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il 1617 : GLI OMISSIS INEDITI SVELATI: Storie vere di streghe, fattucchiere, poveri carcerati, femminicidi

Sono le storie di DIARI DI NAPOLI, IL MANOSCRITTO DI ZAZZERA E GLI OMISSIS INEDITI SVELATI – I parte 1617, VOLUME 3: L’armata di Napoli che fece tremare Venezia e il piano dei Savoia per svaligiare la banca di Amalfi (1 gennaio – 31 agosto 1617)
PREMESSA STORICA
GOLFO DI VENEZIA O ADRIATICO DI BARI?
LA PATERNITà SUL GIà «MARE SUPERIORE»
Pietro Giannone, Opere postume.
…Sin dove Fra Paolo continuò la storia degli Uscochi, si rinnovò fra le corti Austriache dell’Imperadore e dell’arciduca, e la Repubblica di Venezia la controversia della libera navigazione del golfo, e diedesi motivo a nuove scritture, e nuovi discorsi sopra questa materia. Dall’altra parte nel medesimo tempo si rinnovarono più fervorose che mai le contese per lo stesso soggetto tra la corte di Spagna, e la Repubblica di Venezia per cagione di don Pietro Giron duca d’Ossuna, mandato da Filippo III Re in Napoli ….
Essendosi, come si è detto, il senato Veneto per cagion degli Uscochi disgustato coll’ arcidnca Ferdinando, fu d’uopo assistere all’ arciduca cotanto a lui stretto di parentela, e di sovvenirlo.
Si aggiunse ancora, che per la morte di Francesco Gonzaga Duca di Mantova, per le cagioni rapportate da Battista Nani, storico Veneto, lib. 1, Filippo III, fu indotto ad entrare in questa nuova guerra accesa in Italia, ed opporsi al duca di Savoja, e i Veneziani all’incontro favorivano il duca con forze e denari, onde maggiormente s’inasprirono i disgusti fra le corti di Spagna, e la Repubblica.
Con tutto ciò nè s’era fra la medesima e il Re dichiarata guerra aperta, nè licenziati dalle loro corti gli ambasciatori: ma il vicerè Ossuna per l’odio ed avversione, che aveva co’ Veneziani, non solamente aderiva alla parte dell’arciduca, ma fomentava gli Uscochi alle prede, favorendogli, dando loro ricetto, se erano dai Veneziani perseguitati, gli allettava a ricovrarsi nel Regno con porto franco, e coi premj quelli più accarezzando.
E persuaso il Vicerè, che fosse una pretensione pur troppo insoffribile quella dei Veneziani di riputarsi padroni del Golfo, ed impedire in quello la libera navigazione, era tutto inteso col pretesto della guerra che per cagion degli Uscochi si faceva dalla Repubblica agli stati dell’arciduca, ad armar vascelli per infestar l’Adriatico e molestare i Veneziani, minacciando di sorprendere i porti dell’ Istria, di saccheggiar, isole, e di penetrare nei recessi medesimi della città dominante.
Spinse però dodici ben armati vascelli nell’ Adriatico sotto il comando di Francesco Biviera; ed ancorchè la Repubblica avendo comandato al Belengo d’accorrere con la sua armata per resisterli, obbligasse il Riviera a ritirarsi a Brindisi, non però l’Ossuna si ritenne d’inviare sotto Pietro di Leyna 19 galere ad unirsi al Riviera, il quale passato con questo nuovo soccorso a Santa Croce, e trovati in Lesina i Veneziani inferiori di forze, tentò di tirargli fuori a combattere; ma costoro fermi alla difesa sfuggirono il cimento.
E quantunque i Veneziani seriamente pensando all’importanza dell’affare ingrossassero la loro armata, dall’altra parte non mancò l’Ossuna di accrescere la sua a dodici navi, e trentatre galere, la quale comparve sopra Lesina con animo di provocar la Veneta alla battaglia.
Le due armate però intorno a Lesina, ancorchè la Spagnuola avesse provocato la Veneta, non vennero mai a battaglia, sicchè il Leyna vedendo, che i Veneziani s’erano posti su la difesa del porto, allargandosi si diede ad altre imprese, i successi delle quali e ciò che ne avvenisse sino alla pace che finalmente trattata a Parigi si distese a Madrid, dove si conchiusero le condizioni di essa, accettate dalla repubblica per essere stati accuratamente descritti dal Nani, possono leggersi nella di lui Storia Veneta ad anno 1617, lib 3, a cui volentieri ci rimettiamo.
Con tal occasione disputandosi dal Duca d’Ossuna ai Veneziani il dominio del Golfo con cannoni ed armate navali, non si mancò per parte del medesimo di farlo disputare anche dai giureconsulti con scritture ed allegazioni, le quali non meno dai Napoletani, che dai giureconsulti di altre nazioni, come da Giovan Battista Valenzuela, e da Lorenzo Motino romano si fecero uscir in campo.
Scrissero per la libera navigazione, e che piuttosto il dominio di quella parte del Golfo, che riguarda il Regno, fosse del Re di Napoli, che de’ Veneziani, dottissimi avvocati, e ministri Napoletani: e fra gli altri il famoso Giovan Francesco da Ponte, celebre per le molte opere legali, che ci lasciò.
Tutte queste scritture furono unite assieme da Bartolommeo Chioccarelli celebre ed accurato investigatore delle Napoletane memorie, il quale ne compilò una raccolta, che si legge nel tomo XXI, varior. 5, de’ manoscritti della real giurisdizione sotto la rubrica del Dominio del mare Adriatico, se sia de’ Veneziani, o più tosto de’ Re di Napoli.
Londorpio, nei suoi atti pubblici, tomo I, libro 2, capitolo 15, fece pure raccolta delle scritture, che uscirono a questi tempi con tal occasione, non meno di quelle date fuori per parte de’ Spagnuoli e Napoletani, che per parte dell’ arciduca d’ Austria Ferdinando, affastellandoci ancora la scrittura composta in difesa della Repubblica da Francesco de Ingenuis, De jurisdictione Penetae Reipublicae in mare Adriaticum, impressa in Genova, in 4.o nel 1619, la quale ultimamente si prese a confutare Giovan Augusto de Berger de imperio maris Adriaticis, stampato in Lipsia nel 1723.
Per rispondere alle scritture dei Napoletani la Repubblica riputo, che non se gli potesse opporre altri con maggior vigore, che il rinomatissimo fra Paolo Sarpi, onde per ordine pubblico gli fu data l’incombenza di farlo, siccome esattamente adempì il comando con que’ due trattati del dominio del mare Adriatico della serenissima Repubblica di Venezia, e l’altro dello stesso dominio e sue ragioni per l’jus belli.
In amendue queste scritture il principale intento dell’autore su di rispondere ai dottori napoletani, allegando contro ai medesimi quei medesimi atti possessivi della repubblica esercitati coi Re di Napoli, che furono rapportati dal Chizzola.
Non trascurò gli esempj accaduti col Re Ferdinando per le riviere della Puglia, e per le due galee fuggitegli, mandando a pregare il senato, che essendo entrate nel mar suo volesse perseguitarle, e prenderle, siccome si legge alla pag.421 dell’edizione ultima in quarto; e con la sorella di Ladislao Re di Napoli sposata con Guglielmo arciduca d’ Austria, la quale volendo il fratello, e il marito condurre per il mare di Puglia alla riviera di Dalmazia con dodici vascelli, tre galere, e navigli, dimandarono salvocondotto per li legni, e per le persone, pag.422, e con Manfredi come tutore di Corrado Re delle due Sicilie, ed anche poi fattosi Re dopo la morte di Corrado, pag.431.
Ma nella seconda scrittura, ove si studia di provare il dominio del mare per l’jus belli, si scaglia apertamente contro i dottori Napoletani, lagnandosi, che a bella posta andassero a incontrar briga per essere adoperati, e metter da se medesimi necessità ai Principi loro in tali maneggi, massimamente nel Regno di Napoli, dove è fama, che le contenzioni sono state maggiormente nutricate per consentimento de Re.
Sono sue le parole che si leggono, alla pag.446, risponde nelle seguenti pagine ai loro argomenti, e nella pag.446, si prende ad impugnare Giovan Francesco da Ponte, che lo chiama uno de’ dottori avversarj, valendosi per prova del suo assunto, e per maggiormente convincerlo d’un passo del trattato del Ponte De potestate Proregis, trascrivendone sino le parole, che sono queste: ubi Rex fertur contra hostem cum exercitu, ibi est territorium regis, el tale territorium dicitur a potestate tenentis, et sicut dicitur Gen. 1. Spiritus Domini ferebatur super aquas, sie fertur super mare potestos habentis jurisdictionem.
Risponde al caso allegato dai napoletani della fuga data dall’armata di Federico a quella dei Veneziani, ed all’ autorità di Sabellico allegata da’ medesimi e ritorce contro di loro il successo, dicendo, che in quell’ azione i Veneziani furono vincitori, e che l’armata di Federico si ritirò, ed i legni nemici sparvero come ombra, e che vi lasciarono il più bello da narrare, e del perdere nella guerra si fa conto in fine, e siccome nelle battaglie terrestri il vincitore si rende jure belli padrone del territorio, cosi nelle navali della giurisdizione del mare, allegando l’esempio de’ Romani dopo ch’ ebbero vinto i Cartaginesi, e degli Ateniesi dopo la vittoria di Salamina.
Gli rimprovera, che essi avevano lasciato di dire, che l’armata Veneziana andò a prendere Gallipoli, e che il Re vedendo sì grave rotta in casa sua, pensò alla pace.
Infine allegando altri esempj tratti dalla storia di Napoli del Costanzo, e dando risposta agli altri argomenti, de’ quali si erano valsi gli avversarj nelle loro scritture ch’ egli aveva prese a confutare, termino dottamente la sua difesa.
Nel medesimo tempo, non si sa, se per privato studio, o per pubblico ordine Cornelio Frangipane diede fuori alle stampe in Venezia quella sua allegazione In difesa del dominio della Repubblica di Venezia sopra il suo Golfo, su la quale a giudizio di uomini saggi s’innalzano tanto le dotte scritture di fra Paolo, quantum inter viburna cupressus.
Comunque ella sia, non vi è dubbio, o, che Frangipane la compilò in risposta delle scritture date fuori da’ Napoletani, siccome oltre di ciò, che si legge nel corpo della medesima manifestamente si conosce dal frontespizio, portando in fronte (così quello stampato a Venezia in 4.o nell’anno 1618, come l’ultima ristampa fatta apparire in Almestad) questo titolo: Allegazione o consiglio in jure pel dominio della serenissima repubblica di Venezia sopra il suo golfo contro alcune scritture de’ Napoletani.
Uscirono intorno a questi medesimi tempi altre scritture in difesa della serenissima Repubblica come quelle di Angelo Maneocci, De jure Venetorum, et jurisdictione maris Adriatici, stampata, in 4.° in Venezia l’anno 1617. L’altra del famoso giureconsulto Pacio, De dominio maris Adriatici pro republica Veneta, in 4.° impressa in Lione nel 1619, quella di Francesco de Ingenuis, pure impressa l’anno medesimo, della quale s’è fatta memoria, l’altra di Giovanni Palazzi, ed altre di minor conto, che non fa d’ uopo qui rammentare.1
Pietro Giannone






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