39. Scafati nel 1741

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Copertina posteriore

§ L’ex Reggia in Silva Mala: Valle e Boscoreale di Sancia

Parte integrante di Sylva Mala erano le attuali Tre Case, Bosco Tre Case e Bosco Reale, situate sul monte di S.Pietro di Real Valle, attuale S.Pietro di Scafati, o comunque tutti lungo le pendici del Vesuvio. Sancia si comportò come una principessaai tempi dei Normanni, quando, per non disperdere il proprio patrimonio, lo si donava ad una chiesa di patronato di famiglia. Anzi, fece di più. Scelse per amministratori il ramo angioino di Durazzo, avallando di fatto la fuga dell’altra nipote, sorella di Giovanna I, ovvero Maria I, scappata con Carlo II Durazzo, delfino che preannunciava idee ambiziose. Si venne così a creare uno squilibrio nella successione della Corona, che avrebbe disturbato i disegni vaticani e allontanato anche Giovanna, la quale, emergendo la figura della sorella, dovette invece scegliere giocoforza la linea del Papa e sottomettersi alla Chiesa, in quanto, in fondo, non voleva fare null’altro che la Regina del suo Regno.
Con l’allontanamento dalla corte della vecchia Regina Sancia e dell’accozzaglia dei Durazzo, restando vicina solo al suo amato Papa, Giovanna trasformò il Palazzo della nuova Chiesa del Gesù, sita accosto alla nuova S.Chiara, quasi in un tabernacolo. Santini, immaginette, altarini e lumini ne facevano disegnare una personalità alquanto debole, venendo spesso derisa dai Magni, cioè dai grandi uomini, ovvero i saggi della Civitas Neapolitana, che non perdevano occasione per denigrarla, essendo rimasti fuori dal potere per il mancato accordo col Papa sul Consiglio di reggenza….

Description

Fra Monte Faito di Vico Equense e Vesuvio: la Real Valle

A dicembre 1352, per liberare le province di Terra di Lavoro e Abruzzo, Re Luigi di Taranto, nuovo marito di Giovanna I, fece assegnare ai fratelli di Monrealis, cioè Galeotto Malatesta e Fra’ Moriale, la Civitate di Capua, le sue Torri, il feudo di Maddaloni e il fortilizio sul Volturno, Civitatem Capua cum turribus ac Terram Magdaloni, et fortellitium Castrimaris de Vulturno.
Zefirino Re dice invece che “Giovanna mosse contro di lui nel 1352 Malatesta da Rimino, che lo assediò, e lo costrinse ad arrendersi, ed a cedere le prede che avea raccolte”. Questo perché lo stesso Fra’ Moriale si era dato completamente a rapine e furti di ogni genere. E così, avuti i nuovi castelli, l’ex frate restituì al Re almeno il fortissimo Castello di Aversa, facendosi riconoscere il possesso degli altri. Carlo Baudi di Vesme ed altri, nella Historia patriae monumenta, accennano ad Isoardo d’Aubert, cavaliere gerosolomitano e priore di Capua, originario della casata d’Aubart di Albarno, che ebbe in dono alcune signorie in Provenza e nel Regno.
Il documento che riportano parla di alcune donazioni dello zio Priore dell’ospedale fatte a Ponzio, Poncio de Ferris, milite del suo Castro de Ferris de Baiulia Villaenovae, con l’amministrazione della giustizia del mero e misto imperio; idem in Villa de Consecutis de Vicaria Grassae compresi uomini e terre posseduti dalla curia regia; idem a Castro de Boysono, compresi diritti cavalcatarum, calamanagiorum, ramagiorum, bannorum, ripagiorum, tractus ferarum ed altro; e quanto teneva Ponzio in perpetuo, come da atto di Sergio Domino Ursone de Neapoli militem, iuris civilis professorem, magnae nostrae curiae Magistrum Rationalem, Viceprothonotarium Regni Siciliae, anno 1352, 4 settembre.
Per cui Fra’ Monriale di Albarno, dovette essere un nipote del priore di Capua, molto napoletano più che provenzale, esattamente di Montreale dialettale (cioè di Monte Reale, quindi vicino Bosco Reale e Valle Reale di Scafati?).
Fra Monriale, dice Zefirino Re, era al comando dell’unica compagnia “organizzata dal punto di vista della disciplina militare, con soldati francesi, ungheresi e tedeschi”. Aggiunge che “Quando fu espulso dal regno lasciò le terre conquistate al comando del fratello Berterone. Fu convinto dallo zio Francesco Isnardo che era il priore gerolosomitano di Capua devoto alla Regina. Fu poi ucciso a Roma da Cola Gabrini di Rienzo”.4
Frate Monriale fu sicuro decapitato il 29 agosto 1354 in Campidoglio perché ebbe l’idea fissa di creare un suo proprio stato feudale. Pochi mesi prima, alla morte del Duca Guarnieri, rifondò e comandò la Grande Compagnia col suo parente Bertrando de la Motte, con l’idea di creare uno stato autonomo.
Purtroppo dovette correre ad aiutare i fratelli capitani, Annebaldo e Brettone, ma tutti si schierarono contro Cola di Rienzo e perciò ebbe la peggio.5

Agli anni seguenti, tra il 1364 e il 1366, dev’essere datata la richiesta indirizzata da Giovanna I a Carlo V Re di Francia “per ottenerne la concessione di una delle spine della corona di Cristo conservata alla Sainte Chapelle a Parigi, e destinata appunto a una chiesa ancora da costruirsi a Napoli, benché la lettera, probabilmente per analogia con la chapelle parigina menzioni appunto una cappella e non una chiesa. Incaricato del ritiro della reliquia fu Pierre de Villiers, confessore della Sovrana, nonché visitatore generale dell’Ordine cistercense nel Regno di Sicilia e in seguito abate di Realvalle presso Scafati. Anche il pontefice, comunque, appoggiò fortemente la richiesta di Giovanna. I documenti angioini noti confermano, negli anni seguenti, numerosi acquisti di terreni per la costruzione e la dotazione della chiesa e del contiguo ospedale destinato ad accogliere i poveri e gli infermi. Entrambi gli edifici furono poi concessi dalla Sovrana ai monaci certosini di S.Martino, in persona del loro priore Giovanni Grillo l’8 ottobre del 1372.6

Ponte di Scafati era quindi il Ponte della omonima località sita sul fiume Sarno, dove svettava un castello a due miglia dal mare, che gli Ungheresi provarono a scalfire. “Tentò di assalirli il Re più volte, e sempre indarno; ed alla fine, unendo ai fanti anche i cavalli, si preparava a dar loro l’ultimo assalto; cercarono allora di capitolare, i monaci, ed ebbero dal Re per sicurtà il figlio del di lui capitano generale. Entrovvi, Ludovico, e partito, che ne fu, vi fecero i di lui soldati un bottino di 10.000 fiorini”.
Più innanzi della Terra di Scafati era la Valle “che di Scafata s’appella, e fu già un popolato casale, ov’era l’antichissima chiesa di S.Salvatore”, donata dal vescovo di Nola, nel 1093 all’abate di Aversa. Una volta, nel giorno di s.Marco, tutta la diocesi di Nola veniva a prestare ubbidienza alla vecchia parrocchia, il cui beneficiario, presentava “due bianchi piccioni tutti di vermiglio adornati”, mentre da parte degli economi della Torre, un altro beneficiario, gli offre un “verde ramo di appesi granchi, e di vari coloriti nastri vagamente fornito”.
Il terzo luogo abitato era chiamato S.Pietro di Scafati, esente da tempo di qualsiasi tassa dai pontefici per la presenza del monastero circestense di S.Maria della Valle, il primo fatto costruire da Re Roberto dopo la battaglia con Manfredi.

Da San Pietro di Scafati si andava a Torre della Annunziata, a cui apparteneva il Bosco di Napoli, ricadente in quella diocesi napoletana, e il Bosco Reale, che invece era rimasto in diocesi di Nola. Il sacerdote di questa chiesa madre, regalata dal feudatario alla città nel 1498, ogni anno, sempre nel giorno di S.Marco, doveva mandare al vescovo di Nola un agnello bianco con le corna dorate.
Nel mare di fronte a Torre Annunziata c’è l’isolotto di Revigliano, Pietra d’Ercole detta da Plinio, diversa dal lontano scoglio a Capo d’Orlando del Monte Scrajo di fronte a Castellammare. “Fu su di quest’isola edificata nel XII Secolo, dal Magno, com’è chiamato, e divin profeta B.Giovanni Gioachino dell’ordine cistercense, e fondator del florense una chiesa sotto l’invocazione di Maria, benché poi di S.Angelo siasi appellata, e cel racconta il padre abate d.Gregorio de Laude dello stesso ordine nell’Apologia delle di lui opere portentose: ove pone tra li monasteri da lui con mirabil felicità quello di Sanctae Mariae de Rubiliano stabianae diocefeos, benché ingannato dalla vicinanza di Castellammare” e quindi in diocesi di Nola, perché “Revigliano nomen prope Pompejos, nunc Diocesis Nolensis”, come sosteneva quel vescovo d’Anastagi.
Poiché dagli scavi archeologici di Ercolano alla Scala Calastro di Torre Annunziata ci passa circa un chilometro risulta difficile ragionare sull’esatta ubicazione dell’antica s.Angelo, che è poi sempre quella sul M.Aureo, verso il Castello detto di Sancia, sul promontorio di Pimonte. La costiera sorrentina del Monte Aureo del rio sicco di Vico S.Agata Equense è il vero e antico luogo longobardo sui due Golfi dell’antico Episcopio della Cava Metiliana di Meta, tutti luoghi confusi con i successivi Montauro di Eboli e Montoro di S.Agata di Solofra, dove scapparono gli originari equensi del Sole a fondare i loro borghi post normanni intorno alla nuova Cava salernitana.

L’inedito Catasto Onciario di San Pietro di Scafati, da noi consultato nella forma parziale rinvenuta e conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli, dimostra che San Pietro fosse autonoma e distaccata da Scafati, cioè era comune a sè nell’atto della redazione catastale. Certo è che il Comune, ossia l’Università Comunale, fu in Provincia di Terra di Lavoro.
La parte di Terra di Lavoro è una delle quattro regioni in cui si divideva il Regno di Napoli, così chiamato dalla sua capitale, ch’è Napoli, oppure Sicilia di quà dal Faro: Terra di Lavoro, Abruzzo, Puglia e Calabria, a loro volta, si frazionavano in dodici Province, fra cui l’omonima Terra di Lavoro. La Provincia di Principato Ultra e la Provincia di Terra di Lavoro, insieme, erano chiamate Campagna Felice, volgarmente detta Terra di Lavoro, ma non con a capoluogo Caserta, come spesso si sente erroneamente ripetere, in quanto solo la metropoli è sede del Tribunale provinciale, cioè Napoli, ma in precedenza lo fu S.Maria Capua Vetere. Quindi la provincia di Terra di Lavoro, altrimenti detta Campania o Campagna, ha per capoluogo la stessa capitale del Regno. Infatti la Terra di Lavoro ha Napoli per sua Capitale, città antichissima, residenza del Sovrano, e Metropoli del Regno dal tempo degli Angioini, benchè i veri Gaurani del Gauro fossero quelli sorrentini in Provincia di Principato Citra, in cui ricade S.Pietro di Scafati. La Regia Udienza Provinciale della Terra di Lavoro, retta dal Presidente, o Preside, fu istituita probabilmente in età aragonese. Essa, come tutte le magistrature di antico regime, aveva una pluralità di compiti di natura amministrativa, militare e giudiziaria, sia civile che penale. Il preside, il funzionario ad essa preposto, era la più importante figura istituzionale della provincia ed aveva alle sue dipendenze delle forze armate, le cosiddette squadre di campagna ed i fucilieri di montagna, che erano impiegati per la tutela dell’ordine pubblico. L’Udienza fungeva da giudice d’appello delle corti locali e giudicava in prima istanza in alcune materie per cui era delegata. Contro le sue sentenze poteva prodursi appello alla Gran Corte della Vicaria, sia in materia civile che penale (Archivio di Stato di Salerno, Premessa). A far si che tutte le cose racchiuse nel microcosmo dei feudi della Terra di Lavoro si svolgessero secondo regola ci pensavano i notari che ebbero sempre più una maggiore diffusione in quanto, in origine, erano presenti solo nei feudi principali dove si recavano i cittadini dei feudi vicini.
La Provincia di Terra di Lavoro tiene il solo Commessario togato detto della Campania, il quale giudica in tutta la provincia e ne regge il Tribunale militare in subordinazione all’Udienza Generale di Guerra, e Casa Reale. In Campania vi è altresì un Sovrintendente, il quale, da Caporuota del Sacro Regio Consiglio, rivede le cause qualora vengono richieste. Lasciata infatti Caserta a Settentrione, pronta a divenire luogo di delizie della Real Corte, per essere stata scelta pel Real Divertimento dal Monarca Carlo Borbone, si incontra la via per Napoli.
San Pietro rientrò invece nel distretto di Salerno, sede del sottintendente provinciale, cioè dell’Uditore; tutti uffici instituiti da Re Carlo III, benché l’antica vicaria storica salernitana fosse sempre stata quella di Castellammare di Stabia.7

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