Del Balzo «Re di Teate» nel 1374. Così nacque lo scisma del papa di Napoli

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IL PALLIO DI LECCE UTILIZZATO PER I RE


Francesco del Balzo, con quell’occupazione, aveva dato luogo ad un altro precedente che affossava il potere nella patria degli Enghien del Lussemburgo, discendenti del Duca d’Atene e inizialmente tifosi degli stessi del Balzo d’Andria, abbandonati quando si rivelarono filo-aragonesi, per il matrimonio di Maria a Regina di Trinacria, e poi per quello di Francesco con l’Imperatrice vedova.
L’ordine della Regina Giovanna I al Giustiziere avignonese Luigi di Copertino fu quello di reimpossessarsi del Ducato di Andria, riportandolo sotto il Giustizierato militare di Venosa, da dove ripartire per ridare vita al Principato di Taranto con il marito Ottone. C’era tutta l’ufficialità religiosa e politica, in quanto ogni riconquista pugliese era originata dalla sede venosina dell’antico giustizierato di guerra riconosciuto dall’antipapa del Regno di Sicilia.
Tal cosa portò il Dux Generale, partito come Conte di Cupertino, a tornare in Lecce non solo da titolare, ma sotto il pallio d’oro posseduto nell’antichità dai Re di Tricarico (1375). Nell’antica Teano Appulo, sede del Regno di Puglia, solo lui, in nome dell’antipapa, poteva imporre ai nobili della città, battutisi al suo fianco, la conquista del Principato di Taranto dell’antico Golfo dei Greci.
Napoli imponeva la sua supremazia, e Taranto, capitale dell’antica Sicilia Ultra, subiva lo schiaffo dei Leccesi di Puglia, piegatisi al volere della Chiesa di Avignone.

Description

ALLA RICERCA DEL REGNO DI RAMA A CASTEL DEL MONTE FONDATO DAL GUISCARDO
E RIPESCATO DA FRANCESCO DEL BALZO: LECCE FU TEANO APULO?

Per dare un nome ideale, diremmo che la Vicaria di Lecce (Teano Appula chiamata Tricarico) era l’ex capoluogo del Principato di Tricarico, capitanato da Rogerio e poi da Tommaso, appartenuto al Ducato originario di Barletta, e inglobato nella Contea di Matera. In realtà il Principato non esisteva più, essendo Lecce la Vicaria di Taranto e Barletta quella di Bari e quindi anche Matera doveva essere per forza provincia di Taranto. Ma è proprio per reggere l’eredità di Matera, altrimenti sopraffatta dal titolo imperiale del Principe di Taranto, che i Sanseverino sostennero il Dux di Copertino e Lecce, per far valere le ragioni della Regina sul Duca d’Andria.
Questi, nella speranza di ripristinare il Regno di Puglia, era fuggito davvero nell’antica sede del trono, presso Tiano (Appula), aggiungono i copisti, ma fu costretto a fuggire, quando Giovanna I si riappropriò dei beni e “in un momento di tutto il suo stato s’insignorì, che fu l’anno 1373, una buona parte del quale tra fratelli Sanseverino divise, onde si vede Tommaso esser Conte di Montescaggioso”, che è il monticello legato da sempre ad Andria, cioè Castel del Monte (Caveoso), ex sede del Regno di Rama del Guiscardo.14
Giacomo, per dieci anni, dal 1373 al 1383, restò Imperatore titolare e Principe titolare, ma nulla ebbe di concreto, al punto che si stava per far rinascere un diverso Regno, detto dell’Aquila di Puglia, ad opera del comitato di Tricarico, in quel di Lecce. Sembrava di tornare indietro ai tempi dei Normanni, ma l’idea fu proprio quella di ripristinare il trono del Regno di Puglia, ovvero quello continentale della Sicilia Citra Italia, in contrapposizione alla Sicilia Ultra di Napoli.
E’ come se la spada della Regina si fosse abbattuta sui del Balzo ancor prima che i del Balzo si riprendessero Taranto, promessa al marito Ottone, e restituissero Matera ai Sanseverino, antichi titolari di Tricarico. I Tarantini erano stati sempre il Principato degli Angioini di Levante, ovvero in Ducato di Durazzo, passato dalle mani di Roberto I di Taranto (1364) e poi del figlio Filippo I, sempre dei d’Angiò d’Ungheria, il quale non ebbe altri discendenti diretti in vita, essendo morti Luigi II, Roberto II e Filippo II, se non la sorella femmina, Margherita II, madre di Giacomo, moglie di Francesco del Balzo e Duchessa di Andria.
Ad ogni modo i del Balzo si schierarono tanto per il Regno di Puglia nella Vicaria di Teano di Lecce, a cui appartenne la Contea di Andria, in quel Castello del Montescaggioso, o Tricaricense; ora per la Vicaria di Taranto, che era stata sede del Regno di Sicilia Ultra degli Ungheresi di Durazzo, quindi Principato a cui appartenne la Contea di Matera.
Divenne quindi luogo conteso dai conti, il vero antiregno della contestabulia materana, da sempre nelle mani dei Sanseverino. La Regina Giovanna pensò di dettare legge, ma le premesse per la rottura le aveva gettate soltanto lei, lasciando sposare la figlia di Don Francesco al Re di Trinacria (1372), e creando un vero e proprio scisma con la nascita del Regno di Sicilia Ultra a Napoli. Così facendo andava riesumando le ambizioni dei baroni di stirpe normanna per l’ex parte detta di Sicilia Citra, il Regno dell’Acquola, in Accola di Partenope.
Dal canto suo anche Francesco del Balzo pretendeva che tutto il patrimonio finisse al figlio Giacomo, ma forse come custode della Chiesa, avendo rapporti diretti con lo zio pontefice. Lui appare come un «Re», anzi come il vicario ufficiale, quindi un Console romano, che aveva preso il luogo simbolo, Teano, antica vicarìa di Pavia, come fece Ruggiero I nel 1094. Lui, ai tempi dei Normanni, fu nominato Gran Duca di tutto lo stato papalino della Sicilia Ultra, dando il via alla riconquista dei territori occupati dai greci e dai ribelli del Guiscardo, per fondare un’altra Capua a vicaria: la Nova.
E’ per via del suo matrimonio con la defunta Margherita l’Imperatrice, che si ebbe lo scontro con il figliastro Carlo III della Pace, sposo di Margherita Duchessa di Durazzo, il quale, morta la prima figlia Maria II di Napoli, nel 1371, ancora non aveva generato Ladislao.
Ma Giacomo non riuscì a salvare né Andria e né Taranto. Andria fu riconquistata dal Giustiziere generale, Luigi di Copertino, nel 1374, e Taranto verrà integrata l’anno dopo, anche se solo per pochi mesi.

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Editorial Review

Lo scisma del Papa i Napoli

Carlo festeggiò in nome di un solo papa, in seguito alla morte di Gregorio XI, il 27 marzo del 1378, e per l’occasione favosì il trasferimento della sede apostolica da Avignone a Roma.
Il conclave, composto principalmente da cardinali francesi, sotto la pressione del popolo romano, fu costretto a scegliere un papa italiano. Egli fu Bartolomeo Prignano, nativo di Napoli, che prese nome di Papa Urbano, provocando nuovamente la fuga degli cardinali ad Avignone e dichiarando invalide le elezioni perché forzate.
Al papa però piaceva il giovane Carlo, non solo per averlo favorito, ma anche per essere diventato un eccellente comandante al fianco del Re ungherese. Sarebbe stato un ottimo gonfaloniere della Chiesa di Roma. Le ambascerie, volte in tal senso, lasciavano di stucco la Regina, la quale, immaginando i piani del papa e del suo pupillo, iniziò le trattative con i cardinali francesi, al fine di trovare il suo quarto marito.
Urbano, del resto, era considerato un papista, troppo vicino alla magia popolare, e predicatore di una religione che sembrava avvicinarsi più a quella crucifera dei fraticelli castigliani, che avevano invaso il regno, portati a corte dal fratello della fu Regina Sancia.
Un motivo in più per non piacere a una timorata di Dio come Giovanna, la quale, forte dei suoi possedimenti in Provenza, e riunito un manipolo di cardinali a Fondi, fece eleggere un antipapa.
Così De Rosa: — Oh!, vui che ligite, abbiate a mente che prima ve ho scritte di chille che so andate pezzendo e po’ ve aio ditte chille che hanno perduto lo loro stato.
E mo ve voglio scrivere chille signiure che so muorte de mala morte, chi accise, chi tagliata la testa, chi intossecate.
Beato chi in piccolo stato se mantene con gratia de Dio et chesto non è vietato a nullo chi vole essere servetore de Dio. Onne omo pò fare bene quando vole.