Stregonerie Beneventane. 1648-1665


Copertina posteriore

Sotto Luigi di Francia nel 1502: i notai patrioti di Ariano

Il passaggio dagli Aragonesi agli Spagnoli, almeno nella parte del Principato Ultra fra Apice ed Ariano, avvenne quindi con molta incertezza per via di un’altra lunga parentesi dei Francesi. I notai arianesi, infatti, nell’anno 1502, dicono che il territorio era a loro assoggettato, una volta che i Francesi entrarono anche a Milano.
Nel 1502 il notaio aggiunge al titolo di Re di Napoli anche quello di Re di Sicilia, come risulta al f.206, regnante serenissimo umilissimo ut x.mo domini nostro domino Ludovisio dei grazia rege Franchosis Neapolis, Sicilie, Hiberius e Mediolanum Duce.47
Di Luigi Re di Napoli e Re di Sicilia si parla sempre nell’aprile del 1502, al f.209: Anno Domini Millesimo quinquaginti Secondo regnant serenissimo humilissimo et xmo Domino nostro Domino Ludovisio dei grazia Franchosa e Neapoli Sicilia et hetu reges et mediolanj Duce regno vero regis.48
Luigi è al 2° anno di regno 11 gennaio 1503 e il 2 marzo 1503 (f.235 e segg.), senza la Sicilia, leggendosi Ludovisio de grazia Franchosa rege Napoli Y ora Duce Mediolani regno vero eus f. anno secondo.49
Così il notaio: – Regnante re Signore Domino Nostro Domino Ludovico Francia Sicile e Gerusalemme e Duca di Milano.50
Ariano, come Apice, sono in Regno di Napoli, ma ancora per poco, perché finiranno col rientrare in Sicilia Ultra, nella tarda primavera nel 1503, dopo tante attese.
Questo notaio è particolarmente attento ai fatti politici in quanto non solo redige gli atti, ma si distrae dal lavoro mostrando qua e là, negli stessi rogiti, il suo patriottismo riempiendo a tratti le pagine bianche.
D’improvviso comincia a parlare di Semiramis uxor Nini fuit prima inventrix braca rum, cioé di Semiramide moglie di Nino, I Re di Babilonia al tempo di Abramo, che fu la prima inventrice dei pantaloni. Poi insiste con Sam fuit filius Noé qui postanam eccepit sacerdotium mutavit nome et dictus est Melchisedech, quel Sem sul Nilo, figlio di Noé, che divenne sacerdote Melchisede.51
Ed ancora si rifà alle imprecazioni: – Emendamus inutilius quo ingnorantia peccavimus si subito preoccupati dum mortis queramus spatium penitentie et invenire non possum.52
Poi lascia la penna di filosofo latino e abbraccia quella del poeta volgare e patriottico, quasi scimmiottando il Petrarca, anzi a lui assomigliando in questo sonetto inedito proveniente dal medesimo rogito dell’Archivio di Stato di Avellino.
Così il notaio:

Or dimmi moro ovel capace ingegno
Ovel gran nomo tuo ovel tuo regno
Ovel l’insegne e biscia ove la forza
Ove la schiera tua degna de sforza

Festi cazar Alfonso re benigno
Or non pinsasti a quello che tutti Sforza
Como non vidi che de simil scorza
Veste colluj e calley ro vestito ha indigno

Marcho si pentirà si non è pentito
Et pentirossi Spagna el gran Todisco
Si non si avede ognun essir fallito
Che in Italia è intrato un firo basilisco

Apreti lochi poiché de novo è uscito
Che poi non so sel prendereti al visco.53

Il sonetto è di grande importanza perché mostra come sia avventita, proprio fra Apice ed Ariano, la voglia di libertà, essendo il popolo ormai stanco delle continue guerre in cui è stato coinvolto, ma con la solita voglia di riscatto.
Il sonetto però non pare inneggiare alla sola libertà del Regno, quanto a quella dell’intera Italia, proprio come nel Trecento. Da qui l’impotesi avanzata che non fosse farina del suo sacco. Ad ogni modo è onorevole che questa trascrizione, autografa o copiata, si ritrovi comunque ad essere inedita e trascritta dal notaio di Ariano ed Apice.
Nella sostanza si sprona il Moro Duca di Milano ad abbracciare le armi per difendere l’Italia dall’invasore spagnolo, per farlo ravvedere rispetto all’idea di esiliare a suo tempo Re Alfonso d’Aragona sostenuto dagli Sforza, giudicando indegno Re Ludovico di Francia, sostenendo che presto si sarebbero pentiti tutti: Marco, il Re di Spagna, l’Imperatore si non si avede ognun essir fallito perché in Italia è intrato un firo basilisco.
Da qui l’esortazione ad aprire le porte per far entrare chi nuovamente è partito per liberare l’Italia. Al foglio 294v, siamo nel solito rogito arianese, in ultima pagina, il notaio Tartaro stavolta si diverte a riportare un sonetto che però cita chiaramente, essendo tratto dal Salutario Francisci Petrarce de studio, ma, guarda caso, è ancora una inocazione patriottica, il Redrentus ad Laudem Italie, che è il sonetto Trecentesco conosciuto come Ad Italiam.54
E’ totalmente in latino:

Salve, cara Deo tellus sanctissima, salve
tellus tuta bonis, tellus metuenda superbis,
tellus nobilibus multum generosior oris,
fertilior cuntis, terra formosior omni,
cincta mari gemino, famoso splendida monte………….

Description

L’epoca delle novità con l’ultima rivolta di Papone

Nei paesi della provincia non c’erano le botteghe come a Napoli. Il popolo utilizzava il baratto. Era raro trovare potecari anche per chi si metteva in viaggio. Il negozio delle farine restò quasi sempre dello stesso Signore della Terra: grano romano, grano mostrata, grano mesia, meschiglia, mazurca, orzo, fave e grano d’India, a prezzi fissi per ogni tomolo, restavano nei magazzini dei Palazzi. Sebbene alcuni jus risultavano diritti aboliti già dal 1608, dichiarandosi nullo il pagamento di Bagliva, Portolania, Presento di Natale, Camera Riservata, Camera Baronale e tassa sulla montagna, alcune tasse divennero comunali. Dal 1655, le Università del Regno, avevano cominciato ad alzare la voce contro il potere dei feudatari, finendo però esse ad opprimere i sudditi. Le tasse erano diventarono decine e decine, compresa quella catastale e l’altra sulla bonatenenza, come dimostrano i Bilanci comunali firmati dagli assessori Eletti e dal Cancelliere. La rivolta di Masaniello, ad ogni modo, sviluppò delle ripercussioni sulla proprietà fondiaria. Le rivendicazioni ebbero eco lontano. In alcuni feudi della Basilicata, da Atena Lucana e Brienza, da Pietrafesa a Sasso, si creò un fronte antifeudale in cui confluirono sia i braccianti che i piccoli proprietari. Non sfociò in guerra civile, ma fu una vera protesta contro il potere amministrativo. Episodi di lotta contro gli abusi feudali registrati da Melfi a Potenza…..

Subito dopo toccò a Papone cavalcare i malcontenti in Terra di Lavoro, favoriti dal terremoto del 1654 e dalla terribile peste del 1656 che uccise la metà dei Napoletani ed 1/5 di tutti gli abitanti del Regno. La sollevazione paponiana ricordata da De Santis, viene ripresa da Scandone e da Riccardi, il quale, su questi anni difficili, aggiunge che la violenta scossa di terremoto portò con sé la tragica scia di morte e di distruzione. Pochi anni dopo, fra il 1656 e il 1657, fu la volta della virulenta epidemia di peste i cui esiti furono disastrosi: basti pensare che nell’intero Regno di Napoli morirono più di 1/5 degli abitanti e nella sola città di Napoli la metà dei cittadini, al punto che, come riferisce lo Scandone, nel 1660, le piccole Università ottennero il regio assenso per una gabella su pesi e misure perché la maggior parte dei cittadini se n’erano andati via.1
Anche i terrazzani più lontani, mossi dall’eco del gesto di Masaniello, saccheggiarono i Palazzi dei notabili di diversi paesi. Volevano la terra, e la volevano da chi la possedeva: i feudatari. Richieste in parte attenuate quando terreni, mulini e forni vennero dati in fitto. Secondo questa tesi le concessioni si resero necessarie per l’evoluzione dei tempi e per via delle calamità naturali che videro l’entroterra colpito dalla piaga delle tempeste e delle inondazioni. In realtà servirono a ripianare i debiti dei feudatari spostando i crediti nelle mani delle Università….

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Editorial Review

 Il notaio De Vivo fra Sanseverino e Montefusco

In origine, buona parte della provincia di Avellino era unita a quella di Salerno fino al fiume Calore, come testimoniano le pergamene di Cava, avendo il suo ultimo polo salernitano in Montefusco.
C’è da dire che i primi atti notarili consultabili, quelli ancora conservati nell’Archivio di Stato di Avellino e in quello di Salerno, provengono da rogiti di notai ignoti che appaiono di stanza fra Sanseverino e Montefusco.
Uno di questi notai è Ambrogium de Vivo di Santo Severino. Nell’anno 1506, questi, col giudice al seguito, è a Pastorano, entro il confine cittadino di Salerno, proprio fuori le mura di Sanctj Severini; come pure l’anno dopo, apud fora casali Pandula, sempre a Sanseverino.
Nei primi anni del 1500, quindi, fuori S.Severino, comincia Pastorano che, negli anni a venire, tornerà ad essere un luogo di Salerno città; ma è dubbio che si tratti di un Casale di S.Severino, mentre è territorio sanseverinese proprio Casale Pandola. Siamo ai tempi di Ferdinando Re de Aragonia e delle due Sicilie, dal 1501, quando l’anno comincia nel giorno della natività del 25 dicembre anche in Terra S.Severino.
A Natale del 1510 è poi lo stesso notaio a far notare un cambiamento. Nel fascio attesta il nuovo rogito scritto sub anno a nativitatis dominj 1510, regnante ….catolici... Ferdinando de Aragonia dei grazia rege haragonum et utriusque Sicilia, citra et ultra farum. Regno vero ej hujus regni sicilia citra farum anno octavo feliciter amen. Dominici quoque in dicta terra Sancti Severini. In questi anni il Geronimo de Vivo, scrive apud Terra Prata, Terra Prato alias Prata…. Poi Terre Serini e poi Santi Severini. Sempre a Sanseverino abitano il notaio Ambrogio de Vivo, e il figlio Geronimo, ancora sotto Carlo V dal 1515. Ma è un errore considerare i de Vivo come notai solo di Terra S.Severino perché, fra 1518 e 1529, Don Girolamo compare sia fra Terra Prata che fra Terre Serini, come pure sopra Prata o fuori Serino, in quanto, come da atto legibilissimo: Nos Ambrosino de Vivo di santo severino judex ad contractus et litteram Jeronimus di Vivo de eadem Terra Sancti Severini publicis in Regno Sicilie. Altro fascicolo dell’anno 1516, leggibilissimo, è apud forum Serini. Nos Ambrosino de Vivo di santo severino judex ad contractus et litteram Jeronimus di Vivo de eadem Terra Sancti Severini publicis in regno sicilie. E’ sempre il notaio Ambrogio de Vivo che scrive. Mentre nell’anno 1530 sarà il figlio notaio Geronimo de Vivo de Santo Severino, quando ormai siamo sotto il Regno di Carlo V da 15 anni, cioè a far data dal 1515.
In realtà questi notai De Vivo sembrano circoscritti a Serino, ma a far data dal 1538 non mancano certo i documenti su Montefusco dove scrive un notaio anonimo ‘itinerante’ in quanto i suoi atti vengono redatti anche a Sanseverino.1
Fatto è che il ricordo dell’antica Piazza, quella del centro storico di Montefusco detta del Seggio di San Matteo, cominciò via via a diradarsi. Fu così che il sedile salernitano fece spazio ai nuovi coloni beneventani che pian piano spazzarono via il culto del santo del Principato Citra, testimone secolare dell’appartenenza di quei territori all’abbazia di Cava di Salerno, lasciandone un tiepido ricordo nel catasto onciario, proprio sul fiume Calore, confine naturale della divisione in due Principati...

Questo notaio De Vivo, che dovrebbe essere un De Vivo di Sanseverino, però non sta mai fermo e spazia in tutti quegli anni quasi esclusivamente fra Sanseverino e Montefusco, e loro casali. Nel decennio del 1540 si sofferma proprio fra i Casali della Terra di Sanseverino, specie a Casale Pàndula oltre che a Casali Lancusiorij, finchè non lo ribecchiamo a Casale Sannazaro che, senza dubbio, è la frazione di Montefusco per una quietacio facta per Bartolomeus Soricellum Hettorj Balletta di Casali sancti Nazarj il 25 settembre 1542 quando fu redatto in Terra Montefuscoli alla presenza del giudice annuale, tal Terencio Sansolino. Ettor Balletta è l’agente per parte di Bartolomeo Soricello, personaggio che abbiamo già incontrato. Un altro atto è pro nobili Guerra di Sarno ed Angela Guidi, figlia relitta di Giacomo Bartolotti della Terra di Montefuscoli, presente il tutore di Rizzardus Palumbo di Tramonti, e tutore di Jois Felicis Lauria, e la figlia Cassandra. I Soricello si stanno ramificando bene. A fine decennio si riparla di molti di loro, dei creditori Careto e Fabrizio Suricello de Casali S.ti Nazarj Terra Montefuscoli, davanti al giudice, il nobile Giovanni Angelo Florito. Firma l’atto Licio Tommaso Soricello.16
Fra il 1548 e 1549 il notaio si divide sempre fra Sanseverino e Montefuscolo anche per atti usuali come quelli di uno sposalizio per cui prepara i Capituli matrimoniali in cui compaiono i nomi di Marcantonio Villano e Filippo Villano suo figlio legittimo a naturale, cittadini napolitani, (cancellato de la Terra di Santo Severino) per il matrimonio con la magnifica Agata de Palma figlia del magnifico Prospero de Palma de civitatis Nole. Ma imperversano anche i Cutillo con Giovanni Cutillo in un atto con Barbato e Rizzardo de Turrj, riferito al 3 agosto 1549 in terra Montefuscoli, quando il judice è l’egregio Francesco Cutillo e compare anche il Magnifico Soce Cutillus.17
Il notaio però va avanti e indietro e quindi si ritrova nuovamente fra i Casali Galdo e altri, fuori le mura di Sanseverino: Antonino Groppolo et Mayoro, già dal 26 giugno 1548 erano invece sicuramente della Terre Sanctj Severini principalibus pro giudice Hardo Antonio Fuscoli (f.85). Nello stesso anno, fuori le mura, cioè in foro Terra Sancti Severini il juduce Mario Mercualdo fu chiamato per donazione di Nicola Antoni..nj alla moglie magnifica Vittoria Villane. Si nomina in un atto appena precedente anche Casali Platee Galdi pro rinermiarum Terre Santi Severini et pro fu quondam aula superiore existente in hispizio domorum dy magnifici Nicolaj Amj presso strada pubblica Paduani et Mola. Un atto pro nobili è quello redatto in Sanseverino nel 1549, fra Guerra di Sarno ed Angela Guidi, figlia relitta di Giacomo Bartolotti della Terra di Montefuscoli, Jois Felicis Lauria tutore della figlia Cassandra e di Rizzardus Palumbo di Tramonti.18
Il 13 gennaio 1550 il notaio attesta invece che il giudice annuario, cioè annali giudice Bartolomeo Casacca, incontra Angelo de Adorisio che fa le veci di Vinicio de Adorisio di Terra Montefuscoli. Segue una creditoria pro Bartolomeo et Fabricio Suricello de Casali Santci Nazary pertinenciarij terra Montefuscoli, che ci ricorda come S.NAzaro fosse frazione di Montefusco, ed altri atti, fra cui quello fra Angelo Sarnese e Joe’ Sarolo Pernice.19
Il 25 febbraio 1550, due sorelle, spose di due fratelli, tutti di Montefusco, sono chiamate per dei chiarimenti davanti all’annali giudice Joe’ Angelo Florito eiusdem Terre. Si tratta di Ippolita e Silvia Moscarelle, in nome e pro Vincenzo e Angeli de Adorisio di Montefuscolo: Yppolita Moscarella di Terra Montefuscoli (onesta moglie di Vincenzo Adorisio, uxor honorabilis Vincenzo), e la sorella Silvia Moscarella (eus soror uxor) moglie del fratello honorabilis Angeli de Adorisio che parla a suo nome (frate eiusdem Vincenzo agente).
Le due donne asseriscono che Angelo Adorisio possiede una casa palazziata, una domorum, consistente in diversi e piu membri superiori e inferiori, ed un cortile con orto contiguo, sito e posito in essa Terra Montefuscoli, per la precisione in Parrocchia Santa Maria, supram via publica e vicino ai beni di Marcantonio di Radaco, Antonio Peselle e Marco Savino.20
Nello stesso mese di febbraio 1550 il notaio se ne torna a Sanseverino per un atto riguardante Antonello de Ascolisio del Casali Carbunj, appunto pertinenziario di Terra Sanseverino, cioè sua frazione. Seguono altri atti pro Nobili Bartolomeo de Torj e (anno 1550 in Terra Montefuscoli sotto il giudice annuale Joe’ Angelo Florito) e proAngelo Antonio de Morante. Il 5 settembre 1550 è il nome di Marino Pepe di Casale San Nazaro a comparire in un atto pro nobilis del notaio ignoto, in riferimento ai nobili Argenta de Palma, Garofano di Colella e figli, Nardone de Colella. E’ presenta Donna Anoly de Colella, moglie di Marcantonio Sarrius, come sottoscrivono il testo, Antonio Sorja de Gesualdo, Bartolomeo Cutillus, Jo’ Antonio Imparato de Mayoro.21
Singolare la dote fatta per Pascuale de Pascuccio il 5 dicembre 1550 ad opera di Marino Pepe del Casale di San Nazaro per donazione a Pasquale Pascuccio, alla presenza di Francesco Vulpicelli per un matrimonio. L’atto è sottoscritto da Matteo Cutillo, Spinello de Adinora, Joe Petro de Criscenza, Giovannangelo Florito, Evangelista Colonia ed è quietanzato dagli interessati, cioè Marino Pepe e Pasquale de Pascuccio. Segue un altro atto di Marino Pepe del Casale San Nazaro che precede quelli pro nobili Argenta de Palma, Garofano di Colella e figli, Nardon de Colella. V’è anche una Anoly de Colella moglie di Marcantonio Sarrius, nell’atto firmato da Antonio Sorja de Gesualdo, Bartolomeo Cutillus, Jo’ Antonio Imparato de Mayoro. Il che fa presupporre che questo ramo dei cognomi Garofalo e Nardone fossero in origine dei nomi di appartenenti alla casata de ‘de Colella’. Il 23 maggio 1551, in Terra Montefuscoli, tornano i Soricelli con Mariella Suricella del Casale Sanctj Nazarij prorimencia terra Montefuscoli, presenti Antonio e Virgilio Jarusso sujviri et magni ominis.22

Natale Anno 1556
Della Natività del Signor
Nell’apparir del Sempiterno sole
ch’à mezza notte più risale intorno
c’albor paria di mezzogiorno
Gloria contorno gl’angioli del cielo
tuttintorno udir celesti accenti
pastori, che guardavano gl’armenti.....