Dal Ponte dello Spirito

15,00


Copertina posteriore

 

Una prateria d’immagini si succedono e s’accalcano senza tregua fino a riempire gli occhi e le mani del lettore, fino a togliergli il fiato per tracimare oltre i confini del comune sentire, chè di una donna il sentire sconfina oltre i limiti imposti ai più. Eccedenza agli occhi maschili, come l’amore per i figli che prima li fa e poi li disfa. In ciò è scrittura densamente femminile, quella della Parente, e d’amore declinato in tutte le sue forme, mai sprovvisto pure di un fondo di dolore, a volte appena accennato, dal quale sembra voler emergere un’anima che sogna ancora, nonostante le delusioni (Occhi miei vedetta / ormai color conifera / aspettano una cometa / che non passa mai / … / sono un cucciolo / che crede al padrone ancora / più in là da dove non si torna). È l’amore che rende la poesia-donna solidale oltre i tempi del proprio esistere, lorchè la contingenza succhia ogni alito di vita, perciò sa quanto sia penoso arrestarsi ai limiti del quotidiano. Dalla lettura delle pagine della Parente è arduo distinguere il poeta che ordina i suoni sulla scrivania dalla donna curva al lavatoio. La posizione è comunque scomoda, disegna un movimento verso il basso: quando guarda l’acqua sotto di sé vede il cielo e quando alza lo sguardo verso l’azzurro del cielo pensa alla terra e all’aratro che l’attraversa e la ferisce. In entrambi i casi legge i sogni transitare assieme alle nuvole. È la storia segreta e un po’ sporca dell’intiera umana famiglia della quale sente il peso e ne ha pietà (la speranza senza riserve sembra recintata nei futuri di Semi di calendula): l’amore si mescola a una rabbia pacata dal disincanto dell’esperienza. È la pena sua: dare corpo a un mascheramento di cui lei stessa è la prima vittima, immagine della finzione che ha varcato le soglie dell’umana esistenza, perfino dell’amore ( odio quest’odio che mi confonde / e mi fa amarti ancora / odio nelle onde languide / la canzone per te / nata nei sassi / di un sentiero solo e triste ).
Altro carattere che pertiene al mestiere del poeta – e la nostra palesa – è la levigatura della parola: alla maniera dell’arrotino pedala per ridare vigore alla piattezza a chi l’usura l’ha stemperata. Poi l’arresta, passa, quasi una carezza, il pollice sulla lama per saggiarne il filo. Somiglia alla ruota la penna della Parente, cui la capacità d’assottigliare il concetto è inversamente proporzionale alle scintille-immagini che produce: è il suo modo di far riemergere l’anima a chi l’ha sepolta sotto la pelle. Nonostante l’abbondanza di suoni e profumi, sottili rende gli sguardi nostri, capaci di giudicare la storia e i suoi silenzi, questo artigiano che a sera torna a casa con le mani ferite e calde, per le tante carezze offerte. (E vedi te. E l’altro / e le sue lacrime zitte / e quello che sei. / E ti scopri ramingo anche tu / cuore mio). Forse tutto questo affetto serve a rendere meno amara la riflessione a una donna cui l’apice delle capacità coincide con la possibilità di ferire.

Gilberto Marconi
Docente di Letteratura cristiana antica
presso l’Università del Molise

 

Collana:

Description

 

 

Quando l’anima avverte il sussulto dei suoi moti, parla, spesso canta, alla fine urla. È la voce prorompente ma pur pacata di uno spirito che è libero nella verità. È la voce che ha sostato per lungo tempo nello scrigno del suo umile silenzio, ma un silenzio parlante in una solitudine elegiacamente desta, pensante a bassa voce in uno stato apparentemente serafico. Una voce fatta di parole che appartengono a un’anima senza pretese né confronti se non con se stessa, di un’anima lieta solo di suscitare emozioni in sé e negli altri dopo una lunga letargia, entusiasta e speranzosa di poter cogliere per caso la sensibilità del mondo e di incrociarla nei sentieri dell’imprevedibile, scrostando l’indifferenza chiusa nella concretezza dei beni materiali. E proprio l’imprevedibile, e seppur temuto della vita, ha dato corpo a sentori liberi e impazienti del passato e del presente diventando dinamico respiro nella poesia. Quasi nulla è dato alla finzione, ma solo raramente mi sono tuffata in idilliaci quadretti di immagini che affiorano da antiche evocazioni di vissuti associati a tempi e luoghi, persone e oggetti, che vivono immortalati come frammenti di cose nei pensieri e nei racconti della gente. Non tutto ciò che si coglie in trasparenza in queste liriche appartiene a mie esperienze personali, ma è il gusto di elevare con la poesia gli altrui sentimenti, in una immedesimazione empatica, dando forma alle parole nel loro insieme semantico, dove affiorano esperienze vissute che vengono colte in confessioni, occasionalmente e, a volte, necessariamente obbligate, quasi sempre alimentate da reflussi nostalgici. Sono reflussi spontanei, a sorpresa, che tratteggiano riferimenti al tempo che si consuma e ci consuma, allo spazio-luogo che ci ospita, alimentando una percezione dell’essere contingenti: la vita che può essere anche non vita. Tutto è ricostruito nel mosaico dei versi spontaneamente ispirati. Appartiene alla bellezza e a quel carattere della poesia come forma chiusa ciò che può apparire impenetrabile, ma può essere l’impenetrabile quel luogo dove i lettori potranno sostare e scoprire riferimenti che connotano uno spirito duro e coraggioso e al contempo di forte sensibilità. E ancora una volta è l’anima che urla rabbia contro l’ipocrisia, contro le ingiustizie, contro il destino beffardo, contro la violenza, e contro il dolore, ricamando le sue grida con le note della natura contemplata che accompagnano la sofferenza, e fiori e piante e frutti della terra, che suscitano, il più delle volte, spinose evocazioni. E allora ecco la forsizia che saluta l’inverno associata al gelido dolore provocato dai cristalli di ghiaccio, ultimi strascichi invernali, che bruciano come lame urenti, in un avvolgimento metaforico, e la calendula perenne, grido di speranza, e il grano alto e giallo, complice in amore col suo manto estivo e l’amato profumo di terra e di natura dell’ulivo che simboleggia la pace agognata. Ed ecco che il dolore diventa crescita nell’accettazione, la speranza sale i gradini di un ottimismo ricercato e della gioia, in una forza vitale che dà vigore e significato profondo all’esistenza. Può apparire come una sfida al divino, che tace sui miseri, la forza spirituale, che è un amarlo di più, anche nella contemplazione della bellezza degli Angeli, figure insostituibili per l’uomo che cerca un senso per sé e per le cose. È un gridare la speranza nella felicità, nella sofferenza, è un gridare all’amore e alle sue molteplici manifestazioni, soprattutto nel rimpianto per essere morto prima ancora di sbocciare, lasciando che il tempo scorresse quasi di nascosto, sfiorando l’adolescenza che dura attimi, e la giovinezza, è un gridare la libertà negli aliti vitali a volte anche solo con la fantasia, che può risultare liberatoria. È semplicemente la purezza di una interiorità che si è liberata dalle catene di un silenzio maturo e dunque rivelatosi prolifico, che non ha soffocato le ansie definitivamente ma ne ha fatto tesoro per colorare l’urlo di un’anima finalmente leggera, urlo contro un mondo che corre all’impazzata verso l’ignoto, ignaro che più avanti troverà incroci finiti, senza confini. E in questo mare di tempesta che proietta raggi di sereno mi sforzo di rincorrere l’ottimismo che è ricchezza, e seguirne le tracce emanando ruggiti indignati, che colti dalle bellezze della natura e dai sentieri colorati, seppur rari della vita, possono diventare canti di sirene.
L’Autrice

 

 

BIOGRAFIA DELL’AUTRICE
Anna Maria Parente è nata a Beltiglio di Ceppaloni (BN) e vive a Benevento. Ha frequentato l’Istituto Magistrale e ha conseguito la Laurea in Scienze Religiose con indirizzo Didattico-Pedagogico presso la Pontificia Università “Antonianum” in sede distaccata di Benevento, Istituto “Redemptor Hominis” e la Laurea Magistrale in Scienze Religiose presso la PFTIM (Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale) in sede distaccata di Benevento.
Ha frequentato il Corso di Editing e correzione di bozze Ottobre 2018. Ha pubblicato “Piove sui silenzi” Edizioni 2000diciassette, Aprile 2017, due raccolte di liriche, in lingua italiana e in vernacolo sannita, contenute in un unico volume. Ha partecipato a concorsi letterari dove le sono stati rilasciati menzioni speciali e attestati di merito tra cui il Concorso CET Scuola autori di Mogol, Marzo 2017, e vari concorsi nazionali di poesia. Inoltre ha preso parte a Reading ciclici di poesia, 2017, tra cui “Verseggiando sotto gli astri di Milano” patrocinati dal Centro di Ricerca e Formazione scientifica CERIFOS.
Premio letterario “Bici e parole” 2018. Premio letterario “Penna d’autore” concorso nazionale “Poesie d’amore”. Ha seguito corso di MASTERCLASS sulla scrittura poetica e creativa tenuta dai Maestri Mogol, Quasimodo (figlio del Premio Nobel Salvatore) e Anastasi.
Ha ricevuto il “Premio Upupa d’Oro” 2017, per la poesia, con la raccolta “Piove sui silenzi”.

Dettagli

EAN

9788872970997

ISBN

8872970997

Pagine

80

Autore

Parente Anna Maria

Editore

ABE Napoli

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Editorial Review

La silloge poetica di Anna Maria Parente

 

 

La presentazione della silloge poetica di A. M. Parente è per me innanzitutto un atto di amicizia nei suoi confronti, nel ricordo degli anni di studio che abbiamo condiviso, e del comune e costante cammino di fede. Leggere i suoi versi è scoprire e riconoscere il valore della nostra amicizia, rileggere e ritrovare la nostra identità cristiana e cattolica. Il substrato culturale soggiacente alle sue poesie è infatti, profondamente cattolico, e non poteva essere altrimenti, vista la sua formazione. E per questo motivo, nella mia breve presentazione, approfondisco alcuni tratti distintamente teologici.
Sottolineo però che la pista teologica è solo uno degli aspetti su cui si può focalizzare l’attenzione, perché la silloge, si presta a vari percorsi interpretativi, sia per ampiezza di contenuti, che per il simbolismo figurativo di cui Anna Maria fa largo uso. In lei scopro e riconosco una naturale e sorprendente vena poetica. La sua capacità di fare poesia, si sprigiona come arte pura e semplice di cantare la vita nel suo continuo divenire, attraverso una padronanza di linguaggio non comune. Leggendo le sue poesie si evidenzia una elevata estensione linguistica, una grande ricchezza terminologica, una ricercatezza accurata dei vocaboli, quasi un cesellamento delle parole, perché ogni parola sembra una perla incastonata nel punto esatto dove può riflettere maggiore luce, può meglio rendere il significato. Perché tutte le sue poesie sono una continua ricerca di senso, un senso profondo che prende vita dalle sue parole e spinge alla riflessione, orientando il cuore e la mente del lettore verso sentieri e orizzonti diversi, a seconda delle proprie particolari esperienze di vita, ma sicuramente rintracciando degli stati d’animo, dei pensieri, dei valori comuni e condivisibili.
I suoi versi sono un concentrato, sono come un nucleo che prende forma, prende vita, ed espandendosi porta con sé un continuo lievitare di contenuti, un continuo fluire di pensieri che progressivamente allargano lo sguardo sul mondo, e che hanno come filo conduttore un punto di incontro tra il finito e l’infinito. Ricorre spesso nella silloge il concetto di finito e di infinito in relazione tra loro. E sembra proprio che questi versi, pregni del ricorrente senso di dolore che affligge l’uomo provato dall’esperienza e dalla durezza della vita, e dallo smarrimento e sconcerto per la presenza del male, trovino poi nell’Essere Infinito di Dio, la ragione delle cose, una plausibile spiegazione al dolore che accompagna l’esistenza, un anelito di speranza.
Spesso, Anna Maria, esprime la drammaticità del vivere in toni esistenzialistici. In “Oblio”, ad esempio, è presente il tema della sofferenza, non solo quella fisica ma anche quella dell’anima, non solo il male fisico ma anche quello morale che destabilizza l’uomo, disintegra la sua personalità fino alla dimenticanza assoluta del suo essere, della sua identità, in un andare cieco, vuoto, senza senso (E poi i corpi lambiti curvi / Pronano alle sferze del tempo / che lancia ricordi per saette. / E le anime schiantate al suolo / di un vivere errabondo). In “Pozzi scoperti”, tra i versi affiora il tema dell’isolamento esistenziale dovuto al dilagante uso del web (Il web è ormai solo cervello / E l’occhio d’acciaio / Osserva nemico e muto), che porta alla destrutturazione dell’uomo, alla privazione, al venir meno di quella parte di sentimenti e di reciprocità che si può cogliere solo negli sguardi in un incontro “vis à vis”. O ancora, si può cogliere lo smarrimento e lo sconcerto per la presenza del male, della cattiveria, della guerra, in “Noi non c’eravamo”. I versi, in un “continuum” crescendo, dipingono la vita snaturata di Auschwitz, esprimono tutta la crudeltà di cui è capace l’uomo che si abbandona all’odio. L’autrice impegna qui tutta la sua capacità descrittiva per denunciare l’orrendo quadro di Auschwitz, per presentare le varie facce della morte, della desolazione, della deportazione di esseri umani, causata dall’odio razziale, e dalla volontà distruttiva di una guerra crudele dove l’uomo, armato contro l’altro uomo si rende responsabile di violenze inaudite, e disprezzo senza limiti della vita altrui.
Altra nota caratteristica di A. M. Parente è la plasticità con la quale rappresenta la realtà così come è drammaticamente vissuta. L’impatto con la realtà è molto diretto, senza preclusione verso ciò che inevitabilmente accade. E, nel fondo delle sue poesie, emerge la possibilità di accettazione della triste vicenda umana come fattore imprescindibile ed identificativo della stessa natura umana, e su questa accettazione si staglia la possibilità dell’incontro con un Dio che salva, che lenisce le nostre ferite, che ci conduce oltre la realtà visibile ai nostri occhi. Ad esempio, in “Come le Stagioni” è molto evidente che il cammino dell’uomo, scandito dal tempo che passa inesorabile, è un continuo pellegrinare verso un mondo di pace eterna, dove le nostre imperfezioni potranno essere colmate nella salvezza delle nostre anime, che liberate dal peccato, dalla cattiveria, potranno godere pienamente della vita eterna (Come lente le stagioni / Saranno passate. / Liberando le anime incorrotte / Inalterate e pie.). In “Abbà”, si mostra la possibilità di superamento del dolore e della morte nell’amore dell’Abbà Padre, nell’orientare la propria vita verso di Lui, relazionandosi a Lui nell’Amore, e con la preghiera intesa come momento mistico per eccellenza (Alzai al mistero / Le mani giunte / E ti amai Padre / E amandoti ti conservai). Qui, i versi sono da meditare, perché nel fondo emerge il dualismo tra la morte e la vita che vengono poste in antitesi per la scoperta di Dio Padre. In “Pensieri Chiusi”, con l’espressione “Aprimi”, tra le resistenze interiori che pur ci sono e appesantiscono il cammino, si può scorgere l’invocazione ad un Dio Infinito. La preghiera è un mezzo per interloquire con Dio, per conoscerLo, per riempire sé stessi di quella pace divina a cui aneliamo, una richiesta di significato che solo Dio può esaudire. (I miei pensieri / Sono fioretti di preghiere. / Preghiere e lacci stretti / Di resistenze e voglia di gridare. / Aprimi.).
Il riferimento all’incontro tra il finito dell’uomo e l’Infinito di Dio è molto palese in “Mezzogiorno” (Mentre s’accoppiano indecenti / il finito e l’infinito). Questi versi esprimono, nei confronti di quest’incontro, l’amarezza dell’uomo, che per sua parte, non può alimentarlo in egual maniera. Il termine “indecente”, vuol dire sconveniente, non conforme al pudore, per inadeguatezza dell’uomo, per il suo limite affettivo. Si sente il peso della propria pochezza! L’anima, solo nell’Amore può armonizzarsi con l’Infinito, e Amore vuol dire innanzitutto volersi bene, conoscersi e riconoscersi come Bene, perché se mi voglio bene mi relaziono nel bene. L’anima che non si vuole bene non creerà un grande incontro, non avrà un grande rapporto con l’Infinito Amore di Dio, vivrà l’assenza di Dio nella monotonia di una vita vuota, e a poco serve, e poco prende vita nel suo cuore, la grazia del Battesimo o il valore di un Avemaria, di una preghiera. (Negli occhi morti / Un’anima / Che non si vuole bene. / … Il mattino stenta un sorriso / Baciato da miserere. / Ora religiosa monda e pia / Altri tocchi battezzati / Afflati di Avemarie).
Tutta la positività e la bellezza di un’anima che cerca di porsi in sintonia con Dio, la troviamo espressa in “Non fermarti Primavera”. Qui c’è l’esplosione della primavera, che in senso figurato rappresenta l’esplosione dell’anima che va alla ricerca di Dio, abbandona il grigiore pesante della monotonia, si libra leggiadra sulla vita che accade, si libera delle catene interiori della tristezza, e fiduciosa e speranzosa volge lo sguardo sulla bellezza dell’Universo, che presuppone necessariamente un Dio creatore. È un’anima raggiante di felicità perché si trova sulle tracce di Dio (Lascio la buiaggine. Vado. / Esplodo la felicità / Verso la vitalità rosa / Nascosta nell’Universo / È mia. E la troverò.).
Una descrizione estatica della libertà, intesa come volo verso l’Infinito, la troviamo in “Io e la Libertà”. La libertà è “cammino” dal finito all’Infinito, la libertà è incontro con l’Infinito, con Dio, è avere la possibilità di contemplare la Bellezza dell’Amore di Dio planando sulle cose del mondo, la libertà è poter usare la fantasia, l’immaginazione, la meraviglia, la libertà è forza creatrice di sé stessi all’interno di un quadro di valori moralmente sgombro dal peso della cattiveria, del male (Riflessi di misteri / Salire salire col filo finito / che nell’infinito si perde.).
In “Dalla Vite alla Vita” traspare il vivificante il richiamo all’Ultima Cena, quando Gesù consacrò il pane e il vino. Evidente il riferimento alla Comunione eucaristica sotto la specie del vino, mediante la quale Gesù attualizza la Sua presenza fra noi e libera l’uomo dal peccato, dal sonno del male. La consacrazione del vino è preludio del mistero divino che ci compenetra e viene ad abitare in noi dandoci la vita nuova (E cuori di anime e corpi / Inviolabili / Che nel Sonno del male / Il disegno divino / Nel peccato sconsacra.).
In “Gote di Fuoco”, si rivive l’odore, il profumo, l’armonia, l’atmosfera del Natale. L’attesa del Signore che viene scandita dalle domeniche di Avvento che orientano l’uomo ad accogliere Gesù Bambino, incarnato e venuto al mondo per noi. Qui c’è lo svelamento del mistero del Natale di Gesù in quella piccola ed umile stalla. Dio si incarna, e nasce Uomo, s’immerge nel finito dell’uomo per redimerlo e renderlo partecipe del Suo Amore divino. Se pensiamo a quante barriere attanagliano la nostra vita, vediamo nel mondo tanta miseria e sofferenza (Ho visto la sofferenza / Battere i chiodi della vita.), ma i versi di “Sogno d’Amore” rappresentano la prefigurazione della Croce di Cristo, che assume su di Sé tutta la sofferenza del mondo (Ho baciato il dolore di chi in silenzio muore.), e la redime (E non ho più paura /). L’arrivo del Bambino Gesù illumina il mondo, getta luce sui mali della Terra. Gesù ci mostra che per amore bisogna chinarsi sul dolore dell’altro, senza paura, e farsi piccoli per comprendere il dolore dell’altro. A Natale nasce Colui che dissipa le tenebre, sana il dolore, colma di grazia il limite dell’uomo (Nel silenzio di Natale stellato / Stanotte è nato l’amore).
Come si può notare sono tanti i riferimenti al sacro, al divino, che richiamano alla presenza costante e salvifica di Dio, come unico baluardo di pace, di speranza, di libertà, di felicità. La silloge di A. M. Parente canta la vittoria di Dio sul male del mondo che affligge l’uomo. In “Occhi Miei Vedetta” l’espressione “Non posso prenderti / Spirito eterno / Eppure ho le mani dell’anima. /”, sta proprio a significare che la nostra anima orienta e dirige il corpo, che pur trattenuto dalla variabile spazio-tempo, raccoglie nelle “sue mani” la sostanza divina, ed è destinato, oltre la dimensione spazio-temporale, alla comunione divina con Colui che ci ha dato la vita. E Colui che ci ha dato la vita ci libera dalla morte, è venuto a prepararci la strada per la vita eterna! Come lascia intuire la nostra poetessa, in alcuni versi decantati in “Senza niente”, la morte diviene qualcosa di lieve e soave, un inevitabile passaggio dalla vita terrena a una nuova vita soltanto spirituale, in un mondo senza tempo, dove l’anima, oltrepassando il ponte dello “spirito”, sarà libera di volare e ritrovarsi nella sua essenza e sostanza, in Colui che l’ha creata “a sua immagine e somiglianza” (Dal ponte dello spirito / Mi vedrò corpo tra i corpi. / Nel giorno senza tempo / Volerò in un mare senza niente / Dove il niente non è più / Il contrario delle cose. / Solo l’aria e l’anima / Voleranno invisibili sul mondo).

Angela De Lucia
Dottoranda in Diritto Canonico
Autrice pubblicista