11. LA BASILICATA FEDERICIANA NELLA TOPONIMIA MEDIEVALE: RUDIMENTI DI STORIOGRAFIA SVEVA. ISBN 9788872971451 CARTONATO

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Quando ci si occupa della storia della Lucania-Basilicata sono due, sostanzialmente, le domande alle quali non si riesce a rispondere in modo adeguato: la prima riguarda le ragioni del mutamento del coronimo, da Lucania a Basilicata (e l’origine di tale cambiamento); mentre l’altra è legata all’individuazione del momento di fondazione dei centri abitati attualmente esistenti.
A proposito della prima questione vi è da dire che l’aggettivazione territoriale “Basilicata”, per i motivi che spiegheremo, non è affatto una dizione alto-medioevale, come si ritiene comunemente: si tratta di un nome che verrà usato solo durante il basso medioevo, e ciò risulta ben evidente da alcune fonti di archivio di epoca sveva che – fino ad oggi – sono state trascurate, ma delle quali ci occuperemo specificamente in questo testo.
In effetti per secoli è rimasto incerto, giacchè non documentato, il periodo storico in cui venne utilizzato per la prima volta il termine Basilicata, in luogo dell’antico etnonimo Lucania (quest’ultimo, com’è noto, era riferito alle popolazioni che abitavano la regione). Di contro, sapevamo che, sino a tutto il periodo tardo-antico, era rimasto certamente in uso il coronimo Lucania: esso, però, nel corso del tempo assunse accezioni diverse; di fatti indicò anche luoghi parzialmente differenti – come vedremo subito – vieppiù a seguito dell’invasione longobarda.
Fatto sta che tutti i riferimenti al nome dell’antica regio romana sono stati fuorvianti, soprattutto perché i confini del territorio definito ‘lucano’ sono rimasti incerti e mutevoli per circa mezzo millennio, ossia dal Sesto all’Undicesimo secolo.
La seconda questione è, per molti versi, una conseguenza della prima: nel senso che non sono state, sinora, oggetto di una adeguata verifica le fasi storiche in cui sorsero le città che compongono la moderna regione e, di conseguenza, sono mancati gli specifici approfondimenti sull’argomento. Per questo motivo cercheremo di ripercorrere le vicende che hanno portato alla nascita della moderna Basilicata, proprio partendo dalla fondazione di quei centri abitati che originariamente la componevano.
Se non che, volendo fissare una data d’inizio più o meno certa all’edificazione di questi insediamenti, occorre in primo luogo considerare quanto segue: a causa della caduta dell’impero romano d’occidente, e quindi per il progressivo abbandono della scrittura, sul finire del Quinto secolo dopo Cristo, ossia in coincidenza con la fine del periodo tardo antico, divenne nebulosa tutta la storia della penisola italiana (e, inevitabilmente, anche quella del territorio oggetto di indagine).
Naturalmente la Lucania classica, assieme al confinante Bruttium, era incardinata all’interno della pars occidentis dell’impero che, per molteplici concause crollò su sè stesso; fra le altre, ciò accadde non solo per le note problematiche provocate dalla inflazione dei prezzi: è vero che il sesterzio si svalutò di circa cento volte, ma i motivi di crisi irreversibile furono generati non tanto dalla cattiva tenuta dell’economia (che -al contrario di Costantinopoli- si reggeva sostanzialmente sull’agricoltura e non sul commercio), quanto dalla sempre più grave corruzione dei burocrati e, soprattutto, dal repentino crollo del prestigio dell’autorità imperiale.
In generale, comunque, in Italia era ancora possibile distinguere due forme di entità amministrative di stampo romano-imperiale: le regiones (le quali facevano parte del territorio italico e che etimologicamente derivano da regere, ossia ‘dirigere’) e le provinciae (le quali, invece, afferivano a territori extra-peninsulari e che, in quanto conquistati, erano direttamente sottoposti al dominio imperiale). Ma, successivamente alla caduta di Romolo Augustolo, tali suddivisioni sopravvissero per poco tempo e tale dicotomia andò sfumando. Progressivamente, questa differenza concettuale perse ogni ragione di essere, dopo la cessazione della presenza nominale e formale di un imperatore nella parte occidentale.
Sul finire del Quinto secolo, dopo la non duratura presenza degli Eruli di Odoacre, l’aspro conflitto greco-gotico – che si suddivise in ben due guerre combattute nel giro di appena vent’anni – conferì il colpo di grazia all’economia italica, che si ritrasse su sè stessa, e praticamente il commercio si bloccò: è questa la fase del primo crollo demografico subìto dalla regione lucana.
Svolta questa ampia premessa dobbiamo precisare che, nell’anno 554, con la presa definitiva dell’Italia da parte dell’imperatore Giustiniano e con la promulgazione della ‘Pragmatica Sanctio per partes Italiae’, tutta la Penisola rientrava formalmente nel dominio romano (d’oriente): infatti, mediante la procedura di restauratio imperii, com’è noto, Giustiniano estese alla Praecfectura Italiae la legislazione vigente in oriente, considerando la oramai riconquistata pars occidentalis come una semplice estensione di territorio imperiale, che perciò non necessitava di differenti normative: dalla metà del Sesto secolo, quindi, il governo centrale passò a Costantinopoli.
La lotta contro i goti, come sappiamo, era stata durissima: tuttavia le regiones classiche guidate dai vari consulares mediante il potere imperiale di Costantinopoli presero a rivitalizzarsi, anche se con estrema difficoltà (fra di esse, ovviamente, pure quella lucana).
Dobbiamo poi aggiungere che, attorno al 580 vi era stata la riforma romèa delle eparchie, operata da Tiberio II al fine di guarnire i vari territori, certamente dettata anche da esigenze militari: essa, per quanto riguarda i territori italici, viene descritta dal geografo greco Giorgio Cipriota nella sua opera Descriptio orbis Romani. Questa ci offre il resoconto della presenza di cinque macro-regioni, rette da uno judex (una sorta di governatore): in base alla Descriptio risulta evidente che, all’interno del sistema delle eparchie e delle revisioni territoriali, la Lucania d’età classica aveva già perduto ogni autonomia. Perciò dobbiamo supporre che non vi fosse alcun consularis a reggere l’area: anzi, possiamo concretamente ipotizzare che, a partire da allora, ebbe inizio l’effettivo smembramento della III regio imperiale, poiché la parte tirrenica e meridionale della Lucania venne incorporata alla macro-regione campana (almeno fino a che questa non fu invasa dai longobardi) e, quindi, non rimanendo aggregata al Bruttio, perse la sua unità. E’ possibile ipotizzare, peraltro, che le macro-regioni bizantine volessero essere una risposta concreta all’invasione: tuttavia, se dovevano svolgere questo ruolo, la risposta sul territorio non fu realmente adeguata alle esigenze difensive, visto il dilagare non disagevole dei longobardi, in pochi decenni, sia nel nord che nel centro dell’Italia.
Occorre precisare, altresì, che le eparchie italiche create da Costantinopoli vennero erose in pochissimi anni, a causa dell’arrivo dei longobardi: essi, per motivi ancora ignoti, in breve tempo procedettero a una progressiva e incalzante occupazione dell’intera Penisola, fatta eccezione di Calabria, Puglia e Sicilia.
Sicchè scomparvero le precedenti entità amministrative imperiali che, come si è visto, i rhomaioi avevano in qualche modo cercato di preservare (anche se sotto forme e dimensioni differenti).
I longobardi varcarono facilmente le Alpi orientali attraverso le Valli Giudicarie del Trentino, costringendo perciò i soldati imperiali – le cui fila erano oramai ridotte quantitativamente a causa del ventennio di guerra con i Goti – ad ulteriori combattimenti, a cui probabilmente non si fecero trovare numericamente pronti. Così, dopo aver occupato inizialmente l’area dell’odierno Friuli, le milizie longobarde estesero progressivamente il proprio dominio su gran parte dell’Italia centro-settentrionale, dando vita in pochissimo tempo a un regno indipendente, che fu in grado di contrapporsi al potere che definiamo come “bizantino”, ossia romano d’Oriente, sino a ottenere da Costantinopoli (appena un secolo più tardi, cioè nell’anno 680) la ratifica di un vero e proprio trattato di pace, con la suddivisione delle rispettive sfere di influenza sulla penisola italiana.
In sostanza, poco tempo dopo la restaurazione giustinianea si materializzava l’arrivo di questa popolazione di lingua germanica, che invase l’intero suolo italico penetrandolo dal nord (e che poi giunse gradualmente anche nel Mezzogiorno, agli inizi del Settimo secolo).
Ebbene, con riferimento a un successo così rapido e assolutamente imprevisto dell’invasione longobarda ci sono due scuole di pensiero: alcuni autori ritengono che i romèi fossero inizialmente disposti ad accettarne l’arrivo, al fine di utilizzare la loro milizia come soldatesca di frontiera; in tal senso, Costantinopoli avrebbe ben volentieri lasciato loro ampie fette del suolo italico. Secondo altri, invece, i militari bizantini furono impotenti, di fronte al dilagare di questa invasione improvvisa, a causa di una fragilità intrinseca, ma comunque tentarono un’iniziale forma di resistenza.
Francamente pare più credibile la seconda tesi: in ogni caso, questa intricata fase storica si svolse nel breve volgere di un secolo (570-680).
Viene perciò spontaneo chiedersi se, dopo la disarticolazione delle regiones italiche (e delle eparchie romee) e, dunque, con l’avvento di questa popolazione germanica cosiddetta ‘barbarica’, siano – o meno – continuati ad esistere i vecchi centri abitati lucani; oppure se la conquista del territorio da parte dei sopraggiunti longobardi abbia causato in qualche modo l’abbandono e la subitanea scomparsa delle città preesistenti, da poco riorganizzate, oltre che delle varie ville d’epoca classica, sparse sul territorio, le quali inevitabilmente diventavano una sorta di ‘cave’ da cui sottrarre i materiali da riutilizzare. Si tratta di una questione dibattuta che merita un riscontro adeguato ed approfondito: cosa che è possibile fare anche mediante l’ottima capacità suppletiva della scienza toponomastica; di fatti, come si è detto nella premessa i relitti lessicali ancora presenti sul posto sono degli ottimi indicatori di carattere storico, da poter utilizzare in funzione sostitutiva – in mancanza di idonee fonti primarie – per la ricostruzione storica di una fase molto nebulosa, quale è stata sia l’epoca tardo antico che quello alto medievale, a causa della latitanza delle fonti e, soprattutto, per le gravi lacune dell’archeologia attinente la cosiddetta ‘era media’.
A proposito di fonti è utile riportare quelle utilizzate in questa sede: quanto
alle primarie, o di archivio, sono state consultate per la redazione del presente saggio quelle ritenute ineludibili, che coprono sia l’alto che il basso medioevo. Alcune di esse sono manoscritti, ma per la maggior parte sono state già pubblicate e, fra le varie, citiamo le seguenti: gli “Annali” (“×ñïíéêÞ ÓõããñáöÞ”) di Giorgio Acropolita, la “Breve Chronica” dell’anonimo cassinense, il “Catalogus baronum normannorum “ (versione ricostruita per re Guglielmo II), la “Cosmographia Ravennate” di Anonimo, il “Codice Vaticano greco 167” (detto di ‘Teofane continuato’), il “Codice marciano greco 388”, il “Codice marciano greco 516”, la “Chronica” di Giovanni Biclaro, la “Chronica” di Mario di Avenches, la “Chronica di Monemvasia”, la “Chronica Sacri Monasterii Casinensis” (detta “Chronicon casinense”), la “Cronaca” di Teofane il confessore (ÈåïöÜíçò ÏìïëïãçôÞò), il “Chronicon rerum in regno Neapolitano gestarum” di Lupo Protospata,il “Chronicon Vulturnense”, la “De la Conquête de Constantinople” di Goffredo di Villehardouin, la “Descriptio orbis Romani ” di Giorgio cipriota, il “De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi Ducis fratris eius” di Goffredo Malaterra,il “Gesta Roberti Wiscardi” di Guglielmo di Puglia, la “Historia Normannorum” di Amato da Montecassino, “La Conquête de Constantinople” di Roberto di Clari, il manoscritto di Luca Mandelli dal doppio titolo: ‘La Lucania sconosciuta’ e ‘La Lucania illustrata’ (due volumi), “La Narrazione cronologica” (“×ñïíéêÞ ÄéÞãçóéò”) di Niceta Coniate, “Le storie “ (Ióôïñßáé) di Teofilatto Simocatta, “Prokeiron nomon “ (Codice Vaticano greco n.845), la sentenza di primo grado emessa dai Giustiziari del Sinni e redatta in greco nell’anno 1143 (in: Archivio Doria Pamphilj-Roma), nonché quella emessa dai Giustiziari del Sinni in appello e redatta in greco nell’anno 1144 (in: Archivio Doria Pamphilj-Roma), la “Vita di Antuono Abate” di Atanasio d’Alessandria, la “Vita et gesta Karoli” di Eginardo.
In complesso si tratta, come vedremo, di una serie di fonti molto utili (ma non decisive) che sono state adoperate per cercare di risolvere alcune delle problematiche inerenti la storia della regione e che ci danno un discreto contributo in termini di ricostruzione generale del territorio.
Non sono state prese in considerazione, invece, tre fonti che vengono ritenute ‘primarie’ (perché di dubbia autenticità), quali il Chronicon cavense, il Chronicon Saracenico-Calabrum e le Additiones al Chronicon Sancta Sophiae.

Description

ULTIME COPIE – IN ESAURIMENTO

L’ANTICA STORIA FRA LUCANIA E BASILICATA AI TEMPI DEGLI SVEVI

 

Con la struttura e con la forma di questo saggio, che ha ad oggetto uno studio sulla nascita dell’assetto moderno della Basilicata, viene presentata anche un’indagine approfondita sull’origine delle città lucano-basilicatesi e sulla determinazione dei confini della stessa regione, così come la conosciamo oggi.
Nell’ambito di tali ricerche, finalizzate a ricostruire una storia che è ancora pressochè inedita, è stata messa in rilievo l’identità medievale del coronimo Basilicata, per come è risultato sia in base alle poche fonti primarie esistenti, che all’analisi toponimica: alla luce delle considerazioni contenute nel testo si vedrà che è lecito parlare di genesi ‘sveva’ della regione.
Fermo restante il contenuto scientifico e il carattere argomentativo dell’opera, inoltre, vengono esposte una serie di tematiche di carattere storico-giuridico, unitamente ad altre di carattere linguistico, per quanto è possibile attraverso modalità divulgative. Sia le citazioni bibliografiche, sia quelle di archivio – se ritenute indispensabili – sono infatti presenti e vengono accennate ed inserite nel corpo del testo, mediante dei richiami volutamente sintetici (e non a piè pagina).
Si deve poi segnalare il vasto utilizzo della ‘toponimia’, come principale metodo di ricerca: si tratta, com’è noto, di una scienza ausiliaria che risulta essere fondamentale per lo studio della storia del territorio, soprattutto in assenza di specifiche indagini archeologiche e di penuria archivistica. Essa, pur facendo parte della linguistica, intrattiene rapporti indispensabili con gli studi storici: infatti, riesce a rappresentare la significativa resistenza – sui luoghi – di veri e propri ‘fossili linguistici’, i quali possono fungere da guida, fornendo molto spesso adeguati e obiettivi riscontri, laddove (come nel periodo tardo antico e alto medievale) le fonti documentarie di primo grado sono molto scarse.
A proposito di fonti d’archivio, dobbiamo ricordare che, perseguendo l’abitudine inveterata di cancellare una storia scomoda, fatta soprattutto di una presenza religiosa “concorrenziale” nel Mezzogiorno (parliamo di obbedienza ‘ortodossa’), la chiesa cattolica – anche se involontariamente – ha grandemente contribuito a rendere poco leggibile l’epoca in esame, distruggendo il culto ortodosso e, vieppiù, i testi ad esso legati.
A ciò si aggiunga la dispersione di una gran parte del patrimonio laico e, in particolare, di quello codicistico greco-medievale appartenente alla corte di Federico II, che venne improvvidamente donato da Carlo D’Angiò al papa e che, quindi, alla metà del Tredicesimo secolo fu trasportato in quello che sarebbe diventato l’archivio ‘segreto’ vaticano. Alcuni di questi codici si sono salvati e fanno parte del nucleo di partenza della raccolta vaticana, ma devono essere ritenuti come materiale archivistico disorganico e non perfettamente catalogato (inoltre, sono scarsamente studiati).
Tuttavia c’è da dire che, nonostante la costante attività di sopraffazione sulla cultura greco-bizantina, compiuta dall’istituzione ecclesiastica romana (volta alla latinizzazione e realizzata soprattutto a decorrere dal Quindicesimo secolo in poi), nel Mezzogiorno sono ancora molteplici le tracce del passato giunte a noi: sono presenti in primis quelle di carattere toponomastico. A tal proposito, pur con la particolare attenzione dovuta – tesa soprattutto a evitare il pericolo di paretimologie – è doveroso segnalare che nel saggio è stata quasi sempre preferita la traslitterazione (dal greco all’italiano) dei vari termini medievali che sono riportati nel presente lavoro; cosa che, ovviamente, ne facilita la lettura e la comprensione, anche in un lettore che non sia specialista della materia.
Ma le lacune, per inciso, sono visibili soprattutto nell’archeologia del medioevo che, con la regione basilicatese, soffre un rapporto alquanto problematico – nonostante l’attività di scavi si sia sviluppata negli ultimi cinquant’anni – a causa dei limitati interventi sinora effettuati sulle aree di interesse: ecco che la persistenza sui luoghi dei toponimi risulta essere un fondamentale supporto per la ricostruzione storica del territorio, in attesa di ulteriori conferme da parte delle altre scienze.
Sicchè, in supplenza delle indagini archeologiche, le analisi topografiche, quelle corografiche e le toponomastiche (con l’utilizzo della cartografia ufficiale dell’I.G.M.), unitamente alla geografia descrittiva e ad alcuni elementi di storia giuridica, non possono non essere presi in considerazione per l’elaborazione di uno studio scientifico sulle origini della ‘Basilicata’, in quanto entità amministrativa di istituzione medievale.
Volendo concludere: è chiaro che, da sole, le fonti medievali primarie ci dicono poco e, perciò, risulta necessario un approccio metodologico multidisciplinare; questa tipologia di ricerca, in modalità comparata, è in grado di sopperire a molte lacune e per l’effetto ci consente di formulare ipotesi concrete (anche mediante le analogie), a partire proprio dall’epoca di formazione geopolitica del territorio esaminato.
Si specifica, infine, che pur non avendo una vocazione manualistica, il libro – grazie all’analisi di alcuni manoscritti medievali (soprattutto cronache e atti giuridici) – offre uno spaccato di storia del diritto vigente nel Mezzogiorno d’Italia, all’indomani dell’anno Mille.

 

INDICE

Premesse metodologiche e Avvertenze

1.
Introduzione

2.
Regioni, province e giustizierati

3.
Lo sbarramento longobardo
e il proto incastellamento bizantino

4.
Una frontiera mobile in Calabria:
la terra dei basilici

5.
Il diritto bizantino
fra Calabria e Lucania

6.
L’urbanizzazione e la rinascita

7.
L’anima medievale della Lucania

8 .
Dal Catepanato d’Italia
all’età normanna: le due subregioni

9.
L’ipotesi sulla nascita
della Basilicata sveva

10 .
Osservazioni conclusive:
l’eredità bizantina

Fonti archivistiche

Bibliografia

Dettagli

EAN

9788872970997

ISBN

8872970997

Pagine

80

Autore

BOCCIA ANTONIO VITO

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Editorial Review

LA NECESSITA' DI STUDIARE I DOCUMENTI E NON I COMMENTI DEGLI STORICI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando ci si occupa della storia della Lucania-Basilicata sono due, sostanzialmente, le domande alle quali non si riesce a rispondere in modo adeguato: la prima riguarda le ragioni del mutamento del coronimo, da Lucania a Basilicata (e l’origine di tale cambiamento); mentre l’altra è legata all’individuazione del momento di fondazione dei centri abitati attualmente esistenti.
A proposito della prima questione vi è da dire che l’aggettivazione territoriale “Basilicata”, per i motivi che spiegheremo, non è affatto una dizione alto-medioevale, come si ritiene comunemente: si tratta di un nome che verrà usato solo durante il basso medioevo, e ciò risulta ben evidente da alcune fonti di archivio di epoca sveva che - fino ad oggi - sono state trascurate, ma delle quali ci occuperemo specificamente in questo testo.
In effetti per secoli è rimasto incerto, giacchè non documentato, il periodo storico in cui venne utilizzato per la prima volta il termine Basilicata, in luogo dell’antico etnonimo Lucania (quest’ultimo, com’è noto, era riferito alle popolazioni che abitavano la regione). Di contro, sapevamo che, sino a tutto il periodo tardo-antico, era rimasto certamente in uso il coronimo Lucania: esso, però, nel corso del tempo assunse accezioni diverse; di fatti indicò anche luoghi parzialmente differenti - come vedremo subito - vieppiù a seguito dell’invasione longobarda.
Fatto sta che tutti i riferimenti al nome dell’antica regio romana sono stati fuorvianti, soprattutto perché i confini del territorio definito ‘lucano’ sono rimasti incerti e mutevoli per circa mezzo millennio, ossia dal Sesto all’Undicesimo secolo.
La seconda questione è, per molti versi, una conseguenza della prima: nel senso che non sono state, sinora, oggetto di una adeguata verifica le fasi storiche in cui sorsero le città che compongono la moderna regione e, di conseguenza, sono mancati gli specifici approfondimenti sull’argomento. Per questo motivo cercheremo di ripercorrere le vicende che hanno portato alla nascita della moderna Basilicata, proprio partendo dalla fondazione di quei centri abitati che originariamente la componevano.
Se non che, volendo fissare una data d’inizio più o meno certa all’edificazione di questi insediamenti, occorre in primo luogo considerare quanto segue: a causa della caduta dell’impero romano d’occidente, e quindi per il progressivo abbandono della scrittura, sul finire del Quinto secolo dopo Cristo, ossia in coincidenza con la fine del periodo tardo antico, divenne nebulosa tutta la storia della penisola italiana (e, inevitabilmente, anche quella del territorio oggetto di indagine).
Naturalmente la Lucania classica, assieme al confinante Bruttium, era incardinata all’interno della pars occidentis dell’impero che, per molteplici concause crollò su sè stesso; fra le altre, ciò accadde non solo per le note problematiche provocate dalla inflazione dei prezzi: è vero che il sesterzio si svalutò di circa cento volte, ma i motivi di crisi irreversibile furono generati non tanto dalla cattiva tenuta dell’economia (che -al contrario di Costantinopoli- si reggeva sostanzialmente sull’agricoltura e non sul commercio), quanto dalla sempre più grave corruzione dei burocrati e, soprattutto, dal repentino crollo del prestigio dell’autorità imperiale.
In generale, comunque, in Italia era ancora possibile distinguere due forme di entità amministrative di stampo romano-imperiale: le regiones (le quali facevano parte del territorio italico e che etimologicamente derivano da regere, ossia ‘dirigere’) e le provinciae (le quali, invece, afferivano a territori extra-peninsulari e che, in quanto conquistati, erano direttamente sottoposti al dominio imperiale). Ma, successivamente alla caduta di Romolo Augustolo, tali suddivisioni sopravvissero per poco tempo e tale dicotomia andò sfumando. Progressivamente, questa differenza concettuale perse ogni ragione di essere, dopo la cessazione della presenza nominale e formale di un imperatore nella parte occidentale.
Sul finire del Quinto secolo, dopo la non duratura presenza degli Eruli di Odoacre, l’aspro conflitto greco-gotico - che si suddivise in ben due guerre combattute nel giro di appena vent’anni - conferì il colpo di grazia all’economia italica, che si ritrasse su sè stessa, e praticamente il commercio si bloccò: è questa la fase del primo crollo demografico subìto dalla regione lucana.
Svolta questa ampia premessa dobbiamo precisare che, nell’anno 554, con la presa definitiva dell’Italia da parte dell’imperatore Giustiniano e con la promulgazione della ‘Pragmatica Sanctio per partes Italiae’, tutta la Penisola rientrava formalmente nel dominio romano (d’oriente): infatti, mediante la procedura di restauratio imperii, com’è noto, Giustiniano estese alla Praecfectura Italiae la legislazione vigente in oriente, considerando la oramai riconquistata pars occidentalis come una semplice estensione di territorio imperiale, che perciò non necessitava di differenti normative: dalla metà del Sesto secolo, quindi, il governo centrale passò a Costantinopoli.
La lotta contro i goti, come sappiamo, era stata durissima: tuttavia le regiones classiche guidate dai vari consulares mediante il potere imperiale di Costantinopoli presero a rivitalizzarsi, anche se con estrema difficoltà (fra di esse, ovviamente, pure quella lucana).
Dobbiamo poi aggiungere che, attorno al 580 vi era stata la riforma romèa delle eparchie, operata da Tiberio II al fine di guarnire i vari territori, certamente dettata anche da esigenze militari: essa, per quanto riguarda i territori italici, viene descritta dal geografo greco Giorgio Cipriota nella sua opera Descriptio orbis Romani. Questa ci offre il resoconto della presenza di cinque macro-regioni, rette da uno judex (una sorta di governatore): in base alla Descriptio risulta evidente che, all’interno del sistema delle eparchie e delle revisioni territoriali, la Lucania d’età classica aveva già perduto ogni autonomia. Perciò dobbiamo supporre che non vi fosse alcun consularis a reggere l’area: anzi, possiamo concretamente ipotizzare che, a partire da allora, ebbe inizio l’effettivo smembramento della III regio imperiale, poiché la parte tirrenica e meridionale della Lucania venne incorporata alla macro-regione campana (almeno fino a che questa non fu invasa dai longobardi) e, quindi, non rimanendo aggregata al Bruttio, perse la sua unità. E’ possibile ipotizzare, peraltro, che le macro-regioni bizantine volessero essere una risposta concreta all’invasione: tuttavia, se dovevano svolgere questo ruolo, la risposta sul territorio non fu realmente adeguata alle esigenze difensive, visto il dilagare non disagevole dei longobardi, in pochi decenni, sia nel nord che nel centro dell’Italia.
Occorre precisare, altresì, che le eparchie italiche create da Costantinopoli vennero erose in pochissimi anni, a causa dell’arrivo dei longobardi: essi, per motivi ancora ignoti, in breve tempo procedettero a una progressiva e incalzante occupazione dell’intera Penisola, fatta eccezione di Calabria, Puglia e Sicilia.
Sicchè scomparvero le precedenti entità amministrative imperiali che, come si è visto, i rhomaioi avevano in qualche modo cercato di preservare (anche se sotto forme e dimensioni differenti).
I longobardi varcarono facilmente le Alpi orientali attraverso le Valli Giudicarie del Trentino, costringendo perciò i soldati imperiali - le cui fila erano oramai ridotte quantitativamente a causa del ventennio di guerra con i Goti - ad ulteriori combattimenti, a cui probabilmente non si fecero trovare numericamente pronti. Così, dopo aver occupato inizialmente l’area dell’odierno Friuli, le milizie longobarde estesero progressivamente il proprio dominio su gran parte dell’Italia centro-settentrionale, dando vita in pochissimo tempo a un regno indipendente, che fu in grado di contrapporsi al potere che definiamo come “bizantino”, ossia romano d’Oriente, sino a ottenere da Costantinopoli (appena un secolo più tardi, cioè nell’anno 680) la ratifica di un vero e proprio trattato di pace, con la suddivisione delle rispettive sfere di influenza sulla penisola italiana.
In sostanza, poco tempo dopo la restaurazione giustinianea si materializzava l’arrivo di questa popolazione di lingua germanica, che invase l’intero suolo italico penetrandolo dal nord (e che poi giunse gradualmente anche nel Mezzogiorno, agli inizi del Settimo secolo).
Ebbene, con riferimento a un successo così rapido e assolutamente imprevisto dell’invasione longobarda ci sono due scuole di pensiero: alcuni autori ritengono che i romèi fossero inizialmente disposti ad accettarne l’arrivo, al fine di utilizzare la loro milizia come soldatesca di frontiera; in tal senso, Costantinopoli avrebbe ben volentieri lasciato loro ampie fette del suolo italico. Secondo altri, invece, i militari bizantini furono impotenti, di fronte al dilagare di questa invasione improvvisa, a causa di una fragilità intrinseca, ma comunque tentarono un’iniziale forma di resistenza.
Francamente pare più credibile la seconda tesi: in ogni caso, questa intricata fase storica si svolse nel breve volgere di un secolo (570-680).
Viene perciò spontaneo chiedersi se, dopo la disarticolazione delle regiones italiche (e delle eparchie romee) e, dunque, con l’avvento di questa popolazione germanica cosiddetta ‘barbarica’, siano - o meno - continuati ad esistere i vecchi centri abitati lucani; oppure se la conquista del territorio da parte dei sopraggiunti longobardi abbia causato in qualche modo l’abbandono e la subitanea scomparsa delle città preesistenti, da poco riorganizzate, oltre che delle varie ville d’epoca classica, sparse sul territorio, le quali inevitabilmente diventavano una sorta di ‘cave’ da cui sottrarre i materiali da riutilizzare. Si tratta di una questione dibattuta che merita un riscontro adeguato ed approfondito: cosa che è possibile fare anche mediante l’ottima capacità suppletiva della scienza toponomastica; di fatti, come si è detto nella premessa i relitti lessicali ancora presenti sul posto sono degli ottimi indicatori di carattere storico, da poter utilizzare in funzione sostitutiva - in mancanza di idonee fonti primarie - per la ricostruzione storica di una fase molto nebulosa, quale è stata sia l’epoca tardo antico che quello alto medievale, a causa della latitanza delle fonti e, soprattutto, per le gravi lacune dell’archeologia attinente la cosiddetta ‘era media’.
A proposito di fonti è utile riportare quelle utilizzate in questa sede: quanto
alle primarie, o di archivio, sono state consultate per la redazione del presente saggio quelle ritenute ineludibili, che coprono sia l’alto che il basso medioevo. Alcune di esse sono manoscritti, ma per la maggior parte sono state già pubblicate e, fra le varie, citiamo le seguenti: gli “Annali” (“×ñïíéêÞ ÓõããñáöÞ”) di Giorgio Acropolita, la “Breve Chronica” dell’anonimo cassinense, il “Catalogus baronum normannorum “ (versione ricostruita per re Guglielmo II), la “Cosmographia Ravennate” di Anonimo, il “Codice Vaticano greco 167” (detto di ‘Teofane continuato’), il “Codice marciano greco 388”, il “Codice marciano greco 516”, la “Chronica” di Giovanni Biclaro, la “Chronica” di Mario di Avenches, la “Chronica di Monemvasia”, la “Chronica Sacri Monasterii Casinensis” (detta “Chronicon casinense”), la “Cronaca” di Teofane il confessore (ÈåïöÜíçò ÏìïëïãçôÞò), il “Chronicon rerum in regno Neapolitano gestarum” di Lupo Protospata,il “Chronicon Vulturnense”, la “De la Conquête de Constantinople” di Goffredo di Villehardouin, la “Descriptio orbis Romani ” di Giorgio cipriota, il “De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi Ducis fratris eius” di Goffredo Malaterra,il “Gesta Roberti Wiscardi” di Guglielmo di Puglia, la “Historia Normannorum” di Amato da Montecassino, “La Conquête de Constantinople” di Roberto di Clari, il manoscritto di Luca Mandelli dal doppio titolo: ‘La Lucania sconosciuta’ e ‘La Lucania illustrata’ (due volumi), “La Narrazione cronologica” (“×ñïíéêÞ ÄéÞãçóéò”) di Niceta Coniate, “Le storie “ (Ióôïñßáé) di Teofilatto Simocatta, “Prokeiron nomon “ (Codice Vaticano greco n.845), la sentenza di primo grado emessa dai Giustiziari del Sinni e redatta in greco nell’anno 1143 (in: Archivio Doria Pamphilj-Roma), nonché quella emessa dai Giustiziari del Sinni in appello e redatta in greco nell’anno 1144 (in: Archivio Doria Pamphilj-Roma), la “Vita di Antuono Abate” di Atanasio d’Alessandria, la “Vita et gesta Karoli” di Eginardo.
In complesso si tratta, come vedremo, di una serie di fonti molto utili (ma non decisive) che sono state adoperate per cercare di risolvere alcune delle problematiche inerenti la storia della regione e che ci danno un discreto contributo in termini di ricostruzione generale del territorio.
Non sono state prese in considerazione, invece, tre fonti che vengono ritenute ‘primarie’ (perché di dubbia autenticità), quali il Chronicon cavense, il Chronicon Saracenico-Calabrum e le Additiones al Chronicon Sancta Sophiae.

INDICE

Premesse metodologiche e Avvertenze

1.
Introduzione

2.
Regioni, province e giustizierati

3.
Lo sbarramento longobardo
e il proto incastellamento bizantino

4.
Una frontiera mobile in Calabria:
la terra dei basilici

5.
Il diritto bizantino
fra Calabria e Lucania

6.
L’urbanizzazione e la rinascita

7.
L’anima medievale della Lucania

8 .
Dal Catepanato d’Italia
all’età normanna: le due subregioni

9.
L’ipotesi sulla nascita
della Basilicata sveva

10 .
Osservazioni conclusive:
l’eredità bizantina

Fonti archivistiche

Bibliografia