Description
IL CANCELLO CHIUSO sopra SAN GIOVANNI e CADDERO I TEMPLARI A BENEVENTO e s.giorgio
Blocco burocratico e di transito a Montesarchio
Nei primi giorni del gennaio 1312, le sponde del fiume Sabato subirono gelate rigidissime che paralizzarono la macinazione dei mulini dell’enclave. In contemporanea, ad Avignone, la Cancelleria di papa Clemente V accelerò le sessioni del Concilio di Vienna. Le istruzioni riservate inviate ai rettori ordinavano di monitorare capillarmente ogni transazione finanziaria per evitare l’occultamento delle ricchezze dell’Ordine del Tempio prima dello scioglimento formale. Nelle medesime settimane, i funzionari di Re Roberto d’Angiò imposero una morsa doganale rigidissima presso il Passo di Montesarchio, come registrano i mandati d’azione della tesoreria angioina.
«Mandamus vobis quatenus omnes pannos, pecunias et bona quecumque per terras nostras ad civitatem Beneventi deferri contigerit, diligenter inquiratis et registretis.»
Ordiniamo a voi di indagare diligentemente e registrare tutti i panni, i denari e i beni di qualsiasi tipo che accadrà siano trasportati attraverso le nostre terre verso la città di Benevento.
Bardi col Re su controllo mercanzie
L’obiettivo era intercettare i flussi di liquidità che i cavalieri tentavano di muovere tra le ricche precettorie della Capitanata e la Domus urbana di San Giovanni di Benevento, con le terre contese della sua dipendenza di Castro San Giorgio, che è l’attuale S.Giorgio la Molara (e non l’ex Casale della Montagna, oggi S.Giorgio del Sannio).
Durante il mese di febbraio, lo scontro burocratico si spostò sui confini agrari meridionali. Il collettore beneventano Arnaldus Brisaco, agendo dal Sacrum Palatium di Piano di Corte, incrociò i libri delle decime per avviare una mappatura dei micro-toponimi rurali nel territorio di S.Giovanni e di S.Giorgio della Molara.
Le pergamene della Mensa Arcivescovile documentano una pioggia di controversie sui termini lapidei e sui canoni in natura (censuria) delle vigne e dei pascoli ex templari, minacciati dalle striscianti occupazioni dei baroni del Regno confinanti, come riporta un frammento del registro delle inchieste curiali di quel mese.
«Inquisito facta per curiam domini Rectoris super confinibus terrarum et vinearum quondam domus Templi in tenimento Sancti Georgii, que impediuntur per homines Regni.».
Inchiesta condotta dalla curia del signor Rettore sui confini delle terre e delle vigne un tempo della casa del Tempio nel territorio di San Giorgio, che vengono ostacolate dagli uomini del Regno.
I coloni locali, consapevoli dell’imminente condanna papale dell’Ordine, iniziarono a rifiutare i pagamenti enfiteutici, mentre i messi del rettore Ugo de Laysac tentavano faticosamente di blindare la giurisdizione pontificia.
Prima colletta delle Decime a S.Giorgio della Montagna
Sempre nel corso delle ricognizioni invernali di inizio anno, i collettori della Sede Apostolica dovettero formalizzare i quinterni relativi ai versamenti parrocchiali ordinari delle comunità poste lungo la via Appia, consolidando il controllo burocratico della Chiesa prima che esplodesse l’insubordinazione di maggio. I registri delle decime provinciali certificarono la riscossione dei diritti spettanti ai beneficiari del casale irpino, definendo il valore monetario delle rendite locali. Le scritture ufficiali della tesoreria apostolica documentarono il versamento effettuato dai religiosi del borgo:
«Clerus castri Sancti Georgii pro beneficiis suis solverunt tarentos quatuor argenti» (Pietro Sella, Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV: Campania, n.3241).
Il clero del castello di San Giorgio per i suoi benefici pagò quattro tarì d’argento.
Questa riscossione contabile dimostra come l’asse rurale di San Giorgio/Molinara costituisse una fondamentale fonte di sostentamento per l’enclave. La stabilità di questa barriera tributaria, colpita pochi mesi dopo dal completo rifiuto della censuria, era considerata di vitale importanza sia per il Rettore che per l’Arcivescovo, impegnati a respingere le manovre di esproprio dei vicari regi insediati a Montefusco.
La bolla di soppressione: sigilli del Rettore a S.Giovanni
Il 22 marzo 1312 segnò il punto di svolta geopolitico per l’intera cristianità: papa Clemente V promulgò al Concilio di Vienne la bolla Vox in excelso, decretando l’estinzione e lo scioglimento formale dei Cavalieri Templari. Non appena i messaggeri della Sede Apostolica recarono i plichi sigillati a Benevento, il tribunale del Rettore accelerò le procedure esecutive.
Ugo de Laysac comandò ai giudici urbani di emettere mandati di pignoramento coatto contro i debitori morosi della precettoria per incamerare ogni risorsa residua, come da ordinanza emessa dalla curia beneventana.
«Cum ordo Templariorum per sedem apostolicam cassatus et annullatus sit, precipimus ut omnia debita, censi et proventus dicte domus ad cameram domini nostri Pape sine mora colligantur.».
Poiché l’Ordine dei Templari è stato cassato e annullato dalla sede apostolica, comandiamo che tutti i debiti, i censi e le rendite della detta casa siano raccolti senza indugio per la Camera del nostro signor Papa.
Il maestro e precettore della struttura, Frate Giovanni, tentò di appellarsi alle antiche franchigie immunitarie della magione, ma la mobilitazione dei magistrati e dei milites di Piano di Corte neutralizzò ogni difesa legale.
L’acciaio alle porte è imminente: l’attesa dei sigilli termina a fine mese. Per tutto aprile, la Commenda di San Giovanni del Tempio, rimase isolata in un limbo amministrativo. Le attività di accoglienza dei viandanti e lo stoccaggio nei magazzini foris civitatem (fuori le mura) si azzerarono. I cavalieri e i sergenti si asserragliarono nel recinto fortificato della struttura, consapevoli dell’inutilità di una resistenza militare all’interno del distretto papale.
Negli ultimi giorni di aprile, mentre ad Avignone veniva redatto il testo definitivo della successiva bolla Ad providam — volta a trasferire i beni immobili ai Cavalieri Ospitalieri —, il collettore Arnaldus Brisaco registrò i dettagli della contabilità preventiva.
«In quinterno domini Arnaldi Brisaco collectoris annotata sunt blada, vinum et pecunie existenta in domo Sancti Ioannis de Benevento, ad cautelam ecclesie.»
Nel quaderno del signor Arnaldo Brisaco collettore sono stati annotati il grano, il vino e i denari esistenti nella casa di San Giovanni di Benevento, a cautela della chiesa.
La sera del 30 aprile 1312, la macchina fiscale e burocratica era ormai pronta: Ugo de Laysac ordinò alla guarnigione di preparare le armi, fissando l’irruzione formale e la posa dei sigilli nei primi giorni del mese successivo.
Il transito cartolare delle decime a fine primavera
Nelle stesse ore in cui la macchina militare e giudiziaria di Piano di Corte affilava le armi per l’imminente irruzione di maggio, la Sede Apostolica completava lo spoglio dei registri tributari delle province ecclesiastiche meridionali, tracciando i flussi delle ultime collette riscosse prima del definitivo collasso dell’Ordine templare. I fogli maestri della Reverenda Camera Apostolica registrarono i saldi inviati dai sub-collettori irpini e sanniti, evidenziando il controllo esercitato dalla burocrazia pontificia sulle parrocchie di frontiera.
Le scritture camerali adempiute per la chiusura dei conti quadrimestrali riportarono i dettagli dei cespiti versati dal clero locale:
«Item a clero dicti castri Sancti Georgii pro decima anni preteriti recepimus pecunias pro iuribus camere apostolicis integre persolutas» (Pietro Sella, Rationes Decimarum Italiae).
Parimenti dal clero del detto castello di San Giorgio per la decima dell’anno passato ricevemmo i denari interamente pagati per i diritti della camera apostolica.
Questa integrazione d’archivio chiude idealmente la sequenza burocratica della sede vacante.
La registrazione contabile delle decime di San Giorgio dimostra che la Curia operava con assoluto rigore per blindare le proprie rendite prima che le ritorsioni della Compagnia dei Bardi alterassero i circuiti finanziari del distretto, offrendo al rettore Ugo de Laysac la certezza delle entrate necessarie a sostenere l’imminente scontro patrimoniale del mese di maggio.
Ma per noi è semplicemente la conferma che il passaggio dei Templari dalla Puglia a Benevento, avvenne con la costruzione di una Domus intermedia dopo Casal Albore, ossia a Castro S.Giorgio della Molinara.
Sabato Cuttrera

Libro V (Maggio 1312)
prologo
il cancello chiuso sopra san giovanni
e caddero i templari a benevento e s.giorgio
premessa storica
i templari nell’enclave beneventana
DIRITTO PONTIFICIO O PRAGMATICA ANGIOINA?
capitolo primo
I SIGILLI SUL PORTONE DI SAN GIOVANNI
GIACOMO CARAPELLE REQUISISCE L’ARCHIVIO
1. Si aprono a Montesarchio i registri provinciali
2. La bolla «Ad providam» da Avignone
3. L’irruzione a San Giovanni del Tempio: i sigilli
4. Patrimoni e censi della Mensa arcivescovile
capitolo SECONDO
I BARDI PROFANANO LE GIOIE DEL DUOMO
LA BANCA DI FIRENZE SEQUESTRA I PARAMENTI
1. Inventario della sacrestia e pesatura degli ori
2. Il transito della preda al Passo di Montesarchio
3. I decessi violenti registrati nell’Obituarium
4. Acque deviate e oro fuso nella zecca fiorentina
capitolo TERZO
LA RIVOLTA DEI CENSI A SAN GIORGIO
I CONTADINI SI RIFIUTANO DI PAGARE
1. Bando de Laysac a S.Lorenzo e l’insubordinazione
2. Le inchieste confinarie dal Tammaro al Sabato
3. La morte di un colono della famiglia Russo vicino Pastena
4.Le inchieste giurate e le querele di Apice
capitolo QUARTO
IL BLOCCO DELLE MANDRIE A PONTE SABATO
la disputa della fida per la transumanza
1. Stop alle greggi dei Templari verso la Puglia
2. Il gabelliere del papa esige l’erbaggio e la fida
3. Scontri tra pastori locali e guardie del Rettore
4. Chiatte bloccate e sequestro del legname a Tufo
5. Clandestini pignorati nel distretto di Ceppaloni
capitolo QUinto
il papa fa subentrare gli ospedalieri
ricoGNizione a san giovanni foris civitate
1. Bolla e notifica formale ai priori gerosolimitani
2. Censimenti di granai e casalina fuori le mura
3. Ricognizione e inventario del notaio Nicolaus
4. Cavalieri e testimoni nelle carte templari
5. Le colture del distretto nelle mani dei maltesi
capitolo sesto
il sequestro e l’eco sulle dipendenze
lettere dalle chiese rurali e dalla corte
1. La bolla esecutiva di immissione e l’atto comune
2. Il Rettore Ugo de Laysac alla sede apostolica
3. Domus S.Ioannis del Tempio a Porta Somma
4. Le dipendenze di Paduli, Apice, S.Giorgio sull’Appia
5. L’altra S.Giorgio, casale a Porta Alba su Via Avellino
6. «Casali Sancti Georgii» è S.Giorgio del Sannio
7. S.Giorgio di Molinara nelle Rationes Decimarum
8. Trapasso delle decime ai Cavalieri «Ospitalieri»
9. Conseguenze immediate e minaccia annonaria
capitolo settimo
il patrimonio templare depredato
il compendio con le fonti esterne
1. Transito del panni toscani e crediti dei Bardi
2. Tasse e colletta su rocca/castro di S.Giorgio la Molara
3. Il controllo dei Passi e le concessioni daziarie regie
4. Subentra l’Ordine di Malta: tutela gerosolomitana
5. La ricognizione contabile e Arnaldus Brisaco
6. La fretta fiscale e il bando del grano
capitolo ottavo
la dipendenza di castro s.giorgio
e’ alla molinara la domus templare
1. Riesame delle Decime e omonimia distrettuale
2. La Rocca dei Templari sull’Appia verso Apice
3. Lo spostamento dell’asse d’inchiesta e Brisaco
4. Le tre fonti incrociate nelle Decime del Sella
5. I beni dei Giovanniti congelati dal Re: le commende
6. La Commenda rinata a Porta S.Lorenzo e le grance
7. La conferma che Castro S.Giorgio è alla Molinara
Apparato delle Note Documentarie
Indice Analitico dei Nomi
Indice topografico
Fonti Primarie Manoscritte
Fonti Diplomatiche e Letteratura Critica
Nota Metodologica, Ringraziamenti,
Disponibilità dei Dati e Assenza Conflitti di Interesse
premessa storica
I templari nell’enclave beneventana diritto pontificio o pragmatica angioina?

Per comprendere appieno la violenza burocratica, finanziaria e militare che investì la Commenda di San Giovanni del Tempio nel corso del 1312, occorre isolare preliminarmente lo statuto giuridico d’eccezione di cui l’Ordine dei Cavalieri Templari aveva goduto sino alle battute finali del Concilio di Vienna.
La magione beneventana non costituiva semplicemente un nucleo aggregato di proprietà fondiarie urbane o un insieme di appezzamenti rurali sparsi; essa configurava a tutti gli effetti una vera e propria isola giurisdizionale autonoma, sottratta sia al controllo dei magistrati civici della città sia all’autorità ecclesiastica dell’arcivescovo locale. In virtù delle antiche bolle papali promulgate nel dodicesimo e nel tredicesimo secolo, prima fra tutte la Omne datum optimum, i Templari rispondevano esclusivamente e direttamente al Romano Pontefice.
Questa totale esenzione fiscale e giudiziaria (immunitas) si estendeva ben oltre la cerchia ristretta dei cavalieri professi. Essa copriva l’intera rete dei loro vassalli, i coloni insediati nelle ricche pertinenze del territorio della rocca castellare di San Giorgio della Molinara e persino i salariati impiegati nei mulini idraulici disposti lungo il corso del fiume. Nell’economia d’inizio Trecento, tale privilegio rappresentava una frattura intollerabile per le casse della Curia beneventana.
Il rettorato vedeva infatti una fetta cospicua delle rendite agricole del distretto totalmente sottratta alla tassazione ordinaria e alle decime apostoliche. Questa esenzione privava l’amministrazione civile dei mezzi necessari al mantenimento delle strutture pubbliche e delle guarnigioni di difesa. La ricchezza accumulata dai cavalieri non derivava unicamente dalle donazioni pie, ma da una spietata efficienza nella gestione dei contratti di enfiteusi a lungo termine.
Ogni colono insediato sulle terre del Tempio godeva di una protezione legale che scavalcava le corti di giustizia ordinarie del Rettore. Se un suddito beneventano entrava in conflitto con un contadino legato ai Templari, la causa non poteva essere discussa a Piano di Corte, ma doveva essere portata davanti al tribunale interno della precettoria o direttamente davanti a un delegato papale. Questo impianto creava un costante attrito sociale ed economico all’interno delle mura urbane e nei casali di frontiera, trasformando la commenda di San Giovanni a Porta Somma, traslocata da Barletta, in uno Stato nello Stato.
Era la fine della sede vacante e l’avvento di Ugo de Laysac. La nomina di tal domino a Rettore di Benevento, avvenuta nel maggio del 1311, si inserisce nel tentativo di papa Clemente V di centralizzare e razionalizzare l’amministrazione delle province pontificie italiane. Ugo, burocrate di scuola transalpina formatosi nelle severe cancellerie francesi, trovò al suo arrivo un’enclave logorata da anni di debolezza amministrativa e costantemente insidiata dalle spinte espansionistiche di Re Roberto d’Angiò. La soppressione dei Templari offrì al neonato rettorato l’occasione geopolitica ideale per riaffermare la sovranità papale su una porzione nevralgica del territorio cittadino e rurale.
L’obiettivo immediato della Curia non era la distruzione materiale dei beni, ma la loro transizione forzata sotto il controllo della Reverenda Camera Apostolica. Il collettore Arnaldus Brisaco concepì l’operazione come un recupero coatto di sovranità fiscale. Egli comprese che la liquidazione dell’Ordine avrebbe immesso sul mercato fondiario una massa immensa di censi, terreni, vigne e diritti d’acqua. Brisaco pianificò il subentro immediato nei diritti enfiteutici dell’Ordine prima che i baroni regnicoli confinanti potessero rivendicare diritti di devoluzione feudale sulle terre rimaste prive di titolare legittimo. Per fare questo, la macchina giudiziaria del Rettore dovette appoggiarsi ai notai curiali, primo fra tutti Nicolaus de Benevento, incaricato di spulciare gli archivi segreti della precettoria per trascrivere ogni singola obbligazione finanziaria contratta dai cittadini nei confronti dei monaci guerrieri. L’azione di Ugo de Laysac fu caratterizzata da una determinazione burocratica inflessibile. Fin dai primi mesi del suo insediamento, egli ordinò una ricognizione dei confini distrettuali, focalizzandosi sui punti in cui le pertinenze templari lambivano i feudi regi.
Questa operazione preventiva serviva a blindare giuridicamente i beni mobili e immobili dell’Ordine prima che il Concilio di Vienna ne decretasse la fine ufficiale. Il Rettore sapeva che la Corona di Napoli avrebbe utilizzato ogni minima crepa istituzionale per estendere la propria giurisdizione e assorbire i patrimoni della commenda, trasformando una questione ecclesiastica in un’annessione territoriale strisciante.
Sul versante opposto del confine, la monarchia angioina di Napoli guardava all’enclave beneventana non solo come a un cuneo pontificio nel cuore del Regno, ma come a un nodo commerciale strategico da isolare e sottomettere. Il braccio operativo di questa strategia non era inizialmente l’esercito regio, bensì la potenza finanziaria della Compagnia dei Bardi. I banchieri fiorentini, grandi creditori della corona napoletana e finanziatori delle spedizioni militari d’Angiò, avevano ottenuto in cambio il monopolio della riscossione delle gabelle regie e il controllo delle dogane chiave della regione, tra cui spiccava il Passo di Montesarchio. Fori e mercati erano controllati dalla moneta toscana.
Per la banca, i patrimoni accumulati dai Templari a Benevento rappresentavano la garanzia ideale per coprire gli immensi prestiti erogati alla corte napoletana.La soppressione del Tempio si trasformò così in una corsa contro il tempo senza esclusione di colpi. Da un lato la Curia papale cercava di incamerare i beni a titolo di sovranità apostolica; dall’altro i Bardi e i funzionari regi erano pronti a utilizzare lo strumento del blocco stradale e del pignoramento doganale per intercettare le rimesse di denaro e le merci della precettoria.
Nel gennaio del 1312, l’asse doganale della Valle Caudina divenne un vero e proprio imbuto fiscale. I fattori dei Bardi iniziarono a registrare e tassare ogni carico di seta, grano e panni di lana destinato a Benevento, applicando tariffe straordinarie mirate a prosciugare le riserve liquide dei Templari prima dell’arrivo dei messi del Papa.
I Bardi non agivano per pura speculazione mercantile, ma seguivano un disegno geopolitico concordato con il Giustiziere del Principatus Ultra di stanza nel carcere di Montefusco. Ogni fiorino d’oro sottratto al circuito finanziario beneventano indeboliva la capacità di resistenza del rettore Ugo de Laysac.
I banchieri toscani intendevano subentrare nella gestione dei grandi granai di San Giovanni, esterni alla città (foris civitatem), sul fiume Sabato di Ceppaloni, e dei mulini fluviali di San Giorgio e Molinara, sul fiume Tammaro, trasformando l’eredità dei Templari di Barletta in un regalo ai Cavalieri dell’Ordine di Malta.
Fu il perno del monopolio annonario con cui la monarchia angioina avrebbe progressivamente strangolato l’enclave papale negli anni successivi.
Arturo Bascetta

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