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il 1618 : Congiura di Venezia e Suor Isabella governatrice di monache a Pozzuoli

S.Ignazio e Dogma dell’Immacolata turbano il Regno Gli eletti sloggiano le truppe: i Turchi non ci sono più Le spie e i disegni contro l’armata della Repubblica
suor SABELLA GOVERNATRICE a POZZUOLI
s. ignazio e il VICERè BEATO fra le donne
A Capua arriva l’ordine di far mozzare la testa al capitano Lanfranco d’Alois (sostituito da Franceso d’Ocampo) e, qualora non si trovasse il boia, anche da un chianchiere; a Roma salta il capo a un fedele del cardinale veneziano Priuli per furto di argenteria in casa del Cardinale Aldobrandini: a Venezia il Doge fa fuori le prime due spie napoletane, sospettate di voler tornare a casa, ma salvate dall’ambiguo ambasciatore.
A Napoli intanto cade da una carrozza carica di cavalieri provenienti da Giugliano l’avvocato Antonio Caracciolo, si sposa il Duca di Sermoneta con la figlia del Principe di Caserta, e il Duca di Nocera parte per Vicario generale nelle province di Calabria, dove Titta Caracciolo de Alfonzetto, governatore de Catanzaro, merita rischia la galera, così come ha fatto in Abruzzo, il Duca de Barrea col far carcerare il suo capitano di guerra.
Tempi duri ma il Viceré che ora se la spassa a Pozzuoli, appoggiato dalla Signora Isabella Tuttavilla governatrice del posto, finendo molto preso dalla gran delettazione con le foretane, e altri, come Nardo Calabrese e Giuseppe Muscettola, sposano chi la Principessa di Scilla e chi la figlia del giudice Macedonio, rimasta orfana di madre, con banchetto dei Caputo a Posillipo e furto serale con bastonate al padrone.
Don Ottavio d’Aragona sembra l’unico in campo quando egli stesso sferra un attacco all’armata Turca, che ha raggiunto più di cento imarcazioni, e la Città elegge a nuovi deputati comunali Carlo Grimando, Ottavio Rosso, Aniello de Massa, Cavarretta, Crescolo, e un altro.
A Napoli ormai si litiga per un nonnulla. I nipoti del medico Quintio Buongiovanni e i figli del dottore Ristando si afferrarono a coltellate su chi dovesse togliersi il cappelo all’uscita della commedia; in Vicaria, se non il Reggente Alderisio, litiga il dottor Donato Antonio de Graliis con Cesare Frezza sui processi e il consigliere Ferrante Brancia viene frustato, proprio mentre si uccide uno alla Strada dei Librari, a San Ligorio, e un altro a San Lorenzo.
Ma anche sui soldi della Piazza di Portanova è scontro fra il presidente de Ponte e il consigliere Saran, né mancano le raccomandazioni del reggente Carlo Tappia per il dottore Giuseppe Gaudio, dichiarato inabile agli uffici.
Ma ma il mese si chiude con la festa per Ignazio Loyola, fondatore dei gesuiti, sistemato nella sua cappella al Gesù dagli ufficiali della Vicaria esentati dal lavoro, al quale fece voto il giovane Brancaccio, per la gioia dei seguaci con i quali pranzò il Viceré per festeggiare sia il beato, prossimo a santo, e sia la fine del suo secondo anno di mandato a Napoli, pregno di amanti, successi e mortificazioni per Venezia.
gli eletti delle piazze contro i soldati
lettera al re sul fine pericolo turco
Fugge a Benevento Fabrizio de Sangro, Duca di Vietri, accusato di omicidio. Intanto tutte le piazze nominano i nuovi eletto per il consiglio della Città, che dovranno essere inviati al Viceré, con facoltà di scrivere al Re per lamentare la carestia e evitare di alloggiare altre migliaia di soldati per la difesa dai Turchi, essendo tramontato quel pericolo.
Per Portomare: Giovan Battista Severino, Don Ferrante Pagano, Giovan Vincenzo Strambone, e Francesco Serra. Per Capuana: Federico Capece Tomacello, Alessandro Guindazzo, Fabio Caracciolo de Paschale. Per Montagna, Cesare Carmignano, Carlo Miraballo, Giovan Battista Poderico, Francesco Antonio Sorgente. Per Nido: Bernardino de Cardines, Cesare Brancaccio, Alessandro Capano, Giovan Battista Spinello. Per Popolo: Horatio Domenicao Piccone, Notar Francesco de Rinaldo, Nicola de Vivo.
Venezia scopre le lettere di Uriva, segretario del Viceré, all’ambasciatore di Spagna per sovvertire l’Armata della Repubblica.
Fatto è che i deputati scrissero al Re di questa richiesta e sullo «stato d’estrema miseria in che si ritrova questa città», indicando come ambasciatore confidente Fra’ Lorenzo da Brindesi, il quale, ben conoscendo la realtà di Venezia, stesse da subito inviso al Viceré.
FRANA PIZZOFALCONE SUL CHIATAMONE
SCAMBIO DUCATI-TALLERI: è INFLAZIONE
Agosto si apre con il processo dei Gesuiti al giovane Macedonio, l’indulgenza in S.Chiara, passeggiate al Corso con dame e cavalieri, il capitano de Leone degradato dentro Somma e premiato Andrea Filomarino, mentre la zecca sforna 12.000 ducati per i banchi per ricomprare i tallari.
Seguono uno ziicidio e la confessione del paggio del Duca del Cardinale che ha avuto a che fare con i migliori uomini di Napoli.
Nozze di Capurso e Capocelatra con i nipoti del medico Buongiovanni.
L’arrivo da Roma di padre Brindisi, cappuccino venerato in vita come santo, porta però la notizia della frana di Montefalcone sul Fiatamone del Chiatamone che uccise il cavalier Donato Gaetano e Tomase Aniello de Persis con le due figlie alle Crocelle.
VENEZIA SCOPRE LA CONGIURA DI OSSUNA
NAPOLETANI STANCHI DI PAGARE LE TRUPPE
Appena il Viceré scrisse alla Città, la voce corse veloce e le piazze si prepararono a una improvvisa ribellione nottura. Si trattò, ma questo lo scrive solo l’Anonimo, nella tarda ora di martedi 2 di ottobre, giorno su cui Zazzera e altri tacciono, di una piccola sommossa di Spagnoli contro gli Italiani, molti dei quali furono uccisi. Ciò accadde, per la precisione, alla 22esima ora, ma già alle prime ore del mattino del 3 di ottobre fu quietato il rumore perché intervenne a cavallo lo stesso Viceré al ritorno da casa del Cardinale Carafa, comandando al popolo di deporre le armi e che ognuno tornasse ai propri luoghi
A suo dire il Viceré non mancò di scrivere più volte al Re una lettera circa le lamentele del popolo per l’alloggio ai soldati, dandone avviso anche a mezzo stampa.
Il Doge di Venezia intanto accertava che Milano e Napoli tramassero contro la Repubblica, cominciata dal capitano Giacapier fin dalla primavera, corrompendo il capitano francese Gabriele Moncassino già al servizio della Serenissima, scrivendo all’ambasciatore di Spagna per trattenere i soldati in cambio di soldi per sobillare una città immobile, sperando di ricevere aiuti dal Viceré di Napoli. Ossuna gli avrebbe promesso 2/3 galeoni con 500 uomini.
Da Napoli, intanto, partiva un’altra lettera per il Re da parte dei deputati stufi di aver pagato 1 milione e 200 mila ducati per mantenere 12.000 soldati, e due dei nobili, Pompeo Seripanno e Scipione Moccia ordinavano di registrarsi le lettere inviate al Re, al confedssore regio e al protettore Uzeda.
IL DOGMA DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE
E LE SPESE MILITARI FRUSTRANO IL VICERè
L’artefice delle lettere contro il mantenimento de soldati fu il Duca di Ossuna? Fatto è che il Viceré chiese un giuramento sul vangelo della Cattedrale intorno alla preservazione della Beatissima Vergine dal peccato originale, ma gli fu negato dal Cardinale Carafa e dai delegati.
I 13 deputati nobili, ancora una volta, scrivono al Re, riportando l’intera cronistoria della ‘invasione’ delle truppe e il divieto dato dal Viceré a farsi rappresentare da San Lorenzo, sostituendolo con Antonio Caracciolo.
Intanto Venezia nomina due consultori per confermare che ci fosse stata la Congiura operata da Napoli e Milano con l’ambasciatore di Spagna e alcuni capitani francesi.






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