X (1553 – 1556). IL CARDINALE PACECCO Pedro Pacheco Ladrón de Guevara (IV era di Carlo V) ISBN 9788872976722

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Copertina posteriore

Una pagina inedita del Castaldo su Garcìa a Viceré

Dall’inserto tratto dalla trascrizione in spagnolo inserita nella copia manoscritta dell’Historia del Castaldo, spuntano fuori interessanti novità, diremmo del tutto inedite, in quanto non sembrano esistere pubblicazioni sulla Vita del Viceré Toledo scritta dal Castaldo, o dal suo copista originario in lingua spagnola.
Si legge infatti nella «Vida» che il Regno di Napoli avrebbe potuto facilmente contribuire alla impresa di Siena, allorquando l’intervento imperiale sembrò essere tutto nelle mani dei Toledo.
Scrive Castaldo che Don Juan de Toledo fu invitato a discutere della questione con il Viceré Don Pedro Teledo, il quale informò suo figlio, Don García, di tutto ciò che stava accadendo.6
Così nella «Vida»: — Don García, ambizioso di onore, pensò di prendere il controllo della fazione e rivendicare la gloria di questa conquista. Per garantirselo, disse a suo padre di chiedere all’Imperatore di nominarlo generale dell’impresa e che, una volta completati i preparativi per la guerra e dopo la sua nomina, avrebbe dovuto scusarsi dal partire, fingendo di essere malato, lasciando così a Don García il controllo completo./
Aggiunse che anche suo fratello, Don Luis, avrebbe potuto accrescere la sua fortuna lasciando Don García come luogotenente di Napoli durante la sua assenza, una richiesta che l’Imperatore avrebbe prontamente accolto, data la sua brevità./
Il Viceré trovò questo discorso gradito e scrisse all’Imperatore dicendo che desiderava andare lui stesso a servirlo in questa occasione, portando il figlio Don García al seguito, poiché ciò era più appropriato allo spirito vivace dei giovani che ai suoi anni stanchi, e che al suo posto Don Luis avrebbe governato il Regno.
Così l’Imperatore concesse al Viceré Toledo tutto ciò che chiese, ma a condizione che per nessuna circostanza o pretesto mancasse di partecipare alla spedizione. L’Imperatore fece questo perché da molti anni desiderava l’opportunità di rimuovere Toledo dal Regno.
Così Castaldo: — Voleva rimuoverlo da questo incarico, temendo la perdita del Regno, poiché i Napoletani lo odiavano molto, e non essendo stato in grado di farlo, decise di concedere la richiesta del Duca d’Alba, in nome del popolo di Napoli [pagina 66], per placare la crudeltà del viceré Toledo che doveva essere frenata.7
Ottenuto l’ordine dall’Imperatore, il Viceré nominò i comandanti di fanteria e cavalleria e fece tali preparativi di guerra che sembrarono più adatti a un Re che a un Viceré. «E poiché l’Imperatore gli aveva inviolabilmente ordinato di non mancare di andare di persona, fu costretto a inviare Don García con l’esercito, che si imbarcò sulle galee del Principe di Oria, portando con sé la sua nuova moglie (come fece Scipione Emiliano, andando in guerra gravato dal peso della consorte).
Gli addolorò molto che l’Imperatore, a causa della sua malattia e della sua vecchiaia, non gli permettesse di nominare suo figlio come sostituto in questa occasione; e così iniziò il viaggio con grande malinconia, predicendo la sua morte con le sue stesse lacrime».
Così Castaldo: — Napoli fu piena di ammirazione per questi sviluppi, soprattutto perché era determinato ad andare a Firenze con la moglie e a rimanervi per tutta la durata della guerra, e anche più a lungo se necessario.
Arrivò a Siena, dove il figlio del Duca di Firenze, suo nipote, lo attendeva con trecento cavalieri riccamente vestiti e armati. Il Duca lo ricevette come un parente stretto, ma non con l’ostentazione di un Re, come avrebbe desiderato. Fece lo stesso la Duchessa sua moglie, di lui figlia, rivolgendosi al padre e alla matrigna con il nome di Sua Eccellenza.
Il Duca di Firenze, per dimostrare di essere sovrano assoluto e non soggetto all’Imperatore, forniva ogni giorno ai Francesi polvere da sparo e piombo in cambio di denaro. Ciò fece infuriare il Viceré, suo suocero, che lo rimproverò aspramente, ma egli prestò poca attenzione a questi rimproveri. Inoltre, la sua sfrontatezza e la sua mancanza di rispetto per il Viceré erano così grandi che persino i sussurri che circolavano sul suo conto ne deridevano l’arrivo. E soprattutto, ciò che lo addolorò di più fu per la mancanza di venerazione e per il ridicolo mostrati alla moglie.8
In realtà, sfogliando le pagine 67 e 68 della «Vida» non si sa fino in fondo se l’abbia scritta Castaldo, ma di certo, per qualche ragione, i fatti dell’inserto manoscritto furono, da lui o dal suo primo copista, conosciuti bene, forse anche meglio di quello che accadeva a Napoli. Pertanto si fa avanti l’ipotesi che essi potrebbero essere stati più che raccontati, trascritti da un altro cronista coevo, presente al seguito del vecchio Viceré, fra citazioni e pasquinate, caratteristica dei copisti.
Tornando alla fine del Viceré a Siena, la vicenda si arricchisce di particolari sullo stato di salute di Toledo.

Description

RICAPITOLAZIONE

RICAPITOLAZIONE

il regno affonda tra obbedienza
a roma e fedeltà all’impero

Il testo ripercorre la transizione cruciale tra l’epoca di Don Pedro e Don Luigi de Toledo e il viceregno del Cardinale Pacheco, un periodo segnato da intrighi di corte, conflitti religiosi e minacce piratesche.
La storia del Viceregno di Napoli, dopo il lunghissimo e autoritario governo di Pedro de Toledo, si apre con un paradosso narrativo: il contrasto tra un passato “crudele” e un presente apparentemente “docile”, nei pochi mesi in cui lasciò il governo al figlio Luis, spogliatosi del dottorato per finire Viceré.
Attraverso le cronache della «Vita» di Micco Spadaro e i documenti inediti della «Vida» del Castaldo, emerge così la figura di Don Pietro Pacecco. Nonostante l’etichetta di uomo di Chiesa, Pedro Pacheco non è un leader debole; è un cardinale filo-imperatore, forgiato dal rigore del Concilio di Trento e devoto alla causa di Carlo V. La sua è una “docilità” di facciata: dietro l’abito cardinalizio si nasconde un uomo d’austerità e polso fermo, capace di gestire tanto le dinamiche della fede quanto quelle del potere temporale.
Il cuore del governo di Pacheco è segnato da uno degli episodi più drammatici della storia nobiliare napoletana: la caduta dei Principi di Salerno. Qui la narrazione si fa cupa. Pacheco viene descritto come un “inquisitore travestito da angelo” che orchestra, come il suo predecessore, insieme ad Ascanio Colonna, la fine di Ferrante Sanseverino.
Il Principe di Salerno, accusato di doppio gioco con i Turchi e la Francia, finisce nel mirino della corona. Mentre la flotta del corsaro Dragut minaccia le coste di Ponza, a Napoli si consuma la tragedia privata: gli agguati al Principe e alla Principessa portano alla morte la moglie e alla fuga disperata di Ferrante verso la Francia e poi a Costantinopoli, alla corte dell’ex nemico Solimano il Magnifico. È un punto di rottura epocale: la nobiltà napoletana capisce che nessuno è al sicuro dal nuovo rigore inquisitorio. Con l’ascesa al soglio pontificio di Gian Pietro Carafa, il Regno di Napoli sprofonda in una fase di instabilità teologica e militare. La lotta alle eresie di Paolo IV diventa così anche l’ossessione del governo degli stati. La regola è “castità, obbedienza e povertà”, ma applicata con il fuoco: i roghi per eretici e streghe si moltiplicano a Roma, e il Cardinale Pacheco si trova sfiancato dal dover gestire contemporaneamente la difesa militare del territorio e le tensioni religiose vaticane che bloccano la vita sociale e i rapporti con il Re.
Finito il suo mandato, Pacheco lascia spazio al suo luogotenente, Bernardino de Mendoza. Il quadro si chiude con l’appendice di Marcello Squarcialupi, che ci ricorda come, mentre all’interno si consumavano processi e congiure, all’esterno il Mediterraneo bruciava. Le incursioni turche sull’Isola d’Elba tra il 1553 e il 1555 sono il costante rumore di fondo di un’epoca in cui Napoli cercava faticosamente di definire la propria identità tra l’obbedienza a Roma e la fedeltà all’Impero spagnolo.
L’Editore

Premessa
con pacecco dopo due toledo:
QUELLO CRUDELE E QUELLO DOCILE

1. La cronistoria nella cronaca di Micco Spadaro
2. Quei Viceré nell’Historia dell’Anonimo
3. Una pagina inedita del Castaldo su Garcia a Viceré
4. Don Luigi, il figlio picchiato a sangue, poi elevato
5. Fuga a Costantinopoli da Solimano
6. La vendetta verso i famegli salernitani

Capitolo 1.
don pietro pacecco
cardinale filo-imperatore

— A Trento pro Papa e Carlo V
— L’uomo dal polso fermo, tutto teso all’austerità
— Gli anni da Cardinale fino al 1553

Capitolo 2.
la nomina imperiale a viceré
e l’agguato ai principi di salerno

— Un inquisitore travestito da angelo
— Arriva da Jaén il nuovo governatore
— Dragutto Corsaro guida i Turchi su Ponza
— Il doppio gioco del Principe di Salerno
— Agguato alla Principessa, salvo il Principe
— Della Monica tenta l’assassinio del Sanseverino
— Ecco il mandante: Ascanio Colonna di Roma
— Il Principe fugge in Francia, la moglie muore
Capitolo 3.
l’instabilità del regno
con la nomina di papa carafa

— La difesa militare sfianca il Cardinale
— Le tensioni religiose bloccano Napoli
— Gian Pietro Carafa e la lotta alle eresie
— Castità, obbedienza e povertà: la regola
— Inquisizione per le streghe: ardere gli eretici

Capitolo 4.
mendoza vicario di pacecco
il viceré torna in chiesa

— Don Pietro lascia al luogotenente Mendoza
— Chi è il Vicario dell’ex Viceré?
— Mendoza rifà il Ponte della Maddalena
— Del ricco governatore si ricorda una legge
— Le altre Prammatiche del predecessore
— Le figure controverse analizzate da Parrino

Appendice Documentaria
di Marcello Squarcialupi

i.
i turchi sull’isola d’elba
1553 – 1555

Note bibliografiche

Dettagli

EAN

9788872970133

ISBN

887297013X

Pagine

96

Autore

Cuttrera

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