Sacco e Vanzetti. Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti ai tempi di Alfredo Bascetta

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SIAMO QUASI AL CENTENARIO

L’ingiusta condanna a morte di Sacco e Vanzetti scosse le coscienze di tutto il mondo, di tutte le fedi religiose o politiche – scrive Enrico dell’Orfano -. Solo a cinquant’anni dall’esecuzione capitale, il governatore del Massachusetts Michael Dukakis, con atto ufficiale riconobbe un processo completamente travisato e sbagliato riabilitando alla Storia la memoria dei due nostri connazionali.
La loro presenza negli Stati Uniti rientra nella triste storia dell’emigrazione nel nostro paese: si emigrava per tante gravi situazioni di disagio economico con la speranza quindi di vivere una vita dignitosa in altre terre. Ancora negli anni 60 ho assistito alla partenza di qualche parente dal porto di Napoli, e vi assicuro che leggevo in essi la sofferenza e la nostalgia dell’esule che è costretto a lasciare la propria terra.
Io sono stato spesso negli USA e mi sono reso conto che gli Italiani hanno sempre dato testimonianze di impegno onesto nelle varie mansioni lavorative e tanti, col sudore della fronte, si sono affermati in molti campi ed hanno raggiunto anche soddisfacenti posizioni economiche.
Si legge che molti intellettuali tra cui George Bernard Shaw, Bertrand Russell, Albert Einstein, il premio nobel francese Anatole France lottarono per la revisione del processo; addirittura Mussolini considerò il tribunale americano decisamente prevenuto nella valutazione del caso di Sacco e Vanzetti. E’da considerare anche la lettura di questo fenomeno dell’emigrazione legato alle impellenti necessità di tanti che partivano con il cuore rotto dall’emozione e dalla sofferenza nel lasciare le loro terre, i loro affetti.
Accosto il dramma di questi a quello di Ovidio esule (su provvedimento di Augusto) quando nei Tristia con un linguaggio efficacissimo sottolinea il pianto delle persone amiche, dei familiari, delle cose “alla sua partenza per l’esilio”. Vorrei ricordare ed accostare al poeta di Sulmona con emozione il nostro Alfredo Bascetta, che come Ovidio, ci fa rivivere quelle storie dell’emigrazione, quasi nelle vesti di esule. Anche Alfredo Bascetta di Pietrastornina partì con la moglie Filomena Ciriello di Sant’Angelo a Scala (Av) il 24 ottobre 1911. Bascetta è stato l’unico autore a denunciare de visu e a far conoscere al popolo con la voce il «caso Sacco e Vanzetti».
“Lacreme ‘e cundannate” è la sua canzone che aiutò a diventare tristemente famosi Sacco e Vanzetti e la loro tragedia, poi conosicuta in tutto il mondo.
Ma già con la Canzone Paese mio Alfredo Bascetta racconta la storia dell’emigrazione in America e la condizione degli Italiani negli aspetti di gioia e di dolore. Le sue note si possono considerare la vera documentazione della sorte dei tanti italiani emigrati in USA.
Esse fanno parte a pieno titolo della storia della musica mondiale per le parole, per i temi affrontati, per la melodia ed anche perché sono l’espressione di un sentimento, di uno stato d’animo presente in tutti noi. In esse spiccano tratti di sincera sensibilità e di delicate fatture, l’autore fa rivivere il racconto del viaggio in terre lontane con scene strazianti del distacco dalla casa e dai tanti amici.
Le parole in versi di Alfredo sono quindi dei veri e propri capolavori della poesia, a livello nazionale ed internazionale.
La delicatezza delle frasi, delle immagini, affiancate ai colori nelle poesie del fratello Alfredo, richiamato spesso al suo fianco a Brooklyn, presentano un mondo che parla, che coinvolge, che commuove. Io avverto la stessa emozione che provo quando leggo Tristia di Ovidio.
Chiudo queste poche riflessioni con un un messaggio straordinario di Sacco, nella Lettera al figlio, che mi fa pensare ad un messaggio evangelico: – «Possono bruciare i nostri corpi, non possono distruggere le nostre idee. Esse rimangono per i giovani del futuro, per i giovani come te».

Enrico Dell’Orfano

Description

LA STORIA CHE SCONVOLSE IL MONDO DENUNCIATA CON LE CANZONI DEGLI EMIGRANTI

Sono trascorsi 100 anni dalla grande emigrazione, avvenuta nella Napoli di Carlo Nazzaro e Matilde Serao, direttori del Mattino e del Roma, quotidiani partenopei.
Tra essi vi furono Alfredo Bascetta, editore italo-americano, voce di Sacco e Vanzetti; e Joseph Bascetta detto Gino Bardi, direttore dell’Unità del Popolo, giornale socialista di New York.
Alfredo Bascetta nato a Pietrastornina (Av) il 14.09.1889 – morto a 93 anni, il 6 dicembre 1982 in Saint Lucie, Florida, fu uno dei massimi cantanti partenopei emigrati in America. Il suo spessore, la voce di tenore, l’amicizia con Gilda Mignonette, faranno di lui un personaggio amato anche dall’avanspettacolo, dal teatro, dalla sceneggiata che con lui prese forma, di pari passi alla denuncia anarchica sullo stato sociale. I continui viaggi fra Napoli e New York, anche più volte all’anno, e il mancato ritorno al paesello natio, che lo terranno lontano dall’amata madre, faranno della sua canzone un motivo struggente di vita.
Sui palcoscenici americani trascinò perfino il fratello piccolo, Amerigo, sebbene quest’ultimo fosse più portato per la poesia, a cui si dedicherà completamente al suo ritorno in Italia, ad Atripalda (Av).
Da qui l’improvviso tuffo nella sceneggiata, che allora nasceva, come avanspettacolo, per camuffare fatti che accadevano fra gli emigranti, anche sconvolgenti e luttuosi. Idem con le canzoni in cui Alfredo arrivò a denunciare i soprusi della polizia americana, dal 1917 in poi, quando si videro arrestati e uccisi tantissimi napoletani e siciliani in una sorta di ribellione sindacale, quindi legata alla paga bassa e alle conquiste su orari e sicurezza sul lavoro. Arriviamo così alla canzone-denuncia di questa parentesi socialista, che è quella dedicata a Sacco e Vanzetti, «Lacreme ‘e cundannate», dopo della quale poche altre canzoni saranno di attenzione, anche per via della nascita di una propria casa editrice e discografica a cui si dedicherà per tutta la vita, tornando raramente a Napoli e nella sua amata Pietrastornina.
E eccoci a Gino Bardi (1907-1978) alias Joseph Bascetta, parente stretto dello zio Alfredo, giunto piccolo in America. Gino è un altro personaggio da ricordare che d’improvviso ritroviamo nel pieno della lotta comunista, più che anarchica, come direttore dell’Unità del Popolo, ma anch’egli editore di questa diversa casa editrice per la pubblicazione di notizie italiane fatte dal popolo e per il popolo. La stranezza, e non se ne conosce il vero motivo, è che Joseph cambia nome, adottando quello di «Gino Bardi» come pseudonimo, quasi a scimmiottare il gerarca fascista di Roma.
Terminata la guerra lo ritroviamo nel mondo del cinema, ma dietro le quinte, al fianco di registi del calibro di Luchino Visconti, del quale fu traduttore di testi e di alcune opere teatrali, mostrandone forte amicizia. Ma eccolo anche con Dino De Laurentiis, allorquando lo scopriamo in alcune foto insieme al celebre Orson Welles. In questo caso il tratto d’unione sembra essere la boxe, sport amato da tutti in famiglia, ma Gino è per certo un personaggio di rilievo tutto ancora da scoprire.
Nato in Italia il 12 giugno 1907, si trasferì col padre Biagio in America, tornando a Napoli svariate altre volte, da marins e dopo la guerra, ma non più a Benevento, né a Pietrastornina, non avendo rinvenuto alcun riscontro. In fondo è in America che si stabilì definitivamente, laddove poi morì e fu sepolto nel 1978, a S.John, nel Queens.
A loro abbiamo dedicato questo primo lavoro di una collana editoriale che ci apre mondi sconosciuti alla nostra generazione, o forse solo dimenticati. Perciò ABE si è affidata all’esperienza di latinisti e letterati, quali Virgilio Iandiorio, Antonio Polidoro, Fausto Baldassarre, Enrico dell’Orfano, per creare un punto di partenza, quindi, che ci portasse lontano da Pietrastornina, per capire cosa realmente accadde in quegli anni intorno ai nostri protagonisti.

Dettagli

EAN

9788872970133

ISBN

887297013X

Pagine

96

Autore

Cuttrera

Editore

ABE Napoli

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Editorial Review

Una storia di emigranti, anarchia e socialismo

 

Generoso D’Agnese scrive che «Ria Rosa è il nome d’arte di Rosaria Liberti (nelle foto), nata a Napoli nel quartiere di Montecalvario il 2 settembre 1899, figlia di Angelo e Anna Carotenuto. Esordì a sedici anni, dopo essere stata allevata da Rodolfo Falvo. Subito diede prova delle potenzialità derivatele dal colore della voce e dal fatto di saper mettere questa al servizio di un’interpretazione teatrale del testo. Di tale stoffa preziosamente sanguigna si accorse anche il pubblico americano, che potette conoscerla durante un giro organizzatole nel 1922 da un impresario. Furono tali i successi, che ella si convinse a restare in America, dove risultò emigrata dal 23 agosto 1933».
Nel 1922 decise di unirsi alla compagnia di Nicola Maldacea, pronta a sbarcare a New York. Il grande successo del 1923 la sprona a fondare una compagnia tutta sua, «dedicandosi anche alla rappresentazione di particolarissime sceneggiate, quali ‘E pentite , storia, pentimento e sorte delle ragazze madri napoletane.
Ria Rosa suscita scalpore anche per altre sue esibizioni; non si risparmia il travestimento da guappo per cantare canzoni al maschile come Guapparia, né ha timore di sfidare le autorità americane nel 1927, denunciando con Mamma Sfortunata (primo titolo de ‘A Seggia Elettrica) l’errore giudiziario per la condanna a morte di Sacco e Vanzetti, subendo minacce e rischiando l’espulsione dagli States.
Era il 1922, quando a 23 anni, aveva maturato a sue spese cosa volesse dire «far carriera in un mondo maschilista, dove ti si chiedeva sempre quella tua cosa lì, accettando o rifiutando o ammiccando a tuo piacimento, ma sempre uscendone a testa alta, come una regina». «Tante altre volte ritornasti nella tua Napoli - le scrive Aleandri-, ma non ti piaceva il clima di regime che regnava nel paese e non volevi competere con le più accomodanti Lina Cavalieri, Anna Fougez e Maria Campi. Per non parlare di Gilda Mignonette che non rifiutava, al contrario di quanto facesti tu, di affogarsi fra lo champagne offerto dalle camicie nere. Il teatro Italoamericano - racconta sempre Aleandri - si sviluppò abbastanza rapidamente tra i vari club italiani di Little Italy. Queste associazioni locali dimostrarono di essere parte integrante della vita della comunità.... i club di mutuo soccorso, come furono chiamati, erano in regolare e frequente contatto per impegnarsi in quelle attività che consideravano essere di mutuo beneficio. Tra i soci appartenenti ai vari circoli si creava certamente una sovrapposizione da un tipo di club ad un altro tanto da sviluppare una grande rete sociale che li collegava assieme».19
Alessandro Sisca, Roberto Ciaramella, MarioNicolò, Tobia Acciani, Giuseppe De Laurentiis, la Aguglia, Alfredo Melina, Gaetano Esposito, Alfredo Bascetta, Gennaro Amato, Dan Caslar, Gaetano Lama, E. A. Mario, Attilio Giovannelli, Gennaro Camerlingo, Carlo Renard, Salvatore Baratta, Berardo Cantalamessa, Leo Brandi, Aldo Bruno, Salvatore Quaranta, Francesco Pennino, Gennaro Bianchi, Vincenzo De Crescenzo, Pasquale Esposito, Giuseppe De Luca, Rosina De Stefano. I giornali sono pieni di nomi di artisti, di testi, le cui parole diventano poesia grazie alla voce di Gilda Mignonette, Ria Rosa, Clara Stella, Teresa De Matienzo.20
Dopo il successo cominciato nel 1918 e continuato nel 1923, Alfredo, messi da parte un po’ di soldi, nel 1925, decise di fondare una sua casa editrice. L’idea restava quella di lanciarsi nel business musicale, sebbene ritroveremo presto il congiunto nipote Gino Bardi a pubblicare settimanali e libri di espressione socialista e comunista.
In effetti Alfredo risultò più uno scrittore di sketch comici e di canzoni, che poi fece cantare ad altri, come nel caso di Gilda Mignonette. Ma in realtà il clou lo ebbe, ironia della sorte, per un’altra cosa seriosa, legata al tema dell’immigrazione, che fu la battaglia socialista dei poveri emigranti contro la polizia americana che volle incastrare Sacco e Vanzetti.
La vincenda è nota ed è legata alle lotte sindacali, alle conquiste sociali del proletariato e dei neri, che poi è proprio la stessa cosa che immaginava il nipote Gino Bardi, già nelle fila delle corporazioni comuniste e dei club che iniziarono ad associarsi fra loro per denunciare la condizione della classa operaia. La canzone più famosa di Alfredo resterà quindi una canzone-denuncia, nata proprio per diffondere fra gli emigranti il sentimento di rivalsa, un veicolo di conoscenza, di informazione per le famiglie rimaste in Italia, su quanto accadeva oltreoceano. E’ quindi non più una rivalsa di neri ed emigranti, o di meridionali, ma diventa un atto di fede verso l’Italia tutta.
La canzone Lacrime ‘e cundannate, che sprime il dolore dei due italiani condannati a morte, e L’emigrante chiagne!, appaiono come una vera e propria opera sociale, parte integrante di un progetto rivoluzionario, già cominciato con la «Paura rossa», di cui il nipote Gino Bardi sarà frutto di questo peccato, esploso per mettere in guardia tutta l’America dal pericolo dell’espansione delle leggi razziali italiane, più che del comunismo russo...