05. Caserta nel 1749

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Copertina posteriore

Uomini e Chiese dello Stato feudale di Caserta
L’Università nelle mani dei Magnifici amministratori

1. Servi e uomini liberi del feudo retto dalla Corte baronale
In origine il proprietario del feudo teneva la Terra tutta per sé, eredi e successori lasciandola coltivare da uomini legati da un contratto vero e proprio, la fede, cioè da un atto di giuramento sui territori feudali avuti in emphitheusim. Erano invece considerati cittadini gli uomini liberi. La coltivazione del pezzo di terra poteva anche essere comprata da forestieri, rivolgendosi alla Corte baronale, cioè ai delegati del barone che gestivano il feudo, con regolare atto di vendita a censo perpetuo, col patto cioè di pagare il censo ogni anno, generalmente, nel giorno di Natale. In cambio, come spesso recitano gli istrumenti, ci si doveva impegnare a megliorare, augumentare, sboscare et rendere ad culturam, piantare alberi fruttiferi et omnibus aliis meliorati omnibus, et augumentis necessari, et opportuni; ricevendo insomma la tertiam partem pretii, naturulgo dicitur tertiaria ipsi curtis Terre.
Una Corte baronale locale è retta dal Capitano della Terra, coadiuvato da un Consultore (avvocato), che si serve di Baglivi e Mastrodatti. La Corte baronale (ma può essere anche Regia se il feudo finisce nelle mani dirette del re casomai per la morte del feudatario) è l’organo giudiziario di primo grado di diverso genere (ducale, principesca, marchesale o comitale), a seconda che abbia sede in una Università infeudata (Universitas Civium: è questo il nome con cui si designavano i comuni del Regno di Napoli durante l’antico regime), oppure posta alle dirette dipendenze della Corona. Si è appurato anche l’esistenza di altre corti, specie nei suffeudi lontani dal Castello principale, o in quei casali siti in altri feudi distaccatisi del feudo-madre. Esse non erano nè regie e nè feudali, non avevano competenze generali di natura civile o penale, ma competenze specifiche, come le Corti nundinali (dal latino nundinae = mercato), del Maestro di festa, oppure del Maestro di fiera che si formavano per dirimere le controversie concernenti gli affari relativi alle feste o alle fiere per la sola durata delle manifestazioni, come nel caso della Fiera di S.Egidio di Venticano aperta dal sindaco di Montefusco.1
Oppure della fiera di Atripalda inaugurata dal sindaco di quella Università, solo dopo il beneplacito dell’abate di S.Angelo a Scala, dal quale si doveva recare per l’omaggio.2 Vi erano, inoltre, le Corti ecclesiastiche, che giudicavano i religiosi, i quali avevano da sempre diritto al foro speciale e non adivano, pertanto, i tribunali ordinari.
Con la Magna carta feudale nelle mani di una Corte baronale si poteva permettere all’Università anche di parietare, cioè di perimetrare con pareti, tutti i fondi lontani tot miglia dall’abitato, estinguendo il debito con la Corte feudale in rate annuali, oppure abolendo la carica di esattore dei censi e definendo un solo versamento annuo, divenendo sempre più democratico, liberalizzando la vendita del vino e la caccia (tranne che in territorio baronale), oppure dichiarando gratis l’alloggio ai forestieri, o abolendo il carcere preventivo per le pene soggette al risarcimento economico. La Corte baronale si poteva impegnare anche a costruire trappeti, cioè frantoi per la macina delle olive, concedendo ai cittadini di fabbricare più forni, mentre il barone poteva scegliere il suo Camerlengo solo previo una terna di persone proposta dall’Università in cambio della fornitura di Guardie civiche per imporre il rispetto del pagamento delle tasse. La Corte inoltre non poteva incarcerare senza licenza del Capitano della Terra, che doveva possedere il titolo di dottore (in caso contrario appoggiato da un Consultore abitante al massimo lontano venti miglia dal centro) e restava in esercizio per un anno con l’obbligo di non assentarsi oltre i quindici giorni per servizi regi, il quale, come nel caso dei Luogotenenti di nomina regia, avrebbe pagato vitto e alloggio di tasca propria e non a spese dell’Università. Capitano e Baglivi non potevano emanare bandi sulla roba altrui senza in consenso del feudatario il quale, se assente, avrebbe lasciato l’ufficio nelle mani del Luogotenente per il tempo massimo di un mese.3
Della struttura creata da un barone facevano solitamente parte un Governatore facente funzione del feudatario per l’esercizio della giurisdizione delle cause, un Consultore ordinario della Corte, il Coadiuvatore e Consultore fiscale o Agente generale, l’Erario loco feudi, gli Esattori, l’Armiggero, il Guardiano della Terra e il Guardiano del palazzo, il Custode.4

2. La crescita delle Università per l’amministrazione comunale
In genere il territorio di un feudo del 1600 era nelle mani di un solo signore, anche se l’estensione terriera è affidata agli uomini della Terra per la coltivazione. Pochi i rimanenti beni ecclesiastici e le libere proprietà che permisero il nascere del ceto civile dei cittadini o cives, riuniti in Università, che comunque interessò tutto il Regno di Napoli.
Cittadini liberi e uomini del feudo, col permesso regio, avevano fatto nascere le Università comunali, ma vivevano una vita alquanto difficile perchè il popolo era soffocato dalle tasse imposte da una parte dal Regno e dall’altra dal locale Stato feudale. In particolare il ceto dei terrazzani, così detti perchè uomini della Terra, era costretto a coltivare a vita le terre della Chiesa, come i propri avi, sebbene sia evidente la libertà acquisita facendo parte di uno Stato feudale, che, insieme agli agli Stati feudali, rappresentava i possedimenti del feudatario.
Per diventare cittadini di prestigio, e quindi accrescere le proprie ricchezze, sindaci ed eletti dell’Università si dovevano rivolgere al feudatario il quale, a sua volta, poteva chiedere alla Sommaria di Napoli la instituzione della Camera riservata. La stessa Sommaria decretava che ad una Università non si potesse concedere la Camera riservata quando mancava il consenso del Barone. Condizione necessaria almeno fino al secolo successivo, quando cominciarono le eccezioni.
Alla revoca di una Camera riservata in Cassano, nell’Alta Valle del Calore, per esempio, si sarebbe opposta l’Università, ma il barone Masucci insisteva che la concessione e la revoca era stata fatta dal precedente barone Scipione Gallucci contro cui si doveva procedere.5
Fino a quegli anni le persone benestanti erano pochissime, se non quelli che facevano parte dell’amministrazione della Università della Comune, in virtù del fatto stesso di essere benestanti, quindi meno propensi alle ruberie, rischio frequente a quei tempi. Del resto, se non si era possidenti, non si otteneva la candidatura, per referenze segnalate all’ufficiale provinciale, e non si aveva la possibilità di essere fra gli eletti, tantomeno il privilegio di poter amministrare.
Lo scopo degli amministratori pubblici era quello di ottenere la cessione di una o più rendite baronali sia per l’Università, ma anche per se stessi, come privati cittadini. Per chiudere l’esempio di Cassano, a quel feudatario avrebbe fatto comodo la cessione della Gualchiera, cioè delle rendite baronali sul mulino ad acqua, sintomo che qualcosa stava cambiando, invitando i baroni a cedere diritti, ricevendo in cambio moneta contante. I feudatari cominciarono ad accettare la presenza delle Camere riservate, anche perchè avevano già sentore che stavano per perdere le rendite baronali storiche come Bagliva e Mastrodattia. Il signore cioè, oltre a cedere ai cittadini la terra in cambio di un annuo censo con l’obbligo di coltivarla, cedeva anche le rendite feudali a privati ricchi o all’Università, in cambio di una cambiale periodica da versare casomai presso il Banco di Napoli, indi la possibilità di poter riscuotere le tasse che gli toccavano come proprietario del feudo. Il censuario, dal canto suo, era obbligato da una parte a coltivare terreni che non erano di sua proprietà e che non poteva né vendere né alienare, e, dall’altra, a pagare le tasse all’Università del Comune per i servizi offerti.6
Un barone titolare poteva anche incrementare i suoi censi fittando a vita altri terreni ai parzonali, chiedendo all’Università una continua ricognizione dei beni, per il timore che falsi testimoni potessero compromettere la legittima proprietà. I contadini vassalli che non pagavano le tasse finivano nelle carceri supplicando clemenza, casomai al signore successivo che avrebbe acquisito il feudo o a chi avrebbe comprato il diritto alla riscossione dei censi. Gli eletti dell’Università, al fine di diventare dei privilegiati, erano alla continua ricerca di questo diritto e ne approfittavano per richiederlo specie quando cambiava il feudatario. All’inizio di un nuovo insediamento feudale, il barone poteva dimostrarsi meno crudele e accondiscendente, vendendo i diritti di riscossione, dovuti dai “debitori a vita”, a singoli privati che, fra prestiti e terze, stavano per comprare l’assoggettamento perpetuo del malcapitato. In tal caso nasceva una Camera baronale riservata, cioè la Camera riservata ai Magnifici omnibus, cioè a pochi uomini ricchi che si erano distinti dai servi, in genere amministratori comunali che finivano con l’arricchirsi, diventando possidenti e facendo prendere forma ad un nuovo ceto sociale privato.7
L’Università della Comune poteva contrarre debiti e quindi era obbligata a dare dei soldi anche a più creditori che avevano concesso il prestito, come lo stesso sindaco e agli assessori benestanti, oltre che al feudatario, il quale, giustamente o ingiustamente, si faceva pagare i diritti sulle concessioni ai popolani per legnare, fruttificare o disboscare. I soldi comuni servivano invece per far fronte alle spese amministrative, ordinarie o straordinarie che fossero, oltre che per il pagamento delle tasse storiche feudali, come la Bagliva, la Portolania e la Zecca. I baroni, pur di fare quattrini, cominciarono a stipulare di tutto, con l’Università o con i pochi privati divenuti possidenti, quindi anche la cessione del diritto dei ducati annuali, sui fiscali dell’Università e sull’affitto di Bagliva ed altro, mettendo lo scompiglio nell’Università, ricorrendo spesso in Tribunale. Il feudatario faceva annotare in un libro le rendite che tutti i suoi sudditi, chi per un verso e chi per l’altro, gli dovevano. I naturali di una Terra, per avere qualche privilegio, erano costretti a pagare delle tasse ben specifiche in base al reddito-raccolto che incameravano o alla casa che possedevano.8
In alcuni paesi il rapporto fra feudatario e infeudati del locale Stato feudale era regolato da antichi statuti, redatti in diversi capitoli, promulgati dall’utile signore dello Stato. E’ il caso di Carovigno, nel brindisino, Castello in cui i terrazzani chiedevano sempre nuovi privilegi, come la nascita dei primi negozi, giochi di divertimento, in quanto, in quel 1580, erano considerati giochi leciti quelli di cocole, casu, palle, maglio et etiam de carte da 1 duc. a bascio il giorno.9
L’Università, a sua volta, faceva delle concessioni ai cittadini, non più ad uso gratuito, come quando tutte le persone erano di proprietà del feudatario, ma previo pagamento di servizi obbligatori di prima necessità come lo scannaggio (la macellazione nella chianca comune) il panizzaro (per la cottura nei forni comuni) ed altro. Ecco perchè il popolo utilizzava ancora il baratto e c’era la necessità di negozi, come accaduto nei paesi più grandi. A Cervinara, in Valle Caudina, già erano nate le prime apoteche per vendersi caso, oglio et vino et altra roba comestibile perchè circolava moneta più frequentemente.10 La merce (grano romano, grano mostrata, grano mesia, meschiglia, mazurca, orzo, fave, grano d’India) aveva dei prezzi fissi per ogni tomolo da pagarsi con la moneta corrente, ovvero in carlini, ducati e grana, direttamente al feudatario che ne possedeva a tomoli nei suoi magazzini.11
Nella Capitolazione brindisina redatta dagli amministratori comunali rinvenuta a Carovigno, l’Università precisa quanto sia necessario l’alloggiare ed albergare amici forestieri, sel sa ognuno ch’è solito andar fuori di casa. Essendo stata questa Università sempre civile, così, vuol conservare, anzi augumentare sotto il governo di V.S.Illustrissima. Ma il fine non era ovviamente quello dell’ospitalità intesa come tale, quanto quello di lucrare su di essa, in modo che ognuno liberamente possa alloggiare forestieri, dargli da mangiare, bere, e dormire senza impedimento alcuno, e che perciò possa anche ognuno liberamente vendere pane, vino, commestiblli, ed altre cose necessarie al vivere.12

3. Il feudatario si scontra con i diritti conquistati dall’Università
Il barone poteva cedere la riscossione, per intero o in porzioni, del Burgensativo, della Cappellania e di altri diritti o jus sui quali deteneva l’esazione, a dei privati. E, i privati, all’Università. I corpi feudali posseduti dal marchese di Capriglia, per esempio, erano rappresentati da Mastrodattia, Zecca, Portolania, e molti territori in tenimento di questa suddetta Terra censuati a questi naturali, ai naturali di Summonte, Picarelli, ed Avellino. Fra i corpi feudali e burgensatici v’era quello della Mastrodattia affidata ad un privato che doveva pagare 27 ducati annui presso il Banco in Napoli. Per quanto riguardava la riscossione della Zecca e della Portolania, erano effettuate dalla Università che le aveva comprate dalla Camera baronale, come pure erano a censo vari pezzi di terra feudali della Camera baronale.13
Oltre alle tante tasse già viste, i terrazzani, potevano essere caricati anche di altre tasse, come quelle sulla taverna e cazzatora, per la monta degli animali, oppure del molino, del magazzino, della postura da mettere l’olio, in genere applicata alle masserie; del fiume, della difesa colla fida di animali, della macchia per giuoco de’ tordi, della fida e vendita di legna, del monte di formaggio con tutti gli altri jus appartenenti al feudo, dallo jus dei carboni e della decima su tufi e pietre gentili, quello della caccia dei tordi, all’obbligo dei pescivendoli che, passando per il feudo, avessero venduto pesce agli abitanti sotto minaccia della perdita della vettura e del pesce. Ambo i feudi davano una rendita netta di ducati seimila seicento ottantacinque, grana sei ed un terzo.14

4. Le ultime vicende feudali del Principato di Caserta
Diciamo che anche i casertani ebbero dal signore di turno sempre maggiori privilegi nel corso dei secoli, fin da quando il Re di Napoli Roberto d’Angiò affidò la Contea di Caserta ai Della Ratta, come ricorda il monumento al Conte spagnolo Francesco, figlio di Diego, eretto in una Cappella della Cattedrale, da egli stesso dedicata all’apostolo San Giacomo.15 Morto nell’anno 1359 Francesco II Della Ratta, conte di Montorio e di Caserta noto per aver opposto resistenza al Principe di Taranto fratello di Re Luigi da 500 cavalieri e fanti in gran numero, gli seguì il figlio Antonio. In questo periodo si fece notare monsignor Giacomo, diciassettesimo vescovo di Caserta giuntovi dall’episcopio di S.Agata nel 1350, che eresse sepolcro in una Cappella della Cattedrale nel 1365, come ricorda la scritta intorno al coperchio del sarcofago.16
La Contea fu portata in dote dalla Contessa Caterina Della Ratta, nell’anno 1509, ad Andrea Matteo Acquaviva d’Aragona, sposato in seconde nozze, giungendo in eredità a Cesare, indi a Giulio Antonio Acquaviva, il quale, nel 1579, per privilegio di Re Filippo II, si vide elevare la Contea a Principato, ricevendo il titolo di Principe per sé e per gli eredi. Sua figlia, la Principessa Anna, sposando Francesco Gaetani, portò Caserta in dote ai Duchi Gaetani di Sermoneta finchè l’ultimo principe, Michelangelo Gaetani, nel 1750, non lo vendette direttamente a Re Carlo III di Borbone.

5. Gli eletti ufficiali in Regimine dell’Università riuniti nella Piazza
L’affermarsi dell’Università in molti feudi della provincia napoletana di Terra di Lavoro, come anche nella provincia montefuscana di Principato Ultra e in tutto il resto del Regno di Napoli, aveva permesso alle popolazioni di avere diverse agevolazioni su alcuni obblighi secolari nei confronti del feudatario.
Alcuni studiosi applicano delle etichette che formano tre ceti: civile, ecclesiastico e plebeo. Il civile, fatto di nobili e professionisti o mercanti di ragione, formava il Parlamento per la elezione dei pubblici ufficiali nel mese di settembre, in genere nel giorno di San Michele, a cui aderivano le primarie famiglie. Le Università del Regno si riunivano infatti in publico Parlamento una volta all’anno, per eleggere i cittadini modello tra viventi del proprio, massari, commercianti o artigiani proposti dalla stessa amministrazione uscente. Il Parlamento (=assemblea dei cittadini) votava gli eletti (=consiglieri); gli eletti i decurioni (=assessori), due dei quali si sceglievano il sindaco e, alla presenza del soprintendente, formavano il Decurionato (=giunta) pronto a riunire il Consiglio.
Il Parlamento utilizzava il metodo per voce e con alzata di mano, per l’amministrazione annuale dei beni comuni della Terra. Sindaco e decurioni gestivano la Cosa pubblica coadiuvati da un cancelliere del Regno (=segretario comunale), che li aiutava e li controllava nell’amministrazione delle rendite. L’Università per l’amministrazione dei beni posseduti, per continuare ad essere un Comune, con capacità propria di sottrarsi al resto delle sanzioni del Regno, doveva far pagare le tasse a uomini e cittadini che utilizzavano i servizi pubblici, quindi sia braccianti che artigiani, commercianti e benestanti, grazie agli istrumenti di concessione di benefici per assenso del feudatario, o del Re, se il feudo restava senza eredi e la Terra veniva incamerata nel Dominio Regio, con i proventi incassati dal Regio Fisco di Napoli. Quando cambiava il feudatario, la consegna del feudo avveniva davanti a testimoni, non prima di aver misurato i terreni, alla misura indicata sull’arco della Chiesa parrocchiale, centro pulsante dell’Università.17
Nonostante la paventata libertà, l’Università di Caserta, fu sempre retta da cittadini designati dal feudatario.

6. Una Parrocchia in ogni casale
Cominciando a sfogliare le pagine del Catasto di Caserta, come vedremo, desta attenzione la massiccia presenza di chiese ed ecclesiastici. Purtroppo non sono divisi fra città e casali e quindi, almeno ad una prima scorsa, stando in ordine alfabetico di nome, appare difficile sapere dove abitassero esattamente gli uomini con il “don” sacerdotale e dove fossero le case di Dio. Nonostante ciò un minimo di collocazione, almeno per le chiese, è possibile, rammentando qualche piccola differenza.
La parrocchia, di per sè, non è una struttura, bensì il raggruppamento delle anime su cui ha potere il vescovo (diremmo “il partito”), mentre la chiesa parrocchiale è un edificio di patronato (ossia “la sede”) cioè di proprietà dell’Università, benchè la nomina del parroco spettasse al feudatario. La parrocchia vacante è tenuta da un rettore curato di nomina vescovile, solo curato o solo rettore, se nasce nel mentre una ben distinta chiesa parrocchiale, e di nomina badiale, come nel caso di quella costruita in Mugnano sotto il titolo dell’Ascensione del Signore, di cui si ha notizia nel 1713, quando restò senza parroco.18
Sfogliando la prima parte del Catasto di Caserta, sappiamo che l’interessato per la Rettoria a la Parrocchia della Cattedrale si chiamava Don Agostino, mentre Don Aniello Zito, abitante in Napoli, era procuratore di Sant’Andrea Apostolo, la chiesa parrocchiale della Città. Fra il riscontro del primo elenco catastale e del relativo indice vengono definite Parrocchie di Caserta e Casali le chiese di:
-Sant’Andrea Apostolo Parrocchia della Cattedrale [della Città]
– San Lorenzo Parrocchia di Casolla
– San Marco Evangelista Parrocchia [di Casola]
– San Matteo Parrocchia di Tredici
– San Pietro Parrocchia [di Alifreda]
– Santo Stefano Parrocchia di Toro
– San Simeone Parrocchia di Sala
– San Sebastiano Parrocchia della Torre
– San Vincenzo Parrocchia di Briano
– Santa Maria dell’Assunta Parrocchia del Mezzano
– San Rufo di Piedimonte Parrocchia [di Piedemonte]
– [San Bartolomeo Parrocchia di Santa Barbara]
– [Sa Bartolomeo Parrocchia di Centorano]
– [San Clemente Parrocchia di San Clemente]
– [San Benedetto Parrocchia di San Benedetto]
– [San Gennaro Parrocchia di Falciano]
– [Risulta senza chiesa parrocchiale Casale Ercole]
– [Risulta senza chiesa parrocchiale Casale Garzano]
– [Risulta senza chiesa parrocchiale Casale Puccianello].19

7. Chiese ed ecclesiastici, Cappelle e altri luoghi pii casertani
Il rapporto fra Parrocchie e territorio è di una parrocchia quasi in ogni casale atta a rappresentare la singola comunità. Alle varie chiese si andranno ad aggiungere decine di altre fondazioni fra cappelle e monti frumentari, spesso retti da laici. Talvolta anche le più conosciute sono indicate con nomi diversi. Ecco perchè abbiamo aggiornato la fonte con i dati ricavati in più punti di sezioni diverse appartenenti a volumi del medesimo Catasto, riuscendo ad elencare le altre chiese:
– S.Antonio Abbate di don Pietro Landi
– S.Agostino delle monache domenicane
– S.Angiolillo al Mezzano [della Città]
– [Chiesa di Maria] SS.Annunziata dell’Ospedale della Città
– [Il Convento di] S.Catarina [della Città]
– [Il Convento di] S.Francesco di Paola [della Città]
– S.Francesco della Ratta
– S.Maria della Bruna
– S.Maria de’ Loreto della Torre
– [Chiesa di S.Maria di Loreto con la Cappella del Monte de’ Morti della Città]
– S.Maria di Costantinopoli
– San Pietro ad Montes Chiesa del P.Dottrinariis
– Seminario di Caserta, Sacrestia della Cattedrale di Caserta
– Badia di San Pietro
– [Il Monastero di S.Maria del Carmine]
Fra i nomi a seguire ve ne sono almeno tre che, a causa di una difficile lettura e di una impossibile interpretazione momentanea fra il Don e il San (cioè D. e S.), porterebbero ad aggiungere alle chiese una San Pietro Giaquinto Canonico, una San Sebastiano Giaquinto ed una San Silvestro di Natale che invece hanno tutta l’apparenza di essere delle persone fisiche. Cioè il canonico Don Pietro Giaquinto, Don Sebastiano Giaquinto e Don Silvestro di Natale. Seguono le Cappelle: San Giovanni Cappella in Torre, la Cappella di S.Croce, Cappella di S.Carlo in Casolla, Congregazione del Corpo di Cristo in Torre con Cappelle del Corpo di Cristo a Mezzano e Toro, la Cappella del Nome di Dio di Casolla, la Cappella di S.Maria dei Sette Dolori, le Cappelle del SS.Rosario di S.Clemente, Torre, Sala, Tredici, Poccianello, Garzano, Briano, Casolla, Torre, Piedimonte, Casola, Mezzano.
Infine vi sono i Monti frumentari: il Monte dei Morti del Casale di S.Clemente, quello di Poccianello, quello di S.Maria Loreto della Torre, Monte di S.Croce, Monte dei Morti della Città, Monte dei Morti di Casolla, Monte de’ Morti del Capaldisij, Monte dei Morti di S.Maria del Carmine [del] Monistero. Sono centinaia gli ecclesiastici che vivono fra Seminario e Cattedrale, chiese e fondazioni varie. Fra essi si distinguono una manciata di chierici (che perdono il Don), canonici, beneficiati ed un arciprete, Don Domenico Pallozzi, in seguito definito arcidiacono coadiutore della Cattedrale di Caserta.20
Verso la fine del Catasto, dall’elenco generale, compare però qualche modifica ai dati iniziali sulle chiese. Nello specifico sono centinaia anche gli edifici sacri intorno ai quali sono nati benefici e rendite per alcune istituzioni e molti privati, specie sacerdoti, diaconi e parroci. Ma è proprio grazie a questa maggiore attenzione verso le cose minute che si ha un quadro ecclesiastico più completo, sebbene tutto dipenda dalla interpretazione della non sempre chiara e articolata scrittura del Catasto.21

8. Il Catasto Antico col sistema a Gabella sostituito dalla tassa focatica
Nella prima metà del 1700, non esistendo ancora il Catasto Onciario, era in uso il Catasto Antico. Le università del Regno di Napoli adottavano due metodi di esazione fiscale: a Gabella oppure a Battaglione. L’Università di Caserta optava per la Gabella. Con il sistema della Gabella il prelievo fiscale consisteva esclusivamente in dazi che gravavano sui servizi, in particolare su quello della macina; con il sistema a Battaglione, invece, veniva fatto l’apprezzo dei beni stabili di proprietà dei cittadini e dei redditi derivanti dalle loro attività, che, una volta detratti i pesi, vale a dire gli oneri finanziari ai quali erano assoggettati (censi, interessi, ecc.) erano sottoposti a prelievo fiscale (il sistema a Battaglione riguardava una minoranza di comunità locali in quanto, non avendo proprietà i contadini, si preferiva tassarli a Gabella).
I Catasti antichi si riducono a pochi esemplari in cui sono elencate le rivele o la numerazione dei fuochi. Questo sistema, un po’ improvvisato, in quanto mutabile da feudatario a feudatario, verrà considerato superato solo con la nascita del Catasto Onciario, nel 1741, per mettere ordine sia nel campo delle tasse, che in quello sociale.
Prima di allora i cittadini dell’Università dovettero sottostare alle scelte del feudatario che imponeva il Catasto a Gabella, con il pagamento della Gabella effettuato in genere presso la Lamia, una casa (oggi diremmo un concessionario per la riscossione della tassa) fatta costruire nel feudo, con l’adiacente mulino dove in origine si andava a macinare il grano. Quando un feudatario cominciava ad avere problemi seri con i confinanti, si faceva costruire dall’Università una nuova lamia, sempre più accosta al palazzo, cioè mulino, casoni, cisterne e quanto altro serviva alla macinazione e alla riscossione della relativa Gabella.21 Solo nel 1749, a Catasto Onciario compilato, si può dire che cominciano a terminare i domini dei piccoli feudatari che vanno sotto il nome di Stati feudali. E fu proprio l’aumento delle libere proprietà a permettere il nascere del ceto civile che aveva interessato tutto il Regno di Napoli, con una sola tassa statale che si impose più di ogni altra, da versare nelle casse del Regno. Le Università avevano appena stilato l’ultimo aggiornamento per la riscossione delle tasse del fuocatico, imponendo il pagamento della tassa catastale, quella sopra le teste dei suoi cittadini ed habitanti, loro beni stabili, animali ed industrie, per intenderci, ovvero su ogni naturale che avesse un lavoro manuale, così come richiesto in tutto il Regno. Una Università è mandata in tassa per tot fuochi, che fanno ragione di tot carlini da pagare per ogni fuoco.22
Questo sistema, aveva permesso una forte evasione, specie per i forestieri, che dichiaravano di non abitare nè in un posto nè nell’altro, e per gli ecclesiastici, i quali, non solo non erano mai stati tassati, ma incameravano i censi provenienti da terre e case affidate in enfiteusi. Ciò dava adito a controversie ma anche a spiacevoli doppi pagamenti, alla chiesa e al feudatario, e qualche volta anche al triplo esborso, se ci si metteva anche il regio fisco. Da qui la necessità di riorganizzare il sistema con un Catasto in cui fossero tassati specialmente i forastieri bonatenenti non abitanti laici, quelli non abitanti ecclesiastici secolari e chiese, monasteri e benefici forastieri.23

9. Vedove e forestieri esentati dalle tasse
I forestieri che già dichiaravano il possesso dei beni nel paese di origine, erano esenti da altro pagamento. Non erano tenuti a versare nulla neppure i capifamiglia con oltre sessant’anni e le vedove, individuate in un elenco a parte, insieme alle vergini in capillis, cioè da matrimonio, e alle bizzoche (monache), per avere un quadro completo anche delle doti. Fra le poche vergini e bizzoche e le tante vedove di Caserta, compaiono Sabbato Ricciardo, che si definisce padre onesto come Vincenzo Maiello, e gli agiati forestieri: Don Domenico Fusco napolitano e Don Domenico Giordano napolitano. Seguono centinaia di dichiarazioni comprovanti condizioni tali da ottenere l’esenzione.24
Nel Catasto di Caserta c’è l’elenco relativo al Repertorio de’ bonatenenti forastieri e vedove e zitelle del Quartiero della Città con il quale i redattori effettuano un rigoroso controllo sui forestieri bonatenenti, che posseggono cioè beni in loco, e sulle stesse vedove e zitelle, oltre che sui capifamiglia.25
A questa analisi finale non scappano quindi i forestieri, ma neanche le istituzioni forestiere, come la SS.ma Annunciata della Valle, il Monastero della Concezione di Cajazzo, il Convento di S.Domenico di Napoli, il Convento di S.Domenico di Mataloni, il Collegio di S.Francesco Saverio di Napoli, il Monistero delle Reverende Monache di Napoli, il Gran Prioriato della Religione di Malta, il Principe della Porta di Aversa, il Beneficio sotto il titolo di S.Florigio che si possiede dall’Abbate D.Antonio Gibelli di Roma di cui n’è procuratore D.Andrea Giura, S.Martino Real Certosa di Napoli e la Vescovil Menza dell’Aquila.26 Nè vengono dimenticati i bonatenenti ecclesiastici, cioè i secolari di Capua, e le istituzioni religiose intestatarie di beni, come la Parocchial Chiesa di S.Andrea Lagni, il Convento del Carmine di Capoa, la Cappella del Corpo di Cristo di S.Nicolò alla Strada, il Collegio di S.Francesco Saverio di Capoa, il Convento de’ Padri di Gerusalemme, la Chiesa Parocchiale di S.Maria de’ Sorci di Capua, la Menza Arcivescovile di Capoa, il Monte de’ Morti di S.Nicolò alla Strada, il Monte de’ Morti di Capoa, la Cappella del Rogo di Ercole, il Seminario di Capoa.27

10. L’Onciario supera il Catasto Generale imposto dagli Austriaci
Le Università del Regno, già dopo la rivoluzione di Masaniello (1655), avevano cominciato ad alzare la voce contro i feudatari. Le tasse erano diventate decine e decine, compresa quella catastale e l’altra sulla bonatenenza, come dimostrano i Bilanci comunali delle Università del Regno firmati dagli Eletti e dal Cancelliere. La Comune, per esempio, doveva soldi a creditori come lo stesso sindaco agli assessori benestanti, oltre che al feudatario nella persona del signore, il quale, giustamente o ingiustamente, si faceva pagare dei diritti sulle concessioni ai popolani per legnare, fruttificare o disboscare. Alcuni aggiungono anche la tassa sulla Casa del sale e quella sulle contrattazioni, la cosiddetta gabelluccia, un diritto antichissimo da pagare alla Corte Regia, fin dai tempi di Federico II di Svevia. Le piccole Università vivevano insomma una vita alquanto difficile: il popolo era soffocato dalle tasse. I terrazzani, per la maggior parte bracciali, in genere figli dei braccianti propriamente detti o addetti ai lavori manuali e più pesanti, erano costretti a coltivare a vita le terre dei vassalli del signore, come i loro avi. Il riscatto era un sogno: poveri, cenciosi e senza grana in tasca, lavoravano un intero anno per asciugarsi poi il sudore. E’ ancora viva nella memoria popolare l’antica usanza natalizia di portare capponi, polli, formaggi e anche maialini al Signore. Per converso, i braccianti, si accontentavano delle pizzelle di baccalà fritte nell’olio delle prime olive spemute nei trappeti comuni dell’Università o di proprietà del feudatario.28
Nate con l’intento di sgravarsi del peso delle imposte, quelle regie e quelle feudali, le Università, spesso indebitate fino al collo, finirono col far aumentare la pressione fiscale su tutti i naturali… uomini et persone. Anche per il beneficio di chi già era benestante. Ma non sempre il Comune poteva far fronte ai debiti verso la Corte del Re, e a quelli verso i privati cittadini che avevano acquistato il diritto di riscossione di alcune tasse. Poche migliaia di anime che durante il periodo del Viceregno austriaco (1709-1741) e per i primi anni del Regno di Napoli (1741-1799), sotto Re Carlo I di Borbone, dovettero continuare a pagare, in riferimento al debito contratto dall’Università, per quanti beni possedesse ogni famiglia e per essere una famiglia, cioè la tassa sui fuochi, direttamente alla Regia Corte, oppure a un giureconsulto incaricato per la riscossione.
Era a discrezione dell’Università la nomina dei membri della commissione per il catasto della quale facevano spesso parte gli amministratori (o loro parenti diretti), gli agrimensori o tavolieri (periti o geometri) e il sacerdote, i quali, rispettivamente, dovevano tassare, prendere le misure delle proprietà (apprezzo di fondi, case, chiese) e censire la popolazione (stato delle anime). Mentre la commissione lavorava, altri componenti erano tenuti a stilare le rivele, ossia ad effettuare il riscontro con i cittadini chiamati a dichiarare il vero sulle loro proprietà. Fra il rilevato e l’apprezzato si imponeva la tassa da pagare. Nelle documentazioni si ritrovano le voci più assurde, come i ducati dovuti al sagrestano, lo jus patronato, cioè per il patronato spettante alle Università che compravano i diritti su chiese e ospedali, per l’affitto di case a cardinali e preti, per i militari delle Squadre di Campagna. Appartenevano poi al bilancio anche i provvisionari (o provvigionari per le provvigioni), relativamente alle spese per alloggio strada e chiese, per accomodo dell’acquedotto, per alloggio ai soldati militari di Sua Maestà che sono di transito in questa terra, ed altro.29

11. Il Catasto Onciario del 1741 per le tasse su famiglia e sui beni
Con l’ascesa al trono del Regno di Napoli di Carlo III Borbone, divenuto Re col titolo di Carlo I, fu ordinato (1741) a tutte le Universitas di stilare un catasto diverso, il Catasto Onciario, una sorta di inventario dei beni posseduti in quel Comune, in base a cui bisognava pagare le tasse. Il Catasto Onciario viene studiato per molteplici ricerche: demografiche, sulla famiglia, sui mestieri e le prime professioni, sulle abitazioni, sulla toponomastica, sul tessuto urbano, sul paesaggio agrario e sull’assetto del territorio, sulla composizione e la distribuzione del reddito, sulle attività produttive e la relativa stratificazione sociale. Nonostante la restrizione borbonica volta ad abbattere soprattutto le tasse imposte dai vescovi, furono comunque ed ancora gli ecclesiastici ad avere potere sui figliani, facendo nascere una miriade di chiese forestiere sulle terre dei feudi in modo da attestarne il possesso ed evitare confische, anche attraverso dei benefici imposti su di esse. Un movimento politico davvero innovativo si ebbe per la presenza di tutti i rappresentanti di quartiere nell’amministrazione della Cosa pubblica, anche perchè altri professionisti forestieri si erano intanto stanziati in loco. Anzi, diversi magnifici uomini, restarono sempre forestieri, come si evince dal Catasto, possedendo i beni acquistati, ma senza risiedervi; altri erano andati via, in quanto venivano considerati assenti.
Caserta era nelle mani di pochi ricchi non sempre professionisti, mentre nascono o si affermano i primi mestieri divenuti man mano comuni in tutti i paesi del Regno, dai braccianti ai pettinatori, dagli speziali di medecina ai fabbricatori, oltre alle nuove case dei ricchi possessori che vivono del suo sui singoli appezzamenti di terreno. Le costruzioni abitate dagli eredi dei vassalli sono indicate con il nome di Case palaziate, a volte citate come palazzi, per la grandezza della stessa “casa” che si amplia e diviene “complesso di case” intese come singole stanze, di sottani e membri superiori (o camere soprane), appartenenti ad un solo proprietario. Il raggruppamento di case, cioè l’insieme delle camere dove abita il popolo, viene generalmente chiamato edificio oppure ospizio. Nel Catasto è quindi possibile riscontrare i nomi di tutti i cittadini dell’epoca, delle vedove e delle vergini in capillis (fanciulle da matrimonio), degli ecclesiastici, dei forestieri abitanti e non, e di tutte le altre presenze, oltre – ovviamente – l’effettivo contributo in denaro pagato allo stato per il possesso dei beni e per i servizi (macellazioni, vendite al dettaglio, etc).
Il Catasto di Caserta, fortuna ha voluto, riprodotto su nastro fotografico, si conserva in maniera egregia presso l’Archivio di Napoli, benchè copia di esso doveva esistere anche presso il Comune di Caserta. Gli originali delle Università finirono presso l’Archivio di Stato di Napoli perchè erano in possesso della Regia Camera della Sommaria (da dove pervennero), ufficio del Regno incaricato a partire dal 1741 alla riscossione diretta delle tasse. Altre informazioni si ricavano sui componenti dei nuclei familiari, indicandosi il numero, la loro età, l’attività svolta ed il rapporto di parentela con il capofamiglia. Ma vi si possono scovare anche curiosità che accomunano perfino i centri abitati più lontani.30 Per esempio nel Catasto Onciario di Alessandria (del Carretto) del 1742, denominato Catasto Onciario di Alessandria di Calabria Citra, accanto a ciascun nome è riportata la professione e, al numero 65, vi scopriamo che il capofuoco, o capofamiglia, il Magnifico Pasquale Chidichimo, faceva il bandieraro, cioè l’alfiere del Battaglione a piedi della Città di Avellino.31 Piccole spigolature che possono aiutare a comprendere meglio la vita quotidiana. Ecco perchè, in un secondo momento, anche il Catasto Onciario di Caserta, di cui segue la trascrizione del frontespizio, potrà essere confrontato con il carteggio presente negli archivi. Questo grande inventario (che resterà in vigore fino ad essere sostituito da quello napoleonico imposto con la dominazione francese dopo il 1806) fu consegnato un po’ in ritardo, e fu titolato Catasto Generale della Città di Caserta diviso in sei Quartieri. Sul frontespizio viene quindi specificato che questa sorta di censimento contiene le notizie sui quartieri ed i volumi dell’Ecclesiastici, de Bonatenenti forastieri, delle Vedove e zitelle, de Fuochi di Caserta e figli de fuochi abitano altrove, de Bonatenenti Capuani, de Ecclesiastici bonatenenti capuani. La scritta termina assicurando che i tomi sono tutti con loro repertori posti nel principio del libro e detti foliarij contengono anche l’once di ciascuna persona e le cedole de Deputati estimatori – Formato in quest’anno 1749.32 L’intero Catasto casertano fu quindi scritto in molti volumi, oggi riprodotti su pellicola, da dove sono stati tratti tutti i dati. Cioè, oltre quanto riportato sui quartieri, vi sono altri sette tomi. Il primo volume è quello degli Ecclesiastici ed è improntato su uomini e beni di chiesa in cui si rinvengono i nomi dei religiosi, delle chiese, delle cappelle, dei benefici e delle congregazioni religiose. Il secondo sui Bonatenenti forastieri permette di conoscere le effettive rendite di qualche grande possessore laico che ha acquistato beni. V’è poi quello su Vedove e zitelle che riporta i nomi di tutte le vedove, zitelle e bizzoche (monache), nonchè vergini in capillis, le quali, in questo catasto, vengono citate solo come in capillis. Segue il volume dei Fuochi di Caserta e figli de’ fuochi [che] abitano altrove, cioè su capifamiglia e loro congiunti residenti e momentaneamente assenti. Il quinto tomo è quello dei Bonatenenti ecclesiastici forastieri con i nomi di tutti i possessori religiosi forestieri, uomini e istituzioni, che hanno beni in loco, seguito da quello sui Bonatenenti capuani, cioè sui forestieri ricchi possessori laici di Capua. L’ultimo volume riguarda gli Ecclesiastici bonatenenti capuani, cioè uomini di chiesa ed istituti religiosi di Capua che avevano beni a Caserta.
Millesettecento famiglie divise in sei quartieri che riuniscono ventidue casali, per un totale complessivo, aggiungendo il numero di vergini, bizzoche, vedove, bonatenenti ed ecclesiastici, che non si dovrebbe discostare di molto dagli 8.625 residenti qui accertati e trascritti. Una cittadina piccola, tutto sommato, i cui abitanti erano sparsi più per le frazioni che nel centro capoluogo. Il Quartiero di Poccianello, con 358 capifamiglia effettivi, comprendeva infatti Poccianello, Briano, Alifreda e Ercole. Il Quartiero della Città, con sole 233 famiglie, comprendeva la Città, Sommana, Casola e Pozzovetere. Il Quartiero di Toro era abitato da 297 famiglie, mentre quello di Santa Barbara da sole 66 sparse fra Toro, Garzano, Saturano, Piedimonte e Sala. Il Quartiero di S.Clemente aveva ben 467 famiglie divise fra S.Clemente, Centorano, Tredici, Falgiano e S.Benedetto. Nel Quartiero di Casolla c’erano 187 fuochi riferiti a Casolla e Mezzano. Il Quartiero della Torre con 188 famiglie comprendeva la sola Torre.33
I volumi catastali furono redatti da una commissione scelta dagli eletti dell’Università, i quali, per quanto super partes, erano sempre di nomina feudale. In questo periodo andavano infatti distinguendosi solo i figli dei vassalli sotto il controllo feudale diretto. Sono quelli che hanno il beneficio della libertà e che permettono a pochi altri cittadini dell’Università di uscire dalla condizione di miseria in cui versano.34

12.Gli otto estimatori e deputati alla redazione dello strumento
Il Catasto Onciario della Città di Caserta fu redatto da otto persone scelte, cioè deputati alla trascrizione delle rivele fatte dai cittadini, dopo aver accertato la veridicità del dichiarato, e perciò chiamati deputati et estimatori. Si tratta di un nobile che vive civilmente, Gioseppe Ricciardo, l’unico degli otto a possedere il titolo di Don, il quale dichiara per primo di possedere un edificio insieme al fratello e un altro al Portico di Capua, oltre una giomenta per galesso. Questo fa presupporre che ci sia anche il calesse, ma nella dichiarazione non se parla.35 Idem per Giacomo Pastore, visto che anch’egli vive civilmente, il quale dichiara di possedere le case costruite nel Casale di Tredici e nel Casale di San Clemente e quelle dove abita con la famiglie e i servi.36
Il civile Donato Ricciardo possiede una casa, cento pecore e mezzo uliveto censuato dalla Menza Vescovile di Caserta.37 A seguire vi sono due braccianti, forse perchè in grado di conoscere i più piccoli appezzamenti: Angelo Mandato, che abita alla Torre di Caserta in casa di sua moglie, Andrea Centore che possiede un edificio di case sue e Domenico Centore, anch’egli con casa propria.38 Chiudono la lista dei deputati della Commissione catastale due massari benestanti.39 Premesso che gli ultrassessantenni non pagano tasse, vale la pena di ricordare che gli introiti di Don Gioseppe, ammontanti a 273 once, sono ampiamente superati da Giacomo Pastore che dichiara 619 once accertate.40

13. I 6 quartieri amministrati dall’Università di Caserta
I nomi dei luoghi abitati di Caserta sono giunti fino ai nostri giorni pressochè invariati, fatta qualche eccezione. Riconoscibili da toponimi “classici” furono raggruppati in zone: il Quartiero della Città, il Quartiero della Torre, conosciuto anche nella variante di La Torre, Quartiero di San Clemente, Quartiero di Toro o Tuoro, Quartiero di Casolla, Quartiero di Poccianello o Puccianello. L’originario borgo esistente è chiamato solo Città, ma ha pari dignità con gli altri antichi caseggiati distribuiti ai piedi dei monti, diremmo gli altri borghi, al punto di essere divenuti ufficialmente tutti rioni del territorio cittadino che, unitamente a casali, villaggi e qualche castello, rappresenta lo Stato di Caserta. L’Università amministrativa che ha sede nella Città, del resto, si è già trasferita di fatto a Torre e risulta formata dai rappresentanti dei sei quartieri convicini: Città, Torre, San Clemente, Toro, Casolla e Poccianello.41 Ogni quartiere elegge un rappresentante che va a formare l’esecutivo dell’Università che, al pari di altri comuni della Provincia di Terra di Lavoro, possiede delle spese fisse da sostenere, come si legge per esempio nei volumi degli atti preliminari, dov’è allegato il singolo atto di fede di ogni cittadino, cioè l’impegno scritto, a cui spesso si rimanda, giusta la fede puntata nel volume degli atti preliminari. Ed è partendo da queste dichiarazioni, anzi dalle rivele effettuate dai cittadini (quasi sempre spontanee), che le commissioni poterono redigere i catasti in tempi brevi per l’epoca, benchè in alcuni casi furono consegnati dopo dieci anni. Seguendo gli indici analitici dei volumi catastali denominati Repertori, si può ufficializzare il raggruppamento delle frazioni intorno a nuclei principali, accertando quali casali appartengono a questo o a quel quartiere, sebbene il Catasto mostri delle incongruenze, atteso che sono stati riscontrati errori fra i nomi trascritti nei singoli volumi e quelli elencati nel Repertorio. Comunque sia, stando alla comparazione, si ha un quadro accettabile leggendo nel Repertorio i quartieri di:
– Poccianello che comprende Briano, Alifredo, Ercole;
– Città trascritta con Sommana, Casola, Pozzovetere;
– Toro che include Santa Barbara, Garzano, Saturano, Piedemonte, Sala;
– Santo Clemente con Centorano, Tredici, Falgiano, S.Benedetto;
– Casolla unita a Mezzano;
– Torre.42

Diritti riservati in tutto il mondo – Arturo Bascetta

Description

Oltre i tanti cognomi delle famiglie, queste le Chiese degli ecclesiastici inserite negli studi pubblicati nel testo:
Parrocchia del Rettore di Caserta… S.Andrea Ap. del Procuratore Don Aniello Zito abit. in Napoli; Parrocchia di S.Barbara; Parrocchia di S. Bartolomeo; Parrocchia di S.Clemente; Parrocchia di S.Benedetto; Casolla, Parrocchia di S.Lorenzo; Parrocchia di S. Marco Evangelista; Tredici, Parrocchia di San Matteo; Parrocchia di San Pietro; Toro, Parrocchia di S.Stefano; Sala, Parrocchia di S.Simeone; Torre, Parrocchia di S.Sebastiano; Briano, Parrocchia di S.Vincenzo; Mezzano, Parrocchia di S.Maria dell’Assunta; Piedimonte, Parrocchia di S.Rufo di Piedimonte.
*Vengono definiti ecclesiastici di tutti i luoghi pii:
D.Andrea Santacroce, D.Arcangelo Calvano, D.Andrea Ferraiolo, D.Angelo Cerreto, D.Antonio Caselli, D.Alessandro Censore, D.Albenzio Mezzacapo, D.Angelo Fiorillo, D.Antonio Santacroce, D.Andrea Commosce, D.Andrea Sant’Angelo, D.Antonio Celere, D.Antonio Giaquinto, D.Angelo Palmiero, D.Angelo Saputo, D.Biagio Celere, D.Bartolomeo Spicciarelli, D.Bartolomeo Calvano, D.Clemente Falco, D.Crescenzo Tecchia, D.Cesare Di Natale, D.Domenico Mangini, D.Domenico Canonico, D.Domenico Ricciardo, D.Domenico Pisanelli, canonico D.Donato Pallozzi, D.Domenico Fiorilli, arciprete D.Domenico Pallozzi, D.Domenico D’Ambrogio, canonico D.Domenico Palmiero, canonico D.Donato Pallozzi, D.Domenico Farina, D.Domenico Razzano, D.Domenico Izzo, D.Donato Russo, D.Francesco Giaquinto, D.Franco Ricciardi, D.Felice Giordano, D.Francesco Toscano, clerico beneficiato D.Domenico Albanese, beneficiato D.Francesco Fiorillo, canonico D.Francesco Rossi, D.Francesco Ricciardi, D.Filippo Faniero, D.Francesco Merola, D.Francesco Ricciardo, D.Francesco Della Ratta, canonico D.Francesco Rossi, D.Gioseppe Russo, D.Giovanni di Nicro, D.Giacinto Grillo, D.Gaetano Pulcarelli, D.Gaetano Santacroce, D.Giovanpietro D’Alena, D.Gaetano Amodio, D.Gioseppe Grillo, D.Gaetano Russo, D.Gennaro Fusco, D.Gioseppe Petrillo, D.Giovanni Borgognone, D.Gaetano Giordano, D.Gioseppe De Franciscis, beneficiato D.Gioseppe Picolli, D.Giovanni Battista Palmiero, Don Gaetano Vitale, D.Gioseppe Varone, D.Giovanni Di Pranzo, canonico D.Gennaro Faniero, D.Gioseppe Smarra, canonico Don Giose Galisa, D.Gabriele Lanassano, D.Giovanni Varone, D.Giovanni Di Stefano, D.Gioseppe Maddaluna, D.Gioseppe Giannettasio, D.Ignatio D’Errico, D.Luca Lomotta, D.Luca Palmisano, D.Lucantonio De Franciscis, clerico Lelio, D.Luca Rossi, D.Lelio D’Alois, D.Libero Santoro, D.Lorenzo Giaquinto, D.Luca Calvano, D.Michele Carignola, D.Marcello Sebasti, D.Mattia Disparono, D.Michele Maielli, D.Nicola Minutillo, beneficiato D.Nicola Tolentino, canonico D.Nicola Giannettasio, canonico D.Nicola Giaquinto, D.Nicola Iannelli, D.Nicola D’Errico, canonico D.Nicola Minutillo, D.Nicola Augusto, D.Nicola Cutillo, D.Orazio Grillo, D.Onofrio Danniele, D.Nicola Faleo, D.Olivaro Farina, D.Palmisano Ricciardo, D.Pompeo Rossi, clerico Pietro Russo, D.Pietro Giannettasio, D.Salvatore Santangiolo, O.mo beneficiato Stefano Maielli, canonico D. Stefano Cutillo, D.Salvatore Luiisano, D.Sebastiano Campanile, D.Tommaso Marria, D.Tommaso Farina, D.Tommaso Di Guido, D.Vincenzo Giaquinto, D.Vitagliano Giaquinto, D.Francesco D’Amico.
E ancora:
1. La Parocchia Cattredale Rettoria di S.Agostino di Caserta possiede numerosi moggi di terreno e diversi Corpi nel tenimento di Maddaloni e Morrone. 2. D.Agnello Zito di Caserta possiede beni nel ristretto della Città di Caserta e altri beni addetti al Beneficio sotto il nome di dentro la Chiesa di Loreto di Caserta. 3. Il Beneficio di S.Andrea Apostolo sito in Caserta di cui ne è procuratore D.Agnello Zito. 4. Il Beneficio sotto il titolo di S.Antonio Abbate che oggi si possiede dal sacerdote D.Pietro Landi. 5. Il Convento di S.Agostino di Caserta possiede beni in ristretto di Caserta come in ristretto di Capoa per ragione della promiscuità. 6. Il sacerdote D.Andrea Santacroce di S.Barbara. 7. Il sacerdote D.Angiolo Calvano di San Benedetto che possiede una casa a San Nicola La Strada. 8. Il diacono D.Andrea Ferrajolo di Toro che possiede beni anche a Limatola. 9. La Parrochial Chiesa sotto il titolo di S.Andrea Apostolo. 10.Il sacerdote D.Angiolo Cerreto di Casola. 11.Il sacerdote D.Antonio Casella della Torre di Caserta che possiede una casa a Casapulla. 12.Il sacerdote D.Alesandro Centore della Torre di Caserta. 13.Il sacerdote D.Albenzio Mezzacapo della Torre di Caserta. 14.Il Convento di S.Angiolillo di Caserta. 15.Il sacerdote D.Agnello Fiorillo di Pozzovetere. 16.Il sacerdote D.Antonio Santacroce di S.Barbara. 17.Il sacerdote paroco D.Andrea Commune di S.Barbara. 18.Il sacerdote D.Andrea S.[ant]angiolo di S.Benedetto. 19.D.Antonio Cecere della Torre di Caserta possiede 7 moggi nelle pertinenze della Città di S.Agata. 20.Il sacerdote paroco D.Antonio Giaquinto di Caserta. 21.D.Angiolo Palmiero di Poccianelli. 22.Il sacerdote D.Angiolo Saputo di Falgiano. 23.La Chiesa della SS.Annunziata òsia l’Ospedale della Città che possiede numerosi moggi e beni nei diversi casali e fuori ristretto. 24.La Parrochial Chiesa di S.Barbara sotto il titolo di S.Bartolomeo. 25. Il sacerdote Biagge Cecere di S.Benedetto. 26.La Parrochial Chiesa di Centorano sotto il titolo di S.Bartolomeo. 27.La Parrochial Chiesa di S.Benedetto sotto il titolo di S.Benedetto. 28.D.Bartolomeo Spicciarelli 29.Il sacerdote Bartolomeo Calvano beneficiato di S.Caterina che possiede beni nel Casale di S.Barbara. 30.Sacerdote Crescenzo Valentino di San Clemente. 31.Il Capitolo della Cattedrale della Città di Caserta possiede beni addetti alla Messa Commune di detto Capitolo fra cui numerosissimi moggi di terreno e alcuni edifici di case nei diversi casali. 32.D.Carlo Tenca di Caserta rivela beni addetti al suo decanato della Cattedrale di Caserta. 33.Il Convento di S.Catarina della Città di Caserta possiede beni nel ristretto della città. 34.D.Clemente Di Majo di S.Clemente. 35.La Congregazione del Rosario della Torre. 36.D.Cesare Guida del Mezzano. 37.D.Crescenzo Quartaro di S.Barbara. 38.La Cappella del Corpo di Cristo della Torre di Caserta. 39.Il sacerdote D.Cesare dell’Aquila del Casale di S.Barbara. 40.Il sacerdote D.Clemente Falco di S.Clemente. 41.La Parrochial Chiesa di S.Clemente sotto il titolo di S.Clemente. 42.Il suddiacono Crescenzo Tecchia. 43.La Cappella di Casolla sotto il titolo di S.Carlo. 44.La Congregazione del Corpo di Cristo della Torre di Caserta. 45.La Cappella del Corpo di Cristo del Mezzano. 46.La Cappella del Corpo di Cristo di Toro. 47.La Cappella del Corpo di Cristo del Rosario e di S.Carlo di Casolla. 48.Il sacerdote Cesare di Natale di Ercole. 49.Il Beneficio di S.Caterina eretto dentro la Parocchia di Centorano oggi posseduto dall’Arciprete di Turazzano. 50.Il sacerdote D.Domenico Mancino della Torre di Caserta. 51.Il sacerdote canonico coadiutore D.Domenico Corvino del Mezzano. 52.D.Donato Ricciardo di Casolla. 53.Il sacerdote D.Domenico Pisanelli di S.Barbara. 54.D.Donato Pallozzi canonico della Cattedrale possiede Corpi li quali sono de iure patronatus della sua famiglia sotto il titolo della Vegine dei Sette dolori. 55.Il sacerdote D.Domenico Fiorillo di Casolla. 56.D.Domenico Pallozzi arcidiacono coadiutore della Cattedrale di Caserta. 57.Il diacono D.Domenico d’Ambrogio di S.Clemente. 58.Il canonico Domenico Palmieri di Poccianelli. 59.D.Domenico Farina della Città di Caserta. 60.D.Domenico Razzano di Briano. 61.Il sacerdote D.Domenico Izzo della Città di Caserta. 62.Il sacerdote D.Donato Russo di Piedemonte di Caserta possiede beni che sono della Cappella de Iure Patronatus della sua famiglia col titolo del Cristo Crocefisso eretto dentro sotto il titolo di S.Rufo in detto casale. 63.Il clerico Domenico Albanese beneficiato del Beneficio di S.Felice Papa e Maria della Pietà eretto dentro S.Barbara. 64.D.Francesco Giaquinto di Casola. 65.D.Francesco Ricciardi di Centorano. 66.D.Felice Giordano di Garzano. 67.Il sacerdote D.Francesco Toscuno della Città di Caserta. 68.Il sacerdote D.Francesco Fiorillo beneficiato di due Benefici ambedue eretti dentro la Parrochia di Briano uno sotto il titolo di S.Maria del Carmine ed altro sotto il titolo di S.Maria della Gratia. 69.Il canonico Francesco Rossi di Casolla. 70.Il sacerdote D.Francesco Biscardi. 71.Il Convento di S.Francesco di Paola della Città di Caserta. 72.Don Francesco della Ratta di Caserta possiede beni addetti al Beneficio sotto il titolo di San Martino. 73.D.Filippo Favieri della Torre beneficiato delli Benefici sotto li titolo di S.Rosolia ed Anime del Purgatorio in detta città. 74.D.Francesco Merola della Città di Caserta.75.D.Francesco Ricciardi di Casolla. 76.D.Francesco della Ratta canonico capoano. 77.D.Francesco Rossi canonico. 78.D.Gioseppe Russo di Casola. 79.Il clerico Giovanni Vivo di Casolla. 80.D.Gaetano Grillo parroco. 81.D.Giacinto Pulcarelli di S.Barbara, possiede beni addetti al beneficio ò sia Padronato sotto il titolo di S.Ambrosio eretto dentro detto Casale. 82.D.Gaetano Santacroce di S.Barbara. 83.D.Gioanpietro d’Elena di Centorano possiede beni addetti alla Cappella di S.Giuseppe Padronato della sua famiglia. 84.D.Gaetano Amodio di S.Clemente. 85.D.Gioseppe Grillo della Torre di Caserta. 86.D.Gaetano Russo di Sommana. 87.D.Gennaro Fusco di Casola. 88.D.Giuseppe Petrillo di Sala. 89.D.Giovanni Borgognone. 90.Clerico D.Gaetano Giordano di Napoli possiede beni addetti al Beneficio sotto il titolo di S.Maria Costantinopoli eretto dentro la Parocchia di Casola. 91.D.Giuseppe de Franciscis di Toro beneficato del Beneficio sotto il titolo di S.Michele Arcangelo e S.Pietro Apostolo eretto dentro la Cappella di D.Marzio d’Alois in S.Nicolò la Strada padronato della sua famiglia. 92.D.Giuseppe Picazzi d’Ercole possiede un Beneficio sotto il titolo di S.Antonio Abbate eretto dentro una Cappella di Centorano. 93.D.Gaetano Vitale di Briano. 94.D.Giuseppe Varone di Centorano. 95.D.Giovanni Grauso di Poccianello beneficiato del Beneficio sottoil titolo dell’Angelo Custode dentro la Parocchial Chiesa di Briano jus Padronato della famiglia De Grauso. 96.Canonico D.Gennaro Favieri. 97.D.Giuseppe Smarra di S.Clemente. 98.La Parochial Chiesa di S.Gennaro di Falciano. 99.Canonico Giuseppe Galase. 100.D.Gabriele Savastano della Città di Caserta. 101.D.Gio Lonardo Varone di S.Clemente. 102.D.Giovanni Di Stefano della Torre à titolo di fattis un ospizio di case di cui gode l’abitazione. Possiede il Beneficio sotto il titolo di S. Nicola in Casolla. 103.D.Giuseppe Mataloni di S.Clemente. 104.D.Giuseppe Giannattasio della Torre di Caserta. 105.Monte di S.Croce. 106.Cappella del Monte di S.Croce. 107.D.Ignatio d’Errico di Casolla beneficiato delli Benefici di S.Luca e di S.Francesco d’Assisi in Tuoro della sua famiglia e possiede i beni del Beneficio di S.Eleuterio. 108.D.Luca Perrotta di Sala. 109.D.Luca Parmisano di Casola. 110.D.Luca Antonio De Franciscis di Casola. 111.Clerico Lelio Vitelli della Torre di Caserta possiede un Beneficio Padronato di sua casa. 112.Crocefisso del Purgatorio della Cappella del SS.mo Rosario della Torre. 113.La Parochial Chiesa di S.Lorenzo di Casolla. 114.D.Luca Rossi di Casola. 115.D.Francesco d’Amico sacerdote casertano con D.Gaetano fratello. 116.D.Lelio d’Alois di Casola. 117.D.Liberio Santoro di Casola. 118.D.Lorenzo Giaquinto della Torre di Caserta. 119.D.Luca Calvano di S.Barbara. 120.La Parochial Chiesa di S.Marco Evangelista di Casola. 121.Il sacerdote D.Michele Brignola di Toro. 122.Il Monte dei Morti di San Clemente. 123.Il Monte dei Morti di Puccianelli. 124.Il sacerdote D.Marcello Sebaste possiede il Beneficio sotto il titolo di S.Antonio di Padua. 125.L’Altare del Beneficiato di S.Maria della Bruna eretto dentro la Parocchial Chiesa di Puccianello. 126.La Parochial Chiesa del Mezzano sotto il titolo di S.Maria dell’Assunta. 127.La Cappella di S.Maria di Sette Dolori di Casola. 128.Il sacerdote D.Mattia Sparano di Casolla. 129.La Cappella del Monte dei Morti eretta dentro la Chiesa di S.Maria Loreto di Caserta. 130.La Chiesa di S.Maria di Loreto di Caserta. 131.La Parochial Chiesa di Tredici sotto il titolo di S.Matteo. 132.Il Monte dei Morti della Città di Caserta. 133.La Cappella sotto il titolo di Mater Domini di Puccianello lajcale della famiglia delli Casolla. 134.Il Monte dei Morti di Casolla. 135.La Cappella del Monte de’ Morti di S.Barbara. 136.Il canonico D.Matteo Izzo possiede beni unitamente con Nicola e fratello D.Agnello. 137.Il Monte de’ Morti di Sommana. 138.Il Monistero di S.Maria del Carmine di Caserta. 139.Il Beneficio sotto il titolo di S.Maria Costantinopoli eretto dentro d’una Cappella del Casale di S.Benedetto discendente dalla famiglia delli Rossi che oggi si possiede da D.Gioanni Castellitto di detto Casale. 140.Il canonico Primiceno della Catedrale di Caserta D.Michele Maselli. 141.Il canonico Nicolò Minutillo. 142.Il beneficio sotto il titolo di S.Nicolò Tolentino di Caserta che oggi si possiede dal canonico coadiutore D.Matteo Forgione. 143.Il Canonico della Cattedrale di Caserta D.Nicola Giannattasio. 144.Il Canonico della Cattedrale D.Nicolò Giaquinto. 145.Il sacerdote D.Nicolò Iannelli. 146.Il sacerdote D.Nicolò d’Errico. 147.Il canonico Arcidiacono della Cattedrale di Caserta D.Nicolò Alisandro. 148.D.Nicolò Augusti. 149.D.Nicolò Folio di Toro. 150.Il sacerdote D.Nicolò Cutillo di Toro. 151.La Cappella di Casolla sotto il titolo di None d’Addio. 152.Il sacerdote D.Orazio Grillo della Torre di Caserta. 153.D.Onofrio Daniele di S.Clemente possiede beni addetti al Beneficio che lui pose in Centorano sotto il titolo di Materdei. 154.D.Oliviero Farina di Marcianisi beneficiato del Beneficio di S.Giacomo eretto dentro la Parrocchia d’Ercole di Caserta. 155.D.Parmisano Ricciardi di Casola. 156.La Parrocchiale Chiesa di Alifredo sotto il titolo di S.Pietro. 157.D.Pietro Paradiso della Torre di Caserta. 158.Il canonico D.Pietro Antonio Giquinto. 159.D.Pompeo Rossi di Casolla. 160.D.Antonio Forgione procuratore della Badia di S.Pietro ad Montes sita nel Casale di Piedemonte. 161.Il clerico Pietro Ruffo beneficiato del Beneficio sotto il cielo di S.Pietro e Paolo della sua famiglia. 162.Il rettore della Badia di S.Pietro ad Montes di Caserta. 163.D.Pietro Giannattasio della Torre di Caserta. 164.La Cappella del Rosario di San Clemente. 165.La Cappella del Rosario al Toro. 166.La Cappella del Rosario di Sala. 167.La Cappella del Rosario di Tredici. 168.La Parrochial Chiesa di S.Rufo di Tredici di Caserta. 169.La Cappella del Rosario di Puccianella. 170.La Cappella del Rosario di Garzano. 171.La Cappella del Rosario di Briano. 172.La Cappella del Rosario di Casolla. 173.La Cappella del Rosario di Piedemonte. 174.La Cappella del Rosario di Casola. 175.La Cappella del Rosario del Mezzano. 176.La Cappella del Rosario di S.Barbara. 177.La Parrocchial Chiesa di S.Sebastiano di Torre. 178.D.Sebastiano Giaquinto. 179.D.Silvestro di Natale. 180.Il canonico Salvato S.[ant]angiolo. 181.Il Seminario della Città di Caserta. 182.Il canonico eddomidario D.Stefano Cutillo. 183.Il sacerdote D.Salvatore Pricisano. 184.D.Sebastiano Campanile della Torre di Caserta. 185.La Sacrista Cattedrale di Caserta. 186.La Parrocchial Chiesa di Sala. 187.La Parrocchial Chiesa della Torre sotto il titolo di S.Sebastiano. 188.Il diacono Tomaso Maggia di Piedimonte di Caserta. 189.D.Tomaso Farina di Centorano. 190.D.Tomaso di Guida di Sala. 191.La Parrocchial Chiesa di Briano sotto il titolo di S.Vincenzo. 192.D.Vitagliano Giaquinto della Cattedrale di Caserta. 193.S.Gioanbatta della Torre di Caserta. 194.La Vescovile Mensa di Caserta. 195.Berardino Vicario cappellano della Torre. 196.Illustrissimo clerico Stefano Maielli beneficiario di S.Francesco d’Assisi.

Anna Maria Ricciardo, Carlo delli Paoli, Carlo, l’eredi Carlo, D.Elisabetta Ricciardo, D.Geronima Sisola, Martino della Valle. Bonatenenti ecclesiastici forastieri: 1. D.Angelo di Mauro. 2. La SS.ma Annunciata della Valle. 3. D.Bartolomeo Scicciarelli della Torre di Caserta. 4. D.Crescenzo Rossi della Baronia di Formicola. 5. D.Carlo Giurgiolo di Napoli. 6. Il Monastero della Concezione di Cajazzo. 7. Il Convento di S.Domenico di Napoli. 8. Il Convento di S.Domenico di Mataloni. 9. D.Francesco Cesare di Napoli. 10.Il Collegio di S.Francesco Saverio di Napoli. 11.Il Monistero delle Reverende Monache di Napoli. 12.Il Diacono di Ferdinando Rossi di Piedimonte d’Alife. 13.D.Francesco Grasso di Napoli. 14.D.Filippo d’Agostino di Napoli. 15.Il Gran Prioriato della Religione di Malta. 16.D.Giovanni e fratelli De Picone della Terra di Frasso. 17.Il Principe della Porta di Aversa. 18.Il Beneficio sotto il titolo di S.Florigio che si possiede dall’Abbate D.Antonio Gibelli di Roma di cui n’è procuratore D.Andrea Giura. 19.S.Martino Real Certosa di Napoli. 20.La Vescovil Menza dell’Aquila. Bonatenenti secolari capoani: 1.D.Alessandro Morelli di S.Maria di Capoa. 2.Alessandro Menditto di Casanova di Capoa. 3.D.Antonio e fratelli Santoro di Casanova di Capoa. 4.D.Antonio Fusco di Casanova di Capoa. 5.Clerico Bartolomeo Rossi di Recali di Capoa. 6.D.Brigida Buonpane di Casanova di Capoa. 7.Notar Carlantonio Scialla di Casanova di Capoa. 8.Donato della Peruta di S.Nicolò alla Strada di Capoa. 9.Li Eredi di Nicola Mazzaccoli di Capoa. 10.Li Eredi di Nicola Pollastro di Casanova di Capoa. 11.Francesco Antonio de Lise di Casapulla di Capoa. 12.D.Francesco e D.Onofrio di Capoa. 13.D.Ferdinando Molina di Capoa. 14.D.Francesco e f.lli Giaquinto di Recali. 15.D.Felice di Natale di Casapulla di Capoa. 16.Gregorio Vitale di Casanova di Capoa. 17.Giovanni della Peruta di S.Nicolò alla Strada. 18.D.Giovanni Faenza di S.M. di Capoa. 19.Giovanni d’Amico di Casanova di Capoa. 20.Giuseppe di Casanova di Capoa. 21.D.Giuseppe Capece di Capoa. 22.D.Grazia Iannelli di Casapulla di Capoa. 23.Il Diacono D.Giacomo Buonpane di Casapulla. 24.D.Giuseppe Santoro di Casanova di Capoa. 25.Luca Antonio Stellato di Catorano di Capoa. 26.Il Dottore Fisico Luca della Peruta di S.Nicola alla Strada. 27.Natale Iannotta di Casapulla di Capoa. 28.D.Nicolò Cusano di S.Maria di Capoa. 29.Nicolò Santoro di S.Nicolò alla Strada. 30.Nicolo D’Orso delle Curti di Capoa. 31.D.Ottaviano. 32.D.Pietro di Stasio di S.Nicolò alla Strada. 33.Simmio Martone di Casanova di Capoa. 34.D.Saverio Majelli di S.Nicolò alla Strada. 35.Salvatore Scialla di Casanova di Capoa. 36.D.Teresa de Franciscis di S.Nicolò alla Strada. 37.Tomaso e Carmine della Valle di Corragno. 38.Vincenzo Sparano di Casanova. 39.D.Vincenzo Galise di Casanova. 40.D.Vincenzo Perreca di S.Nicolò alla Strada. Bonatenenti ecclesiastici capoani: 1.La Parocchial Chiesa di S.Andrea Lagni. 2.D.Bartolomeo Santoro di S.Nicolò alla Strada. 3.D.Benedetto di Natale di Casapulla. 4.D.Carlo Majelli di S.Nicolò alla Strada. 5.D.Clemente Buonpane di Casapulla. 6.Il Convento del Carmine di Capoa. 7.La Cappella del Corpo di Cristo di S.Nicolò alla Strada. 8.D.Francesco della Peruta di S.Nicolò alla Strada. 9.Il Collegio di S.Francesco Saverio di Capoa. 10.D.Giuseppe Maria Buonpane di Casapulla. 11.D.Gioanbatta di Blasio di Macerata. 12.Il Convento de’ Padri di Gerusalemme. 13.La Chiesa Parocchiale di S.Maria de’ Sorci di Capua. 14.La Menza Arcivescovile di Capoa. 15.Il Monte de’ Morti di S.Nicolò alla Strada. 16.Il Monte de’ Morti di Capoa.17.D.Nicola del Bene di Coccagno. 18.La Cappella del Rogo di Ercole. 19.Il Seminario di Capoa.

Dettagli

EAN

9788872970492

ISBN

8872970490

Pagine

112

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Editorial Review

La provincia di Terra di Lavoro nel Regno di Napoli
Ville e Castelli della diocesi nello Stato feudale di Caserta

Nel 1700 Caserta, oggi Casertavecchia, era città di Terra di Lavoro, una delle regioni del Regno di Napoli, così chiamato dalla sua capitale, ch’è Napoli, oppure Sicilia di quà dal Faro, a distinzione dell’Isola di Sicilia di là dal medesimo stretto, che divide questi due Regni. Quello di Napoli si estendeva fra Terra di Lavoro, Abruzzo, Puglia e Calabria, in dodici Province.1
Coll’andar del tempo per le varie traversie de’ Popoli, e Dominij furono le medesime divise, e suddivise in Dinastie, Ducee, Principati, Contadi, ed altro. E finalmente dal Rè Alfonso si stabilirono per il Regno dodici Questori, o siano Tesorieri per riscuotere le Regie rendite, e così in appresso rimasero col titolo di Provincie. La parte di Terra di Lavoro coincideva con la provincia di Campania, pertanto chiamata Campagna Felice, volgarmente detta Terra di Lavoro, con a capitale Napoli. Da quest’area erano esclusi i due principati, cioè il Principato Citra che faceva capo a Salerno, e il Principato Ultra, che riconosceva Benevento a capoluogo e sovrintendeva sul Contado di Molise, come sulla Calabria, con sede in Santa Severina. L’attule Puglia era divisa fra Terra d’Otranto di Otranto, Terra di Bari con a riferimento Bari e la Capitanata, o sia Puglia propriamente detta, che aveva per baricentro Manfredonia. Nelle mappe più remote compaiono legati al Principato Ultra sia l’Apruzzo Citeriore di Lanciano che l’Apruzzo Ulteriore dell’Aquila per le continue mutazioni politiche. Molti tribunali che risiedevano in quelle ed altre metropoli si trasferirono, lasciando che altre città acquisissero il nome di Capitali di Provincia, come nel caso del Principato Ultra dove passò il Tribunale di Benevento in Montefusco; in Basilicata da Acerenza in Matera; in Calabria Ultra da Santa Severina in Catanzaro; in Terra d’Otranto, da Otranto in Lecce; in Terra di Bari, da Bari in Trani; in Capitanata da Manfredonia in Lucera; ed in Apruzzo Citeriore da Lanciano in Chieti.2
Si ebbe quindi la nuova provincia di Terra di Lavoro, altrimenti detta Campania o Campagna, che aveva per capoluogo Napoli, cioè la stessa capitale del Regno. Le altre province furono: Principato Ultra (Montefusco-Benevento), Principato Citra (Salerno), Abruzzo Citra (Chieti), Abruzzo Ultra (L’Aquila), il Contado di Molise (Campobasso), Capitanata (Foggia), Terre di Bari (Bari), Terre d’Otranto (Lecce), Basilicata (Matera), Calabria Citra (Cosenza), Calabria Ultra (Catanzaro). Esse mantennero questa divisione per tutto il 1700.3
Sebbene l’attuale geografia abbia stravolto l’originaria Provincia di Terra di Lavoro, è giusto sottolineare che essa non era affatto rappresentata da Caserta, come molti pensano, ma da Napoli. Infatti la Terra di Lavoro ha Napoli per sua Capitale, città antichissima, residenza del Sovrano, e Metropoli del Regno dal tempo degli Angioini.4
Il Regno di Napoli, dunque, come abbiamo visto, era diviso in quattro parti principali, cioè Terra di Lavoro, Puglia, Calabria, ed Apruzzo, donde si compongono le dodici Provincie, dove ogni provincia rappresenta anche il Tribunale o Regia Udienza Provinciale, formato da un preside militare o governatore dell’Armi, un caporuota e due uditori, unitamente agli avvocati del Regio Fisco, e de’ Poveri. Nella struttura giudiziaria vi lavorano il segretario, il mastrodatti con i subalterni per le informazioni, il maestro di Camera oppure l’esattore de’ proventi fiscali. Oltre alla Regia Udienza, in ogni provincia vi è il percettore, o tesoriere per gl’interessi del Regal Patrimonio. Questi Tribunali possono giudicare solo nelle rispettive circoscrizioni territoriali, e sono sottoposti alla Gran Corte della Vicaria. Ma non solo, si regge ancora un Tribunale Militare dal preside, e da un assessore, che trattano le cause de’ militari, ed è soggetto alla Regia Generale Udienza di Guerra, e Casa Reale.
La Provincia di Terra di Lavoro tiene il solo Commessario togato detto della Campania, il quale giudica in tutta la provincia e ne regge il Tribunale militare in subordinazione all’Udienza Generale di Guerra, e Casa Reale. In Campania vi è altresì un Sovrintendente, il quale, da Caporuota del Sacro Regio Consiglio, rivede le cause qualora vengono richieste.5

2. La Diocesi e il Distretto di Caserta in provincia di Terra di Lavoro
Verso Settentrione giace Caserta vescovado che fu sotto la gestione del prelato Domenico Pignatelli a far data dal 1730.6
L’originaria sede vescovile della città antica era infatti in Casertavecchia. Fu questa a’ tempi de’ Longobardi edificata dopo la seconda distruzione di Capoa, che stimasi così denominata per la sua erta salita, sebbene oggi vedesi trasferita nel luogo inferiore, ove dicesi la Torre. Vi è sede Vescovile; ma per il maggior comodo il Vescovo risiede in Caserta nuova: era Principato della famiglia Gaetani, oggi Regia, d’aria buona, fa di popolazione 548. Quando ebbe inizio il trasferimento a valle, la nuova Caserta era solo un villaggio chiamato Torre. In pochi anni il casale si distinse per superbi palaggi di quasi tutta la Nobiltà di Napoli, per essere stata scelta pel Real Divertimento dal Monarca Carlo Borbone di felice memoria Augusto Genitore del Nostro Serenissimo Regnante, ed ivi fondata una real Magnifica Abitazione, la di cui vista qualunque Forastiero sorprende, per essere troppo superbamente custrutta, e di scelti marmi arricchita, che tuttavia si sta terminando dal sempre lodato Nostro felice Regnante Ferdinando IV., il quale ha eletto per suo Real Diporto un amenissimo Colle ivi vicino denominato S.Leuci, ove ci ha stabiliti moltissimi divertimenti, e lavorii. Gode un’aria ottima, fa di popolazione 4.678.7
Nel XVIII Secolo il territorio della diocesi di Caserta era degno di nota, nonostante confinasse con altri distretti ecclesiastici importanti, come Capua, Sant’Agata dei Goti, Alife e Telese. Ben trenta, in origine, sono infatti i nuclei abitati, fra ville, casali e castelli che dipendevano dal potere ecclesiastico casertano, a meno delle chiese di Casanova, casale con 3.264 presenze, e di Marcianise, abitata da 5.831 persone, condivise con Capua. Gli altri nuclei sono casali più o meno corrispondenti all’estensione dell’attuale comune, ad esclusione di Recale e Capotrisi appartenute alla Provincia di Capua (ma meglio sarebbe dire al distretto capuano) e dei feudi privati di Limatola (abitata da 1.120 anime), dove sovrintendevano gli Aquino, e della Città di Maddaloni, considerata Ducea dei Carafa, risultata la più popolosa del tempo, con 10.719 abitanti. Basti pensare che, nel totale, gli abitanti di tutti gli altri paesi in pertinenza di Caserta non raggiungono il numero dei maddalonesi o degli abitanti della stessa città nuova, con 4.678 casertani. Casertavecchia contava appena 548 anime, ma nelle sue pertinenze restavano comunque vecchi avanposti, come il Castello di Airola, con 40 abitanti, e villa Trentola con 21 persone.8
Nella maggior parte dei casi, però, quelli che sembrano paesi diversi sono nella realtà sempre casali situati sopra e sotto i Monti Tifata, incominciando dalla via S.Nicola alla Strada, e scorrendo fino alla fine di Morrone, volgarmente detto il Termine.9
Al territorio politico della Città di Caserta, appartenevano invece le cosiddette ville: Aldifreda con 166 anime, Biancano con 275, Boschetto con 60, Briano con 562, Casola (da non confondersi con la vicina Casolla) con 502, Falciano con 707, Garzano con 324, Le Massarie con 811, Mezzano con 193, Montedicore con 702, Piedimonte con 214, Pozzovetere con 456, Sala con 633, Santa Barbara con 636, San Benedetto con 710, Sommati con 175, Tredici con 388 abitanti. A queste ville del perimetro cittadino vanno aggiunti solo il Castello di Loriano con 82 anime e San Nicola alla Strada, il più popoloso casale casertano (autonomo già da un pezzo), con 2.360 abitanti.
Tolti i Castelli di Airola e Loriano, e i comuni indipendenti di San Nicola e Casanova, erano tutti casali dello Stato feudale casertano, cioè la vera Provincia di Caserta, ad esclusione di Maddaloni, considerata città di un altro Stato. Mancano all’appello quasi tutti i paesi della futura Terra di Lavoro che saranno inglobati negli anni a venire, come Santa Maria Maggiore, poi detta Santa Maria Capua Vetere, e la stessa Capua. Vengono invece definite sempre ville le attuali frazioni di Caserta, da Tuoro e Poggianello con 912 e 928 abitanti, a Casolla Villa che fa di popolazione 967.10

3. Il Demanio di Rocca S.Nicola al Castellone S.Agata fuori le mura
Oltre il circuito della Città vi era un altro distretto che prende il nome di Demanio della Rocca di San Nicola, cioè di Rocca S.Agata, meglio noto come Castellone di Sant’Agata. Qui i diversi vescovi della zona avevano spesso osato invadere le selve dei casertani mettendosi anche nei guai. Resisi arditi gli Arcivescovi di Capua pensarono farsi padroni di tutte le montagne contigue, e successive alla Rocca, tanto è che [monsignor] Cesare Costa pensò servirsi del Bosco, come padrone, onde si fece lecito l’anno 1573, inviare alcuni operaj a tagliare alberi fruttiferi. Ma più coraggioso degli alti prelati fu Don Giulio Antonio Acquaviva, Principe di Caserta, il quale, come primo Cittadino, vi inviò gente a catturarli, e li mandò nella Vicaria in Napoli, dove con tutto lo sforzo fatto dall’Arcivescovo Costa vi stettero da tre mesi. Questo per dire quanto fosse sentito il bene comune, specie per questo antico Demanio conteso dai vescovi.11
Nè mancò il delegato di scrivere al Vicario di Capua il 5 ottobre del 1693 in favore dei cittadini citati davanti alla Corte Arcivescovile, perchè non dovevano esser dichiarati scomunicati col supposto, che vi avessero usurpato, e coltivato un Territorio nominato la Rocca di S.Nicola, che si asserisce spettare a cotesta Mensa Arcivescovile.12

4. Il circondario di Torre, capoluogo di fatto
A differenza di altre città, Caserta era un luogo non troppo freddo d’inverno, nè caldo d’estate. Questo grazie alla presenza delle acque e della folta vegetazione che proteggeva le case dagli infuocati raggi. Ancor di più la sera per la presenza dei Monti Tifati, scrive l’Esperti, quelli infatti che abitavano nel lato orientale, nel villaggio di San Clemente e Centurano, non godendo la frescura, erano più esposti a malattie. Dovrebbero infatti badare a non uscire nudi nelle mattinate d’estate perchè quel fresco penetra molto ritrovandosi i pori aperti dopo il sonno, mentre si dovrebbe impedire il traspirare a molti mali. Nella Valle di Caserta poi il terreno non presenta depressioni, ma un piano inclinato all’orizzonte verso mezzogiorno. Perciò le acque della pioggia non ristagnano, ma scorrono moderatamente portandosi in parte nel fiume Volturno, ed in parte nel Clanio, permettendo al terreno di essere stabile e fermo.13
I casertani si vantavano di avere un’ottima acqua, motivo per il quale si preservavano da malattie. La riuscivano a raccogliere grazie a grandi cisterne. L’inquinamento delle falde, dopo la peste, era la preoccupazione preminente in tutti i paesi. Non mancavano sorgenti sopra del suolo. Quattro erano queste fonti: Linara, Attellano, la terza sopra la città che formava due sacche fra Casolla e Starza; il quarto flusso, quello portato a Torre per alimentare le fontane del Palazzo Reale e per approvvigionare i cittadini.14
Re Carlo III di Borbone è considerato il vero fondatore del nuovo capoluogo. Qui, su progetto e disegni dell’architetto Luigi Vanvitelli, vi fece costruire il Palazzo Reale e il Parco, ultimato sotto Ferdinando IV, quando la città cominciò a prendere corpo. Casertavecchia decadeva al punto di spopolarsi quasi definitivamente, fino a perdere anche la sede vescovile nel 1844.
Scrive il Felici che la nuova Caserta fu dichiarata Città nel 1800; ma prima ancora che fosse stato costruito il famoso Palazzo Reale, i cui lavori furono iniziati nel 1752, essa era un paesello denominato Torre. La città primaria del Contado, ora chiamata “Caserta Vecchia”, stava sulla vetta di un colle dei Monti Tifatini, alla cui falde si trovano i ruderi dell’antico Tempio di Giove Tifatino, nel luogo ove fu poi costruito il convento dei PP. Dottrinarii, detto S.Pietro ad Montes. Assai remote sono le origini di Caserta.15
Con il toponimo ‘Caserta’ ci si riferisce quindi sempre a Casertavecchia. Giacinto De’ Sivo, nella sua Storia Pugliese, sostiene che il nome di Caserta, affermano tutti che le venisse dalla sua brulla e scoscesa positura, quasichè le sue case fossero erte, ove per antonomasia l’avessero addimandata così, ma niente d’indubitato sappiamo.16
Il 1700 si era aperto sotto l’azione riformista del nuovo vescovo Giuseppe Schinosi. Lo ricorda una lapide nella Cattedrale che egli stesso fece costruire per preparare il proprio sepolcro, come rassicurano lo stemma rampante di Casa Schinosi e la lettura di una delle lapidi delle quattro cappelle costruite fra il 1400 e il 1700.17
Le altre lastre sono quella del Purgatorio, quella detta di S.Maria di Costantinopoli della famiglia Giaquinto e quella del Crocifisso di legno, chiusa da un cancelletto e identificabile sempre dallo stemma della famiglia Schinosi, identico al sigillo dell’altare maggiore. Un uso in verità già sperimentato dal vescovo Diodato Gentile, successore di Benedetto Mantina nel 1604, che scolpì i suoi stemmi e la mitra sul marmo della custodia dell’olio santo sita all’ingresso, dov’è la scritta olea sacra.
Pochi eventi avevano caratterizzato gli anni a cavallo del secolo. L’episodio più importante dovette essere sicuramente quello del passaggio di papa Benedetto XIII, come ricorda una rozza iscrizione incisa nell’arco del campanile: Ai 31 marzo 1725 passò per il piano di Caserta Benedetto XIII Orsini, portandosi a Benevento, dove fu 10 anni arcivescovo; se ne ritornò poi per la stessa via in Roma, a’ 14 maggio del detto anno. Seguita da un’altra scritta: Di nuovo lo stesso papa Benedetto XIII passò per Caserta ai 5 aprile 1729 andò a Benevento, e ripassò per Caserta ai 25 maggio dove si trattenne due giorni nel convento dei minimi. Una città che appare come un vero borgo, seppure poco laborioso rispetto anche alla sola Santa Maria Maggiore (Santa Maria a Vico), ma fuori dai canoni a cui erano abituate le povere città del Regno.18

5. Il governo della Città e dei Casali rappresentato da sei assessori
Ogni anno, con il solo voto di quaranta nobili, ne venivano eletti sei per governare Caserta e i suoi casali. Si tratta di cittadini privilegiati, ma non autonomi, in quanto soggetti all’autorità del Principe, il quale non consentiva scontri per il potere. Col tempo però cominciarono a ribellarsi tanto i nobili, quanto coloro che nobili non erano, rivendicando la presenza nell’amministrazione della Cosa pubblica.
L’Esperti ricorda una lite del 1732 fra i quaranta ricchi e la gente comune che rivendicò il diritto di voto, imponendosi ed ottenendo sentenza favorevole. Da allora fu riconosciuto che gli Eletti si eligessero per voti di tutto il popolo, di qualunque stato fossero e condizione, nobili, o plebei in virtù di decreto della Camera, al quale si diede l’esecuzione del presidente Mauro. Ciò avveniva alla presenza del mastrodatti Fontana, dello scrivano Granata, del magnifico Giacinto, dell’avvocato Don Gennaro Carissino e del procuratore Don Tiberio Grillo il 5 Agosto 1732. I primi eletti furono sei: per la Città il Magnifico Nicola Giaquinto, per Tuoro il Signor Andrea Falco, per Casolla Don Giuseppe d’Errico, per Puccianello il Magnifico Nicola Esperto, per La Torre Don Marcello Majelli e per S.Clemente il Signor Pietro Castellitto. Or perchè dalla gran moltitudine de’ Vocali, e per le gare, e contese riusciva nojosa l’elezione, l’elezione non piacque al ministro del re. Infatti, avutone sentore, il Sig.Marchese BernardoTanucci, ridusse tutto il popolo a 36 Vocali, da eliggersi 6 per quartiere.
Fu quindi deciso che ogni quartiere, a rotazione di cinque anni, avrebbe avuto sei consiglieri chiamati Decurioni stabilendo che si eliggessero porzione da Nobili, porzione da Mercanti, e porzione dell’ultima plebe, in virtù dispaccio, esecutore del quale fu il Governatore Gio: Battista Elia. Ebbero cioè pari dignità politica: la Città, Tuoro, Casolla, Puccianello, Torre e San Clemente. Dopo la prima elezione pluralista, sebbene non plebiscitaria, furono eletti i primi sei assessori fra trentasei decurioni. Uno per San Clemente (sebbene non venga ricordato) e gli altri nelle persone del Magnifico Giovanne Massaro per sopra Caserta, per Tuoro il Magnif. Andrea Cutillo, per Casolla il Magnifico Mario di Guida, per Puccianelli il Magnifico Nicola Gentile, per la Torre il Dottor D.Giulio Giaquinto.19
Il sistema era cambiato, ma al potere si ritrovavano solo e sempre gli altezzosi nobili. Le elezioni davano adito a forti scontri personali al punto che molte famiglie benestanti lasciarono la città, come i Vivaldi di San Clemente, i Cicalesi, i Filomarino di Falciano, la famiglia Cordua, i Fiorilli di Tredici, i Paternò, i Pignatelli di La Torre, la famiglia D’Alois, i Tripani di Pie[de]monte, i d’Agostino (dai quali discende Don Giovanni Tommaso di Agostino originari di Piedemonte, già presidente di Campania divenuto poi effettivo a Foggia) e de’ Franciscis, presenti in San Nicola, alla Torre e a Tuoro. Mentre restavano in città poche altre famiglie titolate rispetto ad una quarantina iniziali, quali i Giaquinto, i Casarelli, i Sisola ed i Pagani, successori dei Cicalesi nel possesso dei suffeudi, a cui si andavano ad aggiungere gli Errico, i Mazzia in Casolla (di tradizione militare con l’incarico di capitani).
La speranza era che tutti, governanti ed eletti, si dimostrassero veri signori nell’amministrazione della Cosa pubblica nell’Università di Caserta, acciocchè il ben comune non patisca detrimento per colpa loro, e l’Erario non si debiliti in cose inutili, e voluttuose, ma in cose necessarie, ed utili de’ Cittadini; se non vorranno, che si avveri di loro quel che dice la Mezzacanna: Robbe di Università, e di pupilli, sino a li Cieli arrivano li strilli.20

Diritti riservati in tutto il mondo - Arturo Bascetta