40. DIARI DI NAPOLI, IL MANOSCRITTO DI ZAZZERA E MICCO SPADARO (1 gennaio – 31 agosto 1617) ISBN 9788872973684 (1 PARTE-3 VOLUME:1617)

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SOMMARIETTI VARI DEGLI ARGOMENTI TRATTATI NELLA PRIMA E NELLA SECONDA PARTE DEL 1617

LE MAESTRANZE CHE LAVORARONO PER LA CORONA

L’armata di Napoli che fece tremare Venezia e i Turchi,
Carnevale, si travestono tutti con vivanne cotte e vino
l’Accademia degli Oziosi del Mansi, la spia del Papa,
naufragio della flotta, la lite sui resti di Bona Sforza
1200 soldati a Pavia, epidemia dalla Grecia: niente carne,
il piano dei Savoia per svaligiare la banca di Amalfi.

prologo sul 1617 di pietro giannone
golfo di venezia o adriatico mare?
la paternità sul già «mare superiore»

premessa storica di luca assarino
L’ARMATA CHE FECE TREMARE VENEZIA
I GALEONI DI NAPOLI PADRONI DEL MARE

introduzione ai ms del copista «A»
DIARIO DEL SIGNOR FRANCESCO ZAZZERA
IL PRIMO ANNO DEL DUCA DI OSSUNA – MS INTEGRO

introduzione ai ms del copista «B»
le narrazioni DI francesco palermo
L’EDIZIONE TRONCA, MONCA E MODIFICATA

introduzione ai ms del copista «C»
L’ISTORIA DI NAPOLI DELL’ANONIMO
GLI INSERTI TRATTI DAL MANOSCRITTO INEDITO

capitolo i
e’ già carnevale fra giostre e preti
rovito e saluzzo, i nuovi giudici

capitolo ii
obbligo di sfilare a piazza mercato
E LA POLONIA VUOLE I RESTI DI BONA SFORZA

capitolo iii
LE LITI, L’ACCADEMIA DEGLI OZIOSI
E 1 MILIONE DI DONATIVO PER IL RE

capitolo iv
LA SPIA DEL PAPA: NASCE DONNA ROMITA,
NAUFRAGA LA FLOTTA, PRESO IL PASCIà

capitolo v
OLIO E ZUCCHERO DEPREDATI AI TURCHI
COLPO DEI SAVOIA ALLA BANCA DI AMALFI

capitolo vi
1200 soldati contro i savoia e venezia
gesualdo è vescovo, festa per s.giovanni

capitolo vii
imprese eroiche di avellino a pavia
epidemia: stop a carne e merci da grecia

Description

il 1617 : GLI OMISSIS INEDITI SVELATI: Storie vere di streghe, fattucchiere, poveri carcerati, femminicidi

Sono le storie di DIARI DI NAPOLI, IL MANOSCRITTO DI ZAZZERA E GLI OMISSIS INEDITI SVELATI – I parte 1617, VOLUME 3: L’armata di Napoli che fece tremare Venezia e il piano dei Savoia per svaligiare la banca di Amalfi (1 gennaio – 31 agosto 1617)

PREMESSA STORICA
GOLFO DI VENEZIA O ADRIATICO DI BARI?
LA PATERNITà SUL GIà «MARE SUPERIORE»
Pietro Giannone, Opere postume.

…Sin dove Fra Paolo continuò la storia degli Uscochi, si rinnovò fra le corti Austriache dell’Imperadore e dell’arciduca, e la Repubblica di Venezia la controversia della libera navigazione del golfo, e diedesi motivo a nuove scritture, e nuovi discorsi sopra questa materia. Dall’altra parte nel medesimo tempo si rinnovarono più fervorose che mai le contese per lo stesso soggetto tra la corte di Spagna, e la Repubblica di Venezia per cagione di don Pietro Giron duca d’Ossuna, mandato da Filippo III Re in Napoli ….

Essendosi, come si è detto, il senato Veneto per cagion degli Uscochi disgustato coll’ arcidnca Ferdinando, fu d’uopo assistere all’ arciduca cotanto a lui stretto di parentela, e di sovvenirlo.
Si aggiunse ancora, che per la morte di Francesco Gonzaga Duca di Mantova, per le cagioni rapportate da Battista Nani, storico Veneto, lib. 1, Filippo III, fu indotto ad entrare in questa nuova guerra accesa in Italia, ed opporsi al duca di Savoja, e i Veneziani all’incontro favorivano il duca con forze e denari, onde maggiormente s’inasprirono i disgusti fra le corti di Spagna, e la Repubblica.
Con tutto ciò nè s’era fra la medesima e il Re dichiarata guerra aperta, nè licenziati dalle loro corti gli ambasciatori: ma il vicerè Ossuna per l’odio ed avversione, che aveva co’ Veneziani, non solamente aderiva alla parte dell’arciduca, ma fomentava gli Uscochi alle prede, favorendogli, dando loro ricetto, se erano dai Veneziani perseguitati, gli allettava a ricovrarsi nel Regno con porto franco, e coi premj quelli più accarezzando.
E persuaso il Vicerè, che fosse una pretensione pur troppo insoffribile quella dei Veneziani di riputarsi padroni del Golfo, ed impedire in quello la libera navigazione, era tutto inteso col pretesto della guerra che per cagion degli Uscochi si faceva dalla Repubblica agli stati dell’arciduca, ad armar vascelli per infestar l’Adriatico e molestare i Veneziani, minacciando di sorprendere i porti dell’ Istria, di saccheggiar, isole, e di penetrare nei recessi medesimi della città dominante.
Spinse però dodici ben armati vascelli nell’ Adriatico sotto il comando di Francesco Biviera; ed ancorchè la Repubblica avendo comandato al Belengo d’accorrere con la sua armata per resisterli, obbligasse il Riviera a ritirarsi a Brindisi, non però l’Ossuna si ritenne d’inviare sotto Pietro di Leyna 19 galere ad unirsi al Riviera, il quale passato con questo nuovo soccorso a Santa Croce, e trovati in Lesina i Veneziani inferiori di forze, tentò di tirargli fuori a combattere; ma costoro fermi alla difesa sfuggirono il cimento.
E quantunque i Veneziani seriamente pensando all’importanza dell’affare ingrossassero la loro armata, dall’altra parte non mancò l’Ossuna di accrescere la sua a dodici navi, e trentatre galere, la quale comparve sopra Lesina con animo di provocar la Veneta alla battaglia.
Le due armate però intorno a Lesina, ancorchè la Spagnuola avesse provocato la Veneta, non vennero mai a battaglia, sicchè il Leyna vedendo, che i Veneziani s’erano posti su la difesa del porto, allargandosi si diede ad altre imprese, i successi delle quali e ciò che ne avvenisse sino alla pace che finalmente trattata a Parigi si distese a Madrid, dove si conchiusero le condizioni di essa, accettate dalla repubblica per essere stati accuratamente descritti dal Nani, possono leggersi nella di lui Storia Veneta ad anno 1617, lib 3, a cui volentieri ci rimettiamo.
Con tal occasione disputandosi dal Duca d’Ossuna ai Veneziani il dominio del Golfo con cannoni ed armate navali, non si mancò per parte del medesimo di farlo disputare anche dai giureconsulti con scritture ed allegazioni, le quali non meno dai Napoletani, che dai giureconsulti di altre nazioni, come da Giovan Battista Valenzuela, e da Lorenzo Motino romano si fecero uscir in campo.
Scrissero per la libera navigazione, e che piuttosto il dominio di quella parte del Golfo, che riguarda il Regno, fosse del Re di Napoli, che de’ Veneziani, dottissimi avvocati, e ministri Napoletani: e fra gli altri il famoso Giovan Francesco da Ponte, celebre per le molte opere legali, che ci lasciò.
Tutte queste scritture furono unite assieme da Bartolommeo Chioccarelli celebre ed accurato investigatore delle Napoletane memorie, il quale ne compilò una raccolta, che si legge nel tomo XXI, varior. 5, de’ manoscritti della real giurisdizione sotto la rubrica del Dominio del mare Adriatico, se sia de’ Veneziani, o più tosto de’ Re di Napoli.
Londorpio, nei suoi atti pubblici, tomo I, libro 2, capitolo 15, fece pure raccolta delle scritture, che uscirono a questi tempi con tal occasione, non meno di quelle date fuori per parte de’ Spagnuoli e Napoletani, che per parte dell’ arciduca d’ Austria Ferdinando, affastellandoci ancora la scrittura composta in difesa della Repubblica da Francesco de Ingenuis, De jurisdictione Penetae Reipublicae in mare Adriaticum, impressa in Genova, in 4.o nel 1619, la quale ultimamente si prese a confutare Giovan Augusto de Berger de imperio maris Adriaticis, stampato in Lipsia nel 1723.
Per rispondere alle scritture dei Napoletani la Repubblica riputo, che non se gli potesse opporre altri con maggior vigore, che il rinomatissimo fra Paolo Sarpi, onde per ordine pubblico gli fu data l’incombenza di farlo, siccome esattamente adempì il comando con que’ due trattati del dominio del mare Adriatico della serenissima Repubblica di Venezia, e l’altro dello stesso dominio e sue ragioni per l’jus belli.
In amendue queste scritture il principale intento dell’autore su di rispondere ai dottori napoletani, allegando contro ai medesimi quei medesimi atti possessivi della repubblica esercitati coi Re di Napoli, che furono rapportati dal Chizzola.
Non trascurò gli esempj accaduti col Re Ferdinando per le riviere della Puglia, e per le due galee fuggitegli, mandando a pregare il senato, che essendo entrate nel mar suo volesse perseguitarle, e prenderle, siccome si legge alla pag.421 dell’edizione ultima in quarto; e con la sorella di Ladislao Re di Napoli sposata con Guglielmo arciduca d’ Austria, la quale volendo il fratello, e il marito condurre per il mare di Puglia alla riviera di Dalmazia con dodici vascelli, tre galere, e navigli, dimandarono salvocondotto per li legni, e per le persone, pag.422, e con Manfredi come tutore di Corrado Re delle due Sicilie, ed anche poi fattosi Re dopo la morte di Corrado, pag.431.
Ma nella seconda scrittura, ove si studia di provare il dominio del mare per l’jus belli, si scaglia apertamente contro i dottori Napoletani, lagnandosi, che a bella posta andassero a incontrar briga per essere adoperati, e metter da se medesimi necessità ai Principi loro in tali maneggi, massimamente nel Regno di Napoli, dove è fama, che le contenzioni sono state maggiormente nutricate per consentimento de Re.
Sono sue le parole che si leggono, alla pag.446, risponde nelle seguenti pagine ai loro argomenti, e nella pag.446, si prende ad impugnare Giovan Francesco da Ponte, che lo chiama uno de’ dottori avversarj, valendosi per prova del suo assunto, e per maggiormente convincerlo d’un passo del trattato del Ponte De potestate Proregis, trascrivendone sino le parole, che sono queste: ubi Rex fertur contra hostem cum exercitu, ibi est territorium regis, el tale territorium dicitur a potestate tenentis, et sicut dicitur Gen. 1. Spiritus Domini ferebatur super aquas, sie fertur super mare potestos habentis jurisdictionem.
Risponde al caso allegato dai napoletani della fuga data dall’armata di Federico a quella dei Veneziani, ed all’ autorità di Sabellico allegata da’ medesimi e ritorce contro di loro il successo, dicendo, che in quell’ azione i Veneziani furono vincitori, e che l’armata di Federico si ritirò, ed i legni nemici sparvero come ombra, e che vi lasciarono il più bello da narrare, e del perdere nella guerra si fa conto in fine, e siccome nelle battaglie terrestri il vincitore si rende jure belli padrone del territorio, cosi nelle navali della giurisdizione del mare, allegando l’esempio de’ Romani dopo ch’ ebbero vinto i Cartaginesi, e degli Ateniesi dopo la vittoria di Salamina.
Gli rimprovera, che essi avevano lasciato di dire, che l’armata Veneziana andò a prendere Gallipoli, e che il Re vedendo sì grave rotta in casa sua, pensò alla pace.
Infine allegando altri esempj tratti dalla storia di Napoli del Costanzo, e dando risposta agli altri argomenti, de’ quali si erano valsi gli avversarj nelle loro scritture ch’ egli aveva prese a confutare, termino dottamente la sua difesa.
Nel medesimo tempo, non si sa, se per privato studio, o per pubblico ordine Cornelio Frangipane diede fuori alle stampe in Venezia quella sua allegazione In difesa del dominio della Repubblica di Venezia sopra il suo Golfo, su la quale a giudizio di uomini saggi s’innalzano tanto le dotte scritture di fra Paolo, quantum inter viburna cupressus.
Comunque ella sia, non vi è dubbio, o, che Frangipane la compilò in risposta delle scritture date fuori da’ Napoletani, siccome oltre di ciò, che si legge nel corpo della medesima manifestamente si conosce dal frontespizio, portando in fronte (così quello stampato a Venezia in 4.o nell’anno 1618, come l’ultima ristampa fatta apparire in Almestad) questo titolo: Allegazione o consiglio in jure pel dominio della serenissima repubblica di Venezia sopra il suo golfo contro alcune scritture de’ Napoletani.
Uscirono intorno a questi medesimi tempi altre scritture in difesa della serenissima Repubblica come quelle di Angelo Maneocci, De jure Venetorum, et jurisdictione maris Adriatici, stampata, in 4.° in Venezia l’anno 1617. L’altra del famoso giureconsulto Pacio, De dominio maris Adriatici pro republica Veneta, in 4.° impressa in Lione nel 1619, quella di Francesco de Ingenuis, pure impressa l’anno medesimo, della quale s’è fatta memoria, l’altra di Giovanni Palazzi, ed altre di minor conto, che non fa d’ uopo qui rammentare.1

Pietro Giannone

Dettagli

EAN

9788872970133

ISBN

887297013X

Pagine

96

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Editorial Review

SOMMARIETTI VARI DEGLI ARGOMENTI TRATTATI

 

Capitolo I

E’ GIA’ CARNEVALE FRA GIOSTRE E PRETI
ROVITO E SALUZZO, I NUOVI GIUDICI

La briga di Don Carlo Caracciolo con la cortigiana Runnella frea le cause del Di Costanzo, e scontro poi per Donna Eugenia e Rotolina, poi l’infame Bambace, alias Cicco Capano, e i giochi messi al bando dal Viceré per i troppi guai commessi da Pentio Cava, Giovancarlo Magro, Tonno Prota, Costanza d’Afeltro, fra’ Nastaro e l’Urbetano.
Ma il carnevale di S.Antuono, mentre i Napoletani combattono con Milano su Novara, entra nel vivo con nuovi invitati ai festini regi; il dottor Ortenzio del Pozzo, il Cardinal Farmese, mentre l’avvocato del popolo Carmillo della Marra, nulla poté per salvare fra’ Orazio Minutolo della scomunica e l’invenzione fasulla di Giuseppe Milano per salvare Napoli dai debiti.
I regenti della Vicaria, Costanzo e Lopes aveva già sotto torchio dei consigliei Patigno e Palazzo la povera Donna Eufrasia, mentre si era pronti per far giudici il figlio del consigliere Rovito e quello del presidente Saluzzo. Ma era già Carnevale per tutti, con marchesi, principi e duchi, da Cammarota a Pompeo Brancaccio, da Camillo delli Monti a Madaluni, Conca, San Donato e Avellino, pronti a giostrare, evitando la scaramuccia di Caracciolo e Mariconda contro uno spagnolo, mentre con altri cavalieri come Saripando andavano dal Papa, applauditi dal Cardinale Borghese. Ma al pro regente Santo Iacono non stava simpatico il capitano Carlo Carafa di Bitetto.
Feste, balli e canti a Palazzo, presero il sopravvento sulle messe. Ma non mancò il Cardinal Carrafa di favorire Lucio Piscicello a giudice della Vicaria al postyo di Martino, pronto alle cause di Geronimo de Guevara e Alfonso Acquaviva, e a capire meglio la rissa fra il dottore Funicella e Giacomo Di Bologna che litigò con Panarella, difensore dell’avversario.
Così, mentre il Duca si godeva la Tragedia del Re Gordiano, il capitano spagnolo Francesco de Leon cadde nell’imboscata dei Maddalonesi e l’eletto di Montagna, Orazio Muscetta faceva carcerara il panettiere liberato da Golino eletto del popolo.
Gennaio si chiudeva col Fra’ servente de Ferraris, e gli intrecci di Sora, Mantova e Firenze per la famiglia a lutto, e Sergio Muscettola e il Barocello d’Aponte che pretendevano il prestito fatto a Luis de Toledo dal genero Conte di Pacentro corso dal Viceré, giudice supremo.

Capitolo II

OBBLIGO DI SFILARE A PIAZZA MERCATO
E LA POLONIA VUOLE I RESTI DI BONA SFORZA

Il Marchese di Cusano fa fare il panegirico al fratello e non vuole essere disturbato dal Viceré impegnato alla festa nel monastero di San Ligorio e al festino in casa del consigliere Iancono de Franchis e del consuocero Francesco Acquaviva.
Obbligo di maschera e di riempire i carri di carnevale per la sfilata al Mercato con la giostra messa su da Cillo del Tufo in coppia mascherata col Duca di Torre Maggiore, ma il Cardinale Sforza arriva in carrozza fra 200 cavalieri mascherati come Peppe Milo, con la Viceregina a guidare il corteo per Via della Loggia.
la festa non fermò Mastrillo e gli altri giudici contro gli arrendatori per le frodi sul vino, Gabriele de Martino, Giovan Tomase Borrello, Giovan Battista de Rinaldo, né Don Eufrasia condannata all’esilio mentre l’arcivescovo di Spalatro si dichiara antipapa in Inghilterra contro il Re con sediziosi ingegni e eresie.
La Napoli è tutta presa dai canestri di galanterie, ricchi di porchette, capretti, frutti, correndo tutti, come Giacomo de Franco, a vedere la commedia e il Cavaliero del Travaglio in cartellone con l’incamiciata dei cavalli, prima delle quarant’ore di Quaresima e della causa di Giovan Vincenzo Sebastiano. Così mentre a Milano i Capitani Napoletani combattono feriti per soccorrere Crevacore, vi muore il castellano Sancio de Luna e finisce prigioniero Carlo de Sangro. Il giudice Piccolella, spinto da Giulio Mastrillo, fu pronto alla causa di un fedele di Berardino Montalvo e per il testimone falso del Cardinale Carafa, mentre il consiglio cittadino elegge a Sindaco Luise Gattola; preso anche il prete del Casale Miano.
Intanto c’è Chianese, il buffone di corte, a rallegrare il Viceré per strada, spacciandosi per dottore fra la folla, pur di avere un paio carlini per ricompensa. ma a turbare il Duca sono i piagnistei di Antonio Manriquez e le reliquie donate dalla fu Regina Bona Sforza a Bari, che non trovano pace, essendo il Marchese di Capurso chiamato in causa dal Re di Polonia.
E così, mentre le navi inglesi si arenano a Ponza, l’avvocato fiscale Saluzzo viene sostituito da Lorenzo de Franchis, è solo il Principe di Conca a portare allegria al molo mentre brucia un galeone con nove persone di proprietà del Viceré che resta a pranzo con Carlo Caracciolo e il Cardinale Sforza e altri a mangiare pesce.
Febbraio è finito: festeggiano la Viceregina a Santa Maria della Vita nella camera del preposito Francesco de Ponte, festeggia il Principe di San Severo per aver ricevuto il Tosone d’Oro, e festeggia il Viceré per la rotella coperta di pelle di cavallo marino da imbracciare al volo. Festeggiano tutti, tranne Giacomo Saluzzo, appena morto a 80 anni.

Capitolo III

LE LITI, L’ACCADEMIA DEGLI OZIOSI
E 1 MILIONE DI DONATIVO PER IL RE

Lite fra Ciccio Pignatello genero di Luigi Capece che voleva andare in guerra a Milano, poi festino a palazzo con Ferrante Venato, Cillo del Tufo e la gara fra Fabio Carrafa di Madaluna, Leonardo Tocco de Montemiletto, e il Principe di Santobuono padrino del Carrafa, graziato Pietr’Antonio Mastrillo con gli arresti domiciliari per la morte di Scipione Cimmino, ucciso il governatore di Massa Carrara, rubata la credenza al reggente Fulvio di Costanzo, matrimonio fra il nipote del Vescovo d’Andria e una Grimaldi grazie a un procuratore calabrese, il dottore Carlo Brancaccio schiaffeggia un francese.
Pranzo palatino con Francesco Quevada, il Riccio e l’Arena, Stigliano, Bovino, Laurenzano, d’Arena per la festa di San Tommaso all’Accademia degli Oziosi nel Chiostro di San Domenico con Gambardella fra i soci e lo smarrito Mansi.
Ma sono i turchi nelle bocche di Capri a preoccupare Ottavio d’Aragona, mentre un milione e passa e un paio di bustarelle per Ocada e Quevedo, partono come donativo regio, ma serve un eletto degno successore di Golino altro che Cesarano, che scarica la pistola in chiesa e viene incarcerato dal nunzio apostolico.
Liberato invece Vincenzo Sebastiano, si sposa una di Casa Ambrosino con Carlo Carmignano, e la figlia di Marcantonio Morra col figlio di Donna Vittoria Caracciolo e una De Gennaro. Tutti a sposarsi nel giorno di primavera, come anche Cesare Carafa con la figlia di Camilla Bologna. Mentre Lantaro, fatto cavaliere di Malta, andato dalla sua «puttana», ma fu preso dal principe di Conca.
Ma Pasqua è alle porte:giovedi i Sepolcri al Gesù, la processione coi lumi venerdi con predica, e sabato il cartellone con la processione prevista la sera del lunedi in albis per la Concezione.
Bellissima la parata della cavalleria al Mercato con il Viceré al comando dell’armata e il Cardinal Sforza fra le dame, mentre domenica prima in Cappella e la buona notizia che Velasco e i Valloni erano partiti dalle Fiandre e i Napoletani per il presidio sil Tronto col segretario Alfonso Saverio spedito all’Aquila.
De Guevara fatto ambasciatore cittadino col corriere reale, e dopo la processione della Concezione il 30 marzo.
L’ultimo saluto del Duca di Atripalda al Principe di Avellino in partenza per la liberazione di Vercelli, dove poi morirà.

Capitolo IV

LA SPIA DEL PAPA: NASCE DONNA ROMITA,
NAUFRAGA LA FLOTTA, PRESO IL PASCIà

Annibale Filangieri riparte per la guerra di Milano con la cavalleria, graziato Fabrizio Dentice per il fatto di Francesco Sanfelice per l’omicidio di Aversa, e si sposa Antonio de Lina con una Stuarda.
Torna Baldassarre Golino a eletto del popolo e alla rota di Sarana, Ottavio Spina al Collaterale, Fabio Galeoto alla Regia Camera, con Minutolo già all’AGP. in festa il 4 aprile col Cardinale e il Principe di Bisignano coi cavalieri che rinnegano la setta Castrense, mentre i mastri del Monte di Pietà vogliono vendere i pegni vecchi.
Il buffone Chianese punta su Scipione Porzio e vengono graziati assassini, falsari e sodomiti.
Non colpevoli e liberati i mercanti di vino guidati da Ottavio Paparo, mentre viene deposto dalla Portolania per debiti Giovan Simone Moccia, come Pacentro che non vuol pagare Donna Ippolita moglie di Marino Caracciolo, e scappa il boffettone di Valcare a un poveretto imputato e muore Fra’ Ottavio Minutolo per i vermi al capo.
Ma il Viceré si trastulla dalle monache per la fabbrica del monastero di Donna Romita che fecero liberare Mastrillo e Ferrante della Quadra.
Torna da Messina il generale Pietro de Lena e si fad qualche grazia per Prospero Suardo, Titta Saripando e per l’omicidio Caracciolo.
Ora però il Papa vuole capire perché il Viceré manda Galeoni contro Venezia e lo fa spiare da Don Francesco de Quevara.
fece scalpore l’arresto di Mutio d’Angelo nascosto da Pietro di Lena, che gettò nel forno del monastero di Pozzuoli un suo creditore, trascinandosi per istigazione anche Giulio Preta e Ferrante Ametrano, poi ritrovato morto.
Graziato Marzano, mentre muore il vescovo di Potenza per essere stato troppo grasso, e di Costanzo raccomanda il figlio al Papa, mentre Scilla resta senza Marchese.
Sbarca a Castellammare il Bassà chiamato Mamethi, dal vascello di Michele Vaaz e affidato prigionero del priore di Villaermosa.
Il Marchese Sforza governatore di Chieti, Ferrante Ametrano arrestato ma si allinea a Sebastiano, naufragano a Barletta i 9 galeoni del Viceré spediti contro Venezia.
Pietro Acquaviva erede del vescovo di Otranto morì senza goder di 9000 scudi e Giulio Cesare Carola, adulatore del Duca di Nocera, ebbe 4000 scudi di rendita grazie al terribile fratello.

Capitolo V

OLIO E ZUCCHERO DEPREDATI AI TURCHI
COLPO DEI SAVOIA ALLA BANCA DI AMALFI

Assaltato in Terra d’Otranto il galeone dei Veneziani con dieci carri di zuccheri, pepe, cannella, olio e altre spezie, mentre Savastano fa rincorrere Simon e Michele Vaes per aver guadagnato tre milioni d’oro in trent’anni di contrabbando e il figlio del Viceré prende l’abito di San Giovanni e lui se la spassa col buffone Chiaiese a smangiucchiar frutti inzuccherati.
Ucciso il gran maresciallo di Francia, Monsù d’Angiò, arrivano novità dalla Sicilia per piazzare Alvaro de Riva de Neira, balio del figlio dell’ex Viceré a Reggente della Vicaria, mentre muore di puntura dopo cinque giorni il presidente Quintana, succeduto dal segretario Oriana, mentre al giudice Martino succede Andrea di Gennaro. Promozione di monsignor Paoloemilio Santoro, nipote del Cardinale Giulio di Santa Severina, per arcivescovo di Cosenza, mentre a Napoli c’è giunta comunale con Marc’Antonio Mormile, Marcello Muscettula, Ferrante Brancia, e Marco Antonio Morra, dopo l’uccisione del cavalier Malvido.
Il Viceré sospende Carlo Carrafa perché trascinava i cavalieri per strada in quel di Giugliano, e fa carcerare tutta la casata di Melchiorre Reviglione capo del Tribunale della fabbrica di San Pietro, ritenuto agente del Duca di Savoia e mandante della rapina alla Banca di Amalfi solo per sospetti. Il figlio del Viceré tradisce la contessina de Ocada e parte de Queveda per rimediare.

Capitolo VI

1200 soldati contro i savoia e venezia
gesualdo è vescovo, festa per s.giovanni

Liberato Giovan Battista Reviglione perché il problema non sono i Savoia, incarcerato la spia francese Monsò Zampetti, ma i Veneziani, contro i quali in migliaia si radunano a Foggia richiamati da Lorenzo de Franchij, ma l’armata indietreggia.
Ucciso Vertozza, il figlio della bella, a Largo San Martinello alla Vicaria, mentre arrivano 8 galee da Genova a caricare 1.200 soldati per la guerra contro i Savoia, dove i napoletani hanno preso San Germano, o contro i Veneziani a Brindisi, e un carriaggio di cinquanta muli carichi di moneta da Foggia, pareggiando quella falsa prodotta dai tagliatori a Torre del Greco, rincorsi dalle guardie di campagna di Marcello Landranco, mentre si insedia il nuovo giudice criminale Francesco Cesare, pronto per acciuffare il fuggiasco Pirro Pagano colpevole di avere un genero omicida.
Monsignor Gesualdo spedito alla corte imperiale coi soldi della sua chiesa e dell’arcivescovo di Napoli Annibale De Capua fratello del Duca di Termoli, quello di Otranto nelle Fiandre.
In galera il capitano Velasco perché sparlava di Francesco d’Ocampo, ritenuto responsabile della morte del capitano Guido in Cava e del suo alfiere.
Baruffa al comune per l’elezione a base d’asta degli eletti del popolo, mentre dame e corte si sollazzano con 4.000 libre di confetture, ovvero le vivanne cotte, la vera specialità delle pasticcerie di Napoli, e sicuramente di Don Antonio Manrique, sempre a spasso per la città.
E così, mentre saluta il mondo Don Orazio Acquaviva vescovo di Caiazzo ex generale di Venezia figlio del Duca Giovannantonio e sostituito dal teatino Don Paolo Filomarino.
Volano gli schiaffi dentro la Rota della Vicaria e si chiudono i Tribunali, anche perché c’è la festa di San Giovanni col cervo e l’apparato di orefici, bottegari e i calzettari di seta di San Pietro Martire con la parata dei Lanzieri di Piazza dell’Olmo.
A capeggiare la processione sempre lui, il Viceré vestito di giallo per la colazione offerta dal grassiero Cesare Alderisio, sorridendo al passaggio del buffone Chiaiese in toga sul cavallo.
All’AGP diviene mastro il Principe di Montemiletto con Ciccio Caracciolo, fratello del Principe di Forino, per eletto al posto di Marino Caracciolo di Brienza.
Fioccano le suppliche per Geronimo Capano, Minutillo e Francesco d’Ocampo, mentre si stanano i falsi monetari di Pozzobianco trovati con 9 cofani di monete già colate.
Semilibertà per il Turco, chiamato il Re di Saetta, ormai leader fra i compaesani di Poggioreale.

Note Bibliografiche