Scartoffie Beneventane 5. La Valle Beneventana dei 29 paesi, ex Principato Ultra della Montagna, scippata a Benevento prima del 1600 e unita alla parte ultra di Avellino, staccata dal Principato di Salerno, col Cubante e i feudi di Santa Sofia dati in enfiteusi dalle arcipreture

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Terre a 29 anni: enfiteusi nell’Inventario Pappone

L’ex provincia delle 29 Terre Beneventane, appartenute al papa di Avignone, furono smembrate per essere ricollocate, come Principato Ultra del Regno, nella parte Ultra (Avellino) distaccata dal Principato Citra di Salerno. Stessa sorte per Apice, ex giustizierato ducale di Ariano insieme al suo oppido di Ascoli Satriano e a Montecalvo, rientrati in giurisdizione giudiziaria del carcere di Montefusco per ultimi, chiudendo la sequela degli accorpamenti iniziati negli altri paesi a partire dal 1541, con la nascita di nuovi rioni parrocchiali che ebbero supremazia su quelli legati ai precedenti distretti (Benevento, Avellino, Conza, etc.).
Ad Apice, in particolare, si assisterà gradualmente alla nascita dei mestieri nei comodi rioni parrocchiali nati intorno alle quattro nuove chiese, dopo lo sfaldamento dell’antica Abbazia legata all’oppido di Ascoli Satriano e al vescovo mitrato di Ariano (per i danni provocati dai terribili terremoti). Da una parte v’è la presenza di Montevergine con il patrimonio fondiario fra i feudi di Albino e Marcopio, dall’altra la Chiesa Beneventana che ha ricostruito il patrimonio fondiario intorno alla Chiesa Rettorale, sia quelle di San Nicolò che quelle della Chiesa sotto il titolo di San Bartolomeo, che diventano un sol corpo, amministrate dalla Chiesa Madre Collegiata, retta da un arciprete, che, a sua volta, continua a possedere principalmente l’ex feudo di Calvano, le cui terre sono concesse in enfiteusi a 29 anni. Il 23 maggio 1746 il Reverendo Epifanio Bartoli, Arciprete della Collegiata di Apice sotto il titolo di Santa Maria Assunta, ricordava a Nicola Merola come la mensa Arcipretale aveva dato un territorio in quel di Calvano ad Agostino Merola per 29 anni.33
La suddivisione fondiaria fu quindi un fatto che in origine riguardò tre chiese e, in seguito solo due, ma nella sostanza la sola mensa arcipretale che divenne amministratice di tutto, su ordine dell’arcivescovo di Benevento, vedendosi riassegnato anche il titolo badiale di S.Maria.
Una lettera del 28 agosto 1751, conservata fra gli atti notarili del notaio Pappone, è indirizzata al Signor Vicario Foraneo “perchè riferisca sui beni, che debbono sottoporsi il censo, siano franchi, e liberi, capienti in forte, e frutto, alias de proprio e a copis dovuto in Benevento dalli Arciepiscopo”. La missiva era indirizzata al priore del Collegio di Apice come intendimento al fine di restituire, come “restituisce un capitale di Ducati Novanta dati a censo fin dal 17 agosto al Signore Quintino Barone, quale ora si sono accollati da Don Rambelli, come compratore di una carrera di detto Barone, e, per non tenerlo ozioso, desidera il Collegio darlo a detto Barone alla ragione del 10%, che si intende ippotecare un territorio nel luogo detto Lo Pigno di cui sia franco, presso la via Pubblica, i beni Giovanni Cuciniello e i beni Don Nicola Serena; e un territorio a Rastrelleto che confine con beni della Badia di detta Terra.34
Stando ad un precedente inventario del 1743 risulta insomma una sola Chiesa Rettorale sotto il titolo di San Nicolò, e la Chiesa sotto il titolo di San Bartolomeo annessa, et unica, della Terra d’Apice, che si gode dal Reverendo Signor Don Domenico Antonio Mazzucchi della terra di Morcone odierno rettore della medesima.35
Spulciano nell’Inventario si giunge alla Chiesa di S.Nicolò e sua descrizione. Vale la pena di citare l’interessante e inedito documento nella sua forma originale, come qui riportato:
La sudetta Chiesa sta situata dentro la suddetta Terra d’Apice, et al presente se ritrova diruta, essendosi solamente il suolo pieno di pietre, e terra, per causa che restò diroccata col tremuoto del memorabil giorno de 5 giugno 1688./
Le coerenze della quale sono da una parte la strada pubblica, dall’altra beni comuni tra il Clero di Santa Maria e detta Chiesa di S.Nicolò conceduti a Michel’Angelo Palisciano, dall’altra la Chiesa seu Oratorio sotto il titolo del SS.Rosario, dall’altra l’annito della Terra, dall’altra beni di Francesco Licciardo, dall’altra strada pubblica, et altre./ Tra le quali altre coerenze resta compreso il Cimiterio antico con Orticello adiacente, col albero di celzo rosso, che stà locato ad anno corrente a Giovanni Simonelli per grana dieci, che stà descritto al titolo de territori locati ad anno corrente [v.Pianta]. Dal suddetto Rettore Signor Don Domenico Antonio Mazzuocchi si amministrano, d’ordine dell’Eccellentissimo Signor Cardinale Orsini Arcivescovo, nella Chiesa, del Beneficio Semplice senza cura sotto il titolo di San Marco, posta dentro lo Palazzo Baronale di detta Terra tutti i sagramenti alli Parrocchiani del Ristretto di detta sua Chiesa, seu Parrocchia.36

Il documento continua con le Cose mobili sagre e non sagre sempre della Chiesa di San Nicolò. Esse sono:
– Un calice con coppa e patena d’argento di peso oncie 7 e 1/2 con piede di rame e sopra dorato di peso once 13.
– Un ferro per fare l’ostia di rotola 3 e 3/4.
– Una campana di rotole 58 alta palmi 2 e 1/3 colle seguenti lettere + a.d. mmdiiii (1504).
– Un campanello per l’elevatione.
– Una croce processionale d’ottone commune col clero di Santa Maria.
– Un secchietto d’ottone.
– Aspersori d’ottone commune ut sopra.
– Uno messale usato.
– Una stola acuminata bianca e violacea.
– Uno camice di tela con pizzillo da piedi.
– Due ammitti di tela.
– Due cingoli.
– Sei tovaglie di tela di palmi 7 per l’altare.
– Una tela cerata per l’altare.
– Una tela strangola per l’altare.
– Un leggìo di noce.
– Quattro pianete di tela di Portanova cioè una di colore bianco con stola e manipolo. Una verde con stola e manipolo. Altra rossa con stola e manipolo et altra negra anche con stola e manipolo.
– Quattro veli di taffettà, cioè uno di colore bianco, altro verde, altro rosso, et altro negro.
– Due borze di più colori.
– Uno scabello di legno.
– Una croce di legno colorata verde con profilo d’oro per l’altare.
– Quattro candelieri di legno dello stesso colore come sopra.
– Quattro frasche di talco di diversi colori.
– Sei libri parrocchiali, cioè uno de’ Battezzati, uno de’ Cresimato, uno de’ Matrimoni, uno de’ Defunti, e l’altro dello Stato dell’Anime e delle persone.
– Uno libro dell’Editti.
– Uno inventario per mani di Notar Francesco Imbimbo dell’Anno 1702 così delle rendite della Chiesa di S.Nicolò come di quelle della Chiesa di San Bartolomeo annesso.37
Segue la Nuova Collettiva relativamente alla colletta, cioè alla riscossione annuale delle entrate dedotte dei pesi fiscali delle entrate proprie di 109.64.8 ducati i pesi dei legati pii con peso (2.80 ducati) e altri pesi (12.62 ducati), pari ad un introito netto di ducati 99.82.8 e 2/5. E’ questa cioè la somma complessiva che incassava la Chiesa annualmente all’epoca dell’Inventario del 1743.38
Per la Chiesa di San Bartolomeo, sebbene il titolo fosse stato annesso a quella di S.Nicola dopo il terremoto, beni posseduti e conteggio continuano ad essere fatti a parte, in quanto seguono quelli della precedente ed sono descritti come della Chiesa di S.Bartolomeo annessa a S.Nicolò e sua descrizione. Esso è il seguente: — La suddetta Chiesa di San Bartolomeo stà dentro la suddetta Terra d’Apice, ed è larga palmi 18 e larga palmi 30./ Le coerenze della quale sono da una parte la strada pubblica, dall’altra il Cimiterio, dall’altra l’Orto di detta Chiesa et altre, la quale Chiesa è coverta d’imbrici, intonacata, ed imbiancata. Vi è l’unico altare con il quadro con Imagine di S.Maria del Suffragio di S.Bartolomeo e S.Nicolò coll’Anime del Purgatorio dipinti in tela. Seguono poi i pochi beni:
– Una croce di legno colorata verde e finimenti dorati.
– Quattro candelieri dello stesso modo colorati di sopra anche di legno.
– Quattro fiori di talco.
– Un armario di legno di noce lavorato.
– Un genuflessorio colla carta preparatoria.
– Una fonte di pietra per l’acqua benedetta.
– Un lavamano colla chiave d’ottone.39
Il testo continua riportando, fra l’altro, l’inscrizione della lapide, posta nella chiesa, relativa al titolo della medesima che prende nome dall’altare principale a cui è stata consacrata, vale a dire in onore della Beata Vergine Maria del Suffragio e SS.Bartolomeo Apostolo e Nicola da Mira nel…..

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LA MONTAGNA DEI FEUDI DEI CARACCIOLO DI TOCCO SI STACCA DA BENEVENTO

Giovan Vincenzo non aveva saldato tutti il suo debito, di 17.600 ducati, quando morte lo colse, a 32 anni, nel 1560, a cui provvide, in nome e parte, lo zio Annibale Caracciolo, mentre i figli ed eredi vennero affidati a Lucrezia Pignatelli la quale provvide anche alla compravendita di alcuni beni per recuperare moneta liquida e saldare ogni sospeso. Ella stessa decise la divisione dei beni fra i figli maschi appena Marcello venne convocato al parlamento generale del Regno il 17 novembre 1568, Ottavio compì 18 anni e Orazio 16, escludendo dalla divisione le figlie femmine, Laura e suor Feliciana, e la figliastra del defunto, Andreana Carafa.
Patrimonio nel quale compaiono come feudi antichi Casalbore e Torre Pagliara coi suoi Casali, ma non v’è traccia degli altri feudi. Neppure di San Pietro in Delicato, denunciato da Lucrezia Pignatelli per la morte del marito, in nome del figlio Marcello, forse perchè venduto nel mentre col patto di ricompra, in pertinenza della Montagna di Montefusco, sito tra i Casali di Chianca, Toccanisi, Pagliara e Bagnara che appartenne prima a Bernardina del Tufo, e, successivamente, nel 1549, al figlio Federico Rascia di Salerno il quale, annualmente, percepiva la somma di un ducato da ogni vassallo, cioè venti ducati in tutto. Inoltre ognuno di essi doveva prestare una giornata di lavoro, valutata un carlino, pari ad altri due ducati annui.
Fra quei beni compare anche la casa di Napoli, sita a Capuana, che fu riedificata da Marcello con sue proprie entrate.
I Caracciolo stavano per perdere anche i feudi di Bagnara e Montedorso rivendicati quale dal monastero delle monache di San Pietro e quale dall’arcivescovo di Benevento fin dal 1519, allorquando, l’Università di Sant’Angelo a Cupolo, dichiaratasi appartenente all’arcivescovo di Benevento e alle monache di San Pietro [in Delicato di Chianche], si oppose con successo al pagamento della quota a suo carico del donativo, imposto in occasione del maritaggio della Regina del Portogallo, sorella della Cattolica Marestà. Poco dopo, nel 1523, pur ribadendo che il casale di Montedorso apparteneva alla sede apostolica e quelli di Bagnara e San Marco ai Monti allo stesso monastero, l’Università di Benevento si limitò a supplicare la Sommaria di mantenerli immuni dai pagamenti fiscali, così come per consuetudine.
Dopo l’invasione di Lautrec furono tributati sia S.Angelo che i due feudi dei Caracciolo e più tardi, nel 1562, temendo la sottrazione da parte del regio fisco, i consoli di Benevento, ribadirono l’appartenenza alla sede apostolica dei casali di Bagnara, Montedorso, San Marco ai Monti e una parte di S.Angelo a Cupolo. Lite che riesplose nel 1565 quando fu ingiunto a Marcello Caracciolo a comparire nel foro ecclesiastico di Roma, pena la scomunica, e abbandonare Montedorso in mani beneventane, anatema che già aveva colpito il padre portandolo alla morte il 9 ottobre del 1554, al punto che la santa sede fece disseppellire i suoi resti.
Nè bastò il memoriale di Marcello del 1567, portando a ragione che le suore del monastero di San Pietro fin dal 1540 dichiaravano di non voler pagare l’introduzione dell’imposizione di sale, olio e aceto sostenendo che era sito nella zona franca beneventana, usurpando esse di fatto il feudo di Bagnara, quando un secolo prima accusavano il barone di Montefredane di depredarle dei frutti di Bagnara quando il casale si trovava nella Montagna di Montefuscoli, facendo il gioco del Governatore di Benevento. E fu propro grazie alle Donne Monache che Bagnara passò fra i beni dello Stato della Chiesa insieme a quelle quattro casupole di Montedorso, facendo finire il ‘Caso Caracciolo’ a Madrid. Nel 1571, scrive Cocozza, sarà il Vicerè Pedro Afan de Rivera (1559-1571) a tratteggiare a Filippo II gli sviluppi e lo stato del conflitto giurisdizionale in riferimento alla questione di Montedorso, che senza alcuna riserva veniva posto dentro lo Territorio di Benevento.
E così, mentre perdeva Bagnara e Montedorso, Marcello diveniva Marchese di Casalbore nel 1569 grazie al contentino di Filippo II, il quale, in contemplazione del matrimonio, si adoperò per fargli rimettere anche la scomunica, ricevendo in dono dalla madre anche le entrate annue di Montefusco, compresa la Bagliva, appartenuta ai Caracciolo fin dai tempi dell’avo Pippo e quelle comprate dalla genitrice da Pesco a Torre Pagliara, ricomponendo in gran parte il patrimonio appartenuto alla casata comprando, per mano della moglie, Costanza Caracciolo, il Casale di Toccanisi e parte di Torrioni, anch’essi ai margini dell’enclave beneventana.
Acquistati infatti a suo tempo da Pippo Caracciolo nel 1433, Toccanisi e parte di Torrioni furono ereditati dal figlio primogenito Berardo e quindi con successive sistemazioni familiari attribuiti ai fratelli: prima a Nicola e poi Carlo. Da questi passarono al figlio Giovan Tommaso, al quale, nel 1498, successe il fratello Camillo e, nel 1557, al figlio Fabio, che li ebbe in dono, insieme con il feudo di Tocco in Abruzzo Citra, in occasione del suo matrimonio con Diana, figlia di Geronimo Lambertini.

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Editorial Review

 Il Covante ai frati di S.Francesco per 29 anni e il notaio Orazio Prencipe di Apice

 

Il 20 marzo 1747, nel venerabile Convento di S.Francesco dei minori conventuali, quello sito in Terra Apice, come solitamente avveniva per riunire i frati, vengono congregati al suono del campanello, dentro il refettorio.
Si tratta di Antonio Moccio, frate guardiano, dei frati Stanislao Contianni e Carlo de Mattheis, e di Fra’ Andrea Coviello di Apice, oriundo di Monte Rocchetto.
I padri asseriscono che il convento possiede fra gli altri beni, della Terra del Covante detto al Castiglione, un territorio seminatorio di 7 tomoli e 6 misure presso i beni di Nicola Rendina, la via pubblica, i beni della chiesa collegiata, quelli di Alessandro Sabella e quelli della Commenda di Malta.
Tutte le terre erano sotto lo jus terragianti, cioè a concessione per 29 anni al Reverendo Don Stefano Cuyozzo con l’annuo canone pari a 3 tomola di grano meschiglia. Fatta quindi accendere la candela per tre giorni festivi nella pubblica piazza di detta terra di Apice, furono emanati i banni per i soliti luoghi dal giurato al fine di concedere altre terre.48

Oltre alle chiese anche i pochi ricchi privati avevano cominciato a pensare come poter meglio salvaguardare il proprio patrimonio che, spesso, quando non c’erano eredi, finiva col disperdersi proprio in donazioni ecclesiastiche.
A porre un freno alle mancate eredità ci pensarono i Muscettola. Di notevole interesse riportato in allegato ad un atto del 1727 del notaio di Apice è proprio l’appunto relativo ai fratelli Muscettola che sperimentano (l’atto è un abbozzo) come poter far pervenire anche ad una parente femmina l’eredità di famiglia in caso di morte dell’ultimo discendente senza eredi maschi. L’atto viene redatto soprattutto per interesse degli eredi rispetto al Duca di Molinara.
Così il notaio: — In Die nomine, amen.
Constituti in nostra presenza l’Illustrissimi Signori Don Gioseppe e Don Antonio Muscettola agentino, et intervenentino nelle cose infrascritte per loro medesimi loro eredi e successori in infinitum per da una parte: e l’Eccellentissimo Signor Don Giacinto Muscettola Duca della Molinara dall’altra parte agente parimente per se suoi heredi e successori in infinutum.
Detti Illustrissimi Signori spontaneamente asseriscono in presenza del detto Eccellentissimo Signore e di me infrascritto Notare come pubblica persona interveniente stipolante et accettante in nome e parte di tutti li nominandi nell’infrascritta donatione Majorascato Primogenitura e fidejcommisso in perpetuum valituro, havere tenere e possedere, come veri utili e diretti Signori e padroni li sotti beni (qui si devono distintamente notare li beni di chiascheduno di detti Signori come dire l’Illustrissimo Signor Don Gioseppe possiede, hà e tiene & l’Illustrissimo Signor Don Antonio hà, tiene, e possiede) e fatto il detto distinto notamento si deve soggiungere dicendo:...