FERRANTE SANSEVERINO, DONNA SABELLA E IL TASSO

26,00


UN GRANDE AMORE CON IL PRINCIPE DI SALERNO

Le inquietudini religiose e le ansie di riforma che attraversavano la società colta napoletana raggiunsero anche la corte dei principi Sanseverino a Salerno. Qui venne a vivere Scipione Capece che era stato bandito dalla Accademia pontaniana perché accusato di eresia: vittima, come molti altri intelletuali, dell’ostilità del vicerè Pedro di Toledo nei confronti delle Accademie, considerate fucine di idee politiche e eretiche sospette. L’umanista era imparentato con Isabella e divenne il poeta della sua corte; in quell’ambiente colto e stimolante Capace scrisse il suo poema De Principiis rerum ispirato dalla letteratura latina di Lucrezio e Virgilio e dalla letteratura umanista dei trattati di Giovanni Pontano. L’opera di Capace costituisce un esempio delle complesse relazioni tra filosofia, religione e letteratura che si svilupparono nella cultura napoletana durante la prima metà del XVI secolo e che spesso portarono i protagonisti di quella società a incontrarsi, e anche a scontrarsi, con i sospetti dell’Inquisizione.
La vita coniugale della bella, nobile e elegante coppia fu annientata da una dolorosa separazione; la loro storia commosse finanche il signore di Brantôme e ha lasciato traccia nella tradizione popolare anche attraverso il canto intitolato alle triste condizione di “donna Sabella”. Le complesse vicende del regno di Napoli nel XVI secolo travolsero più di un destino: Ferrante, accusato di aver tramato contro la Spagna, fu costretto all’esilio definitivo che trascorse presso la corte di Francia, dove aveva già soggiornato in altri tempi; morì nel paese straniero senza aver potuto far ritorno in patria. Isabella rimase a Napoli, gli sposi furono divisi per sempre. Ci è pervenuto il testo di alcune commoventi lettere poetiche in cui si cantano il dolore per la separazione e la lontananza irrimediabili: «Tu parti cuor mio caro/ e mi lasci in pianto amaro…» scrive Isabella e Ferrante risponde «Mi parto consumando/ piangendo e sospirando…», le parole dei due sposi lontani ancora oggi commuovono.
Di Isabella rimane un carteggio con il cardinale Seripando che si conserva presso la Biblioteca Nazionale di Napoli e alcune lettere da lei inviate all’imperatore Carlo V che aveva dimostrato interesse e stima nei suoi confronti. Le lettere sono interessanti dal punto storico e anche filologico; la scrittura è elegante e se ne deduce la conoscenza della grammatica latina da parte della scrittrice. Ma questi documenti sono anche importanti perché testimonianza privata e diretta delle condizioni politiche del regno di Napoli.
Nel 1555 la principessa si recò in Spagna accolta con feste e onori: desiderava far visita a una sorella monaca. Nel 1559 ottenne il permesso di tornare a Napoli ma fu colta dalla morte a Madrid.

Description

DONNA SABELLA

Isabella era figlia di Bernardo conte di Capaccio e Grande Ammiraglio del Regno. Alla morte del padre, avvenuta nel 1512, aveva ereditato il feudo di Capaccio e Altavilla.
Nel 1516, con il consenso del re Ferdinando II, sposò Ferrante Sanseverino (1507- 1568), principe di Salerno, che non aveva ancora compiuto dieci anni. Era rimasto orfano in tenerissima età, ed era stato allevato da Bernardo, il padre di Isabella. I due fanciulli ebbero per precettore uno dei più insigni umanisti napoletani, Pomponio Gaurico, il quale per dodici anni insegnò loro le lettere latine e greche.
I giovani sposi fecero onore al maestro. Avevano gran gusto per le lettere, la musica, il teatro, e tennero corte magnifica. Le opere teatrali che rallegrarono i napoletani tra il 1535 e il 1547 furono rappresentate nel palazzo del principe, dove la scena era sempre aperta.
Con il matrimonio di Isabella Villamarino e Ferrante Sanseverino il governo napoletano aveva voluto riunire due dinastie: quella provenienti dalla discendenza angioina, francese, e quella di origine aragonese, catalana. Ferrante, uno dei grandi feudatari del regno, valoroso soldato fu anche poeta di stampo petrarchista e un ottimo e più che raffinato musicista. Una sua canzone che si cantava in tutta Italia cominciava con i versi: Ya passò el tempo que era enamorado/ ya passò mi gloria, ya passò mi ventura/ y ha llegado la ora de mi sepoltura… Durante un primo soggiorno presso la corte del re di Francia era stato molto apprezzato anche come cantore.
Isabella fu una delle donne più note della sua epoca, era celebrata non solo per la bellezza e la grazia del viso e della persona ma anche per la sua cultura. Paolo Manuzio che la aveva conosciuta in Avellino scrive di averla sentita recitare prose e versi da lei composti in latino e di essere rimasto colpito dalla qualità di quei lavori. Bernardo Tasso, che non eguagliò la fama del figlio ma fu un poeta di buon livello, era stato segretario di Ferrante Sanseverino e aveva dedicato il secondo libro dei suoi Amori proprio a Isabella.
Attorno a Isabella e a suo marito Ferrante, che sembra si sia in seguito convertito al calvinismo, si era sviluppata una intensa vita culturale animata da poeti, poetesse, musicisti scienziati e umanisti che alla principessa dedicarono opere e poesie. Fra questi Maria Edvige Pittarella, che faceva parte della Accademia degli Incogniti con il nome di Pandora Milonia, della quale non si conoscono le opere, e Laura Terracina che le dedicò un sonetto:
«A Tal villamarina, e a tal scoglio/ Eolo nulla val con sua procella/ Hor in quest’una parte et hor in quella/ L’ignuda barca mia lego e discioglio…

Dettagli

EAN

9788872970133

ISBN

887297013X

Pagine

96

Autore

Bascetta,

Cuttrera

Editore

ABE Napoli

Recensioni

Recensioni

Non ci sono ancora recensioni.

Recensisci per primo “FERRANTE SANSEVERINO, DONNA SABELLA E IL TASSO”

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Editorial Review

UNA CORTE PRINCIPESCA DI POETI, SCRITTORI E CANTORI

COL PADRE DEL TASSO A SEGRETARIO DEL PRINCIPATO DI SALERNO

 

 

Il 25 marzo 1536 l’Imperatore ripartì da Napoli per Roma, avendo saputo che il Re di Francia vantava pretese sullo stato di Milano, avendo già dichiato guerra al Duca di Savoja. Si era trattenuto nel Castello di Napoli circa quattro mesi. Nel vedere il Principe di Salerno al fianco dell’Imperatore per tanto tempo, i Napoletani lo amarono ancor di più, come se fosse stato il loro Re da sempre, proprio lui, che da orfanello era diventato un simbolo quasi divino, sempre alla moda e adorno di fasti, che lo rendevano un vero sovrano agli occhi di tutti. In realtà spese un patrimonio per le sue stravaganze e per le manie regali, ma quella “grandissima spesa fu cagione che la Città di Napoli li accrebbe la benevolenza tanto de Nobili, come dei cittadini, che pareva veramente fusse l’Honor del Regno, e la sua casa stava aperta per tutti, tanto all’ora, quanto ciascuna volta, ch’egli veniva in Napoli”. Dopo questo avvenimento Ferrante cominciò a seguire più da vicino le imprese di Carlo V, da quella di Provenza a quella di Fiandra, “sempre col solito tenor di vita”.

Così Giambattista del Pino:

— Risguardar la beltade in forma propria
Gran tempo ebbe in desio l’umana gente,
Ma dal debol veder la troppa copia
Che mirar tanto obbietto è men possente....

Ed una stampa fece con quanto ella
Ebbe saper ed arte, sol per trarne
quel che aveva in cuore; e poi avesti la bella
Invisibile beltà d’umana carne,

E di tal misto ne stampò Isabella
Villamarina. E teco può ben farne
Ogni vista mortale giudizio intero
Ch’ella è vera beltà, qual vero il vero,

Pensier canuti in giovanil etade
Splendon non meno in lei che stelle in cielo
Modesta leggiadria con puritade
Copron le belle membra ed or fan velo

Senno l’è consiglier con lealtade
Che le scaccian dal cuore e caldo e gelo,
Che potesse noviar l’alma pudica
E la fan di virtù, non d’altra amica.

Così Laura Terracina:

— L’alto mar di virtù qual bramo e voglio
Che nel mondo d’Alerno sì lieta e bella
Ognor m’imprime al cor l’alma Isabella
Cagion farmi cantar più che non soglio.

A tal Villamarina ed a tal scogli Ov’ Eolo nulla val con sua procella
Hor in quest’una parte et hor in quella
L’ignuda barca mia lego e discioglio.

Così pensosa rimirando intorno
Odo ch’un dice: Non temer più stolta
Quest’è la via del tuo tranquillo porto.

Così Jacomo Beldando:

— Lungo costor quella bellezza rara
Coperta e cinta d’amoroso nembo
Che vedi andar pensosa perché avara
Natura siede lei cortese in grembo

Dirti si sconveria ove che chiara
Porta sculpita al bel ceruleo lembo
Sua fama, sua virtù, sua gentilezza
Che ogni basso desìo odia e disprezza.

Tanti e siffatti son l’alti concetti
Di questa Dea, ch’io sento che ricorre
Il core a Lei per dimandar soccorso
Non potendo al desìo frenare il corso.

Isabella questa è Vigliamarina
Che fu prescritta dal consiglio eterno
Per dar laggiù de la beltà divina
Un raro esempio et honorar Salerno
Quinci i suoi strali amor dora ed affina...

Tante son l’eccellenze accolte in ella.Il Principe Ferrante Sanseverino di Salerno era diventato davvero potente, come suo padre Roberto, come suo nonno Antonello. Troppo potente. La bellezza, la ricchezza e la bontà d’animo divennero l’invidia degli imperiali e, prima fra tutti, del Viceré Don Pedro di Toledo che lo aspettò al varco.
Il ritorno a Napoli, proprio per essersi schierato troppo dalla parte del popolo e dei deboli, sarà la sua rovina. Ma questa è un’altra storia.
Ma come era bella, Donna Sabella, in quella lettera a Seripando:
— Io mi sto in Castelnuovo contentissima e parendomi aver conseguito quel che con V. S. R. sa sommariamente sempre desiderai ridurmi in fortellezza di S. M. in tempo che fosse guerra nel Regno, acciò più chiaramente si vedesse la fe’ mia.
Qua mi sto io con alcune mie create e creati, senza accettare in modo alcuno visite e altri corteggiamenti dependendo solo da cenno e volontà del Rev.mo ed Ill.mo Pacecco del quale non mi posso se non summamente lodare.
La supplico mi faccia parte delle sue lettere più lunghe ed il più spesso che le farà comodo e le baso le mani pregando N. S. done ogni contento a V. S. Rev.ma e la felicità come più desìa.....