11. Altavilla nel 1746

30,00


Copertina posteriore

Presentazione

Scopo di questo lavoro che andiamo a presentare al pubblico è documentare l’articolazione degli scenari politici ed economici attraverso arti, professioni, imposte e gabelle dei Catasti Onciari in modo che si abbia un quadro storico della vita sociale nel Regno di Napoli del Settecento. L’intenzione è quella di pubblicare un numero al mese, uno su ogni comune che formano l’ex Provincia di Principato Ultra del Regno di Napoli. Perché i Catasti Onciari? Innanzitutto perché introducono nuovi sistemi di tassazione da cui si ricavano le condizioni reali della vita della gente. E’ vero. Nelle altre parti d’Italia i beni venivano valutati dal fisco, mentre nel Regno di Napoli e, dunque, anche ad Avellino, si procedette su dichiarazioni di parte, con tutti gli inconvenienti (false rivele, diminuzione della consistenza dei propri beni, negazione addirittura di possederne) che tale sistema comportava. I catasti comunali, teoricamente, avrebbero dovuto servire alle amministrazioni locali per una equa tassazione, che, al contrario, molto spesso veniva fatta gravare artificiosamente addirittura sui meno abbienti. Era necessario per ovviare a questi veri e propri soprusi che i dichiaranti indicassero tutti i beni stabili, le entrate annue di ciascun cittadino e dei conviventi. I nobili dovevano rivelare i beni posseduti nella propria terra e anche quelli in cui abitano con la famiglia e con i congiunti, facendone una breve, chiara e distinta sintesi sul margine della rivela (autodenuncia). Fine del Catasto Onciario era quello che il povero non fosse sottoposto a tasse esorbitanti e che il ricco pagasse secondo i suoi reali possedimenti. In base a questo principio i sudditi vengono tassati non solo per il possesso dei beni immobili, ma anche singolarmente per le industrie che possiedono, commercio, mestiere o arte che esercitano. Dunque oltre all’imposta patrimoniale restava anche in vigore la vecchia imposta personale. Infatti il focatico, l’imposta del nucleo familiare dovuto da ogni focolare, venne sostituito dal testatico, l’imposta pro capite a quota fissa, pagato da tutti coloro che non vivevano nobilmente, cioè solo da coloro che si dedicavano al lavoro manuale.
Questo aiuta i cittadini di oggi a scoprire i nomi, i mestieri e le arti dei propri antenati. Un merito che va soprattutto al direttore Arturo Bascetta, che si è sobbarcato con perizia e volentieri l’immane lavoro di una collana aperta a più collaboratori, come già abbiamo visto per i volumi pubblicati. E’ la meravigliosa documentazione del Catasto Onciario portata alla conoscenza diretta degli eredi di quei nonni.

Ing. Francesco Maselli
Presidente Provincia di Avellino

Description

Dal popolo dei bracciali si fanno largo i primi speziali

Si tengono lontano da Altavilla i ricchi forestieri e gli abili maestri di particolari arti, come il tintore di panni, per tingere le stoffe dei lanieri, come accadeva ad Avellino e a Palena, in Abruzzo, stando a quanto descritto nella cronaca del Bindi, dove si obbligavano i vassalli a tingere i panni nella tintoria del Duca.37
Lì il livello non era neppure competitivo con l’Europa in quanto necessitava acquistare per la migliorazione delle tinturiere, qualche ottimo tintore, straniero onde sulle di costui istruzioni ed insegnamenti d’intelligenza co’ migliori de’ nostri chimici si possa stabilire e distendere nelle fabriche tutte del Regno il buon gusto, la delicatezza e la perfezione delle tinte.38
Resta inteso che, anche in comuni non lontani, come Piedimonte d’Alife, esisteva una tintoria privata, con ben 13 tintori, e la Tinta grande, dietro il Mercato.39
Diciamo che il paese è molto legato alle tradizioni popolari. Siamo in pieno periodo di scoperta del corpo umano, grazie agli speziali per gli unguenti medicamentosi, e ai ricercatori di cosmetici, ciarlatani e non, che propongono prodotti di bellezza tratti da piante naturali. La rosa di Gerico si apre tra le undici e mezzanotte, si espone alla rugiada e si mette sui capelli: il tal modo si è liberi dal mal di testa e crescono i capelli. Si va quindi alla ricerca del rimedio naturale, della cura per forza, del prodotto che liberi da piccoli fastidi e da dolori tormentosi. Addirittura si utilizzano gli stessi medicamenti nella magia popolare, volendo anche per tenere lontani i fulmini e altre calamità dalla casa in cui essa è custodita.40
E’ un secolo in cui ci si impone il rimedio attraverso libri, vademecum e consigli. Decine di manoscritti diffusi in tutta europa, fra cui il più antico del 1200 (oggi a Oxford, Bodeleian Library), poi riuniti nel Thesaurus Pauperum, una raccolta di ricette per ogni specie di malattia o di disturbo, ordinate a capite usque ad pedas secondo la visione della scuola salernitana nella quale confluivano la tradizione medica greca, latina, araba e giudaica. Il Thesaurus rappresenta un significativo manuale di medicina medievale scritto soprattutto per beneficio degli studenti poveri che non potevano permettersi molti libri. Si tratta di raccolte di ricette, fra il Viaticus di Costantino l’Africano e il Thesaurus del 1250 circa, secondo l’ordine della medicina salernitana, dalla caduta dei capelli, de casu capillorum, alle malattie dei piedi, de gutta arthetica et podagra, rinvenute nell’edizione siciliana.41
Ad Altavilla non vi sono speziali manuali, diremmo di second’ordine, due dei figli dei magnifici si dicono genericamente secolari, mentre spadroneggiano un po’ ovunque. I nobili hanno per abitudine mandare i loro figli a divenire speziali manuali in una delle tante botteghe, fra le piazze e le vinelle, quasi fosse un praticantato per scolari divenuti studenti.42
Medicina popolare che si incontra con il folclore, sebbene le annotazioni demo-antropologiche sono spesso dimenticate da storici locali animati da vuoto campanilismo non solo in Terra di Lavoro.43
Aspetti di cultura agro-pastorale spesso impossibili da ricostruire per quella maledetta voglia, per dirla con Lutzenkirchen, di rimuovere, di proposito e in tempi molto brevi, quanto potesse ricordare una epoca pur non lontanissima di disagi, di difficoltà e di miseria. Così, al tempo stesso, si è inteso (soprattutto dall’alto) cancellare la coscienza delle proprie origini, nella prospettiva di una vita soltanto economicamente migliore.44
La crescita di grandi paesi è dovuta anche alla presenza di uno stampatore, cioè una stamperia in loco,45 purtroppo assente un po’ ovunque. Anzi, non è difficile, incorrere in episodi di omonimia.46
Resta il fatto che nel Regno vive una gran massa di ignoranti ed è dal lontano 1456 che, in Germania, uscì dalla bottega dell’artigiano Johan Gutenberg, per la prima volta, un libro a stampa, non più scritto a mano. Un’invenzione che ebbe un travolgente successo e permise agli stampatori di raggiungere negli anni altri luoghi, cioè i più fiorenti centri di commercio del continente europeo, che offrivano le migliori prospettive di guadagno. Va considerato quindi che in ogni Provincia del Regno ci potessero essere una media di cinque stamperie, comprese quelle statali.47
Sono piccoli elementi che contribuirono allo sviluppo di altri paesi, mentre sulla ex Montagna di Montefusco le cose precipitavano. Anche Chianca, a causa dello spopolamento, si prepara all’accorpamento con Chianchetella e altri vecchi casali distrutti (San Pietro in Delicato), prendendo tutti il nome di Chianche. Dagli antichi loci scomparsi oltre Barba e Tufo, erano nati altri piccoli villaggi, come Santo Stefano del Castello di Serra, Li Sellini, Scaurajoli, Lo Pezzuottolo, Cardogneta. Sono luoghi appartenenti al Castello di Serra, come il Bosco del Tremolizzo o Bosco Grande, Saudelle seu Scoppole, presso l’Oratorio dei morti della Terra di Prata, il terreno ormai senza chiesa di San Nicola, San Barbato o i possedimenti in tenimento di San Lorenzo di Manocalzati. Luoghi che chiedevano di essere collegati fra loro con nuove strade sempre meno impervie.48
Per questo e per altri motivi (legati all’ignoranza e allo strapotere dei feudatari) Altavilla, come gli altri paesi, non ebbe immediato sviluppo e restò arenato fra i suoi 2000 abitanti circa. Dall’Unione delle once, sezione del Catasto di solito chiamata Collettiva generale delle once, cioè del reddito imponibile dei contribuenti (reddito proveniente da attività lavorativa, cioè industria, unito al reddito sui beni) si evince che, nel 1746, gli altavillesi hanno dichiarato un reddito imponibile di 15.343 once e passa, quasi otto volte quello di Torrioni.49
Elenchi di nomi e numeri concentrati nel librone del Catasto Onciario della Terra d’Altavilla: centinaia di pagine che abbiamo riassunto fedelmente in questa pubblicazione dopo averle lette, interpretate e trascritte al solo scopo di renderle fruibili a tutti.50

Stando ai residenti Altavilla non ha molti ricchi, anzi. Si può affermare che la maggior parte di essi è costituita da soli forestieri.51
Il riferimento va principalmente all’Illustre Possessore di questa Terra d’Altavilla Eccellentissimo Signore Don Bartolomeo VI di Capua e di questa Gran Conte [d’Altavilla].52
Il Gran Conte di Altavilla, infatti, non è presente nel suo stato feudale, sebbene abbia un sontuoso e antichissimo Palazzo Comitale. E’ il Gran Comital Palazzo edificato da suoi antecessori vicino la Maggior Chiesa Collegiata per uso proprio e de’ suoi ministri. Sono le poche notizie che si ricavano sul palazzo, che si è arricchito di più picciolo giardino di delizie e con casa con comodo del giudice a lato, e Carcere Civile e Criminale, sotto le grate. Oltre di esso il Gran Conte possiede alcuni beni in costruzione, come le fabbriche alla Piazza per uso di Cavallerizza con molte stanze per uso di abitazione de’ famigli, e per riporre biada, paglia, ed altro bisognevole a mantenimento de’ cavalli, co ponte di fabbrica verso la strada delle Pietre. Questa di Via delle Pietre è un vero borgo, più che una strada, arricchito dalla Taverna sotto la Cavallerizza e l’Archi del di lei Ponte. Altri possedimenti riguardano parte dello Bosco della Palata e molino, numerosi territori e rendite da capitali annui per un valore di oltre 1945 once dichiarate.53
Altri possessosi feudali forestieri sono l’Illustre Possessore della Terra di Chiancatella Signore Don Giovanni Filippo Ripa, il quale vanta rendite annue da diversi cittadini di poco più di 5.16 once,54 e l’Illustre Possessore della Terra della Grottolella, Signore Marchese di Ruggiano che ha territori e casa a Lo Borgo dichiarandosi 76.20 once.55
Vi sono poi i possessosi forestieri che chiameremmo ‘minori’, definiti forestieri non abitanti laici residenti nei paesi del circondario, in alcuni casi originari di Altavilla in quanto definiti nativi.56
In numero di 26 sono di Grottolella, 1 di S.Angelo a Scala, 8 di Pietrastornina, 3 di Terranova d’Arpaise, 1 di Chianchetelle, 2 di Petruro e così via. Vale la pena di ricordare che alcuni di essi sono benestanti, come il magnifico Matteo Forte di Montoro che ha comprensorio di case alla Piazza da 249 once e passa, il dottore fisico Angelo Pepere di Summonte che dichiara oltre 105 once, il dottor Gennaro Senzale di Mercogliano con case allo Fuosso per 314 once o poco più.57

Il mercadante è la figura storica per eccellenza del mercante veneziano o fiorentino. Ma la mente non deve andare solo verso le stoffe, quanto ai prodotti commestibili come olio e farine, benchè commerciassero le cose più strane, come gli avi della famiglia Zambelli di Padova, i quali, secondo il Capellari, erano mercadanti di malvasia, il cui negozio li aveva resi ricchi. Nel nostro caso, viste le attinenze con i mestieri di Solofra legati alla concia delle pelli nella Valle dell’Irno, il mercadante casertano può essere definito un ricco conciapelli e mercante, come quello che descrive la De Maio, che impegnava nelle attività di mercatura ben 6000 ducati mentre a Solofra si arrivava a 2500. Si tratta del Magnifico Gennaro de Maio, il quale, oltre ad essere uno dei pochi a mandare i figli a studiare a Napoli, possiede una abitazione palaziata con appartamenti, magazzino e giardino, terreni ovunque e varie stanze d’uso conceria, facendo industria con suo fratello Angelo in compra e vendita di lana, sole, coirame ed altre mercerie ducati 6000 con l’aiuto di due muli da sella. A Capua il mercadante si distingue dai due mercanti di panni come capita per i carresi o lavoranti di carrese, ma la loro condizione dovrebbe riferirsi sempre a quella dei conciari per i quali, fra addetti diretti ed indiretti, bisognerà considerare l’indotto, se non altro per la presenza di tutte le figure legate a questa attività, dal coiraro al carrese, inesistente in origine nel territorio di Altavilla, sebbene, in seguito, vi nasceranno delle concerie.20
Nelle città compaiono mestieri diversi, ma l’attenzione si sofferma su fondachiere, merciari e mercadanti. Nel caso mariano il fondachiere, colui che ha un negozio terraneo, è anche merciaro; nel Catasto di Capua, invece, non compaiono fondachieri, bensì quattro merciari, un garzone di merciaiolo ed un serviente di merciaro. Di sicuro registriamo un mercato cittadino legato alla fabbrica e al commercio di stoffe. A S.Maria le realizza nella sua fonderia il fundachiero de’ panni magnifico, esponente di una famiglia legata al mondo del vestiario con l’orlettaro. Le stoffe si smerciano all’ingrosso con i mercadanti, come il mercadante de panni o il mercadante de’ pannini indi al negoziante. Quello della stoffa è un indotto che funziona: va dal cardatore di lana e dai due matarazzari ai cappellari. Mestieri ben rappresentati dai classici telajoli, venditori di tela e venditori di tele orlette i quali, insieme agli altri venditori di tabacco, formaggio e olio sono il vero polso commerciale delle città.21
Ad Altavilla il commercio ancora deve prendere piede, sebbene si siano stanziati in paese, il maccaronaro Angiolo Carpentiero di Fortino, perchè ha sposato una Bertolino, e, proveniente da Cava, il tessitore Giovanni Battista Salzano di 42 anni, il quale abita con la moglie Beatrice Salzano, ma non ha figli, nè ha garzoni che portino avanti la sua attività ben sviluppata invece, insieme a quella della concia, nella fascia che va da Atripalda a Solofra.
Parlando del Catasto Onciario di Solofra la De Maio cita uno Stefano di S.Agata di Serino fondachiere a S.Severo e, nel pubblicare un documento notarile che contiene l’inventario dei beni di una distinta famiglia, cita Costantino vescovo di Caiazzo. Scrive che nella casa sottana chiamata magazzino si è ritrovato Grano tomola venti, carne e pesce salati, caso vecchio, caso fresco, casicavalli, forni, cioè infornate di pane e pizze ripiene, risi, maccaroni, ed altre robbe commestibili per quotidiani alimenti.23
Nonostante questa scarsa vivacità è inevitabile che un borgo vada assumendo una veste più bella che registrerà in pochi anni trasformazioni e salti di qualità della popolazione per migliorare la singola condizione sociale, potendo ogni magnifico diventare negoziante o commerciante. Evidentemente la bottega nasce come una sorta di scaffale di prodotti conservati nel momento in cui, per la presenza di forestieri e viaggiatori, aumenta la richiesta. Anche perchè, nel campo del fresco, non vi sono nè piscevendoli, nè chianchieri delle chianche per la commercializzazione della carne, chiamati anche macellari, i quali, nelle città, come nel caso di S.Maria, hanno pure il garzone macellaro. Chianchiere che si differenzia nettamente dal chincaro, figura inesistente, il quale, utilizza un vacino con fornace dà far tetti altrimenti chiamati chinchi. Ecco perchè gli operai, detti chincari, non posseggono beni, ma rappresentano figure di grande interesse per l’espansione del commercio da un capo all’altro del Regno.22
La situazione alimentare di Altavilla è quindi ancora priva di mercato, lontana da realtà cittadine dove sono presenti cafettiere, pizzicarolo, pesciavendolo, panettiero, cernitore di grano, fatta eccezione del maccaronaro, sebbene la lista si va allargando per la nutrita presenza anche di prodotti della terra e non solo di trasformazione, venduti nei mercati di Terra di Lavoro dall’ortolano, dal fruttaiolo e dal verdummaro.24 Ancora un’altra cosa è l’affittatore di molini che sembra avere una licenza per svolgere ufficialmente il suo ruolo privatamente, per il feudatario o per conto della stessa amministrazione pubblica, come accade nelle grandi città.25

Non c’è invece in territorio altavillese la figura del soldato di campagna o dello scoppettiere, italianizzato in schioppettiere, cioè soldato armato di schioppo, l’arma da fuoco portatile considerata non molto efficace (almeno nei primi tempi) e lenta a caricarsi, sebbene sostituì presto le balestre utilizzate in gran numero per l’ultima volta durante l’assedio di Torino del 1536, quando un solo balestriere uccise più nemici degli stessi archibugeri, come ricordano i balestrieri di Sansepolcro. Dallo schioppettiere sarà bene distinguere il fucilaro, o fuciliere, da non confondersi con l’armiere, ma tutti comunque legati al servizio militare e ben distinti a Capua, sede del provveditore di truppe, fra cavalcante, capitani, sergenti, soldati, fuciliere e armiere.26
La De Maio trascrive che, un distinto solofrano, nel cammerino seu guardiola appresso detta stanza dello studio verso settentrione vi erano una sedia di appoggio di vacchetta usata, due boffette di castagno usate. Due scoppettiere con tre cherubine e sette scoppette lunghe per caccia. Due paia di pistole per avanti cavallo. Due sciabolotti usati e due spade usate coll’impugnatura di ottone per uso dei servidori. Quindi il termine scoppiettiere viene ad essere utilizzato per indicare il porta armi.27
V’è poi il chiavettiero. I chiavettieri non sono altro che fabbri, chiamati fabbri ferrai, se rivolti prettamente alla lavorazione di cancelli e affini, a volte centrallari perchè lavorano centrelle e centrelloni, ossia dei chiodi che, a seconda della lunghezza, venivano usati per le scarpe, fra suola e tomaia (i più corti) oppure per ferrare gli zoccoli dei cavalli e dei muli (i più lunghi), come vuole il Romagnuolo.28
Il fabbro ferraio chiavettiero è specializzato nella produzione di chiavi artistiche per le serrature dei portoni, antica tradizione rimasta in uso a Campobasso.29
E’ il chiavettiere per agiustarci le chiavetelle, appuntano nel 1715 li Governatori del Banco e Sacro Monte de Poveri, come pure nella nota de chiavi, e mascature fatte nelli Banco, quelle pagate a’ Matteo Amoruso mastro chiavettiero ducati tre correnti, dite sono per una mascatura, per due cascionetti de’ giornali, una chiave alla 33 cassa del nostro Banco. Ma già gli era capitato di sborsare carlini cinque pagate al chiavettiere per agiustarci le chiavetelle nel 1645. L’espressione è tratta da una nota presente nel carteggio custodito nell’Archivio Storico del Banco di Napoli, che precede quella del 1752, quando i governatori pagano a Domenico Fontana mastro chiavettiero ducati dieciotto, tarì 17 correnti, dite per diversi lavori di ferro fatti così per servizio di nostro Banco e Monte.30
Di fabbri generici ad Altavilla ve ne sono due: il ferraro Modestino Villano di Via delle Pietre che già possiede diversi territori da 33 once, e il ferraro Giovanni Ciona, il quale, ha casa propria a Lo Fuosso dove vive con la moglie Sabatina, cioè Sapia Luciano di 37 anni dichiarando oltre 20 once.31 Contrariamente a Caserta, non vi sono capifamiglia a spasso, giornalieri, nè un solo forestiero napoletano privilegiato oppure napotelano senza privilegio che non sia il feudatario,32 e neppure, come accadeva per Puccianello, galantuomini residenti a Napoli.33
Abbiamo anche visto che nell’avellinese, ma soprattutto nel casertano, abbondano i massari: a Briano34 un massaro di pecore che fitta 132 bestie ed un altro, fra cortili e oliveti, ne ha 250, oltre buoi, vacche, giomente e somare;35 ad Alifreda sono tredici famiglie complessive, escluso il mercadante.36
Ad Altavilla massari non ne compaiono se non nella forma di bracciali possessori di animali, specie somari. Questo non significa che manchino possessori di bovi, condotti quasi sempre dai figli definiti menatori di bovi, che arano le proprie e le altrui terre. In verità v’è anche qualche custode di animali, di capre o pecore, ma la presenza è minima, senza paragone con luoghi dove c’è addirittura chi fa il cacciatore per mestiere.37
Nell’area casertana abbiamo registrato montagne di uliveti e un venditore di olio. Sebbene non sia un mestiere nobile, quello dell’ogliararo, in quanto non è il possessore o il trasformatore di olive, attesta il commercio particolare legato ad un prodotto che si ritrova su tutte le piazze.38 Non è la stessa cosa per il bardaro, spuntato fra i 500 abitanti del Casale di Ercole,39 l’unico ritrovato in tutta Caserta, discendente di un antico mestiere legato al cuoio e alla lavorazione del pellame, più propriamente addetto alla lavorazione dei finimenti per cavalli, attrezzi per le cavalcature e per le bestie da soma.40
Metà degli abitanti della Martinafranca del Settecento è rappresentata da conciatori, bardari, sellari, pellari e scarpari, con quasi l’80% della popolazione impiegata nella lavorazione e trasformazione delle pelli.41
Il bardaro è quindi un artigiano sellaio, il futuro brigliaio del 1900 addetto alle bardature degli animali da tiro, dei cavalli e dei calessi, più o meno appariscenti, specie in Calabria e Sicilia. Di bardari professionisti si hanno poche notizie, ma sono diffusi in più luoghi del Regno, da Avigliano a Crotone.42
E’ chiaro che queste sono delle chicche, non mancando in Altavilla mestieri basilari del borgo con a sede la stessa camera dove si vive, come nel caso del barbiero Giovanni Mangino di 45 anni il quale abita in casa propria a Borgo della SS.Annunciata con stanza per uso di bottega, dichiarando 18.26 once.

La prima differenza sostanziale fra le città del Regno ed Altavilla sta nel fatto che scarseggiano professionisti, a meno di notai e medici. Vi sono pochi possessori che vivono del proprio e la gran massa di bracciali, cioè braccianti giornalieri e non, sebbene posseggano dei pezzi di terra. Il quartiere principale non è neppure un luogo di passaggio, mancando perfino tavernari, bettolieri, osterie e quanto si trova in genere negli altri comuni del Regno per i comodi della foresteria. Nelle città la gente è riunita intorno alla Cattedrale vescovile e ad altre chiese minori. Il ceto dei nobili che vive del proprio, e quindi senza un lavoro produttivo, è formato dai magnifici uomini. In genere si tratta di possessori, seguiti dai vire homini, cioè dai “saggi”. Nei borghi altavillesi si riscontra un solo magnifico, un paio di speziali, il dottore fisico, qualche scarparo, ma soprattutto braccianti con e senza terra addetti ai lavori manuali più pesanti. Non vive meglio chi fa lo scarpajo, come nel caso di Giovanni Gaita di Fontanarosa, il quale abita nella casa alla Via delle Pietre dopo aver sposato Amata Criscitello dichiarando poco più di 7 once. Al contrario, va meglio per i due scarpari locali: lo scarparo Giovanni Gaita di Ferrante, il quale abita in casa propria a Pedarina e possiede un comprensorio di case alla Torretta con vari territori (dichiara once 40.4 e 3/4), lo scarparo Stefano di Masi di 50 anni che abita in casa propria alla Teglia e ha casa vicino allo Borgo della Chiesa e [O]spedale della SS.Annunciata e possiede vari territori. Sebbene la vita non sia stata generosa in quanto la moglie Gioseppa Landolfo gli abbia dato una figlia stroppia, Lucrezia di 13 anni, e Giovanni stroppio di 4 anni, e ha anche uno zio decrepito, Antonio Landolfo di 70 anni, sulle spalle, dichiara il modesto reddito di 32.18 e 2/12 di once.43
In verità, oltre ai pochi magnifici già citati, speziali, medici e negoziante, vi sono altri due Don. Vive del suo il magnifico Domenico Papa di 35 anni il quale ha casa propria alla Teglia e un’altra casa vicino alla Chiesa Collegiata. Possiede anche vari territori e dichiara un reddito imponibile pari a 65.28 once. Anche nel suo caso è poca cosa.44
Vive del suo anche il magnifico Giovanni Bosco di 60 anni nella casa propria sita al Borgo delli Villani e ha case a Borgo della SS.Annunciata, in Piazza, a La Via delle Pietre e possiede vari territori. Anche nel suo caso, avendo un figlio bracciale e dichiarando poco più di 93 once, si vede che l’estrazione sociale non proprio alta.45
Il paragone con le città e i grandi Castelli non regge. I quartieri sono fatti di caseggiati piccoli, dove la gente tiene assicurato il funerale grazie alle Congregazioni spuntate intorno alle chiese. A tal proposito si ricorda che fra i forestieri abitanti compaiono l’eremita Frà Pietro di Silvestro e un Frà Domenico Pirone di Tufo, evidentemente presenti in una delle chiese rupestri.46
Uno dei mestieri più diffusi nel borgo (sono almeno in numero di sei) è quello di sartore, cioè il sarto. C’è chi da esso riesce a guadagnare anche bene rispetto alla massa: il sartore Carmine Cirello abita in casa propria a Borgo della SS.Annunciata con stanza allo Condotto e nocelleti a Bortolano, Santo Froniello, Tufara e Tora e campi a Pincera, Pannone e Campo Majuri. Dichiara ben 46 once e passa.47
Per quel che riguarda l’edilizia si segnalano lavoratori in due varianti: il fabbricatore e il muratore. I due muratori sono Crescenzo Arciuolo di 30 anni che abita in casa propria a Via delle Pietre e tiene nocelleti a Rodi, Carbocisi e Monte e dichiara 37 once, e un forestiero proveniente da Bisaccia, il muratore Antonio Mangino di 40 anni, il quale, abita in casa propria al Borgo della Chiesa Collegata dichiarando 8 once e più.48 Mentre i due fabbricatori che guadagnano di più sono: Domenico Antonio Iasiello che abita in casa propria a Pietramazzocatora, e dichiara once 37 e passa, e il fabricatore Liborio Capriolo che abita in casa propria a Cupitella e dichiara poco più di 30 once.49 Non v’è quindi una sostanziale differenza di guadagno, sebbene bisognerebbe fare una distinzione fra chi costruisce le case e chi le aggiusta. Di fabbri, come detto, ve ne sono due: il ferraro Modestino Villano di Via delle Pietre e Giovanni Ciona di Lo Fuosso.50
Ad Altavilla compare però un altro mestiere che sembra unico in quanto non viene definito in nessun altro catasto studiato con tal nome. E’ quello che svolge l’anziano Giovanni Buttafuoco: il barricello. In ogni caso avrebbe a che fare con la custodia del grano nei magazzini. L’unica similitudine, infatti, la si puo’ fare rammentando quanto accadeva nei magazzini di Crotone, dove i vassalli del Duca di Carfizzi, Scipione Moccia, sono accusati di furto. Quel duca, tramite i suoi erari, raccoglieva il grano dalle Terre di Carfizzi, Casabona e S. Nicola e lo faceva condurre nei suoi magazzini di Crotone, da dove poi lo esportava a Napoli. Secondo la testimonianza di alcuni conduttori di grano, i vassalli, non potevano portar via il grano mentre veniva caricato per condurlo dalle aie a Crotone in quanto vigilavano le guardie del barricello. Quel poco che riuscivano a prendere, lo rubavano furtivamente di notte.51
Nessuna presenza invece nella lavorazione del legno in cui, in genere, si distinguono il seggiaro e i barrecchiali costruttori di barili e barilotti, cioè barrecchie e barrecchielle, e cupelle (bigoncio, tinozza), senza voler entrare nel merito di coltellari e orefici (meglio se visti come orologiai), nè dimenticare il congia sedie come viene definito in alcuni catasti,52 in cui, quasi sempre, gli operatori delle arti e dei mestieri, sono dei maestri: mastro-sartore, mastro-fabbricatore, mastro-barbiero, mastro-rammaro del rame, mastro-ferraro, mastro-carrese, mastro-fà-legname, mastro-scarparo, mastro-calzolaio, mastro-sellaro, mastro-chincaro, mastro-pittore, mastro-cataro, ad eccezione dei ciabattini, che restano per sempre ciavattini, e del tallonettaro.53

Santa Maria Maggiore, come abbiamo visto, si distingue quindi soprattutto per la concia, ben esplicitata dalla figura del congiatore di pelli coi figli lavoranti,. L’indotto dà da vivere a centinaia di persone, benchè il mercato sia nelle mani di pochi, ognuno dei quali si definisce negoziante di coiraro e abita in una casa palaziata e si permette il lusso di mandare un ragazzo a fare lo studente in Napoli, da qui la distinzione fra i negozianti venditori di pellami conciari e i coirari titolari delle concerie dove lavorano i conciari.54
Ma non solo. Un’altra distinzione a farsi è con il commerciante coiraro.55 Di tutto ciò in Altavilla non v’è riscontro, neppure per chiarire la posizione dello staccatore di sole, sebbene sia sottile e possibile la confusione con il grossista stoccatore di sale, sebbene meno probabile in quanto non si hanno notizie di funzionari ex magistrati della gabella del sale.56
Niente fabbriche, niente ‘operai’, quelli definiti sempre lavoranti, riferiti a mestieri classici, ben presenti in altri luoghi del Regno: ferraro, cappellaro, fornaro, calzolajo, mandese, merciaro, carozziero, maccaronaro, carrese e chincaro.57 La produzione mariana, per esempio, nel settore conciario, supera di molto quella di Centorano di Caserta, dove appena stanno spuntando i primi coirari,58 che diffondono l’arte del cucitore di pelle59 nel vicino Casale di Tredici dove c’è anche la produzione degli aghi. 60
Piccole differenze che aiutano a capire la diversità del tenore di vita. E così, fra il sosamellaro che si imbatteva nei famosi dolci di pasta dura (susamielli nobili di forma circolare per signori, per zampognari di farina di castagne e miele a forma di ‘S’ cosparsa di mandorle a pezzi e del buon cammino ripieni di marmellata per i frati) e il mastro cortese,61 ricompare il coriaro nella fascia degli artigiani.62
Va però fatta una distinzione fra acoraro e coriaro. L’acoraro è il venditore e produttore di diversi tipi di aghi, fra cui l’aco da coriaro che, già nella seconda metà del 1600, si produceva a San Germano (Cassino), lavorando il ferro locale.63 Quello dell’acoraro, coraro (o produttore di aghi di ferro che dir si voglia) non è un lavoro comune e non va confuso con quello del coriaro che cuce la pelle. Il coraro infatti, cioè quello che produce gli aghi, a differenza del povero coriaro, che riesce a vivere ma non guadagna (perchè quasi sempre i debiti assorbono la rendita) dichiara 3.000 once: più di un nobile! Nel caso casertano si tratta di un esponente della famiglia Pastore, il vero ricco confondibile con un povero, che non appare quindi un lavoratore coriaro, ma il titolare dell’azienda casertana che si dedica alla lavorazione del fil di ferro per la produzione e la vendita degli aghi.64 Il coiraro, invece, è una figura che compare anche nel Catasto Onciario di Solofra, capitale nella lavorazione delle pelli, per descrivere l’artigiano molto vicino al mastro conciatore e quindi legato all’attività di concia. Nel 1578, il maestro coriario Fasano, prende a discepolo per otto anni un giovane di Auletta, nel Salernitano, per istruirlo in arte coriarii nella sua fabbrica di conciar pelli che esercita in Solofra. Quello del coriaro è quindi un lavoro di cucitore che si svolge in una fabbrica per la conciatura delle pelli. E questo lo si evince già da un documento di vendita dei beni demaniali da parte del sindaco del 1555, quando si ascoltano due testimoni: un coriaro facente arte a Solofra e un conciatore di pelle e coriario.65
A Santa Maria sono almeno cento le famiglie che, fra produttori all’ingrosso e facchini,66 vivono nel mondo delle pelli,67 mentre ad Altavilla, come a Caserta e in altri paesi lontani dalle strade principali, il commercio è fiacco e la categoria più forte resta quella dei bracciali costretti a lavorare la terra senza possedere, quasi in ogni caso, bene di sorta alcuna. La Commissione catastale casertana registra un bottegaro de’ spizzoli, un pastaio, meglio definito come maccaronaro, proprio come quello riscontrato ad Altavilla, e un venditore di sale ambulante.68 Le botteghe site nei grossi centri, invece, specie sulle grandi strade di comunicazione, abbondano di prodotti e di gusto, differenziandosi fra quelle che vendono caso ed oglio e quelle che vendono formaggi, dove ci sono cioè i venditori de’ formaggi o di formaggi ed oglio, da cui nasce anche il conduttore di formaggi, venditore di frutti ed altri, fino a giungere in altri settori dove si trova il venditore di tele orlette. Ma è bene precisare che un venditore d’oglio, per esempio, è figlio e subalterno al padre titolare della ditta definito negoziante di oglio, quindi all’ingrosso, che smercia nelle mani del bottegaio nelle botteghe o del venditore ambulante chiamato ogliararo come Pietro Niespolo, fratello dell’ortolano.69
Se a queste aggiungiamo i macellai e i venditori di vino, assommano ad una cinquantina solo i bottegai di generi alimentari, compresi due tavernari, cioè gestori di camere ed osteria, e relativi cuochi.70
Ciò è possibile perchè la classe dirigente, quella dei ricchi che spendono, è più numerosa, a cominciare dai grandi industrianti, dai fabbricatore di panni ai cavapietre, ma non così poveri come quelli incontrati a Caserta.71
Sarà solo per la presenza dell’esercito a Capua, ma nell’are di Altavilla non compaiono però sbirri come a Caserta, accosto ad un’altra figura, quella del satellite, una sorta di spia, addetto ai rapporti con la polizia. Quando anni dopo assisteremo alle ribellioni e all’invasione del Regno Borbonico, specie nel decennio seguito ai fatti del 1799, la figura del satellite sarà una delle protagoniste delle rivolte antiliberali che sfoceranno nel brigantaggio, allorquando i paesi riconquistati dagli squadroni borbonici, cioè dalla polizia militare, si dicevano presi dai satelliti.72
E’ più facile reggere le redini e spadroneggiare in un piccolo casale con pochi ricchi di un certo spessore. Hanno tanto di servi propriamente detti, diremmo quelli da comando o servitori, intesi come camerieri, e anche servi di livrea, cioè in divisa, come Antonio Maturo, servente in livrea di Crotone. Spesso la divisa non era neppure di loro proprietà e veniva conservata direttamente dal signore, come nel caso di Don Francesco Grillo di Oppido Mamertino, il quale, fra i suoi beni, possedeva una lebrea di servitore ed altra di volante.73
Al di là dei servi, un servidore c’è anche ad Altavilla, ma lavora evidentemente a Napoli, dove risiedono i signori che lasciano i feudi dell’entroterra per diventare cittadini privilegiati. Si tratta del servidore, commorante in Napoli, Bartolomeo Roberto, il quale abita in casa propria a Borgo della SS.Annunciata e ha nocelleti e castagneti a Vallo della Carrera, Tora e Casa di Paolo.74
Ma è proprio questa la differenza che fa crescere alcuni paesi rispetto ad altri. Un borgo diventa tale quando c’è un macellaro, l’ammolatore delle lame, il salajolo, muratori, sartori, barbieri, falegnami e solapianelli e non il numero infinito di braccianti con i loro quattro passi di suolo dati a censo, come accade a Caserta, dove chi non avendo i soldi per farsi una casa, cioè una stanza sottana o terragna, impegna il proprio tempo a prendere tre scrofe alla socia, sebbene ad Altavilla non accade neppure questo. Non significa nulla che a Caserta, come si ricorderà, ha preso a stanziarsi un fioraro, in quanto è difficile capire se per coltivare fiori oppure a fare il giardiniere in una delle case palaziate.75
La compra-vendita viva in città e paesi come Santa Maria, Avellino, Atripalda e Solofra produce invece ricchezza, economia, sebbene anche qui siano presenti dei giardinieri (che si immaginano essere dei contadini di città, cioè dei piccoli proprietari con l’orto) e società, ma si tratta sempre di animali dati alla soccidà, cioè di capre, pecore o bovi divisi con altri. Sebbene cioò non significa che anche in quei casi esistano, dati gonfiati o meno dai compilatori dei catasti, perfino magnifici che hanno cessato l’attività, come nel caso del fù negoziante al p.[resen]te senza esercitar negozio alcuno, e di un certo Milea, negoziante al presente senza impiego.76
Altavilla, però, ha anche qualcosa che gli altri paesi non hanno: il sonatore. E’ un suonatore particolare perchè viene definito sonatore di tamburro. Si tratta di Giuseppe di Giovanni di 30 anni che abita in casa affitto con la moglie Brigida Sacco di 26 anni e i figli Saverio di 13 anni e Marco di 5 anni. Evidentemente è anch’egli povero, anche perchè dichiara un reddito imponibile di sole 14.26 once. Però la sua presenza è un fatto eccezionale e lascia immaginare se non alla costituzione di una banda, quanto di un duetto, civile o militare che sia, fatto di flauto e tamburo. Per suonare, infatti, poteva bastare anche solo un tamburo e un flauto. Scrive Luca Verzulli che nei trattati specifici sugli strumenti, il flauto militare, viene descritto o ricordato in molte altre fonti, e ricorda passi interessanti, fra cui quello dei fifres et tabourins. Si esclude comunque l’ipotesi che possa trattarsi di un militare, atteso che non ve ne sono, e poi perchè sarebbe l’unico soldato in tutto il paese. Non si esclude invece l’idea che il nostro sonatore di tamburro potesse svolgere tal mestiere solo per i annunciare i bandi comunali.77

C’è da dire che ad Altavilla tutti i figli vengono dichiarati. Hanno cioè un padre naturale e non adottivo, tranne che nei rari casi in cui ci si risposa e il compilatore parla chiaramente di figliastro. A Caserta, invece, come si ricorderà, il popolo si aiuta a vicenda per dare da mangiare ai bimbi senza famiglia, chiamandoli e cognominandoli Espositi, integrandoli nel proprio nucleo familiare, allattando quindi figli di altre madri, da cui l’espressione figlio di latte. Ad Altavilla non si riscontrano figli ‘esposti’ o ‘di latte’, a S.Maria C.V. poi siamo in presenza di un nuovo toponimo, quello del figlio che pare nascere parrella, che compare qua e là accanto al nome proprio di una ventina di ragazzi ma va avanti fino all’inabilità dei settantenni. Dare una spiegazione a questo caso è davvero difficile.78
Sono famiglie generiche, tassate regolarmente, non come i forestieri di Caserta che non pagano le tasse,79 o come le vedove, che ne sono esentate (alla stregua dei non residenti) abitando sotto lo stesso tetto con un figlio di 15 anni che non si carica la testa perchè minore. Ma ad Altavilla, eccetto il feudatario, non vi sono neppure nobili napoletani, al contrario di Santa Barbara dove il dell’Aquila non si carica perchè è napolitano ma ponendosi nella rubrica dei napolitani pagherà quid iuris,80 dove perfino un bracciale, pur di non pagare le tasse, viene definito bracciale privilegiato napoletano, come nel caso dei vassalli inviati dai governatori nei feudi da ripopolare affidati alla Santa Casa dell’Ospedale dell’Annunziata di Napoli, specie nella Costiera sorrentina.81
Se poi uno era davvero povero non gli restava che vivere nella casa matrimoniale di suo fratello. A Mezzano di Caserta, in casa del notaio, si appellano tutti magnifici, anche il piccolo Carlo di 5 anni, ma vi sono altri ricchi con edifici di case in tre membri con altre comodità. A Piedemonte, casale dei Vanore, è uno dei casali più poveri se si tiene conto del crescento numero di braccianti in affitto, cioè à piggione.82 A Sala si distingue un solo ricco e uno stuolo di pettinatori che si distinguono dalla massa. Sono una decina di lavoratori che sperano nel salto di qualità. Ma questo mestiere, se non duro come quello di bracciante, non pare fruttuoso pur dando da vivere a diverse famiglie.83
La più grande differenza fra Altavilla e le città, comunque, sta nel fatto che la popolazione è legata solo alla terra, mentre altrove i braccianti sono meno della metà, moltiplicandosi, con le relative varianti, tutti gli altri mestieri del borgo.84 Questo lo si vede anche dalla diffusione del mestiere di molinaro. Il molino rappresenta la possibilità di macinare, trasportare, vendere la farina, l’alimento principe, il più desiderato da tutti. Casolla di Caserta, con 500 abitanti, ha un solo molinaro.85 Lì i molini macinano di tutto, segala, orzo, granturco, e per tutti. La diffusione delle botteghe ne sono la prova lampante. Il bottegaro è il simbolo del commercio alla minuta che fa pensare al formaggio, all’olio, al pane: bottegaro caso ed oglio (cacio formaggio ed olio) ma col figlio lavorante sartore. La sua presenza nel borgo è l’anima, l’inizio della diffusione della moneta con l’abbandono definitivo del baratto. E neppure basta. Se un borgo è vivace deve offrire qualcosa in più rispetto agli altri.86
In Terra di Lavoro, lungo la Via Regia, da Mugnano a Caserta, è andata ritagliandosi un proprio spazio la casta intermedia dei lavoratori del borgo che svolgono un mestiere ben definito, come quello di vaticale, da cui si distaccheranno trainatori e trainieri, i quali, più che asini o cavalli, avevano una vera carretta. Questo lavoro, presente in tutte le Terre del Regno, sebbene non si abbia una identificazione precisa di esso, consiste nel trasportare merci da una parte all’altra del feudo oppure anche fuori Terra. Per esercitarlo bisogna avere almeno un mulo o una giumenta da soma. I vaticali infatti sono i possessori di almeno un animale da trasporto per effettuare viaggi per conto dei privati. Rappresentano un po’ il riscatto dalla terra vera e propria perchè durante i loro spostamenti sono a contatto con altre realtà. Vedono borghi nuovi, comprano o vendono piccoli oggetti ai mercati, sia per conto terzi che per conto proprio. A Camposano, casale del Nolano che ne conta centinaia, non hanno quasi mai una casa e anche fra di essi verrebbe da fare una distinzione fra chi possiede cavalli, somari o muli. Infatti, pur essendo definiti vaticali perchè lavorano nel ramo, possono anche non possedere nulla, come nel caso di otto di loro, e non è escluso che svolgessero il lavoro senza animali, cioè spingendo una carretta con la forza delle proprie braccia, casomai per vendere ortaggi nei mercati dei paesi vicini.87
A Santa Maria i vaticali sono poco più che una decina,88 ai quali potremmo aggiungere quelli che si definiscono mulettieri.89
Ad Ostuni si intende per vaticale un carrettiere a cavallo che trasporta derrate fra città e campagna; a San Cesario di Lecce, uno che trasporta merce in genere. A Tropea, dove alto è il numero dei vaticali, dei mulattieri o bordonari nella seconda metà del settecento, sono bollati come trasportatori dell’epoca al punto che in Drapia oltre un terzo dei capifamiglia risulta costituito da mulattieri o da vaticali.90 Ecco perchè un vaticale, rispetto al bracciante, non è proprio povero e, se non altro, fa un mestiere meno duro. Da essi cominciano a staccarsi altri lavori che prenderanno corpo negli anni successivi, come quello di viandante.91
Nel nostro caso non è difficile immaginare che la merce trasportata dai vaticali sia soprattutto canapa o pettinati similari prodotti dai braccianti e lavorati dai pettenatori i quali, come nel caso di Mugnano del Cardinale, rappresentano il terzo mestiere collegato all’indotto. Ai pettinatori spetta un lavoro forse più duro e neppure remunerativo. Resta il fatto che a Mugnano compaia un solo canaparo e, al contrario di Altavilla, fra vaticali e pettinatori, vi sono molti sartori specializzati e in gran numero rispetto alla popolazione, che però non necessita di un sarto per rammendare i calzini, quanto per realizzare vestiti ai signori e divise militari. E’ presumibile quindi che tal lavoro si sia diffuso specialmente perchè legato all’indotto che a Mugnano si arricchisce di sportellaro, del cosetore e del funaro che realizza le funi.92
A Santa Maria Capua Vetere le cose stanno un po’ diversamente, quasi che i compilatori del Catasto siano stati più precisi, differenziando, come detto, perfino il mastro barbiere dal barbiere comune.93 Si tratta di nuovi lavori che vanno a sostituirsi ad altri sorpassati da tecnologie, sebbene rudimentali, che mettono in moto la macchina organizzativa e l’ingegno laddove c’è vita e movimento di danaro. Lo stesso dicasi per i pettinatori chiamati con più precisione pettinatori di canapa.94 Al contrario, a Mugnano e Caserta, sono indicati col nome generico di pettinatori (forse perchè la lavorazione è riferita anche a cotone e lino che provengono da coltivazioni già presenti in zona), specie a Casolla, dove rappresentano il quinto mestiere in qualche modo collegato agli altri. Ai pettinatori spetta un lavoro più duro rispetto a chi lo deve solo trasportare col traino. Infatti, il trainiero è colui che porta o fa portare quasi sempre da un asino il carro a due ruote, mentre il vettorino è colui che guida i cavalli con una carrozza al seguito uscita dalla rimessa del carrozziere. Tutt’altre figure queste ultime due pure presenti a Santa Maria.95 Fra i capuani si distinguono anche gli asciortajoli o conduttori di animali, il moggiamentario e l’unico agrimensore presente in città, come anche nel caso di Santa Maria in maniera più cospicua (almeno tre).96

Discordanti le tesi storiche sul mestiere di mandese. Esso era molto diffuso in città e paesi siti in luoghi aperti, specie a Capua, che ne conta ben 17 unità, a Mugnano e a Prata Sannita, poco prima di Venafro. Però, contrariamente a quanto credono alcuni, è da distinguersi dai carozzieri e dai lavoranti di carozziere, dai matarazzari, dai carresi e dai lavoranti di carrese. Ogni tipo di lavorante come tutti quelli presenti a Santa Maria (ferraro, fà legname, rammaro, scarparo, sartore, mandese, barbiero, calzolaio, manescalco, merciaro, stagnaro, pittore, carrese, chincaro, carozziero, molinaro, maccaronaro) è da intendersi nella schiera dell’apprendistato, o comunque di un gradino al di sotto dell’operaio specializzato.97
Quindi pare da modificarsi l’interpretazione del Salzano quando scrive che il mandese, detto anche mannese, era un carpentiere, costruttore di carri e carrettini coadiuvato dai lavoranti di mandese, diremmo gli apprendisti.98
In effetti il tiponimo sembra avvicinarsi più a quello di mantice e di manteca. Quindi nel primo caso sarebbe un costruttore di mantici (per zolfo, carrozze o altro), oppure un fabbricatore di burro addetto a mantecare, distinguendosi dal ricottaro. Ma il fabbricatore per antonomasia è il fabbricatore di case, con il suo manipolo, laddove c’è, cioè la manovalanza, ben distinti sfogliando le pagine del Catasto di Avellino o Caserta.99
Nel Catasto Onciario di Avagliano compare fra i fabbricatori e viene definito fabbricatore mandese, da distinguersi anche dal fabbricatore mastro d’ascia o dall’apprendista fabbricatore, scalpellino, apprendista scalpellino e mastro d’ascia. Quello del mandese non è un mestiere comune. Non vi sono mandesi in costiera; nè a Vico Equense, nè a Massa Lubrense. Non se ne trovano sui monti del Partenio e nel Beneventano, nè fra i Casali di Napoli e in provincia di Brindisi. A Mugnano del Cardinale, paese di Terra di Lavoro dove era molto sviluppata la pettinatura della canapa come a Caserta, se ne contano ben tre, sebbene nell’errata trascrizione di mondese. Nel Catasto Onciario di Cicciano, senza escludere che mondese e mantese possano essere due mestieri diversi, la Noviello separa il ricottaro dai mestieri di mastro d’ascia, mastro cataro, stuccatore, pettinatore di canapa, e canatore di seta, e quello di mantese lo si lascia intendere più vicino al settore allevamento, fra custode di vacche, bovaro e campese.100
A Capua risultano esserci anche degli apprendisti, cioè lavoranti di mandese, e a Santa Maria vi sono due mandesi specializzati. Il riferimento porta all’allevamento, cioè alle mandrie, come per il campese che va per i campi.
Più che operatore agricolo o possessore, invece, è proprio un allevatore, forse di cavalli, il mestiere di gualano, mentre non v’è dubbio sul carrese, che aggiustava carri e ruote, e sul guarnamentaro, che produceva finimenti e selle per i cavalli, cavezze e basti per gli asini, come accadeva anche nel Salernitano, a Montecorvino Rovella.101
Eppure è chiaro invece è il significato di pagliarolo, di bottaro, come pure si accostano al sensale quelli di sanzano o mezzano, persone agiate che riescono perfino a mandare i figli a scuola. Noto anche l’ indoratore, cioè del maestro che esegue la doratura in oro di legni e stucchi, del funaro per le funi, dello stagnaro che sta per stagnaio o lattoniere, del carbonaro per carbonaio e, come detto, del chincaro per la fabbrica dei chinchi, le tegole, da non confondersi con chianchieri e chiancari.102
Non è diffuso dalle nostre parti, ma già c’è, il verdummaro, sebbene in origine non sembrava affatto un verdumaio, essendoci già ortolani e fruttaioli, bensì un venditore di ‘verdame’ che pareva condurci al verederame, attività nascente e attestata nella seconda metà del secolo per le fabbriche di cremore di tartaro e di verderame nate in diversi luoghi del Regno, come quella di Chiaia visto che, per dirla col Capasso, abbiamo testimonianza che il commercio del tartaro esisteva già nel 1615 in virtù di un contratto di società stipulato dal santantimese Fiorillo Cicchetto ed un cittadino di Marianella. Dallo stesso Catasto Onciario dell’Università di Sant’Antimo apprendiamo che la raccolta ed il commercio del tartaro rappresentano un’attività molto diffusa fra la popolazione, svolta per conto di mercanti nazionali e talvolta anche stranieri.103
Ma quello del mandese resta un mistero. Abbiamo accertato anche che non ha nulla a che fare con il saponaro che produce sapone o raccoglie stracci, col candelaro che fabbrica candele di cera, col vetraro che lavora il vetro, col rammaro per la lavorazione del rame o l’ammolatore (arrotino), mestiere legato alla manifattura degli arnesi da taglio che prende a diffondersi proprio in questo secolo per l’espandersi dell’arte dell’acciaio lavorato, settore che nel Contado di Molise dà da vivere a venti famiglie solo in quel di Frosolone.104 La nostra attenzione è andata perfino all’acquavitaro, mestiere serale nato per la vendita di prese di grappa e di altri derivati dall’alto contenuto alcolico, cioè di bicchierini di liquore forte, scimmiottando il cafettiere, il quale propina di tutto con le sue mescolanze, fra digestivi e rosoli sciolti nell’acqua, a seconda dei palati. Nobili e plebei si differenziano anche sull’acquavite, specie nel Napoletano.105
Ultimo nodo sciolto riguarda il setaccio e chi lo usa, anzi, chi lo fabbrica, come i setellari.106
Altavilla si distingue dunque per un altro mestiere poco in uso nel Regno, quello di mandese. Lo abbiamo riscontrato anche a Mugnano, ma soprattuto a Prata Sannita, accanto a quello di campiere. Si tratterebbe in realtà di pastori che effettuano medie o piccole transumanze. Vale la pena di ricordare che il campiere è il secondo mestiere in uso a Prata dopo quello di bracciale, sebbene in maniera ridotta.107
Ad Altavilla non vi sono campieri, ma di certo si attesta il mandese. Fra padre e figli ve ne sono almeno cinque: il mandese Isidoro Tartaglia che abita in casa propria a Via delle Pietre col figlio mandese Giovanni Battista, il mandese Giuseppe Bruno che abita in casa propria a Via delle Pietre col figlio scolare Nicola, il mandese Cosimo Fischetto che abita in casa a Borgo della Teglia, il mandese Berardino Fischetto che abita in casa propria a Borgo della Teglia………..

Dettagli

EAN

9788872970492

ISBN

8872970490

Pagine

112

Autore

Bascetta,

Del Bufalo

Recensioni

Recensioni

Non ci sono ancora recensioni.

Recensisci per primo “11. Altavilla nel 1746”

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Editorial Review

 I magnifici della Gran Corte Comitale del Gran Palazzo De Capua

 

Altavilla in Principato Ultra appare un po’ come una piccola città divisa in borghi. Assomiglia ad Avellino moltiplicato di qualche unità,1 dove vivono comodamente quelli che possiedono un vero palazzo e quelli che si trovano citati nelle varianti del Catasto capuano col titolo di nobili viventi che vivono di entrate o annue entrate. Rappresentano la figura del ricco che vive nobilmente, altrimenti detto nobile cittadino o nobile uomo, distinguibile dalla massa perchè vive del suo. Uomini nobili che diventano magnifici appena entrano nell’amministrazione della Cosa pubblica dell’Università comunale per vivere civilmente, cioè di rendita, come i Luciano del Borgo della Fontana.2
Ad Altavilla non sono molti, anzi, Don Annibale sarebbe l’unico del genere, escludendo chi vive del suo ma non di rendita. Del resto l’unico commerciante di vecchio stampo appare un Severino in età senile, Don Alfonso del Borgo della SS.Annunciata che possiede campi a Pannone, Faito e Pariti, e nocelleti a Acquafredda, Casa di Paolo, Santro Trifone, Santo Mango e al Bosco di Giacco. Ma è quello più radicato visto che anche il figlio Diodato fa il negoziante Diodato, unitamente al quale dichiara oltre 114 once.3
Gli unici altri due ad avere negozio appartengono alla famiglia Bruno. Si tratta del negoziante Giuseppe Bruno che abita in casa propria a Borgo della Via delle Pietre e possiede numerosi bovi aratorij, territori, un mulo, 19 vitelli e 2 somarre, e del negoziante Donato Bruno il quale abita in casa affitto con la moglie Camilla Tartaglia e dichiara oltre 72 once. L’estrazione però appare diversa in quanto la parentela possiede ben pochi beni.4
Di certo non si arriva alle spacconate di quelli di Torre di Caserta che, senza badare a spese, per scegliere un servo, lo fanno venire da Atripalda, in provincia di Principato Ultra, oppure, come i Giaquinto, dediti solo all’allevamento di annicchi, cavalli, giumente e vacche.5
I pochi ricchi sembrano ancora più stanchi dei patrizi di Capua.6 Sono magnifici, vivono del proprio, si danno del Don e perfino del Signor, mandando a scuola i piccoli scolari. In verità, quelli che studiano, sono più i figli dei contadini che dei magnifici, a meno di ricchi camuffati da bracciali, come nel caso del bracciale Luciano, padre dello scolare Domenico di 13 anni, che dichiara 157 once e passa. In genere si tratta di ragazzi dagli 11 ai 13 anni, fatta eccezione di Salvatore, scolaro di 22 anni, figlio di Don Annibale. Il padre dichiara oltre 311 once. Evidentemente il compilatore del Catasto non fa differenza fra scolaro e studente, come si evidenzia nel Catasto di Santa Maria Capua Vetere.7
In quella cittadella, per lettere e imbasciate, non ci si reca di persona dal destinatario, ma si utilizza uno dei due corrieri, sebbene siano una quindicina i signorotti che si servono di cocchieri e galessieri per spostarsi, e non solo per lavoro, col calesse scoperto oppure coperto se d’inverno.8
Il calesso viene utilizzato anche per lunghi viaggi, fino a Palermo, avendo l’accortenza di attaccare al calesso una pariglia di cavalli domati, altrimenti, dopo poche leghe diventano irrequieti e ingovernabili e finiscono per rotolare nella polvere trascinandosi dietro passeggeri e bauli col rischio non remoto di essere strangolati dai finimenti. A quel punto non resta che andare alla ricerca della stazione di posta più vicina per la riparazione. Ma basta che la pioggia infanghi la strada per bloccare la corsa dei cavalli, nonostante le frustate, come quelle che presero le povere bestie che trasportavano il marsala siciliano per l’ammiraglio Nelson alla guida di un calessiere troppo furbo.9
Ma sebbene a Santa Maria sono davvero tanti i servidori salariati di cui potersi fidare, non mancano ad Altavilla, sebbene uno dei due, Bartolomeo Roberto, è momentaneamente residente, cioè commorante in Napoli, e l’altro è un forestiero accasatosi con una Bartolino. Proviene infatti da Riccia il servidore Cosimo Sarro di 38 anni che ha preso stanza alla Cupitella dove vive con la moglie Diana Bartolino di 38 anni e la figlia Fortunata.10
Del resto si avvicina il tempo dei malandrini e bisogna guardarsi da tutti, specie dagli alguzzini, gli usurai, visto che sta prendendo piede tal ‘mestiere’, specie in Terra di Lavoro.11
Non si registrano persone scomparse che hanno lasciato i loro beni indivisi, come accaduto per 21 ragazzi-eredi casertani che si ritrovano capifamiglia anche a dieci anni.12
Alla figura del benestante, che tutto può, si contrappone quella dell’impossibilitato a muoversi definito inabile alla fatiga perchè anziano o invalido, sia esso ricco o povero. Il bracciale Berardino Marino da 32 once ha un fratello zoppo inabile, Tomaso di 45 anni, mentre l’inabile Alfonso Severino di 76 anni dichiara 114 once e passa. L’inabile alla fatiga Giacomo Criscitello di 84 anni, dal canto suo, abita in casa propria a Teglia e possiede 13 pecore, 2 agnelli, 3 vitelli e diversi territori e un’altra casa ancora dichiarando 85.16 once.13
Inesistente la schiera dei cortigiani, ad esclusione del regio rotaro Berardino Luciano, paragonabile a quei magnifici che ruotano intorno al re per aver avuto in affidamento feudo e suffeudi di Capua divenuti non solo comuni a sè, ma anche Terre Règie non più dipendenti da Corti baronali. Una scelta positiva per elevare la popolazione, ma che nel concreto attesta pochi cambiamenti se si considera che gli uomini della Regia Corte di Capua, molti dei quali abitano a Santa Maria, o della Corte della Bagliva, sono sempre gli stessi. Ed ecco che compare l’assistente di sua maestà, lo scudiero fiscale responsabile per le entrate delle tasse regie che affitta a terzi la riscossione su gabelle e corpi feudali. Quando si sposta è accompagnato da una decina di armiggeri. Ma fra i cortigiani vi sono diversi incarichi: gli scrivani della Regia Corte, il mastro d’atti con uno stuolo di piccoli scrivani al seguito, il nobile giovine di Curia e il povero paggio. Organizzazione feudale di molto ridotta ad Altavilla con la sola presenza del governatore del feudo alle dipendenza dei De Capua, unici e veri nobili con il titolo di Gran Conte. Mancano quindi i nobili cortigiani che si fregiano di titoli altisonanti per essere servitori del re (dignitari di corte ai quali veniva conferito il titolo di camariere di Sua Maestà Cesarea), ben lungi dal normale servo di famiglia e del servidore o cameriere salariato che dir si voglia, alle dipendenze signorili, dallo scrivano della Torre di Capua e della Bagliva di Capua, capoluogo in pensione del Regno Austriaco. Uno per ogni esigenza del re, del feudatario o dell’Università. A Palena, in Sicilia, lo scrivano annuale è anche il giudice giurato che si presenta al cospetto de notaro pubblico di tutto il Regno citra faro, sotto il faro, cioè al di qua dallo Stretto di Messina, per regia autorità. Anzi, il giurato, è un cancelliere che viene elevato a giudice. A Carlantino di Foggia, l’arciprete Di Iosa ricordava che in quel paese per catasto, fanno un Sindaco, due eletti et un cancelliere e si governano e procedono nella nomina del medesimo modo e forma del Governo di Celenza, eleggono il Giurato et il Barone l’Erario, al quale si dà provisione.15
Il Servitore di Corte, dal canto suo, è un servitore speciale, ricadente fra i riveriti e non fra servi di livrea e vetturini, sempre più frequenti, pronti a sfoggiare le divise fatte su misura in loco, oppure portate dai ricchi mercadanti, al punto che perfino i cocchieri, in alcuni centri del Regno, conducevano le carrozze in livrea. Sono loro, spalleggiati dal giurato di questa Università di S.Maria, Nicola di Luca, o dal giurato Domenico Celano, ad avere il potere sulla cittadella. Divenendo Corte Regia, Santa Maria, i poteri dei nobili si sono moltiplicati. Basti pensare che tutta la Corte Principesca di Caserta e Casali era composta da soli tre Servitore di Corte e Giurato di Corte di cui si ha notizia, ascrivibili fra professioni libere, sebbene abbiano titolo di studio finito solo quella di giudice ai contratti e di notaio, professione che a Santa Maria viene espletata dagli almeno cinque magnifici notari. Fanno eccezione rispetto alla nobiltà, giurati e cancellieri, figure genericamente ad indicazione dell’Università comunale e non del titolare del feudo. Il giurato è cioè un giudice cancelliere, una sorta di segretario comunale. Resta il fatto che questi giurati, segretari comunali o meno, non debbano confondersi con i giudici a contratti bracciali di cui v’è almeno una traccia in ogni Università del Regno. Anche ad Altavilla c’è: è il giudice a contratto magnifico Onofrio Severino di 38 anni abita in casa propria a Lo Puzzaco con due case alla Via Nova, una a Borgo dell’Annunciata e numerosi territori del valore di poco meno di 280 once. Ma ne compare anche un altro, quasi povero rispetto al precedente, dichiarando poco più di 27 once, ma con il titolo di magnifico Regio Giudice a Contratti Bartolomeo Cirelli di 43 anni abita in casa propria a Borgo dello Fornillo e tiene campo a Torone e nocelleto a Rodi. Evidentemente uno dei due fa il giudice ad Altavilla, l’altro nelle vicinanze. Quella del giudice ai contratti nominato dal sindaco per tenere udienze pubbliche è una magistratura che risale ad una prammatica federiciana in cui venivano regolati gli orari e anche l’onorario da corrispondere sia al giudice ai contratti che al notaio ufficiale (a volte citato con il toponimo di attuario se trattasi di notaio del re) serviti da un fameglio, considerabile alla stregua di un messo. In casa del Barone di Molognise, nobil vivente, magnifico dottor Don Tommaso Morelli che abita nel Palazzo in Piazza del Riccio a S.Maria C.V. vivono, oltre i vari congiunti con il titolo di don, fra servi e camerieri, il fameglio Carmine Lopes e il fameglio Romolo Alvino. Ma ve ne sono almeno altri due. Si ricorderà la storia di Ioanni de Ventura e della diciottenne madonna Chiara, mammola e vergine, nobile ragazza figlia di madonna e di messere, con tanto di madre, padre e fameglio, spesso italianizzato rozzamente in servo, lavoratore domestico o usciere e messo comunale, ma meglio sarebbe definirlo un maggiordomo o cortigiano di fiducia, anche solo femminile.14
L’amministrazione pubblica dell’Università-Comune, garantita da un giurato, elegge quindi un giudice di governo, mentre il feudatario nomina l’erario-esattore per le tasse. L’Università deve comunque amministrare i suoi beni, organizzarsi, servirsi all’occorrenza del fuciliero, come del caso di chi ha ancora le porte della Terra, del portiero di questa Uni[versi]tà di S.Maria per chiuderle tutte le sere e riaprirle al mattino.15 Proprio come fa il portinaro di manuale, o il portiero, quando inserra i cancelli del convento, sognando forse di diventare Gran Comite come De Capua.16
Ad Altavilla non vi sono porte, se non quella del Gran Comital Palazzo, situato vicino la Maggior Chiesa Collegiata, per uso proprio e de’ suoi ministri. I rappresentanti della Gran Corte Comitale sono quindi definiti ministri, ma nel Catasto non sono chiariti i loro nomi, presumibilmente da identificarsi con quelli dei magnifici.17
In verità non si parla neppure del Portone del Palazzo, ma solo di grade, cioè di gradinate, al di sotto delle quali vi sono anche delle abitazioni, il Carcere, l’ufficio del giudice per amministrare la giustizia, ed altro.18
Per quel che riguarda l’area militare, caso strano, non risultano nè guardie, nè soldati di reggimento o battaglione, nè armiggeri, essendo forse gli stessi magnifici possessori di armi, o anche in considerazione del fatto che la nuova cavallerizza è ancora in costruzione........