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L’Imperatore Carlo V sullo sfondo di una Napoli sempre più povera e triste
Tornato dalla guerra d’Africa e rimasto a Napoli per tre mesi a sistemare tanto le cose del suo reame, quanto quelle degli stati alleati, con il matrimonio della figlia Margherita col Duca Alessandro de’ Medici, l’Imperatore Carlo V comandò a Don Pietro di Toledo di prendere le redini del Regno di Napoli.
L’obiettivo era quello di ricondurre ai doveri la popolazione, colpita dalla carestia e dalla delinquenza, in strada come nei palazzi, al fine di ripristinare la legalità a ogni livello.
Dice Castaldo che «in questo mezzo sua Maestà turbata per l’aviso ch’hebbe, che il Rè di Francia con grosso esercito tentava cose nueve di guerre verso la Fiandra; Fu’ forzata, per rimediare a’ questo accidente, partirsi, et forsi di poca buona voglia di Napoli, et a’ Roma se ne andò dove dal sommo Pontefice Paulo 3° fù con grandissimo honore ricevuto».
Così Castaldo: — Quell’intrata dell’Imperatore in Roma molti hanno scritta, et per tal causa, et anco per non far’ al bisogno, ne al mio intento lascio [pagina 55] che scriverla, partendo sua Maestà dal Regno non solo non rimosse dal governo il Vicerè Toledo, ma lò lasciò confirmato con molta maggiore autorità, che prima non haveva, cosi il Toledo superata la congiura de grandi, et l’accuse fatteli appo’ Cesare, havendo veramente certa la giustitia, et postala al suo debito se[g]gio, con haver’astretto ogni grado di persona, a’ star’ dentro i termini del dovere, et delle tue piazze.1
E’ sempre il nostro notaio a continuare la sua Historia.
Così Castaldo: — Dopoi trattò per commodità de negotiati di ridurre, tutti i Regij Tribunali in un’ luogo, et parendoli il Castello di Capuana al proposito, dalle sue antiche delitie ai rumori di Tribunali convesse;/
Benche egli vi si affaticò, tanto più volentieri, come molti credettero, quanto che sotto questo colore veneva a’ togliere dalla casa del Marchese del Vasto il Tribunale della Summaria, che sempre in quella casa, era dimorato, et così sfabricate le belle sale, l’ornate camere, et le deliose loggie di quel Castello, in forma di Palazzo lo ridusse; nel quale fece fabricare le più belle, et [pagina 55] commode carcere, che fussero in tutta Italia, così per li nobili come per altre genti, con i luoghi de criminali, et de civili; /
Indi dalla Vicaria Vecchia trasse li prigionieri a’ ducento, è a’ trecento la volta, et alle nove carcere li fè passare, fra li quali vi andò mà molto honorato, et accompagnato, il Marchese di Poligano, che per quello ch’io sono appresso per narrare, era stato posto inanzi carcerato, ma prima dirò che essendo stata mozza la testa molti mesi avanti al Commennatore fra Theofilo Pignatiello, avanti il Largo del Castello, perifiniti delitti, che contradi lui si pretendevano.2
Da qui l’obbligo a tutti gli ufficiali di dare il buon esempio, in modo che «le cagioni de li provvedimenti fatti dal Vicerè, siano migliormente intesi, incominciando da la sua prima origine».
Chi fu Don Pietro di Toledo lo spiega Miccio nella sua Vita, a lui dedicata, informando il lettore che egli nacque nell’anno 1484, in Alva di Tormes, figlio di Don Federico di Toledo, secondo duca di Alba, cugino di Re Ferdinando Cattolico, e di Donna Isabella de Zuniga, figliuola del Duca di Besciar.
Iniziò come paggio al servizio del sovrano, di cui «non perdeva punto di tempo di cogliere i reali costumi di quel Re.
Anzi stava con la bocca aperta, dì e notte, a tranghiottire avidamente le parole che di sua bocca savia uscivano, e osservare i giudìcii suoi».
Divenendo grandicello, più cresceva e più si dice che aumentasse «in prodezza e in senno», cercando di stare sempre un passo agli altri cortigiani nel servire il suo signore «e in comparir ne li torneamenti, ne le giostre, e ne gli altri intertenimenti del palagio; e divenne peritissimo ne l’esercizio del cavalcare, del giostrare, e in ogni altro esercizio conveniente ad un complito cavaliere».
Scipione Miccio presenta Toledo sostenendolo in questa prima fase in cui partì spedito con la voglia di riformare l’apparato burocratico e giudiziario.
Egli dice che «adunque, cognoscendo il Vicerè, che quel Regno e quella Città avevano bisogno di nuova riformazione, gli parve necessario incominciare da la erezione de la giustizia. Onde, incontanente, fece chiamare a sè li consiglieri, e tutti li altri magistrati e officiali di giustizia».
Senza peli sulla lingua, il generale, facendo le veci della corte spagnola, spiegò a tutti i funzionari «che la intenzion sua era, che la giustizia fusse inviolabilmente ministrata, e che stesse, si come si ritrae, con la bilancia ne la man sinistra e con la spada ne la destra, e che a questa intenzione si dovessero anche essi indirizzare».
L’operazione di riqualificazione proseguì in forma diretta, avviando rapporti con i responsabili, incontrandoli uno per uno, perché, «non fidandose di nessuno, volse egli medesimo conoscere cosa per cosa, mediante la audienza.
La quale dava a ciascheduna persona tutti i giorni, con grandissima attenzione. Per la qual via ebbe brevemente notizia de li difetti de gli officiali: li quali ridusse ad ottima vita, parte con ammonirgli, parte con minacciarli, e parte con mutare alcuni di essi».
Lo scossone politico apportato dal Viceré servì, almeno inizialmente, a rimettere sulla retta via corrotti e corruttori negli uffici pubblici.
Ma c’e sempre un però quando si arriva ai potenti.
Solo che il generale Toledo sembrava impassibile e mise mano alle violenze dei nobili sui poveri abusati e uccisi dai gentiluomini.
Ecco «perchè circa il punire i delinquenti, era gran impedimento il favore de’ prencipi de la Città, i quali correvano a dimandarli in grazia, e ancora usavano in ciò la lor potenza contra i giudici; li certificò, che per lo avvenire non valerebbe nè favore nè minaccie».3
Dice Castaldo che «Don Troillo suo fratello per sdegno se ne andò in Costantinopoli dove fattosi conoscere per quello, ch’egli era per il favore d’alcun’ Bassà, hebbe, come dissero, udienza da Solimano Imperatore de Turchi, al quale persuase l’impresa del Regno, di modo che mandò la sua armata per mare al Capo de Otranto, et egli con grande esercito alla Velona se ne venne, per valicare in Puglia, o’ in Terra di Otranto ma Don Pietro [pagina 56] tosto che di ciò hebbe nova la maggior parte de Baroni del Regno, et con la gente de arme, et fanterie Spagnole, ut Italiane andò in quelle Provincie ordinando talmente le cose, che i Turchi non havessero potuto il sdegno loro punto eseguire, et benche fusse stato saccheggiato Castro, Terra posta nel capo de Otranto, et i terrazzani presi da Barbari, non dimeno Solimano sdegnandosi di guerreggiar’ con un’ Ministro dell’Imperatore non con la Maestà di quello, o’ forsi essendoli stato riferito, che le forze del Regno, erano apparecchiate, alla difesa, per non perdere la riputatione tentando, et non riuscendoli le cose, o’ per altro che ci fusse se retirò, et tornosene in Constantinopoli, ut comandò, che i cattivi di Castro fussero posti in libertà et insimo a’ Castro, di donde tolti l’havevano riconnotti senz’altro danno, il quale si disse haver’fatto Solimano per havere promesso a Troillo di non fare priggione christiani, ma solo attendere all’acquisto della Puglia, o’ di Otranto».
Così Castaldo: — Come sì sia, egli lasciò quella impresa, et il Vicerè tornò in Napoli [pagina 57] et finita la fabrica del Palazzo della Vicaria fe su la porta scolpire, un marmo la insecrittione, che ivi si legge ancora:
— Don Pietro de Toledo Villafranche Marchio Turis vindex port fugatas turcas,
che La può leggere aggiatamente chi vuole;/
Hor finite le Carceri, si ben’non vi erano stati condotti prigioni ancora, sucesse il duello del Marchese di Poligano con il Principe di Salerno di questo modo.4
PRESENTAZIONE D’AUTORE
DI GIANNI RACE †
Osservarlo e ascoltarlo, già la prima volta, fu un tutt’uno e conseguenza del fatto rivelatorio. Un fluire incandescente di pensieri, sillabe, frasi e parole il manifestarsi del logos; come immaginavo avvenisse sotto i portici dell’Accademia di Atene, tra allievi frenetici e solenni cattedratici maestri. Come avveniva per le frequentazioni nel foro, da parte d’indomabili giureconsulti o di stupefacenti curiosi, arrivando ad rostra, estasiati davanti ad epigoni di un Cicerone o di un Ortensio e anche di Antonio Oratore. Fiammeggiare di perifrasi e splendore di metafore, con metonimie d’anguille viscide, similitudini lunghe come di treni, carichi di alabastri.
Il divenire dei metri sui piedi della poesia, mutata in musica da miti viventi di arpe d’avorio o tube celestiali: scrivere per ogni artista della penna d’oca o di computer è un disco verde verso infiniti azzurri, spalancati da occhi viperini. La dolcezza di una chitarra, in mano a Garcia Lorca, un calendario sfogliato da Leopardi. Per Arturo Bascetta è dare ascolto alla voce di dentro, alla tarantola che gli rode le visceri. Un ineludibile comandamento dello spirito. Non so dove gli derivi, ma certamente Arturo ha la scorza dello storico. Presumo ambiziosamente la vocazione l’abbia colto, in qualche stellata pausa serale del suo soggiorno nei campi Flegrei, dove Virgilio è di casa, ma anche Omero è un fantasma di sogni ellenici. A sentire Croce, però, lo storico locale non ha bisogno d’ispirazione, nè di modelli. E’. Come Iddio e come la Musa Clio. Arturo dell’amore per i suoi paesi di montagne innevate o aspre rocce, di monconi e moncherini d’alberi, di capre lanose e di lupi accesi nel buio profondo delle notti ululanti, ne ha fatto una religione.
Incanta con le sue argomentazioni, Arturo. Non solo bravo giornalista, testardo nel servire la sua devozione di pennaiolo che butta sudore e stenti per realizzarsi, ma anche storico e scrittore brillante.
Non era nato a fare lo storico, vi dirà. Invece, sa di spacciare bugie. Egli è uno storico, da mandare in brodo di giuggiole anche il più asettico lettore, il meno influenzabile editore. Storico locale, urliamolo con Croce. Cioè vero storico. Gli altri ci guarderanno e ci commiseranno? Non lo credo. Perché il grande Frodoto incominciò con i logoi, che recitava, tutto compito e partecipe, ad Atene, finì con il diventare il massimo degli storici, insieme a Tucidide. Quest’ultimo più scrittore o narratore, meno storico/geografo/militare come l’autore delle lunghe battaglie di popoli di Ellade e di Asia, e dell’invasione persiana. Io, qualcosa, vorrei dirla per contrastare Arturo; “che ce lo troviamo dappertutto?” Per quanto riguarda però l’età moderna, ad andare a spulciare registri e documenti, Arturo Bascetta è capace di strabiliare, è veramente un folletto imprendibile.
Pozzuoli, 1995
Gianni Race †
Umanista e Storico dei Campi Flegrei

Introduzione al testo
di Andreana Illiano
C’è chi ama la storia e non smette di cercare e dalla storia non cerca solo le tracce, linee rette di eventi scontati, ma i segreti più nascosti, attraverso i documenti meno noti.
E’ questo l’approccio del testo, assolutamente innovativo sulla storia di Pozzuoli. E Arturo Bascetta, giornalista, scrittore e storico, la storia la ama, al punto tale da raccontarla in maniera così appassionata che chi legge vede ciò che le parole allineate sul testo raccontano.
Lo «Scoppio di Pozzuoli» che narra di Monte Nuovo è ciò che, più di tutto, dovrebbe restare nella memoria delle generazioni future. Oggi più che mai. Di bradisismo e terremoti la terra flegrea è afflitta, da sempre, tenta di imparare a conviverci, ma poi dimentica. Anche per questo leggere di cronache del Cinquecento è istruttivo e induce a riflettere, come se non avessimo imparato nulla o comunque poco, da allora.
L’attualità di questo testo è straordinaria. Il terremoto di Pozzuoli, si legge nel testo «mostrò agli occhi del mondo che tutto può accadere all’improvviso, anche l’imprevedibile», si dirà che oggi non è imprevedibile, abbiamo sismografi, studiosi, addirittura l’Intelligenza Artificiale che pare predire il futuro, come un tempo le leggende. Di certo sappiamo ben poco e, come allora, non si conosce la portata di ciò che sarà, se mai avverrà, l’evento tellurico.
Leggere questo libro, dalle parole ricercate e preziose, è in fondo un viaggio nel passato che fa della storia la linea maestra; per non dimenticare e per insegnare quanto la caducità della vita sia l’unica certezza che ci resta.
Pozzuoli, 2024
Andreana Illiano
Giornalista Professionista
Caposervizio Edicola del Sud







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