GLI UOMINI DELLA LIBERTA’

Presentazione di Angelo Cillo +
Prefazione
1. Gli antefatti liberali e la scintilla del cospiratore
— Settari del Principato su Benevento: i Morante di Apice
— Don Isernia, il cospiratore garibaldino dei Dragoni
2. La congiura di Corte contro il Re conservatore
— Un nuovo Sovrano sul trono, ma niente Costituzione
— Franceschiello regge col Governo retrò, lo Zio trama
. I Movimenti insurrezionali di Salvatore Rampone
— Il Regolamento del Comitato Centrale di Napoli
— Le istruzioni al Comitato Unitario di Benevento
note prefazione
Capitolo 1
Il Re costretto a concedere la Costituzione
L’amnistia di Franceschiello
— Morante e Rampone tramano nel Caffé Alberti
— Le sarte collaborano e diventano spie liberali
— Le sezioni del Comitato insurrezionale di Benevento
— Garibaldi in Sicilia, Zio Luigi dice sì al patto francese
— Melisci di Apice sparge voce che la Costituzione é fatta
— Stisi disse che il capoluogo si sarebbe rivoltato il 4 giugno
— Zullo: solo Avellino proclamava la Costituzione? Falso!
— Il Governo impone Statuto e amnistia, poi firma il Re
— Il tradimento dello Zio? Un colpo di stato democratico
— Pena condonata per reati politici: fuori Melisci e Zullo
— Gli amici del Re fomentano le reazioni spontanee
— L’ex Intendente Mirabelli e l’idea del Governo reazionario
— Ardolino, la spia borbonica inviata sul Calore
note capitolo i
Capitolo 2
Liberali antiborbonici nei Comitati
Garibaldi da Direttore a Dittatore
— Garibaldi si nomina Direttore del Movimento “Ordine”
— Il Comitato dell’Ordine di Napoli dà le direttive
— Un passaporto per andare dal Principato a Benevento
— Via 460 militi: è governo provvisorio ad Avellino
— I mazziniani di Rampone prendono la Rocca dei Rettori
note capitolo ii
Capitolo 3
Il colpo di stato di Cavour anticipa tutti
Prima delle sette di Mazzini e Garibaldi
— Un Governo provvisorio a Napoli prima del Dittatore
— LL., GG. e BB.: tre covouriani per stoppare il Generale
— Garibaldi s’allea con i repubblicani di Mazzini
— Due Movimenti diversi contro il Re: Ordine e Azione
— Francesco II é per l’alleanza, Cavour finge di accettare
— Ammiragli e Governo tradiscono, lo Zio del Re é per i Golpe
— Garibaldi alle porte, anche l’altro Zio sta con Cavour
— I Napoletani imprecano il Re a combattere a cavallo
note capitolo iii
Capitolo 4
Fallimenti e successi del Comitato irpino
Resiste Ariano, cade Benevento
— Il crollo dell’autorità della Chiesa sulla città papalina
— I discutibili Governo provvisori: Ariano teme
— I cavouriani avellinesi nella trappola delle spie borboniche
— Fuori i ministri traditori, il Re attende Flores in Irpinia
— Il Comitato vuole prendere Ariano senza gli arianesi: l’eccidio
— 5 settembre: il Re lascia, ma fa insorgere il Principato
— L’esercito di Flores in ritardo, la Corte parte per Gaeta
note capitolo iv
note prefazione
1. Centinaia i professori avellinesi: Eugenio ed Antonio De Martino, Enrico Maffei, Alberto Salvagni, Ottone Bucco, Ettore Fortuna, Michele Montuori, Onofrio Serra, Giuseppe Ficca, Pasquale Restaino, Giocondo Prevedello, Alberto De Luca, Antonio Bergamino, Enrico Greco, Telemaco Cipriani, Josto Randaccio, Vincenzo Preziosi, Pasquale Benevento, Filippo Visconti. Ci pare giusto ricordare anche qualche sacerdote: Vitale Colantuono, Pasquale Barbaro, Giuseppe Gargano, Antonio Tino, Gennaro Fenizia (futuro vescovo di cava) e don Ramiro Marcone (abate di Montevergine). Alunni del Colletta finiti fra cattedre e ministeri: Giuseppe Massari nel 1835, figlio dell’ingegnere di governo, che divenne deputato alla Camera ai tempi di Bovio e Imbriani; Enrico Cocchia che a 25 anni salì a cattedra nell’Università di Napoli; il tenente generale medico Pasquale Tecce; i fratelli Maroi; il principe del foro Alfredo De Marsico, l’onorevole Alfonso Rubilli. Come i soldati che diedero gloria a Vittorio Veneto: Enrico Amatetti, Modestino Cucciniello, Attilio De Cristofano, Giuseppe De Laurentis, Mario Fontana, Guido Genovese, Domenico La Scala, Antonio Marchitto, Giuseppe Perna, Antonio Rossi, Alfredo Testa e il poeta Giuseppe Bonito che morì in un ospedale da campo.
2. ASA, Busta 15, Fasciolo 62, Provincia di Principato Ultra, Distretto di Ariano, Circondario di Montecalvo, num.° 45 della Conda nel Reg.° de’ misfatti.
3. Ibidem.
4. Ibidem.
5. Ibidem.
6. Ibidem.
7. Ibidem.
8. Ibidem.
9. Ibidem.
10. Ibidem.
11. Ibidem.
12. Ibidem.
13. Ibidem.
14. Ivi, “Fol.44. D. Benedetto Zampelli, Fol.46. D. Stanislao Zampelli, Fol.48. D. Pietro Paragone, Fol.49. D. Donato Pappone, Fol.50. Antonia Leone, Fol.51. Raffaele Coviello, Fol.52. D. Diodato Casaccia, Fol. 56. D. Francesco Falcetta, Fol.58. Alfonso Marra, Fol.60. Giuseppe Giangregorio, Fol. 61. D. Michele Merla, Fol.62. D. Giuseppe Masiello, Fol.63. Domenico Batoli, Fol.64. Carmela Pappone, Fol.71. D. Francesco Saverio Barone, Fol.72. Raffaele Cimarola, Fol.73. D. Simone Marra, Fol.86. D. Andrea Martori”.
15. Ibidem. Fol.30, V.Panza, Fol.31 S.Siniscalchi, Del compagno di Montemale: Fol.113. Vincenzo Pagliuso, Dei compagni di Napoli: Fol.27. Domenico Pane, Fol.29. Francesco Vitelli.
16. Ibidem. Fol.32 a 34. “Esistono i permessi di armi e licenza da caccia di Domenico Pane e Francesco Vitelli. Fol.89 e 118. Documenti da quali risulta che Stanislao Siniscalchi appartenghi alla Guardia Urbana di Apice e non così Vincenzo Panza, né amendue sono forniti del permesso di armi della Polizia. Fol.88. Del Tribunal Civile e Criminale di Benevento con che da’ notizia sull’arresto di Domenico Isernia. Fol.120 a 129. Adempimenti di rito sul conto di Stanislao Siniscalchi, Vincenzo Panza e Vincenzo Pagliuso. Mancano quelli sul conto di Domenico Pane, Francesco Vitelli e Domenico Isernia poiché chiesti e non ancora pervenuti giusta il Fol.37. Aggiunti poi al Fol.135 a 139 per Domenico Isernia e al Fol. 140 a 149 per i restanti compagni. Ariano, lì 29 9bre 1851”.
17. Luigi, Conte dell’Aquila (1824-1897), era fratello al defunto Re Ferdinando II. Nel 1844 aveva sposato Januaria di Braganza (1822-1901), figlia dell’imperatore del Brasile Pietro I, dalla quale ebbe Luigi II, che diede origine alla linea dei Conti di Roccaguglielma, estintasi nel 1967. Con l’amaro in bocca dovette accettare la successione al trono di Franceschiello già decisa dal padre ancora in vita. Cfr. La Civiltà Cattolica, Serie IV, Vol. II, 1859. Questo il proclama firmato da Re Francesco avallato dal Presidente del Consiglio dei ministri e Segretario di Stato, Ferdinando Troia, datato Caserta 22 maggio 1859: Per lo infausto avvenimento della morte dell’augusto e dilettissimo nostro Genitore, Ferdinando Secondo, ci chiama il Sommo Iddio ad occupare il trono de’ nostri augusti antenati. Adorando profondamente gl’imperscrutabili suoi giudizii, confidiamo con fermezza, ed imploriamo, che per sua misericordia voglia degnarsi di accordarci aiuto speciale ed assistenza costante, onde compiere i nuovi doveri che ora c’impone; tanto più gravi e difficili, in quanto che succediamo ad un grande e pio Monarca, le cui eroiche virtù ed i pregi sublimi non saranno mai celebrati abbastanza. Avvalorati purnondimeno dal braccio dell’Onnipossente potremo tener fermi e promuovere il rispetto dovuto alla nostra Sacrosanta Religione, la osservanza delle leggi, la retta ed imparziale amministrazione della giustizia, la floridezza dello Stato; perché così, giusta le ordinazioni della sua Provvidenza, resti assicurato il bene degli amatissimi sudditi nostri. E volendo che la spedizione de’ pubblici affari non sia menomamente ritardata; abbiamo risoluto di decretare e decretiamo quanto segue:
Art.1. Tutte le Autorità del nostro Regno delle Due Sicilie rimangono nell’esercizio delle loro funzioni.
Art. 2. Il nostro ministro segretario di Stato Presidente del Consiglio de’ ministri, tutti i nostri ministri Segretarii di Stato, lo Incaricato del portafoglio del Ministero degli affari esteri, tutti i nostri Direttori de’ Ministeri di Stato con referenda e firma, ed il nostro Luogotenente generale ne’ nostri Reali Domini al di là del Faro, sono incaricati della esecuzione del presente decreto.
18. Dispaccio dell’ambasciatore piemontese in Napoli spedito a Cavour il 30 gennaio 1860, in: Carteggi di C.Cavour, Vol.I, tradotto dal francese é riportato in: U.Pontone, Due Sicilie, luglio 2003.
19. Teresa Filangieri, Il generale Carlo Filangieri, Treves, Napoli 1902.
20. A.Pagano, Due Sicilie, 1830-1880, Capone Editore, 2002.
21. T. Filangieri, op.cit.
22. Federico Curato, op.cit.
23. Umberto Pontone, op.cit. Sulle dichiarazioni di Cavour. V. Carteggio di Camillo Cavour, La Liberazione del Mezzogiorno, Vol. II, lettera 553.
24. Pier Giusto Jaeger, Francesco II di Borbone, l’ultimo Re di Napoli, Mondadori 1982.
25. Avellino a cavallo dell’Unità d’Italia é una città che voleva progredire, sebbene anche la classe avvocatizia sarebbe entrata in crisi per la nascita dei due nuovi Tribunali di San’Angelo dei Lombardi ed Ariano. Il numero dei cultori del diritto in Irpinia era di gran lunga superiore al fabbisogno al punto da occuparsene lo stesso Consiglio Provinciale.
Erano i tempi in cui prolificavano i giornali locali. Il primo fu L’Irpino che, con la sua fine, diede vita all’Eco Irpina, alla Sentinella Irpina, al popolo Irpino, al Corriere Irpino, all’Avvenire Irpino, all’Irpinia, al Giornale dell’Irpinia, all’Irpinia del Popolo, all’Irpinia Forte, all’Indipendenza Irpina, all’Operaio Irpino, al Risorgimento Irpino, al Risveglio Irpino, al Rinnovamento Irpino. Ciò significa che proliferarono anche tipografie e tipografi. Molti giornali uscirono dalla tipografia di Maggi dalle mani di Domenicantonio Tozzi, che andava fino a casa di don Serafino Soldi per avere l’editoriale prima di mandare in stampa le trecento copie de L’Irpino dove scrivevano anche Giovanni Trevisani e Nicola Montuori. Dopo L’Irpino il sacerdote Achille Preziosi di Mercogliano fece nascere Il Crivello dal torchio della piccola bottega della figlia di mastro De Feo, sita nel palazzo dei Tribunali. Giornali che stimolarono la penna dei Tre Moschettieri Luigi Conforti, Vincenzo Salzano e Florestano Galasso che pubblicarono La Zanzara, sfottendo L’Irpino con l’appellativo di Papa Irpino. Erano gli anni in cui nascevano anche lo Statuto, l’Eco Irpina, il Carlo Poerio, la Gazzetta del popolo e le Forche Caudine che, il patriota-poeta Francesco Plantulli, nobilitò con una lettera di Giuseppe Garibaldi da Caprera.
Tutti giornali che non bastarono ad evitare il collasso, cominciato proprio con l’Unità d’Italia, che mandò al diavolo l’economia, nonostante la presenza della Camera di Commercio istituita dal 1862. Tutta colpa dell’isolamento commerciale in cui era finita Avellino dopo la costruzione della linea ferroviaria Napoli-Benevento-Foggia che diede il colpo di grazia al mercato. Fu allora che crollò definitivamente l’arte della lana e l’industria serica, nonostante i tentativi del neonato Comizio Agrario sorto sulle ceneri della Società Economica.
Dalla Provincia nessuno rispose ad imparare il mestiere di bigattino per allevare i bachi, neppure quando don Donato di Marzo istituì una Società per Azioni allo scopo di impiantare una bigatteria per un allevamento industriale. Nulla di nulla più per la seta, fino al colpo mortale giunto con l’epidemia che colpì le colture di gelsi, nonostante il tentativo del comune di importare una varietà di bachi direttamente dal Giappone. Ancora una volta la città preferiva dedicarsi alla cultura.
Serafino Soldi, Giovanni Trevisani, Cardo Donatelli, Achille Rubilli, Rocco Mercuro, Vincenzo Siniscalchi ed i più giovani, Cesare Caruso, Leopoldo Pagnotta, Giovanni Soldi, Vincenzo Salzano improntarono l’ultimo scorcio di secolo rispettati e ammirati dai propri cittadini. Buona parte degli altri intellettuali, dopo gli studi universitari, presero la strada di Napoli perché ivi nati o chiamati a ricoprire cariche importanti. E’ il caso di Giovanni Masucci, Francesco Pepere, Antonio Galasso, Angelo Santangelo, Giovan Pirro De Luca, Giuseppe Nappi e Luigi Amabile. In meno di un secolo Avellino si era trasformata con scuole di ogni tipo (tranne l’università), il regolamento edilizio, la luce elettrica pubblica, l’acqua potabile, la stazione, l’ospedale, le banche e il frequentato teatro comunale (costruito nel 1817 coi Francesi e ristrutturato nel 1877 su progetto dell’ingegnere Rossi), oltre alberghi, ristoranti e caffé.
Altro istituto importante sarà la Scuola Tecnica Provinciale, sempre la prima rispetto a tutto il Regno dopo Napoli, e, una sezione dell’Istituto Tecnico che contribuì alla formazione dei numerosi agrimensori della Provincia in quel secolo, ma che fu abolito da De Sanctis nel 1873 per mancanza di mezzi. Forse anche perché, a livello tecnico-pratico, si era puntato più sulla viticoltura e l’enologia con le quattro scuole agrarie. Scuola sostenuta economicamente dai Comuni, dalla Provincia, dalla Camera di Commercio e dai privati. Anche qui però i professori pensarono più a “formare” gli studenti, che ad avviarli alla pratica, al punto che ad Avellino, fin oltre l’anno 1900, non si vide mai una cantina sociale, così come aveva previsto Pasquale Freda.
note capitolo i
1. Luisa Sangiuolo, I Briganti in prossimità della Città di Benevento, in: Il Brigantaggio nella Provincia di Benevento 1860-1880, De Martino, Benevento 1975.
2. Ivi.
3. Edgardo de Rimini, Salvatore Rampone, nel ricordo di un pronipote, da: Memorie Politiche di Benevento, Ricolo Editore, Benevento 1988. Scrive de Rimini: “Nelle Memorie Salvatore Rampone ricorda che all’inizio della rivoluzione del 1860, in casa dei fratelli Raffaele e Francesco Palmieri, le signore Palmieri e Biondi lavoravano segretamente alla confezione della prima bandiera tricolore, in seta purissima, che venne issata il giorno dell’annessione di Benevento al Regno d’Italia, alla Rocca dei Rettori, sede dei delegati pontifici”.
4. Capisezione di Benevento dei liberali del Comitato guidato da Rampone erano: Babuscio Francesco, Calandrelli Sigismondo; Campanella Tommaso; Capilongo Francesco; De Simone Domenico; Ferrara Alessandro; Generazzi Pasquale; Generazzi Raffaele; Lamparelli Antonio; Lamparelli Raffaele; Marotti Luigi; Marotti Salvatore; Orrei Paolo; Palmieri Francesco; Petrella Pier Felice; Rampone Pietro; Ricci Domenico; Rispoli Francesco; Russo Raffaele; Troise Pasquale; Zanchelli Giambattista; Zoppoli Antonio. Questi i capisezione di S.Leucio: De Longis Giambattista; Pepiciello Agostino; Varricchio Felice; De Longis Beniamino; Iannace Michelangelo. E questi quelli di S.Angelo a Cupolo: Santucci Pellegrino; Del Ninno Alfonso; Del Ninno Ludovico. V. Salvatore Rampone, Memorie Politiche di Benevento, D’Alessandro, Benevento 1899. Scrive Rampone: “Va pure ricordato il nome del signor Giuseppe Cifaldi, morto ancor giovane, il quale, pur non essendo un capo-sezione, rese, egualmente, importanti e rischiosi servigi al Comitato insurrezionale, ed io rendo alla sua memoria le dovute lodi. Intanto la Camarilla non si dava ancora per vinta, e di accordo sempre con Monsignore Delegato, tentò, a mezzo del Nunzio del Papa, avere dal Redi Napoli un numero di soldati, per schiacciare il movimento in Benevento”.
Aggiunge Rampone: “E qui cade opportuno smentire quanto fu da altri scritto, in ordine alle persone, che componevano il Comitato insurrezionale nel 1860, ignari forse dei fatti relativi alla rivoluzione beneventana, o perché animati da spirito di partito. Così il barone Nicola Nisco, nel libro dal titolo Francesco II, fece figurare i Capi della Camarilla, come componenti il detto comitato insurrezionale, mentre invece furono, esclusivamente, quelli da me indicati. Niente di più facile, che anche la Camarilla si fosse costituita in comitato, ma non certo per concorrere alla rivoluzione unitaria, sibbene per la propria difesa personale, e pei proprii interessi, giacché sapeva di essere odiata e minacciata dal popolo. Con eguale inesattezza e parteggiamento parlò dell’istallazione del governo provvisorio, e degli uomini, che lo rappresentarono, ai quali non si degnò neanche dare il titolo di signore tale…”.
5. Alfredo Zazo, La Politica del Regno delle Due Sicilie nel 1859-60”, Miccoli Napoli. Cfr. Rosario Romeo, Il Risorgimento in Sicilia, Laterza, 2001.
6. Patrick Keyes Ò Clery, La Rivoluzione italiana. Come fu fatta l’unità della nazione, I Ed., 1875-1892; Ed. Ares, Milano 2000. Cfr. Roberto Martucci, L’invenzione dell’Italia unita (1855-1864), Sansoni, Firenze 1999.
7. Alfredo Zazo, op. cit.
8. ASA, Gran Corte Criminale, Busta 57, fascicolo 318, Provincia Principato Ultra, Distretto di Ariano, “Dichiarazione accolta da Vincenzo Melisci” nel giorno del suo arresto del 6 giugno 1860, a cui seguì l’Accertamento in fede, datato Paduli, 9 giugno 1860.
9. ASA, Gran Corte Criminale, Busta 57, fascicolo 318, Provincia Principato Ultra, Distretto di Ariano, Lettera del Giudice Regio R.Notarianni in Paduli, lì 6 giugno 1860.
10. Ibidem.
11. Ivi, lettera del Capo Urbano Francesco Giordano del 6 giugno 1860.
12. ASA, Gran Corte Criminale, Busta 57, fascicolo 318, Provincia Principato Ultra, Distretto di Ariano, “Dichiarazione accolta da Vincenzo Melisci” nel giorno del suo arresto del 6 giugno 1860, a cui seguì l’Accertamento in fede, datato Paduli, 9 giugno 1860.
13. Ibidem.
14. Ibidem.
15. Ibidem.
16. Ibidem.
17. Alfredo Zazo, La Politica Estera del Regno delle Due Sicilie, Edizioni Miccoli, Napoli 1940.
18. Così dirà in seguito il Re a Giuseppe Costantino Ludolf: Il Brenier m’a mis tellement le couteau à la gorge, qu’il m’a été impossible de résister plus longtemps.
19. Atto di Francecso II, Portici, 25 giugno 1860. In: www.ilportaledelsud.org. I, II, III, IV e V punto trascritti senza i relativi numeri dei comma.
20. Villamarina me mande que le Roi de Naples est disposé a suivre les conseils de l’Empereur. Nous le seconderons pour ce qui regarde le continent, puisque les macaronis ne sont pas encore cuits, mais quant aux oranges qui sont déjà sur notre table, nous sommes bien décidés à les manger. Lettera n. 924 del Carteggio.
21. Bianchini, op.cit.
22. Liborio Romano, Memorie politiche, 1873
23. Antonio Pagano, Direttore della rivista Due Sicilie, da: www.terraeliberazione.org
24. Relazione del Consiglio dei ministri a Francesco II, 1 luglio 1860. In: www.ilportaledelsud.org. Così continua: Il vostro Consiglio, o Sire, nell’accingersi all’adempimento del sovrano comando ha considerato che uno Statuto costituzionale sta nel dritto pubblico del Regno, cioé quello che venne largito dal defunto vostro augusto genitore Ferdinando II. Il quale Statuto, se dopo qualche tempo si trovò sospeso in conseguenza di luttuosi avvenimenti, che non accade ora rammentare, non però fu mai abrogato come in qualche altro Stato Europeo é avvenuto. Che però sembra a’ sottoscritti essere semplice e logica la idea, che quello Statuto appunto sia richiamato nel suo pieno vigore. Così facendo, la Maestà Vostra trova bella e fatta l’opera della quale vuole che questi suoi Stati godano i benefici effetti, lo straniero ammirerà la sapienza della mente sovrana in questo alto provvedimento, ed i vostri popoli, senz’attendere novella compilazione, con assai maggior sollecitudine sapranno quali sono le loro franchigie, e riceveranno dalla volontà del Re per la inaugurazione del regime costituzionale. Napoli 1 Luglio 1860. Firmato: Giacomo de Martino, Principe di Torella, Francesco Saverio Garofalo, Giosué Ritucci, Federico del Re, Gregorio Morelli, Marchese Augusto La Greca, Antonio Spinelli.
25. Decreto di Francesco II, 5 luglio 1860. In: www.ilportaledelsud.org. Così recita: Visto il nostro Atto sovrano del 25 Giugno, e visto il rapporto dei nostri ministri Segretarii di Stato, abbiamo risoluto di decretare, e decretiamo quanto segue:
Art. 1. La Costituzione del 10 Febbraio 1848, concessa dal nostro augusto genitore, é richiamata in vigore.
Art. 2. Le disposizioni contenute nell’art. 88 della Costituzione relativamente allo Stato discusso ed alle antiche facoltà del Governo, per provvedere con espedienti straordinari a’ complicati ed urgentissimi bisogni dello Stato, restano in pieno vigore, finché non vi sarà provveduto dal Parlamento nei modi costituzionali.
25. In: Giuseppe Ressa, L’invasione e la fine delle Due Sicilie, L’ufficialità delle forze armate meridionali, la caduta della Sicilia, l’invasione del Sud, Editing Alfonso Grasso, da: www.ilportaledelsud.org.
26.Antonio Pagano, Direttore della rivista Due Sicilie, da: www.terraeliberazione.org.
27. ASA, Gran Corte Criminale, Busta 57, fascicolo 318, Provincia Principato Ultra, Distretto di Ariano, documentazione seguita all’arresto di Melisci e Zullo del 6 giugno 1860, Atto del 5 luglio 1860. La sentenza definitiva porta la data del 5.9.1860, in Avellino, intestandosi l’atto, come sempre, a “Francesco Secondo, Per la Grazia di Dio Re del Regno delle due Sicilie, la Gran Corte Criminale del Principato Ultra composta dal Signor Ciccone f[acente] f[unzione] e dal Presidente, Landolfi, Cavaliere Guerrieri, Cavaliere Condò, Basile Giudici, Giacchi Procuratore Generale del Re, De Cesare Cancelliere, Visti gli atti a carico di Vincenzo Melisci, Raffaele Zullo di Apice”, si procedeva alla sentenza.
28. Francesco Barra, Storia di Avellino, Edizioni Grafic Way per Lions Club, Avellino 1992.
29. Si riferisce all’indulto del 1862. Sezione d’accusa della Corte di Appello di Napoli vol. 91, sentenza n. 117 del 23 gennaio 1863. In: Mario D’Agostino, La reazione borbonica in Provincia di Benevento, Fratelli Conte Editori, Napoli 1987.
30. A.Bascetta, La fine del Regno delle Due Sicilie, Abedizioni, Avellino 2002.
31. Ivi.
32. ASA, Inventario della Gran Corte Criminale di Principato Ultra (1807-1869), fascicoli riguardante fatti accaduti in Apice collocati ai n.62, 64, 69, 225, 266, 303 e 318.
33. V. G.Marzocco, “Sempre più poveri nel Sud Italia” e “Sognano l’Italia unita solo i meridionali”, in Opinioni, periodico della Campania, cit. Scrive Marzocco: “Il vero problema dei popoli delle Due Sicilie é sempre stato, da quasi due secoli a questa parte, il prevalere dei traditori della Patria e degli affamatori del popolo, e l mancanza d’iniziativa politica da parte del Sud ‘autentico’. Nel 1860, ha scritto Carlo Alianello (1901-1981) i traditori si proclamarono e furon detti i puri e gli eletti. Di qui nacque una vergogna della propria terra, e l’astio per chi osa ricordare gli antichi mali e il presente disprezzo. Nessuno dei tanti ministri o grandi uomini del Meridione, a cominciare dal Crispi per terminare col Croce, ha mosso un dito per riscattar l’offesa ancor dolente e continuare l’opera di Ferdinando II; anzi, nessuno s’é mai opposto a leggi inique che, per favorire le industrie del Nord, cancellavano ogni traccia di quelle del Sud e ne ferivano a morte l’agricoltura un tempo fiorente. Dal Risorgimento in poi, uomini e ideali di ogni partito, fanatici fino in fondo, hanno odiato le loro origini e tuttora in cuor loro ammirano con una punta d’invidia la faticosa corsa al denaro, detta anche attività o abile industria, di quelli del Nord”.
note capitolo ii
1. A.Bascetta, L’Esercito di Franceschiello, Abedizioni, Avellino 2001.
2. N.Polcino, Sprazzi Poetici, Poesie Discorsi Personaggi, Paupisi 1998.
3. A.Bascetta, L’Esercito di Franceschiello, op.cit.
4. Ivi.
5. L.Sangiuolo, I Briganti in prossimità della Città di Benevento, in: Il Brigantaggio nella Provincia di Benevento 1860-1880, De Martino, Benevento 1975.
6. S.Rampone, Memorie Politiche di Benevento, D’Alessandro, Benevento 1899. Scrive Rampone: “Il Comitato unitario di Benevento adottò le seguenti istruzioni, ricevute dal Comitato Centrale, esistente in Napoli”. I due ordini sono alle pagg.29-36.
In seguito a tale eccitamento, il Comitato di Napoli spinse le trattative col Comitato di Benevento, e con gli altri delle province contermini pel movimento insurrezionale, e progettò potersi prendere l’iniziativa da Benevento, come centro di operazioni più adatto; e quindi gli diresse il seguente altro dispaccio.
Il Comitato Centrale di Napoli al Comitato di Benevento / Visti gli sbarchi reiterati in Sicilia delle truppe borboniche, e siccome ogni soldato, che là si manda, é una nostra vergogna, dispone quanto segue: 1. Bisogna stringere le cose con Avellino, cioé assicurare quanti mezzi si hanno disponibili, sia in uomini, sia in armi. 2. Esser pronti a insorgere al primo avvertimento del Comitato Centrale, poiché può darsi che sia necessario, che l’iniziativa venga da Benevento, come luogo più adatto. In somma se si dicesse a Benevento, iniziate, che farebbe? / Concertatevi con Avellino, poiché il concorso di Salerno é assicurato, come anche quello della Basilicata, ed in breve porsi in grado di dar la spinta al movimento, per le maggiori facilitazioni, che si hanno. / Si chiede pronta e precisa risposta senza metter tempo in mezzo. Le cose urgono, la Patria richiede sforzi supremi. Comunicate questa missiva ad Avellino.
In vista delle suddette categoriche istruzioni, e richieste, il Comitato di Benevento si mostrò all’altezza della sua missione e degli impegni assunti, rispondendo che non si era alieni dall’iniziare la rivoluzione, tra le province contermini, a condizione però che le stesse avessero tenuto unità d’azione, e che Benevento fosse destinata centro di operazioni militari. Con ciò il Comitato non si lasciò sfuggire l’occasione, che gli si presentava di giovare, in singolar modo, al proprio paese, facendogli, fin da quel momento, acquistare moltissima importanza, che, indubbiamente, avrebbe di poi conservata, come avvenne, ed in caso di attacco da parte delle truppe borboniche, o papaline, si sarebbe trovata in condizioni di meglio difendersi. Gli accordi col Comitato di Avellino furono da me presi, personalmente, in una riunione, tenuta nel Convento dei Padri Scolopii, e fu stabilito, giusta il piano generale, inviato dal Comandante in Capo Giuseppe Carbonelli, che le bande insurrezionali di Nola, Valle, Mercogliano, ed Avellino, dovevano riunirsi ad Altavilla, e di là, per S. Paolina, marciare su Montefusco, dove doveva farsi il primo campo, ed il secondo ad Ariano, con le bande di Campobasso, del Vitulanese e del Beneventano; ed in conformità furono date le opportune disposizioni. Un’altra trattativa, ancora di maggiore importanza, fu da me pure portata a termine, col Comitato Centrale, nell’esclusivo interesse di Benevento, cioé, di farla riconoscere, fin d’allora, quale capoluogo di Provincia napoletana, quante volte avesse iniziato il movimento insurrezionale, tra le province limitrofe, la quale proposta fu dal Comitato accettata, emettendone formale dichiarazione, come rilevasi dai due documenti, che seguono, in uno dei quali é pur detto che, in ogni evenienza, i beneventani non restavano abbandonati alla discrezione del Governo Pontificio.
1^ DISPACCIO – Napoli, 13 Agosto 1860 / Il Comitato Centrale / al Presidente del Comitato di Benevento / TRASMETTE / 1. Che l’analogo concerto con le province limitrofe dev’esser preso da codesto Comitato, ed all’uopo si é scritto ad Avellino, a Campobasso, ed alla Valle Vitulanese. / 2. Che l’ora del nostro riscatto é vicinissima, più di quello che si crede; quindi ci appelliamo alla vostra energia e patriottismo, alla vostra operosità e zelo, affinché, nell’ora non lontana, i figli di Benevento mostrino agli altri fratelli il loro amor di patria, dividendo i loro pericoli, ed un di non lontano, uniti da un solo vincolo, e sotto un solo vessillo, siano a parte di ogni gloria cittadina e italiana. / Il Comitato di Benevento riceverà di tutto avviso anticipatamente.
7. F. Barra, Storia di Avellino, Edizioni Grafic Way per Lions Club, Avellino 1992.
8. Ivi. Cfr. R.Valagara, op.cit.
9. Il comitato volontario dei Cacciatori Irpini della Valle Vitulanese, costituito l’anno prima, fu diviso in compagnie comandate dal Maggiore Giuseppe de Marco e dal Capitano De Nunzio di Reino, suo cognato in quanto aveva sposato la sorella. Lo squadrone era nato per mettere ordini nei comuni di Vitulano, Foglianise, Cautano, Tocco Caudio, Paupisi e Torrecuso. E poi anche di altri paesi insorti e da essi liberati quali Paduli, Apice, Dentecane, Torre delle Nocelle, Montemiletto e via discorrendo.Compagnie che, in nome di Garibaldi, aggregando uomini di altri paesi, come Circello, Reino, Molinara, Paduli, Pietrelcina, Colle, S.Marco dei Cavoti, S.Giorgio la Molara, Pescolamazza, avevano raggiunto il numero di seicento uomini.
10. Luisa Sangiuolo, I Briganti in prossimità della Città di Benevento, in: Il Brigantaggio nella Provincia di Benevento 1860-1880, De Martino, Benevento 1975. Cfr. Salvatore Rampone, Memorie Politiche di Benevento, D’Alessandro, Benevento 1899. Scrive Rampone: “Avendone fatta proposta al superiore governo, ricevé dall’allora Sotto-Segretario di Stato Cardinale Antonelli, la seguente risposta:
SEGRETERIA DI STATO – N. 13591, Roma, 18 Agosto 1860 / Ill.mo e Rev.mo Signore, Riservandomi di dare più estesi riscontri ai fogli di V.S. Ill.ma, n. 84, 87 e 94, giunti in mie mani, con ogni regolarità, credo intanto non frapporre indugio a rispondere, per ciò che riguarda i fucili necessarii all’armamento dei sussidiarii. Come ogni altra cosa, così ancora per la provvista delle armi, insorge ostacolo insormontabile, per la condizione delle cose politiche del Regno limitrofo. Quindi, a supplirvi, io l’autorizzo a provvedersene costà, se ve ne sono, od a farne acquisto, quante volte codesto Comando militare non abbia come rimediare, ulteriormente, a tale mancanza. Che se non potesse farsi neppure seguito a tale insinuazione, perché riesce difficile trovarne di quelle, che sono in uso, potrà farne acquisto di altro modello, purché l’armamento abbia luogo, con quella sollecitudine, ch’é nei suoi desiderii. Con sensi di profonda stima mi confermo. / IL SEGRETARIO DI STATO / Firmato:ANTONELLI
Questi, dunque, erano i disegni di Monsignore Agnelli e della Camarilla, cioé, rafforzare la guarnigione di linea di due altre compagnie, di forza regolare l’una, e di sussidiarii l’altra, per essere in grado di arrestare i Capi del partito insurrezionale, e fare una seconda edizione del 15 Aprile 1848. Fortunatamente, però, la progettata repressione fu sventata dall’accorgimento del Comitato. I sussidiarii non furono organizzati, sia perché Monsignore Agnelli non riuscì ad acquistare le armi, sia perché il Comitato, da parte sua, non rimase inerte, e riuscì non solo a far paura ai già arruolati, quanto pure a trarre parecchi alla sua dipendenza, coll’assegno di una buona paga giornaliera. Monsignore ed i suoi consiglieri concepirono, anche, un altro disegno, quello, cioé, d’impiantare la Guardia Civica, all’apparente scopo della tutela dell’ordine e della tranquillità pubblica, ma furono costretti ad abbandonarlo, avendo fatto il conto senza l’oste. Essi miravano sempre à mettere in ceppi i capi del partito insurrezionale, ed, in ogni malaugurata contingenza, avere il braccio forte della cittadina milizia. In fatti il Comitato ne fu informato, e richiesto del suo assentimento, dal signor Gabriele Mazzei, di Paduli, – il quale, mentre gli si mostrava aderente, faceva invece gl’interessi degli avversarii, – e dal Presidente ebbe in risposta, che l’impianto della Guardia Civica non poteva non considerarsi come una provocazione alla guerra civile, e non sarebbe stato contrastato, nel solo caso che a Comandante e ad Uffiziali fossero stati nominati quelli, che il Comitato stesso avrebbe designati. Tale risposta fece accorti i Camarillisti, che non restava loro altro scampo che rassegnarsi a lasciar fare e a lasciar passare. Intanto Monsignore, non essendo stato avvertito in tempo, dell’opposizione del Comitato, in ordine alla Guardia Civica, si era affrettato partecipare al Comandante i Gendarmi che il signor Carlo Torre era stato autorizzato ad impiantarla, ciò che rilevasi dal seguente ordine del giorno, diretto dal Comandante la Gendarmeria ai militari dipendenti.
GENDARMERIA PONTIFICIA / ORDINE DEL GIORNO DEL 24 AGOSTO 1860 / Monsignore mi ha assicurato, con nota di questo stesso giorno che a S. Germano vi sono centinaia di Garibaldini, per cui vivo in agitazione pei gendarmi Varricchio e Baldini, usciti a quella volta. Informatevi della sorte di quei vostri fratelli d’arme. Indagate pure circa l’agitazione, che regna in città, e mostrate risolutezza e coraggio. Passo, poi, a vostra conoscenza che Monsignore ha permesso al signor Carlo Torre di montare la Guardia Civica, dentr’oggi. / Firmato: – Tenente Freddi
…Sorse quindi il bisogno di provvedersi, urgentemente, dal Comitato alla sicurezza ed alla tranquillità pubblica, con un servizio di pattuglie, nelle ore della sera e della notte; e perche’ meglio rispondesse allo scopo, per lo incalzare degli eventi, fu regolarizzato con la seguente ordinanza.
AI CITTADINI DI BENEVENTO / Lo scioglimento progressivo di una Commissione sostituita dall’arbitrio, son già tre anni, al Consiglio Municipale, l’immobilità della forza armata, la costante ripulsa del Preside a qualunque proposta, che venisse fatta da probissime persone, per tutelare la vita e la proprietà, ci pongono, fra le altre cause, nella necessità di provvedere alla pubblica sicurezza, con la pronta formazione di una Guardia cittadina. Essendo la salvezza pubblica suprema legge, alla quale con ogni possibile sforzo si é adoperato e si adopera il Comitato Unitario di Benevento, il medesimo, in linea provvisoria, adotta il provvedimento, reclamato dalle imperiose circostanze, di far funzionare le Sezioni del partito, come Guardia cittadina, con incarico, nelle ore della sera specialmente, di tutelare la tranquillità pubblica e la sicurezza interna ed esterna della città, sotto l’usbergo della quale ogni cittadino troverà protezione e difesa. / (Segno del bollo). / Il Comitato insurrezionale
11. Luisa Sangiuolo, I Briganti in prossimità della Città di Benevento, in: Il Brigantaggio nella Provincia di Benevento 1860-1880, De Martino, Benevento 1975.
12. Salvatore Rampone, Memorie Politiche di Benevento, D’Alessandro, Benevento 1899. Scrive Rampone: “Fu frattanto dato avviso al signor De Marco di marciare sopra Benevento. L’indomani 3 settembre, – giorno d’imperitura memoria, – la popolazione, in attesa del solenne avvenimento, e rassicuratasi che non vi sarebbe stato spargimento di sangue, era tutta riversata su le principali strade. La banda musicale allietava il paese, e suscitava l’entusiasmo al suono dell’inno magico – “Si scovron le tombe, si levano i morti” – e Benevento aveva ragione ad esultare, giacché sorgeva a novella vita, se non all’antico splendore. In quel mentre, per gli alti poteri politici e militari, di cui io era fornito, vestito della camicia rossa, da solo, mi presentai al Comandante la piazza, e palesandogli la presa determinazione del Comitato, di proclamare un Governo provvisorio, lo richiesi dei suoi intendimenti, facendogli, in pari tempo, comprendere l’impossibilità della resistenza contro un popolo in armi e quell’uffiziale si mostrò arrendevole, con riserva, però, degli ordini di Monsignor Delegato. Ed io, senza porre tempo in mezzo, lo invitai a recarsi meco da Monsignore, alla quale stringente proposta non seppe opporsi; ed uscimmo. Percorrendo la strada magistrale, c’imbattemmo col Tenente comandante la gendarmeria, il quale informato di quanto avveniva, si unì a noi, e giunti al palazzo delegatizio fummo ricevuti dal detto Prelato, ed io annunciandomi quale commissario di Garibaldi, senz’altro, gli dichiarai che, da quel momento, andava a cessare il governo pontificio nel beneventano, ed egli rimaneva destituito di ogni potere ed attribuzione. Monsignor Delegato, in sulle prime, si mostrò sconcertato, e quasi deciso a resistere, ma meglio riflettendo, e non vedendosi appoggiato dalle Autorità militari, là presenti, si limitò a protestare. Invitato, poi, cortesemente, a dire quando intendeva lasciare il palazzo governativo, rispose “fra due ore”; ed infatto, nel pomeriggio, si ritirò in casa del marchese De Simone. Intanto, gran folla di popolo mi attendeva presso il castello, e vedendomi comparire, all’agitare che feci del cappello, comprese che ogni resistenza era svanita, e le grida entusiastiche di viva Vittorio Emanuele, viva Garibaldi, si raddoppiarono, si ripeterono, in modo indescrivibile, e ben tosto si abbassarono gli stemmi pontifici, innalzandosi quelli di Casa Savoia, ch’erano già stati apprestati. Le due compagnie di truppa di linea, e i gendarmi di guarnigione, nel numero di trenta circa, deposero le armi, senza però fraternizzare col popolo. Il governo dei Papi finiva cosi, in questa città, dopo oltre otto secoli di assoluto dominio, merce la rivoluzione unitaria nazionale, compiuta da pochi e ardimentosi suoi figli, e non dalla gente venuta di fuori col Signor Giuseppe De Marco, come, bugiardamente, si scrisse dai noti detrattori del partito democratico di Benevento. Verso il mezzodì, poi, arrivava dalla contrada calore il Battaglione comandato dal De Marco, di cui ho innanzi fatto cenno, accolto festosamente dalla popolazione e dalle Sezioni armate, e andò ad acquartierarsi nel collegio dei Gesuiti. Nelle ore pomeridiane dello stesso giorno, tutte le forze insurrezionali, riunitesi sulla piazza Orsini, decisero la formale proclamazione del Governo provvisorio, che fu composto colle stesse persone del Comitato insurrezionale, il quale, pei riguardi dovuti ad esso Maggiore De Marco, incluse anche il suo nome fra i commissarii del detto governo. Indi, dalla loggia del palazzo comunale, ne fu formalmente annunciata dal Presidente la istallazione, e tutti prestarono giuramento, incrociando le spade, a difesa della unità e della libertà della patria; in seguito di che il popolo, contento dell’opera sua, si diradò fra le ripetute acclamazioni alla Libertà ed al Governo provvisorio… Quest’atto chiudeva il movimento insurrezionale, e la tanto temuta crisi politica, senza l’eccidio ed il saccheggio profétato dalla Camarilla, ma invece con i concerti musicali, con le luminarie e le fraterne strette di mano, e col perdono generoso ai Caini del 1848, e del 1860, e, ciò che più monta, con la proclamazione di Benevento a capoluogo di Provincia”.
13. Dumas, Memorie di Garibaldi, XXV. In: Salvatore Rampone, Memorie Politiche di Benevento, D’Alessandro, Benevento 1899.
14. Edgardo de Rimini, Salvatore Rampone, nel ricordo di un pronipote, da: Memorie Politiche di Benevento, Ricolo Editore, Benevento 1988.
note capitolo iii
1. Antonio Pagano, Direttore della rivista Due Sicilie, da: www.terraeliberazione.org
2.Ottavio Pastore, Chiesa e Risorgimento; cfr. Ippolito Nievo, Memorie di un Italiano.
3. Antonio Pagano, Direttore della rivista Due Sicilie, da: www.terraeliberazione.org
4. Nel suo Chiesa e Risorgimento, Ottavio Pastore riporta un significativo passo tratto da Cinquat’anni di giornalismo dell’avvocato Casoni, uno dei più noti esponenti della cosiddetta opposizione cattolica che condusse un’accanita lotta contro il giovane Stato Unitario. Il brano descrive l’inspiegabile sbandamento dell’esercito borbonico, la mancanza di una minima opposizione militare dallo sbarco in Calabria sino al Volturno, la consegna a Pellion di Persano della formidabile flotta napoletana. Cfr. Ippolito Nievo, Memorie di un Italiano.
5. A.Insogna, Francesco II Redi Napoli, Forni 1980.
6. In: Giuseppe Ressa, L’invasione e la fine delle Due Sicilie, L’ufficialità delle forze armate meridionali, la caduta della Sicilia, l’invasione del Sud, Editing Alfonso Grasso, da: www.ilportaledelsud.org.
7. Ivi. Da: Carlo Pellion di Persano, op.cit.
8. Ibidem.
9. Giacinto de Sivo, Storia delle Due Sicilie, Del Grifo, 2004. Cfr. Giuseppe Ressa, L’invasione e la fine delle Due Sicilie, L’ufficialità delle forze armate meridionali, la caduta della Sicilia, l’invasione del Sud, Editing Alfonso Grasso, da: www.ilportaledelsud.org.
10. V. Giuseppe Ressa, cit.
11. Dal Diario del garibaldino Abba. In. Giuseppe Ressa, L’invasione e la fine delle Due Sicilie…, cit.
12. Angela Pellicciari, L’altro Risorgimento, Piemme.
13. Dal diario dell’ammiraglio Carlo Pellion, op. cit. In. Giuseppe Ressa, L’invasione e la fine delle Due Sicilie…, cit.
Carlo III di Borbone; il sangue cittadino, inutilmente sparso, inonderà ancora le mille città del reame, e voi, un di speranza e amore dei popoli, sarete riguardato con orrore, unica cagione di una guerra fratricida.
Sire, salvate, che ancora ne siete in tempo, salvate la Nostra Casa dalle maledizioni di tutta l’Italia! Seguite il nobile esempio della Regale Congiunta di Parma, che allo irrompere della guerra civile sciolse i sudditi dalla obbedienza, e li fece arbitri dei propri destini. L’Europa e i vostri popoli vi terranno conto del sublime sagrifizio; e Voi potrete, o Sire, levare confidente la fronte a Dio, che premierà l’atto magnanimo della M.V. / Ritemprato nella sventura il vostro cuore, esso si aprirà alle nobili aspirazioni della Patria, e Voi benedirete il giorno in cui generosamente Vi sacrificaste alla grandezza d’Italia.
Compio, o Sire, con queste parole il sacro mandato, che la mia esperienza m’impone; e prego Iddio che possa illuminarvi, e farvi meritevole delle sue benedizioni. / Di V.M. Affezionatissimo zio Leopoldo Conte di Siracusa.
15. Ibidem.
16. Giuseppe Ressa, L’invasione e la fine delle Due Sicilie, in: Centro Culturale e di Studi Storici, Brigantino- il Portale del Sud, Napoli e Palermo, www.brigantino.org. Questo principe, nato a Napoli nel 1827, morirà a Parigi nel 1892.
17. Giuseppe Ressa, Le monografie storiche, ivi. Cfr. Antonio Zezon, Vol.1820-1906.Cfr. Della Monarchia di Napoli e delle sue fortune, Controcorrente, 2000. Cesare Bertoletti, Il Risorgimento visto dall’altra sponda, Berisio. Le memorie di Garibaldi, in: Francesco Pappalardo. Mario Monari, Lo sconosciuto eroismo dei soldati napoletani e siciliani a Messina, Grafiche Scuderi , Messina 1992. A.Insogna, Francesco II Redi Napoli, Forni, 1980. Due Sicilie, gennaio 2001, a cura di Umberto Pontone. Giacinto de Sivo, Storia delle Due Sicilie, Del Grifo, 2004. Angela Pellicciari, L’altro Risorgimento, Piemme.
18. Forse anche De Concilij già sapeva degli strani movimenti di Rampone per inglobare molti paesi irpini a Benevento. Il rimando, quindi, poteva nascondere anche il concreto motivo di sottrarla in tempo alla futura Provincia di Benevento, in cui voleva annetterla Rampone, più che al reale timore di non avere il seguito del popolo.
note capitolo iv
1. Salvatore Rampone, Memorie Politiche di Benevento, D’Alessandro, Benevento 1899. Scriveva Rampone: “Il Governo provvisorio, dunque, non dispose, di altre somme, se non di quella, infedelmente, dichiarata dal contabile Petrosini, e dell’altra presa a prestito dal signor Iannotti, in uno di ducati 1130, (lire 4802,50). Ecco, d’altra parte, un sunto degli esiti sostenuti dal detto Governo, e, qualche giorno prima, anche dal Comitato: – Al signor Giuseppe De Marco, Presidente del Comitato Vitulanese, e Comandante il Battaglione Irpino, furono dati in più volte, per effetti militari e cibarie, ed in denaro, come dai ricevi del 31 agosto, del 5 settembre e da un altro senza data, in uno ducati mille Duc. 1000,00 / Al signor Raffaele Palmieri per tremila cartucce e per altre munizioni, come da ricevo del 15 ottobre, ducati trenta Duc. 30,00 / Alla Compagnia beneventana, come dagli stati di paga, ducati seicento Duc. 600,00 / Agli arruolati per la gendarmeria reale, come dagli altri stati di paga del 12, 13, 14 e 15 settembre, ducati cinquanta Duc. 50,00 / Al Tenente De Dominicis, di truppa pontificia, ducati quarantacinque Duc. 45,00 / Al Tenente Toselli ducati nove Duc. 9,0 / Allo stesso Tenente per il distaccamento di linea pontificia, che prese servizio col Governo provvisorio, giusta lo stato di soldo dal 10al 18 settembre, ducati ventiquattro Duc. 24,00 / Al signor Francesco Rispoli, Segretario Generale del Governo provvisorio, ducati cinquanta Duc. 50,00 / Agl’impiegati civili, in conto dei loro stipendii, ducati venti Duc. 20,00 / Per la Deputazione Governativa al Dittatore Garibaldi, ducati trenta Duc. 30,00 / In uno ducati mille ottocento sessantotto Duc. 1868,00 corrispondenti a lire 7939,00. Ai suddetti esiti vanno poi aggiunti i seguenti altri, cioé per alloggio a più bande insurrezionali, che transitarono per Benevento, – per fitto di traini, di carrozze, di cavalli, – per appositi messi a Napoli, ed alle limitrofe provincie, – pei nuovi stemmi, per le bandiere e stampati, per luminarie, banda musicale e per tante altre spese, che, in quei momenti di trambusti e di urgenti bisogni, sorgevano da un’ora all’altra,e s’imponevano, di cui non si può precisare l’ammontare, ma che, per calcoli approssimativi, può ritenersi superasse la somma di ducati mille (L.4250).
2. Edgardo de Rimini, Salvatore Rampone, nel ricordo di un pronipote, da: Memorie Politiche di Benevento, Ricolo Editore, Benevento 1988.
3. Salvatore Rampone, Memorie Politiche di Benevento, D’Alessandro, Benevento 1899. Scrive Rampone: “Ciò fu narrato dallo stesso ministro al Generale Avezzana, il quale, in diverse occasioni, ebbe a lodare il movimento benevantano, per avere contribuito alla ritirata del Borbone a Gaeta. Frattanto il Governo provvisorio, senz’arrestarsi agli ottenuti successi, e senz’intimorirsi della incalzante reazione, si occupò, immantinenti, dell’amministrazione della città, e dei comuni dell’antica delegazione pontificia, adottando gli opportuni e necessarii provvedimenti, tra i quali, i più importanti furono per la Rappresentanza Comunale, – per gl’Impiegati governativi, – pel Consiglio di governo -per l’abolizione del Tribunale ecclesiastico, – per l’abolizione della tassa sul macinato, e di altre tasse comunitative – per l’istallazione della Guardia Nazionale, – per la intestazione, e registrazione degli atti pubblici, e per le ipoteche. Non pochi altri provvedimenti amministrativi e politici furono emessi, ed il lettore può facilmente immaginare quali e quanti ne fossero occorsi in quei momenti difficili ed eccezionali, e nei primordii di un nuovo governo. Ciò che poi va specialmente ricordato, perché formò il primo pensiero del Governo provvisorio, é l’avere affidato l’incarico al geometra signor Francesco Mozzilli, di elevare una pianta topografica per la circoscrizione della nuova Provincia di Benevento, ed il Mozzilli, uomo intelligente e sinceramente liberale, l’approntò con sollecitudine ed esattezza. Qui giova, pure, far notare che l’attuale circoscrizione non é quella progettata dal Governo provvisorio, e proposta al Dittatore Garibaldi, giacché il governatore Torre, succeduto al Governo provvisorio, ne propose e fece decretare un’altra, ché quella, che ora costituisce la Provincia, e che, in vero, é generalmente riconosciuta irregolare, e non rispondente ai bisogni dei comuni aggregati ed agl’interessi generali della Provincia, tanto dal lato amministrativo, quanto economico… In prova di ciò, basta dire che, nella circoscrizione progettata dal Governo provvisorio, era incluso Ariano, come capoluogo di circondano, ed altri comuni, delimitati con giusti criterii, mentre, invece, nell’attuale circoscrizione trovasi S. Bartolomeo in Galdo, come capoluogo di circondano, che resta al confine con la Capitanata, al di là del Fortore, e la cui aggregazione a questo capoluogo ed al resto della Provincia, costò dei milioni di lire, e troppo disguido amministrativo, che ancora perdura… Questi erano i criterii, questi i principii, cui s’ispiravano gli uomini della rivoluzione, ed il Governo provvisorio del 1860. Quanta differenza, quale contrasto coi principii, che informano le leggi finanziarie, che sono ora in vigore, e con le innumerevoli tasse e l’insano fiscalismo, che dissanguano il popolo. E bisogna pur dirlo, non sono stati i liberali, i rivoluzionari del 1860, che hanno portato tanto dissesto, tante angustie, bensi i reazionarii venuti, dopo, al potere, i quali, con la maschera di uomini d’ordine, demoralizzarono e spogliarono l’Italia. Intanto contro il patriottismo e il disinteresse del Governo provvisorio, sorgeva, com’era naturale, la coalizione degli affaristi e degli ambiziosi reazionari, guidati dalla vecchia Camarilla, cosicché una guerra bassa e sorda facevasi contro il Governo provvisorio per atterrarlo, e l’opera iniqua riuscì a meraviglia, giacche, giorno per giorno, gli si fece un vuoto d’intorno. Gl’impiegati civili, ad eccezione di pochi, si dimisero dalle loro cariche. La truppa di linea e di gendarmeria preferì ritornare a Roma, senz’accettare gli offerti vantaggi del Governo provvisorio nazionale. La più parte dei nominati Consiglieri di governo rifiutarono l’onorifico incarico, adducendo a ragione del rifiuto, che ad essi spettava il voto deliberativo, e non consultivo, com’era stato loro deferito. Strana pretesa davvero, che rivelava i segreti intendimenti dei Camarillisti, di sopraffare il Governo provvisorio, e per dargli, poi, un colpo decisivo, questi Girella seminarono la discordia tra gli stessi Membri del Governo, ed i capi del partito, in seguito di che, i signori Giuseppe De Marco, Gennaro Collenea, ed il Marchese De Simone si dimisero da componenti il detto Governo…… e si verificarono, pure, delle diserzioni nelle file del partito, le quali cose stimo opportuno mettere in tacere. Ciò non pertanto la rabbiosa provocazione era alquanto infrenata dalla longanimità, di chi era a capo del Governo, sebbene la si poteva del tutto annientare colla forza e col terrore, che non furono punto adoperati. E questo fu un grave errore, commesso dagli uomini della rivoluzione, tanto in Benevento, quanto in altre città del Regno, che condusse poi alla reazione, e quindi alla creazione della famosa consorteria, che gittò il seme della discordia, da per ogni dove, ed arrecò insanabili piaghe alla Penisola. Infrattanto Monsignor Agnelli, visto che il Governo provvisorio si reggeva, ordinatamente, e che niente più gli restava a sperare, chiese di liberamente partire alla volta di Roma, ciò che non gli fu punto vietato, e nel giorno 5 settembre lasciò Benevento, ricevendo l’onore delle armi, nel passare sul ponte di S. Maria della Libera. Anche il Battaglione Irpino, che qui si era soffermato tre giorni, nel mattino del 7 detto mese, staccò la sua marcia per Paduli, onde raggiungere Ariano, – e n’era tempo, – giacché, per la prolungata sosta, si aveva già a deplorare il disastro toccato ad alcune bande insurrezionali, ivi concentrate, giusta gli accordi presi col Comitato di Avellino, le quali, trovandosi esposte alle minacce del partito borbonico, e non vedendo giungere il suddetto Battaglione, abbandonarono Ariano, ma nella ritirata furono attaccate dalle imboscate, e trenta fra ufficiali e soldati rimasero uccisi, tra i quali i distinti patrioti, fratelli Miele, di Andretta. La Compagnia beneventana, composta di 102 uomini formava la testa del battaglione, e i venti soldati di linea, che avevano disertato il Quartiere S. Antonio, ne formavano l’avanguardia.
4. L’economia avellinese, a cominciare dall’arte della lana, era andata a rotoli da quando la maggior parte dei giovani si era data agli studi, anche a causa della burocrazia dovuta all’insidiosa macchina amministrativa che era andata creandosi. Ecco perché, prima del 1848, tutti volevano diventare agrimensori e avvocati anziché operai specializzati, acculturati artigiani e contadini meccanizzati, favorendo solo la cultura intellettuale scoppiata con i moti rivoluzionari. Avellino si era avviata a creare più patrioti-scienziati come Paolo Anania De Luca di Montefusco, più patrioti-chirurghi come il dottore Gaetano Perugini di Pietrastornina, che piccoli imprenditori. Tutto questo aveva favorito lo splendido periodo culturale che aveva preso piede dal 1830. Nel 1831 era stato inaugurato il Real Collegio per l’educazione e l’istruzione della gioventù nelle scienze e nelle arti liberali, sul modello francese, a danno del solo insegnamento privato o di quello minore di monaci e suore, salvo i sacerdoti che sfornava il Seminario Vescovile. Nello stesso Collegio, nel 1838, era stata inaugurata anche una scuola di diritto la cui cattedra era tenuta nientemeno che dal procuratore del Re, Benedetto Cantalupi, saggista noto anche in Francia. E così ci si ritrovò con Federico Cassitto a rappresentante della Società Economica al congresso degli scienziati italiani del 1845, nei campi di agricoltura, industria e commercio, per aver sperimentato alcune tecniche sulla coltivazione dei gelsi e l’allevamento dei bachi da seta. Da qui il fiorire dei giornali locali, fra i più disparati, pubblicati dalla prima tipografia dell’Intendenza. Su quelle colonne nacquero Nicola Montuori e Pasquale Stanislao Mancini, presto conosciuti anche a Napoli, in contemporanea alla nascita del nuovo carcere avellinese nel 1827, opera dell’architetto Giuliano De Fazio. Tutto questo mentre si dava l’addio ai lanifici con 700 operai e alle cartiere che ne contavano 300, sebbene la popolazione continuasse a crescere accogliendo i residenti provenienti dai paesi del circondario che avevano fatto raddoppiare i cittadini, 225 dei quali, nel 1848, sottoscriveranno il documento di fedeltà a Ferdinando II, sebbene alcuni dei quali fossero mezzi liberali. L’ordine era stato mantenuto brillantemente dall’Intendente Paolo Emilio Imbriani che ricordò i moti del 1821, mentre il vescovo maniscalco si era recato a Caserta a rendere omaggio al Re. Il volgere degli eventi aveva poi ribaltato la situazione quando sospetti, denunce e processi presero il sopravvento sotto l’Intendente Mirabelli, devotissimo a Ferdinando. Da qui la repressione con la riapertura del carcere di Montefusco già abbandonato dai Francesi. Episodi che anziché funzionare da deterrenti finirono col diventare cassa di risonanza dell’ideale liberale che ivi era messo a dura prova con detenuti ammalati, uccisi o morti per colera ed altre malattie, come ben ha tramandato il Duca Castromediano riferendosi alle giornate trascorse in cella con i fratelli Palermo, Nicola Nisco, Michele Pironti, Pasquale Staglianò e tanti altri giovani patrioti Tutte notizie che giungevano nelle segrete stanze delle ville di De Conciliis e di Capozzi. Diversi altri patrioti ebbe a quei tempi Avellino, fra cui Sebastiano Preziosi, Nicola Imbimbo, Nicola Pionati, Francesco Gallo e Gabriele Damiani: tutti presenti alla proclamazione della Costituzione il 2 luglio 1820 prima della partenza della marcia carbonara su Napoli. Col ritorno di Ferdinando non vi era stata famiglia carbonara che non fu colpita per vie traverse per cospirazione a seguito della persecuzione del Presidente della Corte Criminale Vittiglia e del Procuratore generale Codagnone, generando l’odio per la Corona e le simpatie per Cavour che ebbe consensi per il Risorgimento già dal 1847. V. A.Bascetta, “Una cassa di risonanza per Cavour e per Garibaldi”, in: Opinioni, cit.
5. Antonio Zezon, Vol.1820-1906, cit. Per tutto il capitolo Cfr. Della Monarchia di Napoli e delle sue fortune, Controcorrente, 2000. Cesare Bertoletti, Il Risorgimento visto dall’altra sponda, Berisio. Le memorie di Garibaldi, in: Francesco Pappalardo. Mario Monari, Lo sconosciuto eroismo dei soldati napoletani e siciliani a Messina, Grafiche Scuderi , Messina 1992. A.Insogna, Francesco II Redi Napoli, Forni, 1980. Due Sicilie, gennaio 2001, a cura di Umberto Pontone. Giacinto de Sivo, Storia delle Due Sicilie, Del Grifo, 2004. Angela Pellicciari, L’altro Risorgimento, Piemme. In: Giuseppe Ressa, Le monografie storiche, Centro Culturale e di Studi Storici, Brigantino- il Portale del Sud, Napoli e Palermo, www.brigantino.org.
6. Nicolino Polcino, Sprazzi Poetici, Poesie Discorsi Personaggi, Paupisi 1998.
7. ASA, carteggio sui fatti di Montemiletto del 1861. In: A.Bascetta, La fine del Regno delle Due Sicilie, Abedizioni, Avellino 2002.
8. Ivi.
9. Nicolino Polcino, op.cit.
10. ASA, carteggio sui fatti di Montemiletto del 1861. In: A.Bascetta, La fine del Regno delle Due Sicilie, Abedizioni, Avellino 2002.
11. Nicolino Polcino, op.cit.
12. Questo il proclama completo del 5 settembre 1860: Fra i doveri prescritti ai Re, quelli dei giorni di sventura sono i più grandiosi e solenni, e io intendo di compierli con rassegnazione scevra di debolezza, con animo sereno e fiducioso, quale si addice al discendente di tanti Monarchi. A tale uopo rivolgo ancora una volta la mia voce al popolo di questa Metropoli, da cui debbo ora allontanarmi con dolore.
Una guerra ingiusta e contro la ragione delle genti ha invaso i miei stati, nonostante ch’io fossi in pace con tutte le potenze europee. / I mutati ordini governativi, la mia adesione ai grandi principii nazionali ed italiani non valsero ad allontanarla, che anzi la necessità di difendere la integrità dello Stato trascinò seco avvenimenti che ho sempre deplorato. Onde io protesto solennemente contro queste inqualificabili ostilità, sulle quali pronunzierà il suo severo giudizio l’età presente e la futura. / Il corpo diplomatico residente presso la mia persona seppe, fin dal principio di questa inaudita invasione, da quali sentimenti era compreso l’animo mio per tutti i miei popoli, e per questa illustre città, cioé garentirla dalle rovine e dalla guerra, salvare i suoi abitanti e loro proprietà, i sacri templi, i monumenti, gli stabilimenti pubblici, le collezioni di arte, e tutto quello che forma il patrimonio della sua civiltà e della sua grandezza, e che appartenendo alle generazioni future é superiore alle passioni di un tempo. / Questa parola é giunta ormai l’ora di compierla. La guerra si avvicina alle mura della città, e con dolore ineffabile io mi allontano, con una parte dell’esercito, trasportandomi là dove la difesa dei miei diritti mi chiama. L’altra parte di esso resta per contribuire, in concorso con l’onorevole Guardia Nazionale, alla inviolabilità ed incolumità della capitale, che come un palladio sacro raccomando allo zelo del Ministero. E chieggo all’onore ed al civismo del Sindaco di Napoli e del Comandante della stessa Guardia cittadina di risparmiare a questa Patria carissima gli orrori dei disordini interni ed i disastri della guerra civile; al quale uopo concedo a questi ultimi tutte le necessario e più estese facoltà. / Discendente da una Dinastia che per ben 126 anni regnò in queste contrade continentali, dopo averle salvate dagli orrori di un lungo governo viceregnale, i miei affetti sono qui. Io sono napoletano, ne potrei senza grave rammarico dirigere parole di addio ai miei amatissimi popoli, ai miei compatriotti. / Qualunque sarà il mio destino, prospero od avverso, serberò sempre per essi forti ed amorevoli rimembranze. Raccomando loro la concordia, la pace, la santità dei doveri cittadini. Che uno smodato zelo per la mia Corona non diventi face di turbolenze. Sia che per le sorti della presente guerra io ritorni in breve fra voi, o in ogni altro tempo in cui piacerà alla giustizia di Dio restituirmi al Trono dei miei maggiori, fatto più splendido dalle libere istituzioni di cui l’ho irrevocabilmente circondato, quello che imploro da ora é rivedere i miei popoli concordi, forti e felici.
13. Questo il proclama completo emanato in Napoli il 6 settembre 1860, avallato da Giacomo de Martino: Dacché un ardito condottiero, con tutte le forze di cui l’Europa rivoluzionaria dispone, ha attaccata i Nostri domini invocando il nome di un Sovrano d’Italia, congiunto e amico, Noi abbiamo con tutti i mezzi in poter Nostro combattuto durante cinque mesi per la Sacra indipendenza dei Nostri Stati. La sorte delle armi Ci é stata contraria. L’ardita impresa che quel Sovrano nel modo più formale protestava sconoscere, e che non pertanto, nella pendenza di trattative di un intimo accordo, riceveva nei suoi Stati principalmente ajuto ed appoggio, quell’impresa, cui tutta l’Europa, dopo d’aver proclamato il principio di non intervenzione, assiste indifferente, lasciandoci soli lottare contro il nemico di tutti, é sul punto di estendere i suoi tristi effetti fin sulla Capitale. Le forze nemiche si avanzano in queste vicinanze. / D’altra parte la Sicilia e le Province del continente, da lunga mano e da lungo tempo travagliate dalla Rivoluzione, insorte sotto tanta pressione, hanno formato dei Governi provvisori col titolo e sotto la protezione nominale di quel Sovrano, ed hanno confidato ad un preteso Dittatore l’autorità ed il pieno arbitrio de’ loro destini. / Forti sui Nostri diritti, fondati sulla storia, sui patti internazionali e sul diritto pubblico Europeo, mentre Noi intendiamo prolungare, finché ci sarà possibile, la nostra difesa, non siam meno determinati a qualunque sacrifizio per risparmiare gli orrori di una lotta e dell’anarchia a questa vasta Metropoli, sede gloriosa delle più vetuste memoria e culla delle arti e della civiltà del Reame. / In conseguenza noi moveremo col Nostro Esercito fuori dalle sue mura, confidando nella lealtà e nello amore de’ Nostri Sudditi pel mantenimento dell’orine e del rispetto all’autorità. / Nel prendere tanta determinazione sentiamo però allo stesso tempo il dovere, che ci dettano i Nostri diritti antichi e incossussi, il nostro Onore, l’interesse dei Nostri eredi e successori, e più ancora quelli dei nostri Amatissimi sudditi, ed altamente protestiamo contro tutti gli atti finora consumati e gli avvenimenti che sonosi compiuti o si compiranno in avvenire. Riserbiamo tutt’i Nostri titoli e ragioni, sorgenti da Sacri incontrastabili diritti di successione, e dai Trattati, e dichiariamo solennemente tutti i menzionati avvenimenti e fatti nulli, irriti, e di niun valore, rassegnando per quel che ci riguarda nelle mani dell’Onnipotente Iddio la Nostra causa e quella deo Nostri popoli, nella ferma coscienza di non aver avuto nel breve tempo del Nostro Regno un sol pensiero che non fosse consacrato al loro bene e alla loro felicità. Le istituzioni che abbiamo loro irrevocabilmente garentite ne sono il pegno. / Questa nostra protesta sarà da noi trasmessa a tutte le Corti, e vogliamo che, sottoscritta da noi, munita del suggello delle nostre Armi Reali, e consegnata dal Nostro ministro degli Affari Esteri, sia conservata nei nostri Reali Ministeri degli Affari Esteri, della Presidenza del Consiglio del ministri, e di Grazia e Giustizia, come un monumento della Nostra costante volontà di opporre sempre la ragione e il diritto alla violenza e alla usurpazione.
14. Pier Giusto Jaeger, Francesco II di Borbone, l’ultimo Redi Napoli, 1982 Mondadori.
Fonti, Bibliografia, Giornali, Riviste, Internet
Archivio di Stato di Napoli (ASN o ASNA)
Archivio di Stato di Benevento (ASB)
Archivio di Stato di Salerno (ASS o ASSA)
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Biblioteca Nazionale di Napoli (BNA) e relativo Museo
Biblioteca Provinciale di Avellino (BPA) e relativo Museo
Biblioteca Nazionale di Loreto (BNL) e relativo Museo
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