Passato Vissuto

15,00


Copertina posteriore

In questo nuovo lavoro l’autore intende portare il lettore indietro nel tempo. Racconta, col suo inconfondibile stile semplice, scorrevole, lineare, la vita spensierata, anche se dura, dei vecchi contadini delle nostre contrade facendo rivivere usi e costumi dell’epoca. Affronta, senza farne un argomento filosofico, il problema dilagante dell’emigrazione del popolo italiano verso terre lontane e sconosciute, spesso inospitali, spinto quasi sempre dalla fame e dalla miseria oltre che dallo spirito d’avventura che lo ha sempre distinto. Tale argomento gli offre l’occasione per scrivere una toccante pagina di storia religiosa e civica del suo paese facendola nascere dai ricordi nostalgici d’un uomo costretto ad emigrare per amore della sua donna. Col suo solito stile linguistico e lessicale tenta di descrivere le difficili condizioni delle donne nel periodo antecedente e successivo la Seconda Guerra Mondiale con tali minuzie di particolari da far rabbrividire l’attento lettore.

I racconti non sono frutto di fantasia. Sono storie vere pervenute all’autore tramite confidenti responsabili e molto attendibili. I nomi dei protagonisti non sono tutti autentici, i paesaggi descritti, invece, sono reali in ogni loro particolare.

Collana:

Description

 

I più sentiti ringraziamenti vanno alla giornalista Elizete Aparecida Da Silva non solo per l’attento supporto storico–geografico per gli avvenimenti trattati in terra brasiliana, ma specialmente per l’incessante incoraggiamento a continuare nell’impegno di voler narrare storie inedite del nostro passato.

 

Dettagli

EAN

9788872970997

ISBN

8872970997

Pagine

80

Autore

Velli Vincenzo

Editore

ABE Napoli

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Editorial Review

Tutto partì da quella proprietà dei nonni...

 

Era la fine di giugno. Erano passati soltanto due anni dalla fine della seconda guerra mondiale. Avevo compiuto da qualche mese dieci anni e vivevo con mia madre, mio padre aveva perso la vita lontano da casa per difendere la Patria. Faceva caldo ed era tempo di mietitura. Decisi di passare quell'estate coi nonni paterni, in campagna. Mia madre si era rimaritata. La masseria dei nonni ubicata tra via “Toppole” di Montefredane e via “Vadi aperti”di Prata di P.U., era formata da un fabbricato principale ed uno più piccolo, a circa duecento metri di distanza, ed oltre due ettari di terreno. Il fabbricato principale, per la maggior parte costruito in tufo trasportato dalla cava fin lì a spalla o al massimo con l'aiuto di qualche animale da soma, era composto da quattro stanzoni, due a piano terra e due al primo piano, una costruzione annessa a piano terra, alla destra dell'ingresso principale, adibita a cucina ed un'altra più piccola a sinistra dove stava il forno, il pollaio e la gabbia dei conigli. I due grossi vani del piano terra erano adibiti, quello a sinistra dell'entrata, a stalla che ospitava una mucca da latte ed il maiale e quello a destra a cantina con un grosso tino nel quale, a suo tempo, veniva pigiata, a piedi nudi, l'uva, il torchio per stringere le vinacce, tre-quattro botti di legno di castagno nelle quali si faceva invecchiare il vino e vari contenitori di terracotta sistemati in bell'ordine lungo le pareti su vari ripiani. Al primo piano il vano a sinistra, una volta camera da letto per la numerosa prole, era costipato di balle di fieno per la mucca e l'altro era la camera da letto dei nonni con un grosso lettone su assi di legno, una cassapanca, due sedie sbilenche e oggetti vari che pendevano per mezzo di cordicelle o cavi di ferro dalle travi del soffitto o da chiodi conficcati nelle pareti. Ormai erano rimasti soli pur avendo avuto cinque figli, tre maschi e due femmine. Davanti alla casa un ampio cortile in terra battuta e proprio di fronte alla porta della cucina un bel pergolato rotondeggiante di oltre due metri di diametro fatto con pali di legno conficcati nel terreno, coperto da assi di legno ed il tutto, a sua volta, coperto spontaneamente d'edera che durante la stagione estiva riparava l'interno dal sole rendendolo piacevolmente fresco. Lungo le pareti interne una panca fatta con assi di legno e al centro, fatto dello stesso materiale, un tavolo rotondo poggiato su un grosso tronco centrale conficcato nel terreno. Intorno a quel tavolo potevano sedere anche venti commensali. Quella era la camera da pranzo estiva con ingresso proprio di fronte alla cucina. Su tutto svettava un gelso a frutto bianco che, diceva il nonno, era stato messo a dimora in quel luogo da mio padre, quando aveva più o meno la mia età. A circa duecento metri dalla cucina, collegato con un sentiero largo circa un metro, c'era un altro piccolo fabbricato costruito in pietre e malta, il deposito, formato da un ampio vano nel quale stavano numerosi cassoni nei quali veniva custodito il raccolto: grano, mais, patate, fagioli, fave, ceci, cicerchie, noci, nocciole, castagne e tutto quanto era necessario per vivere un intero anno, con antistante un'enorme aia, ampia dai duecento ai trecento metri quadrati, in cemento, sempre pulita e pronta ad accogliere il raccolto da essiccare o da preparare per la conservazione....