva Ottone II e la fuga
dalla Valle di Sora e Cominio all’Alto Calore nel 981

15. Cassano e Luogosano, confuse con Lo Cossano,
cioè Lo(cu) Cusano (Mutri)

Capitolo Secondo
la taurasi nel bosco di coriliano
e torgisio di contea montaperto

1. Castel Taurasi della Comestabulia di Balbano
Il Demanio di Elia a Torgisio De Scapico

2. Ruggiero di Castello Vetere di Avellino
Il Demanio di Elia a Torgisio De Scapico

Capitolo Terzo
il trasferimento dai campi taurasini
alla nuova taurasi degli avellinesi

1. I luoghi rifondati dai popoli che risalirono il Calore
e fondarono S.Maria del Fiume fra Lapio e Luogosano

2. Napoletani e Greci liberano la badia data Montevergine

3. Ruggiero battuto da Enrico: il demanio di Taurasi rifugio sicuro

4. L’ex abate domino di S.Maria del fiume ridotto a ‘don’

5. Balbano demanializza l’ex Castello di Ruggero

Note Capitoli
le note documentali sono incluse direttamente nel testo

Note Premessa Storica

1. Tito Livio, Periochea al Libro XXXIX:
M. Aemilius cos. Liguribus subactis uiam Placentia usque Ariminum productam Flaminia iunxit. Initia luxuriae in urbem introducta ab exercitu Asiatico referuntur. Ligures, quicumque citra Appenninum erant, subacti sunt. Bacchanalia, sacrum Graecum et nocturnum, omnium scelerum seminarium, cum ad ingentis turbae coniurationem peruenisset, inuestigatum et multorum poena sublatum est. A censoribus L. Valerio Flacco et M. Porcio Catone, et belli et pacis artibus maximo, motus est senatu L. Quintius Flamininus, T. frater, eo quod, cum Galliam prouinciam consul obtineret, rogatus in conuiuio a Poeno Philippo, quem amabat, scorto nobili, Gallum quemdam sua manu occiderat siue, ut quidam tradiderunt, unum ex damnatis securi percusserat rogatus a meretrice Placentina, cuius amore deperibat. Extat oratio M. Catonis in eum. Scipio Literni decessit et, tamquam iungente fortuna circa idem tempus duo funera maximorum uirorum, Hannibal a Prusia, Bithyniae rege, ad quem uicto Antiocho confugerat, cum dederetur Romanis, qui ad exposcendum eum T. Quintium Flamininum miserant, ueneno mortem consciit. Philopoemen quoque, dux Achaeorum, uir maximus, a Messeniis occisus ueneno, cum ab his in bello captus esset. Coloniae Potentia et Pisaurum et Mutina et Parma deductae sunt. Praeterea res aduersus Celtiberos prospere gestas et initia causasque belli Macedonici continet. Cuius origo inde fluxit, quod Philippus aegre ferebat regnum suum a Romanis inminui et quod cogeretur a Thracibus alisque locis praesidia deducere.

2. Tito Livio, Libro XXXIX, paragrafo 1:
[1] Dum haec, si modo hoc anno acta sunt, Romae aguntur, consules ambo in Liguribus gerebant bellum. is hostis uelut natus ad continendam inter magnorum interualla bellorum Romanis militarem disciplinam erat; nec alia prouincia militem magis ad uirtutem acuebat. nam Asia et amoenitate urbium et copia terrestrium maritimarumque rerum et mollitia hostium regiisque opibus ditiores quam fortiores exercitus faciebat. praecipue sub imperio Cn. Manlii solute ac neglegenter habiti sunt. itaque asperius paulo iter in Thracia et exercitatior hostis magna clade eos castigauit. in Liguribus omnia erant, quae militem excitarent, loca montana et aspera, quae et ipsis capere labor erat et ex praeoccupatis deicere hostem; itinera ardua, angusta, infesta insidiis; hostis leuis et uelox et repentinus, qui nullum usquam tempus, nullum locum quietum aut securum esse sineret; oppugnatio necessaria munitorum castellorum, laboriosa simul periculosaque; inops regio, quae parsimonia astringeret milites, praedae haud multum praeberet. itaque non lixa sequebatur, non iumentorum longus ordo agmen extendebat. nihil praeter arma et uiros omnem spem in armis habentes erat. nec deerat umquam cum iis uel materia belli uel causa, quia propter domesticam inopiam uicinos agros incursabant. nec tamen in discrimen summae rerum pugnabatur.

3. Tito Livio, Libro XXXIX, paragrafo 2:
[2] C. Flaminius consul, cum Friniatibus Liguribus in agro eorum pluribus proeliis secundis factis, in deditionem gentem accepit et arma ademit. ea quia non sincera fide tradebant, cum castigarentur, relictis uicis in montem Auginum profugerunt. confestim secutus est consul. ceterum effusi rursus, et pars maxima inermes, per inuia et rupes deruptas praecipitantes fugerunt, qua sequi hostis non posset. ita trans Appenninum abierunt. qui castris se tenuerant, circumsessi et expugnati sunt. inde trans Appenninum ductae legiones. ibi montis quem ceperant altitudine paulisper se tutati, mox in deditionem concesserunt. tum conquisita cum intentiore cura arma, et omnia adempta. translatum deinde ad Apuanos Ligures bellum, qui in agrum Pisanum Bononiensemque ita incursauerant, ut coli non possent. his quoque perdomitis consul pacem dedit finitimis. et quia a bello quieta ut esset prouincia effecerat, ne in otio militem haberet, uiam a Bononia perduxit Arretium. M. Aemilius alter consul agros Ligurum uicosque, qui in campis aut uallibus erant, ipsis montes duos Ballistam Suismontiumque tenentibus, deussit depopulatusque est. deinde eos, qui in montibus erant, adortus primo leuibus proeliis fatigauit, postremo coactos in aciem descendere iusto proelio deuicit, in quo et aedem Dianae uouit. subactis cis Appenninum omnibus, tum transmontanos adortus —in his et Friniates Ligures erant, quos non adierat C. Flaminius—omnes Aemilius subegit armaque ademit et de montibus in campos multitudinem deduxit. pacatis Liguribus exercitum in agrum Gallicum duxit, uiamque a Placentia, ut Flaminiae committeret, Ariminum perduxit. proelio ultimo, quo cum Liguribus signis collatis conflixit, aedem Iunoni reginae uouit. haec in Liguribus eo anno gesta.

4. Tito Livio, Libro XXXIX, paragrafo 20:
[20] Legationes deinde in senatum introduxerunt, regum primas Eumenis et Ariarathis Cappadocis et Pharnacis Pontici. nec ultra quicquam eis responsum est quam missuros, qui de controuersiis eorum cognoscerent statuerentque. Lacedaemoniorum deinde exsulum et Achaeorum legati introducti sunt, et spes data exsulibus est scripturum senatum Achaeis, ut restituerentur. Achaei de Messene recepta compositisque ibi rebus cum adsensu patrum exposuerunt. et a Philippo rege Macedonum duo legati uenerunt, Philocles et Apelles, nulla super re, quae petenda ab senatu esset, speculatum magis inquisitumque missi de iis, quorum Perseus Demetrium insimulasset sermonum cum Romanis, maxime cum T. Quinctio, aduersus fratrem de regno habitorum. hos tamquam medios nec in alterius fauorem inclinatos miserat rex: erant autem et hi Persei fraudis in fratrem ministri et participes. Demetrius omnium praeterquam fraterno scelere, quod nuper eruperat, ignarus primo neque magnam neque nullam spem habebat patrem sibi placari posse; minus deinde in dies patris animo fidebat, cum obsideri aures a fratre cerneret. itaque circumspiciens dicta factaque sua, ne cuius suspiciones augeret, maxime ab omni mentione et contagione Romanorum abstinebat, ut neque scribi sibi uellet, quia hoc praecipue criminum genere exasperari patris animum sentiebat.

5. Tito Livio, Libro XXXIX, paragrafo 32:
[32] Consules dilectibus aliisque, quae Romae agendae erant, peractis rebus in Ligures prouinciam exercitum duxerunt. Sempronius a Pisis profectus in Apuanos Ligures, uastando agros urendoque uicos et castella eorum aperuit saltum usque ad Macram fluuium et Lunae portum. hostes montem, antiquam sedem maiorum suorum, ceperunt; et inde superata locorum iniquitate proelio deiecti sunt. et Ap. Claudius felicitatem uirtutemque collegae in Liguribus Ingaunis aequauit secundis aliquot proeliis. sex praeterea oppida eorum expugnauit; multa milia hominum in iis cepit; belli auctores tres et quadraginta securi percussit. iam comitiorum appetebat tempus. prior tamen Claudius quam Sempronius, cui sors comitia habendi obtigerat, Romam uenit, quia P. Claudius frater eius consulatum petebat. competitores habebat patricios L. Aemilium Q. Fabium Ser. Sulpicium Galbam, ueteres candidatos, et ab repulsis eo magis debitum, quia primo negatus erat, honorem repetentes. etiam quia plus quam unum ex patriciis creari non licebat, artior petitio quattuor petentibus erat. plebeii quoque gratiosi homines petebant, L. Porcius Q. Terentius Culleo Cn. Baebius Tamphilus, et hi repulsis in spem impetrandi tandem aliquando honoris dilati. Claudius ex omnibus unus nouus candidatus erat. opinione hominum haud dubie destinabantur Q. Fabius Labeo et L. Porcius Licinus. sed Claudius consul sine lictoribus cum fratre toto foro uolitando, clamitantibus aduersariis et maiore parte senatus, meminisse eum debere se prius consulem populi Romani quam fratrem P. Claudii esse: quin ille sedens pro tribunali aut arbitrum aut tacitum spectatorem comitiorum se praeberet?—coerceri tamen ab effuso studio nequit. magnis contentionibus tribunorum quoque plebis, qui aut contra consulem aut pro studio eius pugnabant, comitia aliquotiens turbata, donec peruicit Appius, ut deiecto Fabio fratrem traheret. creatus P. Claudius Pulcher praeter spem suam et ceterorum. locum suum tenuit L. Porcius Licinus, quia moderatis studiis, non ui Claudiana inter plebeios certatum est. praetorum inde comitia sunt habita: C. Decimius Flauus P. Sempronius Longus P. Cornelius Cethegus Q. Naeuius Matho C. Sempronius Blaesus A. Terentius Uarro praetores facti. haec eo anno, quo Ap. Claudius M. Sempronius consules fuerunt, domi militiaeque gesta.

6. Tito Livio, Libro XXXIX, paragrafo 38:
[38] Romae principio eius anni, cum de prouinciis consulum et praetorum actum est, consulibus Ligures, quia bellum nusquam alibi erat, decreti. praetores C. Decimius Flauus urbanam, P. Cornelius Cethegus inter ciues et peregrinos sortiti sunt, C. Sempronius Blaesus Siciliam, Q. Naeuius Matho Sardiniam et ut idem quaereret de ueneficiis, A. Terentius Uarro Hispaniam citeriorem, P. Sempronius Longus Hispaniam ulteriorem. de iis duabus prouinciis legati per id fere tempus L. Iuuentius Talna et T. Quinctilius Uarus uenerunt, qui, quantum bellum iam profligatum in Hispania esset, senatu edocto postularunt simul, ut pro rebus tam prospere gestis diis immortalibus haberetur honos et ut praetoribus exercitum deportare liceret. supplicatio in biduum decreta est: de legionibus deportandis, cum de consulum praetorumque exercitibus ageretur, rem integram referri iusserunt. paucos post dies consulibus in Ligures binae legiones, quas Ap. Claudius et M. Sempronius habuerant, decretae sunt. de Hispaniensibus exercitibus magna contentio fuit inter nouos praetores et amicos absentium, Calpurnii Quinctiique. utraque causa tribunos plebis, utraque consulem habebat. hi se intercessuros senatus consulto, si deportandos censerent exercitus, denuntiabant: illi, si haec intercessio fieret, nullam rem aliam se decerni passuros. uicta postremo absentium gratia est et senatus consultum factum, ut praetores quattuor milia peditum Romanorum scriberent, trecentos equites, et quinque milia peditum sociorum Latini nominis, quingentos equites, quos secum in Hispaniam portarent. cum ea quattuor milia legiones discripsissent, quo plus quam quina milia peditum, treceni equites in singulis legionibus esset, dimitterent, eos primum, qui emerita stipendia haberent, deinde ut cuiusque fortissima opera Calpurnius et Quinctius in proelio usi essent.

7. Tito Livio, Libro XXXIX, paragrafo 45:
[45] In insequentem annum crearunt consules M. Claudium Marcellum Q. Fabium Labeonem. M. Claudius Q. Fabius idibus Martiis, quo die consulatum inierunt, de prouinciis suis praetorumque rettulerunt. praetores creati erant C. Ualerius flamen Dialis, qui et priore anno petierat, et Sp. Postumius Albinus et P. Cornelius Sisenna L. Pupius L. Iulius Cn. Sicinius. consulibus Ligures cum iisdem exercitibus, quos P. Claudius et L. Porcius habuerant, prouincia decreta est. Hispaniae extra sortem prioris anni praetoribus cum suis exercitibus seruatae. praetores ita sortiri iussi, uti flamini Diali utique altera iuris dicendi Romae prouincia esset: peregrinam est sortitus. Sisennae Cornelio urbana, Sp. Postumio Sicilia, L. Pupio Apulia, L. Iulio Gallia, Cn. Sicinio Sardinia euenit. L. Iulius maturare est iussus. Galli Transalpini per saltus ignotae antea uiae, ut ante dictum est, in Italiam transgressi oppidum in agro, qui nunc est Aquileiensis, aedificabant. id eos ut prohiberet, quod eius sine bello posset, praetori mandatum est. si armis prohibendi essent, consules certiores faceret: ex his placere alterum aduersus Gallos ducere legiones.
extremo prioris anni [comitia auguris creandi habita erant]. in demortui Cn. Cornelii Lentuli locum creatus erat Sp. Postumius Albinus.

8. Tito Livio, Libro XXXIX, paragrafo 56:
[56] Eodem anno A. Terentius proconsul haud procul flumine Hibero, in agro Ausetano, et proelia secunda cum Celtiberis fecit, et oppida, quae ibi communierant, aliquot expugnauit. ulterior Hispania eo anno in pace fuit, quia et P. Sempronius proconsul diutino morbo est implicitus, et nullo lacessente peropportune quieuerunt Lusitani. nec in Liguribus memorabile quicquam a Q. Fabio consule gestum.
Ex Histria reuocatus M. Marcellus exercitu dimisso Romam comitiorum causa rediit. creauit consules Cn. Baebium Tamphilum et L. Aemilium Paulum. cum M. Aemilio Lepido hic aedilis curulis fuerat; a quo consule quintus annus erat, cum is ipse Lepidus post duas repulsas consul factus esset. praetores inde facti Q. Fuluius Flaccus M. Ualerius Laeuinus P. Manlius iterum M. Ogulnius Gallus L. Caecilius Denter C. Terentius Istra.
Supplicatio extremo anno fuit prodigiorum causa, quod sanguine per biduum pluuisse in area Concordiae satis credebant, nuntiatumque erat haud procul Sicilia insulam, quae non ante fuerat, nouam editam e mari esse. Hannibalem hoc anno Antias Ualerius decessisse est auctor legatis ad eam rem ad Prusiam missis praeter T. Quinctium Flamininum, cuius in ea re celebre est nomen, L. Scipione Asiatico et P. Scipione Nasica.

9. Tito Livio, Periochea al Libro XL:
[40] Cum Philippus liberos eorum quos in uinculis habebat nobilium hominum conquiri ad mortem iussisset, Theoxena, uerita pro liberis suis admodum pueris regis libidinem, prolatis in medium gladiis et poculo in quo uenenum erat, suasit his ut imminens ludibrium morte effugerent et cum persuasisset, et ipsa se interemit. Certamina inter filios Philippi, Macedoniae regis, Persen et Demetrium, referuntur; et ut fraude fratris sui Demetrius fictis criminibus, inter quae accusatione parricidii et adfectati regni, primum petitus, ad ultimum, quoniam populi R. amicus erat, ueneno necatus est, regnumque Macedoniae mortuo Philippo ad Persen uenit. Item res in Liguribus et Hispania contra Celtiberos a compluribus ducibus feliciter gestas continet. Colonia Aquileia deducta est. Libri Numae Pompili in agro L. Petilli scribae sub Ianiculo a cultoribus agri arca lapidea clusi inuenti sunt et Graeci et Latini. In quibus cum pleraque dissoluendarum religionum praetor, ad quem delati erant, legisset, iurauit senatui contra rem p. esse ut legerentur seruarenturque. Ex S. C. in comitio exusti sunt. Philippus aegritudine animi confectus, quod Demetrium filium falsis Persei, alterius fili, in eum delationibus impulsus ueneno sustulisset, et de poena Persei cogitauit uoluitque Antigonum potius, amicum suum, successorem regni sui relinquere, sed in hac cogitatione morte raptus est. Perseus regnum excepit.

10. Tito Livio, Libro XL, paragrafo 1:
[1] Principio insequentis anni consules praetoresque sortiti prouincias sunt. consulibus nulla praeter Ligures, quae decerneretur, erat. iurisdictio urbana M. Ogulnio Gallo, inter peregrinos M. Ualerio euenit; Hispaniarum Q. Fuluio Flacco citerior, P. Manlio ulterior, L. Caecilio Dentri Sicilia, C. Terentio Istrae Sardinia. dilectus habere consules iussi. Q. Fabius ex Liguribus scripserat Apuanos ad rebellionem spectare, periculumque esse, ne impetum in agrum Pisanum facerent. et ex Hispaniis citeriorem in armis esse et cum Celtiberis bellari sciebant; in ulteriore, quia diu aeger esset praetor, luxuria et otio solutam disciplinam militarem esse. ob ea nouos exercitus conscribi placuit, quattuor legiones in Ligures, uti singulae quina milia et ducenos pedites, trecenos haberent equites, sociorum iisdem Latini nominis quindecim milia peditum addita et octingenti equites. hi duo consulares exercitus essent. scribere praeterea iussi septem milia peditum sociorum ac Latini nominis et quadringentos equites et mittere ad M. Marcellum in Galliam, cui ex consulatu prorogatum imperium erat. in Hispaniam utramque quae ducerentur, quattuor milia peditum ciuium Romanorum et ducenti equites, et sociorum septem milia peditum cum trecentis equitibus scribi iussa. et Q. Fabio Labeoni cum exercitu, quem habebat, in Liguribus prorogatum in annum imperium est.

11. Tito Livio, Libro XL, paragrafo 16:
[16] Dicenti haec lacrimae simul spiritum et uocem intercluserunt. Philippus summotis iis paulisper collocutus cum amicis pronuntiauit, non uerbis se nec unius horae disceptatione causam eorum diiudicaturum, sed inquirendo in utriusque uitam mores, et dicta factaque in magnis paruisque rebus obseruando, ut omnibus appareret noctis proximae crimen facile reuictum, suspectam nimiam cum Romanis Demetrii gratiam esse. haec maxime uiuo Philippo uelut semina iacta sunt Macedonici belli, quod cum Perseo gerendum erat.
Consules ambo in Ligures, quae tum una consularis prouincia erat, proficiscuntur. et quia prospere ibi res gesserunt, supplicatio in unum diem decreta est. Ligurum duo milia fere ad extremum finem prouinciae Galliae, ubi castra Marcellus habebat, uenerunt, uti reciperentur, orantes. Marcellus opperiri eodem loco Liguribus iussis senatum per litteras consuluit. senatus rescribere M. Ogulnium praetorem Marcello iussit uerius fuisse consules, quorum prouincia esset, quam se, quid e re publica esset, decernere; tum quoque non placere nisi per deditionem Ligures recipi, et receptis arma adimi atque eos ad consules mitti senatum aequum censere.
Praetores eodem tempore, P. Manlius in ulteriorem Hispaniam, quam et priore praetura prouinciam obtinuerat, Q. Fuluius Flaccus in citeriorem peruenit, exercitumque A. Terentio accepit: nam ulterior morte P. Sempronii proconsulis sine imperio fuerat. Fuluium Flaccum oppidum Hispanum Urbicnam nomine oppugnantem Celtiberi adorti sunt. dura ibi proelia aliquot facta, multi Romani milites et uulnerati et interfecti sunt. uicit perseuerantia Fuluius, quod nulla ui abstrahi ab obsidione potuit: Celtiberi fessi proeliis uariis abscesserunt. urbs amoto auxilio eorum intra paucos dies capta et direpta est: praedam militibus praetor concessit. Fuluius hoc oppido capto, Manlius exercitu tantum in unum coacto, qui dissipatus fuerat, nulla alia memorabili gesta re, exercitus in hiberna deduxerunt. haec ea aestate in Hispania gesta. Terentius, qui ex ea prouincia decesserat, ouans urbem iniit. translatum argenti pondo nouem milia trecenta uiginti, auri octoginta pondo et duo, coronae aureae [pondo] sexaginta septem.

12. Tito Livio, Libro XL, paragrafo 17:
[17] Eodem anno inter populum Carthaginiensem et regem Masinissam in re praesenti disceptatores Romani de agro fuerunt. ceperat eum ab Carthaginiensibus pater Masinissae Gala; Galam Syphax inde expulerat, postea in gratiam soceri Hasdrubalis Carthaginiensibus dono dederat; Carthaginienses eo anno Masinissa expulerat. haud minore certamine animorum, quam cum ferro et acie dimicarunt, res acta apud Romanos. Carthaginienses, quod maiorum suorum fuisset, deinde ab Syphace ad se peruenisset, repetebant. Masinissa paterni regni agrum se et recepisse et habere gentium iure aiebat; et causa et possessione superiorem esse; nihil aliud se in ea disceptatione metuere, quam ne pudor Romanorum, dum uereantur, ne quid socio atque amico regi aduersus communes suos atque illius hostes indulsisse uideantur, damno sit. legati possessionis ius non mutarunt, causam integram Romam ad senatum reiecerunt.
In Liguribus nihil postea gestum. recesserant primum in deuios saltus, deinde dimisso exercitu passim in uicos castellaque sua dilapsi sunt. consules quoque dimittere exercitum uoluerunt, ac de ea re patres consuluerunt. alterum ex iis dimisso exercitu ad magistratus in annum creandos uenire Romam iusserunt, alterum cum legionibus suis Pisis hiemare. fama erat Gallos Transalpinos iuuentutem armare, nec, in quam regionem Italiae effusura se multitudo esset, sciebatur. ita inter se consules compararunt, ut Cn. Baebius ad comitia iret, quia M. Baebius frater eius consulatum petebat.

13. Tito Livio, Libro XL, paragrafo 18:
[18] Comitia consulibus rogandis fuere: creati P. Cornelius Lentulus M. Baebius Tamphilus. praetores inde facti duo Q. Fabii, Maximus et Buteo, Ti. Claudius Nero Q. Petilius Spurinus M. Pinarius Rusca L. Duronius. his inito magistratu prouinciae ita sorte euenerunt: Ligures consulibus, praetoribus Q. Petilio urbana, Q. Fabio Maximo peregrina, Q. Fabio Buteoni Gallia, Ti. Claudio Neroni Sicilia, M. Pinario Sardinia, L. Duronio Apulia; et Histri adiecti, quod Tarentini Brundisinique nuntiabant maritimos agros infestos transmarinarum nauium latrociniis esse. eadem Massilienses de Ligurum nauibus querebantur. exercitus inde decreti, quattuor legiones consulibus, quae quina milia ducenos Romanos pedites, trecenos haberent equites, et quindecim milia socium ac Latini nominis, octingenti equites. in Hispaniis prorogatum ueteribus praetoribus imperium est cum exercitibus, quos haberent, et in supplementum decreta tria milia ciuium Romanorum, ducenti equites, et socium Latini nominis sex milia peditum, trecenti equites. nec rei naualis cura omissa. duumuiros in eam rem consules creare iussi, per quos naues uiginti deductae naualibus sociis ciuibus Romanis, qui seruitutem seruissent, complerentur, ingenui tantum ut iis praeessent. inter duumuiros ita diuisa tuenda denis nauibus maritima ora, ut promunturium iis Mineruae uelut cardo in medio esset; alter in dextram partem usque ad Massiliam, laeuam alter usque ad Barium tueretur.

14. Tito Livio, Libro XL, paragrafo 25:
[25] Dum haec in Macedonia geruntur, L. Aemilius Paulus, prorogato ex consulatu imperio, principio ueris in Ligures Ingaunos introduxit. ubi primum in hostium finibus castra posuit, legati ad eum per speciem pacis petendae speculatum uenerunt. neganti Paulo nisi cum deditis pacisci se pacem, non tam id recusabant, quam tempore aiebant opus esse, ut generi agresti hominum persuaderetur. ad hoc decem dierum indutiae cum darentur, petierunt deinde, ne trans montes proximos castris pabulatum lignatumque milites irent: culta ea loca suorum finium esse. id ubi impetrauere, post eos ipsos montes, unde auerterant hostem, exercitu omni coacto, repente multitudine ingenti castra Romanorum oppugnare simul omnibus portis adgressi sunt. summa ui totum diem oppugnarunt, ita ut ne efferendi quidem signa Romanis spatium nec ad explicandam aciem locus esset. conferti in portis obstando magis quam pugnando castra tutabantur. sub occasum solis cum recessissent hostes, duos equites ad Cn. Baebium consulem cum litteris Pisas mittit, ut obsesso per indutias sibi quam primum subsidio ueniret. Baebius exercitum M. Pinario praetori eunti in Sardiniam tradiderat: ceterum et senatum litteris certiorem fecit obsideri a Liguribus L. Aemilium, et M. Claudio Marcello, cuius proxima inde prouincia erat, scripsit, ut, si uideretur ei, exercitum e Gallia traduceret in Ligures et L. Aemilium liberaret obsidione. haec sera futura auxilia erant. Ligures ad castra postero die redeunt. Aemilius cum et uenturos scisset et educere in aciem potuisset, intra uallum suos tenuit, ut extraheret rem in id tempus, quo Baebius cum exercitu uenire a Pisis posset.

15. Tito Livio, Libro XL, paragrafo 26:
[26] Romae magnam trepidationem litterae Baebii fecerunt, eo maiorem, quod paucos post dies Marcellus, tradito exercitu Fabio Romam cum uenisset, spem ademit eum, qui in Gallia esset, exercitum in Ligures posse traduci, quia bellum cum Histris esset prohibentibus coloniam Aquileiam deduci: eo profectum Fabium, neque inde regredi bello inchoato posse. una, et ea ipsa tardior quam tempus postulabat, subsidii spes erat, si consules maturassent in prouinciam ire. id ut facerent, pro se quisque patrum uociferari. consules nisi confecto dilectu negare se ituros, nec suam segnitiem sed uim morbi in causa esse, quo serius perficeretur. non tamen potuerunt sustinere consensum senatus, quin paludati exirent et militibus, quos conscriptos haberent, diem edicerent, quo Pisas conuenirent. permissum, ut, qua irent, protinus subitarios milites scriberent ducerentque secum. et praetoribus Q. Petilio et Q. Fabio imperatum est, ut Petilius duas legiones ciuium Romanorum tumultuarias scriberet et omnes minores quinquaginta annis sacramento rogaret, Fabio, ut sociis Latini nominis quindecim milia peditum, octingentos equites imperaret. duumuiri nauales creati C. Matienus et C. Lucretius, nauesque iis ornatae sunt, Matienoque, cuius ad Gallicum sinum prouincia erat, imperatum est, ut classem primo quoque tempore duceret in Ligurum oram, si quo usui esse L. Aemilio atque exercitui eius posset.

16. Tito Livio, Libro XL, paragrafo 27:
[27] Aemilius, postquam nihil usquam auxilii ostendebatur, interceptos credens equites, non ultra differendum ratus, quin per se fortunam temptaret, priusquam hostes uenirent, qui segnius socordiusque oppugnabant, ad quattuor portas exercitum instruxit, ut signo dato simul ex omnibus partibus eruptionem facerent. quattuor extraordinariis cohortibus duas adiunxit praeposito M. Ualerio legato, erumpere praetoria porta iussit. ad dexteram principalem hastatos legionis primae instruxit; principes ex eadem legione in subsidiis posuit: M. Seruilius et L. Sulpicius tribuni militum his praepositi. tertia legio aduersus sinistram principalem portam instructa est. id tantum mutatum: principes primi et hastati in subsidiis locati; Sex. Iulius Caesar et L. Aurelius Cotta tribuni militum huic legioni praepositi sunt. Q. Fuluius Flaccus legatus cum dextera ala ad quaestoriam portam positus; duae cohortes et triarii duarum legionum in praesidio castrorum manere iussi. omnes portas contionabundus ipse imperator circumiit, et, quibuscumque irritamentis poterat, iras militum acuebat, nunc fraudem hostium incusans, qui pace petita, indutiis datis, per ipsum indutiarum tempus contra ius gentium ad castra oppugnanda uenissent: nunc, quantus pudor esset, edocens ab Liguribus, latronibus uerius quam hostibus iustis, Romanum exercitum obsideri. ‘quo ore quisquam uestrum, si hinc alieno praesidio, non uestra uirtute euaseritis, occurret, non dico eis militibus, qui Hannibalem, qui Philippum, qui Antiochum, maximos aetatis nostrae reges ducesque, uicerunt, sed iis, qui hos ipsos Ligures aliquotiens pecorum modo fugientes per saltus inuios consectati ceciderunt? quod Hispani, quod Galli, quod Macedones Poeniue non audeant, Ligustinus hostis uallum Romanum subit, obsidet ultro et oppugnat, quem scrutantes ante deuios saltus abditum et latentem uix inueniebamus.’ ad haec consentiens reddebatur militum clamor, nullam militum culpam esse, quibus nemo ad erumpendum signum dedisset, daret signum: intellecturum eosdem, qui antea fuerint, et Romanos et Ligures esse.

17. Tito Livio, Libro XL, paragrafo 28:
[28] Bina cis montes castra Ligurum erant. ex iis primis diebus sole orto pariter omnes compositi et instructi procedebant; tum nisi exsatiati cibo uinoque arma non capiebant, dispersi inordinati exibant, ut quibus prope certum esset hostes extra uallum non elaturos signa. aduersus ita incompositos eos uenientes clamore pariter omnium, qui in castris erant, calonum quoque et lixarum sublato simul omnibus portis Romani eruperunt. Liguribus adeo improuisa res fuit, ut perinde ac si insidiis circumuenti forent trepidarent. exiguum temporis aliqua forma pugnae fuit: fuga deinde effusa et fugientium passim caedes erat, equitibus dato signo, ut conscenderent equos nec effugere quemquam sinerent. in castra omnes trepida fuga compulsi sunt, deinde ipsis exuti castris. supra quindecim milia Ligurum eo die occisa, capti duo milia et trecenti. triduo post Ligurum Ingaunorum nomen omne obsidibus datis in dicionem uenit. gubernatores nautaeque conquisiti, qui praedatoriis fuissent nauibus, atque omnes in custodiam coniecti. et a C. Matieno duumuiro naues eius generis in Ligustina ora triginta duae captae sunt. haec qui nuntiarent litterasque ad senatum ferrent, L. Aurelius Cotta C. Sulpicius Gallus Romam missi, simulque peterent, ut L. Aemilio confecta prouincia decedere et deducere secum milites liceret atque dimittere. utrumque permissum ab senatu et supplicatio ad omnia puluinaria per triduum decreta, iussique praetores Petilius urbanas dimittere legiones, Fabius sociis atque nomini Latino remittere dilectum; et uti praetor urbanus consulibus scriberet senatum aequum censere subitarios milites, tumultus causa conscriptos, primo quoque tempore dimitti.

18. Tito Livio, Libro XL, paragrafo 34:
[34] Haec in citeriore Hispania eo anno gesta. in ulteriore Manlius praetor secunda aliquot proelia cum Lusitanis fecit.
Aquileia colonia Latina eodem anno in agrum Gallorum est deducta. tria milia peditum quinquagena iugera, centuriones centena, centena quadragena equites acceperunt. tresuiri deduxerunt P. Cornelius Scipio Nasica C. Flaminius L. Manlius Acidinus. aedes duae eo anno dedicatae sunt, una Ueneris Erycinae ad portam Collinam: dedicauit L. Porcius L. f. Licinus duumuir, uota erat a consule L. Porcio Ligustino bello, altera in foro holitorio Pietatis. eam aedem dedicauit M’. Acilius Glabrio duumuir; statuamque auratam, quae prima omnium in Italia est statuta aurata, patris Glabrionis posuit. is erat, qui ipse eam aedem uouerat, quo die cum rege Antiocho ad Thermopylas depugnasset, locaueratque idem ex senatus consulto. per eosdem dies, quibus aedes hae dedicatae sunt, L. Aemilius Paulus proconsul ex Liguribus Ingaunis triumphauit. transtulit coronas aureas quinque et uiginti, nec praeterea quicquam auri argentique in eo triumpho latum. captiui multi principes Ligurum antea currum ducti. aeris trecenos militibus diuisit. auxerunt eius triumphi famam legati Ligurum pacem perpetuam orantes: ita in animum induxisse Ligurum gentem, nulla umquam arma nisi imperata a populo Romano sumere. responsum a Q. Fabio praetore est Liguribus iussu senatus orationem eam non nouam Liguribus esse: mens uero ut noua et orationi conueniens esset, ipsorum id plurimum referre. ad consules irent, et, quae ab iis imperata essent, facerent. nulli alii quam consulibus senatum crediturum esse sincera fide in pace Ligures esse. pax in Liguribus fuit. in Corsica pugnatum cum Corsis: ad duo milia eorum M. Pinarius praetor in acie occidit. qua clade compulsi obsides dederunt et cerae centum milia pondo. inde in Sardiniam exercitus ductus, et cum Iliensibus, gente ne nunc quidem omni parte pacata, secunda proelia facta. Carthaginiensibus eodem anno centum obsides redditi, pacemque [cum] iis populus Romanus non ab se tantum sed ab rege etiam Masinissa praestitit, qui cum praesidio armato agrum, qui in controuersia erat, obtinebat.

19. Tito Livio, Libro XL, paragrafo 35:
[35] Otiosam prouinciam consules habuerunt. M. Baebius comitiorum causa Romam reuocatus consules creauit A. Postumium Albinum Luscum et C. Calpurnium Pisonem. praetores exinde facti Ti. Sempronius Gracchus L. Postumius Albinus P. Cornelius Mammula, Ti. Minucius Molliculus A. Hostilius Mancinus C. Maenius. ii omnes magistratum idibus Martiis inierunt.
Principio eius anni, quo A. Postumius Albinus et C. Calpurnius Piso consules fuerunt, ab A. Postumio consule in senatum introducti, qui ex Hispania citeriore uenerant a Q. Flacco, L. Minucius legatus et duo tribuni militum, T. Maenius et L. Terentius Massaliota. hi cum duo secunda proelia, deditionem Celtiberiae, confectam prouinciam nuntiassent, nec stipendio, quod mitti soleret, nec frumento portato ad exercitum in eum annum opus esse, petierunt ab senatu primum, ut ob res prospere gestas diis immortalibus honos haberetur, deinde ut Q. Fuluio decedenti de prouincia deportare inde exercitum, cuius forti opera et ipse et multi ante eum praetores usi essent, liceret. quod fieri, praeterquam quod ita deberet, etiam prope necessarium esse: ita enim obstinatos esse milites, ut non ultra retineri posse in prouincia uiderentur, iniussuque abituri inde essent, si non dimitterentur, aut in perniciosam, si quis impense retineret, seditionem exarsuri. consulibus ambobus prouinciam Ligures esse senatus iussit. praetores inde sortiti sunt: A. Hostilio urbana, Ti. Minucio peregrina obuenit, P. Cornelio Sicilia, C. Maenio Sardinia. Hispanias sortiti L. Postumius ulteriorem, Ti. Sempronius citeriorem. is quia successurus Q. Fuluio erat, ne uetere exercitu prouincia spoliaretur, ‘quaero’ inquit ‘de te, L. Minuci, cum confectam prouinciam nunties, existimesne Celtiberos perpetuo in fide mansuros, ita ut sine exercitu ea prouincia obtineri possit. si neque de fide barbarorum quicquam recipere aut adfirmare nobis potes, et habendum illic utique exercitum censes, utrum tandem auctor senatui sis supplementum in Hispaniam mittendi, ut ii modo, quibus emerita stipendia sint, milites dimittantur, ueteribus militibus tirones immisceantur, an deductis de prouincia ueteribus legionibus nouas conscribendi et mittendi, cum contemptum tirocinium etiam mitiores barbaros excitare ad rebellandum possit? dictu quam re facilius est prouinciam ingenio ferocem, rebellatricem confecisse. paucae ciuitates, ut quidem ego audio, quas uicina maxime hiberna premebant, in ius dicionemque uenerunt; ulteriores in armis sunt. quae cum ita sint, ego iam hinc praedico, patres conscripti, me exercitu eo, qui nunc est, rem publicam administraturum: si deducat secum Flaccus legiones, loca pacata me ad hibernacula lecturum neque nouum militem ferocissimo hosti obiecturum.’

20. Tito Livio, Libro XL, paragrafo 36:
[36] Legatus ad ea, quae interrogatus erat, respondit neque se neque quemquam alium diuinare posse, quid in animo Celtiberi haberent aut porro habituri essent. itaque negare non posse, quin rectius sit etiam ad pacatos barbaros, nondum satis adsuetos imperio, exercitum mitti. nouo autem an uetere exercitu opus sit, eius esse dicere, qui scire possit, qua fide Celtiberi in pace mansuri sint, simul et qui illud exploratum habeat, quieturos milites, si diutius in prouincia retineantur. si ex eo, quod aut inter se loquantur aut succlamationibus apud contionantem imperatorem significent, quid sentiant, coniectandum sit, palam uociferatos esse aut imperatorem in prouincia retenturos aut cum eo in Italiam uenturos esse. disceptationem inter praetorem legatumque consulum relatio interrupit, qui suas ornari prouincias, priusquam de praetoris exercitu ageretur, aequum censebant. nouus omnis exercitus consulibus est decretus, binae legiones Romanae cum suo equitatu, et socium Latini nominis quantus semper numerus, quindecim milia peditum, octingenti equites. cum hoc exercitu Apuanis Liguribus ut bellum inferrent, mandatum est. P. Cornelio et M. Baebio prorogatum imperium iussique prouincias obtinere, donec consules uenissent; tum imperatum, ut dimisso, quem haberent, exercitu reuerterentur Romam. de Ti. Sempronii deinde exercitu actum est. nouam legionem ei quinque milium et ducentorum peditum cum equitibus quadringentis consules scribere iussi, et mille praeterea peditum Romanorum, quinquaginta equites, et sociis nominis Latini imperare septem milia peditum, trecentos equites. cum hoc exercitu placuit ire in Hispaniam citeriorem Ti. Sempronium. Q. Fuluio permissum, ut, qui milites ante Sp. Postumium Q. Marcium consules ciues Romani sociiue in Hispaniam transportati essent, et praeterea supplemento adducto, quo amplius duabus legionibus quam decem milia et quadringenti pedites, sescenti equites essent, et socium Latini nominis duodecim milia, sescenti equites, quorum forti opera duobus aduersus Celtiberos proeliis usus Q. Fuluius esset, eos, si uideretur, secum deportaret. et supplicationes decretae, quod is prospere rem publicam gessisset. et ceteri praetores in prouincias missi. Q. Fabio Buteoni prorogatum in Gallia imperium est. octo legiones praeter exercitum ueterem, qui in Liguribus in spe propinqua missionis erat, eo anno esse placuit. et is ipse exercitus aegre explebatur propter pestilentiam, quae tertium iam annum urbem Romanam atque Italiam uastabat.

21. Tito Livio, Libro XL, paragrafo 37:
[37] Praetor Ti. Minucius et haud ita multo post consul C. Calpurnius moritur, multique alii omnium ordinum illustres uiri. postremo prodigii loco ea clades haberi coepta est. C. Seruilius pontifex maximus piacula irae deum conquirere iussus, decemuiri libros inspicere, consul Apollini Aesculapio Saluti dona uouere et dare signa inaurata: quae uouit deditque. decemuiri supplicationem in biduum ualetudinis causa in urbe et per omnia fora conciliabulaque edixerunt: maiores duodecim annis omnes coronati et lauream in manu tenentes supplicauerunt. fraudis quoque humanae insinuauerat suspicio animis; et ueneficii quaestio ex senatus consulto, quod in urbe propiusue urbem decem milibus passuum esset commissum, C. Claudio praetori, qui in locum Ti. Minucii erat suffectus, ultra decimum lapidem per fora conciliabulaque C. Maenio, priusquam in Sardiniam prouinciam traiceret, decreta. suspecta consulis erat mors maxime. necatus a Quarta Hostilia uxore dicebatur. ut quidem filius eius Q. Fuluius Flaccus in locum uitrici consul est declaratus, aliquanto magis infamis mors Pisonis coepit esse; et testes exsistebant, qui post declaratos consules Albinum et Pisonem, quibus comitiis Flaccus tulerat repulsam, et exprobratum ei a matre dicerent, quod iam ei tertium negatus consulatus petenti esset, et adiecisse, pararet se ad petendum: intra duos menses effecturam, ut consul fieret. inter multa alia testimonia ad causam pertinentia haec quoque uox, nimis uero euentu comprobata, ualuit, cur Hostilia damnaretur. ueris principio huius, dum consules nouos dilectus Romae tenet, mors deinde alterius et creandi comitia consulis in locum eius omnia tardiora fecerunt, interim P. Cornelius et M. Baebius, qui in consulatu nihil memorabile gesserant, in Apuanos Ligures exercitum induxerunt.

22. Tito Livio, Libro XL, paragrafo 38:
[38] Ligures, qui ante aduentum in prouinciam consulum non exspectassent bellum, improuiso oppressi ad duodecim milia hominum dediderunt se. eos consulto per litteras prius senatu deducere ex montibus in agros campestres procul ab domo, ne reditus spes esset, Cornelius et Baebius statuerunt, nullum alium ante finem rati fore Ligustini belli.
Ager publicus populi Romani erat in Samnitibus, qui Taurasinorum traducere Ligures Apuanos uellent, edixerunt, Ligures Apuani de montibus descenderent cum liberis coniugibusque, sua omnia secum portarent. Ligures saepe per legatos deprecati, ne penates, sedem in qua geniti essent, sepulcra maiorum cogerentur relinquere, arma obsides pollicebantur. postquam nihil impetrabant neque uires ad bellandum erant, edicto paruerunt. traducti sunt publico sumptu ad quadraginta milia liberorum capitum cum feminis puerisque. argenti data centum et quinquaginta milia, unde in nouas sedes compararent, quae opus essent. agro diuidendo dandoque iidem, qui traduxerant, Cornelius et Baebius praepositi. postulantibus tamen ipsis quinqueuiri ab senatu dati, quorum ex consilio agerent. transacta re cum ueterem exercitum Romam deduxissent, triumphus ab senatu est decretus. hi omnium primi nullo bello gesto triumpharunt. tantum hostiae ductae ante currum, quia nec quod ferretur neque quod duceretur captum neque quod militibus daretur, quicquam in triumphis eorum fuerat.

23. Tito Livio, Libro XL, paragrafo 41:
[41] Consules ambo in Ligures exercitus induxerunt diuersis partibus. Postumius prima et tertia legione Ballistam Letumque montes obsedit, et premendo praesidiis angustos saltus eorum commeatus interclusit, inopiaque omnium rerum eos perdomuit. Fuluius secunda et quarta legione adortus a Pisis Apuanos Ligures, qui eorum circa Macram fluuium incolebant, in deditionem acceptos, ad septem milia hominum, in naues impositos praeter oram Etrusci maris Neapolim transmisit. inde in Samnium traducti, agerque iis inter populares datus est. montanorum Ligurum ab A. Postumio uineae caesae frumentaque deusta, donec cladibus omnibus belli coacti in deditionem uenerunt armaque tradiderunt. nauibus inde Postumius ad uisendam oram Ingaunorum Intemeliorumque Ligurum processit. priusquam hi consules uenirent ad exercitum, qui Pisas indictus erat, praeerat A. Postumius. frater Q. Fuluii M. Fuluius Nobilior—secundae legionis [Fuluius] tribunus militum is erat—mensibus suis dimisit legionem, iureiurando adactis centurionibus aes in aerarium ad quaestores esse delaturos. hoc ubi Placentiam—nam eo forte erat profectus—Aulo nuntiatum est, cum equitibus expeditis secutus dimissos, quos eorum potuit adsequi, reduxit castigatos Pisas; de ceteris consulem certiorem fecit. eo referente senatus consultum factum est, ut M. Fuluius in Hispaniam relegaretur ultra nouam Carthaginem; litteraeque ei datae sunt a consule ad P. Manlium in Hispaniam ulteriorem deferendae: milites iussi ad signa redire. ignominiae causa uti semestre stipendium in eum annum esset ei legioni, decretum: qui miles ad exercitum non redisset, eum ipsum bonaque eius uendere consul iussus.

24. Tito Livio, Libro XL, paragrafo 53:
[53] Biduo, quo senatum legerunt censores, Q. Fuluius consul profectus in Ligures, per inuios montes Ballistae saltus cum exercitu transgressus, signis collatis cum hoste pugnauit; neque tantum acie uicit, sed castra quoque eodem die cepit. tria milia ducenti hostium , omnisque ea regio Ligurum in deditionem uenit. consul deditos in campestres agros deduxit, praesidiaque montibus imposuit. celeriter et ex prouincia litterae Romam uenerunt: supplicationes ob eas res gestas in triduum decretae sunt; praetores quadraginta hostiis maioribus per supplicationes rem diuinam fecerunt. ab altero consule L. Manlio nihil memoria dignum in Liguribus est gestum. Galli Transalpini, tria milia hominum, in Italiam transgressi, neminem bello lacessentes agrum a consulibus et senatu petebant, ut pacati sub imperio populi Romani essent. eos senatus excedere Italia iussit, et consulem Q. Fuluium quaerere et animaduertere in eos, qui principes et auctores transcendendi Alpes fuissent.

25. Tito Livio, Libro XL, paragrafo 59:
[59] Alter consulum Q. Fuluius ex Liguribus triumphauit; quem triumphum magis gratiae quam rerum gestarum magnitudini datum constabat. armorum hostilium magnam uim transtulit, nullam pecuniam admodum. diuisit tamen in singulos milites trecenos aeris, duplex centurionibus, triplex equiti. nihil in eo triumpho magis insigne fuit, quam quod forte euenit, ut eodem die triumpharet, quo priore anno ex praetura triumphauerat. secundum triumphum comitia edixit, quibus creati consules sunt M. Iunius Brutus A. Manlius Uulso. praetorum inde tribus creatis comitia tempestas diremit. postero die reliqui tres facti, ante diem quartum idus Martias, M. Titinius Curuus Ti. Claudius Nero T. Fonteius Capito. ludi Romani instaurati ab aedilibus curulibus Cn. Seruilio Caepione Ap. Claudio Centone propter prodigia, quae euenerant. terra mouit; in fanis publicis, ubi lectisternium erat, deorum capita, quae in lectis erant, auerterunt se, lanxque cum integumentis, quae Ioui apposita fuit, decidit de mensa. oleas quoque praegustasse mures in prodigium uersum est. ad ea expianda nihil ultra, quam ut ludi instaurarentur, actum est.

La questione relativa alla città di Taurasia dei Campi Taurasini è un po’ simile a quella del territorio di Caudium delle Forche Caudine (o Phorche Caudinae) che tutti cercano in Valle Caudina e nessuno trova, perchè sono rappresentate dall’intera catena montuosa del Partenio, appunto ancora oggi dette Phorche di Avella, che termina nello stretto di Barba, fra Torrioni e Prata. Taurasia viene da tutti ricercata in territorio di Taurasi, mentre in realtà appare nella Valle di Taurano. Alle pendici di Montaperto e Taurasi sarebbe invece stata tradotta una colonia romana dei Tauri, da cui sarebbe nato il Castello di Taura (o Tora), abitato dai Taurii, cioè dei Tauraji, malamente tradotta nelle pergamene come Taurasi, errandosi la lettura della “j” in “s”, cioè a Prata, essendosi esteso il nome di quel tenimento.
Tauràsia, cioè Taura, era il capoluogo della piccola ma fertile regio romana di Asia (da non confondersi con la grande provincia dell’Asia). I campi di Taurasia furono teatro di lotte passate alla storia, come quella fra Pirro ed i Romani del 275 avanti Cristo. Altri la ricordano anche per l’invasione di Annibale, nel 215 a.C..
Quando a Tauràsia furono trasferiti 40000 coloni apuani, fanciulli e donne comprese, sconfitti da C.P.Cornelio e M.Bebio, i consoli che comandavano l’esercito Romano le mutarono il nome. Lapidi, sepolcri, ruderi e monete ritrovati nel territorio dell’attuale Taurasi non conefrmano affatto un collegamento con Tauràsia, ma solo con una antichità più recente legata per certo alla Fossa Eclana delle Forche Caudine, oltre che alla via Appia Antica di cui ancora oggi si conserva un ponte sul Calore. Gli scritti di Tito Livio e Plinio, infatti, nella realtà concreta dei fatti, non hanno alcun riscontro concreto con Taurasi.
Si fanno forza su questo gli studiosi degli ultimi anni che, sfidando le brevi note dei primi traduttori del 1800, ormai sparano fandonie a zero collocando Taurasia nientemeno che a Torino, ritrovando in quel toponimo l’origine della città. Anche se la radice torna ovviamente al “toro” è impossibile identificare Taurasia con Torino, cullandosi su altri riferimenti ai Liguri Bebiani o a Genua.
Nella realtà dei fatti le, Colonie Apuane di Bebio e di Cornelio, portate a Tauràsia, pur non ricadendo nel territorio di Taurasi, sono ben identificate in successione nel Sannio Antico da tutti gli studiosi più accreditabili.
Scipione fu in Etruria, la capitale della cui dodecapoli era stata Capua, e da lì prese infatti in successione Taurasia, Cisauna e Samnio, e poi Lucania (Elogium), con Fulvio che ebbe vittorie in Etruria e Samnio (Act. Tr.). Fulvio si diresse poi a Boviano e Aufidena in Sannio. Taurasia in questo caso non appare una città, ma l’intero territorio dei Tauri di Taurasia.
Tesi un po’ discordanti quelle relative alla paternità delle singole conquiste, ma che comunque tolgono a Torino ogni illusoria identificazione con il territorio del Piemonte. Ipotesi che cade nel vuoto leggendo il testo in latino dell’epigrafe ritrovata sulla tomba di Cornelio:

Cornelius Lucius Scipio Barbatus, Gnaivod patre | prognatus, fortis vir sapiensque, quoius forma virtutei parisuma | fuit, consol, censor, aidilis quei fuit apud vos. Taurasia, Cisauna | Samnio cepit, subigit omne Loucanam opsidesque abdoucit.
Illusioni che crollano definitvamente riportando il testo originario trascritto dall’università di Oxford dove non compaiono le virgole e Taurasia, Cisauna e Samnio vengono esattamente identificate come tre città prese una dopo l’altra da Cornelio Lucio Scipione Barbato che certo non poteva essere in Piemonte:

[L. Corneli]o Cn. f. Scipio
Cornelius Lucius Scipio Barbatus Gnaivod patre | prognatus forits vir sapiensque quoius forma virtutei parisuma | fuit consol censor aidilis quei fuit apud vos Taurasia Cisauna | Samnio cepit Subigit omne Loucanam opsidesque abdoucit.

Qualcuno lo ha già chiamato il “Mistero Di Scipio Barbatus”. Il riferimento è proprio all’epigrafe ritrovata nella tomba dei Corneli Scipione, una delle famiglie più importanti di metà di Repubblica. In esse vi è un certo numero di sarcofagi elebato sui quali sono riportate iscrizioni commemorative. Alcune scritte, precedute da lettere sottostanti, appaiono aggiunte in una data ulteriore. Uno di queste è quella che appartiene a L. Cornelius Scipio Barbatus, datata generalmente al secondo secolo a.C., dove si dice che abbia preso Cisauna, Taurasia e Samnium, sottomesso tutto la Lucania ed abbia tolto gli ostaggi. Presupposti generali per far dichiarare agli studiosi che si tratti della tomba del Console che effettuò operazioni militari nel 298, insieme al collega Cn. Fulvius Maximus. Il sarcofago indica che Barbatus ha intrapreso la guerra contro Samnium e Lucania. Purtroppo altre sorgenti non sono conconrdi. Livio dice che mentre Barbatus era in Etruria, Fulvius aveva avuto Samnium come sua provincia. Ancora il Capitoline Fasti dall’età di Augustus assegna a Fulvius un trionfo sopra sia il Samnites che Etruscans e non accenna affatto a Barbatus. Le varie prove vanno indicando che le famiglie nobili hanno registrato le attività pubbliche dei loro antenati in seguito e che quindi questi record risultano spesso inesatti in quanto tramandati per via orale e poi trascritti. È quindi possibile che la tomba riferisca in modo errato le gesta dell’avo.

Questa spiegazione risulta maggiormente credibile se si considera che l’iscrizione sarebbe stata aggiunta in una data successiva (Roman Conquest of Italy / Provides the history of the three Samnite Wars and the gradual conquest of the entire Italian peninsula by Rome./ Directory Match: Roman Expansion ).

Come se non bastasse vi è anche chi, non contento delle follie torinesi, ci mette un tocco di colore portandosi Taurasia in Calabria, in provincia di Cosenza. Anche qui l’ignoranza è spaventosa. Ignari del fatto che i romani non si sono mai sognati di modificare alla rinfusa i nomi delle città: o li univano prendendo l’inizio della prima parola e la fine dell’altra, o li lasciavano immutati, o li modificava no in colonia col nome del Console. Appare quindi fantasiosa la trasformazione di Taurasia in Tarsia (Cs), quando nel sito ufficiale della Provincia di Cosenza di scrive che Tarsia “si vuole che fosse l’antica Taurasia o Caprasia chiamata poi con l’attuale nome in omaggio alla famiglia Tarsia che l’aveva infeudata”. A ragione, invece, si aggiunge in seguito che “altri ritengono che furono gli stessi Tarsia che la fondarono ai tempi normanni”.
Con sempre maggiore convinzione, cioè, storici locali, ritengono sia stata l’antica Caprasia, un villaggio che, in prosieguo di tempo, venne chiamato Tarsia, proprio come l’omonima famiglia cosentina che vi ebbe titolarità feudale. E ancora, scrivono che “presso la stazione ferroviaria, nel 1886 sono emerse vestigia dell’età classica forse appartenenti alla già citata Taurasia. In località Mandoleto, tra i vari reperti archeologici, è stata ritrovata una statuetta di Hirakles e un notevole pythos frammentario ionico-arcaico, decorato a rilievo su cui è riprodotto il mito di Eirakles e Pholos, ascrivibili al VI secolo a.C. e tuttora custodito al Museo Civico di Crotone”.
La confusione sulle conquiste romane regna sovrana se si tiene conto delle citazioni storiche come l’Inscriptiones Latinae Liberae Rei Publicae (Firenze, 1965), 178:

Taurasia, Cisauna / Samnio cepit, subigit omne Loucanam opsidesque abdoucit.

[16] See S.M. Goldberg, Epic in Republican Rome (Oxford 1995) 78-79. Cf. Cicero Fam. 2.10.3, a parody of the military bulletin, and Julius Caesar’s famous “veni, vidi, vici”, uttered in 47BC after his victory over Pharnaces. The aphorism was inscribed on stone and carried in the triumphal procession: see Suetonius Divus Julius 37.2, Appian BC 2.91, and Cassius Dio 42.48.1. Note the plain style of Scipio’s elogium in A. Degrassi (ed.).

La deportazione dei 40.000 Liguri a Taurasia, in un territorio confiscato agli Irpini a conclusione della guerra di Pirro ci riporta a Tito Livio con “ager qui Taurasinorum fuerat” (XL,38) e alla “Taurasia” del CIL (2,2,6,7) che quasi tutti gli studiosi collocano nella zona di Circello, cioè a Nord di Benevento, come ricorda Antonio Salvatore (in “Aeclanum, mille anni di storia irpina, Edizioni L’Amico del terziario, Foggia 1982”).
Tutto a sostegno di Taurasia=Taurasi si è invece schierato D.Silvestri (D.Silvestri, Taurasia, Cisauna e il nome antico del Sannio, in “La Parola del Passato”, XXXIII, 1978, pp.172-180), ma con congetture del tutto filologiche.
Nel CIL (CIL, IX,1085) si legge:
M(arcus) Vergilius, C(aiae) l(ibertus), / Gallus, aug(ustalis) / quinq(uennalis).
Tradotto in: Marco Virgilio Gallo, liberto di Caia, augustale quinquennale. Il prenome della donna è generico e determina l’appartenenza di Gallo ad una donna della gens Virgilia.
Epigrafe che il Mommsen non vide di persona in quanto ricopiata dal Dressel, ma pubblicata invece dal Guarini che, avendola vista, la riportò nella forma corretta della “C” capovolta di “Caiae” e non di “Cai”.
Nel testo del 1656, Bellabona, scriveva che l’iscrizione era presso la chiesa parrocchiale di Taurasi. Errò il Lupoli dicendo che si trovava a Frigento messo all’indice dal Guarini. L’iscrizione si trovò sempre a Taurasi fino a quando non fu portata nei giardini del Museo Irpino orsono qualche lustro, catalogata col n.29.
Secondo il Di Fronzo il territorio di Taurasi, unitamente a quello di una ventina di comuni, per un totale di 700 chilometri quadrati, apparteneva all’antica Eclanum, da Volturara a Sant’Agata di Puglia (P.Di Fronzo, Breve storia delle Diocesi dell’Alta Irpinia, Lioni 1971). Idea ovviamente fantastica, in quanto sono almeno una decina le città romane in 700 chilometri.
Il territorio di Taurasi è sicuramente interessato alla dominazione Romana, per via del ponte che si trova presso la stazione ferroviaria, oggi chiamato Ponte Sant’Anna, a testimoniare la presenza di una strada romana che da Avellino porta verso Eclano (Avanzi di una costruzione rurale di età romana, ponte romano sul Calore e tratto di una via romana, in NS, XXVI, 1901, pag.333-336).

Dettagli

EAN

9788872970133

ISBN

887297013X

Pagine

96

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Editorial Review

Gli ultimi feudatari e le prime botteghe

....A mandare avanti il paese erano sicuramente le piccole aziende a carattere familiare che stavano nascendo e i negozietti. Ma vediamo nei particolari le varie "ditte" di Taurasi, rappresentate nella loro totalità da poveri "negozianti", come si trova scritto nelle citazioni del 1885 che, nella sostanza, sono la prima vera trasformazione degli ex servi della terra. Si tratta di Gioacchino Angelis fu Marciano, negoziante di vino; di Marciano Caputo fu Domenico, negoziante di vino e cereali; di Scipione Caggiano fu Michele, negoziante di vino; Roberto Degli Uberti fu Pasquale, negoziante di prodotti dei propri fondi; Lodovico Maffei fu Sabino, negoziante di prodotti dei propri fondi; Alfonso Rocci di Biaggio, negoziante di grano, granone, cuoio e vino; Pasquale Tranfaglia fu Michelangelo, negoziante di farmaci. Il caffettiere più vicino era a Fontanarosa. Si tartta di Pasquale Feo fu Antonio. Come pure altri industrianti come Rannaele Iannuzzo fu Giuseppe e Antonio Petroccione fu Francesco, sempre di Fontanarosa. Gli orefici più vicini erano invece a Mirabella. Si tratta di Francesco Cappuccio, Vincenzo Rossi e Francesco Grecco, come pure nel caso del negoziante di pasta, Costantino Gregorio. Erano i tempi in cui fra gli uomini più in vista c'erano il sindaco Ciriaco De Angelis e i vari produttori di vini e cereali comercializzati lungo la via Nazionale delle Puglie.
A Taurasi il moggio era rappresentato da 900 passi quadrati, contrariamente per esempio da Savignano dove ne valeva 960. Sette passi e 1/3 era invece la lunghezza del passo in palmi, pari a 48400 palmi quadrati, cioè 33,6486 are. ...............Singolare e ben definita la misurazione del vino in barili. Un barile, a Taurasi, equivaleva a 30 caraffe, cioè un rotolo, contrariamente per esempio a Casalbore dove l'equivalenza di un barile non era misurata in carafe ma in 40 pinte. Una differenza sostanziale per due paesi non tanto lontani. Il barile di Taurasi era cioè di 0,2679 ettolitri contrariamente a quello di Casalbore di 0,3571. Per misurare l'olio si usava invece il cantaro, pari a 12 rotule cioè 1 cantaro=89,1 chilogrammi. Altri paesi usavano per esempio la caraffa, il quartuccio, la pignatta, ambola, lo staio, la soma, sempre nello stesso circondario di Ariano di Puglia. Si capisce a chiare lettere quanti probabili errori potevano essere commessi a danno di chi non conosceva le misure.
Fra tasse e balzelli, una ditta in particolare riuscì a resistere e a continuare la tradizione. Nel Catalogo dei produttori esportatori del 1922 infatti continuano a comparire i nomi delle ditte di Benigno Caggiano e fratelli e Pasquale Tranfaglia, conosciuti ormai da tutti per la produzione di olio d'oliva. Bisognerà invece attendere il 1931 per rivedere fra i primari produttori di vino la ditta di Antonio Caggiano, come unico esportatore di alcool............ Taurasi apriva le porte del commercio di vino in tutto il mondo solo dopo la Guerra. 3322 erano gli abitanti nel 1956, quando si commercializzava attraverso la linea ferroviaria Avellino-Rocchetta Sant'Antonio, o utilizzando le linee automobilistiche Paternopoli-Napoli, Avellino-Fontanarosa, MIrabella Eclano-Taur........................................come............ In tempi moderni, il paese si era ormai attrezzato con un Ufficio Postale in loco, ma rivolgendosi sempre a Mirabella Eclano per la Stazione dei Carabinieri. Bollo, Registro e Ufficio Distrettuale erano invece a Grottaminarda, ferma restante la chiesa appartenente alla Diocesi di Avellino. Erano i tempi in cui il mercato settimanale si teneva ogni sabato e caratteristica era la fiera del 16 e 17 maggio quando locanda e albergo di Cardillo e Struzziero, si rianivano per il sopraggiungere di numerosi commercianti.
Centro agricolo della media Valle del Calore, situato su uno sprone del versante destro che domina da notevole altezza il fondovalle, Taurasi è a monte del punto in cui il fiume è valicato dalla statale delle Puglie. Le superfici coltivate a frumento ed i pascoli, dove si trovano piccoli allevamenti di ovini e bovini, coprono buona parte del territorio comunale. Vi sono anche frutteti e vigneti che producono il famoso vino denominato "Taurasi" conosciuto in tutto il mondo, che si può gustare in una delle due aziende agrituristiche, quella di Giovanna Pasquariello alla contrada Olivola e quella di Carmine Pasquariello, alla contrada Valli-Ortone. Per dormire è possibile fermarsi presso la signora Carmela Fraola.................... Fra i punti vendita del vino "Taurasi" primeggia l'azienda Caggiano, alla contrada Valli.
Taurasi si presenta a dominio della pianura sottostante e ancora oggi mostra il passato di una imponenza medioevale che resta da scoprirsi. Sull'altare maggiore della Chiesa dell'ex convento domenicano, è possibile ammirare una icona di Antonio Da Solario, detto Lo Zingaro, rappresentante la Madonna Del Rosario coi quindici quadretti dei misteri, donata alla chiesa nel 1582, e un quadro settecentesco della Sacra famiglia. Taurasi, come recita l'originario statuto, è comune Ente Locale Autonomo nello ambito della Costituzione ed esplicita la propria autonomia secondo i principi fissati dalla legge e secondo le norme del presente statuto.

Gonfalone e Stemma

1. Il Comune di Taurasi ha come proprio segno distintivo un antico stemma riprodotto sui timbri comunali, costituito da una figura di toro rampante sormontato da tre stelle, conla iscrizione "Comune di Taurasi".
2. Il Comune ha un proprio gonfalone che è quello di cui è dotato storicamente e di cui si fa uso nelle cerimonie ufficiali in conformità di leggi e regolamenti.

Territorio e Segni Distintivi

1. Il Comune di Taurasi è ente autonomo locale nel rispetto dei rpincipi fissati dalla Costituzione, dalle leggi e dal presente Statuto.
2.Il COmune di Taurasi comprende il territorio ad esso assegnato, situato nella media valle del fiume Calore.
3.Il territorio di cui al presente comma ha caratteristiche di media collina e confina con quello dei Comuni di MIrabella Eclano, Torre le Nocelle, Montemiletto, Lapio, Luogosano e Sant'Angelo all'Esca.
4. Il Comune di Taurasi tutela la propria denominazione nei modi consentiti dalla legge.

Fra i tanti uomini illustri che hanno onorato questa terra, nel 1800 si distinse nella Capitale del Regno Vincenzo Degli Uberti, generale del Genio e scrittore di opere scientifiche nato a Taurasi nel 1791, cui figura è stata ben delineata da Antonio Puca in "Nell'800 borbonico: Vincenzo Degli Uberti tra tecnica ed economia" (in "Rassegna Storica Irpina, Società Storica Irpina, 1990, pag.241-287)
Intorno al 1835, sulla scia del pensiero di Carlo Filangieri, si era andato ad incrementare il dibattito su tecnica ed economia, che vide il coinvolgimento di personaggi noti, da Scialoja a De Cesare e che vide fra i più polemici interventi quelli di Vincenzo Degli Uberti. Una voce stonata a favore del libero scambio, contraria per principio al pensiero di Calo Afan De Rivera. Egli aveva cominciato in ritardo gli studi economici, ma fu da subito contro il protezionismo doganale, in nome della libera concorrenza fra le industrie nazionali. Degli Uberti aveva conosciuto molte delle province del Regno. La loro erretratezza, i problemi legati alla agricoltura, al mancato sviluppo. Uno dei dati del confronto fu la realizzazione delle strade, passate da 200 miglia sotto Carlo di Borbone, a 400 nel 1800, a oltre 1000 nel Ventennio. Una media di 17 miglia di strade all'anno, praticamente un miglio a provincia. Un misero risultato - come egli sosteneva in Saggi Economici, sproporzionato ai bisogni della agricoltura e del commercio. Concludendo con affermazioni dure per quegli anni, del tipo: "se per pietà dei posteri i nostri avi non avessero colà costruito un piccolo molo, qua fatta una gittata, non avremmo dove rinvenire un riparo" (Vincenzo Degli Uberti, Saggi Economici, Dell'Iride, Napoli 1838). Degli Uberti scaricava soprattutto sulla Direzione dei Ponti e Strade "lentezza e povertà di costruzioni" (Vincenzo Degli Uberti, Sul Porto di Brindisi, Dell'Ariosto, Napoli 1835). Una necessità quelle delle strade, perchè le spese di trasporto, a suo dire, "compongono la maggior parte del valore, e però la loro diminuzione è un aumento indubitato di ricchezza" (Vincenzo Degli Uberti, Sul fiume Sarno. Discorso storico-idraulico, Fernandes, Napoli 1844). Il Nostro immaginava una grande "società di mutui soccorsi, un vasto campo di morale pratica, cui chi più ne partecipa, maggiori e più benefici frutti ne raccoglie" (...............................
Professore della Nunziatella di Napoli, aveva pubblicato anche saggi sulle fortificazioni (Vincenzo Deli Uberti, Saggi militari precipuamente spettanti alle fortificazioni, L.Dato, Palermo 1830). Fondatore della nuova fonderia di Castelnuovo di Napoli, fu eletto deputato alla Camera nei Collegi di Ariano, Castellammare e Napoli. Il 10 marzo divenne titolare del Dicastero della Guerra e, il 3 aprile, di quello dei Lavori Pubblici, finendo col litigare con tutti, al punto di dimettersi alla fine di quello stesso aprile, giurando di non unirsi più con coloro che "menavano a rovina il paese" (ASN, Borbone, f.1041) e Degli Uberti a Troya, 18 maggio 1848). Finito quasi in rovina chiese supplica al Re per la Carica di Consigliere di Stato. Venne poi promosso Brigadiere generale e Giudice dell'Alta Corte Criminale, finendo col rivolgersi a Filangieri, nel 1859, "colla fiducia di un uomo onesto ed a bastanza disgraziato" (Archivio Filangieri, Napoli, sez.Corrispondenza Militare, vol.10, fasc. Degli Uberti e Filagieri, 14 giugno 1859). Dopo il 1860 fu completamente deposto, pur presentandosi candidato alle elezioni il 27 gennaio 1861 nel collegio di MIrabella Eclano, ma fu sconfitto - per la grande critica all'Unità d'Italia fatta senza umanità e dignità - anche al ballottaggio del 3 febbraio dal Barone Grella. Vincenzo Degli Uberti si spense a quasi 86 anni, il 21 marzo 1877.
Note Capitoli
(non incluse nel testo)

1. V.Napolillo, Nusco: rivisitazione storica, ABE, 1999.
2. CV, Doc.27 e doc.28, Vol.III, pag.137; CV, Doc.42-43, Vol.III, pag.144).
3. Chronicon Vulturnense del Monaco Giovanni a cura di Vincenzo Federici, Vol.I,II,III, Roma, Tip. del Senato, 1925.
4. Chronicon Vulturnense del Monaco Giovanni a cura di Vincenzo Federici, Roma, Tip. del Senato, 1925, Doc.46, Vol.III, pag.146.
5. Felice Pescatore, paternopolionline.it, felice@wappi.com.
6. Consorzio Tutela Vini D.O.C. Colli Piacentini, Piacenza Terra di Vini.
7. Gennaro Granata, Documenti e Note per una storia di Cassano Irpino, Tipolitografia Dragonetti, Montella, 1993, pag.11.
8. G.Granata, op.cit., pag.12 -18.
9. Bascetta, Caposele, Giornalibro n.21, ABE, 1997.
10. Bascetta-Napolillo, Lioni, ABEdizioni, 2001.
11. G.Passaro, Rilievi e note ad una storia di Nusco, Tip.Nap., 1971, pag.103.
12. G.Granata, op.cit., pag.13-24.
13.Mommsen, CIL 05, 01914.
14. Ivi, CIL 06, 29689 = 32309 = 32472.
15. CV, Doc32, Vol.1, pag.247.
16. CV, Vol.III., pag.127.
17. CV, Doc.13, Vol.III, pag.132.
18. Ivi, doc.45.
19. CV, Vol.II, pag.10.
20. Doc.151, Vol.II, pag.271.
21. Doc.142, Vol.II, pag.239.
22. Nel 1008 Montaperto è un loco dove si scrivono gli atti (De Lellis) di Cava relativi al nascente monastero di San Pietro Apostolo, cioè la sede dell’Abbazia-palazzo vescovile della nascente Civitate. Fin dal 1088, i principi Longobardi associati di Capua e Benevento, avevano dichiarato di possedere in territorio di Montaperto il monasterii Sancti Petri Apostoli, quello edificatum est extra et propinguo hanc beneum Cibitate trans flubio Sabbati, quindi non presso Benevento, ma oltre il fiume, in quella che veniva chiamata la Civitate al di là del Sabato con i beni verso la fontana rebolbente (CDC). A San Pietro Apostolo, in territorio di Montaperto, era stato redatto l’atto, come conferma anche la lettura del Musto, in questo monastero sito cioè fuori dalla circoscrizione del fiume Sabato (Cfr. Musto, op.cit.). E’ la stessa Montaperto del 979, quando si cita la Via Antiqua nel luogo di Curti Gualduli, la Corte del boschetto (CDC, Vol.II). Sono i fondi terrieri di San Pietro in Delicato poi dipendenza della Chiesa di San Pietro Apostolo col suo Casale, dati in fitto dall’Abbazia di Cava (quando saranno conquistati dal Principe salernitano a suon di Costantini d’oro) ai propri uomini, col patto di dividere il raccolto secondo la langobardorum lege (Cfr. Musto). E’ la San Pietro Apostolo che nel 979 non era ancora nata, ma ben presente nel 1088, ai tempi della cacciata dei Longobardi/Bizantini, ad opera del Principe di Salerno, dai territori di Capua e Benevento unificate dai principi associali. Si tratta dei Domini Landolfo e Pandolfo che donano a Cava le terre sottratte alla Comestabulìa appartenuta alla Domina e Rectrix Altrude, figlia del Comestabulo longobardo Tassone, sposa di Eriberto di Ariano, attestata nella Inquisitio de nemore Coriliani (1097-1100), allorquando aveva esercitato gli usi civici nel Bosco di Corigliano (Cfr. Musto). L’altra chiesa antica che compare è San Nicola in Cibari costruita sul territorio di Montaperto conquistato ed annesso dal Principe di Salerno al suo Principato e poi donato all’Abbazia salernitana di Cava nel 1097, riattestata nel 1101 quando si arricchiva, e per essa l’abate cavense, di altre due terre presso Cerbaro, lungo la Via Pubblica, offerte da Turgisio. Nel 1047 la Contea di Monte Aperto appartiene a Tassone. Nel 1047 Monte Aperto era ancora longobarda sotto la contessa Altrude, Domina et Rectrix, figlia del Comite Tassone, quando il Comite di Ariano è Eriberto, il quale, sposando la contessa Altrude, estende i territori fino al Sabato (Musto, Montis), quando Altrude dona all’abbazia di Cava la chiesa di San Nicola in Cibaris sita in Montaperto. La seguiva Torgisio di Montemiletto, o di Taurasi, donando nel 1101 due terre in località Cerbaro all’abate Machenolfo di Cava. Già nel 1079 Girardus è il Comes (di Ariano?) che ha due figli: Eriberto e Roberto (Prg n.166, Archivio Santa Sofia). I Conti Eribbertus e Rubbertus fratelli sono figli a Girardus de Alipergo e Comitissa Adelizia. Nel 1100 il Comite (di Ariano?) è il figlio Erberto o Eribbertus, fratello di Comes Rubbertus (Prg n.167, Archivio Santa Sofia). Quando Altrude sposa il Comite di Ariano Eriberto, la Comestabulia di Ariano e la Comestabulia di Montaperto passano in eredità al figlio Comes Giordano, che diventa Comite della grande Comestabulia di Ariano che possiede diversi castelli, come Montemiletto e Montaperto, estendendo i confini fino al Sabato, e donando terreni a Santa Sofia di Benevento, prima dell’arrivo dei Salernitani. Non prima del 1097, dalle parti di Lapio, c’è il Bosco di Coriliani, dove esercitavano usi civici Altrude Tassone del Castello di Montaperto, Jacopo Greco, Hugo de Grosso e il figlio Mattia (De Lellis). Corigliano è il nome di parte di un grande bosco che ancora oggi esiste nell’attuale Taurasi, ma è anche un luogo, in una pergamena beneventana di San Vittorino, dicto Monterone, ubi proprie Curiliano dicitur, donato nel 1016 da Flavia, moglie del fu Madelfridi Comite (San Vittorino, Museo, pag.31). Un Comite Madelfrido fu Comite Adelferio era ancora vivo nel 1038 allorquando aveva il comando su alcuni territori di Vico Pennole. Monterone è sicuramente un ex feudo di San Giorgio del Sannio del 1016, come conferma il Catalogo dei Baroni: Monterone è citata subito dopo Ferrara, Monte Calvo e Genestra, che è tenuta dal Comes Rogerio Bonialbergo (CBJ, 344), che ha il possesso demaniale delle terre beneventane di Apice, e ha affidato Monterone a Goffredo figlio di Pagano di Montisfusculi (CGJ, 352). Il Bosco di Monterone fu il Bosco di San Giorgio del Sannio, cioè l’intero Bosco della Montagna di Montefusco, da San Giorgio a Montaperto. Il Bosco di Coriliano dove ritroviamo Taurasi finì col ricadere nel guastaldato di Montaperto, a sua volta appartenuto all'Abbazia di Cava del Principato di Salerno che mise le mani su San Pietro in Delicato e i grandi fondi di Ademario fu Sassone e Diletto fu Lupi di Montaperto (confinanti con quelli di Dauferio figlio di Leone, con la fontana detta rebolbente e con Aldo figlio di Orso) quando, senza Benevento città della Chiesa, si ritrovarono tutti nel Principato riunito di Capua e Salerno. Sotto i Principi Landolfo e Pandolfo, Benevento, Salerno e Capua erano un solo territorio.
V.Donnarumma, Torrioni-Avellino: Storia Antropologia Immagini Dialetto, cit. Cfr. F.Beneventano, Cronaca; F. Campanile, Delle armi ovvero insegne de’ nobili, terza edizione del 1680, pag.247; G. B. Testa del Tufo, Cronologia della illustrissima famiglia del Tufo, Napoli 1627; B. Aldimari, Famiglie imparentate con la casa Carafa, pag.348: in Cocozza, cit.; ASAV, Notai di Avellino, 343, f.343: in Cocozza, cit. ; ASN, Cedolari, Torrioni, Bobina 36, Vol.65. ;A.Bascetta, 23.Torrioni, ABEdizioni 1997. ;ASN, Cedolari, Torrioni, Bobina 36, Vol.65. ;ASN, Cedolari, Torrioni, Bobina 37, Vol.69. pag.169. ; ASN, Cedolari, Torrioni, Bobina 36, Vol.67. ; ASN, Cedolari, Torrioni, Bobina 36, Vol.67, Notaro Bernardo Rocco. ; ASN, Cedolari, Torrioni, Bobina 36, Vol.67; ASN, Cedolari, Torrioni, Bobina 36, Vol.65. ; ASN, Cedolari, Torrioni, Bobina 37, Vol.69. ; ASN, Cedolari, Torrioni, Bobina 37, Vol.69, pag.32. ; ASN, Cedolari, Torrioni, Bobina 37, Vol.68.; ASA, Catasti Onciari, Torrioni (fotocopia anastatica). Cfr. Bascetta A., 23.Torrioni, cit.; ASA, Catasti Onciari, Torrioni (fotocopia anastatica). Cfr. Bascetta A., 23.Torrioni, cit.; ASN, Cedolari, Torrioni, Bobina 37, Vol.70, Pag.367. ; Cfr. Ricca E., Storia dei Feudi, cit., pag.470-594.;Archivio Santa Sofia, Perg. N.169.
22. Quando Roberto Loritello d’Altavilla si organizzò, nel 1114, fu su Villa San Lorenzo della originale Civitate di Abellino del Submonte, quella con la chiesa di S.Maria di Nazareth Genitrice di Dio del Preposito, facendo scappare i Drengot ed Abellino a Villa San Lorenzo d’Atella sotto la protezione del consanguineo, Romano Porfirogenito, Imperatore d’Oriente figlio di Ugo Magno insediatosi in Napoli. Da qui la guerra atroce, dal 1114 al 1119, quando la Comestabulia di Montaperto venne sfaldata e il Castello dato alle fiamme in quell’anno in cui termina definitivamente il Ducato di Benevento, con la fuga dei Capuani verso Noceria e di Drengot ed Avellinesi su Castellovetere. Dalle pergamene custodite nell’Abbazia di Montevergine possiamo ricavare un quadro più completo di ciò che fosse il territorio conteso da Apice e Lapio, a causa dell’omonimia del toponimo L’Apige con L’Apij, luoghi di ripartenza e di arrivo degli Irpini. Dal Catalogo dei Baroni si sa che fra i territori appartenenti all’ex Principato di Salerno, fanno parte della Comestabulia di Gilberto di Balbano, circondato dalle terre dei suoi baroni, i feudi di Conza, Balbano, Bisaccia, Gesualdo, Monte Marano. Oltre a possedere le terre di sua proprietà, Gesualdo e San Lupolo, Elia di Gesualdo viene investito dal Conte Gilberto Balbano del possesso di Frigento, Acquaputida, Paterno, San Mango e Bonito. Ma non solo. Elia Gesualdo viene prescelto a capo dell'intero demanio del Conte di Gilberto Balbano che viene affidato al suo barone, Torgisio de Scapico, altrimenti detto Torgisio de Grotta. Nasceva la Baronia del signore domino Torgisio. Torgisio possiede quindi l’intero demanio del quale fanno parte i feudi di: Serpicum (subentra Guido figlio di Trogisio de Scapico), la metà del feudo di Tropaldi (a Trogisio de Scapico detto anche Trogisio de Grutta subentra Guglielmo figlio di Tristayni), Villam Maynam, l’altra metà del feudo di Tropaldi e San Barbato (a Trogisio de Scapico e de Grutta subentra Rogerius figlio di Lodoysi), Arianello (Arianiello di Lapio) e Lapigia che sono della Curia (subentra Guido di Serpico), Candida che è in demanio (subentra Rogiero de Serpico oppure Ripa Candida = Chianchetelle), Montem Aperto (tenuto da Dyonisius), Toriasium e San Felice (a Trogisio subentra il figlio Alamo e poi Rogerius de Castellovetere), Corsano (frazione Apice), Tropaldi e Melito (subentra Alfano camerario che le dà a Benedetto de Forgia), il feudo (a Trogisio subentra la moglie di Bartolomeo figlio di Rogerii), il feudo (presso Serra affidato a Turgisio e finito in possesso di Pietro de Serra), Torella e Petra (a Trogisio subentra Guarnerio Sarraceno). Torgisio de Scapico sceglie di risiedere nel Castello di Taurasie. Torgisio fa quindi di Taurasi la dimora centrale, la sede di tutto il Demanio dell’ex Comestabulia di Montaperto, sotto di lui e dopo di lui, dal 1122, con il figlio Alamo, cioè negli anni che vanno fino al 1166. Toriasium e San Felice appartennero quindi dal 110? al 1122 al signore Domino Torgisio De Scapico, che provvide invece a frazionare tutto il resto del demanio a lui affidato dal feudatario Elia di Gesualdo. A Torgisio, nel 1122, subentrò il figlio Alamo. Il Demanio subiva in questo periodo un ulteriore frazionamento. Alamo riuscì comunque a tenere per se i due feudi dove risiedeva Torgisio, cioè Taurasi e San Felice, almeno fino all’arrivo di Rogerius del diruto castello di Castellovetere di Avellino.
La prima citazione di fonte verginiana di cui si ha notizia dopo il 1123, relativamente al Castelli Taurasie, riguarda il possesso di esso da parte del signore Torgisio che sottoscrisse la donazione dell’antico Sedium che era stato di Molino, presumibilmente ricadente in territorio di L’Apice o L’Apio. In origine, prima che a Lapio, appare il sedile vescovile della Civitate dei Campi Marini del precedente vescovo-feudatario longobardo/bizantino sita in territorio di Apice. Prima dell’imposizione normanna con l’accorpamento di tutti i beni del territorio di S.Maria a Montevergine, v’è stata cioè un’altra abbazia detta Santa Maria Submonte a sovrintendere sui territori taurasini. Poi è ricominciato il rapporto diretto con l’abbazia di Cava in Mitiliano per la donazione ad essa di uomini e chiese fra Sabato e Calore. L’abbazia di Cava in Mitiliano di Civitate Salernitana è in un luogo diverso da Cava dei Tirreni, dove sono poi finite quelle pergamene quando sarà costruita la nuova sede, proprio come accadde per Montevergine. Di certo le donazioni confermano che questi territori appartennero al Principato di Salerno e non certo più al Principato Capuano di Benevento. Era il 1113 quando Torgisio offriva quello che era stato un importante seggio vescovile, ora aggregato al territorio di Castello Taurasie, al monastero di Cava in Mitiliano (AC, Arca E, n.26), col consenso del figlio, il Domini Alami, poi egli stesso signore di Castelli Taurasie, come risulta dalla pergamena del notaio Paganus (Tropeano, CDV, Vol.II, pag.340-341). E’ l’antico seggio che fu di Molino che finirà poi in mano dei monaci di Montevergine, se è lo stesso sito alla località la Spineta del 1129 (CDV, II, doc.n.180), quando nasceranno il nuovo Monastero di Montevergine e la nuova Cava. Si tratta, come meglio specificato nel 1130, della chiesa di Santa Maria que edifica est iusta flubio Caloris (CDV, II, doc.n.190) che risulta essere stata ufficialmente accorpata ai verginiani. La diruta chiesa del Molino, ex proprietà di Cava in Mitiliano, mentre Torgisio passava a miglior vita e gli succedeva (il figlio?) Alamo, dovette essere ricostruita sotto il titolo di Santa Maria del Molino, presumibilmente prima del 1123, anno in cui cambia il quadro politico e i beni di Cava resteranno nuovamente alla mercè del signore di turno.
Un’importante pergamena verginiana del maggio 1123 conferma che in Civitate Avellini c’è stata una rivoluzione e non solo in quella Civitate. D’improvviso viene cancellato il vescovato e, al posto del vescovo compare un certo Iohannes, Dei gratia pontifex Sancte Marie sedis Avellinensis, eo quod intus civitate Avellini. A questo punto le pergamene cominciano a contare gli anni non più con le indizioni cattoliche dei Papi ufficiali della chiesa di Roma (nel 1123 c’è ancora Papa Callisto II -2.2.1119 / 14.12.1124 e subito dopo Onorio II (Lamberto Scannabecchi, papa dal 21-12-1124 al 13-2-1130) o di Benevento (Pasquale II siedeva in Sacratissima sede Beati Petri Apostoli, cioè nel Sacro Palazzo di Civitate). E’ da escludere che la figura del Pontifex possa essere eguagliata a quella di un cardinale al quale - a dire di alcuni - pure si dava il titolo di Pontefice per transizione fra l’elezione di un papa e l’altro. Anche perchè, in quegli anni, Roma, il Papa uffciale lo aveva: al beneventano Pasquale II era seguito Callisto II nel 1119 e poi seguirà Onorio II diciamo a partire dal 1125. Anni in cui Giovanni pontifex continuerà ad operare dalla sede di Sancte Marie sedis Avellinensis ritrovandocelo in quella pergamena del 1125 al quarto anno di indizione, avendo cambiato solo il titolo da imperatore a pontifex. Il nostro Papa appare proprio lo stesso Giovanni Porfiro che insediatosi da 34 anni a Napoli come imperatore d’Oriente e poi era stato pontifex nella Regione Forcellense da 4 anni, quanti sono quelli contati a partire dalla ‘invasione’ della Regione Forcellense.
23. Con i nuovi sconvolgimenti politici, il vecchio podio della chiesa di Santa Maria del Molino, rimase dipendenza dell’abbazia di Cava ancora per poco. L’ex seggio vescovile, chiamato negli anni immediatamente successivi col nome di Santa Maria del Fiume, perse nel suo piccolo autonomia, terre, case, chiesa e molino, attrezzatissimo per l'epoca, in quanto con Sedium de ipso Molino e cum porzione de ipso fluvio Calore et ipasa Arcatura, ipsa Palata, ipso Tegurio, furono una ragione politica ben precisa donati a Montevergine. Nel 1130, infatti, Alamus fu domino Torgisii dominus Castelli quod dicitur Taurasia (la moglie si chiama Domine Rachelis), dona al monastero di Santa Maria di Monte Vergine anche la terra in pertinenza di castelli Taurasie e in loco ubi a La Speneta dicitur, per costruire un mulino sul fiume. Questo pezzo di terra va ad integrare la donazione del sedile vescovile di Molino già effettuata, in quanto ipsum Sedium de predicto Molino hofferre Deo in monasterio Sancte et Virginis Marie quod consctructum est in montem Virginis. Lo fa ante Giovanni Brancutum giudice e vice comite nostro Castello con il passaggio rituale del testimone, cioè teste per baculum, quem manum tenebam, ossia la scatola dei bachi per la lavorazione della seta: Quapropter quoniam congruum mihi est bona mea vuluntatem hante, il giudice, et alios idoneos homines supscriptos testes per Baculum, que manum tenebam, optuli in eodem monasterio Sancte Dei Genitrici et Virginis Marie de predicto monte Virginis in loco ubi Aqua Palumbi dicitur, in quo dominus Albertus Dei gratia vir religiosus presse videtur. Pars prefati monasterii predictum Sedium de ipso Molino e cum porzione de ipso fluvio Calore et ipasa Arcatura, ipsa Palata, ipso Tegurio (Prg n.180 in CDV, II, pag.337). Il mulino di quel seggio che era stato di Molino passò quindi ai verginiani nel 1130. Al monaco Lando, assistito dall'avvocato del monastero Giovanni Garardo, glielo aveva offerto nel 1130 lo stesso Alamo, in cambio della metà della molitura, al quale toccavano ora anche le spese per l'attrezzatura e del materiale. In caso di distruzione sarebbe toccato ad entrambi la ricostruzione. Alla morte del domino Alamum e della moglie Rachelis sarebbe passato di proprietà dell'abbazia (AMV, Prg. n.185; nel CDV, Vol.II, n.186, pag.364-366). Alamo era il Domino non solo di Castello Taurasie, ma anche del Castello di San Felice, in quel 1132, vicinissimo a Taurasie, diviso solo da pezzi di terra, come quelli del Cavaliere Gualterio de Rivera (castellano di Ostuni) o di Giovanni De Leto, che sono gli stessi sia nel documento rogato in Castelli Sancti Felicis che a Castelli Taurasie. Nel 1132, in una pergamena databile castelli Sancti Felicis, anche Sassus (genere Teuti) dichiara di avere due pezzi di terre in finibus e pertinetiis Castelli Sancti Felicis avuti da parte del suocero che ora li dona alla Gloriosa Dei Genitrice Maria del Monte Vergine. Per volontà di Sasso e del Domino nostrum Alamum e ante Pandolfum iudicem con acrte che integrano la terra della predetta chiesa di Santa Maria del Monte Vergine (Prg n.200 in CDV, II, pag.413). Con Alamo compare anche il giudice Pandolfo in una pergamena successiva che parla di terre che confinano con la via Plupica e il ballone, cioè via pubblica e vallone (CDV, Vol.II, pag.414). Gualtiero, Castellano di Ostuni qui giunto insieme al padre, diventerà un ottimo Cavaliere che si farà notare per le sue imprese. E' il figlio del notaio Dauferio che rogherà gli atti di Castello Taurasie per altri 50 anni. Nel 1178 diverrà Conte di Castello Torase e, nel 1184, lasciò tutto per farsi monaco e ritirarsi a Cava. A Gualtiero si deve anche la nascita della Chiesa di San Cataldo sita fuori - in suburbio - Castelli Taurasie, sulla quale vigeva il patronato ai cinque figli (Guglielmo, Donadeo, Umfrido, Guido: il quinto, Ruggiero, era già morto), decidendo poi di donare la stessa alla Santa Trinità di Cava dove si ritirò come monaco e poi come priore. Gualterius de Rivera è milex Taurasie come risulta dai documenti di Cava dei Tirreni datati 1184 (AC, arca L, n.8) e come lo definirà il signore Ruggiero di Castelvetere. Negli anni precedenti, invece, nel 1167, Gualtiero era Castellanus Ostuni e, nel 1178, comestabulus de castello Torase. Solo nel 1184, come attestano i figli, divenne monaco e si ritirò in Cava (Prg. n. 432, in CDV, vol.V, pag.271). Dal 1154 la Chiesa di San Barbato sull’aspro Colle de Lu Planu non appartiene più ai demani di Castello Taurasie, ma al domino Alferio di Alferi fu Leti. Almeno per una decina di anni, prima di essere donata anch’essa all’Abbazia di Cava. Nel 1154, citando il loco Lo Plano del Colle Aspru della Chiesa di Sancti Barbati di Castello Taurase, si sa che il domino è Alferii, figlio di Alferio, fu Leti (scritta sul verso della pergamena del secolo successivo: per oblationem dompni Alferii in CDV, IV, prg n.323, pag.85). Nel 1164 compare un giudice di nome Petro Torasie del Castello Torase, unitamente al giudice Magno Sumontis, ai quali si rivolge il priore Russomanno dell’abbazia verginiana perchè Filippo Carpino gli aveva versato solo sette tarì sugli undici pattuiti che i giudici stabiliscono restituire in vasi ricavati dalla cottura in fornace (CDV, Vol.V, n.437, pag.130-132). Con a giudice Pietro è l’altra pergamena del 1162 che cita il luogo a Lu Plano (CDV, V, Prg. n.415, pag.50). Dal 1162 (doc. n.415) al 1188 (AC, arca XLI, n.104), il giudice e notaio del Castello di Taurasie è sempre Pietro, per finire unitamente al giudice Magno o, sempre più spesso, solo quella di giudice, in quanto il notaio risulterà essere Dauferio fino a oltre il 1200 (CDV, V, pag.270). Nel 1146 gli altri due dei figli di Torgisio di Cripta si chiamavano Guido e Roberto: l’uno ebbe 1/2 Cripta e Serpico, l’altro San Giorgio. Nel 1146 si dividono Grotta Ruggiero di Farneta e Torgisio di Scapico (o di Farneto?, il cui figlio sarà Guido, CGJ - detto Torgisio di Cripta che avrà un figlio Roberto al quale spetterà il feudo di San Giorgio) signore di Serpico, feudo di due militi portato a quattro sotto Guido figlio di Torgisio de Scapico (CGJ) qualche anno dopo. Cioè una parte di Grotta appartiene al Castello di Altacauda e un’altra parte a quello di Serpico. Il feudo di San Giorgio, descritto nel Catalogo dei Baroni in Comitato Principato della Comestabulia di Lampi de Fasanella, è di Roberto figlio di Torgisio di Grotta (CBJ, 441). Sancto Georgio del Principato, si ricava dal Catalogo dei Baroni, in un momento successivo, quando si troverà nel distretto di Civitate di Penne, confinante con Roccam Pretori. Era tenuto, insieme a San Benedetto in Balba e a Turrim di Aczano, a Collempetri, sempre in Balba. Tutti feudi tenuti a Domino Regio dal Barone Gualtiero figlio di Jonathe de Collepetri. Del 1165 è ancora un actu castelli Taurasie, cioè un atto scritto sempre dal castello di Taurasi, che cita una donazione del milite Manasse in punto di morte al fine di essere sepolto nella chiesa verginiana. Donazione sulla quale vanta pretese l’abate Petro di Santa Maria del Casale di Venticano (Ivi, 190). Fra il 1166 e il 1167, dopo una quindicina d’anni, si cambia registro politico. E’ Ruggiero di Castello Vetere di Avellino il nuovo signore.
24. AC, arca L, n.8.
25. AC, arca L, n.29.
26. CDV, X, doc. n.997, pag.318-320.
27. CDV, V, pag.270; Perg. n.707.
28. AC, arca D, n.38; e pag.285).
29. CDV, VII, perg. n.616, pag.58; pag.68.
30. CDV, VII, pag.144.; pag.212.
31. CDV, Prg. n.1632; e pag.248)
32. A dicembre del 1181, dopo quindici anni, si ha l’occupazione del territorio da parte del nemico. A partire dalla fine del 1181 accade una cosa un po’ diversa nell’equilibrio politico. Il preposto della chiesa verginiana di Santa Maria de Flumine sul Calore viene definito Domino, cioè signore della chiesa e dei suoi beni. E la chiesa non appartiene più al territorio di Castello Taurasie, ma al nuovo palazzo in Arianello, presso Lapio, dove risiedeva il Domino, monaco e priore di Santa Maria de Flumine Calore, forse elevata al rango di abbazia feudale. Nel 1181, alla presenza dei giudici Petri di Torasie e Magni di Submontis, il domino, nonchè preposto di Montevergine, Ugone, presiedeva e reggeva la curia dei monaci di Santa Maria de Flumine. L'atto fu scritto, per la prima volta, non puù nel vecchio Castello di Taurasia, bensì ad Arianello, come recita la nota sul verso della pergamena, affidabile perchè del 1200: Actu Argianellu, specificato anche da altra mano del 1400: Aryanello questio de tenimento. Ora Santa Maria de Flumine era di Arianello dove si rogavano gli atti (ivi, pag.314). Dovremo attendere 8 anni prima di vedere rogato un atto dal nuovo Castello detto di Torase, in quel 1188, con i suoi luoghi de Li Brusci, Via Plana, con nomi del tutto nuovi nelle pergamene, come quelli del Cavaliere Gofridum e del magistro Ierusalem, del primicerio Archileo e del Domino Giovanni de Maraldo. Il notaio, però, è sempre Dauferio. Mentre ricompaiono pergamene e rescritti su terre vecchie e nuove, da quelle del milite Gualtiero di Rivera a quelle del milite Ugone, al confine con San Marciani. Nel 1188 si torna a castelli Taurasie con un atto di Dauferio che cita un orto in loco chiamato Li Brusci e uno in loco detto Via Plana, con a giudice Pietro, figlio del fu Eugeni, davanti a Gofridum militem et magistrum Ierusalem, Archileum primicerium e domino Giovanni de Maraldo e Dauferio notario e altri uomini. I confini dell'orto di Via Plana sono presso l’ortus a capite Via Vicinalis, a latere Via Puplica, a pede finis rei che fu di Gualterii de Rivera, dall'altro lato fino al rei di Matteo Ermi, congiungendosi i confini. I confini dell'orto a Li Brusci sono a latere presso rei Ugonis Militis, a pede finisce con Sancti Marciani, a latere con rei che fu di Anselmi primicelii, dove si congiungono i confini (CDV, vol. IX, pag.13-16).
33. Nel 1192 le cose cambiano ancora. Compare il Domino Torgisio di Castelli Vetere e il Cavaliere Ugone divenuto nel mentre anch’egli un Domino. C’è poi sempre un Domino-monaco, stavolta si chiama Domino Giovanni della chiesa di Santa Maria del Fiume Calore che ritroviamo però dipendente da Montevergine. Ora il giudice Giovanni de Magistro Angelo è diventato stratigota di Taurasie. Compare per la prima volta anche una nuova figura, quello dello stratigota, che sarà presente a Taurasie fino al 1198. L'atto tratta anche di luoghi non più di Taurasie, ma di Montefuscoli e Candida. Lo stratigoto è il primo cittadino, una sorta di sindaco di oggi, diremmo il primo, il capo di una Civitate di tipo demaniale, di proprietà cioè del re. Un nobile cioè viene posto alla guida di un castello demaniale che, per la sua presenza, diventa nobile anch’esso. L'unico caso conosciuto storicamente di città guidate da uno stratigoto è di Messina, nel 1450, da Don Pietro Celestri. Nel memoratorium a seguire (forse del 1192) si ritrovano domino Giovanni monaco e preposto sacro cenobio di Santa Maria montis Virginis, domino Giovanni monaco e priore Santa Maria Flumini, davanti al domino Torgisio castelli Veteris e domino Ugone milite, Giovanni de magistro Angelo giudice e stratigotum detto Taurasie e Giovanni Galfridum e altri uomini per il trattato di bona convenienza con Galgano figlio di Galgani riguardo casalina e la frontale domus sita in castello Montisfusculi in cambio di terra in pertinenze di Candida, iusta flumen Sabbati (ivi, pag.280). Dal 1196, oltre allo stratigota, nel Castello Taurasie, fornito di tutto, dalla piazza alla stalla, al Pozzo di Gayferi, compare nel castello una nuova figura, quella del comorantes, cioè del forestiero residente. Al Domino Giovanni della chiesa di Santa Maria del Fiume Calore è subentrato Petri. Nel 1196 il notaio Dauferio redige l’actu Taurasie che parla di una casalina ubi a La Stalla dicitur, un loco del castello Taurasie, anzi, la casalina è intus castello nostro Taurasie il loco ubi a la Stalla dicitur che la contessa di Avellino concesse al fedele uomo di nome Taurasino, davanti al giudice Angelo e allo stratigotum. Stalla che confina con platea puplica, platea Vivinalis, fine strectule e fine rei Angeli de Sancto Angelo dove si congiungono i confini (CDV, X, pag.318-320). Nel 1196 si parla di Giovanni de Dominico fu Dominici comorans del Castello Taurase che dona al monastero verginiano una di vigne site nel loco ubi Puteus Gayferi dicitur nel castello Taurase, nelle mani del domino, monaco e priore Petri della dipendenza di Santa Maria del fiume. Lo fa in presenza di Giovanni de magistro Angelo giudice e stratigotum di Taurase (già dal 1192 in CDV, IX, doc. n.884, pag.279-82 e nel 1195 in CDV, X, doc. n.962, pag.204-07, e nel 1196 in CDV, X, doc.n.997, pag.318-20) e altri uomini. I confini vanno dalla via Puplica, al rei di Alami, al rei di Tollemei alla rem di Alferi Galetrude ivi congiungendosi. Si tratta di vigne, con viis et anditis suis e cum omnibus suis di pertinenza del tibi preditto domino e monaco Petri (CDV, XI, doc. n.1002, pag.8-11). Lo stratigota Giovanni sarà presente a Taurasie fino al 1198 (doc.1049). Il domino e priore Petri era successo al predecessore Giovanni del 1192. A Petri succederà invece Bernardo nel 1200, in quanto nella congregazione verginiana rimanevano in carico solo un triennio (Ivi, pag.11). Si riparla poi del mulino sul Calore offerto da Alamo nel 1129 ancora per molto. Nel 1197, presente il giudice di Taurasie Giovanni Barusso (o Barusci), in Actu Taurasie, scompare il castello, si parla della rinunzia del sacerdote Urso e del fratello Giovanni fu Roini, comorantes in predicto Castello Taurasie, ai diritti su un orto a Prata di Taurasia in favore di Santa Maria del Fiume. Orto donato da Giovanni Galfridus che dedit e tradidit, presso l'orto di Guglelmo de Forgia. Il tutto sempre nelle mani del monaco e Domino Petri (de Benencasa, si legge dalla firma), come recita l'atto del notaio Dauferio (CDV, XI, doc.n.1032, pag.116).
34. Codice Diplomatico Verginiano, d’ora in avanti CDV, doc. n.1083, pagg.295-296
35. CDV, XI, doc. n.1085, pagg.301-302.
36. CDV, V, doc. n.487, pag.305.
37. CDV, XI, doc. n.1088, pagg.310-312.
38. CDV, V, doc. n.476, pagg.268-70.
39. CDV, XII, doc. n. 1122, pagg.70-72.
40. CDV, XII, doc. n.1125, pag.80
41. CVD, XII, doc n.1132, pag.102-104
42. CDV, XII, doc. n.1259, pagg.199-200.
43. CDV, doc. n.1248, pagg.163-164.
44. CDV, XIII, pag.68.
45. Palmerino Savoia, I paesi della baronia, cit.
46. ASAV, riproduzione in copia fotostatica del Catasto Onciario di Rotondi.
45. Pergamene di Montevergine.
46. Ivi.
47. Cronaca Franciscanorum, anno 1222.
48. Pergamene di Montevergine.
49. Cronaca di Riccardo di San Germano.
50. Ivi.
51. Cronaca Franciscanorum, anno 1222.