66. GUARDIA NEL 1742

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Il Comune di Guardia nel Settecento

Nel 1741 Guardia Lombarda era sotto il potere feudale, e lo sarà, come tutto il Mezzogiorno, fino al 1806, anno in cui la feudalità verrà abolita ad opera di Giuseppe Bonaparte, durante il governo passato alla storia come Decennio francese (1806-1815)8. Dal 1232 al 1806 le istituzioni municipali ebbero il nome di Università (universitas civium), denominazione che verrà poi sostituita dalla parola Comune, la commune della rivoluzione francese.
Nella grande maggioranza delle università, e specialmente in quelle rurali, le maggiori decisioni erano di competenza del parlamento, l’assemblea popolare in cui avevano diritto di partecipazione e di voto tutti i capifamiglia maggiorenni, senza alcuna distinzione di ceto.
Vi si eleggevano gli amministratori, sindaco ed eletti, i quali restavano in carica un anno, dal 1 settembre al 31 agosto successivo. Si poteva essere eletti anche se analfabeti (S.N. vuol dire Scribere Nescens: che non sa scrivere. È la dicitura che si incontra nei documenti accanto al segno di croce apposto dai sottoscrittori analfabeti di cui fa fede il cancelliere, il Cancellarius).
Nel 1741 l’Università di Guardia Lombarda era retta dal sindaco Lorenzo Siconolfo, dal capoeletto Magnifico Antonio Frascione, dagli eletti Magnifico Francesco Ambrosia, Michele de Pietro, Lorenzo Antonio Sgobbo.
Il re Carlo III di Borbone tra il 1740 e il 1741 avviò la riforma catastale con l’obiettivo di riformare il sistema di tassazione della proprietà e dell’industria (i redditi da lavoro), eliminando l’antica forma basata principalmente sulle gabelle. Fino ad allora, «I comuni del Regno di Napoli potevano praticare due sistemi di imposizione fiscale: quello detto a gabella che consisteva nel prelievo del tributo a mezzo di dazi sui consumi, e quello detto a battaglione, basato sull’imposizione diretta, che colpiva i redditi mobiliari, immobiliari e quelli derivanti da lavoro.
Entrambi i sistemi presentavano delle deficienze che si ripercuotevano negativamente sulle classi meno abbienti. Infatti, da una parte, il primo, applicato senza correttivi, finiva col colpire senza alcuna discriminazione; il secondo, viceversa, pur essendo idoneo, in linea di massima, a realizzare una maggiore perequazione, trovava scarsa e difettosa applicazione»9.
Il nuovo catasto fu basato sulla descrizione dei beni e sulla tassazione della loro rendita. La valutazione dei patrimoni fu basata sull’oncia, un’antica moneta, in disuso già allora, ma adoperata soltanto ai fini fiscali. L’oncia valeva 6 ducati, ma si trattava di una moneta da conto, senza conio; nel caso del catasto indica però un metodo per capitalizzare la rendita in proporzione che variava secondo la tipologia della stessa (animali, case, terreni), come veniva stabilito dall’università negli atti preliminari del catasto. «In pratica essa sta nell’onciario ad indicare ciò che noi chiameremmo il reddito imponibile»10. Il catasto onciario del 1740 costituì, quindi, una forma di censimento dei beni, effettuato una sola e unica volta, riportando l’intera anagrafe della popolazione del Mezzogiorno, censendo nello stesso tempo anche tutte le fonti di reddito dei singoli nuclei familiari, dai beni immobili a quelli mobili, e persino gli animali posseduti. Di ogni fuoco, cioè di ogni unità familiare, furono indicati il numero dei componenti, l’età di ognuno, l’attività svolta e il rapporto di parentela con il capofamiglia. In ordine venivano: il capofamiglia, la moglie, i figli maschi, le figlie femmine, fratelli, sorelle, il padre, la madre. Di norma, il capofuoco era il figlio maggiore, sposato o no. Furono elencati i beni, descritti nella loro costituzione ed estensione, ne fu indicato l’uso e l’utilizzo, sia di proprietari che di censuari o di affittuari.

Per la formazione del catasto onciario, tutte le università, eccettuati Napoli e i suoi casali, esentati da imposte, dovettero eleggere deputati ed estimatori, incaricati degli atti preliminari e dell’apprezzo dei beni: «Dovrà questa Università eligere, precedente pubblico parlamento, sei persone non esenti dalla regia Giurisdizione, cioè due del primo ceto, altri due del mediocre ,e li restanti altri due dell’inferiore, che siano tutti e sei timorate di Dio, non inquisite…».
«…Come anche devensi eligere quattro estimatori anco esenti dalla regia Giurisdizione, due de’ quali siano cittadini di questa Terra ,e due Forestieri della Terra più vicina, di più prattica ,e conosciuta probità (per l’apprezzo de’ beni suddetti), timorati di Dio ,ed intesi del valore ,e della rendita de’ territori. E delle cose di campagna informati ,e prattici al più che possibile delle contrade del distretto ,e di vari attuali possessori de’ territori ,e altri effetti ,e che habbiano cognizione de’ confini, in quanto alla giurisdizione, onde si fugga quanto più si possa ogni controversia…».
I cittadini e tutti coloro che possedevano beni erano tenuti alla redazione delle rivele, vere e proprie autocertificazioni nelle quali, oltre a elencare i componenti della famiglia con le relative attività, dovevano riportare i redditi e gli eventuali pesi deducibili ai fini del calcolo dell’imponibile.
Fu richiesta l’opera anche dei parroci che, mediante il cosiddetto Stato delle Anime, nel quale registravano battesimi, matrimoni e funerali, erano i soli ad avere un quadro preciso della popolazione residente. Essi compilavano i quadri riassuntivi ogni anno, nella settimana precedente la Pasqua. (L’Anagrafe comunale verrà istituita successivamente, durante il Decennio francese).
Le imposte previste dall’onciario erano di tre tipi: il testatico, l’industria, l’imposta sui beni. Il testatico gravava sui capifamiglia, ed era uguale per tutti: 14 carlini a fuoco. L’imposta sui redditi da lavoro, poi, la cosiddetta industria, era calcolata in base al reddito presuntivo previsto per i vari mestieri e non in base al reddito reale, e gravava sui soli maschi. Dall’età di diciotto anni in su, fino agli ottanta, età in cui si era considerati decrepiti, la tassa era di 12 once o di 14 o 16 a seconda dell’industria svolta: ai bracciali, vaticali, custodi di animali, erano imposte 12 once; ai massari, ai campieri, ai campesi e agli artigiani 14 once; allo speziale 16 once; dai quattordici ai diciotto anni si era tassati, rispettivamente, per la metà. L’imposta sui beni gravava sugli immobili (case, terreni, mulini, frantoi, ecc.), sul bestiame e sui capitali dati in prestito ad interesse, tranne che sulla casa di abitazione, che non era tassata; sulle altre case eventualmente possedute, si tassava il reddito del fitto, dedotto il quarto per accomodazioni necessarie. I pesi, gravanti sulla casa, non si deducono. Dal testatico e dall’imposta sul lavoro erano esonerati coloro che vivevano more nobilium, cioè di rendita, ai quali era attribuito il titolo di Magnifico, e sono riconoscibili nel catasto dalla dicitura vive del suo. Erano esonerati anche coloro che esercitavano professioni liberali (gli intellettuali: notai, medici, sacerdoti, etc). Il feudatario fu tassato soltanto per i beni burgensatici, ma non per quelli feudali, né per il testatico, né per l’industria. Così anche le vedove capofamiglia furono tassate soltanto per i beni. I beni della Chiesa non furono tassati, ad eccezione dei beni extrapatrimoniali dei sacerdoti, quelli cioè posseduti a titolo privato, distinti da quelli del cosiddetto patrimonio sacro, cioè la dote vincolata che la famiglia doveva fornire al sacerdote all’atto dell’ordinazione. «L’unico dato acquisito con il nuovo catasto fu il principio che gli ecclesiastici dovettero essere sottoposti a tributo, anche se solo sui beni acquistati dopo il concordato del 1741; quelli precedentemente posseduti avrebbero pagato la metà delle once. Erano esentati completamente i beni di parrocchie, seminari, ospedali e i benefici assegnati agli ordinandi come patrimonio sacro».

Description

Presentazione al libro su GUARDIA DEI LOMBARDI, ANTICA «GUARDIA LOMBARDA»

Guardia Lombarda è la denominazione di Guardia Lombardi nel periodo di cui si tratta in questa pubblicazione.
Lo storico Giustiniani nel 1802 così scriveva5: «Guardia Lombarda, terra di Principato ulteriore in diocese di Santangelo de’Lombardi situata su di un monte, distante da Montefuscolo miglia 18 ,e due giornate di cammino dal mare. Il suo territorio confina verso settentrione colla terra di Vallata, e Carisi, verso ponente colla città di Frigento, Rocca Sanfelice, e città di Santangelo, verso mezzogiorno colla terra di Morra, e colla difesa di Formicoso, che attacca con Bisaccia. Vi passa un fiume, appellato la Bufeta, che nasce tra ‘l Formicoso, e Vallata, e passando per questa terra è quella di Carisi, passa per lo ponte di Grotta Minarda ,e scaricasi finalmente nel Calore. La tassa del 1532 fu di fuochi 151, del 1545 di 190, del 1561 di 232, del 1595 di 349, del 1648 di 310, e del 1669 di 1746. In oggi (1802) i suoi naturali ascendono a circa 2530; i quali oltre l’agricoltura, e la pastorizia, esercitano la negoziazione di varj generi di vettovaglie. Le produzioni consistono in grano, granone, legnami, castagne, ed in erbaggi. Nelle parti boscose evvi della caccia di volpi, e lepri, delle starne, beccacce, tordi ecc. Vi si trattenne S.Leone IX per salassarsi quando da Benevento calò col suo esercito in Puglia, così scrivendo Pietro Diacono (Chron. Casin. Lib. 4 cap. 18) nella descrizione che fa del viaggio di Rainaldo eletto Abate di Montecassino circa l’anno 1137: Altera autem die ceptum iter arripiens per furcas Caudinas Beneventum applicerunt, indeque moti per Afrigentum per que Roccam Gysoaldi, ad Castrum, cui Guardia Lonbardorum nomen est, applicerunt, ubi quondam Leo Papa Sanctissimus cum Normannis prelicturus sanguinem minuerat, et per aliquot dies ibi requieverat7.
Vi fu poi eretto un monistero a di lui nome ,ed anche in oggi è riconosciuto per principal protettore di quella terra. Nel dì 8 settembre del 1694 fu tutta rovinata dal terremoto colla morte di 200 suoi naturali, oltre di altri 150, che rimasero mortalmente feriti, siccome appare dal libro esistente nell’Archivio della Regia Camera, ove sono annotati partitamente tutt’i danni, che recò quel terremoto a diversi paesi di Principato ulteriore, di Principato citeriore, e di Basilicata. Il Re Carlo II di Angiò la donò ad Adda de Brueriis. Giovannantonio de Orsinis figlio della Regina Maria comprò questa terra. In oggi (1802) si possiede dalla famiglia Ruffo de’ principi di Scilla».
La bellezza dei linguaggi dialettali, la riscoperta dei toponimi e degli antichi nomi di persona, mi hanno fatto compagnia per diversi mesi durante la ricerca e lo studio di documenti originali conservati negli Archivi di Stato di Avellino e di Napoli e nella Biblioteca Statale di Montevergine. Uno studio, questo, che mi ha coinvolto con passione, perché Guardia Lombardi è il paese di mio marito, Rocco Di Pietro, ingegnere, sindaco dal 1985 al 1988, paese nel quale, dunque, hanno radici i miei figli.
Ho trascritto in alcuni casi il testo originale dei documenti, con le regole grammaticali del tempo, la congiunzione e sempre preceduta dalla virgola, l’uso delle maiuscole anche per i nomi comuni, ma anche cenzo, oncie, selvaggie, Menza, e parole ed espressioni desuete. Ho riportato i verbali degli Atti preliminari del 1742 e l’importante Apprezzo, in base al quale fu effettuata la valutazione dei beni (animali e vettovaglie). In merito alle rivele, vere e proprie autocertificazioni, mi sono limitata a trascrivere quelle del sacerdote Don Lorenzo Arciprete d’Ambrosio e del feudatario. Ho ritenuto di riferire per ogni famiglia tutti i dati, per avere una visione, di quella realtà, la più completa possibile. Ho calcolato in once e tarì per l’elaborazione statistica delle tabelle riassuntive.
Dai documenti consultati è emerso, tra le altre cose, che nel Settecento la popolazione di Guardia risiedeva quasi per intero in quello che attualmente è definito il centro storico. La presenza di case rustiche nei campi, alcune di fabrica, altre a pagliaio, quasi tutte dichiarate nel catasto per uso de’ bovi, fanno pensare che di lì a poco, nel corso del secolo successivo, debbano essersi insediate stabilmente alcune famiglie guardiesi, spostandosi dal paese e dando origine alle tante contrade che ne hanno assunto finanche il nome (Li Mirandi sono diventati Li Pietri e Li Paoli, altre Li Mattei, Li Valvano, Li Luparielli etc). Fino agli anni Cinquanta del Novecento, esse sono state caratterizzate da un intenso fervore di vita e attività, ma che è andato esaurendosi a causa delle massicce emigrazioni verso altre terre e in seguito al terremoto del 23 novembre 1980 che ne ha mutato completamente il volto. Il rapporto con i terremoti, del resto, è stato pressoché costante in questa terra, se ancora, all’epoca dell’onciario, si riferisce di case a pagliaio, nel luogo detto il Pagliajo, costruite, evidentemente, in seguito ai sismi del 1694 e del 1732. Ci viene specificato, in qualche punto dei documenti esaminati, di case fatte a pagliajo nei pressi di Capo d’Aria, ma anche alla Spiaggia. Ho trovato interessante anche l’uso delle unità di misura di quel tempo: per l’estensione agraria l’opera, il tomolo, la mesura; per la misura lineare il palmo, la canna, il braccio; per il peso il rotolo, l’onza; la moneta: il ducato, il carlino, il grano o grana, il tarì. E termini come casaleno, pagliajo, massaria, pedanale, pannizza, caselle e palmenti di fabrica, etc. Ne ho riferito nel glossario il significato, dopo averlo ricercato in antichi vocabolari. È da notare che nell’onciario la preposizione di o de di tutti i cognomi di origina patronimica inizia sempre con la minuscola, diventerà maiuscola nel napoleonico. A parte la difficoltà di interpretare la grafia dei manoscritti, l’uso del dialetto è frequente: così Boccolo è riportato talvolta con Vuccolo e Buccolo, Furnielli o Frondelli per Fornelli, Bovenzi e Bevenzi, Celso o Celzo o Celsi, Franconetto e Francionetto, e così via. Evidentemente, anche Giaggia e Piaggia o Spiaggia sono da considerare sinonimi. Ho lasciato puntini sospensivi tra parentesi o il punto interrogativo laddove il testo non mi è risultato chiaro.

La denominazione di alcuni luoghi, riferita ovviamente al tempo in oggetto, è spesso chiarita dal testo stesso, da quel seu che significa o, oppure: Spiaggia seu Calvario, Trinità seu Cerreta, La Fontana di cinque grana alias la Matinella, Le Lazzàre seu Fornelli, La Difenzola detta di Valdimasi seu Pietro Uglia, e anche pastino seu vigna nuova, vigna seu deserta. Interessante l’antica denominazione dei paesi: Carauni per Carbonara, nome dell’antica Aquilonia, e Villamagna per Villamaina, Piescopagano per Pescopagano.
Come in altri paesi, anche a Guardia un monte di maritaggio assicurava un minimo di dote alle ragazze povere e orfane: in questo caso l’istituzione di beneficenza era il monte De Mongellis, fondato da Don Tiberio de Mongellis e dalla nobile Vittoria Lucania.
È la storia della gente comune quella che ho cercato: artigiani, massari, bracciali. Gente operosa, alle cui storie mi sono avvicinata con profondo rispetto. Molti dei loro nomi, tramandati di generazione in generazione, io li riconosco nelle persone di oggi. Altri sono scomparsi da Guardia a causa delle emigrazioni in terre straniere. E a loro, in primo luogo, agli emigranti, dedico questo lavoro, che sempre portano nel cuore il paese di origine conservandone lingua e tradizioni, tramandandole ovunque abbiano trovato casa. Lo dedico a chi è rimasto e si adopera per il suo progresso; agli anziani, che ne rappresentano la memoria storica; ai giovani, ai quali auguro che questa terra sia più generosa nell’offrire la possibilità di realizzare le loro aspettative. Lo dedico in particolare a mio marito che tanto ama la sua terra, e ai nostri figli: Adele, Mariangela, Pierangelo, che sicuramente anch’essi l’hanno a cuore.

Dettagli

EAN

9788872970133

ISBN

887297013X

Pagine

96

Autore

Spagnuolo

Editore

ABE Napoli

Recensioni

1 review for 66. GUARDIA NEL 1742

  1. Valutato 5 su 5

    Arturo Bascetta

    Un paese mdi 1521 abitanti con pochi ricchi e molti braccianti

    Dall’analisi del catasto si contano, quindi, 1521 persone, distribuite in 259 famiglie cittadine, 8 di vedove capofamiglia e altre 22 di forestieri abitanti laici che hanno sposato donne cittadine di Guardia (quella di Attanasio Trojano è riportata erroneamente due volte, essendo già nell’elenco dei cittadini). Nel numero degli abitanti sono compresi anche 12 sacerdoti e un chierico, i quali appartengono tutti a famiglie benestanti. Era motivo di prestigio avere un familiare sacerdote. Vi è un cittadino fuggiasco (di cui non si conosce la ragione della fuga). Un eremita è il custode della chiesa di S. Maria dei Manganelli. Tre giovani donne sono riportate come stroppie, un ragazzo è cieco. La famiglia costituita da più nuclei familiari consanguinei coabitanti, insieme con l’anziana coppia genitoriale, è rappresentata per il 5% circa (prevalentemente sono quelle dei massari la cui proprietà è in comune e indivisa). Vi sono poi famiglie (15% circa) formate dal nucleo genitoriale, i figli, gli anziani genitori (uno solo se vedovo), nipoti o sorelle nubili o figlie vedove. Maggiormente diffusa, quindi, è la famiglia nucleare (80%) formata soltanto da genitori e figli. Due famiglie presentano un solo membro, oltre quattro vedove capofuoco. Vi sono anche vedove o vedovi che vanno a costituire nuovi nuclei familiari, in cui sono inclusi anche i figli di primo letto. L’età dei coniugi, in tali casi, è abbastanza differente, ma si riscontra una notevole differenza anche in altre situazioni: il Mag.co Antonio d’Ambrosio di 70 anni e la Mag.ca Giovanna di Vivo di 40 (hanno una figlia di 3 anni), Ottavio Lucadamo di 88 anni ed Elionora Siconolfo di 25 (anche con una figlia di 3 anni). I vedovi capifuoco sono 16.
    In media il numero di figli è 5 a famiglia. Risultano, poi, 16 giovani che attendono alla scola, tutti maschi, di età compresa tra i 6 e i 18 anni, appartenenti principalmente a famiglie di magnifici e massari, ma anche a famiglie di artigiani: scarparo, ferraro, muratore, falegname. Questa categoria di studenti rappresenta soltanto l’8% della popolazione dei giovani maschi di età compresa tra i 6 e i 18 anni (che in totale sono circa 200). La maggior parte, invece, si dedica al lavoro della terra o all’apprendimento di un lavoro artigianale, seguendo, per lo più, l’attività paterna.
    Delle donne, nessuna frequenta la scuola. Tranne due casi di vedove ereditiere benestanti, Beatrice d’Ambrosio e Grazia Morrongiello, (la prima ha solo figlie femmine, la seconda ha l’unico figlio maschio sacerdote, presso cui abita), le altre vivono una condizione di grave subalternità: basta osservare alla voce Eredi dell’elenco dei cittadini, per rendersi conto che i figli maschi, anche se minorenni, hanno la precedenza sulle loro stesse madri vedove, e i fratelli sempre prima delle sorelle. Nello stato di famiglia, del resto, dopo i genitori, vengono elencati prima i figli maschi, poi le femmine, benché primogenite. Di ogni donna sposata, tuttavia, sono elencati i beni dotali. Si può rilevare anche che le vedove, non aggregate ad altro nucleo familiare, costituiscono un capofuoco solo se non abbiano figli maschi, o nel caso questi sia un chierico. I magnifici sono ben 68, tra uomini e donne al di sopra dei diciotto anni, distribuite in 23 famiglie il cui capofamiglia vive del suo. I soli maschi che vivono del suo, di età superiore ai 20 anni, sono 38. I più giovani attendono alla scola.
    Un’altra numerosa e benestante categoria è quella dei massari, le cui famiglie sono di norma numerose, alcune annoverano tra i componenti anche garzoni, servi e serve. Si registra la seguente condizione lavorativa dei capifamiglia: 23 vivono del suo, oltre un nobile vivente leggista, due notai, un dottore (medico), uno speziale di medicina (farmacista), un giudice ai contratti; 16 sono artigiani (2 cardatori di lana, 7 falegnami, 2 fabbri, 2 calzolai, 1 muratore, 1 sarto); 5 tra un tabernaro, un fundachiero, un chianchiero, un bottegaro, un fornaio; 23 massari; 12 campieri e 2 campesi; 5 custodi di animali; 163 bracciali. Dunque, le famiglie dei magnifici che vivono del suo rappresentano circa il l2%, le famiglie dei massari il 9%, quelle dei campieri e campesi il 5%, quelle degli artigiani il 6%, quelle dei bracciali il 64%, quelle dei custodi di animali il 2%, altri lavoratori (tabernaro, fundachiero, chianchiero, bottegaro, fornaio) il 2%. (Grafico 1). Considerando la sola componente maschile della popolazione in età superiore ai 15 anni, la situazione risulta la seguente: 38 vivono del suo, 30 sono artigiani, 5 i lavoratori addetti ai servizi, 8 custodi di animali, 35 massari, 19 campieri, 4 campesi, 13 ecclesiastici, 271 bracciali. (Grafico 2). Confrontando i due grafici, la variazione in alcuni settori, riscontrata nel grafico 2, è indicativa di diversi fattori: il decremento del numero di chi vive del suo è da leggersi nel fatto che le famiglie di appartenenza a questa categoria sociale sono di norma meno numerose rispetto alle altre, la componente maschile in parte rientra tra i sacerdoti e gli studenti, mentre la componente femminile supera quella maschile per il diffuso nubilato. La somma di massari e campesi o campieri rimane uguale. L’incremento della componente artigiana significa che anche da altri settori vi affluiscono giovani apprendisti, iniziando alcuni anche al di sotto dei 15 anni di età. Nel settore vive del suo, un quinto possiede un titolo di studio equivalente alla laurea, e corrisponde all’1,8% del totale. (Ago.Spa)

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Editorial Review

Tutti i cognomi rinvenuti dall'Autrice nell'Onciario di Guardia Lombarda

 

 

I cognomi dei capifuoco, riportati col numero rispettivo dei fuochi, sono i seguenti:
Abbate 1, Bianco 2, Bilardi 1, Birardi 2, Boniello 1, Bordogna 1, Borea 2, Campilongo 1, Capasso 1, Capobianco 1, Caputo 1, Cardillo 1, Casarella 5, Celetti 6, Cecchillo 3, Ciliberto 3, Compierchio 4, d’Addesa 1, d’Ambrosio 7, d’Antona 6, de Biase 1, de Pippa 1, de Simone 1, de Vivo 1, del Mastro 2, della Notte 1, della Sala 1, di Battista 1, di Biase 1, di Feo 1, di Leo 12, di Marino 7, di Matteo 2, di Paola 1, di Pietro 1, di Rienzo 1, di Santolo 1, di Savino 2, Elisena 1, Fabricatore 1, Ferrara 1, Ficci 3, Ficiedola 2, Fischetti 2, Frascione 2, Furcolo 1, Gialanella 5, Giangrieco 1, Giordano 6, Gizzo 5, Grande 2, Grassi 2, Grippo 3, Guida 4, Jacuella 1, Juni 1, Laganaro 1, Longo 2, Luongo 3, Lucadamo 5, Magaletto 4, Magnotta 1, Majorana 2, Majurno 1, Malaggieri 1, Marciano 3, Marra (Ciardi) 1, Mastro Donato 1, Masullo 2, Mattolillo 1, Morano 1, Morrongiello 3, Moschella 3, Neglia 3, Nicolò 1, Parisi 2, Pascale 1, Patarino 1, Pennacchio 2, Popoli 3, Portanova 7, Pugliese 1, Puopolo 2, Ricciardi 2, Riccio 3, Rosano 2, Rossi 4, Rosso 3, Rossillo 1, Sacchetella 3, Salierno 1, Scarano 3, Scasatiello 1, Scavone 1, Secchiano 4, Sgobbo 1, Sica 3, Siconolfi 1, Siconolfo 7, Sicuranza 2, Stabile 1, Sullo 1, Tarantino 4, Tota 1, Trojano 2, Valvano 5.
A questi si aggiungono i cognomi dei forestieri abitanti laici, ossia di coloro che hanno sposato donne cittadine di Guardia: Campetiello, Capasso, Cielo, d’Addario, della Sala, di Guglielmo, Foglia, Frasca, Leopardi, Maraia, Mazziotti, Mostacciolo, Penta, Roberto, Romano, Sanseverino.
I nomi di donna, in ordine decrescente in relazione alla frequenza, sono: Maria, Catarina, Rosa, Antonia, Angiola, Domenica, Grazia, Anna, Francesca, Isabella, Carmina, Pasqua, Porzia, Vittoria, Camilla, Diana, Apollonia, Ottavia, Claudia, Lucrezia, Laura, Giovanna, Beatrice, Briggida, Chiara, Felice, Agnesa, Maddalena, Donata, Palma, Feleppa, Geronima, Autilia, Andreana, Clemenzia, Patrizia, Leonilda, Faustina, Marianna, Angelica, Costanza, Eugenia, Alessandra, Solstizia, Sempronia, Palomba, Rachele, Aurelia, Orsola, Marzia, Sveva, Venezia.
I nomi maschili: Antonio, Giuseppe, Pietro, Francesco, Domenico, Giovanni, Angiolo, Carmine, Nicola, Pasquale, Donato, Ciriaco, Michele, Giacomo, Tomaso, Andrea, Lorenzo, Matteo, Rocco, Agostino, Lonardo, Mattia, Vito, Alessandro, Salvatore, Nunzio, Roberto, Amato, Biase, Claudio, Gaetano, Bartolomeo, Leone, Carlo, Guglielmo, Dezio, Tiberio, Gio.Battista, Marc’Antonio, Michel’Angiolo, Donat’Angiolo, Pietr’Antonio, Carl’Antonio, Nicol’Angiolo.