DELITTO A ITRI SULLA VIA DI NAPOLI: Zuppa al veleno per il cardinale De’ Medici fermato dal Viceré (isbn 9788872973639)

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IL GIALLO del cinquecento: veleni, spari e pugnali corti

 

 

§ — Il sangue dei parenti uccisi per amore

Lorenzello De Medici, da colto intelligente e ben curato, si trasformò in assassino del Duca Alessandro, avido d’amore per i suoi paggi e di sesso per le sue dame. Dopo averlo lodato e amato lo sgozzò senza pentimento. Fuggito lontano da Firenze, il 5 febbraio del 1536, scrisse una sua a Francesco di Raffaello de Medici. Così termina la lettera: – Io non mi dolgo della mia sorte, parendomi aver mostro al mondo quale sia la mia mente, e alla patria in qualche modo soddisfatto. E non mi pare aver fatto troppa perdita essendo privo d’una patria dove si tiene sì poco conto della libertà, avendo pure questa sodisfazione di sapere, che ella non possa essere sottoposta a più tristo tiranno.
Se io avessi pensato, che questa lettera vi fosse per dare carico alcuno, potete tenere certo, che io non ve l’arei scritta. Ma non mi pare, che noi siamo in sì tristo termine, che non si possa parlare; imperò letta che l’avrete, ardendola farete sicuro, che ella non vi possa nuocere, perchè ella avrà fatto il corso suo, ogni volta che spiegandomi io vi abbia mostro quella fede, che ho in voi, avendo certo, che in questo grado che io sono voi non abbiate a mancare all’onor mio, anzi mi abbiate a difendere dovunque farà di bisogno, facendo largamente fede dell’animo mio, quale credo che voi abbiate conosciuto prima che adesso, tale e stata l’amicizia nostra.1
Alessandro De’ Medici e i suoi cugini, figliocci dello zio Papa, a sentire i cronisti, pare amassero tutto e tutti: gli amici e le donne, il danaro e il potere, Firenze e la famiglia. A reggere le redini era il Papa. A chi aveva dato la bacchetta ducale, a chi l’onore dell’ambasceria a chi del segretariato, ma a tutti quello di essere inconsapevoli spie nelle sue mani. Lui decise la pace fasulla con i Francesi: al futuro cristianissimo Re diede in sposa Caterina e al di lei fratello affidò la fede di Margherita d’Austria, figlia di Carlo V ancora in fasce. E il Duca, già cresciuto, fra amicizie particolari e avventure amorose, impiegò il suo tempo a fortificare la città, allontanando da essa fuorusciti, condannati e avversari politici che si rifacevano al partito di Strozzi. Alessandro si fidava solo di Cosimo, e di Lorenzaccio, con i quali andava a spassarsela, passando da un letto all’altro, fra un consiglio dell’uno e il filosofare dell’altro.
Poi Carlo V tornò vincitore dall’Africa e accelerò i tempi per incontrare tutti a Napoli, dove diede decine di feste durate decine di giorni in quei lunghi mesi di vacanza-lavoro a cavallo fra il 1535 e il 1536. Sembrò talmente motivato alla pace che, fra donativi e donazioni, condannò i dissapori e facilitò le unioni a ogni costo. Gli risultò però difficile dirimere la causa fra fuoriusciti fiorentini e il loro Signore, beffeggiato finanche a Partenope, tagliando corto con i suoi avversari e annunciando le nozze napoletane, seduta stante, fra la figlia e il Duca.
E come da contratto, la cerimonia continuò a Firenze, dove il ritorno restò proibito agli esclusi i nemici, e dove gli sposi dispensarono baci e abbracci ai cardinali e agli artisti che ne dipinsero le lodi e forse le necessarie dosi di veleno almeno per il Cardinale Ippolito. Da quest’altro caso irrisolto nacque forse il risentimento del congiunto Lorenzaccio che iniziò a pensare, e a volte dire, di voler uccidere il cugino, padre e padrone di Firenze.
L’odio divenne di dominio pubblico, ma il Duca diede poco retta a quelle dicerie di Cosimo e del Vettori, continuando a dare e a ricevere amore, più che fraterno, da Lorenzo, nel suo stesso letto di casa.
Ma il cugino davvero premeditava il peggio, con la complicità di Scoronconcolo e di Freccia, che aveva tirato fuori dai guai, disposti perciò a tutto, perfino ad ammazzare il Duca. La qual cosa presto gli fu richiesta, dopo il consueto ballo in maschera della Befana, quando il Duca, un po’ stanco e un po’ invaghito di un amore inesistente, attese la morte nel letto del palazzo vuoto, di poi abbattuto dal successore, facendo nascere giustappunto la famosa via del traditore.
L’assassino guardò negli occhi la sua vittima che urlò al vento il nome di chi si fidava ciecamente, versando tutto il suo sangue fra i piedi dei due complici che gli tolsero definitivamente la vita, prima di fuggire a Venezia e dichiarare a Strozzi l’omicidio politico del Duca. Ma dalla spada alle chiacchiere passarono troppi giorni, quelli utilizzati da Cardinale Cybo per far credere ai Fiorentini che il Duca fosse vivo, in attesa che i militari prendessero tutte le fortezze. E mentre l’abile prelato nascondeva il cadavere, il senato ratificava la successione sul petto di Cosimo e la giovane moglie versava le sue prime lacrime.
Si era consumato a Firenze un omicidio di stato, commesso da un congiunto, che era anche l’amico più caro e amato dalla vittima.
La cabala del « 6 » sbizzarrì i Fiorentini più dei Napoletani, ma ormai Alessandro era morto, e del suo assassino non restò che una lettera di giustifica al parentato. Troppo tardi: gli ottimati e il senato avevano già scelto Cosimo.

§ — Duchessa in Amalfi e omicidio a Venezia

Stando ad una tradizione locale di Vico Equense, il Castello di Giusso sarebbe abitato dal fantasma di una non meglio identificata Giovanna La Pazza, amante dall’anima in pena. La cosa più strana è che i vicani asseriscono che fu proprio quella regina a morire a Vico finendo nella trappola da ella stessa costruita per far scomparire gli amanti dopo le prestazioni amorose.
Le sue urla ancora echeggerebbero, ogni estate, dalla Cappella del Castello. Evidentemente gli storici locali hanno fatto confusione sul nome Giovanna. La leggenda è infatti ambientata intono alla Torre tufacea dello Ziro, situata sul Monte Aureo di Atrani (sebbene svetti su Amalfi), antico bastione nel territorio di Scalelle (Sa) di cui non restano che i ruderi.
Sono gli ex feudi appartenuti al Duca d’Amalfi e Conte di Celano, Antonio I Maria Todeschini Piccolomini, che assunse il cognome d’Aragona sposando (1458) Maria d’Aragona, figlia naturale di Re Ferrante I e Diana Guardato, morta nel 1460, da cui ebbe il Duca Alfonso Piccolomini, il quale, a sua volta (1497), sposò una Giovanna d’Aragona (1477-1510), figlia di Enrico d’Aragona, Marchese di Gerace e di Polissena Centellas dei Marchesi di Cotrone.
E’ a questa Duchessa Giovanna, quindi nipote illegittima di Re Ferrante, che Papa Giulio II (1504) concesse l’atto di fondazione del nuovo insediamento, convento e chiesa sub invocatione Beate Marie Vallis Viridís. Giovanna resse il Ducato alla morte del Duca, dal quale aveva avuto due figli, e pertanto, secondo il fratello Cardinale, non avrebbe dovuto risposarsi, ma dedicarsi al suo patrimonio con l’aiuto del maggiordomo napoletano Antonio Bologna, già servitore dei re aragonesi. Non molto tempo dopo «fu dalla Duchessa d’Amalfi, figliuola d’Enrico d’Aragona e sorella del Cardinal Aragonese, richiesto se voleva servirla per maggiordomo», governando da sola il ducato con un piccolo figliolo dopo essere rimasta vedova del Duca con una baronia in Calabria appena comprata. In tal modo la gran Signora, senza più entrate, risanate le casse da quell’uomo distinto e fidato, se ne innamorò, avendo entrambi dei modi garbati e gentili. Pertanto, grazie ad un frate cappuccino, in presenza della figlia della nutrice che l’aveva allattata, sposò il cortigiano in gran segreto, vivendo una struggente storia d’amore da cui nacque Federico senza farsi scorgere da alcuno. Ma quando venen al mondo anche una figliola fu difficile nascondere la cosa che la nobildonna fu costretta a confessare ai fratelli, avendo saputo della bimba ma non di chi fosse il padre. Il maggiordomo temè il peggio e, per timore che parlasse la cameriera, decise di partire per Ancona a lavorare in casa di una onesta famiglia con i due figli.
Nonostante ciò la Duchessa restò incinta per la terza volta e si allontanò annunciando di voler dare voto alla madonna di Loreto, mettendosi in cammino con molti muli, convincendo gli accompagnatori a visitare Ancona dove, per strada, incontrarono il maggiordomo a cavallo con una bella compagnia invitando la Duchessa al palazzo dopo aver fatto allontanare il padrone di casa annunciando a tutti i commensali di poter tornare ad Amalfi da soli, avendo depositato soldi per vivere tutti, a meno della cameriera Beatrice e i due staffieri, perché ella restava coi figli e il Bologna perché suo marito, dovendo anche nascere Alfonso, così come nacque dopo alcuni mesi.
I cortigiani ripartirono concertando di avvisare il Cardinale e l’altro fratello a Roma, i quali, non potendo soffrire la condizione di serva della sorella, si adoperarono presso il cardinale di Mantova affinché gli Anconetani li licenziassero tutti costringendoli a riparare a Siena. Qui i fratelli fecero la stessa cosa grazie a quel cardinale da fargli annullare il salvacondotto e maldarli via. La famigliola decise quindi di imbarcarsi in Romagna per Venezia con la duchessa su una chinea (cavallo bianco), il maggiordomo su un cavallo turco e i i bambini su una lettiga. ma erano ancora a Forlì quando si sentirono seguiti e cominciarono a correre. Da qui la decisione della Duchessa di lasciare soldi, servitori e un figlio al marito perché andasse verso Milano, convinta che i familiari non avrebbero mai fatto del male a lei e agli altri figli. E quindi si fece convicere a tornare verso Amalfi sostando in uno dei castelli che ormai erano del Duca figlio primogenito.
In realtà i parenti avevano gridato allo scandalo e, nel rivederla, definendola Pazza, la rinchiusero nel maschio della rocca (la Torre dello Ziro?) insieme al bimbo alla bimba e alla cameriera Beatrice, facendo loro soffrire la fame e la sete (forse prima di bruciarli vivi nel 1510).
Il vedovo intanto fu a Milano sotto Silvio Savello e quando questi uscì per assediare i Francesi, sostò nell’osteria di Crema, incontro amici e poi Delio che gli disse di fuggire anche da Milano perché lo attendevano i sicari in quanto moglie, figli e cameriera erano già stati strangolati. Ma non gli credette sostenendo di voler andare a parlare col cardinale e di non avere problemi neppure col fisco per aver posseduto quei beni, avendogli detto che la famiglia lo attendeva.
Ma non ebbe tempo perché fu raggiunto dal capitano Daniele da Bozzolo e da tre dei suoi che lo trafilarono di banda in banda mentre si accingeva ad andare a messa sotto gli occhi di Delio e dell’Atellano che avevano già promesso al Bandello di raccontargli questa storia ignari che finisse ancor più tragicamente.
Una tragedia, questa della Duchessa, fonte di ispirazione per Matteo Maria Bandello che le dedicò la XXIV delle sue Novelle, da cui poi furono tratte due tragedie: la Tragedy of the Dutchesse of Malfi di John Webster e la Comedia famosa de el mayordomo de la duquesa de Amalfi dello spagnolo Felipe Lope de Vega. In ogni caso non si tratta della Regina Giovanna, ma della Duchessa, sebbene la popolazione di Atrani l’ha da sempre ricordata come Giovanna La Pazza. Da quel momento la Torre divenne rifugio di tutti gli innamorati che partono dal Pontone e ivi giungono sulle tracce degli sfortunati amanti.3

§ — Amore all’acqua tofana: i costumi leggiadri

Nelle cronache di quei tempi, ancora crudi ma imbellettati, si rinviene «che quasi non v’era conte o duca o marchese o semplice patrizio italiano che non ambisse chiedere e ottenere la mano d’una spagnola», ora per amarla, ora per sposarla, ora per ucciderla. Bastava che fosse «figliola o anche bastarda di qualche gran maestro di san Giacomo e di Calatrava, di qualche discendente del Cid, di qualche visconte di Gar, di Cardona, di Saragozza, o di qualcuno insomma dei centomila caballeros piovuti giù dagli incavi della corona regia e imperiale di Carlo V».
Il Cinquecento fu il secolo delle passioni e dell’amore, del bello e dell’arte, dello sfarzo e delle ostentazioni. Tutti cercano una sistemazione migliore e ambiscono al ceto sociale più alto. Napoli in verità, ferita e degradata a vice capitale spagnola, subisce la pressione aragonese ma covam dentro e fuori dal regno, la riscossa nel campo delle arti, dei mestieri e delle scoperte su cui è già in ritardo.
I cronisti affondano la lama su «quelle donne superbe e procaci, cresciute fra gl’intrighi amorosi dei proprii genitori».
Esse, «educate alla civetteria e alla più snervante mollezza, venivano spose nelle case italiane dove trovavano un terreno atto a ricevere non pur la vanga ma anco il manico; vi venivano accolte sotto pioggie di fiori, cantate da una turba di poeti cortigiani, a occhiate e servite da uno sciame di paraninfi». Ma poi, bastava un mese, «spesso anche una settimana subito dopo, lo spettro della gelosia appariva a far capolino tra le cortine di quei letti sfarzosi».
Era il momento giusto per il marito di accarezzare il pugnale, perché, «se non faceva presto a colpire, la sposa inneggiata dalle muse nelle sue chiare virtù si liberava del geloso somministrandogli, fra un saddolino e l’altro, un buon bicchiere d’idromèle con tre goccie d’acqua tòfana».
Così Ademollo: — Si fa, dice l’antica ricetta trovata fra le carte di un processo, si fa con arsenico e piombo che si mettono a bollire in una pignatta nuova, otturata bene che non rifiati fino a che cali un dito; acqua che ne resta è chiara e pulita; presa in vino o in minestra provoca il vomito; poi viene la febbre, e in 15 o 20 giorni si muore; bastano cinque o sei gocce per volta in ogni giorno per far l’effetto.
Questo potente veleno «menò tanta strage di mariti in Roma e altrove nel secolo XVII. Si chiamò così perchè portata da Palermo a Roma da una Giulia Tofana. Fu il veleno prediletto dalle grandi dame dell’aristocrazia, tra le quali Caterina Aldebrandini, pronipote di papa Clemente VIII, che lo propinò a Francesco Cesi duca di Ceri suo marito».
Insomma era tutto costume. «Quante vergogne, quanto veleno e pugnali e lacci e trabocchetti e insidie d’ogni sorta in quelle grandi famiglie, e come è vero che una civiltà basata soltanto sul lusso in fiacchisce le nazioni e le dissolve. E che lusso satanico!».
— Allora su per le mense non si vedevano che figure di metallo o di terracotta, nude, foggiate in pose provocanti, messe là per servire da anfore.
Erano piene di vino, di sidro, d’ippocrasso, e zampillavano da certe parti tuti’altro che decenti. L’uso era spagnolo, era francese, era italiano.
Sopra una di quelle mense sfacciatamente ricche, una statua rappresentante una bella donnina senza nemmeno la camicia da notte, gettava il dolce ippocrasso dalle mammelle, e un’altra di fanciulla quindicenne pioveva vino… non diremo di dove.
Le Grand d’Aussi aggiunge poi di un bel garzoncello le quel pissoit de l’eau de rose».4

§ — Spaccanapoli e Piombino scuotono l’Italia

L’epoca in cui assistiamo al prolificare dei delitti d’onore è pregna di amanti uccisi dall’acqua tofana, per via dei costumi leggiadri che imperversano non solo a Spaccanapoli e Piombino, luoghi dei primari omicidi, ma in tutti i posti che si rinvengono fra copie e originali di manoscritti diversi, da quelli dei Corona alle sentenze, ma anche negli studi di tanti storici.
Certo è che la via alla «Informazione» ufficiale sulla «misera morte» degli amanti D’Avalos—Carafa viene spianata da una miriade di indizi sulla bellissima Principessina di Venosa, corteggiata perfino da Giulio Gesualdo, zio del marito prossimo assassino, padrone di una miriade di feudi, da Gesualdo a Calitri, poi ereditati dal musico-assassino dopo la sua morte. Carlo infatti non possedeva che poco, essendo il genitore ancora padrone del Principato di Venosa. E fu proprio lo zio spione, amante solitario della bella moglie del nipotino, a spianare la via della vendetta, confinando al consanguineo il posto di Chiaia dove gli amanti copulavano.
Carlo appare smarrito, benché spesso a riposo nel suo stesso palazzo, dove il corpo della moglie veniva di nascosto posseduto dal Duca d’Andria. Almeno fino a quando ebbe predisposta l’imboscata, in accordo con altri cavalieri e parenti, pronto a profanare la reputazione della nobile famiglia nobile legata al Vaticano, e non solo per la figura dello zio del Cardinale Alfonso, finito anch’egli additato per istigazione alla tragedia.
La casata, l’amore focoso, il Palazzo d’Andria e le serenate di Fabrizio sotto casa mentre Carlo dorme, fanno delle cronache e degli atti ufficiali riportati in questo testo una ricerca degna di tal nome che annulla l’amicizia fra le famiglie e punta a spiegare la storica vendetta del giovane che trascorreva le sue serate col prete musicista e la sua corte di armigeri, erari e servitori, pronti a uccidere per il padrone.
Le serrature bloccate, la scusa di andare a caccia, l’amante a letto e in camicia da donna, e le grida sulle corna in Casa Gesualdo: gli elementi del giallo napoletano ci sono tutti per offrire al lettore l’ora della fine: le pugnalate del mandante sui corpi senza vita.
L’istruttoria, anzi l’Informazione presa ascoltando i testimoni e verificando i reperti, è tratta dai documenti della Vicaria. Siamo ai preliminari del processo scritto sulla scena del crimine, ascoltando i testimoni, i tre esecutori materiali, passando all’assoluzione finale di tutti, col placet del Viceré, come se nulla fosse successo. Ma tutto quel sangue riassume la storia nel dolore di una madre, costretta a spegnere la sua gioia davanti alle atrocità commesse dal nipote assassino della figlia, la fanciulla più bella di Napoli.
«A quelle mense, com’è naturale, sedevano pure le damigelle prendendo così le prime lezioni di morale per servirsene quando fossero state chiamate alla dignità di spose e di madri di famiglia! Ce la dica questa morale Maria d’Avalos, che già vedova due volte nella verdissima età di venti anni, sottoscrisse la propria condanna di morte sposandosi a Carlo Gesualdo principe di Venosa».
Nell’intenzione di magnificare lo sguardo potentemente magnetico della duchessa, il Pignatelli dette la via a questo verso: — Escon dagli occhi tuoi ruine e morti.
«La sfolgorante bellezza di questa donna cantata dalle muse, compresa quella d’Ascanio Pignatelli e di Torquato Tasso, accese fieramente d’amore Fabrizio Carafa duca d’Andria, marito di Maria Carafa dei principi di Stigliano, amicissimo e quasi fratello al Gesualdo; ragione tanto più forte perchè un giorno o l’altro lo avesse a tradire».
Così Barbone: — Il caldo amatore cominciò con le serenate sotto le finestre di Maria, nè gli ci volle molto perchè una bella notte una porticciola segreta si aprisse pian piano invitandolo a salire per cogliere il premio dei suoi canti e dei suoi strimpellamenti.
Poi, per essere più sicuri, d’allora in là i due adulteri si davano la posta nella casetta del giardiniere di villa Gargia sulla riviera di Chiaia, e ciò per tre giorni della settimana, come riferisce il processo.
Avvenne intanto che Giulio Gesualdo, zio carnale di Carlo, fra un baciamano e l’altro rivolgesse un giorno proposte ardite a Maria. Fu respinto. Tornò all’assalto, ma fu ancora respinto.
Allora una vampa d’odio gli accese il sangue; cominciò a fare spiare la sdegnosa, non parendogli punto schietta quella sua fierezza d’onestà, e in poco tempo potè vederla co’ proprii occhi penetrare furtivamente col Carafa nella villa Gargia.
Il tristo vecchio chiamò subito a sè il nepote e gli svelò la cosa, concludendo con queste precise parole:
— Voi siete dunque un marito ingannato, e vi conviene togliere memoranda vendetta !
Pochi giorni dopo, Carlo Gesualdo sconficcava di sua propria mano le serrature di tutti gli usci del quartiere nuziale del proprio palazzo, ne guastava i congegni e le rimetteva al loro posto, poi ricercava la moglie, l’abbracciava amorosamente e l’avvertiva che per tre giorni non l’avesse aspettato, dovendo uscire di Napoli per missione urgente.
Fu un tripudio per Maria d’Avalos e Fabrizio Carafa che non attendevano nulla di meglio.
Favorito da Laura Scala, cameriera della principessa, l’amatore fu, sull’imbrunire, fatto entrare in palazzo dalla porticciola segreta da dove l’abbiamo visto penetrare altra volta.
Una particolarità comicissima, registrata nel processo, si è che, essendo egli sudato fuor di maniera, la Maria cavò tosto dai suoi armarii una camicia da donna, di tela finissima, ricca di merletti, profumata, e la fece infilare al Carafa, il quale aveva già buttato in un canto la sua, fradicia da strizzare.
Lo storico: — Fu bello vedere il bruno volto, i neri occhi e la folta barba del nobile adultero uscir fuori da un candido avviluppamento.5
«I due colpevoli avevano preso sonno da pochi istanti allorchè furono destati da alte grida e suono di passi precipitosi. Era il marito tradito che veniva a sorprendere i traditori e menavasi dietro uno stuolo d’archibusieri. Mentre il Carafa, avvolto nella sua camicia da donna, balzava dal letto e inutilmente tentava chiudere gli usci guasti nelle serrature, Carlo Gesualdo gli è addosso, se lo rovescia sotto i piedi, e menandogli un tremendo colpo con un lungo stile, lo passa da parte a parte e lo inchioda nell’impiantito di legno».
Così: — Fabrizio, è fama che si dimenasse alquanto e si agitasse convulsivamente intorno all’asse di quello stile.6
Dice Barbone che «sono racconti che mettono spavento. Non diversa sorte toccò alla sciagurata principessa. Ferita dapprima da una palla d’archibuso e rimasta tramortita sul suo letto, fu acciuffata per i capelli dal marito, tirata giù a viva forza, calpestata sul ventre e sulla faccia, poi massacrata orrendamente a furia di pugnale. La tragedia accadeva la notte del 16 ottobre 1590, ed era una delle tante che la splendida civiltà di quei tempi affermantesi sulle mense in forma di giovinetto le quel pissoit de l’eau de rose, regalava alle famiglie italiane avide di spagnolismo. E dire che il Tasso aveva cantate le doti peregrine di Maria d’Avalos in un sonetto a lei indirizzato e che si chiude così:

— E rilucete qui per tanti segni
Quante ha belle virtù l’animo vostro,
Che in varie forme a noi traluce e splende.

Dio, nella sua immensa misericordia, liberi sempre gli uomini da incappare in mogli fornite di cosiffatte virtù, e un tantino anche i poeti dal pigliare abbagli di questa fatta. A proposito di poeti. Era proprio di quei giorni che i pochi timorati rimproveravano al Marini, più che le metafore sbardellate, le porcaggini, e lo chiamavano flagellum Dei. E s’ingannavano, come s’ingannano anc’oggi tutti coloro che, scimmiottando, persistono a frustarlo e a crocifiggerlo. Quel meraviglioso ingegno fu vittima delle sozzure del suo tempo, ed è tutta colpa della società, e non sua, s’egli, a chi lo riprendeva, ardiva rispondere:
— Intanto i miei libri, che sono fatti contro le regole, si vendono dieci scudi il pezzo a chi ne può avere; e quelli che sono regolari, se ne stanno a scopare la polvere delle librerie. La vera regola, cuor mio bello, è saper rompere le regole a tempo e luogo, accomodandosi al costume corrente e al gusto del secolo».7
Se la furia omicida di Carlo Gesualdo fu quella più tremenda del suo secolo, di certo il caso fu preceduto dal giallo che vide coinvolto il Principe di Piombino qualche mese prima, lasciando sconvolti tutti i signori degli stati della penisola.
Scrisse Ninci che l’Italia intera restò stordita «pel tragico fine di Alessandro I Appiani, ucciso da’ propri sudditi entro le mura della sua capitale. Capo della congiura si vuole che fosse un certo Giulio Mazza Ferrata, sopra ogn’altro piombinese sdegnato contro l’ Appiani, per aver voluto questi introdursi più volte con abuso del suo potere nella casa di quel cittadino, per trattare una sua figlia di rara bellezza».8
Così Ninci: — Di questo stesso sentimento sono ancora le istorie e le memorie manoscritte, che hanno fatta menzione di quell’assassinio; dicendoci che Alessandro I. Appiani avea offeso estremamente i suoi sudditi durante il suo governo, col dar nulla e pretender assai; e coll’ ingelosirli nel carezzare le loro donne. Ma se vero è quello che l’une e l’altre ci hanno narrato, vero sarà ancora, seguitando il loro detto, che i Piombinesi non sarebbero giunti al grave eccesso d’ intridersi le mani nel sangue del loro sovrano, se la moglie stessa dell’Appiani, e don Felis o Felice d’ Aragona, amante corrisposto da lei, e comandante il presidio spagnolo in quella piazza, non avessero dato mano all’ orditura della congiura e promosso e protetto l’assassinio.
Il 29 settembre fu il giorno predestinato per Piombino, a dire di uno scrittore degno di fede, per compiere quel pubblico delitto.
La cronaca: — Cinque congiurati, armati di fucile, di sciabole e di alabarde, si gettarono impetuosamente sopra l’ Appiani sull’imbrunir della sera in una delle strade della città, allora che sortiva di casa del Mazzaferrata, e con più colpi l’uccisero.
Il comandante spagnolo, e donna Isabella di Mendozza moglie d’ Alessandro I trovandosi in compagnia quando riceverono l’avviso di quell’assassinio, per niente si commossero; e lo sentiron con la massima indifferenza.
Gli assassini del morto feudatario, nè furono in allora arrestati o perseguitati, nè gli fu impedito di far sollevare il popolo; ciocchè fece maggiormente comprender, che la vedova e il comandante avean promosso quel misfatto; e che i pupilli del morto erano in pericolo di correre l’istessa disgrazia del padre.
— Giovanni Volpi, Filippo Ferrovecchi, Domenico Vecchioni, Girolamo Todi, e LapinoPagnali. (Dani) Galluz. (ann) Galluz. et Hist. Plumb. Galluz. et Cesaret.9
Rimasti così i piombinesi senza Principe, si trovarono in una perfetta anarchia, dovendo scegliere fra un signore oltre le mura oppure Don Felice, essendo, guarda caso, il più forte di essi e già sul posto.
Così Ninci: — Alcuni voleva no per loro padrone il granduca di Toscana, altri la Repubblica di Venezia, e altri finalmente (che erano i congiurati) il comandante del presidio spagnolo in Piombino. Il partito de congiurati, prevalse, ed offrì formalmente a Don Felice la sovranità della signoria piombinese. Recusò egli di accettarla in nome proprio, abbenchè estremamente aspirasse alla medesima; protestandosi di riceverla pel Re Filippo, ed esercitarla pel medesimo; ciocchè altro non fu che per cuoprire il suo mal’animo, e poter ottenere, come si dava a sperare, dal monarca delle Spagne l’ investitura del feudo, coll’unirsi in matrimonio alla vedova Appiani.10

§ — L’amor tenace di Bianca Cappello

Gli omicidi non sono tutti uguali e in questo libro non sono uguali neppure le tre storie sulla fine ingloriosa dello sposo più bello del Granducato di Toscana.
L’efferata uccisione di Pietro Bonaventura, della stirpe dei Bonaventuri, gentiluomini di Firenze, rimase una macchia indelebile ai piedi del Ponte di Santa Trinita. E non solo perché il povero amante di Cassandra era a sua volta tradito dalla moglie Bianca col Granduca Francesco I de’ Medici, ma anche perché furono in dodici a finirlo, mentre inseriva la chiave nella toppa di casa. Pezzi del suo cervello restarono sul muro, mentre ancora il commando, guidato dal nipote dell’amante, sferrava la coltellata n.24.
Non un urlo gli uscì dalla bocca tremula, ma solo un ultimo flebile respiro di quel corpo senza vita: — Deh, non più, di grazia: poiché io sono morto!
E’ la stessa moglie Bianca Cappello a raccontarlo nelle sue Memorie del 1585, quelle che qui abbiamo posto al confronto con una novella di Celio Malespini, scritta appena vendi anno dopo e che lui stesso considera «istoria vera».
Non contenti, come di stile, abbiamo inserito nel testo una terza cronaca tratta dal manoscritto originale di Silvio e Ascanio Corona, anch’esso dei primi del Seicento. Questo omicidio, così efferato, a cui seguì quello di Cassandra Ricci, amante uccisa sempre dal nipote, fu presto messo a tacere dal Granduca, il quale, da compagno della vedova, ne divenne sposo.
La favola dell’amore ricco cancella quella dell’amore povero. La fine del bel fiorentino, che aveva rapito per amore la bella veneziana, viene così messa a tacere. E’ la stessa Bianca a scoprire le carte del complotto che l’ha fatta Granduchessa di cui appare mandante, pur non essendolo, proprio il Granduca. Le cronistorie di altri autori arricchiscono la premessa e l’appendice, alle tre cronache del testo trascritte in fedeltà, e aiutano il lettore a penetrare in questa storia vera.
Egli si ambienta perfettamente negli anni di fine Cinquecento, respirando l’aria di quando l’amore vinceva sugli atti matrimoniali. Ma è proprio l’affetto così smodato, ineguagliabile, della favola vissuta da Bianca e Pietro, a vacillare e a mostrare il suo punto debole, ora nella forza del potere e del comando, ora in quella del danaro di una eredità, che è poi la stessa cosa.
Le «corna» frapposte dai rispettivi amanti, accettate dalla forza dell’amore, cadono miseramente davanti alla possibilità di diventare ricchi.Ecco allora che il più grande dell’amore, quello che aveva falsamente rinunciato al vile danaro per essere vissuto in carne e ossa, fallisce e svanisce con la bellezza del corpo che lascia spazio solo al rammarico, al rimpianto e alla voglia di rifarsi una vita. L’arma della passione di un nuovo amante, quello che stavolta può farti diventare ricco, è l’unica salvezza dall’amore puro che ti vuole per sempre povero.
Con il titolo di Avvenimenti tradici e amorosi diversi veniva catalogato da Minieri Riccio un manoscritto «in fol. leg. in pelle, di fogli 132 numerati, oltre il frontespizio e la tavola, che sono altri tre fogli senza numero di carattere uniforme del secolo scorso».11
Il testo, presente nella sua biblioteca, era stato scritto da Silvio e Ascanio Corona, nella rielaborazione di quest’ultimo del manoscritto originale del presunto genitore, quello redatto in precedenza soltanto da uno dei due.12
La stesura studiata da Minieri Riccio, citata in suo possesso dall’elenco riportato nel secondo volume del Catalogo pubblicato da Giuseppe Dura, non solo è una copia, ma anche un sunto dell’originale do cui non si ha traccia.
La vicenda di Bianca e Pietro, per esempio, si snoda fra Venezia e Firenze e risulta sempre divisa in due storie, fra il 14° capitolo, titolato Breve racconto come pervenisse la Sig.ra Bianca Cappelli Gran Duchessa di Toscana, e il 15° capitolo, Morte di Pietro Bonaventuri marito di Bianca Cappelli.13
Essi sono simili a due di più scritti che pervennero in possesso del Marchese Gino Capponi, come riportato dal catalogo di Carlo Milanesi, oltre alla lettera sulle Esequie fatte a Francesco I e alla Bianca Cappello sua moglie, in varie copie nei diversi codici. Ma esso cita anche una Istoria della signora Bianca Cappello e di Pietro Bonaventuri suo marito e una Vita e morte della signora Bianca Cappelli di Venezia, Granduchessa di Toscana, pagine rinvenute sempre in quei codici. Scrive Milanesi che «questo racconto fino a pag. 66 è cavato dalla novella 84 e 85 della parte 2.a delle novelle del signor Celio Malespini, stampate in Venezia l’anno 1609 al segno dell’Italia».14
I due racconti sono gli stessi che conobbe Corona, ma sviluppano da una parte l’assassinio del marito e dall’altra la storia di Bianca.15

§ — Spedito per amico intimo alla Corte imperiale

Ed eccoci a Monsignor Hippolito de Medici, 20° abate, Signore e 26° Arcivescovo titolare di Monreale. Nativo di Firenze, essendo pur sempre figlio di Giuliano Duca di Nemors, fu fratello carnale di Papa Leone X e cugino di Clemente VII della medesima casata. Venne a questo mondo il 19 aprile del 1511 e fin da subito Clemente pensò di dargli la mano di Isabella, figliuola di Vespasiano Colonna, ma lui prese i voti e lei venne maritata prima a Luigi Gonzaga, e poi a Don Filippo di Lannoy Principe di Sulmona.
Nel mentre, ammalatosi gravemente il pontefice, i cardinali, fra cui Antonio di Monte, accettarono di spingerlo al berretto rosso, essendone quella famiglia rimasta alquanto sprovvista.16
Solo che non a lungo, il Cardinale di Casa Medici, cominciò a pretendere la Signoria di Firenze al posto del Duca Alessandro. Ma a chi dei Medici tornati in città non sarebbe piaciuto di occupare la massima seggiola? Tanto è vero che lo stesso Duca, per sfuggire alle congiure dei parenti, finirà vittima dell’amico del cuore e cugino Lorenzello.
Ma prima di allora a volere la sua morte pare sarebbe stato proprio il Cardinale, poi scoperto e finito nella corrispondenza dell’Imperatore che tanto gli volle bene.
L’allontanamento dalla corte papalina, come da quella imperiale, fu cosa certa, appena si sparse la voce che la fazione avversaria faceva il suo nome per proporlo a prossimo Duca. E lui era già pronto a impalmare Margherita d’Austria, figlia di Carlo V al posto di Alessandro, se i fuoriusciti l’avessero fatto fuori prima del matrimonio, quello che si tenne a Napoli, dove Ippolito si stava recando quando fu bloccato dal Viceré a Itri e vi trovò la morte, al posto di Alessandro.

 

 

 

 

Note Bibliografiche

1. Apologia di Lorenzo di Pier Francesco de’ Medici, in: Benedetto Varchi, Storia fiorentina di B. Varchi: Con i primi quattro libri, a cura di Gaetano Milanesi, Volume 3, Successori Le Monnier, Firenze 1888.
2. Ivi.
3. Matteo Maria Bandello, Novelle. Raffele Ferraioli, Le belle del ducato. Da:www.comunefurore.it. Re Ferrante (1423-1494) ebbe una figlia illegittima, Maria D’Aragona, che generò la Duchessa Giovanna D’Aragona (sposa di Antonio Todeschini Piccolomini). Re Ferrante ebbe anche un figlio illegittimo, Ferdinando Duca di Caiazzo e di Montaldo, il quale, sposando la sorella del Vicerè dell’epoca, Castellana di Cardona, generò un’altra Maria D’Aragona (1503-1568), un’altra Giovannina D’Aragona e un altro Duca di Montalto di nome Antonio (1501-1543). Due sorelle, Maria e Giovannina, quindi nipotine della zia Duchessa Giovanna D’Aragona figlia spuria di Re Ferrante.
Nemmeno questa Giovannina, bellissima ma fredda, può quindi confondersi con la zia Duchessa (Principessa illegittima figlia di Ferrante) perchè sposerà il fratello della gelosissima Vittoria Colonna, Ascanio Colonna Duca di Paliano, dal quale avrà per figlia Girolama Colonna (che andrà in sposa al Duca Camillo Pignatelli). Cfr. Amalia Giordano, La dimora di Vittoria Colonna a Napoli, Napoli 1906.
Di naturale bellezza, fortuna e lignaggio, questa Giovannina D’Aragona in Colonna, divenne anch’essa Duchessa di Tagliacozzo in quel di Marino (quando ad Amalfi c’era un’altra Duchessa, Costanza d’Avalos Piccolomini) che, nel 1536, pregò l’Imperatore di darle i mezzi per vivere, essendo il marito Ascanio partito per la guerra in Lombardia, ricevendone un vitalizio di 3.000 scudi all’anno.
La bella Giovannella finse quindi di andare ai bagni di Pozzuoli trasferendosi con beni e famiglia dalla cognata che era ad Ischia, vendendo perfino i suoi gioielli per difendere Paliano. Dall’isola comunicherà al papa di essersi unita al coraggio di Vittoria Colonna: “Chi serà pio, chi serà misericordio, se la pietà e misericordia non si trovasse in lo erede e legittimo possessor delle sacrosante e divine chiavi del tanto giusto e bon primo pastor San Pietro, e che deve mostrar agli altri con vivi esempii l’umiltà e la clemenza di Cristo, per esser lui perfetto gonfaloniero di quello. Deh! basti a Sua Santità, per il nome e virtù di Gesù la supplico, avere dimostrato già che mal può replicare il suddito con il suo signore; né gli piaccia di permettere che si sparga più sangue delle pecorelle, delle quali Sua Santità ne è vero pastore, ricordevole di quelle divine parole, castigati e non mortificati”. Così concluse: – La fiducia mia gli è tanto appresso di Sua Beatitudine che, quando questa invasione non dipendesse della giustissima mente e potentissimo braccio della Santità Sua, che, come là, così ancor la subito togliere, ma dipendesse da altri parentadi del mondo che seriano inferiori alla Santità Sua, spererei fermissimamente tanto in lo presidio ed aiuto suo, che ne li porrebbe, per difficili che fosse, silenzio, e che le cose mie resterebbero inviolate e secure. Da: Raffaele Castagna, Regine, ex regine, principesse, nobildonne che soggiornarono nel 1500 sul Castello d’Ischia, La rassegnadiischia.it.
Oltre a Giovannina, si trasferì ad Ischia anche la sorella: si retirò “in casa del Marchese dello Vasto, la bellissima moglie donna Maria d’Aragona”. Cfr. Gregorio Rosso, Storia delle cose di Napoli sotto l’impero di Carlo V, Napoli 1770. Maria era “cara alla Regina Giovanna, cara ad Isabella precedentemente Duchessa di Milano”, dice il suo biografo Francesco Fiorentino, sostenendo che nel 1538 “abbandonò il palazzo della riviera di Chiaia, la città di Pozzuoli ed il castello di Ischia, tra i quali era solita dividere il suo soggiorno, ed andò ad abitare il palazzo ducale di Milano”. Cfr. Francesco Fiorentino, Nuova Antologia, XLIII fasc. 2/1884; riportato in Studi e Ritratti, 1911.
Donne intriganti e seducenti di una generazione successiva, valorizzate da Vittoria Colonna, il cui nome ricorre spesso nelle rime di spasimanti e poeti come Sannazaro, Costanzo, Rota, Tarsio, sebbene lo storico e poeta di Costanzo lasciò intendere di non aver amato la Marchesa di Pescara, quanto la moglie del Vicerè Don Garcia di Toledo. Solo così si spiega il verso: – Solo, o Costanzo, per tua gloria basti il poter dir che sì gran donna amasti. Vittoria Colonna, figlia di Fabrizio Colonna, nacque nel 1490 nel Castello di Marino. Nel Castello d’Ischia, invece, nel 1509, sposò Ferrante Francesco d’Avalos, Marchese di Pescara, il quale, nel 1521, diverrà Capitano generale delle truppe imperiali, lasciando questo mondo nel 1525, quando Vittoria frequentò conventi e cenacoli intellettuali per innalzare lo spirito. Cfr. Raffaele Castagna, Un cenacolo letterario del Cinquecento sul Castello d’Ischia, pag.2 e segg.. Per quel che riguarda Costanzo, dopo averne pubblicato un saggio nel 1572, completò nel 1582 l’opera che vide la luce col titolo di Istorie del regno di Napoli. Se in questa parte degli studi, Di Costanzo ebbe come primi direttori il Sannazaro e il Poderico, fu il celebre Berardino Rota che gli diede poi stimolo e gli fu guida nella poesia latina e italiana, in cui così eccellente ei divenne (da Le Rime di Angelo Di Costanzo – Venezia, 1759). E che dire dei privilegi delle dame? Cfr. Danza, op. cit., ivi.
4. A.Ademolo, Misteri dell’Acqua tofano, Tip. dell’Opinione, Roma 1881. Vi si legge la ricetta. Vedasi anche Salvatore Marino, L’Acqua Tofana, Palermo 1882. v. Barbone, cit. Cfr. Le Grand D’Aussi, Hist. de la vie privée des Francois, T. III. pagg.198-199.
5. Carlo Tito Dalbono, Storia di Beatrice Cenci e de’ suoi tempi, Gaetano Nobile, Napoli 1864.
6. Ivi, idem.
7. Ivi. «Probabilmente questa del Marini è una napoletanata bella e uona. Non si era più ai tempi in cui un libro costava tanto che per comprarlo bisognava vendere un podere, come accadde all’erudito Antonio Panormita».
8. Giuseppe Ninci, Storia Dell’Isola Dell’Elba, Portoferraio 1815. Cfr. Barbone: Dalle memorie manoscritte conservate nell’Archivio comunale di Piombino.
9. Ivi. Cfr. Francesco Inghirami, Storia della Toscana, in sette epoche distribuita, Volume 12, Tipografia Fiesolana, Firenze 1843.
10. Ivi.
11. Silvio et Ascanio Corona, Successi tragici et amorosi, MSS. in copia.
12. Silvio Corona, Successi diversi traggici, et amorosi occorsi in Napoli, et altrove a Napol[lita]ni, composti dà Silvio Corona, MSS in originale.
13. Camillo Minieri Riccio, Catalogo di MSS della Biblioteca di Camillo Minieri Riccio, vol. I e vol. II, presso Giuseppe Dura, Napoli 1868. Contenuti relativi al libro n.33.
14. Carlo Tito Dalbono, Storia di Beatrice Cenci e de’ suoi tempi, Gaetano Nobile, Napoli 1864.
15. Celio Malespini, (1531-1609?), Ducento novelle del Sr Celio Malespini, nelle quali si raccontano diversi avvenimenti cosi lieti come mesti et stravaganti, con tanta copia di sentenze gravi, di scherzi e motti, Venezia 1609, pagg.278-280. v. Gino Capponi, Carlo Milanesi, Catalogo Dei Manoscritti Posseduti Dal Marchese Gino Capponi, Galileiana, Firenze 1845. Cfr. Cicogna, cit.
16. Giovanni Luigi Lello, Historia della Chiesa di Monreale, Vite degli Arcivescovi, Abati e Signori di Monreale, Volume 2, 1596.
17. Ivi.
18. Ivi.
19.Filippo de’ Nerli, Commentarij dei fatti civili occorsi dentro la città di Firenze, Volumi 1, Colombo Coen, Trieste 1859, pagg.220-230.
20. Ivi.
21. Ivi.
22. Giovio.
23. Ivi.
24. Ivi.
25. Rastrelli.
26.Filippo de’ Nerli, Commentarij dei fatti civili occorsi dentro la città di Firenze, Volumi 1, Colombo Coen, Trieste 1859, pagg.220-230.
27. Giovio, cit.
28.Filippo de’ Nerli, Commentarij dei fatti civili occorsi dentro la città di Firenze, Volumi 1, Colombo Coen, Trieste 1859, pagg.220-230.
29. Ivi.
30.Filippo de’ Nerli, Commentarij dei fatti civili occorsi dentro la città di Firenze, Volumi 1, Colombo Coen, Trieste 1859, pagg.220-230.
31. Giovio, cit.
32. Rastrelli, cit.
33. Ivi.
34. Ivi.
35. Ivi
36. Ivi.
37. Ivi.
38. Rastrelli, cit.
39. Lello, cit.
40. Lettere, cit.; cfr. Pietro Giannone, Istoria civile. Giovanni Bernardino Tafuri: Annotazioni critiche del sig.Gio:Bernardino Tafuri patrizio della città di Nardò sopra le Cronache di M.Antonello Coniger leccese. In: Raccolta d’opuscoli scientifici e filologici, Tomo VIII, Appresso Cristoforo Zane, Venezia 1733. Pagg: 235-255.
41. Rastrelli. Cfr. Silvio et Ascanio Corona, Successi tragici et amorosi, MSS. in copia.
42. Sigismondo de’ Sismondi, Histoire des republiques italiennes du Moyen Age, traduzione, tomo 10, Capolago cantone Ticino, Tipografia e libreria Elvetica, 1846.Le scritture originali vengono riportate da Benedetto Varchi: questa, dice egli, ebbe molto credito in Italia, 1. XIV, p. 229-230. Cfr. Benedetto Varchi, 1. xiv, p. 259. Cfr.Bernardo Segni, 1, p.192-198. Filippo de’ Nerli, I. x1, p. 283, 285. Cfr. Storia di Giovan Battista Adriani, 1, p.11. Continua l’Adriani le storie del Guicciardini, che finiscono alla morte di Clemente VII. V. Benedetto Varchi, cit. l. xiv, p. 143-219 e 224.
43. Lettere. Relazione di Firenze di Messer Vincenzo Fedeli tornato da quella corte l’anno 1561, cit. Cfr. Carlo Tito Dalbono, Storia di Beatrice Cenci e de’ suoi tempi, Gaetano Nobile, Napoli 1864. «Probabilmente questa del Marini è una napoletanata bella e uona. Non si era più ai tempi in cui un libro costava tanto che per comprarlo bisognava vendere un podere, come accadde all’erudito Antonio Panormita».
44. Lettere. Relazione di Firenze di Messer Vincenzo Fedeli tornato da quella corte l’anno 1561, cit. Virgili. Cfr. Giuseppe Ninci, Storia Dell’Isola Dell’Elba, cit. Cfr. Francesco Inghirami, Storia della Toscana, in sette epoche distribuita, Volume 12, Tipografia Fiesolana, Firenze 1843.
In una lettera a Carlo V, in particolare, i fuorusciti di Firenze alencarono minutamente gli eccessi del Duca, compresa l’accusa ben precisa di aver fatto avvelenare «Bernia, poeta perchè rifiutò di portare il veleno a Salviati», a opera del Cardinale Cibo, indi il Cardinale Innocenzo de’ Medici mentre stette per raggiungerli, eliminando fisicamente i parenti avversari.
Dice Virgili che «tra le lettere del Busini al Varchi ne è una, il cui autografo si conserva nella Biblioteca Nazionale di Firenze, codice 88, palchetto III de’ manoscritti Magliabechiani, da carte 150 a 153 del Codice stesso. In cotesta lettera si narrano minutamente le accuse date dai fuorusciti fiorentini contro il Duca Alessandro de’ Medici, a Napoli, nel 1536, alla presenza dell’Imperatore. E tra le altre particolari accuse che a me non importano, si legge nella detta lettera questa: «L’avere fatto avvelenare il cardinale Cibo il Bernia poeta perchè rifiutò di portare il veleno a Salviati».
Vedasi ora se io ebbi ragione di dire che una non so quale fatalità sembra avere avuto fin qui la sua parte a nascondere il vero di questa bella e nobile morte del Berni. Della quale poco mancò non facesse perdere l’anno una lettera del Casa, per esserne stata letta male e male stampata la data: lo stesso presso a poco è accaduto di questa preziosa testimonianza del Busini, la quale dava tanta luce sul modo, sulle ragioni e sugli autori della morte medesima. Debbo innanzitutto premettere che l’autografo di questa lettera è molto difficile a leggersi, non tanto per il carattere, quanto per l’ inchiostro di mala qualità che in qualche punto è quasi affatto scomparso.
La lettera fu per la prima volta pubblicata nel 1861; e non potè non essere bene stampata, avendo cura di quella edizione una egregia persona, di queste cose dottissima, e a cui, con quello che fin qui si sapeva del Berni, nessuno vorrà certamente far carico, se le sfuggì che in quelle poche parole intorno al Berni medesimo era proprio la chiave del mistero che ha per più di tre secoli e mezzo avvolto la morte di lui. Il fatto è che la lettera, bene intesa e bene stampata in ogni altra sua parte, in quel punto proprio dove si tocca del Berni fu stampata così: « L’avere fatto avvelenare il cardinale Cibo; il Berni poeta, perchè rifiutò di portare il veleno a Salviati. Quel punto e virgola, che non è sull’autografo, fa del reverendissimo Cibo una vittima invece di un boia, com’ egli in questo caso fu veramente; quel punto e virgola costringe ad intendere che tra le accuse date al duca Alessandro fosse anche quella di aver fatto avvelenare prima il cardinale Innocenzo, poi il Berni poeta, e via discorrendo. La mala sorte del Berni doveva proprio perseguitarlo, come ognun vede, lunghi anni, e speriamo che d’ora innanzi non lo perseguiti più. Ved. l’Avvertimento premesso alle Lettere di Giambattista Busini a Benedetto Varchi ec. per cura di Gaetano Milanesi, Firenze, 1861. Nel quale Avvertimento si riporta, a pag. v e segg., la supplica del Busini presentata al duca Cosimo dal vescovo Cibo.
Quanto poi al tentativo del vescovo stesso contro il duca Alessandro, ne parlano tutti gli storici fiorentini, e più distesamente il Varchi (Lib. XIV, §50), il quale dice essere stato scoperto nell’agosto 1535. Il Berni era già morto da tre mesi, e conoscendo l’animo suo e come se la passasse in questi mesi col cardinale Ippolito, diventa affatto impossibile ch’ei fosse a parte di quel tristo disegno, come pure alcuno ha voluto alla cieca accennare.
45. Relationi politiche diverse di Napoli, Sicilia, Malta, Ferrara, Florencia, Genova, Venecia y Savoya [Manuscrito], pag.55, BNE. Relatione del clarissimo Lorenzo Priuli, tornato ambasciatore dal Duca di Fiorenza serenissimo Principe, et Eccellentissimi Signori. Così Priuli: – Sendo nella legatione di Fiorenza commessami per gratia della Serenità Vostra, et delle Signorie Vostre Illustrissime le diedi conto per mie lettere degli offitij fatti, et di tutto ciò ch’all’hora m’occorre, hora per adempire l’ultima parte di essa mia legatione in osservanza dei Santissimi ordini della serenità vostra, è necessario ch’io l’esponga brevemente quel tanto ch’io ho potuto intendere delli stati di quel delle sue forze, et di tutte quelli altre qualità, et conditioni, che possono venire in consideratione per servitio suo, la qual relatione per nuova, et di nuovo Prencipe, et per continer in se molto gravi considerationi, cossi come sarà alla Serenità Vostra, et alle Signorie Vostre Eccellentissime, per quanto io credo utile, et gratia, così sarà riferito le cose di quel Prencipe in questo luogo, et havedo ancora havuto poco tempo d’informarmee in una cosa ben prometto di sodfisfare cioè nella brevità, perché quanto più succintamente potrò, dimostrerò prima con che forze, et con che consiglio governi S.E. quel stato, poi con considerandolo in rispetto degli altri potentati, discorrirò sopra l’intelligenze che egli ha con gli altri Prencipi, et finalmente sopra la dispositioone dell’animo suo verso questa Serenissima Repubblica.
46. Vincenzo Fedeli, Relazione di Firenze di Messer Vincenzo Fedeli tornato da quella corte l’anno 1561, MSS inedito. Cfr. Eugenio Albèri, Relazioni degli ambasciatori veneti al Senato: Relazioni d’Italia, serie II, Vol.I, Tipografia all’insegna di Clio, Firenze 1839, pag.319.Relazione di Firenze di Messer Vincenzo Fedeli tornato da quella corte l’anno 1561. MSS. Capponi, Cod. I, pag. 209-315. Il Moreni cita questa Relazione come stampata dal Cambiagi nel 1775. A me, in Firenze, non è venuto fatto di rinvenire un solo esemplare di tale edizione. Cfr. Pietro Giannone, Istoria civile. Giovanni Bernardino Tafuri: Annotazioni critiche del sig.Gio:Bernardino Tafuri patrizio della città di Nardò sopra le Cronache di M.Antonello Coniger leccese. In: Raccolta d’opuscoli scientifici e filologici, Tomo VIII, Appresso Cristoforo Zane, Venezia 1733. Pagg: 235-255. Cfr. Aldo Manuzio, Vita Di Cosimo De’Medici, Primo Gran Dvca Di Toscana, Firenze 1586.
47. Aldo Manuzio, Vita Di Cosimo De’Medici, Primo Gran Dvca Di Toscana, Firenze 1586.
48. Baccio Baldini, Vita di Cosimo Medici: primo gran dvca di Toscana, nella stamperia di Bartolomeo Sermartelli, Firenze 1578, pagg.1-18. Bartolomeo Sermartelli, Firenze 1578, pagg.1-18.
Cosimo sarà eletto Duca della Repubblica Fiorentina, allorquando, compiuti i 17 anni, il suo signore fu ucciso di nascosto da chi sosteneva la fazione avversa, composta da molti esiliati, tornati e unitisi ai ricchi avversari, favoriti di nascosto dai mercanti siti in altri stati, a loro volta aiutati da Papa Paolo III a sollevare la città quanto prima. Ma per il «Senato doue si ritrovaua anche il Cardinal Cibo, cio che fusse da fare per la saluezza della Città in si pericoloso et travagliato stato di quella prestamente con consentimento concorde tutti dissero che non si poteva trovare ne migliore ne più ficuro rimedio per trarre la Città di quei pericoli nei quali ella all’hora si ritrovava che far Prencipe di quella il Signor Cosmo, et così nel palagio dei Medici fù eletto Duca della Republica Fiorentina da tutti quei Senatori che all’hora gl’eran presenti ad una voce il Signor Cosimo di sopradetto con allegrezza et uniuersal contento di tutta quanta la nostra Città, et vscì della stanza nella quale era ragunato il Senato M. Francesco Guicciardini che era uno de i Senatori et lo venne à trovare nella stanza dove e gl’era & glidisse che il Senato l’haveva eletto Prencipe della patria sua, et quindi lo condudde nella stanza dove egli havea lasciato il rimanente del Senato». E fattolo sedere su una sedia «apprestata pur perciò, et dal Cardinal Cibo gli fù confermata per parte di tutto il Senato l’elezione» e «fattogli prometter con giuramento l’osservanza de gl’ordini et delle leggi della Città».
49. Silvio Corona, Successi diversi traggici, et amorosi occorsi in Napoli, et altrove a Napol[lita]ni, composti dà Silvio Corona, MSS in originale.
50. Francesco Inghirami, Storia della Toscana, in sette epoche distribuita, Volume 12, Tipografia Fiesolana, Firenze 1843.
51. Camillo Porzio, La congiura de’ Baroni del Regno di Napoli contra il Re Ferdinando I. In: F.Bertini (a cura di) La Congiura de’ Baroni del Regno di Napoli contra il Re Ferdinando I raccolta da Camillo Porzio, Tipografia di Francesco Bertini, Lucca 1816. Ristampa della ‘operetta’ rinvenuta dall’autore a Lucca, essendone state fatte in precedenza solo due ristampe, la prima nel 1565 in Roma, la seconda nel 1724 in Napoli a cura di Giovanni Andrea Benvenuto. Ma questa del Bertini, a suo dire, si troverà di quelle due antecedenti molto migliore.
52. Benedetto Croce, Storie e leggende napoletane, seconda edizione riveduta, Bari, Giuseppe Laterza e figli, tipografi editori librai, 1923.Pagg.166-196, cap.VI, Isabella del Balzo. Regina di Napoli. Pagg.166-170. Alessandro morì poco dopo, quando, fidandosi di Lorenzo de Medici, «andando con lui di notte a suoi amori, s’assicurò di mettersi in letto solo, in casa di detto Lorenzino», ma «fu da lui assalito, e morto, e in suo luogo, dagli amici di quella casa fu eletto Cosmo de Medici».
53. Rastrelli, cit.
54. Giovio, cit.
55. Anonimo, Manoscritto inedito. Estratti in copia di autore ignoto, fedeli all’originale e pubblicati per la prima volta a stampa. Stesura c.a. anno 1580. D’ora in avanti: Anonimo, Manoscritto inedito. Esso è simile, ma differisce in alcuni particolari inediti, dalla copia letta da Gravier e firmata da Antonino Castaldo, Avvenimenti più memorabili fucceduti nel Regno di Napoli sotto il Governo del Vicerè D.Pietro di Toledo, in: G.Gravier, Raccolta di tutti i più rinomati scrittori dell’istoria generale del Regno di Napoli, Napoli 1769, VI. Ma l’inedito non è stato scritto dalla stessa persona, perché il linguaggio da diurnale dell’Ignoto appare antecedente a quello del copista Castaldo di circa 50 anni, seppure manomesso e storicizzato da Gravier. Pertanto, allo stato, risulta non esatto dire che Ignoto e Castaldo siano state la stessa persona. Ragione per cui, il MSS inedito, da noi consultato in copia originale, certamente differisce per terminologia e orientamento politico (chi è filofrancese, chi filospagnolo) e pertanto si resta dell’opinione che il testo dell’Anonimo, precedente e più genuino, non possa essere stato scritto dal Castaldo, il quale, sicuramente da esso attinge in un secondo momento. V. Antonino Castaldo, Avvenimenti più memorabili fucceduti nel Regno di Napoli sotto il Governo del Vicerè D.Pietro di Toledo, a cura di: G.Gravier, in: G.Gravier, Raccolta di tutti i più rinomati scrittori dell’istoria generale del Regno di Napoli, Napoli 1769, VI. Gregorio Rosso, Historia delle cose di Napoli sotto l’imperio di Carlo V, Gravier, Napoli 1770. Alessio Aurelio Pelliccia, Raccolta di varie croniche, diarj, ed altri opuscoli, vol.I, Perger, Napoli 1780. Biblioteca Brancacciana (III, A, 9); Capasso, Codice Vaticano latino (11 -735), Ristoria delli rumori di Napoli; Salvatore Nigro, Dizionario Biografico degli Italiani.
C’è da aggiungere, infine, che il MSS primario può non essere neppure quello dell’Ignoto, il quale, come Castaldo, attinge gli episodi più antichi da altri, essendo state rinvenute in successioni copie di diverse cronache più o meno simili. Cfr. Capasso, Ristoria delli rumori di Napoli, Mss, in: Codice Vaticano latino (11 -735), ex Biblioteca Brancacciana (III, A, 9).
Cfr. Gregorio Rosso, Historia delle cose di Napoli sotto l’imperio di Carlo V, a cura di Gravier, Napoli 1770. In: Alessio Aurelio Pelliccia, Raccolta di varie croniche, diarj, ed altri opuscoli, vol.I, Perger, Napoli 1780. Cfr. Antonio Doria, Compendio d’Antonio Doria delle cose di sua notizia et memoria occorse al mondo nel tempo dell’Imperatore Carlo Quinto, appresso Antonio Bellone, Genova 1571.
56. Dominici, cit. «Indi assistendovi i deputali, e governatori, creati per dirigere cosi allora la fabbrica, come poi la chiesa, ed assistendovi spesse volte lo stesso Viceré in persona, fu alla perfine compiuta nel 1548, come si sa dagl’istrumenti rogati per vari contratti, che dovettero farsi per la suddetta fabbrica; e fu la chiesa dedicata a S.Giacomo apostolo, e consegrata con molta solennità nel 1549».
57. Giovanni Luigi Lello, Historia della Chiesa di Monreale, Vite degli Arcivescovi, Abati e Signori di Monreale, Volume 2, 1596.
58. Giovio, cit.
59. Rossana Sodano, Lo Stracciafoglio, n.1. Da: https://edres.it/wp-content/uploads/2016/05/stracc1_ippolito.pdf, «La morte di Ippolito de’ Medici: nuovi documenti dall’Archivio Gonzaga, Introduzione».
60. Ivi.
61.Filippo de’ Nerli, Commentarij dei fatti civili occorsi dentro la città di Firenze, Volumi 1, Colombo Coen, Trieste 1859, pagg.220-230.
62. Giovio, cit.
63.Filippo de’ Nerli, Cit.
64. Giovio, cit., pagg.390-392.
65. Rastrelli, cit.
66. https://www.ilcastellodiitri.it/punti-di-interesse/assisinio-di-ippolito-de-medici. L’Assassinio del Cardinale Ippolito de’ Medici. Lettere riprese dal libro di Luigi Muccitelli, L’Assassinio del Cardinale Ippolito de’ Medici (il colpevole imprigionato e interrogato nel Castello di Itri). «I manoscritti originali sulla morte per avvelenamento del Cardinale Ippolito de’ Medici in Itri nel 1535, si trovano nell’Archivio Generale di Simancas in Spagna e si pubblicano per la prima volta in assoluta mondiale». Cfr. Rossana Sodano, La morte di Ippolito de’ Medici: nuovi documenti dall’Archivio Gonzaga (1535), Lo Stracciafoglio, a. I, n. I (n. 1), I semestre 2000, pp. 29-35.
66. Rastrelli, cit.
67. Ivi.
68. Giovio, cit.
69. Rastrelli, cit
70. Le lettere sono in: Rossana Sodano, La morte di Ippolito de’ Medici: nuovi documenti dall’Archivio Gonzaga (1535), Lo Stracciafoglio, a. I, n. I (n. 1), I semestre 2000, pp. 29-35. Dice Sodano: «Cito da Lettere a Pietro Aretino, a cura di Gonaria Floris e Luisa Mulas, Riproduzione della stampa Marcolini, Venezia 1552, Roma, Bulzoni, 1997, vol. II, lettera n. 258, p. 260). L’offensiva diplomatica del duca Alessandro non si limitava però soltanto al proposito di scagionarsi dall’accusa di omicidio».
71. Rossana Sodano, cit.
72. Ivi.
73. Ivi.
74. Ivi.
75. Filippo de’ Nerli, cit. Così: – Menò seco a Napoli per consiglieri suoi Messer Francesco Guicciardini, Ruberto Acciaiuoli, Matteo Strozzi, ed appresso a questi menò anche seco Bartolommeo Valori in apparenza per la medesima cagione, ma non già il meno per consigliarsi seco, nè per fidarsene in conto alcuno, anzi piuttosto lo fece per levarlo di Firenze, e per non gli dar cagione che dovesse convenire, massimamente cosi alla scoperta e così presto, con Filippo Strozzi; ed anche lo fece osservare sempre con molta diligenza in tutto il viaggio, ed in Napoli ancora era Bartolommeo molto maggiormente osservato, e per conto del Duca n’era tenuta cura grandissima….
Volle ancora il Duca aver seco in Napoli i fratelli de’ due Cardinali, però menò seco Alamanno Salviati e Luigi Ridolfi, ed all’ incontro di Filippo Strozzi aveva come di sopra si è detto, tirato fuori del consiglio Matteo Strozzi cugino di Filippo; e in questa guisa veniva il Duca a dimostrare all’ Imperadore ed agli agenti suoi, che co’ Cardinali, con Filippo e co’ fuorusciti non concorreva la maggior parte della nobiltà di Firenze, come si persuadevano e dimostravano, che fosse stato loro mostrato da’ suoi avversarj.
Per la qual cosa quelli avversarj del Duca, oltre all’essere tra loro di varie opinioni, che facevano più difficili le loro imprese, avevano un’ altra difficultà importantissima, e questa era, che non potevano bene assicurare l’Imperadore, come principalmente Sua Maestà desiderava (massimamente essendo loro mancato il Cardinal de’ Medici) che la città potesse star ferma alla sua devozione, essendo ella tanto inclinata alle parti Franzesi, quanto ell’ era, e come a Sua Maestà era notissimo, e tanto più s’ ella si fosse ridotta sotto uno stato popolare come disegnavano i fuorusciti, che furono nel 1530 confinati.
76. Le lettere sono in: Rossana Sodano, La morte di Ippolito de’ Medici: nuovi documenti dall’Archivio Gonzaga (1535), Lo Stracciafoglio, a. I, n. I (n. 1), I semestre 2000, pp. 29-35. Scrive Sodano che «purtroppo delle tre facciate che la compongono (Busta n. 885 cc. 469r- 470r) le prime due sono assai consunte e la lettura è in taluni punti impossibile. Essa è in gran parte scritta dal cancelliere del Peregrino, la cui scrittura è molto nitida, ma la cui mano, assai pesante, ha impregnato a tal punto di inchiostro la carta che essa ha finito per corrodersi in più punti; la terza facciata invece, e cioè la chiusa della lettera, è di pugno del Peregrino, il cui tratto di penna è finissimo ed essa si è perciò conservata perfettamente. Il testo della lettera è di grande suggestione per il crescendo di commozione che giunge a toccare nell’urgenza dei fatti anche l’animo del vecchio cortigiano».E sull’ultimo passo Sodano aggiunge che è «passo dal quale si ricava che, se il timore di questo avvelenamento risulta sventato, esso testimonia però che l’aspettativa che potessero essere colpiti anche altri membri dell’alleanza stabilitasi tra il Medici e i fiorentini dissidenti era grande e non priva di fondamento. Dopo di che l’agente gonzaghesco imprende a illustrare le conseguenze del probabile decesso del cardinale de’ Medici, la cui scomparsa potrebbe rendere vacanti una gran quantità di cariche da lui detenute e che il pontefice Farnese conferirebbe senz’altro ai suoi “pavonzini che sono li dui cardinalini nipoti”… A questo punto però le notizie provenienti da Itri danno qualche spiraglio di speranza e la lettera ne dà immediatamente conto (si avverta però che è uno dei passi di più ostica lettura): “Doppoi scritto […] sopra, è venuto aviso come el Reverendissimo de’ Medici è alquanto megliorato et vomitato […] di quello veneno, nondimeno in questi meglioramenti de veneni pocho vi si può sperare”. Seguono quindi altre notizie non più concernenti la vicenda del Medici e che terminano con l’informazione relativa a una taglia posta da Carlo V sulla testa del pirata Barbarossa».
Per quanto riguarda la missiva di Gonzaga, dice Sodano, che essa rappresenta «la seconda grave omissione operata dal Luzio nel rendere conto delle notizie sulla morte del cardinale Ippolito de’ Medici ricavabili dalle carte gonzaghesche riguarda infine la lettera (Busta n. 885 c. 162rv), inviata il medesimo 10 agosto, al duca Francesco dal fratello Ercole, il potente cardinale accorto protagonista per lunghi decenni della politica filo-imperiale all’interno del collegio cardinalizio. In tale lettera, che qui riproduco integralmente sciogliendo le abbreviazioni, due altre notizie vengono fornite, entrambe discordanti con la ricostruzione dei fatti proposta dal Luzio. Intanto compare il nome del diretto mandante dell’omicidio, Alessandro Vitelli, capitano delle truppe fiorentine, e la circostanza rende ancor più verisimile la confessione del sicario, che dunque non avrebbe indicato genericamente il mandante nel duca Alessandro; in secondo luogo, Ercole Gonzaga rivela che il giudizio comune sulla condizione fisica del Medici (“giovane et gagliardo”) era ben diverso da quello che voleva il Luzio nel suo desiderio di attribuire agli eccessivi “desordini” la causa del suo decesso, disordini fatti risalire “al terribile attacco di mal francese” che si sospettava aver colpito il cardinale l’anno precedente».
77. Ivi.
78. Rastrelli, cit.
79. Ivi.
80. Giovanni Luigi Lello, Historia della Chiesa di Monreale, Vite degli Arcivescovi, Abati e Signori di Monreale, Volume 2, 1596.

 

 

 

 

 

Description

 

 

IPPOLITUS DE’ MEDICI MORTO PER IL PIACERE DI ALESSANDRO DUCA DI FIRENZE

E DEL SUOCERO DON PEDRO DE TOLEDO VICERE’ DI NAPOLI

I delitti del Cinquecento sono infiniti. Storie d’amore e di tradimenti, politici e familiari: i gialli storici si moltiplicano solo a ripescarli dal cilindro dei secoli. E’ il sangue di amici e parenti trafitti che ribolle, rivoltando sottosopra gli stati della povera Italia, dalla Duchessa d’Amalfi, uccisa a Venezia, agli amori all’acqua tofana. Costumi leggiadri che colpiscono Spaccanapoli e Piombino, con gli assassinii del secolo, del Principe Appiani e della Duchessa Maria d’Avalos, per finire con Bianca Cappello a Firenze e con il Principe e la Principessa di Salerno, nelle mire del Viceré di Napoli.
Il nostro prologo sulle storie insanguinate alimenta la collana sulle storie insanguinate dal potere degli uomini e giunge al Cardinale Ippolito de’ Medici, giovane rampante, abbandonato da Carlo V, pronto a preferirgli il cugino Alessandro, per Duca e per genero, e a lasciarlo morire lontano dalla Patria, in odore di rivolta e avvelenato fra gli strazi. Una pena durata dieci lunghi giorni, mentre mezza Firenze si recava a Napoli per trattare con quel Re e Imperatore.
Eppure Ippolito, stando al resumé storico, fu Cardinale scelto dalla sua stessa Casata, fatta tornare a Firenze per riconquista imperiale, e perciò pronto a rivendicare il posto di Duca, come erede più anziano, osannato a gran voce dai fuoriusciti e dalle famiglie più in vista. Né gli bastarono la cattedra di Monreale, la corte imperiale, i viaggi e l’essere paladino del partito di opposizione: lui voleva essere Duca.
Ecco allora che la congiura si allarga e prende piede in suo nome, lasciando scoprire al vero Duca, Alessandro de’ Medici, il disegno criminoso del parente stretto, pronto a farlo uccidere. Ora un filtro d’amore, ma non è veleno; ora una tregua per le nozze di Caterina in Francia, ma non è la pace; ora l’apertura in famiglia; ma non è il dialogo.
Da qui la decisione di Ippolito di affrontare a viso aperto l’Imperatore, recandosi da Roma a Napoli, pronto a guastargli la festa della vittoria riportata a Tunisi. Sarà il suo ultimo viaggio, finito a Itri, proprio nei giorni in cui si annunciano le nozze napoletane fra la figlia di Carlo V e il Duca.
A dargli la zuppa avvelenata fu il suo staffiere, frate Andrea, per ordine partito forse dal capitano fiorentino Vitelli e con l’avallo del Viceré di Napoli, Don Pedro di Toledo, prossimo a genero di Alessandro.
Cinque giorni di agonìa in cui si processa lo scalco, il quale confessa, poi ritratta, poi viene arrestato e infine pagato e liberato in quel di Firenze. Questo mentre il povero Cardinale si spegne e finisce i suoi giorni più atroci, che ormai assommano a dieci.
Il mattino dopo è proprio il Viceré di Napoli, l’uomo che bloccò il prelato in partenza per la Sicilia, prima ancor che per Napoli, per raggiungere l’Imperatore. Fu infatti Don Pedro a ignorare i verbali di condanna e la confessione dello staffiere, annullando ulteriori torture e l’esecuzione capitale, e infine a concedere la grazia al colpevole. E fu sempre lui, avvisato della morte di Ippolito a darne annuncio di suo pugno, al suo Re, per poi ricordargli, nella stessa missiva, la promozione per il figlio.
Una lunga lettera del Cardinale, destinata al medesimo Carlo V e forse a lui mai giunta, chiude questo libello di intrighi, sconosciuti ai più, e apre la mente al lettore sul post Rinascimento.

Sabato Cuttrera

prologo.
IL GIALLO del cinquecento:
veleni, spari e pugnali corti

— Il sangue dei parenti uccisi per amore
— Duchessa in Amalfi e omicidio a Venezia
— Amore all’acqua tofana: i costumi leggiadri
— Spaccanapoli e Piombino scuotono l’Italia
— L’amor tenace di Bianca Cappello
— Spedito per amico intimo alla Corte imperiale

1.
ippolito, il giovane rampante
gentile e amorevole con carlo v

— Il Cardinale scelto dalla Casata de’ Medici
— Mezza Firenze vorrebbe però un altro Duca
— Il «Don» rinuncia, torna a Firenze, poi ci ripensa
— La cattedra di Monreale e la fuga da Carlo V
— Il viaggio per incontrare il suo Imperatore

2.
il cardinale trama contro il duca
e diventa paladino dei fuoriusciti

— Gli esiliati congiurano per la scalata di Ippolito
— Il tentativo di fare fuori Alessandro I

3.
la congiura si allarga
e coinvolge monsignore cybo

— L’arcivescovo Cybo ingaggiato per uccidere
— L’inganno scoperto dal Duca di Firenze

4.
l’imperatore sceglie il duca,
sospetti di congiura su ippolito

— Il Duca riassetta la città e bandisce i nemici
— Filtro d’amore per il Duca: ma non è veleno
— Tregua in Francia per le nozze di Caterina
— I fuorusciti e Strozzi invitati al dialogo
— Alessandro si fida solo di Cosimo…

5.
l’ultimo viaggio fermato
dal vicere’ e dal veleno

— L’Imperatore parte per liberare Tunisi
— Carlo torna e Ippolito si avvia da Roma
— Cerimonie infinite al Castello e nozze del Duca
— Ma alla festa manca un invitato: Ippolito
— 5 giorni di detenzione e strazi prima di morire
— L’arresto dello staffiere che confessa e poi ritratta

6.
liberato dopo l’interrogatorio:
lo staffiere confessa, ma ritratta

— Il Cardinale morto oltre il 10 agosto
— L’interrogatorio di Andrea, unico indiziato
— I verbali di condanna dello staffiere colpevole
— La confessione finale dopo la tortura
— L’esecuzione annullata, il colpevole graziato

7.
la morte lenta per veleno
durata dieci lunghi giorni

— L’ordine partito dal capitano Vitelli di Firenze?
— Il Viceré annuncia a Carlo V dell’estrema unzione

appendice documentaria
LETTERA DI IPPOLITO DE’ MEDICI A CARLO V

 

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