36. Pietradefusi: Dentecane, Venticano, Castel del Lago. Comune di Pietradefusi (Av)

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Copertina posteriore

E’ la storia di un grande paese

Per chi s’avvicina, e poi si addentra, al mondo della storiografia, come ha fatto il
dottore PASCUCCI, non possono esprimersi che lodi. Questo affascinante oblìo, che negli
ultimi anni rapisce per fortuna gli editori, continua a sorprenderci. E ben ha fatto,
DIONISIO PASCUCCI, a mettere nero su bianco per donare alla ricerca d’archivio un
altro piccolo pezzo di storia. A queste sue osservazioni, che il lettore troverà pagina
dopo pagina sicuramente interessanti e spesso originali, se ne potrebbero aggiungere
chissà quante altre, come promette di fare lo stesso AUTORE in un futuro non tanto
remoto; nel mentre vorrei riportare qualche nota di prima mano su questo ex Casale
di Montefusco che da sempre mi ha affascinato e che, continuamente e costantemente,
durante le nostre ricerche, spunta fuori qua e là negli atti notarili con i suoi antichi
luoghi di Civitate S.Pietro a Sala e dell’abbazia beneventana di Venticano, oltre Castel
del Lago col palazzo di Federico II sul confine di Apice e un tratto dell’appiana Strada
Regia per Casalbore, lungo il fiume Calore, che collegava Paduli a Lucera ancora nel
1500. Premesse tali antichità, senza per nulla tener presente transunti e rescritti
posteriori, resta il dubbio sulla medesima antichità del toponimo ‘Pietradefusi’ che
l’esperienza fa immaginare come Casale, pubblico o privato, su un vasto territorio
dove preesistevano chiese, palazzo e strada di cui si è ampiamente discusso nei volumi
in collana di Venticano, Apice, Torrioni, Montemiletto, Montaperto.

Il 12 giugno 1593, Federico Melisci, per lo sposalizio per mano consignavit dictam
Madalenam dicto Berardino un saccone de duie pezze et mezze et una coltra de doje pezze
con risto de bambace’ turchine et quattro lenzola de tela de casa, cioè duie de esse con certe
turchine l’altro con tente bianche et una altro ad panalj. E ancora 4 cammise muhibre de
tela de casa cioè, due de esse con manum de tela rama ed due altre con manicunj de tela
casa lavorati alle maniche et in pecto, it quattro tovaglie muhibre de tela della Cava, cioè re
de esse lavorate de filo bianco intorno et la tela lavorata de seta gialla e tranciata et carmosina
con france intorno, queste se li consegnano per la Erema de lo Piomjppo, it duie altre
tovaglie cioè una di essa de tela de casa lavorata de cente tre huie et l’altra de tela della
Cava lavorata con centa de seta tomasca con francie de filo biancho et seta intorno, it una
coscino de tela della Cava lavorato con tente intorno. E poi uno Tocchatu de tela della Cava
lavorato de seta gialla e ranciata. It uno paro de tovaglie scote de tela de casa fatte ad
chianelle et lavorat de bambace turchina, it due mesali ut un’altra tovaglia di tela de cava
lavorata con certe bianche.
Questi si consegnano citandosi persone di Petra de Fus, fra cui Maddalena Melisci
e Berardino Conte. La donazione, et libres 305, in vista del matrimonio, non è come
accade solitamente per i casali intorno Montefusco con l’obbligazione del corredo per
due anni ad uso della Montagna di Montefusco, ma ad ana quattro justa usorum Terre
Pietre Fusorum ut adveniente tempore dicti Sanfelitii (ivi, f.120). V’è quindi una
tradizione diversa da Apice e Pietrastornina, dove si pattuisce la gonnella di saio
imperiale, e da Torrionie e Toccanisi, dove il corredo è per anni tre, ad uso del distretto
della Montagna.
Il 27 ottobre 1593, in Pietradefusi, ubi dicitur Li Pozzitello, Orazio Mazzella declama
il testamento in casa sua chiedendo di essere seppellito nella Ecclesia de Santa Maria
dello Piano, pagando una messa cantata nel giorno di San Gregorio e lasciando anche
soldi per la Cappella del SS.Rosario (ivi, f.130v). Anche S.Pietro della Sala è ormai un
luogo in territorio di Pietra Fusorum con Luca Antonio Cenatempoli (Cenatiempo)
del 1594 in cui si parla di Salaci seu la Cortina e di Giulio Salerno di Pietradefusi. Per
l’occasione si precisa che la Cappella del SS.Rosario è costruita dentro la Chiesa della
Nunziata della Pietra, come risulta da un atto con Virgilio de Rofano a Li Pisciaro
(ivi, f.133). L’8 settembre 1594 in Terra Monte Fuscoli Geronima Gaizano è vedova di
Achille Centrella ed è sorella di Giordano Gaizanum alias Pepè della Terra di Montefusco
ma proveniente, olim Torrecosij sicut Domino placuit fuisse ad hac vita sub latum, quando
anche Torrecuso era già paese, essendo Mabilia di dicto Castri Torrecusii (ivi, f.169v).
Il 22 ottobre 1594 in Pietra de Fusi et proprio intus Campanaro nuncupatur (ma
appare Camporam presso Li Serra o Sena), che è postus intus dictam Petra ubi dicitur la
Cappella, giusto accanto ai beni della chiesa e dell’Illustre Domini Gramazio Nardone.
Si cita la vendita con Stefano Novum della ricetitia Curia Baronia feudi Montis Ursarj,
Eiberando seu Costa, Antonio Bartolomeo, Vincentia Denti e Antonio patrus intimo
congiunti Domus in cenobio presso le case che furono di Camilli de Nuntia (ivi, f.178v).
Sempre del 1594 è il Reverendo fratello Domenico Diomede, or nei Sancte Mariae
Montis Virgini de Monte, cioé monaco di Montevergine, procuratore in Pietradefusi
per Oratio de Stefano (ivi, f.180). Il 6 ottobre 1594, il Reverendo Domino Cesare
Garamellus de Turris Montis Fuscoli, cioè di Torre Le Nocelle, viene attestato come
Abate curatore della Venerabile Ecclesia S.Maria de Platea alla presenza del Domino
Geronimo dell’Aquila de Civitatis Beneventi, evidentemente per ricostituire il Domino
patrimonio ejus patronato eiusdem Ecclesia S.Maria de Platea, a cui probabilmente
finirono i beni di S.Maria de Vinticano à Calore Vallonem currente a pede questa via
pubblica che confina anche a demite col Calore e abasio col Calore (ivi, B.7708, fascio
230, f.185v). Un testamento del 6 ottobre 1594 è pro Cappella intra Petram
propriamente nel luogo ubi dicitur La Cappella. Si parla della Chiesa di S.Maria del
Grano con la venerabile Cappella di S.Maria dell’Arco ivi costruita, unitamente ad una
Cappella del Rosario nella Chiesa di S.Maria del Piano. Però, una medesima Cappella
del SS.Rosario e quella del SS.Corpo di Cristo appaiono anche costruite dentro la
venerabile Ecclesia Maggiore dell’Annunziata de ditta Pietra (ivi, B.7708, fascio 230,
f.187v). In Petra Fusorum, il 10 settembre 1595, c’è il luogo propre ubi dicitur ad
Venticanum dove si incontrano il domino Donato Cardillo, Andrea de Ijeso e Stefano
de Ijeso e il magnifico Ascano Cutillo per una vendita alla venerabile chiesa di
S.Giovanni de Balneo di Montefusco (ivi, f.227).
In Petra Fusorum nel luogo di Li Baneo di Vinticano presso la via Pubblica e il
Calore Vallone, c’era la Chiesa di S.Maria Montis Virgine citandosi Lesbia de Carro
per il Campo de Spirito seu li Grancitielli. L’atto è del 16 ottobre 1694 datato nella casa
del notaio in Montefusco, ma la chiesa pare essere sempre quella precedente fra Calore
e via pubblica (ivi, B.7708, fascio 230, f.172)…

Description

PIETRADEFUSI E LA RIFONDAZIONE DEI CASALI FRA APICE E MONTEMILETTO

Per chi vive ed opera in una certa realtà, la conoscenza della storia del
proprio territorio serve non solo come conoscenza del passato, per una più
corretta valutazione del presente, ma anche come motivo di riappropriazione
della propria identità, delle proprie radici e, in definitiva, della propria civiltà,
con l’impegno di conservare il patrimonio di cultura e di tradizioni derivante
dal passato.
Ho maturato, pertanto negli anni il desiderio di offrire un contributo, sia
pur minimo, al recupero e alla conservazione della memoria storica del mio
paese, dei nomi, delle famiglie e dei luoghi.
Tra le fonti che potessero rappresentare la base di partenza per le mie
ricerche, la scelta è caduta sul Catasto Onciario di Pietradefusi del 1754, che
al di là dei dati socioeconomici obiettivamente fornitici per il XVIII secolo,
costituisce uno strumento unico, per il suo genere, ed allo stesso tempo
indispensabile per la ricostruzione della storia di Pietra de Fusi,
permettendoci di conoscere, sotto diversi aspetti, come si presentava allora
il nostro paese.
Il lavoro effettuato non è stato un mero lavoro di trascrizione dal
documento originale, custodito a Napoli presso l’Archivio di Stato, ma,
essenzialmente un tentativo di interpretazione dei dati con il rilievo delle
varie attività svolte, il numero relativo degli addetti, le classi di età e la
composizione dei nuclei familiari dei cittadini e, in ultimo, forse il più
importante ed interessante tra le notizie ricavate, anche i nomi dei luoghi
della Pietra de Fusi di allora, alcuni usati ancora oggi ed altri caduti in
disuso.
La lettura del Catasto Onciario è stata incrociata con alcuni documenti
notarili consentendomi di mettere a fuoco anche altri aspetti della vita
dell’epoca, come, il matrimonio, la vita familiare ed il sentimento religioso.
Ma, qualcuno potrebbe chiedersi che senso abbia risvegliare dal sonno
dell’oblio tante figure di antenati per farli circolare tra i pronipoti, alcuni
dei quali potrebbero esserne orgogliosi, ma altri anche vergognarsene. La
risposta è quanto mai semplice: tali personaggi sono stati protagonisti o
interpreti della nostra storia, storia che certamente non ci hanno insegnato
a scuola!
E augurandovi una buona lettura, concludo con le parole di PRIMO LEVI:
La memoria è la storia di un popolo, ed un popolo senza memoria è un popolo
senza identità, destinato a scomparire, senza lasciare alcuna traccia di sé.
L’AUTORE

POSTFAZIONE
Con grande passione per la sua terra, sostenuta da perizia e pazienza, il
dottore DIONISIO PASCUCCI reca un nuovo e prezioso contributo alla storia di
Pietradefusi. Il volume è interamente dedicato all’analisi di quell’eccezionale
documento economico-sociale costituito dal catasto onciario voluto da Carlo
di Borbone nel 1741, ma realizzato dall’Università di Pietradefusi soltanto
nel 1754/55. L’indubbia renitenza degli amministratori locali a dotarsi del
nuovo strumento fiscale – attestata dal notevole ritardo ad assolvere
all’adempimento di legge – era senz’altro dovuta alla peculiare realtà di
Pietradefusi, la cui prospera economia traeva linfa vitale dal commercio di
transito, mentre la fiscalità municipale traeva i propri proventi da gabelle
sui generi di consumo, che gravavano prevalentemente proprio sui forestieri.
Obiettivo del catasto onciario era invece appunto quello di spostare la
fiscalità dai consumi al possesso, incontrando quindi l’ostilità delle
amministrazioni locali, egemonizzate dai possidenti. Pur tenendo ben
presenti i limiti oggettivi della fonte, giacché si tratta di un catasto descrittivo
e non geometrico-particellare, redatto in epoca prestatistica, l’onciario
costituisce comunque una fonte preziosa, che ci consente di ricostruire
dettagliatamente le strutture demografiche, produttive ed economico-sociali
della comunità di Pietradefusi a metà ‘700. Le più significative peculiarità
sono costituite, essenzialmente, dalla massiccia presenza di proprietà
ecclesiastica, dovuta all’antica presenza dell’Abbazia di Montevergine sul
territorio, e dalla debolezza, per non dire inconsistenza, del potere feudale,
rappresentato dall’Annunziata di Napoli. Per di più, l’area era interessata
da una poderosa fase di sviluppo demografico ed economico, legato non
solo alla generale congiuntura favorevole di metà Settecento ma soprattutto
alla ristrutturazione della Via Regia delle Puglie voluta da Carlo di Borbone.
Ciò spiega la trasformazione dell’area doganale del Passo di Dentecane,
limitata sin’allora a poche strutture funzionali al servizio del Passo, in un
vero e proprio centro abitato, destinato a notevole sviluppo.
Lo scorrevole volume del dott. DIONISIO PASCUCCI segue tutte le dinamiche
ricostruibili attraverso la ricca fonte catastale, che l’autore integra e incrocia
opportunamente con i protocolli notarili dell’epoca. Ne risulta una
ricostruzione storica rigorosa, che sarà di sicuro interesse non solo per gli
abitanti di Pietradefusi, che attraverso il volume vedranno rivivere il proprio
passato, anche a livello familiare, ma per l’intera comunità degli studiosi.
FRANCESCO BARRA

Dettagli

EAN

9788872970133

ISBN

887297013X

Pagine

96

Autore

Pascucci Dionisio

Editore

ABE Napoli

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Editorial Review

LA VERITA' SU CAMPANARIELLO CASALE DI PIETRADEFUSI SUL FIUME CALORE...

A richiesta fatta in nome e per parte dei Magnifici Ciro Frisella e Silvio Musetta,
amministratori dell’Università di Terra della Pietra de’ Fusi, feudo AGP, il notaio
della Terra di Torrioni, DONATO LEO, il notare Luca Luciano e notare Saverio Luciano
ambedue della Terra d’Altavilla tutti, e tre della provincia di Principato Ultra, si
portarono nella Terra della Pietra de Fusi e di là nel luogo denominato Venticano. Come
scrive Leo ciò avvenne per visionare la campana: essendo saliti su del Campanile
dell’unica chiesa ivi sita d’ispezione dell’unica campana ivi sostenuta, e pendente da tre
legni, insieme col regio agrimensore notare Nicola Nisco di Santa Agnese, abbiamo con
propri occhi veduto nella parte superiore un segno di croce + rilevante sul piano del metallo
con verso di lettere ugualmente rilevante con queste parole. Ed infatti cita la scritta che
lesse: SANTA MARIA DE VENTICANO ABBATE IACOBO DE LEO ed un altro verso inferiore
dettante ANNO DOMINI MCCCCCXXXXXXXII (1572) ed in mezzo d’essa un’immagine di
rilievo della Vergine Nostra Signora col Bambino in braccia il quale tiene in una mano
un giglio; ed avendo misurata l’altezza di detta campana l’abbiamo ritrovata di palmi
uno ed un terzo, e la rotondità del labro, ò bocca della medesima di palmi tre ed un
quarto, ed in testimonio del vero (ivi, B.7361, Notaio DONATO LEO di Torrioni, f.3).
Ma la S.Maria di Montevergine con la campana non andrebbe confusa con l’antica
Abbazia sul Calore, da cui unì il titolo probabilmente dopo la distruzione per il
terremoto del 1688, al quale seguì quello del 1694 (come ricorda NAPOLILLO che cita
una Relazione anonima, consultata da SALVATORE PESCATORI e conservata nella
BIBLIOTECA PROVINCIALE DI AVELLINO) che procurò alla Terra detta Pietra delli Fusi la
morte di circa cento persone. Fu questo forse il motivo che fece nascere famiglie di
eccelsi muratori, come Guglielmo Consolazio e Carmine Ungaro della Terra di
Pietradefusi feudo AGP, ai quali si rivolse il Duca di Monestarace Domenico Perrelli,
barone di Chianche, quando nel 1780, volendo ripristinare i molini ubicati sul fiume
Sabato, decideva di ricostruire la parata di fabbrica, cioè la palata, ordinando ai due
capimastri fabbricatori di utilizzare 3 o 4 calcare di calcite (ivi, B.7366, fasc. anno
1780, inserto al f.69).
La storia non è scienza; se lo fosse non sarebbe esatta. E’ invece interessante e
puntiglioso questo libro di DIONISIO PASCUCCI che la nostra casa editrice ha voluto
pubblicare inserendo il testo in due collane per premiare il lavoro di ricerca e promuovere
la valorizzazione della documentazione, spesso inedita, studiata e portata alla luce da
chi, in fondo, va solo alla ricerca della verità.
L’EDITORE