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LOMBROSO E IL CRIMINE

Perchè scrivere un altro libro, l’ennesimo, su Cesare Lombroso? Che cosa dire ancora, di nuovo o almeno non banale, visto che del medico veronese si è già detto di tutto, nell’esaltarlo – come padre della criminologia, etichetta che io stesso, ventenne, sentivo ribadire dalle parole appassionate del mitico professor Portigliatti Barbos, a Giurisprudenza – o nel demonizzarlo senza tregua, come temibile seminatore di idee di razzismo, inferiorità, eugenetica, antimeridionalismo?
La cosa che mi colpì di più, devo ammetterlo, fu ciò che successe a Torino, dal 2009 in poi. Ricordo che dirigevo il master di scienze criminologiche e vittimologiche, organizzato da Comune, Osservatorio sulle vittime di violenza, Università e Ordine degli Avvocati. Avevo a fianco tre Maestri: Guglielmo Gulotta, Luigi Berzano, Sergio Vinciguerra.
Di Lombroso e di Scuola Positiva ne avevo già parlato, en passant, in un libro, dopo una ricerca svolta a Torino nel 1998, “Delinquente si nasce o si diventa?” con l’insuperato Ferrando Mantovani e Pier Luigi Baima Bollone. Un pomeriggio del 2010, al master, dovetti affrontare il tema Lombroso: la Scuola Positiva, Garofalo e Niceforo, Ferri e Carrara.
Un’alunna, assistente sociale politicamente impegnata, mi apostrofò secca: “Ma quale scienziato! Lombroso era un pazzo razzista, odiava noi meridionali, e ha ispirato anche il nazismo”. Le chiesi di indicarmi qualche precisa fonte storiografica in subiecta materia, di confrontarci, come faccio sempre. Si ritrasse inviperita e notai in lei un odio sincero, sanguigno e refrattario ad ogni dibattimento verso il medico di Verona: cosa che in ogni caso mi turbò, e non poco. Passò qualche settimana. Ero per caso in Piazza Castello. Mi ritrovai in mezzo ad un alveare colorato di bandiere e cori, circondato da decine di neoborbonici con cartelli: “Chiudete il Museo dell’Orrore”, “Lombroso razzista” “Via dai libri di testo”, “Cancellate Via Lombroso”, “Vogliono portare i bambini a scuola di razzismo”, “L’Università finanzia il Museo razzista”, e così via. L’apertura di trecento metri di area museale in Via Pietro Giuria, aveva fatto convergere a Torino la crème degli antilombrosiani d’Italia, ora un po’debellata, bisogna dirlo, dai libri di Laterza e dai bei video di Alessandro Barbero: antiunitari, neoborbonici, scrittori con l’idiosincrasia per i Savoia ed il Piemonte colonialista, restaurazionisti d’Aragona, intellettuali raffinati con il pallino del Risorgimento come sequenza di infamie, eccetera. Un bel mondo vivace, ma un po’ lamentevole, ciarliero e vittimista, non privo di qualche docente preparato, unito nel segno del simbolo-nero, l’esaminatore esecrabile di crani, da cancellare e rimuovere ab aeterno dalla memoria collettiva. Allora, sempre più inesorabilmente, mi venne l’idea di approfondire sul serio il pensiero del criticato Cesare su questi temi. Ma come, pensavo. Fior di Maestri, giuristi autorevoli, sociologi, criminologi, mi avevano riempito il cervello per vent’anni di idiozie beatificatrici del padre della criminologia, scienziato in buona fede, con qualche errore ma dal segno indelebile nella nostra storia? Oppure l’antimeridionalismo, il razzismo, l’eugenetica erano fraintendimenti ed esagerazioni frutto di ignoranza, pregiudizi culturali, progetti politici anacronistici?
Mi misi a studiare, mesi e mesi di fila, i libri di Lombroso. Una ventina. E poi quelli su Lombroso, un’ altra ventina. Con ripetute visite al Museo. Di cui il direttore, Montaldo, mi parve persona straordinaria, disponibile, appassionata, rigorosa. E cominciai a scrivere qualcosa. Per una ragione o per l’altra, il materiale lo tenni lì, per qualche anno. Adesso, e questa è stata forse la spinta decisiva, pochi mesi fa la richiesta inaspettata di scrivere un libro su Lombroso mi arrivava, potenza del destino, da un editore campano. Senza che lui sapesse nulla delle mie ricerche passate. Un editore che è un meridionale al quadrato. Un meridionale che più meridionale non si può. E che ne ha tutte le virtù. Uno storico illuminato, dall’intelligenza vivace, allegra e costruttiva, ma che passa giornate in archivio, preciso, a compulsare dati, manoscritti, documenti. E chiedeva proprio a me, a un piemontese autore di testi di criminologia, uno sforzo di analisi che partisse dalle osservazioni di Lombroso sulle organizzazioni criminali, ma che affrontasse anche il tema dell’antimeridionalismo, in modo aderente a fonti precise, solo a quelle, e senza riserve mentali o apriorismi. E che confluisse in un testo agile, sulle duecento pagine, adatto ad una divulgazione ampia anche tra i non esperti nelle discipline criminologiche (circostanza che mi ha imposto di non appesantire il testo con un poderoso apparato di note, come mi sarebbe piaciuto, cercando di offrire, però, nella vasta bibliografia sufficienti fonti – per chi lo desiderasse – di approfondimento). Spero, nel presentare questo lavoro, di esserci riuscito.
Due i contributi interni, di giovani e validi collaboratori. La parte sulla mafia è stata realizzata da Valentina Ciappina, che dopo la laurea in legge si è appassionata al tema della criminologia e dei reati finanziari e valutari ed ha fondato a Torino, tra l’altro, il “Crime Festival”, di valore oramai internazionale. La parte sui gerghi criminali è stata curata da Lorenzo Ciravegna, torinese, presidente del CESIC, attivo nel campo dell’educazione alla legalità ed alla tutela ambientale, impegnato sui temi della criminalità e della qualità della vita urbana ed autore di importanti campagne civiche di prevenzione di truffe e reati contro anziani e fasce deboli. Ringrazio di cuore anche il mio maestro Luigi Berzano, sociologo tra i più noti in tutto il mondo, per la bella prefazione e due amici sinceri, che hanno realizzato interventi introduttivi che è quasi da querela – per diffamazione o ingratitudine – definire solo “inviti alla lettura”.
Quello di Enzo Maolucci poi, introduce una quantità di contenuti scientifici equivalente, se non superiore, ad una attuale laurea breve post – riforma. Peraltro Luigi Berzano, Furio Gubetti ed Enzo Maolucci, tre giganti della cultura e della saggistica contemporanea, rispecchiano, senza averlo programmato – lo giuro – le tre angolazioni cromatiche prevalenti del caleidoscopio lombrosiano: sociogiuridica, medico-psichiatrica, antropologica. Confido di essere riuscito a fornire un quadro sufficientemente rigoroso e neutro del pensiero di Lombroso, con qualche considerazione personale anche sul tema della spiritualità e delle curiosità del medico veronese per l’occulto, il medianico e la religione, scoperte come spesso accade in articulo mortis. Spero, soprattutto, che questo testo agile che ho voluto, a dispetto del titolo della collana, tenere scevro da accademismi, incuriosisca anche il lettore ad approfondire vita e libri del veronese. Che commise, oggettivamente, molti errori, tali da ingenerare l’idea, da lui stesso in parte rettificata, che l’inferiorità di intere genti e comunità potesse essere riconducibile, in qualche misura, a fattori congeniti, biologici, organicistici, ereditari. Generalizzazione rivelatasi, come era ovvio, semplificatrice e irragionevole: se inferiorità vi era, essa dipendeva, oltre a fattori storici, da cause economiche e sociali. Che peraltro il medico mise bene in luce ma, immerso com’era in quel contesto europeo pervaso di determinismo, affiancò a stimmate innate in gran parte fantasiose. Pensiamo, però, per un attimo se una personalità come la sua avesse avuto a disposizione un decimo, un centesimo delle tecnologie e degli strumenti di osservazione moderni e contemporanei, o della genetica. Probabilmente, non sarebbe mai incorso in certe sviste marchiane o in deduzioni audaci ma fragili. Che l’hanno esposto, qualche volta con ragione, a fraintendimenti ed accuse sproporzionate di teorico del razzismo, con campagne spesso aggravate da decontestualizzazioni, preconcetti storici e strumentalizzazioni. Tuttavia, l’importanza di questa figura non può essere seriamente ignorata, pretermessa o sottovalutata nella storia e nella cultura italiana. Perchè di Lombroso e di alcune sue intuizioni, dei sentieri che ha aperto e delle idee che ha suscitato, anche nell’era delle neuroscienze e degli studi sul cervello sul piano neurofisiologico, psicobiologico e genetico, nell’ottica dell’analisi dei condizionamenti extravolontari del comportamento umano, si sentirà, a mio parere, ancora parlare. Per un bel po’ di anni. Forse anche di secoli. Hanno provato, e possono ancora provarci, a sbarazzarci di lui. Ma la vedo proprio dura.
MASSIMO GIUSIO
Sociologo, scrittore, docente e saggista torinese. Dopo gli studi storici e giuridici e l’abilitazione alla professione forense, si è appassionato alla ricerca nei campi del diritto ecclesiastico, della sociologia delle religioni, della storia del Cristianesimo, dell’antropologia religiosa e di altri ambiti storico-giuridici nel campo dei diritti umani e della libertà religiosa nell’ordinamento italiano e comparato. Ha pubblicato “Delinquente si nasce o si diventa?” (Torino, 1997), “Il corpo e l’arte” (Bologna, 1999), “Elementi di criminologia” (Torino, 2006), “Compendio di vittimologia e victim – support” (Napoli, 2013), “Manifesto per una buona sanità (con L. Berzano e G. Moretti, Firenze, 2014), la voce su Tommaso Campanella in “Le Città del Sole” (Torino, 2015) e “La libertà religiosa in Italia” (Roma, 2018).





Sabato Cuttrera –
PREFAZIONE
Prof. Luigi Berzano
La notorietà di Torino quale capitale dello spiritismo ha avuto di recente grande risonanza. Un lungo elenco di pubblicazioni e di rapporti giornalistici ha riprodotto l’immagine di Torino quale “città magica”, “concentrazione di sette segrete”, “buia capitale dell’occultismo”, “città di associazioni misteriose”.1
In realtà la connotazione magica di Torino, quale suo genius loci, non ha fondamento, nonostante le decine di libri che l’hanno pubblicizzata. Questa “Torino magica” vive solo nella testa di chi ne ha scritto, dando connotazioni magiche al Museo Egizio, alla Sindone, al Manoscritto Tibetano, al Liber de potestate et sapientia dei e ad altri luoghi e simboli presenti a Torino. La connotazione magica di Torino non risulta perciò fondata e richiama piuttosto il contesto delle “credulità” o delle “leggende metropolitane”. Le forme e i consumi magici attuali non sono una “specialità” di Torino, ma fanno parte di interessi magici più generali, tipici di questo periodo storico: ritorno degli astrologi e dei maghi, contatti e Fratellanze Cosmiche, era dell’Acquario, riscoperta delle religioni orientali, sperimentazioni newagers. Diversa attenzione, invece, potrebbe avere la ricostruzione della più antica tradizione esoterico-culturale ed associativa torinese che propone l’ultima opera di Massimo Giusio Lombroso e il crimine: briganti, mafia, camorra. Il volume tratta di tutti gli apporti scientifici del grande e poliedrico studioso Cesare Lombroso, non escluso quello della ricerca positivistica sullo spiritismo. É da dire che nessuna, tra le pubblicazioni di questi ultimi anni sulla Torino magica, ha mai dato attenzione a questa tradizione storica tipicamente torinese.2 Innovativo e utile è dunque il progetto di Giusio di ricostruire le componenti più dimenticate della grande figura intellettuale del Lombroso, al quale è toccata in sorte di avere tanta poca considerazione dopo la morte, quanta grande ne ebbe in vita, a livello internazionale, per le sue teorie bio-antropolgiche del crimine. Si fa cenno qui alla presenza di Cesare Lombroso nella storia degli Annali dello Spiritismo in Italia pubblicati a cura della Società Torinese di Studi Spiritici dal 1864. La continuità di questa sub-cultura spiritica torinese, arricchitasi a fine Ottocento di istanze positivistiche ad opera di Cesare Lombroso e di ossessioni sperimentali e visive, rappresenta tuttora un tratto della Torino definita “città–laboratorio” per i suoi aspetti economici, sociali e tecnologici. Anche il laboratorio è una denominazione tipica del vitalismo positivistico e sperimentalistico lombrosiano, quello che creò tra chimica e biologia, spiritismo ed energia elettrica, mostri, il cui mito e simboli letterari sono noti per il loro carattere horror. Torino nel 1850, dopo alcuni casi di “possessione”, era stata al centro di animate discussioni e confronti fra quanti sostenevano la credenza nella presenza del demonio e quanti affermavano il metodo scientifico come unico metodo di conoscenza. Queste discussioni erano vivaci nella Torino borghese che leggeva il volume pubblicato a Parigi nel 1857 II libro degli spiriti di Allan Kardec. In quegli anni era già operante nella capitale sabauda la Società Torinese di Studi Spiritici dedita allo studio dello spiritismo.3
Contemporaneamente era nato nel 1855 il Magnetofilo che si occupava di problemi attinenti alla scienza, ma anche di fenomeni spiritici. Nel 1863 venne costituita attorno al tipografo e medium Enrico Dalmazzo la Società Torinese di Studi Spiritici che, tra le altre attività, promosse la pubblicazione della rivista mensile Annali dello Spiritismo in Italia (direttori: Teofilo Coreni e dal 1865 al 1898 Niceforo Filalete). Gli Annali, divenuti ben presto la pubblicazione spiritica più importante, continuarono fino a fine secolo rappresentando – soprattutto per la presenza e gli scritti di Cesare Lombroso – il luogo d’incontro e di confronto fra i maggiori studiosi dello spiritismo italiano e internazionale. Iniziando la sua direzione nel 1864 il Dalmazzo, che si firmava Teofilo Coreni, scriveva:
«Il materialismo, che tanto male fece per lo passato dell’umanità, è dallo Spiritismo definitivamente debellato e vinto. Lo scopo della vita dell’uomo sulla terra è dimostrato luminosamente, e sono spiegati e resi intelleggibili molti dei problemi che più intricarono i filosofi di tutti i secoli. (…) Noi desideriamo agevolare il conoscimento di questa scienza che (…) pare ora ricevere un grandissimo sviluppo dalle non interrotte comunicazioni, e dagli aiuti straordinari e spontanei che ad essa danno gli spiriti già liberati dal corpo e vissuti in tutti i tempi».
Questo era il clima culturale nel quale crebbero gli interessi di Cesare Lombroso per lo spiritismo, culminati infine nelle sperimentazioni con la medium Eusapia Palladino. «Io sono vergognato e dolente di aver combattuto con tanta tenacia la possibilità dei fatti così detti spiritici; dico dei fatti, poiché alla teoria sono ancora contrario. Ma i fatti esistono; ed io, dei fatti, mi vanto di essere schiavo».4
Il clima di moderatismo, di tolleranza, di libertà di stampa, di associazione e di insegnamento, che si respirava in quegli anni nella capitale sabauda sotto il governo di Massimo d’Azeglio e poi di Cavour favorì lo svilupparsi dello spiritismo e richiamò a Torino esuli ed emigrati da ogni parte d’Italia. Torino divenne centro di emanazione delle dottrine spiritiche anche grazie alle tesi della scuola positivista di Cesare Lombroso. Proprio in quel contesto positivista lo spiritismo lombrosiano si pose sul terreno di una discussione scientifica dei suoi presupposti ed esperienze. Bisogni e forme esoteriche che ebbero l’effetto di rappresentare sempre più Torino per la sua struttura urbanistica formata sulla geometria razionale delle linee, dei punti, delle triangolazioni; Torino, città appartata, con le sue disposizioni all’innovazione di ristrette élites e con il suo adattamento individualistico; Torino con la sua tradizione giansenista. Esiste dunque a Torino una tradizione spiritica di lunga durata – come questo libro documenta – alla quale ha contribuito pure Cesare Lombroso. Ma non è la tradizione della “citta magica” o quella delle iper-determinazioni simboliche dei punti, delle linee e dei triangoli magici. È piuttosto la tradizione fatta di aggregazioni, di bisogni e di pratiche simboliche strettamente connesse con la storia e la cultura torinese. É la tradizione dello spiritismo torinese che Filippo Barbano – uno studioso torinese troppo presto dimenticato – così descrive: Gli attuali bisogni esoterici sono anche una forma di rifiuto etico, morale. E ciò, a proposito di Torino, aprirebbe il discorso sull’ethos pubblico e privato di questa città, la sua koiné giansenista, spesso bigotta e conformista. (…) A Torino l’eccellenza dell’innovazionismo di questi ultimi anni è cultura di pochi, di una ristretta élite. La saturazione tecnologica porta Torino a essere egemonizzata da una iperbolica ingegneria dell’innovazione, rispetto alla quale l’immaginazione e la fantasia chiedono ancora la loro parte. Il ritualismo magico-esoterico di certi strati sociali di Torino, non solo popolari, potrebbe però spiegarsi anche come una forma di adattamento individuale ritualistico, in un contesto urbano le cui regole di vita ufficiale e di lavoro quotidiano non permettono evasioni, né infrazioni, né trasgressioni, né tante fantasie.5
Luigi Berzano
Università di Torino
1 Sono tutte definizioni date dalla stampa durante il Convegno Diabolos Dialogos, Daimon, tenutosi a Torino nell’ottobre del 1988. Il convegno venne considerato da alcuni ambienti come una macchinazione diabolica, nonostante che nei progetti dei promotori sociologi, storici, scienziati, teologi, si trattasse di un convenium di studio avente per oggetto le immagini e le riflessioni filosofiche, letterarie, artistiche, socloculturali e psicologiche del problema del male. Si veda Filippo Barbano (a cura di), Diavolo, Diavoli. Torino e altrove, Milano, Bompiani, 1988.
2 M. Di Bartolo, Mistici e maghi a Torino, Cortina, Torino, 1984; G. Dembech, Torino città magica, L’Ariete, Torino, 1978; A. Fenoglio, I misteri di Torino, PIB, Torino, 1978; A. Luciano, I magici misteri di Torino, Ed. Horus, 1988; C. Oberto, Misteri di Torino, Ed. Horus, Torino, 1987; P. Pantoni, Le memorie del boia di Torino, PIB, 1972.
3 La prima Società nacque a Torino nel 1856 attorno a figure quali il vice-presidente della Camera dei Deputati, Gaetano De marchi, professionisti ed esponenti di casate illustri del capoluogo sabaudo. Cfr. M. Biondi, Tavoli e medium, Roma, Gremese, 1988; R. Dall’Acqua, Almanacco dello Spiritismo II, Torino,1866; L’Epoca Nuova, Torino, Tip. Franco e Figli, 1966; F. Scifoni, Lo Spiritismo, Torino, Lib. Degiorgis, 1866.
4 Citato da Ernesto Bozzano, “Cesare Lombroso e la psicologia supernormale”, in A.V., L’opera di Cesare Lombroso nella scienza e nelle sue applicazioni, Torino 1906, cit. p. 49. Di quelli stessi anni è il volume di Cesare Lombroso, Sui fenomeni spiritici e la loro interpretazione, Mesmer, Torino, 1907.
5 Filippo Barbano (a cura di), Diavolo. Diavoli. Torino e altrove, cit., pp. 194-195. Negli anni 1998-1999 presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino con Filippo Barbano tenemmo alcune lezioni nel Corso di Sociologia sugli Annali dello Spiritismo in Italia e su Cesare Lombroso a Torino.
Sabato Cuttrera –
INVITO ALLA LETTURA
di Enzo Maolucci
L’autore di questo testo, per me semplicemente “Max”, è l’unico erudito sopportabile che conosco. E’ un molestatore intellettuale intelligente con memoria da “savant”, quindi per me un amico-mostro prezioso, che “tormenta ogni pensiero e getta luce dentro gli occhi” (per citare una mia canzone). Come Lombroso, anche lui ha il coraggio delle sue opinioni, grandi, piccole o discutibili che siano; e questo suo lavoro che caldeggio lo conferma. In un tratto del testo riassume bene, come sintesi da epitaffio, la personalità dello scienziato: “Fu audace nelle conclusioni e facile nelle ritrattazioni” (forse dovrei scriverlo anche sulla mia tomba).
Curiosamente Lombroso fu un contemporaneo del romanziere Emilio Salgari, anche lui veronese di nascita e torinese di adozione (“vero-torinese”, se mi è concesso il neologismo da ibridazione geografica). Entrambi furono denigrati post mortem ma famosi da vivi: Torino “scotomizza” i suoi figli, per usare un termine ricorrente nel saggio. Tutti noi, in questa città riduttivista ma antesignana nelle idee, quando decidiamo di dire quel che pensiamo dovremmo cominciare a “sellare il cavallo”. Ma non lo facciamo mai, siamo “bùgia nen”(gente che non lascia il posto).
Il “nostro”, direbbero oggi gli psicologi, fu vittima di un “bias di ancoraggio”, un pregiudizio che si appiccica a ogni novità (gradita o invisa e prima o dopo, aggiungerei). Non fu razzista, antimeridionalista, antifemminista o spiritista, ma come tutti gli antropologi trattava un po’ di tutto gettando sassi nei campi altrui per tentare di capirci qualcosa sugli umani, sul loro olistico insieme psicofisico, sociale e spirituale (oltre che genetico, unico campo che il nostro non ebbe modo di conoscere e “toccare”). Ma questo Max lo spiega bene e non c’è bisogno di sottolinearlo, la nostra complessità generale inoltre non è più una novità. Vorrei invece accomunare il “vero-torinese” ad altri screditati innocenti per capire quanto il “pensiero convergente” (leggi “politically correct”) possa nuocere alla scienza oltre che alla cultura.
Lui era un medico, come Celine. Anche questo straordinario scrittore francese subì una “damnatio memoriae” per presunta connivenza con i nazisti, mentre il suo interesse per le torture degli internati era solo scientifico (la soglia del dolore). E’ pure interessante notare che la tesi di laurea di Celine fu sul dottor Sommelweis, l’antesignano scopritore dell’asepsi che subì un destino analogo ma inverso a quello di Lombroso (la condanna da vivo, per mancanza di evidenze, e la riabilitazione dopo, scoperte le evidenze).
Io stesso sono testimone di un “bias” che accompagnò per quasi un secolo Salgari (abitò e morì a pochi passi da dove sono nato e gli ho dedicato un Parco di Ecologia Umana proprio nei pressi : il “Salgari Campus”). In quinta elementare ero già un suo lettore accanito e per questo rimproverato dal mio maestro del Collegio San Giuseppe: “Quello era un pazzo velleitario, suicida e illetterato, piaceva ai fascisti; dovresti leggere piuttosto Gozzano, che nel 1911 non andò neppure al suo funerale”. Anche in prima liceo classico (il Gioberti) fui aspramente censurato dalla mia prof. di filosofia ex partigiana perché mi piaceva Nietzsche, ispiratore di nazisti; e mi bocciò crudelmente, pure in questa unica materia che studiavo, benché distratto dal Rock.
Non sto difendendo “l’ombroso” da bastian-contrario o perché sono affetto da apofenìa schizofrenica, dico solo che il personaggio è affascinante anche per le sue contraddizioni e il suo destino che molti hanno condiviso in un mondo ancora bigotto e che mi rendono sempre più indulgente verso i “minori” o i “grandi” ostracizzati, “sinistrati” o scippati della gloria (Papini, D’Annunzio e Pitigrilli, per citare solo altri tre impresentabili coevi del “nostro”). Non era politicamente e scientificamente corretto forse, ma anticipava un sacco di “modernità”: era anticolonialista, antimilitarista, ebreo agnostico, socialista, contrario alla pena di morte, criminologo ante litteram, propugnatore del recupero sociale e terapeutico dei detenuti (cosa potremmo volere di più da un uomo dell’800 positivista e determinista?). Peraltro, Lombroso fu l’anticipatore autentico del principio di “selezione di gruppo”, oltre quella sessuale. Idea che lo stesso Darwin non aveva approfondito.
Sì, oggi qualcuno nel mondo scientifico accenna a riabilitarlo, ma non per benevolenza o pentimento, solo per ripensamento, o paura che almeno un po’ di ragione ce l’avesse proprio, alla luce di varie, nuove e nuovissime scoperte inquietanti, alle quali farò solo qualche cenno. – In campo psico-cognitivo H. Gardner (di Harward), il teorico delle intelligenze multiple (empatica, ecologica, sociale, musicale, spaziale, etc.), da anni si sta dedicando anche all’intelligenza “morale” che, se venisse scientificamente avvalorata come le altre otto, farebbe ridere il teschio dell’ombroso nella teca del suo contestatissimo museo torinese (e – un po’ meno – gli attuali sistemi giuridici). – In campo genetico D. Reich (sempre di Harward) ci dice che occorre “ripensare le razze”, che ora si definiscono eufemisticamente “ascendenze” o “varianti geografiche”, poiché ci sono effettive differenze tra le popolazioni e siamo tutti parenti ma tutti differenti (i neri ad esempio non possono battere i bianchi nelle gare di nuoto e sono più soggetti al diabete – fatti incontestabili ma ancora improferibili).
Ora nel mondo scientifico esiste un “ammortizzatore di cazzate” (la “Peer review”, o revisione preventiva tra pari), mentre al tempo di Lombroso fino in epoca recente esisteva solo la lotta intestina, la denigrazione o l’adesione. Ogni scienziato adesso sfoggia modestia nel dire che la scienza procede “per tentativi ed errori” e qualcuno afferma che rappresenta solo una “metafora del vero” (F. Ricca), cioè il sapere degli uomini, non certo di Dio. Pure Einstein prese cantonate storiche: la frase “Dio non gioca a dadi con l’universo” dovette rimangiarsela alla luce delle evidenze quantistiche. L’EVO-DEVO, la scienza epigenetica, osservando nei fenotipi mutazioni cromosomiche rapidamente trasmissibili, fa pensare che anche Lamarck, obsoleto dopo Darwin, potesse avere qualche forma di ragione. Del cinismo di Malthus poi, in questi tempi di epidemia, è meglio non parlare.
A. R. Wallace arrivò alla teoria dell’evoluzione per selezione naturale in poco tempo, ma gli scipparono l’idea con un’altra uguale, se pur ancora da elaborare dopo decenni, con una pubblicazione anticipata frettolosamente, che ha decretato il successo storico di un solo vincitore oggi conosciuto (Darwin), mentre all’altro poveretto hanno dedicato solo una linea geografica tra Indonesia e Australia che ben pochi conoscono.
R. Dawkins (di Oxford) non ha parlato solo di “geni egoisti”, ma anche di trasmissione di “memi” replicatori ed “evoluzione culturale” (tema affrontato dal “nostro” già cent’anni prima). Perfino una recente ricerca sulle preferenze sessuali (la “Digit-ratio”) si basa su riscontri antropometrici del tutto lombrosiani, discutibili ma pubblicati dopo peer reviews e sicuri al 50%, come le previsioni astrologiche, i placebo omeopatici, i vaccini anti-Covid cinesi, o fidarsi di uno con la faccia da delinquente.
Il famoso matematico A.L.Barabasi, che ha studiato per anni con i suoi ricercatori il segreto del successo, pubblicando poi “La formula”, potrebbe spiegare ora la fama del “vero-torinese” in vita e poi il suo oscuramento “ombroso”, con queste semplici deduzioni qui da me parafrasate in rime sciolte:
a) Buone prestazioni in campo limitato = successo illimitato. b) Successo precedente x fitness intermittente = successo definitivo non imminente. c) Ostinazione perseverante + sfortuna + prestazione non misurabile e incoerente = successo incerto senza coefficiente. Tanti auguri, Cesare.
Dopo tutte queste superflue chiose personali al bel lavoro di Max che invito a leggere, permettetemi di affermare che siamo tutti vittime più o meno consapevoli del “pensiero convergente”, in campo ambientale, dove Max ha coniato il bel neologismo “ecoapocalittico”, di genere o quant’altro. Io poi, come creativo sulla carta e pensatore divergente, francamente ne sono proprio stufo. Se non posso più dire che Lauzi e Battisti non erano fascisti, che Pavarotti era discronico e non andava a tempo, che De Andrè non era un musicista originale e che De Gregori è un dylaniano di maniera, mi si lasci pure in pace. Sono ancora un uomo analogico che “in rete” non ci può stare, uso il cellulare come fosse una cabina telefonica e ho una mail che sembra una rivendicazione sessantottina (maolucci@libero.it).