29. VENTICANO DI CIVITATE BENEVENTANA: la Condoma, S.Martino e S.Maria

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Copertina posteriore

Il territorio venticanese nel periodo romano. La famiglia Cethegi della Gens Corneliana di Eclano

I monti campani dell’Appennino Napoletano, secondo il testamento di Heracli Siracusano, sotto il nome di provincia di “HS”, erano appartenuti ai Sicani Siciliani stanziatisi nel Golfo, allorquando combatterono Cuma. Durante le guerre puniche anch’essi vennero conquistati dai Romani e divisi in due sottoprovince: Picentina dell’ex Picentia e Veleiate dell’ex Veleia.
Infatti, durante la II guerra punica, diversamente da Paestum e Salerno (Oppido Taurento), Picentia si schierò a favore dei Poeni di Annibale Barca detto Il Cartaginese. Quando questi fu sconfitto Picentia fu distrutta ed i suoi abitanti sottomessi.
La provincia che anticamente era stata dei Sicyliani poi detta Picentina fu quindi occupata dai veterani Romani che se la divisero sulla carta in fondi da far coltivare agli schiavi riuniti intorno a delle ville rusitiche. Ogni veterano ebbe un fundum. Su ogni fondo, prima dell’eventuale accorpamento, nacque una villa.
L’Appennino del Beneventano appartenne quindi all’Ager Veleiate, l’Appennino dell’Avellinese si ritrovò in Ager Picentino.
Non c’entrano quindi con la storia dell’attuale Irpina le Colonie di Liguri deportati altrove da Bebio e Cornelio, cioè nei tre agri in cui fu diviso il Sannio Antico (Campi Flegrei o Taurasini, Campi di Laboro e Alifano).
Si affaccia invece un’altra verità, seguita all’annessione della Sicilia come provincia dell’Impero: quella di coloni siciliani fatti sbarcare dai Romani nell’ex Lucania di Paestum, facendo nascere i due agri della nuova patria di Sicilia, futuro Cilento, che si estesero oltre i Monti Picentini coinvolgendo molti paesi dell’avellinese. Su questi territori incolti sarebbero poi nate nei primi secoli le ville rustiche dei veterani e poi le prime celle delle abbazie dell’Alto Medioevo, cioè delle aree agricole circoscritte di proprietà dell’ordine religioso che vi erige un’omonima chiesa che lo rappresenta.

Le Colonie di Liguri deportati dai Romani furono così divise: gli Apuani nei Campi Flegrei, i Bebiani nel Tammarense e i Corneliani nell’Alifano.
La regione consacrata al Taurus sabino, a cui Tito Livio fa riferimento quando annota la deportazione di Liguri Apuani nei Campi Taurasini, da quanto appare dai rari riscontri, è infatti la zona dei Campi Flegrei, di quei Campi chiamati Taurasini dai popoli Italici, poi occupati dai Sanniti e per questo integrati nel Sannio Antico, insieme a Capua e Cuma.
Quando il Sannio Antico fu conquistato dai Romani venne diviso in più agri, da Cuma a Capua, in ognuno dei quali fu deportata una diversa colonia di Liguri o Liburi, da cui la futura corruzione di Liburia prima e Terra di Laboro dopo. La Liburia sembra essere il futuro Castaldato di Patria, proprietà del Principe Atenolfo: un immenso bosco (dove si ritrovano i fondi che vanno dal confine con le terre dei Napoletani di Lago Patria e Cuma, includendo Polvica, Macerata e così via), dopo il 950 lasciato in eredità al monastero di San Vincenzo Volturno di Loco Samnia per centinaia di anni. Nel 964 le terre del Principe Atenolfo sono al confine con il Lago Patria, “nella Liburia dei Napoletani”, con Paterno, Polvica, Macerata Campania e San Sossio di Pantano (Bacoli o Fratta?) eredità di San Vincenzo Volturno. In quell’anno i principi di Capua offrono a San Vincenzo terreni che possono in comune con gli eredi di Atenolfo, in finibus Patriae, cioè con i Napoletani della Liburia. I luoghi nominati nella pergamena vanno da Teborola e Paterno (Teverola e Paterno) in loco Polbeca e Sparani (Polvica e Sparanise) a Tauro in loco Macerato (Macerata Campania)- (Doc.n.140, Vol.II, pag.216).

Nel 1059 la Liburia resta di proprietà del monastero di San Vincenzo al Volturno ed è identificabile col fondo della chiesa di San Sossio a Loco Pantano del Gualdo in Bacoli
Nel 1059, Papa Nicola II su richiesta dell’abate Giovanni V conferma al monastero di San Vincenzo i monasteri e le chiese di San Pietro Apostoli sul fiume Sabbati (Arpaise?) Sant’Adeodati intra Beneventum, chiesa di Santo Stefano, cella di Santa Maria in Loco Sano, cella San Giorgio in Civitate Salernitana, cella San Giovanni de Lucere, cella San Giovanni de Lisine, cella Santa Maria de Planisi, cella Santa Maria in Castanieto, cella San Pietro de Vipera con Casale Leoni, cella del Castello di San Vincenzo de Tocco, cella Santi Appollinaris in Boiano, Cella Sanctae Luciae, cella San Salvatore in Alife, Cella San Vincenzo in Neapolim, cella Sancti Sossi in Liburia in Loco Pantano del gualdo, cella San Vincenzo de Cuma, cella San Vincenzo de Capua, cella San Petro in Oliveto, cella Omium Sanctorum, Sancti Iuliani in Calvo e San Vitaliani, in Calinole Santa Maria, San Cosma e Damiano, Sant’Ylari, cella Santa Croce, Cella San Martino in Marsico, cella Santa Maria de Fauciano, Cella San Vincenzo in Suessa, Santa Maria in Foro presso Santa Maria in Civitate Tiano, cella San Petro e San Vito in Bairano del bosco, cella San Vincenzi in Telese, cella Sant’Agata e San Petri in Torcino, cella Santa Maria in Oliveto e Santa Cristina, cella Sant’Eleuterio in Fundiliano, cella Santa Colomba in Sora, cella San Donato in Comino, cella San Mauri in Anglone, cella San Petri de Tontole, Cella San Vincenzi de Tremoiola (Chronicon Vulturnense del Monaco Giovanni a cura di Vincenzo Federici, Vol.I,II,III, Roma, Tip. del Senato, 1925).

L’insediamento romano ritrovato nel territorio di Cassano potrebbe rientrare nel confine del cippo terminale graccano, una sorta di termine scoperto nel 1986 in territorio di Lioni. Su di esso si legge il nome di Caio Gracco che fa pensare ad un coinvolgimento del territorio nella riforma agraria promossa dai Gracchi, come limite dei fondi privati ai terreni demaniali.
La riforma agraria dei Gracchi, avvenuta poco prima della nascita di Cristo, destinava l’agro pubblico alla ripartizione fra i privati. Ma non del tutto. Alcuni fondi infatti dovevano restare in quota a cittadini romani meno abbienti. I fondi, suddivisi in lotti quadrati secondo un reticolo regolare di stradine intersecantisi ad angolo retto (decumani e cardines), erano delimitati con regolarità da cippi terminali, come quello rinvenuto in contrada Civita di Lioni, in cui viene citato Caio Gracco, della famiglia Sempronia, componente della commissione agraria romana fra il 131 e il 121 a.C..
Già l’altro cippo ritrovato fra Lioni e Caposele, in un certo senso, indica delle ville rustiche e i nomi dei fondi dei Romani del I Secolo con nuovi toponimi coloniali in quanto in origine fa parte del grande fondo di Galliciano: Giuniano, Lolliano, Percenniano e Statulliano.
Si tratta di poche famiglie coloniche al servizio di un veterano proprietario del fondo. Ogni proprietario possedeva una villa o presidio, ogni villa rustica rappresenta un antico paese.
Non è fuori luogo puntualizzare che i Romani, come prima avevano fatto i Lucani, qui giunti risalendo il Sarno e spingendosi alla occupazione degli altri fondi sul Calore fino a raggiungere i veterani che avevano risalito il Sele. Lì, nel punto più estremo, cioè in Lioni-Caposele, decisero di erigere un tempio sacro al Dio Silvano e, ad esso, dedicare i quattro fondi terrieri dell’intera zona assegnati a quattro cittadini romani: “Iunianum et / Lollianum et Percennianum et / [S]tatuleianum” (La trascizione della scritta del cippo-stele di Caposele è in Mommsen, CIL 0, 00444 = Inscrit-03-1, 007).

Sui frammenti di lapidi rinvenuti a Cassano si citano i Corneli della gens Cornelia, non la Colonia Ligure di P.Cornelio. Ma la scoperta più strabiliante è stata la comparazione fra la lapide di Cassano che cita i fratelli Avilli con l’antico fondo del I Secolo chiamato Cassianum descritto proprio sulla tavola di Circello dov’è scolpito sia il toponimo “Cassianum” che “fratelli Avilli”.
L’edicola ritrovata a Cassano raffigura due personaggi con il classico rotolo in mano a testimoniare l’esercizio su quel luogo della magistratura municipale. Nel caso, come già accennato, si citano M.Avillio / Massimo Cesiano e la madre Cesia, liberta di Gavio, che dedicano la lapide ai fratelli Publio e Oristo.
Ciò significa che a quel tempo il fondo di Cassano aveva a che fare con un Avillio, la liberta Caesia e il figlio Caesano.

M.AVILLIUS
MAXIMUS CAESIANUS P.
AC ORISTO FRATRIBUS
CAESIA G. L. MATER

La lapide fu dedicata da Marcello Avillio (e non Marco), a Massimo Caesianus Publius e al fratello Oristo, e dalla madre Caesia liberta di Gavii.

Lucius Granius Priscus per Victorem servum suum
professus est praedia rustica deducto vectigali !
CXLIIXmilium CDXX accipere debet HS XImilia
DCCCCXII nummum et obligare
fundum Iunianum pro parte dimidia et IIItertia qui est
in Veleiate pago Floreio adfinibus Petronio Epimele et
Avilis fratribus et populo et fundum Latinianum qui est in
Veleiate pago Iunonio adfinibus Dellio Senino Publicio
Sene et populo quos duabus summis professus est HS
XXIIImilibus CCCC nummum in HS IImilia
item fundum Metilianum in Veleiate pro parte dimidia et
IIItertia pago Floreio adfini fundo Iuniano et fundos
Summetis Valeriani! in Veleiate pago Statiello pro parte …..
……et fundum Cassianum pago supra scripto adfinibus Avillis fratribus
et silvas Suffitanas …T.MOMMSEN, CIL 11, Paragrafo 19:

Per cui gli Avilli abitarono una villa in Cassianum, allora fondo ricadente in una delle due province di Picentia e Veleia(te), insieme ai tanti altri scolpiti sulla tavola, già letti e riportati nel Cil del Mommsen che pochi fino ad oggi hanno comparato (A.Bascetta, Cassano Irpino, 2001).

2. I fondi romani scolpiti sulla Tavola Alimentaria del I Secolo rinvenuta a Circello giungono fino a Picentia
La Tabula Alimentaria scoperta a Macchia di Circello (Bn) è una tavola di bronzo databile 101 d.C. rinvenuta durante gli scavi del 1831 nelle terre del cavalier Giosuè De Agostini. Spesso tre centimetri, largo due metri e lungo un metro e venticinque, il tabellone elenca i nomi dei proprietari e dei fondi per coltivare i quali, per volontà dell’imperatore Traiano, erano state concesse somme di denaro in prestito all’interesse del 2,5% che sarebbe andato a favore dei fanciulli poveri per assicure loro gli alimenti. Tali fondi ricadenti in territorio di HS, nei due agri di Picentia e Veleia. “HS” appaiono essere le lettere del testamento di Heraclii Syracusani, dove si accenna ai Renuntiati e Metello, al foro della civitas Syracusana, distrutto dai Romani che fecero divenire anche la Sicilia una Provincia, deportandone lontano gli abitanti, come consuetudine, in un agro chiamato a sua volta Sicilia, sicuramente in territorio dell’attuale Regione Campania.

I Syracusani avrebbero abitato anche la Segestana e Centuripina civitas, fino a cadere nelle mani dei Romani quando l’Insula divenne provincia di Sicilia, come avrebbe testimoniato P.Gravium che aveva eretto il municipio Consanum. L’attuale Sicilia fu quindi una Provincia dell’impero; quella fondata (o rifondata) dalle Colonie strappate alla loro terra d’origine, l’ex piccola regione Sicilia dei popoli italici continuò a vivere nell’Alto Medioevo, ritrovandosi nel Ducato Apulia. A Circello è attestata una tipologia a celle risalente al I e il II secolo a.C., proprio presso il tempio, che si ripete nei territori dell’Alta Irpinia e comprende l’intera regione dei Monti Picentini fino ad Ascoli Satriano a monte, e nel Vallo di Diano e nel Cilento verso Sud.

3. La famiglia dei Cethegi della Gens Cornelia abitava presso l’attuale Venticano il cui territorio non rientrò nè nella regione colonica di Liguria nè in quella di Liburia ma in una municipalità
I due romani che deportarono i Liguri si chiamavano Bebio e Cornelio. Bebio avrebbe deportato i Liguri dall’area flegrea fino a Circello, Cornelio nell’Alifano.
Secondo alcuni uno di questi agri si estendeva fino al territorio di Circello (Bn), che fu quindi compreso nell’ex Sannio Antico. Qui si sarebbero stanziati i Liguri deportati nel 180 a.C. da M. Baebius Tamphilus, perciò chamati Liguri Baebiani.
In un altro agro furono deportati da P.Cornelius Cethegus, i Liguri poi detti Liguri Corneliani.

I Ligures Bebiani si sarebbero quindi ritrovati fino nella valle del Tammaro, affluente del Calore, a nord del territorio di Benevento.Nella valle fra il Tammarecchia e il Tammaro, presso Circello, furono rinvenuti i resti di un oppido e varie iscrizioni che testimonierebbero la presenza di Liguri Bebiani in quelle località dove, in verità, altre lapidi riferiscono della tribù Velina presso San Bartolomeo in Galdo. Nel territorio di Macchia di Circello (divisa in Macchia Saracena, Forcellata e Casaldianni, presso Campanaro, Fontana La Spina, il torrente Chiusolano e la valle del Tammarecchia) sarebbe proprio nato il centro di una tribù dei Liguri Bebiani deportati nel 181 a.C. da Bebio. Ai Liguri si sarebbero aggiunti i veterani delle varie guerre per l’assegnazione dei territori ancora liberi. Alcuni concordano che la cittadella romana che sorse a Circello fu distrutta dai Saraceni tra VIII e il IX Secolo d.C. per cui gli abitanti presero a scappare in massa. Si ha poi un nuovo ripopolamento sul promontorio roccioso protetto tra le valli del Torti e Tammarecchia che diede origine al centro di Circello. Ben poco si conosce dei Liguri Corneliani. Essi paiono essersi stanziati, leggendo una lapide scoperta presso Alife, nel territorio alifano (Regione Campania, Progetto Ricerca “Sperimentazione di didattica integrata nei sistemi telematici e multimediali”).

Dalle iscrizioni rinvenute ad Eclano di Mirabella si può affermare che in questo municipio romano si insediò una famiglia della gens Cornelia, una delle più potenti e numerose delle genti patrizie di Roma.
Essa era suddivisa in molte famiglie fra cui i Lentuli, i Cethegi, i Maluginenses e, più illustre fra tutte, gli Scipioni.
Il limite trovato a Venticano fa riferimento ai Corneliani Cethegi. Ciò significa che la lapide conferma una presenza nella zona – in direzione di Eclanum o di (V)eretum (V)aris (verso Benevento) – della famiglia dei Cethegi. Ciò fa quindi includere il territorio in una zona municipale e lo esclude dall’area in cui furono deportati gli schiavi Liguri e Liburi che fecero nascere quei funda assegnati direttamente ai militari veterani, quale ricompensa per il loro impegno di soldati.
Quindi i Cethegi Corneliani, pur essendo una delle famiglie che deportarono i Liguri nell’entroterra, non poterono trasferirli presso l’attuale territorio venticanese essendo esso inserito fra le zone che già abitavano.
Genti Corneliane e non Liguri Corneliani si insediarono nei territori di Eclano e della media Valle del Calore (Felice Pescatore, paternopolionline.it., felice@wappi.com).

Fra Avellino e Conza figurano stanziate la tribù Galeria e la Gens Corneliana, e non Colonie di Liguri Corneliani
I coloni trasferiti fra l’Avellinese e il Conzano appartennero alla tribù Galeria, gli stessi che abitarono l’omonima regione del Lazio a Nord di Roma, attraversata dal torrente che ne porta il nome.
Gli Irpini presero per l’ultima volta le armi contro Roma nel corso della guerra sociale (nell’anno 90 a.C.), ma con la conquista di Eclano ad opera di Silla nell’89 a.C., accettarono di sottomettersi ai Romani. Su proposta di Plauzio Silvano Marco e Gaio Papirio Carbone fu adottata con plebiscito la Lex Plautia Papiria che, estendendo i benefici previsti dalla Lex Julia dell’anno precedente, concedeva a quei gruppi di Italici che avessero rinunciato alla ribellione la possibilità di ottenere la cittadinanza romana.

I Liguri da Pozzuoli a Circello, gli Irpini a Benevento, i Picentini in Irpinia
Il popolo dei Liguri ancora esisteva con tal nome nell’area di Circello al tempi di Plinio, indipendentemente dalle vicende degli Irpini. Strafforello, rifacendosi a Plinio, indica gli Irpini quali abitatori delle città di Beneventum, Aeclanum, Abellinum, Compsa, Aquilonia, Romulea, Trivium, Equus Tuticus, Murgantia, tenendo comunque fuori le cittadelle dell’Alto Calore e dell’Alto Sele che, a sostegno della nostra tesi, appartennero ad altro territorio, cioè all’agro di Picentia (Pontecagnano), è quello stesso territorio già occupato dai coloni di Gracco, poi dai Coloni (Siciliani) dell’agro di Picentia.
Quando i coloni furono spinti verso il Tammaro per altre questioni storiche, si sarebbero quindi ritrovati anche in territorio di Circello, sovrapponendosi a quegli originari fondi Bebiani, ritrovandosi tutti scolpiti sul bronzo, da Picentia a Velia.
La tavola alimentaria lì rinvenuta cita infatti fondi, vici e pagi ricadenti nei due agri di Velia e Picentia nei quali, almeno per ora, abbiamo individuato per certo i fondi che si riferiscono agli originari toponimi di Cassano, Lioni, Caposele, Laviano e Satriano.

1. Villa Magna Trita in Amiterno e Balba del Bosco della Liburia presso Lago Patria citata a partire dal 745 d.C.
Intorno al 745 Savino e Amiterno in Valle Amiternese erano vicinissime anche all’ex Villa Trita in Balba (o Barba o Balvense) presso la Valle di Amiterno dove sarebbe sorta S.Pelligrino in Septefonte.

Fra il 745 e il 752 i “servi ex Villa Trita” erano divenuti coloni nei territorni e nelle case di Amiterno et Savino in possesso di San Vincenzo Volturno (CV, Doc.9, Vol.III, pag.130).
Parliamo di Villa Trita, sita in finibus Balvense, donata da Re Desiderio, fra il 756-74, a San Vincenzo Volturno (CV, doc.14, Vol.III, pag.132).
Nel 774-814 Carlo Magno racconta che in seguito ad una visione aveva costruito la chiesa di S.Pellegrino (poi offerta al monastero di S.Vincenzo) loco Septifonte, “Amiternense Valvense partes” intesa erroneamente in Pescara (CV, Vol.I, pag.186) e non in agro aversano.

In tale territorio fu l’originaria Villa Trita dei Franchi, uno dei principali luoghi del Bosco, il Vualdo della Liburia di Lago Patria e Acerra, che confinano con il territorio dell’Urbe Benafrana di Arcora a cui appartiene Pomigliano d’Arcora e S.Agata assoggettato dal Principe Sicardo e chiamato Provincia Beneventana, sita nella circoscrizione di Lago Patria, da non confondersi con quella di Urbe Beneventana.
Nel 779 a Trita nacque la Corte di Trita appartenente al guastaldato, con sede nel Castello San Lorenzo (Aversa), presso la sede della Chiesa di S.Cipriano della Balba del Bosco Lebore, o Loboro, o Robore, che è sempre quello della Liburia, lo stesso bosco della Villa Magna (la Magna Villa di Trita) sita nel luogo di Serra appartenuta al Duca Spoletino.

In Trita, guastaldato Balvense, vi fu l’invasione degli uomini di Carapelle in Bosco Robore e in Castello San Lorenzo della chiesa di San Cipriano il gualdo Robore. Qui è Villa Magna ad Serra, dove, nel 779, sovrintende il giudice Dagari che, per ordine di Ildebrando Duca del Ducato Spoletino, fece restituire tutte le terre a San Vincenzo Volturno. (ivi, pag.194).
Vero o falso dell’epoca, anche Carlo re dei Franchi nel 787 conferma la donazione di Villa Trita fatta da Re Desiderio a San Vincenzo (CD, doc.25, Vol.III, pag.136).
Anche Suppone, duca di Spoleto, nell’822-24, assistito dai castaldi Benedetto, Ilpiano e Ausfredo e da scabini conferma l’obbligo del servizio dovuto a San Vincenzo dai coloni di Villa Trita (CV, Doc.33-34, Vol.III, pag.139).

2.La Curte Tritana, S.Cypriani sopra il Castello di S.Lorenzo e Colle Bonioli del Gualdo Robore (Labore), con la S.Agata e Sabinianum fra 779 e 782
Il Monte Bonioni descritto nelle pergamene sofiane non è lo stesso di quello descritto nelle pergamene del Beato Vincenzo Martire appena l’anno prima.
Quest’ultimo è precedente e non fu proprio un Monte e non si chiamò Bonioni, bensì Colle Bonioli della Silva in Colle Bonioli appartenente al Gualdo de Robore et in Castello super Sanctum Laurencium, dov’è la chiesa di S.Cypriani, oltre plaia (quartiere, distretto) S.Pancratis e montem Super Villa Magna (CV, Doc.24, Vol.I, pag.196).
Sono le terre del Bosco sulla Via della Corte di Carapelle, il Gualdo qui dicitur Robore, restituite al Monastero di S.Vincenzo nel 779 (Doc.23, CV, Vol.I, pag.194), quando le avevano invaso gli uomini di Carapelle, così come deciso dal giudice Dagari su comando del Domni Duca Spoletino Ildeprandi, glorioso e summi ducis ducatus spoletini.
Gli uomini di Carapelle si erano spinti anche presso terre del Castellum super Sanctum Laurencium, dov’è la chiesa (poi detta in atrio) di S.Cypriani (tutte terre che erano della chiesa di San Pietro in Trita?) di pertinenza del monastero di S.Vincenzo.
In quel 779 il Castaldo Anscauso e il vescovo Sinualdo rispondono dell’invasione dei coltivatori della Corte di Carapelle in Silva di Colle Bonioli e plagia S.Pancrati il cui magisterio e pensione, cioè l’amministrazione dei villani spediti a coltivare la Corte Trita eVilla Magna Trita, era stata affidata dal Duca Ildeprandi ai Gualdatori Lupari, Paldulus e Ambrosiolus, che sono i Vuardatori a cui subentrarono Rodulu, Albu ed Erispus i quali dicevano di non aver usurpato nulla in quanto la terra circondava l’intero bosco come ai tempi del Gualdo e del Preposito Gaidualdo.
L’invasione, di cui ne rispondevano Anscausus o Anscauso castaldeus e Sinualdus o Sinualdo episcopo, era avvenuta ad opera di Tribunus, Citulus, Paulus, Alpari e in A(c)quarico con Teudemari e Sinderadus per la silva invasa in Colle Bonioli e in plagia S.Pancrati.
L’amministrazione, cioè Magisterio e Pensione dei villani della Corte che il Duca Domino Ildeprandi aveva affidato a Lupari e Paldulus, Ambrosiolus, così come pure super Villa Magna: Vualdatores ante nos Rodulu et Albu et Erispus, qui ab antiquis giratores fuerunt, dicevano che l’episcopio girava su questi luoghi che sempre de Vualdo fuerunt, come ai tempi del preposito Gaidualdo, quindi prima del 779.
Nel 782 Villa Trita viene descritta come “in ipsa curte Tritana” altrimenti detta “in Tritas” presso colle Bonioli.
Le ultime ricerche effettuate dagli studiosi locali di Aversa confermano la presenza nel proprio territorio dell’antico Casale di Sabiniano, più vicino ad Aversa che non ad Atella. Nel 919 si sarebbe già modificato in Savignano, mentre restava integro S.Agathe nel 1002 (G.Parente, Vol.I, pag.210-12). Vale la pena di ricordare che il cenobio benedettino di S.Lorenzo di Aversa era solcato da un fiume, probabilmente il Clanio proveniente da Avella, in quanto ivi furono rinvenute delle grosse barche durante gli scavi (Aldo Cecere, Aversa… consuetudini aversane, n.1, pp.7-20, 1987).

854: l’ultimo documento di Curte Trita in Plaito del Castaldo Fransid
Nell’854 si parla invece di Villa Ofene presso cella Trite dell’ex monasterio Sancti Vincenzi i cui uomini pretendono di essere liberi e non servi del nuovo San Vincentio in quanto sono già sotto il Castaldo Fransido (o Framsidu) giunto in Tritas curte in plaito (CV, Doc.37, Vol.III, pag.142).
Sono i tempi in cui i duchi di Benevento insistono con le donazioni alla chiesa di Santa Maria di Isernia.
3.L’originaria Corte di Vetticano presso Piano Pantano di S.Sossio di Bacoli, Villa Avellino di Pozzuoli e la donazione di Leo a S.Benedetto di Castrocasino
Una pergamena interessante è sicuramente quella della charta offersionis che riguarda un lascito più conosciuto con il nome di Donazione di Leo. Essa è databile 764-770 e riguarda l’Abbazia del Beato San Benedetto a cui Leone, figlio di Unoaldo, si concede unitamente al suo patrimonio dentro e fuori Civitate Beneventana, tranne il Casale Pantanum dato alla zia, sorella di Unoaldo, insieme agli schiavi della corte de Abellino altrimenti detta Corte de Trasmonte, e alla sua chiesa già donata al signore Domnus Arichis. I servi, dal canto loro, pur essendo stati già resi liberi, sono obbligati a prestare servizio nei confronti del monastero, non potendosi alienare i loro possessi.
E’ un documento finito e tramandato nel Registrum Petri Diaconi di Montecassino redatto al tempo di Arichis II.

…Dominum se sequentibus suaque omnia relinquentibus pollicitus esse centuplum redditurum, insuper et vitam eternam daturum divina testantur eloquia. Ideoque ego Leo filius quondam Unoaldi, huius mandati non surdus auditor, evangelicum illum negotiatorem imitari cupiens, qui inventam pretiossissimam margaritam vendidit omnibus, emit eam, ut Christus lucri faciam, non tantum meam, sed memetipsum illi tradere magno cum desiderio studui. Quamobrem amodo et deinceps offero tam me quam et omnia que iuris mei esse noscuntur ob remedium anime mee parentumque meorum abolenda facinora in cenobio egregii Christique confessoris Benedicti, ubi vir reverentissimus Thomichis abba regimen tenere videtur, ut prephatus sum, omnes res meas tam mobilia quamque immobilia, domos, tam in civitate Benebentana, et ecclesia, quam et foris per singula loca: domo cultas, vineas, olivetas, pascuas, prata, silvas, omnia et in omnibus, quicquid habere visus sum, in dicto sancto cenobio trado possidendum, excepto casam et curtem et ecclesiam infra civitate Beneventana quam domni dedi Arechis. (/)
Servos vero et ancillas omnes liberos constituo, qui per cartulas manus mee scriptas liberi esse videntur, in tali vero ratione, ut nec puerum nec puellam ad manum alicui tribuant ad serviendum; operas vero per menses quattuor dent per singulos, ubi visum fuerit, vel in loco, quo manserint; res vero suas vel substantias nulli liceat donare vel vendere seu alienare nisi ad conlibertos suos, et su paruerit datum, a supradictis monachis requiratur. De fundora vero mortuorum, si sine herede mortui fuerint, in providentia monasterii dicti redeant vel sint. (/)
Sed hoc statuo: unum casalem meum situm erga Beneventum, qui dicitur Pantanum, volo ut habant amita mea in usum proprium diebus vite sue cum servis meis, qui sunt ad ipsam curtem pertinntes, idest de Abellino seu de Transmonte; post discessum vero eius sit in cenobio Sancti Benedicti sicut cetere falcultates mee. Ita ut nulli umquam homini cuiuslibet dignitatis vel potestatis aut consanguinitatis mee sit licentiam de omnibus supradictis aut immutare aut alienare in aliquo, nec michi liceat aliquando quod semel volo iterum nolle, nec de his omnibus supradictis aut immutare aut alienare in aliquo, nec michi liceat aliquando quod semel volo iterum nolle, nec de his omnibus quod semel optulit Deo et beato Benedicto, subtrahere de hoc loco sanctissimo. Quod si quis aliquando contra hanc nostram offertionem contraire temptaverit, in die tremenda iudicii Dei sit anathema maranatha, et cum Iuda traditore Christi habeat consortium. hanc vero offertionem propria manu scribens, me me et omnia mea proprietatem tradens supra sanctissimum corpus eius coram Deo et presentibus testibus optuli semper habendum. [Actum….].
Ego Tomichis indignus abbas presens fui et permisi et testis sum.
Ego Thomas indignus presbiter presens sum.
Ego Iohannes indignus presbiter presens sum.
Ego Martinus indignus diaconus testis sum.
Ego Angelarius monachus testis sum.
Ego Benedictus manu mea subscripsi
Ego Albulo manu mea subscripsi

Curtium autem nomina sunt: (/)
Curte Ersemari (o Erfemari): Boni, Adelgisi fili duo, Maio, Bonolo, Iohanne, Urso, isti toti cum uxoris et filiis; Rocci cum quattuor filiis suis, idest Leo, Stephano, Sellittolo, Ciminolo; isti cum uxoribus et filiis suis; Adelgari cum uno filio suo et cum duobus generis suis. (/)
Curte Gaideper(t) presbiteri: Adelperto cum quattour filiis cum uxoribus; Bonecauso cum quattour filiis suis; Grimoaldo cum quattuor filiis suis, cum uxoribus et filiis suis; Ciminolo cum uxore et filiis suis; Fuscari cum uxore et filiis. (/)
Curte Grisi: Landolfo cum Arniperto filio suo et cum duo filiastri; Bonito cum quattuor filiis suis et cum uno alio filio, et Stefano. (/)
Curte Cerbuli (o Corbuli) presbiteri: Leoaldo cun quattuor filiis suis et cum uxoribus et filiis suis; Agenolfo nepote suo et cum filiis suis; Desideri cum tres filiis suis; Bassaci cum tres filiis suis et unum gener. (/)
Curte Lupi: Sadiperto cum uno filio suo et generum eius; Sico cum uno filio cum uxore; Stefano cum duobus filiis suis; Fermoso cum .iii. filiis suis (/).
Curte Lupi Pictari: Mauro cum quttuor filiis suis; Iohanne cum tres filiis suis. (/)
Curte Dulciperti: Bonerosi (o Bonerisius) cum uno uno filio suo cum uxore sua et filiis suis, et tres filii Raienolfi cum uxoribus et filiis suis.

4. Il Duca Gisulfo II eredita il Patrimonio del Duca Godescalco e lo affida ad Alahis che avrà beni a Mazano di Urbe Benafro, Civitate Salernitana chiamata Villa Forana e res in Capua, Patenaria e Monte Calbo in Benevento (742-50?) dove si rifugia
Quando ereditò il patromionio del suo predecessore Duca Godescalco, il nuovo Duca Gisulfo II lo distribuì ai sui Gastaldi.
Godescalco ed Anna venivano messi in fuga e Anna si faceva monaca (CV, Vol.III, pag.131) donando in fretta e furia tutto a S.Maria in Oliveto di Isernia, salvando in tal modo il patrimonio di famiglia. L’intenzione era quella di non disperdere il territorio conquistato ed i suoi beni per concentrarli sempre nelle sue stesse mani col farsi nominare badessa e recuperare il potere.
Il successore del Duca Godescalco, però, si allontanò dal raggio d’azione di Isernia. Gisulfo II infatti concesse solo ad Alahis l’ex patrimonio, i beni in Massano di Urbe Venafro presso la terra di Arechi, come Villa Forana dal lato di Vero, chiamata Civitate Salernitana, la res di Capua, le condome di Patenaria e Monte Calbo in Benevento.
Nel 766, per la res di Capua, s’innesca la causa fra i tre figli di Alahis e il monastero di San Vincenzo ereditario dei beni di S.Maria Oliveto di Isernia.

Per questa res di Capua si tenne la causa dei figli di Alahis, cioè Radoino, Ermeperto ed Eufemia la monaca nel 766 rappresentati dal Gastaldo Radoaldo davanti al domini Duca Arichi per il castagneto e le condome in Patenaria e quelle di Monte Calbo in Benevento offerte al monastero di Isernia da Godescalco poi confiscate e donate da Gisulfo ad Alahis i cui figli le danno a San Vincenzo, trattenendosi solo le condome di Crissano, Missano e Vetticano (CV, ivi, pag.322).

5.Quando Arechi siede nella nuova Benevento si riprende i territori di Benevento Veroli sul Colle Bonioni della Corte di Vetticano dell’ex Urbe Venafro
Una corte in Vetticano viene citata come esistente nella seconda metà dell’anno 700, quale bene appartenuto ai coloni del Gastaldo Radoaldo, a lui donata dal Duca Gisulfo (II).
Con questo patto di conciliazione il monastero di San Vincenzo Apostolo ottiene un castegneto, due corti e relativi servi in Patenaria, ed il monastero di S.Pietro al Monte Calvo presso Benevento. I privati si accontentano ciascuno di una corte e servi a Missano, Crissano e Vetticano. Tutti gli altri beni dell’ex patrimonio del Duca Godescalco restano al monastero di San Vincenzo Apostolo. Sentenze e disposizioni precedenti di Re Astolfo, ritenute non valide, vengono distrutte (Roma, Biblioteca Vaticana, Chronicon Vulturnense, Cod.Barb. lat. 2724, cc.116v-117v, 1130 circa (C); in Federici, Chronicon Vulturnense, I, pp.321-324, Doc.69; in CDL).
Si tratta di una charta convenientiae, l’unica di questo periodo inserita nel Chronicon Vulturnense scritto dal monaco Giovanni. La pergamena del giugno 766 è purtroppo un documento perduto (in Federici, Documenti perduti, p.127, Doc.4). Essa riferiva di un patto di conciliazione fra l’abate Giovanni dell’Abbazia altomedioevale di San Vincenzo Apostolo ed il Gastaldo Radoaldo quale rappresentante di Raduino ed Ermeperto, delle loro mogli, e della sorella Eufemia, figli di Alahis, in riferimento al alcuni beni contesi ad Isernia.
Il Duca Godescalco aveva infatti donato numerosi beni a San Vincenzo in origine destinati al monastero di S.Maria di Isernia.
Deposto Godescalco, il suo successore Gisulfo (II) aveva confiscato il patromonio di Godescalco distribuendolo ai suoi uomini. Una di queste terre aveva dato luogo alla contesa fra i nuovi proprietari, Alahis e il monastero di San Vincenzo. Lite che non fu possibile risolvere neppure al cospetto di Re Astolfo (in Pavia), fino a quest’accordo portato al giudizio del Duca Arichis (II).

In nomine domini Dei et Salvatoris nostri Iesu Christi. Temporibus gloriosissimi [Arichis] summi ducis gentis Longobardorum, anno .viiii°. gloriosi ducatus eius, mense iunio, per indictione quarta. Sicut non sunt obmittenda, ut cotidie non defleantur preterita peccata, ita reminiscenda sunt retroactas versutias, et unde proposuimus questionem, licet necesse est retexere ordinem. Ideo ad clarum deducenda sunt eo quod Godescalcus, qui fuit quondam dux, per cartulam offertionis contulerant in monasterio Sancte Dei genitricis Marie, quod situm esse videtur in Ysernia, in quodecreverat Annam coniugem suam regulariter vitam degere, et de sua substantia per singula loca nominative dare, qualiter ipsa, dum adviveret, vel eiusdem monasteri famuli nullam in posterum necessitatem paterentur sed nec patiantur occulto Dei iudicio minime compleverunt suam devotionem, nam res illa, vivente ipso et Anna, ad monasterium Sancti Vincentii sunt per ipsius preceptum devolute. Sed dum ipsis in fugam posit perierunt, tunc Gysulfus quondam dux impuplicavit omnes res eorum et concessit per singulis fidelibus suis, etiam et illas, quas monasterium Sancti Vincentii habendi dixerunt. Unde postmodum per iudicatum domne Scaniperge et domni Liudprandi ad monasterium sunt recepte, sed non omnes. Pro quas vero res surrexerat Alahis adversus monasterium cum precepto Gysulfi quondam ducis et cepit agere contra monasterium, qualiter ipsas res in suo iure defenderet. Et dum multe exinde cause emerissent, convenerat inter Alahis et monasterium, quid quisque per scriptas habere debuisset. Sed nec in hoc contentus fuit, pertraxit causam, ut ad iudicium domni Aystulfi regis Ticino pariter coniungere debuissent, sicuti et factum est; et ipse per suum iudicium confirmaverat manum illam, quam Alahis consignaverat, qualite inter ipsum et monasterium convenerat. Sed nec sic potuit monasterium in omnibus suam invenire iustitiam, iterum commota causa cum Radoaldo gastaldeo per plures vices in presentia domni Arichis intentionando pro causa de filiis et noras suas seu germana eorum Eufimia ancilla Dei, filia quondam Alahis, de prenominata substantia, vix tandem per ipsium iudicium ad nostram pervaluimus pervenire iustitiam. His expletis et obmissas omnes retroactas causationes, inter Iohannem abbatem et Radoaldum gastaldeum, qui procurabat causas de filiis et noras suas vel de Eufimia predicta germana eaum, causas pactuationis de suprascripta substantia, quid habere debeat Raduhin et Ermepertus cum coniuges suas, idest Altruda et Ermetruda necnon et Eufilia germana earum vel quid monasterii Sancti Vincentii et eius congregatio; ideoque convenit, ut pars monasterii haberet castanietum illum in Patenaria per designata loca: idest fine via puplica usque in castanietum Brincoaldi, per carrariola usque in rivo ad Caprufici signatum, et deinde erga ipsum rivum usque in finem de servi Ultiani gastaldei, et deinde per ipsos fines servi Ultiani usque in sepe Fusculi, servo Theodoracini, qualiter reconiunget in finem monasterii in integrum; simul et in eodem loco condomas duas, una qui regitur per Crispulo, Mauriculo et Maurisso germanis cum uxores, filiis et filiabus et omnia eorum pertinentia, et… Rocculo cum duos filios suos, idest Soppulo et Cisulo et noras ipsius cum omnia, quantum ad manus suas habere visi sunt in ipsum locum Patenaria; similiter et ad Monte Calbo propre civitatem Beneventanam, er(g)a monasterium Sancti Petri, qui fuit de quo(n)dam Tatuni, in integrum vineas petias duas et campora duo, unde nobis nichil reservavimus. Unde convenit, ut haberet par Raduhini et Ermeperti cum coniuges suas vel Eufimia germana eoum in primis condoma in Missano, idest Lagari et Alari seu Munulfus cum uxores, filiis et filias et omnia eorum pertinentia; condoma in casale Crissano: Maroaldus cum uxore, filiis et filias et omnia eorum pertinentia; et condoma in casale Venticano: Iubiolu, Trasoaldus, Guettulus cum uxoribus, filios et filias et omnia eorum pertinentia, qualiter hec omnia superius scripta a Godescalco duce in monasterio offertum fuerat. Reliquas vero res quoddam Godescalci, qualiter eius offertio continet, habeat pars monasterii Sancti Vincentii absque ulla contraddictione istorum vel heredes ipsarum. Et si qua pars parti contra hec omnia scripta ire quandoque temptaverit vel removere presumpserit, componat pars parti fidem servanti pene nomine auri solidos mille, et presens cartula convenientie in sua maneat firmitate. Et hoc stetit inter eos, ut unus alteri ab omni homine defensare deberet; et si defendere minime valeret et probata fuerit causa, in dupplum unus alteri restituet, in quantum defensare minime potuerit. Similiter et sint amodo cassate vel corrupte, nullum in se habentes roborem, neque manusconscriptas nec per iudicata vel preecpta, que Aystulfus rex emisit de suprascripta convenientia, sed tantum iste amodo conscripte stabilis et inviolate suum debeant conservare roborem. Quas enim duas cartulas convenientie uno tinore conscribtas sibi ad invicem tradideruntbet me Aldelfrid notarium scribere rogaverunt. Actum Benevento, mense et indictione suprascripta, feliciter.
[….]

Questa stessa pergamena conservata a San Vincenzo è ricopiata con la data del giugno 776 con il toponino di Vetticano, ma è evidente l’errore di trascrizione.
E’ identica in quando riguarda il Duca Arechi II di Benevento nella causa trentennale fra il monastero di San Vincenzo e gli eredi di Alahis per il possesso di alcuni beni di Isernia, già offerti al monastero dal defunto Duca Godescalco e dal successore Gisulfo II confiscati e donati al suo fedele Alahis, conferma la sopraggiunta convenzione fra il Gastaldo Radoaldo rappresentante dei figli di Alahis Radoino ed Ermeperto, ed Eufemia monaca, e l’abate di San Vincenzo Giovanni I, con la quale venivano assegnati al monastero il castagneto e le due condome in Patenara, due vigne e due campi a Monte Calvo presso Benevento; e agli eredi di Alahis le condome in località Missano, Crissano e Vetticano. Cioè l’unica differenza è che anzichè trascriversi Venticano si è scritto Vetticano (Chronicon Vulturnense, I, pag.321-24).
Divenute di proprietà di San Vincenzo Apostolo rebus e condome di Patenaria, Monte Calbo propre civitatem Beneventanam e Casale Vetticano tornano in un documento databile l’anno 853 o 856 in cui l’abate Giovanni di San Vincenzo cita un precetto del Duca di Benevento e Domno Grimoaldo relativo al Casale chiamato Casa Summi scambiato con il Principe Salernitano Ademari in cambio di rebus, corte e casa in Civitate Salernitana.
I toponimi hanno già subito una sostanziale modifica in quanto Monte Calbo non si dice più nei fini di Civitate Beneventana ma in Benevento e Venticano è detta Vetticano.

Iohannes abbas Sancti Vincencii. iste preceptum accepit a domno Grimoaldo, duce beneventano, de casale, qui dicitur Casa Summi. commutacionem quoque fecit cum Ademari, principe Salernitano, de quibusdam rebus, pro quibus accepit curtem et casam, infra Salernitana Civitatem. iudicatus quoque definicionem accepit de altercacione quadam, que exorta fuera(t) de rebus et condomis in Patenaria, et in monte Calvu, propre Beneventum, et in casale Vetticano. descripciones quorum ita continere videntur (Chronicon Vulturnense, I, pag.318).

6. Il Duca Spoletino occupa il Monastero di S.Vincenzo e le sue terre nel 831
Nel 831 qualcosa si inceppa e la Provincia Beneventana sta per lasciare il testimone al Duca Spoletino che ha occupato il monastero del Beato S.Vincenzo Martire, mentre i monaci e il Principe scappano, rifondano il monastero e una diversa sede Beneventana.
L’intera Liburia delle Valli di Amiterno, Valva e Acerra viene assoggettata infatti in Ducato Spoletino nelle mani del Comitis Supponi e dei Gastaldi Benedetto UIlpiano e Ansffrid.
Nel 831 Lupo Duca Spoletino in San Vincenzo Martire possedeva 24 case in Amiterno e Savino. Anno in cui si citano il Comitis Supponi e i Gastaldi Benedetto Hilpiano e Ansffridi.

Nel 831 Teupertum preposito S.Maria in Loco Sano e l’arcipresbitero Iusto della chiesa di S.Felicis appartenuta all’episcopio beneventano scrivono che Ludovico il Pio conferma la donazione di 24 case in Amiterno ed in Savino fatta da Lupo Duca Spoletino in S.Vincenzo Martire a S.Vincenzo.
Conferma inoltre i 4 giudicati del Comitis Supponi e Benedicti Hilpiani e Ansffridi gastaldorum relativi ai servi dell’ex Villa Trita che rifiutavano il servizio. Vengono quindi nominati gli uomini che posseggono le venti case. (ivi, pag.290).
Riportato fra i documenti perduti anche il precetto con il quale il fu Duca del monastero, cioè il quondam dux Lupo Duca Spoletino confermava ad Epifanio abate di S.Vincenzo le 24 case e i coloni in Amiterno e Savino, “casis in Amiterno et Savino”, oltre quanto deciso dal giudizio relativo “servis ex Villa Trita”, que in presencia Supponi comitis ac Benedicti, Hilpiani et Ansfridi gastaldorum ceterumque scabinorum de predictorum hominum” (CV, Vol.III, pag.130).
Con la dominazione dell’imperatore Ludovico si riconferma la donazione dell’ex Ducato Spoletino in Sancto Loco, Marsi e Libuia compresa, al secondo monastero di S.Vincenzo.
Fra i documenti perduti v’è un precetto con il quale Ludovico imperatore conferma la donazione di animali che si faceva ai tempi dei Duchi Lupus e Ildeprando del Ducato Spoletino con la quale Lupus Duca Spoletino insediatosi in Santo Loco (di San Vincenzo) vi rinunciava. Come pure la donazione in Marsi ed in “Vualdo Liburiano” (Documenti perduti, in CV, Vol.III, pag.130).

7. Sicardo nel 831 è il Principe del Bosco della Liburia di Lago Patria, Ravennola presso Arcora, Benafro, casale Alderissi, che costituiscono la Provincia Beneventana, diversa dal Principato di Benevento
Nell’831 Sicardo viene definito Principe del Vualdo, il bosco sito in Liburias di Lago Patria, di S.Secundino finibus Acer(r)entinis (Acerra), di Ravennola (Avella o Nola?) e Arcora (Pomigliano) in finibus Benafranis e del Casale di Alderissius (donato al monastero di S.Maria in Loco Sano), cioè a Cusano Mutri.

Alderissi, come anticipa il monaco Giovanni, donò al monastero S.Maria in Loco Sano il suo Casale in finibus Capue, ad Pontem Pozzolanum, et casale in Monte Mariano, super fluvio Calore, e Casale S.Valentino e Casale in Maccla in Samnius, scritto da Teupertum preposito S.Maria in Loco Sano e dall’arcipresbitero Iusto della chiesa di S.Felicis dell’episcopio beneventano (CV, Vol.I, pag.288).

Nel 833 la Liburia viene assoggettata dal Principe Sicardo che la dichiara Provincia Beneventana donandola al nuovissimo monastero di San Vincenzo costruito in Samnia.
San Vincenzo ha una nuova sede in Samnia a cui Sicardo principe della Beneventana Provincia dona le terre della Liburia di Lago Patria e Acerentum (Acerra), riagine Ravennola, a cui si aggiungono Monte dell’Urbe Benafro e Monte di Arcora appartenute a S.M. in Oliveto, il Casale di Alderissi e, raggiunta la nuova sede di Benevento nel 839, anche l’ex Basilica di S.Felicis (Cimitile).
Al primo anno di principato di Sicardo, in actum Benevento, nell’833 viene conferma col precetto di Sicardo principe della Beneventana Provincia che concede a San Vincenzo in Samnie la cella di S.Sossio ed un bosco a Pantano in partibus Liburie ubi dicitur Pantanum, fra la via Antiqua che viene da Ducenta e il Vualdo Liburiano dello stesso monastero di S.Vincenzo, con all’altro lato il confine della via publica che va a Maciana e Scarafena, la terra degli uomini di Centora, diretta a loco Cree dove esce l’acqua diretta nel suo stesso lacum Patriense sulla via di Cumas (ivi, pag.292).

Dell’833 è la conferma, dal sacro palazzo in actum Benevento, del principe Sicardo che si definisce sempre principe della provincia Beneventana relativa alla donazione della chiesa di S.Secondino in Acerentum
Idem nel 833 (ivi, pag.293) è la donazione di Sicrado di terre e monti nel benafrano, riagine Ravennole e terre concesse da Domino Arechi Principe al cenobio sul Monte intorno ad Urbem Benafro, non lontana da loco Campiniano (ivi, pag.295) andando sul ciglio dell’altro monte di Arcora quale eredità di S.Maria Genitrice Dei in Oliveto.
Così Sicardo dalla Beneventana provincia per il Casale Alderissi figlio di Alderissi del 833. Cambia la scena con altra formula in Benevento nel marzo del 839 quando Sicardo dona la Basilica S.Felice episcopio di Gisulfo (?) donata a S.Vincenzo da Scaniperga e Lidprando (ivi, pag.298).

8.Nasce la Condoma di Casale Venticano di Civitate Beneventana diversa dalla preesistente Corte di Vetticano in Provincia Beneventana
Nel 815, il fratello di Grimoaldo, Alahis (cioè il Gastaldo?) figlio e quindi erede di Arechi, donerà a S.Vincenzo i beni in Mazano e Civitate Venafro, S.Maria sul fiume Sexto, cioè il Monte del fu Principe Arechi confinante con la zona di Riagine di Ravennola e i beni del (Gastaldo) Iohannis Radoaldi.
Così si viene a sapere che il Monte del fu Principe Arechi, cioè il Monte Calvo della precedente Civitate Beneventana che diverrà di proprietà di San Vincenzo, era in effetti accanto ai beni del Gastaldo Radoaldo.
Il Monte di Arechi confinava infatti con i beni di Venticano dell’altro premiato con la concessione dei territori, Giovanni Radoaldo. Una delle condome, cioè le case abitata in comune da una famiglia di servi legati ad un solo proprietario e quindi comprati e venduti con il suo stesso fondo agricolo, prese a formare il Casale Venticano (gruppo di poche case rurali) che era ai piedi del Monte Calvo di Civitate Beneventana.

Grimoaldo e il vir Alahis erano figli di Arechi nel 819
Nel 819 Grimoaldo figlio di Arechi confermerà al (fratello?) vir Alahis i possedimenti in finibus Benafrani, la Corte S.Maria sul fiume Sexto, S.Maria a Mazano (Loco Maczano di Urbe Benafro del 817; ivi, pag.254) fino alla terra del fu principe Arechi; eppoi in Civitate Vero Salernitana chiamata Villa Forana e la res in Capua, quanto in Alife, Silva Nigra in Telesia, l’orto in Benevento e l’oliveto sul fiume Tensa (CV, Vol.I, pag.238).

Si sposta l’asse: Distrutta Urbe Vena si rifonda Urbe Benafrana
Fra il 963 e il 1038 viene distrutta una prima Urbe chiamata Vena o Venafro e se ne rifonda un’altra con nome di Venafrana o Benafrana, così come è facile intuirlo leggendo le pergamene di San Vincenzo al Volturno.
963
Il 3 settembre 936 (Doc.88, Vol.II, pag.44) si svolge la causa fra Rambaldo abate di S.Vincenzo e Maione che si contendevano il possesso di venti terre presso Teano: …nonadecima pecia est ad Torcinu in finibus Benafro, ubi ecclesia Sancte Agathe edificata ets, subiecta suprascripti sui monasteri, habente fines: ab una parte ipsu flumicellu, qui vocatur Torcinu; de alia parte Vallis, que est inter ipsum montem, ubi edificatum fiut castellum, quod vocatur Casi, et colle qui vocatu Fallascuse; de III parte Cacumine Montis, qui dicitur Maiore; de IIII parte Via Antiqua, que descendit da predicta valle, et pergit circa ipsum molimentum usque in predictum flumicellum.
Vicesima pecia ibique coniucta est, ubi est predicta ecclesia Sancte Agathe, habente fines: de una parte fine suprascripto flumicellu, et terra seu et predicto monte; de alia parte padule, de III parte Cacumine de predicto Monte Maiore, et quomodo pergit usque (colle) in Forcella, que vocatur (Colle) Corvuli, et quomodo descendit in suprascripta padule, et terra eiusdm monasteri.
Et dixerunt quod essent mensurat ad passus de mensura Landonis senioris castaldei. de his autem supranominatis terris causabat ipse Maio contra supradictum Raymbaldum venerabilem abbtem dicendo…

965
Un’altra conferma è dei principi di Capua nel 965. Di fiume Sangro ai piedi del monte Azze sul fiume Melfa che si congiunge al Mellarino al vertice del monte Balvola, sui cui cigli sono montem Alchanum, monte Marthe e monte Casale, in ortum riaginis detto Ravennola ai piedi di Monte Benafrano, super Urbe. Monte che revolve sul ciglio dov’è la terra di Arcora, dov’è la chiesa ereditata da Santa Maria Genitrice Dei, chiamata Olivetum, soggetta a San Vincenzo, come la chiesa nichilominus di Santa Cristina con le sue reliquie circondata dal fiume Vulturno. Dall’altra parte, “nam ex alia parte iterum inchoante a prima fine cum iam dicto fiuvio Sangro”, a Parum colle, c’è rivo di Foruli in fiume Bantra che decurre in altro fiume, quod Bulturnus vocatur.

La conferma quindi al monastero di San Vincenzo in Monte Aceru, qui est super territorio Cummanense (tradotto in Cominense, Vol.II, pag.158).

983
Nel 983 Ottone II conferma a San Vincenzo i beni ricordati nella donazione di Ottone I del 962. Dalle parti di Samnie, il Monte nuncupatur di Azze sul fiume Sangro, che gira sul fiume Melfia che si congiunge al fiumicello Mellarino, dell’ex loco in Cacumine monte, a Barbola, fino al vertice del Monte Archano, Monte Marte, Monte Casale, nell’orto di Ravennole, super Benafranam Urbem. Dal vertice del monte revolve quindi ad Arcora dicitur, eredità della chiesa di Santa Maria ad Olivetum suddita di San Vincenzo Volturno, fra le terre del fiume Volturno, Arcora, colle Aparum, rivo Foruli, fiume Vantra.

983
Del 983 è il documento succesivo, il 144, in cui si recita il Sangrum del Monte Malum, Monte de Azze sul Melfam, il fiume Mellarino dove l’acqua di Bantra si congiunge al Volturno, il fiume Forulo sulla via Antiqua, e il rivo Gizzoli, la cella di Santa Maria in loco Olivetum con le sue pertinenze che sono le celle di: cella Sant’Agata (e Sancti Petri nel1059, doc.204, Cv.Vol.III, pag.94) di loco Turcino, cella San Pietri di Bairano, da quella di San Vincenzo in Civitate Neapoli a quella di Santa Colomba in Sora, a quelle di San Donatu in Cominu a San Pietri iuxa Civitatem Beneventana sul fiume Sabbati, Castaneto, Castro Pinianu (cella di Santa Maria in Castanieto che è in Castro Piniano, da doc.187 del 1038, Vol.III, pag.22), San Giovanni de Lucera (nel precetto dell’imperatore Corrado II, doc.187 del 1038 è chiamata San Giovanni “de Nucera”), Santa Maria in Quinque Milia, San Vincenzo de Telese, cella e mulino di San Giovanni de Lisine, Sant’Eleuterio in Fundiliano, Santa Maria de Loco Sano, San Vincenzo de Tocco con tutto ciò che comprendono, dai castelli alle valli. Eppoi la cella infra Salernitata Civitate costruita in onore di San Giorgio ed altre (Doc.143, vol.II, pag.243).
Nel 1014, è l’imperatore Enrico II, a confermare i beni già assegnati da Desiderio, Carlo, Ludovico e Lotario (doc.185, Vol.III, pag.10).

1014
In montem qui nominatur Tauri era a Benafro. Monte Tauro, monte Caballum, Montem Casale e Montem Malu congiunto al Monte Acze (o Azze) in fiume Melfia (o Melfa in doc.185 dell’anno1014), affacciavano sulla Valle della chiesa di Sant’Eleuterio e San Cosma e Damiano di Monte Arcanum e Monte Marte sull’orto di Ravennola. Dove il Melfia si congiungeva con il con il fiume Mellarinus ci si trovava sul ciglio di tutti questi monti, detti di Barbola, che affacciavano sull’Urbe, citandosi altri fiumi essendo l’orto di Ravennola sul fiume Vulturno (del monte Puplicos in monte Benafrana, sulla terra di Arcora con la chiesa ereditata da Santa Maria Genitrice Dei di Olivetum, la chiesa nichilominus di Santa Cristina, in doc.185) che si congiunge al Vantra (Vuantra in doc 185) che si congiunge al Foruli e al Gyzoli in Sangro.
Nel documento seguono le chiese di Beato Pietro Apostolo in loco Trite (territorio Vualvense in doc.185), Santa Maria in Canneto, Santa Maria in Quinquemilia e altre (nel doc.185 vengono aggiunte decine altre chiese del 1014). Tutte località donate dal Principe Arechi II in Benevento nel 758/760 al monastero di San Vincenzo Volturno, donazione confermata quasi contemporaneamente da Carlo Magno (Chronicon Volturnense, doc.12 e 19, Vol.1, pag.154 e pag.183).

Conferma che si rinnova risponverando le donazioni di Desiderio, Carlo Lodovico e Lotario nel 1014 fra cui Barbola, Monte Arcano, Monte Marte e Monte Casale, Orto della Riagine di Ravennola, Monte dell’Urbe Benafrana (CV, Vol.III, pag.10). E che si ripete nel 1038 in un atto di S.Vincenzo e scritto in “Actum Vetere Capua”, l’imperatore Corrado II conferma a S.Vincenzo il privilegio di Enrico II (n.185) fra cui la Cella S.Sossi nel suo bosco di Liburia dove si dice Pantanum, oltre la Cella di S.Agathe in loco Turcino e la cella di S.Petri in Vayrano (CV, Vol.III, pag.22-25).

Ai piedi di Civitate Beneventana del Monte Calvo rinasce come Condoma di Venticano quella che si chiamava Corte di Vetticano, donata dal Duca Gisulfo al Gastaldo Raodoaldo sul confine del monte di Venafro appartenuto ad Arechi.

Capitolo III

La Condoma del Casale chiamato Venticano
Monte Bonioli di Civitate Beneventana e la sua Mellito

1.Venticano del Monte Bonioli di Nova Beneventana Civitate in Monte Calvo dove è stata fondata l’abbazia di S.Sofia col monastero di San Pietro a cui si donano le chiese e le terre del Medio Calore
A tornare sulla chiesa di San Martino, costruita alla località di Monte Bonioni in Venticano dallo sculdascio Trasemundo su una sua proprietà, è una charta absolutionis del marzo 781 scritta in episcopio di Benevento con cui quel vescovo di nome Alfano gli conferma che vi può esercitare l’attività solo il prete consacrato dallo stesso vescovo, insediato da lui o dai suoi eredi. E’ una pergamena che si trova in Roma, presso la Biblioteca Vaticana, nel Chronico S.Sophiae, nel Codice Vaticano la.4939, parsI, n.21, cc.47v-48v, del 1120 circa. E’ il terzo ed ultimo documento non ducale inserito nel Chronicon S.Sophiae della prima metà del 1100. L’unico documento vescovile del periodo al punto da essere studiato dai più grandi esperti.
Si cita Venticano con il nome di Bentecano, toponimo dell’omonimo paese conservato dagli anziani fino all’inizio del secolo scorso.

In nomine omini Dei Salvatois nostri Iesu Christi et eius sancte genitricis. Temporibus domni vir gloriosissimi arichis summo dux gentis Langubardorum, anno vicesimo quarto gloriosissimi ducati eius domnus vir beatissimo huius sacratissime sancte sedis Beneventane Alfanus reverentissimo episcopio absolutionem ecclesie Sancti Martini tibi Trasemundi sculdahis, qualiter tu nominate Trasemunde ipsa sepius dicta ecclesia a novo fundamine usque ad culmine (o culmen) consecrationis perducere visu his in tuo proprio territorio, loco qui vocatur Monte Bonioni (o Monsbonionis), qui esse videtur in Bentecano. In ea vero ratione absolbimus ipsa predicta ecclesia, ut no presbiter, diacuno vel subdiacuno abeas potestatem eam dominando in plebetana pars aut subtrahendo per qualibet titulo, excepto presbitero quem tu nominate Trasemunde vel tuis heredibus per tempora ordinare volueritis in ipsa iam fata ecclesia, a nos vel a nostros successores in nominata sancta sede nostram pervenia consecrandam secundum canonica sanctionem; nam alia nullam rerum haba potestate dominandum.
Et neque a me Alfanus Dei gratia episcopo neque ex posteris meies nunquam habeas aliquando aliqua requisitione aut reprehensione de hanc mea absolutione, sed ex nunc et usque in perpetuis temporibus, qualiter superius legitur, in ipsa ratione permanere valeas ipsa nominata ecclesia.
Quod vero membrano absolutionis tibi Maiuni notario nostro ut scribere precepimus, et anulo nostro effigiem sancte crucis affiximus roborandum. Acto Benevento in episcopio, mensi et indictione nominata, feliciter. […]
Ego Maio archipresbiter me teste subscripsi astantibus sacerdotibus nostris vel cunto clero.
Ego Aripaldus […]

Beneventana Civitate con il primo monastero di Santa Sofia citata nell’anno 785 è al confine con chiesa e terre di San Martino di Venticano del Monte Bonioni, nello spicchio più estremo che giunge nel Demanio, cioè al Ponte Rotto, fra i territori di Apice, Mirabella, Bonito e Monte Calvo. Anzi, Civitate Beneventana, è già nata nello stesso luogo del Monastero di San Pietro in Monte Calbo nel 776.

2.Scompare Colle Bonioli e compare San Martino del Monte Bonioni di Venticano donato a Santa Sofia a partire dal 785
L’ultima charta offersionis del periodo in esame è dell’aprile del 785 e riguarda sempre lo sculdascio Trasemundo fu Costantino che, a causa di una malattia, offre al monastero di S.Sofia della badessa Eusoffronia, fondato in Benevento dal Duca Arichis (II), la chiesa di San Martino da lui costruita alla località del Monte Bonioni, insieme ai beni comperati da Lupone e Grisio, attrezzi ed animali, riservandosi l’usufrutto vita natural durante. Quando lo colse la morte tutti i suoi averi furono incamerati da Santa Sofia.

E’ un documento su pergamena scritta intorno all’anno Mille, la nr.1, tt.1-21, conservata a Roma, presso la Biblioteca Vaticana, nel Fondo Aldobrandini, nel Codice Vaticano lat.13491.
+ In nomine domini Dei Salvatoris nostri Iesu Christi. Temporibus domni nostri vir gloriosissimi Arichis summi ducis gentis Langubardorum, anno b[ig]esimo octabo filicissimi ducati eius, mense aprile, per indictione .viii. Ego Trasemundis sculdais filius quondam Constantini, dum bedisset corporis meis posi[tis] in infirmitate et reiacente me in lectulo meo, dum recte loquere potuit, et a me iso eligente consilio: ideoque cum arduo adque be[ni]gno desiderio incitato Dei amore, per huius mee cartule conscriptionis offeruit atque subdedit in monasterio Sancte Suffie, ubi [m]ulta corpora Sanctorum condit[a] esse [no]sc[unt]ur, quem nominato domno nostro vir gloriosissimo Arichis infra hanc Beneventana civitatem edificabat, ubi Deo auxiliante Eusoffronia abbatissa regiminis cura peraget: primitus quidem offeruit in predicto monasterio ecclesia mea cuius bocabulus est Sacntus Martinus, ui situs esset noscuntur in Bentecano, quem ipse (Tr)Asendus in proprio territorio meo a noba fundamenta usque ad culmen tectis sacrationis perduxit, insimul cum casas, vineis, territoria, pratis, campis et silbis, culto vel inculto, omnia et in omnibus de quanto ad Monte Bonioni mihi pertenuit in integrum, vel quod a Lupo t Grisione filio eius in eodem loco emptum habuit, et puero nomine Marsulu cum uxore sua nomine Rattiperga et cum una filia eorum nomine Rattola, et puero nomine Caztiunu, et puero nomine Urso, et alio puero nomine Lioderamo (o Hoderamo), carro ferrato uno, vobi pario uno, caballo uno, caldaria una, catena una, sappis duas, potaturia dua, gallegas duas, arato cum homere suo, iugo conciato uno, cuniaria una, dolturia una, fressuria una, ronca una. Hec omnia que superius nominatibe scriptum est, eo tinore in ipso monasterio offeruit adque confirmavit, ut dum Dominus omnipotens mihi conscripto Trasemundi spatio vite donaverit, omnia que superius legitur, in mea sit potestate ordinandi, regndi et gubernandi, nam non me liceat in alia benerabilia loca offerendi aut per quavis titulo alienandi. Et posto bero disscessum cuncta que superius legitur, in predicto monasterio Sancte Suffie remaneant in possessionem; et iterur de reliqua meam faculta, si aliquod iniudicatum reliquero tam mobilibus adque immobilibus, bolo enim ut omia et in omnibus in nominato monasterio debeniat in possessionem, ut neque a parentibus meis neque [a null]us quempias homine numquam habeas aliquando aliqua requisitionem aut molestationem, set sicut superius diximus, in ipso monasterio avere et possedere baleaminis.
Quam enim cartula offertionis rogatus a nominato Trasemundo scripsi ego Aufrid notarius. Actu Beneventi, mense et indictione nominata, feliciter.
+ Signum manus Trasemundi (cioè Trasemundius) qui hanc offertionem taliter fieri rogavet.
+ Ego Racausu filius Rattenundi rogatu a nominato me teste et subscrtipsi.
+ Ego Atrianu filius Maiuni me teste subscripsi.
+ Ego Aio filius Maioni me teste subscripsi.
+ Ego Tindo notarius filius Iohannis [glauca] nominato Trasemundi me teste subscripsi.
+ Ego Anseri filius Uuilerufi me teste subscripsi.
+ Ego Maio archi presbiter me teste subscripsi.
+ Ego Barbatus diaconus me teste subscripsi.
+ Ego Ursu filius Persi aurifici me teste subscripsi.
+ Signum manus Pesi aurifici.
+ Ego Iohannis notarius rogatus a nominatus Trasemundo me teste subscripsi.

3.Nel marzo del 781 Duca Arechi ha rifondato l’altra S.Sofia chiamata sacratissima santa sede dell’Episcopio di S.Sofia in Civitate Beneventane
Nel 781 Arechi II, Duca di tutti i Longobardi con sede nell’episcopio di Benevento, luogo dove si scrivono gli atti che riguardano il nuovo episcopio di Benevento, cioè quello chiamato Santa Sofia in Civitate Beneventana del vescovo Alfano.
Uno dei suoi sculdasci è Trasemundo di Venticano nominato nelle pergamene di Santa Sofia di Civitate Beneventana nel marzo del 781, ai tempi di quello che si definisce Duca Domno Vir e gloriosissimo Arechi, al suo 24esimo anno di Ducato in un atto in cui si parla di tibi Trasemundi sculdahis scritto in episcopio di Benevento (Cod.cc.47b-48b (I, 21). -U.col.432 e seg.).
Da questo momento gli atti si diranno sempre scritti in Episcopio della Sacratissima sede della Civitate Beneventana per un altro quinquennio.

Description


Le nostre tradizioni da salvaguardare
Il saluto del Sindaco Michelangelo Ciarcia

Venticano è un comune della Provincia di Avellino, città da cui dista 23 chilometri, posto a 383 metri sul livello del mare. Comune della media Valle del Calore, si estende alla sinistra del fiume, dal Ponte di Calore fino ai piedi della Serra, da Castello del Lago a Torre Le Nocelle, a ridosso dei colli di Benevento. Fu costituito in nuovo comune nel 1948 riunendo i centri di Campanarello, Castello del Lago e Calore, staccatisi da Pietradefusi. Fra gli uomini illustri si ricordano il botanico Giovanni Gussone (1787-1866).
La festa patronale in onore di Santa Maria di Venticano e Santa Lucia si celebra il 7 e l’8 settembre, quando si ricorda S.Maria di Venticano; il mercato settimanale cade di mercoledì. Quella di Santa Maria è la festa più grande e più bella del paese, in occasione della quale avviene il rientro degli emigranti devoti alla Madonna. I forestieri convenuti per l’occasione hanno sempre apprezzato i concerti di bande musicali, scelte fra le più qualificate, e gli spettacoli pirotecnici. In questa occasione il paese viene artisticamente addobbato con sempre nuovi motivi di luminarie. Molti sono i forestieri che partecipano ai festeggiamenti e alla affollatissima processione che si snoda nel pomeriggio dell’8 settembre per le strade cittadine.
Il nuovo stemma studiato dall’amministrazione ricorda la croce benedettina del Calvario, mentre il covone di grano la fertilità del suolo.
Essendo un paese ad economia prevalentemente agricola, Venticano era conosciuto per le famose Sagre del Grano, vere e proprie feste popolari durante le quali si portavano in giro le più possenti bestie da traino (buoi bianchi).
La Fiera Campionaria “Città di Venticano” istituita nel 1978 ha raggiunto ormai la sua XXV Edizione. E’ un appuntamento irrinunciabile ed un momento di elevato interesse per l’economia del paese. La Fiera, rivolta ai settori dell’Industria, dell’Artigianato, dell’Agricoltura e del Commercio, registra ogni anno sempre maggiori presenze sia di espositori che di visitatori. I primi presentano ogni volta i prodotti più innovativi sul mercato, riscuotendo ampi consensi. Venticano è noto per prosciutti e salumi di ogni genere. Tra i diversi produttori del settore, particolare rilevanza assumono i prosciuttifici e i salumifici, dove si utilizzano carni esclusivamente nazionali provenienti da allevamenti selezionati, aromatizzati solo con ingredienti naturali, quali il pepe in grani e in polvere, e stagionati ad aria naturale. Si tratta di prodotti gustosi e genuini che offrono elevate garanzie di qualità e sapori senza confronto. Da ricordare ancora i vini Doc G, le carni d’agnello particolarmente gustose, l’olio extravergine d’oliva ed il torrone, rinomato dolce natalizio, prodotto secondo antiche ricette, impiegando materie prime di alta qualità (miele, mandorle, nocciole, cacao) in processi di lavorazione artigianale che rendono questo prodotto particolarmente irresistibile.
Spazio rilevante fra i prodotti tipici occupa la pasta fresca alimentare lavorata a mano per la nascita di deliziosi primi piatti (fusilli, cecatielli, tagliatelle, laine, gnocchi), i formaggi paesani e le carni bianche (polli, conigli e tacchini allevati nelle campagne). Particolarmente apprezzate alcune pietanze locali come “mogliatielli”, “pizzachiena”, “menestra maritata”, carne di maiale con i peperoni, salsicce e sopressate, “pizzaionna”, “fritticiello”, trippa, “panzarotti” e fagiolata.
Il tradizionale artigianato locale contempla la lavorazione del legno, del ferro battuto, della ceramica e la raffinata creazione di ricami, delicati pizzi e merletti, una delle più antiche culture artigianali del paese e della zona, che vede la massima espressione artistica nella lavorazione al tombolo, dove le giovani signore si specializzano sui merletti con preziosismi da professioniste che conferiscono al prodotto un elevato valore non solo commerciale.
Venticano è anche il paese dove si svolgono manifestazioni e sagre. Nell’ultima decade di aprile cade l’appuntamento con la Fiera Campionaria Generale, organizzata ogni anno dalla Pro Loco Venticanese nella sede dell’attuale foro boario, in via del Foro, su una superficie di 25.000 mq, che ospita circa 300 espositori e vede una presenza di 100.000 visitatori.
A maggio c’è invece la sagra dello spiedino alla frazione Castel del Lago, mentre il primo fine settimana di giugno si è spesso svolta la rassegna di auto e moto d’epoca, a cura del Moto Club “Città di Venticano”, un motoraduno nazionale e una mostra-scambio di pezzi d’epoca che offrono l’immagine suggestiva dei veicoli del passato, attraendo curiosi e appassionati del settore.
Nella seconda metà dell’estate si rinnova invece l’appuntamento con l’Estate Venticanese. In questo periodo si alternano manifestazioni culturali e musicali con manifestazioni ricreative e sportive, insieme a spettacoli per bambini. Particolare importanza riveste la Rassegna del Teatro Classico. Qualificato appuntamento culturale estivo, occasione di aggregazione per un pubblico di élite, appassionato di tal genere, alla stregua degli spettacoli rappresentati nei teatri romani di Benevento e Pompei. Seguitissimi anche gli spettacoli di teatro popolare all’aperto che costituiscono occasione di socializzazione e di ritrovo per tutti. Molte le presenze registrate soprattutto dal capoluogo campano e dalle città di Avellino e Benevento.
Sempre ad agosto si tiene la sagra degli gnocchi e della carne alla brace alla frazione Passo di Venticano, in occasione della festività dell’Annunziata. Ed infine a settembre, il 5 e 6, si tiene la sagra del prosciutto, del vino e dell’agnello che la Pro Loco Venticanese organizza in Piazza Monumento ai Caduti, stupendamente illuminata, con la presenza di noti complessi musicali.
Infine c’è l’appuntamento di dicembre con la rappresentazione in costumi d’epoca del Presepe vivente realizzata dai giovani della Comunità Parrocchiale in Piazza del Mastro.
Una comunità attiva e dinamica quella di Venticano, paese amministrativamente giovane, che pullula di iniziative. Il suo dinamismo si estrinseca non solo nelle varie manifestazioni (e sono tante) che si organizzano nel corso dell’anno con il coinvolgimento di buona parte della popolazione, ma soprattutto nelle opere realizzate dalle amministrazioni che si sono succedute negli anni, tra le quali il Pip, un fermento di attività industriali, le nuove strade, la piscina comunale e gli impianti sportivi. Questo grazie ai contributi statali e regionali ottenuti dal Comune, ma anche all’apporto incisivo della Pro Loco Venticanese che fin dal suo sorgere ha saputo operare per la crescita del paese. Va ricordata l’importanza assunta dalla Cassa Rurale ed Artigiana di Venticano BCC, prima Cassa Rurale in Irpinia, oggi fusasi in Banca di Credito Cooperativo Irpina, che ha dato il suo valido contributo allo sviluppo economico.
La Fiera Campionaria Generale è un po’ il fiore all’occhiello del nostro paese. La popolazione è per tradizione molto tranquilla e accogliente, di mentalità aperta. La sua travagliata storia, ancora poco conosciuta, è motivo di orgoglio per tutti noi. Il suo clima mite e il territorio immerso nel verde delle colline che lo circondano, rendono il paese meta ambìta per lunghi e riposanti soggiorni.
A quanti vorranno visitare la nostra cittadina va il più caloroso benvenuto e tutta l’ospitalità di cui siamo capaci.

Dott.Michelangelo Ciarcia
Sindaco del Comune di Venticano

Dettagli

EAN

9788872970133

ISBN

887297013X

Pagine

96

Autore

Bascetta

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Editorial Review

L’Abbazia e il monastero di S.Maria a Venticano
Vicissitudini e beni dell’antica fondazione scomparsa

 

1. Le terre dell’abate Petro dell’Abbazia del monastero di S.Maria di Venticano assoggettate dal Milite Manasse al giudice Petro di Castello Torasie vengono da questi donate all’abate Domino Roberto di Montevergine nel 1165
L’abbazia di S.Maria in Venticano aveva avuto una vita a sè, indipendentemente dall’espansione di Montevergine.
Nel territorio di Venticano insisteva infatti una antica abbazia che si contendeva i beni con i nuovi proprietari confinanti, cioè i monaci di Montevergine.
Nel 1165 Venticano è soggetta al Castello di Torasie da dove il giudice Pietro emette una sentenza a favore di Montevergine e a danno dell’abate Pietro di Venticano per il pezzo di terra lasciato dal milite Manasse, il proprietario terriero che nell’ultima ora della sua vita era diventato monaco verginiano al fine di essere sepolto in quella chiesa. Fu il fratello Ettore a condurne le spoglie a Montevergine. Ancora oggi è viva nella memoria l’esistenza di due abbazie: una era collocata dove oggi sorge la chiesa parocchiale, l’altra era presumibilmente in via Commenda di Malta, alla località Cenobio.
Il contenzioso con l’Abbazia di Montevergine e l’Abbazia di Venticano fu registrato anche negli anni successivi, quando i monaci verginiani archiviarono la pergamena con il frontespizio “Carta de questione quam habuit monasterium de terra, quae fuit Manasses militis, cum abbate Peto Sancte Marie de casale Venticano”, riportato anche nell’inventario del 1400 come “Montefuscoli Ventecano instrumentum de questionis - 1165” e, nel 1600, come “Venticano per Montevergine” (AMV, peg. n.454, in CDV, pag.190).

+ In nomine domini Dei eterni et salvatoris nostri Iesu Christi. Anno dominice incarnationis millesimo centesimo sexagesimo quinto, mense iulio, tertiadecima indictione. Scriptum memmorie et securitatis a me Petro iudice Torasie emissum, eo quod in presentia domini Robberti, venerabili abbatis cenobii Sancte Marie montis Virginis, et nostra aliorumque conplurium bonorum hominum et subscriptum testium domnus Petrus abbas Cenobi Sancte Marie de Casali Venticani conquestus et super predictum venerabilem Robbertum abbatem, dicens illam terram, quam Manases milex olim pro anima sua iudicavit, malo ordine tenere, quia in testamento prephati Manases ordinatum fuit, ut si idem dominus Robbertus abbas monachum suum non misisset qui illum sacrare deberet, predictus domnus Petrus abbas ad predictum cenobium Sancte Marie Venticani corpus eiusdem Meneses cum terra daretum, quia ipse pro anima sua iudicavit. Ad quod prephatus Robbertus venerabilis abbas respondit, dicens testamentu illud non aliter sciret nisi ut Ector frater predicti Manasex corpus ipsius in predicto cenobio Sancte Marie montis Virginis duxit et illam terram in illo sacro altai offeruit; tantum recordetur ab illis qui testamentum audierunt et, cui iuxstum erit terram illam haber, tribuatur. Unde hi duo abbases rogaverunt nos ut quod inde audivimus recordaremus. Nos itaque in parte cu aliis probis hominibus traentes, cognita experta efficacia, taliter hunc negotium recordati fuimus: cum enim edictus Manases ad talem se viderad finem veniri, posposuit se religiosam vestem monachatus vellet indui; unde preordinavit ute si de illa infirmitate moriretur in predicto cenobio montis Virginis sepelliretur et terram illam in ipso cenobio daretum, quam in manibus nostris pro parte ipsius cenobi tradidit, hoc itaque peracto omnia ad predictum abbatem Robbertum misimus. Set quia priusquam nuntius rediretur, videntes ipsum Manases magis magisque finiri et deteriorari, rogavimus predictum abbatem Petrum ut amorem domini abbatis Robberti illum monachum faceret; ad quod ipse respondit se dubitaret, ne forte ipsum Manases sanaretur ed dominum abbatem Robbertum in predicto cenoio nollet eum recolligere, ad cenobium predictum Sancte Marie Venticani cum tota terra pergere deberet statuimus cum ipso Manases si de illo cenobio deiceretur. Set priusquam, ut diximus, nuntius rediret ipse Manasex mortuus est, que omnia ipse abbas Petrus concessit. Hoc itaque peracto, predictus dominus Robbertus abbas rogavit nos ut super hoc sententiam daremus. Nos vero in parte cum aliis probis hominibus traentes et maxime cum Magno iudice Sumontis huic negotio talem iudicantes inposuimus finem, ut cenobium Sancte Marie montis Virginis terram illam haberet et possideret sine molestatioine ipsius abbatis Petri et sine cuiuscumque a parte ipsius requisitioine, et ne id oblivioni tradetur set in futuris possit memmoraribus hoc scriptum exinde emitti. Ego predicto Petrus iudex ac notarius hoc brebe scripsi, actu castelli Torase.
+Ego qui supra Petrus iudex (S).
+Ego qui supra Magnus iudex.
+Ego Leonardus milex.
+Matheus scriptis milex favetoibus istis (S).

2. Il Cenobio di S.Maria in Venticano continua a vivere fra il 1100 e il 1300
Venticano ebbe quindi una propria abbazia, un proprio monastero e dei propri beni. Questo almeno fino al 1300 quando i verginiani scambiarono con il conte Petricone Caracciolo dei beni presso Casale Venticani per costruirvi una chiesa intitolata a S.Maria, che, piccola o grande che fosse, evidentemente non può essere confusa con il precedente Cenobio-abbazia di S.Maria che ebbe vita a sè ancora nel 1374 quando si cita l’abate Giovanni di S.Maria di Venticano che in quell’anno partecipò al concilio generale indetto dall’arcivescovo Ugo di Benevento (Orsini, Synodicon, p.291).
Alla morte dell’abate Giovanni, presumibilmente avvenuta fra il 1388 e il 1389, i monaci non riuscirono ad eleggere il successore in quanto si divisero in due fazioni. Fu necessario l’intervento di Papa Urbano VI (1378-89) che auctoritate apostolica providit, nominando abate il monaco del monastero venticanese chiamato Benedetto di Apice e facendo diventare da quel momento l’elezione dell’abate di Venticano di nomina pontificia. Rappresentava, tale elezione, un obbligo di sottomissione al papa che non accettò l’abate Benedetto forse perchè di partito papale contrario. Questi rinunciò alla carica di abate facendo nominare da papa Bonifacio IX (1389-1404) il suo successore nella persona di padre Francesco de Adamo (o de Alamo?).
Successivamente furono i cardinali Enrico di S.Anastasia e Marino di S.Maria Nova che, per determinare la tassazione locale, chiesero a Montevergine l’elenco preciso dei beni dell’abbazia venticanese, undecumque provenientibus nullius deductis oneribus seu expensis - come scrive il Tropeano. Con la stessa data del 13 luglio 1394 l’abbazia di Santa Maria di Venticano fu inserita nei libris obligationum con la dicitura provvisoria: illud in quo taxabitur in camera secundum habitam informationem de partibus huc reportandam (Hoberg, op.cit., p.268; in Tropeano, CDV, op.cit.).

3.Il monastero di Venticano della Diocesi di Montefusco
A partire dal 1308, fra le chiese della diocesi di Montefusco, in Monte Fuscolo eiusdem Diocesis, iscritte nella Rationes decimarum Italiae della Campania (Inguarez, Mattei Ceroselli, Sell., Rationes decimarum Italiae - Campania, pag.322), compare il Monasterium Venticani che paga un’oncia e mezza, mentre tutte le altre chiese pagano solo fino a 15 tarì.
Lo stesso abate di Montefuscolo, Symeon de Fulco, sborsa solo 15 tarì, l’abate Nicolaus de Fulco 6 tarì, l’abate Nicolaus de Vinfrido 12 tarì, l’abate Iohannes de Vinfredo 7 tarì e mezzo, l’abate Nicolaus de San Georgio 6 tarì, l’abate Rogenius filius Guilberti 6 tarì, e un’oncia è per i benefici del fu abate Raonis de Niclisio. Fra i 53 nominati, oltre agli abati, si distinguono il Domino Henricus Manerice che paga 6 tarì, il figlio del Domino Guillelmi Symonis de Goffrido che paga 2 tarì, il beneficio del fu figlio Guerrerii de Molasio (de Molisio) con 4 tarì, il magister Martino de Palma che paga 6 tarì. Il resto sono tutti presbiteri.
Le decime del 1327 sono elencate per clero, solo Venticano figura come monastero: il clero di Montisaperti paga 7 tarì e mezzo, quello de Montefalzono sborsa 12 tarì, quello di Montemilitum paga 15 tarì e quello di Montefuscolo 3 once. Il Monasterium Venticani paga 20 tarì (ivi, pag.331-32).
Nel 1328 i tarì di Venticano scendono a 10 sempre come Monasterio, mentre gli altri continuano a pagare come clero: Monte Aperto sborsa 3 tarì, Monte Mileto 9 tarì e Montefuscolo 1 oncia e 2 tarì (ivi, pag.333-335).

4. L’opuscolo di Addonizio e “Montevergine Sagro” del Mastrullo: il Casale di Venticano rinasce nel 1300 intorno alla nuova abbazia sita dove oggi sorge la chiesa parrocchiale
Fra i pochi che nel corso degli anni si sono ricordati di citare l’antica abbazia di S.Maria in Venticano v’è innanzitutto il sacerdote Pasquale Addonizio che, nel 1925, pubblicò l’opuscolo: “Origine storica di Campanariello, memoriale della proprietà e rendite della Chiesa Badiale di S.Maria di Venticano” stampato in Materdomini dalla tipografia “S.Gerardo Majella”.
Addonizio riferiva che ai suoi tempi Campanariello era una grossa borgata di 1819 abitanti, molto civile ed industriosa. Egli scrive che il Casale di Venticano, o Benticano, come nel 1663 scrivono D.Amato Marsullo ed altri, apparteneva al Conte Petricone Caracciolo che nel 1300 lo cedette a Montevergine con la giurisdizione temporale di esigere il passo, lo jus, cioè la tassa sul pedaggio, da cui nacque la borgata Passo di Venticano, che si ritroverà lungo la Via Nazionale ancora nel 1921 quando contava 363 abitanti.
Giunta nelle mani di Montevergine l’allora abate Guglielmo IV vi edificò un monastero con la grande chiesa di S.Maria dove fece dipingerà la Beata Vergine fra S.Benedetto e S.Guglielmo, mentre fece apporre lo stemma della signoria verginiana nella trave della chiesa e dell’osteria dove si esigeva il passo.

La distruzione di Venticano raccontata dal Mastrullo (Monte Vergine Sagro, Napoli, 1663)
A quanto si è appreso dalle fonti verginiane, sulle notizie della distruzione e riedificazione di Venticano intorno ad una nuova chiesa, l’Addonizio si sarebbe rifatto al Mastrullo, che a sua volta avrebbe attinto cenni dal Giustiniani (Dizionario del Regno di Napoli, V, IV, pag.202).
Così scrive il Mastrullo: “Pervenuto, che fu detto Casale di Venticano, sotto il dominio dell’Abbate di Monte Vergine, che fu dell’hora, era Guglielmo IV, subito si ritornò à riedificare dalli medesimi vassalli, ch’erano fuggiti per le guerr in diversi luoghi, & erano ritornati per goder li privilegi di Monte Vergine. Quindi dall’abbate Guglielmo, per mostrar il Dominio, & il possesso del suo Monasterio di Monte Vergine, esiggersi il passo, fè porrer l’Arme della Religione in quella Casa, ò Hosteria, dalla quale si esiggeva; e dell’Arme fin à giorni nostri, vi sono state vite attaccate in quella medesima Casa, ò Hosteria della quale al presente si esigge. In mezzo di detto Casale, l’Abbate Guglielmo, vi fabbricò un Monasterio per li monaci, & una chiesa grande, sotto il titolo di S.Maria, nlla cui porta fè porrere l’Arme della Religione, come si son viste, e nella cone della B.Vergine ì fè dipingere San Benedetto da una parte, e San Guglielmo dall’altra, conforme anche al presente si vedono in detta chiesa. Il Monasterio poi, sempre fu governato sotto il titolo di Abbadia”.

L’abate divenne quindi barone di Venticano esercitante la giurisdizione temporale che, nel 1378, papa Urbano VI, affidò a Fra Giovanni prima e, morto costui, a Fra Benedetto d’Apice che, per motivi sconosciuti, rassegnò la Badia nelle mani di Donato, arcivescovo di Benevento, col patto di conferirla a Fra Francesco d’Adamo di Manfredonia, allora monaco di Montevergine, ma non dell’abbazia di S.Maria di Venticano.
Nel 1394, morto il papa, l’arcivescovo di Benevento chiese ed ottenne dal successore Bonifacio IX che si conferisse la Badia a Fra Francesco D’Adamo, come da bolle trascritte nel libro “Montevergine Sagro”.
Questo fino al 1527 quando i Francesi distrussero Venticano falciata dalla conseguente peste, mentre l’abbazia veniva affidata in commenda al cardinale Cesare Baronio e, dopo la sua morte, avvenuta nel 1606, alla Biblioteca Vaticana, che mantenne in vita il Casale fino al 1800.
In tale data lo si trova nominato negli atti dei notari Francesco Bianco, Gioacchino e Sigismondo Musetta, Fortunato di Ieso, Francesco Carosella, D.Nicasio Melisci, ed altri, con la dicitura “nel Casale di Venticano in giurisdizione della Pietradefusi”, come pure lo si trova nei registri parrocchiali.

5.Nel 1806 il Casale di Venticano fu distrutto nuovamente, sopravvivendo con il nome di Campanariello alle dirette dipendenze del Capitolo Vaticano
Dopo la distruzione operata dalle truppe del Generale Championet, il Casale di Venticano sopravviverà con la nuova denominazione di Campanariello. Distrutto dai Francesi sarebbe infatti rimasto in piedi solo la torre campanaria. La denominazione non cancella quella originaria di Venticano, ma prende su di essa il sopravvento facendo rinascere il paese intorno alla ricostruita chiesa arcipretale che nel 1913 ebbe anche la fonte battesimale e, nel 1918, fu elevata a parrocchia, per la munificenza del vicario foraneo di Pietradefusi, il canonico Luigi Annecchiarico.
Nel 1861 gli arcipreti si sottoscriveranno ancora come arcipreti dell’insigne chiesa collegiale Pietradefusi, Venticano ed altri casali e, a seguire, le firme sono degli arcipreti che si definiscono di Pietradefusi, Dentecane e Campanariello, come da registro delle deliberazioni della confraternita di M.SS. dell’Arco (1782-1865) che si riuniva nella chiesa di S.Gennaro in Pietradefusi, ancora il 1 marzo del 1818, quando si citano Campanariello, Dentecane e Piscialo quali casali “ben lontani”(?!) dal comune capoluogo di Pietradefusi. Pertanto i confratelli concludevano di dover assistere alle cerimonie vestiti col sacco solo nelle festività che si celebravano in Pietradefusi, capoluogo del Comune, cioè SS.Corpo di Cristo, Rogazioni, S.M dell’Arco, SS.Rosario, S.Giuseppe e S.Lucido protettori del comune e dei casali.

Le proprietà della Badia di Venticano riportate da Addonizio sono riferite al 1701
Secondo l’Addonizio la guerra di successione di Spagna, terminata con il Trattato di Utrcht (1701-1713) si trascinò dietro lo Stato Pontificio quindi anche i beni Beneventani. Da qui la decisione di Clemente XI nel 1708 di obbligare i responsabili di chiese, cappelle, confraternite, ospedali ed altri luoghi pii a compilare ogni dieci anni i nuovi inventari.
Nel 1708 ne fu compilato anche uno per la badia di Venticano a cui seguì l’ordinanza del 1722 in cui si cita Fra Vincenzo Maria dell’ordine dei predicatori divenuto Cardinale Orsini titolare vescovo della Cattedra della Diocesi di Porto e arcivescovo di Benevento.

Beni e rendite della chiesa badiale di S.Maria in Venticano riportate da Addonizio (ivi, pag.14):
La guerra di Successione di Spagna, terminata col trattato di Utrecht - (1701-1713)- trascinò il Pontefice, sebbene si dichiarasse neutrale, in una situazione pericolosa verso la Francia e l’Austria, dalle quali ebbe gravissime rappresaglie ed anche invasione dello Stato pontificio. Clemente XI per riparare agli enormi danni verificatisi ordinò nel 1708, e per ogni decennio, i nuovi inventarii delle Chiese, Cappelle, Confraternite, Ospedali ed altri luoghi pii.
Il Cardinale Orsini, Arcivescovo di Benevento, subito ne emanò per l’Archidiocesi l’ordinanza.
Per la nostra Chiesa di S.Maria in Venticano, mentre si riporta la Pianta estratta dall’inventario 1708, si trascrive, per l’essere più recente, l’ordinanza del 1722, la quale è del tenore seguente:
Fr. Vincenzo Maria dell’ordine dei predicatori, per divina misericordia Vescovo di Porto, della S.Rom.Chiesa Cardinale Orsini, della S.Chiesa di Benevento Arcivescovo.
Essendo terminato il decennio dal tempo della compilazione dell’inventario della Badia di S.Maria in Venticano della Biblioteca Vaticana della Terra di Pietradefusi, e dovendosi il medesimo rinnovare in esecuzione della Bolla Sistina, leggi Conciliari e Sinodali, acciò lo stato suo non resti pregiudicato, come per il passato, con diverse occultazioni di beni, scritture e ragioni spettanti alla detta Badia di S.Maria in Venticano; però a fine di riparare quanto sia possibile a pregiudizii suddetti, col presente Monitorio si fa noto a tutti, e si ordina ad ogni persona di qualsivoglia stato, grado e condizione che sotto pena di scommunica riserbata all’Arcivescovo fra lo spazio di giorni tre, numerandi dal dì dell’affissione del presente, abbiano e debbano rivelare tutti i beni, così mobili, come stabili della suddetta Badia, con rivelare ancora l’annue entrate, frutti, rendite, ragioni e tutto ciò che sanno della medesima, colle scritture appartenenti ad essa, ed a tale effetto debbano comparire avanti a Noi. Ed affinchè detto Monitorio venga a notizia di tutti, e non si possa allegare causa d’ignoranza, ordiniamo che il presente si affigga ad valvas di questa Chiesa Vicariale affinchè in ogni futuro tempo, così affisso, si abbia per pubblicato, come se fosse a tutti notificato.
Pietra di Fusi, 21 Maggio 1722.
Not. Ioseph De Martino Delegatus

Vitus Barletta ordinarius Cursor retulit mihi subscripto Delegato sub die 21 m. Maij 1722, affixisse ad Valvas Maioris Ecclesiae sub titolo SS.ae Annunciata duplicatum Monitorii sive Edicti, et sub die 25 m. Maij eiusdem anni 1722 defixisse.
Praesentibus Fortunato Sorrentino et Carolo Antonio Sabatino dictae Terrae Petrae Fusorum testibus.
Not. Ioseph De Martino Delegatus.

La Badia e il Campanile del 1770 erano situati a poche decine di metri dalla Strada Regia borbonica. Lo si rammenta nello stesso editto.

La suddetta Chiesa, sotto il titolo di S.Maria in Venticano, sta situata vicino alla strada Regia, nel luogo detto Venticano. Nel mezzo della tribuna di detta Chiesa vedesi in isola situato l’unico altare. Vi sta il campanile adiacente con una campanella alta palmi 2 e palmi 5 di circonferenza.

L’Abbazia comprendeva beni stabili come la casa badiale che stava nel luogo detto S.Maria in Venticano adiacente la chiesa, con gradinata di pietra, passamano e camino con il servizio del romita e per l’uso dell’affittuario delle entrate badiali.

Chiesa Badiale di S.Maria in Venticano della Biblioteca Vaticana nella Terra di Pietradefusi con le sue annessioni nel 1722
Nel documento segue la descrizione della casa ad uso di taverna fittata, per il recupero delle spese dell’imbiancata, ad Alessandro Polinaro (Molinaro?) e Ciriaco Colarusso per 150 ducati annui insieme a terra a Corte dei Santi, Li Triemoli, dov’erano le terre affittate a Giuseppe Mazzarella per 126 ducati annui, e a Giardino, situato fra Chiesa e Taverna, sul confine con la terra affittata a tomoli di grano a Leonardo Petrillo.
Le misure sono espresse in tomoli, abbreviata in “tt.a”, secondo il sistema metrico napoletano, di cui ognuno è un quadrato di 100 palmi di lato ossia di 10.000 palmi quadrati. Ad anno corrente in tomoli di grano (misura per cereali) erano stati fittati anche i territori di Pontepiano o Salce o Isca di Cubante, locati per un anno a Giovanni Barletta, Gaetano e Prisco Addonizio, poi affittati a Francesco di Addonizio.
A Pontepiano del Cubante c’era anche il terreno locato a Francesco Giordano di Montefusco, alla Fontana di Corno (o Tuoppolo) seu Viscatali di Pietradefusi un altro ad Agostino Petazzo e poi a Virgilio Colantuoni.
Poi a Fontananuova alla Via Regia della Terra di Pietradefusi affittato a Cesare Casazza e passato ad Alessandra Ciarcia vedova Nicolò Rubino.
Alla località Pietra o Velosani seu Varco di Venticano era quello affittato a Domenico Vesce e poi a Giovanni Frisella. Alla Piana di Chiorma, altri a Feletta a Piana dello Chiuppo affittato ad Annibale Petrillo e poi a Bartolomeo Villani.
Presso Venticano era la terra di Calore e Ponte di Calore seu Ruvomorto affittata a Domenico Di Iorio, insieme all’altro territorio alla Piana di Chiorma, poi affittati a Ciriaco Cerignano, compreso il territorio demaniale della Grotta nel luogo detto S.Fosca. A Paolo di Leo e poi a Domenico Todesco era affittato invece il fondo di Pantelli di Festola. A Lo Pesco seu la Chiusa era la terra fittata a Nunziante Mazzarella, accanto a quello di Leonardo Penna entrambi finiti fittati a Carlo Pizzano.
A Campo di Pera seu Fontana d’Agli c’era la terra fittata a Giuseppe e Gennaro Capone.

Il fondo di San Martino del 1700 diviso in cinque porzioni
Il feudo di San Martino era un luogo della Terra della Pietradefusi da 362 tomoli, 2p.33. Fittato a Francesco Pagliocca e Domenico Russo si ritrovò poi in possesso di Lucido Pagliocca, Onofrio di Iesu, Tomaso Troisi, Domenico Romolo, Francesco Russo perchè diviso in cinque porzioni fatte fra di loro.
Presso la Terra di Pietradefusi era il territorio di Macchiatelle affittato a Donato Villano e poi a Francesco Nardone. A Francesco Acquaviva era stato dato un territorio a Li Varchi (Venticano-Calvi) come pure quello di Ilici (Venticano) e San Savino (Pietradefusi).
Nelle pertinenze propriamente dette di Venticano ricadeva il territorio vicino alla taverna del signor Iannillo di Montefuscoli affittato a Domenico Luongo e poi a Bartolomeo Luongo.
A Li Criti seu Valle di S.Andrea v’era la terra fittata a Michele Nardone indi a Giacomo Nardone.

Territori badiali concessi a censo di grano per 29 anni a nobili locali come l’illustrissimo Don Nicolò Coscia
Seguono nella lista delle terre di S.Maria date in affitto, quelle concesse per 29 anni in cambio del grano, spesso registrati dal notaio Francesco Imbimbo.
V’era la terra alla Piana del Boschetto concesso a censo a Niccolò Marallo e Michele Nardone. Questa terra, in particolare, il 23 marzo del 1708 era stata ceduta all’Illustrissimo Don Niccolò Coscia dottore delle leggi e tesoriere della S.Metropolitana chiesa di Benevento che quindi lo possedette.
Altri terreni erano a Isca di Corno e altri ancora al Boschetto o Ischitella anticamente detti Li Paparielli ceduti a Guglielmo Nardone, indi ai fratelli Niccolò, Matteo e Gioacchino Nardone, e passati anch’essi a Coscia nel 1714.
A Savuco del Boschetto e a Chiuppito seu Mazzuni v’erano invece le terre cedute a Don Vincenzo Coscia.
A Don Francesco Acquaviva era stato dato il territorio dell’Isca seu la Scafa, come pure Velosani seu Toderilli.
Una terra a Li Criti seu Valle di S.Andrea era stato dato ad Ovidio De Lutiis. Altri a Fontana di Festola con fontana d’acqua sorgente, come pure era fontana d’acqua sorgente quella di Pantani di Festola seu Fontana fabbricata.
A Piana di Corno, nelle pertinenze di Venticano, era il terreno ceduto a Domenico Vesce e dati a Bartolomeo Luongo per conto del dottor Domenico Fisico della città di Montefuscoli, come da strumento del notar Giovanni Carlo De Martino del 28 maggio 1722.
A Felette seu La Piana detto Chiuppo, in pertinenza della detta Terra della Pietra, v’era quella tenuta da Annibale Petrillo, ceduta a Francesco Della Verde.

Territori concessi come possesso, cioè a titolo di censo perpetuo in grano e a censo perpetuo in danaro
Ceduti a titolo di censo perpetuo in grano erano non molte terre che si trovano in possesso di pochi “signori”. Al signor Decio Centrella era stato dato in possesso un seminatorio nel luogo detto La Piana di Vespela. Al notar Gioacchino Mosetta la terra a Valle di S.Andrea tenuta da Rocco Mosetta. A Giacomo Nardone del fu Michele, una terra a Valle di S.Andrea.

Altri beni a censo posseduti nei paesi circostanti
A censo perpetuo in danaro era il territorio concesso al dottor Cesare Peluso come tutore di Alessandro Cianciullo f.minore del fu Giuseppe in luogo detto S.Apollinare. Altro era quello della SS.Nunziata di Napoli, sempre a S.Apollinare. Mentre era di Francesco Acquaviva quello di Todesci seu li Velosari.
Beni dell’abbazia erano anche quelli posseduti in Montefusco, come la casa palazziata di Giovanni Battista Rippuccio di Chiusano, e il notar Pierre de Luca in suo nome e parte di Giovanni Battista degente in Monte Fuscoli.
Territorio locato ad anno corrente in danaro era quello a Tosiello di Montefusco, vicino alla Via Regia, affittato a Domenico Spiniello, dato a Carmine de Luca.
La Badia possedeva beni anche nel Castello di S.Maria Ingrisone affidati al Conte del Castello di S.Maria Ingrisone. Si tratta di vigne, alberi da frutto nel luogo detto Corte di Venticano.
Altri beni della badia erano quelli posseduti da Francesco Bosco e da Don Nicolò, Gennaro e Giovanni Camerino nelle pertinenze di San Martino del feudo di Montevergine nel luogo detto la Campeta.
Beni esistenti anche presso la stessa città di Benevento e affidati, cioè in possesso della Chiesa di S.Lucia fuori Porta Aurea, come la casa beneventana data per 29 anni a Nicolò Zainella nel luogo detto Cortiglio de’ Vagni. O l’orto dato a Francesco Pirone di Bonea di Montesarchio, proprio attaccato a S.Lucia a Porta Aurea, al confine con l’orticello dato a Don Ottavio Nicastro nobile beneventano; mentre Niccolò Compare e Francesco Iannasso di Benevento avevano un territorio a Ponte Valentino.
Altre terre in cambio di danaro erano state date presso Torre Le Nocelle a Tommaso di Benedetto a La Corte dei Monaci, come pure quelle dell’eccellentissimo principe Tocco di Montemiletto che aveva ricevuto un seminatorio con fontana d’acqua sempre a Corte dei Monaci. Giovanni Todesca invece aveva avuto un castagneto alla Contrada Lupo Grosso seu La Corte dei Monaci, presso le terre date a Giovanni di Virgilio, Donato Vozzella e Giuseppe Iarrubino fu Nunzio, Giuseppe Di Luzio e Giacomo di Roma.

L’ultimo bene elencato e posseduto dalla Badia di S.Maria in Venticano della Biblioteca Vaticana era quello della chiesa diruta di S.Pietro in Sassinoro della diocesi di Boiano
Tutti i beni davano un introito di 672 Ducati e 97 e 1/2 e, tolti i 3 ducati alla Mensa, i 16 per le messe fetsive del cappellano, i 4 per la cera, l’1 e 1/2 per l’olio nella lampada durante i giorni festivi e 1 ducato per lo jus cattedratico, se ne aveva un esito netto di 641,47 e 1/2, come sottoscritto dal procuratore della badia Alessandro Di Jesu e controfirmato da Ioseph de Martino, notaro apostolico di Paduli.

Il feudo di Gambatesa, Monastero, Castello e Casale

1.L’Actum entro il fiume Calore diverso dall’Actum oltre il fiume dall’anno 774 fino ad oggi
La domanda alla quale manca ancora una risposta definitiva è se la prima chiesa di San Martino dell’originaria Venticano fu nel verso della Montagna di Bonito o in quello della Montagna di Montefusco. Domanda alla quale si può rispondere se ci si riferisce ad un luogo situato sul fiume Calore, anche se le San Martino di questa zona sono più di una.
Per esempio, nel 1700 ancora si diceva che appartenesse a Bonito la chiesa di San Martino dove fu rinvenuta una preziosa lapide letta dal Mommsen.

La lapide letta dal Mommsen contrassegnata dal n.1368, come riportato nel Cil IX, era dedicata da un marito alla buona memoria della moglie Gaia Eppia Tecia: è datata 12 gennaio, dopo il consolato di Petronio Massimo, del 444. E’ un'epigrafe ritrovata nei pressi della Chiesa di San Martino che si dice in territorio di Bonito nel 1784, pubblicata nel gennaio del 1785 dal Lupoli sul "Giornale enciclopedico di Napoli" e da altri autori (Antonio Salvatore, Aeclanum mille anni di storia, Edizioni L'amico del Terziario, 1982, Foggia). Fu invece solo vista nel museo l'epigrafe indicata col n.1377 del Cil libro IX, che recita della morte di Caelius Laurentius, lettore della santa Aeclesiae Aeclanensis.

Dunque, anche se la chiesa di San Martino non è la stessa, fu comunque nei paraggi perchè sia Venticano che San Martino furono non lontano da Morroni di Bonito e, sempre, sul confine fra le proprietà del vescovo cristiano di Benevento e quelle del vescovo greco-bizantino di Ariano. Ciò non toglie che questi luoghi sono comunque collocati tutti ai piedi della Montagna di Montefusco e la San Martino in questione non può essere rappresentata dal vicinissimo paesello di San Martino Sannita. Questo a dimostrazione che i confini di 1300 anni fa erano da considerarsi più ampi, ma difficilmente oltrepassanti il fiume Calore dove sarebbe cominciato un altro “acto”.
Ancora oggi infatti è viva nella memoria storica il detto che nel territorio al di qua del fiume Calore abittassero nuclei familiari appartenuti ad una comunità diversa da quelle stanziatesi al di là del fiume. Il detto viene solitamente inteso come n’ato atto, cioè un altro Acto, quindi non rientrante nell’atto in questione, cioè in un ben determinato territorio che si dovette chiamare “atto” (=distretto, circoscrizione territoriale) fin dai tempi degli acta (Acto Lucerino, Acto Beneventano, etc...), che furono fondati dal Principe Longobardo Arechi II.

Nel 1068 la Diocesi bizantina di Ariano era ancora staccata dalla Diocesi Beneventana. Infatti fu l’ultima ad essere annessa alla metropolìa beneventana. Non c’era con Benevento nel 1068 quando il rito latino fu ripristinato nella chiesa beneventana da papa Alessandro II (1061-1073).
Il vescovo della Cattedrale di Ariano, del resto, fu ben raffigurato sulle porte del Duomo di Benevento nell’atto di benedire alla maniera greca col pollice e l’indice uniti, almeno fino al 1070, quando anche la Diocesi di Ariano fu conquistata e annessa a Benevento, distaccandosi dal rito bizantino e divenendo una dipendenza dell’arcivescovo metropolita di Benevento e quindi terra normanna appartenuta al Papa.

2.San Martino di Venticano e Bonito del 1100 sul confine fra le proprietà del vescovo cristiano di Benevento e quelle del vescovo bizantino di Ariano
Nei campi di Bonito ancora si usa dire che l’abbondanza è affidata all’intercessione di San Martino, santo a cui essi con ogni probabilità erano appartenuti. “Binidica, Santo Martino”, è la formula augurale per la crescita del raccolto, con la variante del solo “Santo Martino!”, ancora in uso in alcuni luoghi.

A dire del Pennetti, sul finire del 1800, Bonito era sorto sul sito di una antica città di cui vedevasi i ruderi di un acquedotto e vi si trovavano frammenti di statue, colonne, idoli, monete e qualche iscrizione. Ma non si trovò alcun riscontro alle citazioni del Vitale che, nella storia di Ariano, asseriva addirittura che Bonito era città antica. Lo stesso Pennetti, inoltre, ricorda che Giovanni Cassitto, i cui componenti della famiglia recuperarono per secoli opere d'arte affioranti sul territorio intercomunale, nelle feste Arianesi, diceva che Bonito era opera dei Normanni.
A suo dire fu del Conte di Ariano che la passò a Ruggiero Mattafellone che fu spogliato dei beni da Re Ruggeri, il quale lo affidò a Michele de Cantono, e finì nelle mani di Guglielmo Gesualdo e di suo figlio Elia Gesualdo come feudo di un milite verso il 1160. Poi ancora a Roberto Gesualdo e, nel 1230 all'altro Elia Gesualdo ribelle a Re Manfredi e per questo privato del feudo.
Secondo il De Lellis la costruzione del castello risale al 1130 ad opera della famiglia romana trapiantata a Scala chiamata Bonito che ne fu proprietaria, ma secondo il Rossi fu costruito su una rocca del 1030 che, in quell'anno, ospitò Gerardo Borgogna, futuro Papa Nicola II, giunto a rivendicare Apice quale proprietà della Santa Sede.
E' infatti del 1030 la notizia del Rossi, seppure senza riscontro, di un Castrum Boneti, quando il vescovo Gerardo di Borgogna venne ospitato nella fortezza locale in occasione del viaggio in Terra d'Apice quale inviato apostolico romano del Papa.
Alla morte di Gugliemo Duca di Puglia si scatenò una guerra civile. Re Ruggiero, per difendersi dai conti di Avellino e Ariano, ordinò a Guglielmo Gesualdo di costruire i tre castelli di Acquaputida (Mirabella?), Grottaminarda e Bonito per raggruppare gli abitanti che abitavano le condome.
A dire del Di Meo, Acquaputida fu innalzato nel 1130, seguito da Bonito.
Ruderi di un castello di quest'epoca hanno attestato l'origine del maniero risalente all'anno 1000. Ma è difficile datare il castello essendo stato ricostruito più volte nel corso degli anni. L'unica cosa che si sa è che fosse a pianta quadra, ancora visibile nella zona antica del paese, nel punto più alto, dove resistono due delle quattro torre cilindriche (una è caduta di recente e la quarta fu abbattuta per rendere possibile l'ingresso alla Chiesa dell'Oratorio) e un ponte levatoio per il passaggio sopra il fossato, che, attraverso uno dei due portoni opposti, conduceva nel cortile. A proteggere il portone di Nord c'era la guardia, a quello di Sud una guardiola a due piani sovrapposti fatta demolire da Crescenzo Miletti per apliare la piazza. Una quinta torre - dove secondo la tradizione era collocata la ruota sanguinolenta per la tortura - fu abbattuta, come ricorda il Giordano, per dare aria all'abitazione di Federico Girolamo. La botola dell'androne del portone di Sud immetteva nel sotterraneo di sicurezza che sbucava, secondo la tradizione, presso la chiesa di Santa Maria della Valle.
Nessuna notizia, ricordava Pennetti, si ritrova negli annali del Di Meo, asserendo che però nel 1110 Bonito era sicuramente un feudo del Gran Conte Giordano di Ariano, che fu distrutto quindici anni dopo, dal terribile terremoto del 1125, restando disabitato lungamente.
Nell'Archivio di Cava dei Tirreni è finita anche una pergamena datata 1141 dell'Abbazia di Cava che cita un Casale amministrato da Odo di Bonito, subfeudatario dei Gesualdo.
Il Graziano ha ipotizzato l'origine del nome Bonito in quella della famiglia Beneth o Bonet in quanto in certo Roberto di Beneth fu signore di Frangalio di Bitricto (C.Graziano, Storia di Bonito, Brooklyn-New York, 1977), così come aveva in qualche modo già ipotizzato il De Lellis (C.De Lellis, Delle famiglie Nobili, Napoli, 1663, vol.3, pag.316), diffondendo il culto del santo della loro famiglia, cioè San Bonito, così come avvenuto per Amalfi e per altri sedici paesi francesi dei Bonnet, toponimo che si fa originare dalla stoffa di un particolare berretto, un copricapo senza tesa o, secondo, altri dalla forma bonnet del castello normanno a quattro torri, o della berretta da prete (Miletti, Spunti di Storia e di leggende bonitesi, Avellino, Tip.Pergola, 1930, pag.50).
Fatto è che lo stemma del marchesato di Bonito fu quello dei Bonito, in tempi più recenti, seppure la Casata vanti fra i primi componenti della famiglia quel San Bonito, abate di Montecassino (c.a.582) che scappò da Castro Casinatium con le reliquie di San Benedetto e i rotuli verso Roma quando fu invaso dal Duca Zottone di Benevento, o di un altro San Bonito (623-706) vescovo di Clermont.
I feudatari imposero una vita sociale essenzialmente basata sulla attività agricola, probabilmente cominciata alla località Vigna La Corte (Vigna della Corte), un'area adiacente la strada, ma alle spalle del Castello, sul lato opposto all'ingresso principale.
Morto Odo I il feudo di Castri Boneti tornò ad Elia Gesualdo che lo assegnò nel 1240 a Sergio Bonito, marito di Sigilgaita (Sichelgaita) Capuano, suffeudatario di Elia II Gesualdo, quando organizzò la prima comunità stabile abitando il castello sulla collina.
A Sergio si deve il mantenimento della chiesa di Santa Maria della Valle e la costruzione di una seconda chiesa, la futura parrocchia, presso il castello per la cura spirituale di famiglia, guardie e abitanti. A lui seguì il figlio Compagnone Bonito, marito di Ciancia (Ciantia) Dentice da cui ebbe Andrea ed Odo, come si ricava da una donazione di Cava.
Nel 1271 toccò al nipote, Odo II (o Oddone), riconosciuto suffeudatario di Nicolò Gesualdo (Conte di Frigento) della Terra di Bonito da Re Carlo I d'Angiò e, dopo la morte di Nicolò Gesualdo, nel 1300 fu nominato da Re Carlo II unico erede e feudatario diretto e non più come vassallo della Contea di Frigento, con pieni diritti sui possedimenti: tam ipse Odo, quam sui predecessores ab antiquissime tenuererunt Feudum Castri Boneti (in De Lellis, Famiglie nobili).
Da un documento del 26 aprile del 1278, come risulta dai Registri Angioini, per la generale sovvenzione Bonito fu tassata da Re Carlo D'Angiò in quanto, da assunte informazioni, risultava a quell'epoca nuovamente abitato. Nel 1240, come ricorda il Wilkemann, i Bonitesi dovettero anche concorrere alla ricostruzione del Castello di Apice.

3. Vi fu una Vetticano o Venticano nel Pantano della Baronia Feniculo (di Montefusco o Villa Literno?) concesso da Enrico VI e Costanza d’Altavilla a S.Sofia di Benevento nel 1196, insieme al feudo di Gambatesa
Di Venticano si torna a parlare nel 1196 e 1221 in documenti che la considerano inclusa nella Baronia Feniculo che fu concessa da Enrico IV e Costanza d’Altavilla all’abbazia di Santa Sofia di Benevento.
Da qui la confusione se trattasi della prima Vetticano del Pantano della Terra di Laboro oppure di Venticano di Montefusco. Ma il Cenobio di cui il documento parla potrebb essere quello di Venticano.

Il documento si riferisce a fatti accaduti nel 1196 ed è datato 1221 dallo Zazo che scrive:
Nessun’altra notizia si sarebbe avuta sino al XIV secolo, se in seguito a mie ricerche non fossero venuti alla luce alcuni documenti, fra i quali un mutilo privilegio di Federico II del 1° febbraio 1221 che richiama una precedente concessione del 1196 fatta dai suoi “divi parentes”, Enrico VI e Costanza d’Altavilla, a Guglielmo abate di Santa Sofia di Benevento [Nota 6 a piè di pagina: Arch. Stor. Prov. di Benevento, Fondo S.Sofia, vol. 28, (II), perg. 15 e 17.]
Da questo privilegio apprendiamo, pertanto, che già nel XII secolo, il monastero sofiano possedeva nel tenimento di Montefusco i casali di Venticano e di Pereccla insieme al territorio di Leoncelli. Durante il governo dell’abate Guglielmo, la Badia, a quanto pare, aveva sofferto gravi danni per la causa imperiale, ed Enrico e Costanza, in ricompensa, avevano assegnato al cenobio la baronia già di Tommaso di Feniculo [Nota 7 a pie’ di pagina: v.Catalogus Baronum in Borrelli, Vindex neapol. nobil, animadversio ecc.. Neapoli, ap.Longum, 1653, p.36] e con essa Venticano. Abbiamo sulla cessione preziose notizie [Nota 8 a pie’ di pagina: Atrch. Prov. di Benevento, Fondo S.Sofia. Platea di notizie del feudo del Covante e territori annessi, vol. XI, c.121 v. e segg.]. Nel 1196, in virtù del privilegio ora ricordato, il discendente di Tommaso, Ugo de Feniculo, si riconosceva vassallo dell’abate di S.Sofia essendosi convenuto dover possedere “dictum patrimonium, ipse et filii eius masculini sexus tantum, pro parte ipsius abbatis, et praestare eidem abbati ius iurandum fidelitatis et homagii, et omni anno dare et facere cursitare eidem abbati et monasterio, palafrenum unum, valoris sex unciarum”. Ugo conservò in piena proprietà solo il “dotarius” della moglie Adelizia e i castelli di Caprara e di Torre Palazzo (Benevento, ndr) [Nota 9 a pie’ di pagina: Su questi due castelli, v. Borgia, Memorie istoriche della pontificia città di Benevento eccc.., Roma, Salomoni, 1764, II, p.241 e segg.], salvo che un nuovo rpivilegio non avesse immesso anche questo patromonio fra i beni della Badia. E pare che egli abbia mantenuto i suoi impegni, compreso quello di far scorrazzare ogni anno per la proprietà sofiana, il palafreno del volore di sei once d’oro, a lui imposto come omaggio feudale.
In Samnium, Alfredo Zazo, “Per la Storia di Venticano, Ricerche e Documenti”, Anno XXVI, Napoli, Istituto della Stampa, 1952, pag.58-60.

Che Gambatesa fosse poi un antico feudo di Venticano viene anche dal fatto che proprio in Venticano fu scritto un atto che parla di questo luogo. E’ il feudo di Gambatesa attestato nel settembre del 1251 in un istrumento del notaio Roberto, sottoscritto da Bartolomeo giudice di Montefuscolo, in cui parecchi testimoni attestano che Giovanni de Felice, nel suo testamento, lasciò a Nicola, figlio del fu Pietro Corvo, suo consobrino, una casa in Montefuscolo nella parrocchia di San Matteo, con una vigna nel luogo detto Gambatesa, col l’obbligo di donare qualcosa ai poveri. La pergamena viene custodita a Montevergine (AMV, Vol.LXXV, fol.12).

4. I De Anglona della Baronia Feniculi, Venticano e Pereccla della Baronia di Montefuscoli, e la parrocchia di S.Ianuaro de Ventecano confusa con S.Martino sul fiume Calore oltre Ponte Arenola fra il 1225 e il 1295
Nel 1225 la Baronia di Feniculo finisce nelle mani degli eredi di Riccardo de Anglona che prestarono giuramento di vassallaggio all’abate di Santa Sofia.
Ma ecco che, trascorsi appena 19 anni, nel 1254, nacque la prima grande lite per il possesso della Baronia Feniculo quando “domina Pellusiana mater dictorum heredum” se la prese con Rogerio de Ponte per i possessi baronali di “Leoncelli et duorum casalium. videlicet Venticani et Pereccla in territorio Montefusculi”.
La seconda chiesa a comparire è la parrocchia di S.Ianuaro, cioè San Gennaro di Venticano, già attestata sulla collina di San Martino e poi forse ricostruita in territorio di Pietradefusi. Il rettore di questa chiesa, nel 1294, era il canonico capuano Ronaldo Pandone, quando, nel mese di giugno dello stesso anno, fu spogliata di libri, arredi e campane. I documenti la citano come “Parrocchia Sancti Ianuari de Ventecano appartenuta alla Confraternita beneventana di S.Spirito (Necrologium, in A.Zazo, op.cit., pag.60).
Giunto Re Manfredi, fattosi Comite ed appellatosi Camerario, in favore del monastero, spogliò i due casali di “Venticulanum et Pereccla” (Arc.Sto.Napo; in Zazo, op.cit., pag.61).
Ed è poi sotto gli Angioini che si riparla di un nuovo espolio per la chiesa di S.Martino di Venticano “posita super flumine Caloris cum terris cultis et incultis”.
Secondo alcuni S.Martino e S.Gennaro sarebbero la stessa chiesa appartenuta al monastero di S.Sofia. Di S.Martino o di S.Gennaro, ricordava Zazo, nel 1600 non esistevano se non i ruderi “sopra un monticello di là del ponte dell’Arenola (Platea, cit., 103-4, ivi), trattandosi della solita chiesa di S.Martino ricordata nella bolla di Pasquale II, die sexto, kal, nov., 1102 (Ughelli, cito, col.492 e 495; in Zazo, op.cit.).
Fino al 1308 inoltre, il Casale di Venticano, continuò ad essere conteso fra la famiglia de Sus e i monaci sofiani di Benevento.

5. Il Casale si trasforma in Castrum Venticani fra 1350 e 1351 in territorio diretto della chiesa di Roma ma sempre sul confine storico di Benevento
Venticano ricompare nella storia del basso Medioevo come “Castrum Venticani”. A tirarlo fuori nuovamente dal buio è infatti una bolla di Clemente VI scritta da Avignone il 25 maggio 1350 che assegnava “Castrum Venticani” al territorio Beneventano che restava di pertinenza della chiesa, “pleno iure” (Borgia, Breve istoria del dominio temporale della Sede Apostoloca nelle Due Sicilie, II Edizione, Roma, 1789, Appendide Doc., pag.73; in Samnium, Alfredo Zazo, “Per la Storia di Venticano, Ricerche e Documenti”, Anno XXVI, Napoli, Istituto della Stampa, 1952, pag.58).
Una bolla del papa Clemente VI del 1351 attesta che Castrum Venticani era sui confini del territorio di Benevento: “Castrum Apicii cum suis casalibus, Castrum Moroni, Castrum Venticani, Castra Montis Militum…”. Apice, Morroni, Venticano e Montemiletto sono quindi considerati come castra.

6.Venticano distrutta dagli Aragonesi fu consegnata nelle mani dell’abate di Montevergine, confermandosi ai confini fra le terre di S.Sofia di Benevento e Morroni appartenuta ad Ariano
Venticano fu poi concessa, per meriti ottenuti, a Petraccone Caracciolo, maresciallo e maggiordomo della Regina Giovanna II, imprigionato durante la guerra fra Angioini ed Aragonesi da Marino della Leonessa. Petraccone fu liberato, dopo aver consegnato la sua Rocca di Pietrastornina e costretto a cedere il Casale di Venticano a Montevergine (B.Candida Gonzaga, Memorie delle Famiglie Nobili delle Provincie Meridionali, Napoli, De Angelis, 1876, III, p.53; Vedi anche A.Mastrullo, in Zazo, pag.63).
Fu quindi l’abate verginiano Guglielmo IV del Monastero di Montevergine che vi edificò la successiva chiesa chiamata S.Maria di Venticano che prese a contrastare e ad assorbire i beni del diruto Monastero sofiano di Benevento.

La rettoria delle parrocchie di S.Stefano e della diruta San Nicola in Bonito appartenuta nel 1300 a Castro Apici e nel 1400 ad Ariano
Nel 1300 sia Bonito che Morroni appartenevano al Castro Apici. Nel “Libro delle decime” per gli anni 1308-1310, al foglio 212 n. 4728 del capitolo “In castro Apicii” si legge:”Clerici castri Boneti solverunt tar. XII” e al numero 4758:”Clerici castri Morroni solverunt tar.XII”, cioè tanto i chierici di Bonito quanto quelli di Morroni, entrambi dipendenti da Apice, pagarono 12 tarì come decima dovuta alla S. Sede.

Intanto la sede del Palazzo Vescovile fu confermata ad Ariano il 4 aprile 1488 con una bolla di Papa Innocenzo VIII il quale nomina rettore della chiesa Renzo De Rogerio, che subentra a Coluccio. La nomina era quindi papale a domostrazione che la chiesa era “libera collazione vescovile, cioè nè il clero, nè il barone hanno il diritto di presentare il loro candidato al Vescovo”.

Infatti:
“Paolo De Bracchiis, per grazia di Dio e della Sede apostolica vescovo di Ariano, al signor Renzo del castro di Bonito della diocesi di Ariano,salute eterna nel Signore. Essendosi resa vacante la chiesa rurale di Santo Stefano (ruralis ecclesia Sancti Stefani) per la morte del Signore Coluccio, ultimo ed immediato rettore, ed essendo stata a noi legittimamente devoluta (ad nos legitime devoluta), perchè a noi spetta per legge la collazione di essa (cuius collatio ad nos legitime pertinet), assegniamo questa chiesa con la terra detta “Ischitella” presso il fiume e tutte le altre terre che ad essa appartengono al predetto signor Renzo, con l’autorità ordinaria che gli spetta, con l’anello, ed ordiniamo ai coloni di dette terre di considerarlo come rettore legittimo”.

Nella Visita Pastorale del 10 maggio 1517 nel territorio bonitese erano rimaste solo le chiese di S. Angelo e S. Stefano del rettore e arciprete Renzo De Rogerio, oltre le chiese di S. Nicola e S. Giovanni dirute e unite alla chiesa parrocchiale. Alcuni beni della parrocchia furono infatti “un pede de terra de tomola 9 sub vocabulo Sancti Stephani iuxta lo terretorio de Merrune da un lato Apice iuxta la terra de Bonito” e anche “un pede de terra a le Feletta di tomola quattro sub vocabulo sancti Nicholae circa le robe de la Corte”.

7. Le sorti di Casale Venticano della Baronia di Montefusco del 1400 poi assoggettato a Pietradefusi
Nel 1497 Federico d’Aragona aveva concesso la Baronia di Montefusco a Giovanni Borgia duca di Candia. Ma già a partire dal 1413 nelle pergamene di Montevergine compare Pietra de fusi (AMV, XCIC, f.219). Nel 1503, Casale Venticano, insieme a Cucciano, Terranova, San Martino di Montefusco, Festulari, Ospedaletto e Mercogliano sono dichiarati esenti dai pesi fiscali ad istanza del cardinale di Napoli, perpetuo commissario del monastero di Montevergine (Part.Sum., vol.53, fol.62).
Nel 1507 Ferdinando Il Cattolico donò la Baronia di Montefusco al gran capitano Consalvo Fernandez di Corduba.

8. L’occupazione francese del 1528 e le ulteriori successioni
Ma le distruzioni per Venticano non erano finite. Nel 1528 ad affacciarsi sulla collina fu l’esercito francese di Lautrec, restando in piedi, secondo alcuni, solo la chiesa di S.Maria, le cui entrate furono affidate alla Biblioteca Vaticana.
Al capitano de Corduba successe la figlia Elvira che vendette Montefusco e i suoi Casali a Nicolantonio Caracciolo, marchese di Vico, per 24.000 ducati, il 12 giugno del 1545.
Espropriata ai Caracciolo per troppi debiti, la Baronia, per pagamento di 30.000 ducati, passò a Federico Tomacelli che, acquistando anche il vicino fondo del Cubante, provocò una ulteriore protesta da parte dell’abate commendatario di S.Sofia.
L’intera Baronia divenne quindi di proprietà di Fabrizio Gesualdo principe di Venosa il 21 agosto del 1589.

In questo periodo non mancano le liti per il pascolo nel feudo dei Merruni separato dalla terra di Bonito. Nel 1590 Claudio Pisanelli ricorre contro l’università di Pietradefusi che col pretesto dell’erbaggio comune con la terra di Bonito pretende esercitare il pascolo nel suo feudo di Merruni (Part.Sum., vol.1133, fol.260t).

Dopo il 1589 la Baronia di Montefusco fu sempre dei Principi di Venosa e poi dei suoi discendenti Principi di Piombino.
Il 17 dicembre 1682 G.B.Ludovisio Principe di Piombino e di Venosa vendette alla Duchessa di Flumeri, Antonia Della Marca, per la somma di 65.000 ducati, Montefusco col Passo di Dentecane (o Venticano?).
Posseduto da Luzio Caracciolo di San Vito, nel 1722, il feudo passò poi ad un suo nipote, Nicola Maria Caracciolo, che lo cedette al Monte della Misericordia di Napoli per 145.000 ducati (in A.Zazo, op.cit.).