Streghe, Falsani e Negromanti. Arguzie di vita quotidiana nella Benevento del 1500

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Copertina posteriore

LA FINE DEL GRANDE UOMO CHE SFIDO’ IL PAPA

Nicolò scese a Benevento a casa del pittore, suo cognato, il quale, come sua moglie, rimase incantato nel rivederlo. Era da molto tempo che non avevano ricevuto sue notizie. La sorella, quando fu sola con lui, lo abbracciò tre o quattro volte di seguito, dicendogli:” Non posso, caro fratello, testimoniarvi abbastanza tutto il mio affetto e la mia riconoscenza di quello che avete fatto per noi. Mio marito, dopo la vostra partenza, ha messo in prativa i vostri consigli con ardore infaticabile. Ha preso il gusto più vivo per la sua condizione. E’ diventato il più abile, senza dubbio, dei pittori di Benevento. La sua reputazione si è estesa fino a Napoli, a Venezia e a Firenze. Ha realizzato, per queste tre città, molti quadri che gli sono stati pagati con liberalità regale. Così noi trascorriamo una vita piacevole e fortunata; e questo lo dobbiamo a voi. Mio marito me lo ripete spesso. Aspettatevi di sentirglielo ancora ripetere con grandissimo piacere. Non siamo vergognosi, né l’uno né l’altro, di avere una simile obbligazione a nostro fratello, al nostro migliore amico, e di confessarglielo.
Mentre Nicolò, nel racconto di sua sorella, gustava con delizia la soddisfazione di aver contribuito a rendere la sua sorte così felice, suo cognato era andato a invitare a pranzo la madre Franco e la sorella maggiore del viaggiatore, con l’orefice suo marito. Non disse loro del nuovo convitato che avrebbe loro mostrato. Quale fu la sorpresa e la gioia della buona madre nel vedere il suo caro Nicolò. Furono pari alla sua inquietudine e al suo timore di morire prima di rivederlo. Erano passati, in effetti, quasi venti anni che suo figlio non era venuto a Benevento. Allora ella ne aveva passati settanta; ma godeva di una salute perfetta, grazie alla bontà del suo temperamento e al suo carattere gioviale.
Il lettore crederà senza fatica che il pranzo fu animato dalla gioia più viva. Nicolò ne fece principalmente le spese con il racconto di qualche sua avventura. Non si vantò di quella che l’aveva fatto scappare da Roma. Ebbero un grande dispiacere a separarsi per andare a dormire. Non si poterono decidere se non promettendo di ritrovarsi presto a casa della buona madre, che doveva preparare loro il pranzo.
L’indomani mattina, Nicolò, sebbene stanco, abbreviò il suo sonno, per adempiere subito un dovere che il suo cuore lo spingeva a compiere prontamente. Scrisse al negoziante e a sua moglie, per manifestare loro nuovamente la sua eterna riconoscenza. Pregò il suo amico nella lettera di fargli sapere quale era stato il seguito della sua evasione. Nel giro di qualche giorno ricevette nello stesso tempo la risposta e il suo baule. Il negoziante sottolineò che i signori che l’avevano fatto imprigionare, erano andati su tutte le furie per la sua fuga; che per scoprire i complici avevano messo in piedi un sacco di gente, avevano fatto fare tante ricerche, tanto da essere anche lui inquieto; ma attualmente si occupavano molto di meno di questa storia, dopo che il papa era caduto gravemente ammalato. Si capirà subito che quest’uomo, tanto onesto e gentile, nel timore di affliggere il suo amico non gli diede un resoconto fedele di quello che era accaduto a Roma.
Per un mese, Nicolò si diede unicamente alla gioia di rivedere la sua famiglia, e di vivere con essa. Ma dopo questo tempo rifletté seriamente sul suo futuro. “A cinquant’anni –diceva a se stesso- non avere un posto, non avendo con me, per tutta risorse, che venti scudi (era, infatti, tutto quello che gli restava di denari): quanto di più triste e umiliante allo stesso tempo! Ho occupato diversi posti onorabili e vantaggiosi, ognuno dei quali poteva rendermi molto onesto per il resto dei miei giorni, e io non ho saputo conservarli. Li ho perduti tutti per la mia follia. La maniera con cui mia madre, le mie sorelle i miei cognati mi hanno accolto e mi trattano giornalmente, mi può far credere che io non gli sono affatto di peso. Ma, anche supponendo che essi non cambieranno mai di pensiero, non sarà meno vero che io sono alla loro carità, e che avrò al loro buon cuore un obbligo che non dovrei avere che al mio lavoro. Poiché sono ancora di buona salute, posso ancora fare il mestiere di professore d’eloquenza in città celebri e colte: vi si aveva ancora qualche considerazione per me, posso illudermi. Ero ben accolto nelle migliori case; e mi sono annoiato in questi posti. Troverei molto più piacere, senza dubbio, a insegnare la grammatica, anche in qualche città oscura”.
Queste tristi riflessioni spensero tutta la gioia di Nicolò e lo affondarono in una nera malinconia. La famiglia se ne accorse ben presto. Gliene chiedeva il motivo. Egli non diede che cattive scuse. Si cercava di lasciarlo solo il meno possibile. Ma era cupo e trasognato in compagnia. Osservava spesso un tetro silenzio nelle conversazioni più animate e non sembrava che vi prendesse il minimo interesse. Le sorelle, la cui tenerezza aveva un grande potere su di lui, fecero di tutto per risvegliare la sua antica gaiezza; ma senza riuscirvi.
Un giorno era a cena a casa della sorella maggiore con il marito e un orefice di Roma, parente di suo cognato. Quest’ultimo chiese all’orefice che cosa c’era di nuovo nella città, da quando era partito. “Niente di rilevante, gli rispose il parente, se non che il santo Padre è stato gravemente ammalato: ma questa malattia, fortunatamente, non ha avuto conseguenze. Aspettate: dimenticavo di dirvi che il mese scorso c’è stata un’esecuzione capitale che ha sorpreso tutta la città e ha fornito materia a molti discorsi. E’ stato impiccato in effigie, l’autore di una satira crudele contro cinque o sei signori dei più importanti di Roma. Tutti sono andati, in verità, perché essi (questi signori) erano dipinti punto per punto e non c’era una sola calunnia. Ma questi uomini non di meno hanno avuto il credito di fare arrestare il poeta e ottenere dei giudici per istruire il processo. Mentre questi lavoravano con alacrità, il prigioniero, uomo di spirito, ha messo in fallo i giudici e se n’è scappato col carceriere. In tempo. Due giorni più tardi, era appeso nella sua stessa persona”.
Questo racconto diede il colpo mortale a Nicolò. Trovò una scusa per andar via subito dopo la cena. Uscì, il pugnale nel cuore. Il tremendo pericolo che aveva corso, gli fece gelare il sangue nelle vene. La vergogna di un trattamento così ignominioso, raddoppiò fino al massimo la sua nera malinconia, e la rese inguaribile. Dopo questa giornata, non volle più mangiare a tavola, e la più giovane delle sorelle da cui alloggiava, usava una specie di violenza per fargli accettare del cibo. Così, ben presto le forze diminuirono a tal punto, che si sosteneva a stento. Tutta la famiglia, allora, si allarmò. Fecero venire i migliori medici della città. Essi dissero che i rimedi erano inutili per questa malattia: che il suo sangue si era cambiato in una bile bruttissima.
La madre di Nicolò, li prese in disparte e volle sapere da essi quanto tempo suo figlio poteva ancora vivere. Le risposero che sarebbe molto se passava gli otto giorni. La madre desolata, andò a chiudersi subito nella sua camera dove versò un torrente di lacrime. Dopo che il suo dolore le ebbe esaurite, si gettò in ginocchio, gridando:” Ohimè! Mio Dio, non me lo avete riportato se non per riprenderlo così presto! Lo amavo forse con troppa debolezza, in una maniera troppo umana, e voi mi volete punire. Ah! per lo meno, Signore, che non sia vittima per l’eternità. Degnatevi di fargli conoscere tutto il pericolo del suo stato, e ispirargli un sincero pentimento dei suoi errori. Per riparare, per quanto posso, quello che c’è stato di criminoso nella mia tenerezza, voglio annunciargli io stessa il vostro giudizio e la vostra misericordia. Armatemi, vi scongiuro, di forza e di coraggio”.
In quel momento, questa brava madre si sentì esaudita. Si alzò, corse verso l’ammalato e fece uscire dalla camera tutti quelli che c’erano. “Siete ben persuaso, mio caro figlio, gli disse, di tutto il mio amore per voi?”
“Non andate oltre, madre mia, mi volete dire che non ho che pochi giorni di vita. Ne sono convinto da me, e sto lavorando a impiegare per la mia salvezza i momenti che mi restano. Per aiutarmi a riconoscere e a piangere i miei traviamenti, fatemi venire, vi prego, questo dopo cena il padre Giuseppe, il domenicano; ha amicizia per me. Lo conosco da lungo tempo; io so che questo bravo religioso ha il cuore di un padre per i peccatori. Io non ho approfittato, mia tenera madre, dei consigli che mi avete dato altre volte. Sento in questo momento, meglio che mai, quanto fossero saggi e quanto sarei stato felice nel seguirli. Vi chiedo ora il soccorso della vostra preghiera, in essa ho la più grande fiducia. Voi avete sempre servito Dio con cuore semplice e giusto, voi otterrete da lui le grazie che sollecitate in mio favore”.
La madre piena di consolazione sentendolo parlare così, lo incoraggiò a tutto sperare nella misericordia del Signore, gli promise le preghiere più ferventi e si incaricò di andare subito ad avvertire padre Giuseppe.

Description

La città di Benevento nel XVII sec. vista da Eliseo Danza. Brani del giurista tradotti dal latino, narrano della particolare condizione della città, che è nel Regno di Napoli, ma soggetta allo Stato della Chiesa: un fallito tentativo di blocco territoriale, competenza del Tribunale della Regia Udienza DI Principato Ultra. Tratti dal De Bello Neapolitano alcuni episodi riguardanti eventi straordinari, e la Valle Beneventana. Tratta ancora dall’opera del Danza una interessante narrazione sulla retribuzione del lavoro nel sec. XVII, riguardante in particolare la mano d’opera del beneventano impiegata in Puglia. Due appendici completano il volume. La prima: i miracoli di S. Barbato; e la storia del dragone di Wawel. La seconda, alcuni racconti di G.B. Basile e delle filastrocche popolari.

Dettagli

EAN

9788872970997

ISBN

8872970997

Pagine

80

Autore

Iandiorio

Editore

ABE Napoli

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Editorial Review

UNA STORIA VERA, RICCA E AVVOLGENTE

...Il religioso venne dopo cena. Nicolò, scorgendolo, gli disse:” Padre mio, come vostro vecchio amico e come peccatore, io mi sono lusingato che voi avreste pietà di me e che avreste la carità di volermi conciliare col Signore”.
“Io farò, signore, tutto quello che dipenderà da me per assecondare i vostri desideri; ho sempre preso, per la vostra felicità, l’interesse più vivo e più tenero. Ma voi potete lavorare più efficacemente ancor più di me, alla vostra riconciliazione con Dio. Offritegli un cuore gemente, spezzato dal dolore, un cuore umiliato per averlo offeso tante volte”.
“Io vi dichiaro, padre mio, che queste sono le mie disposizioni attuali. Io sono confuso della mia ingratitudine a suo riguardo. Egli mi ha riempito di grazie, e io non ho risposto che con infedeltà. Per raddoppiare la mia vergogna e sollecitare il mio perdono, ve ne faccio il dettaglio e le depongo nel vostro seno. Degnatemi di ascoltarmi, padre mio, con quella pazienza, con quella bontà che provano tutti i penitenti che sono ricorsi a voi”.
Fece allora la sua confessione, alla quale si stava preparando da tre giorni. La cominciò dopo la sua prima giovinezza, fino al momento in cui era caduto malato. Accusandosi degli errori che l’umiliavano di più, sospirava, piangeva; e il padre Giuseppe mescolava le sue lacrime a quelle. Insistette principalmente sul suo peccato sfrenato della canzonatura, della satira la più mordace; peccato che non aveva mai combattuto e che, da allora, l’aveva dominato, come un cavallo focoso domina e trascina l’uomo imprudente che lo monta. “Dio mi ha punito, padre mio, e nella maniera più ignominiosa. Ah! se almeno si degna di accettare questo castigo come espiazione dei miei crimini; se l’accettasse con tanta bontà come io l’accetto con sottomissione e anche con riconoscenza, quale sarà la mia felicità! Ma per aumentare la mia vergogna, voglio dirvi, padre mio, quale è stata questa punizione. Circa due mesi fa, stando a Roma, ho composto una satira crudele contro cinque o sei signori della città. Essi mi hanno fatto mettere in prigione. Si è istruito il processo. Mentre che vi stavano lavorando, uno dei miei amici ha corrotto il carceriere, che se n’è scappato insieme a me. Due giorni dopo, dovevo essere impiccato in una piazza pubblica. Ma dopo la mia evasione, io lo sono stato in effigie. Sì, padre mio, io sono stato appeso in effigie a Roma. Voi pensate bene che io sento tutta l’ignominia, tutta l’infamia di questa punizione. Ma più essa è umiliante e più, io spero, placherà la giustizia divina in mio favore. Sono anche risoluto, per aggiungere ancora alla mia confusione, se è possibile, far sapere questo fatto alla mia famiglia, che non ne sa niente. Vi prego anche di farne parte in città a tutti quelli che mi conobbero”.
“Questa risoluzione mi prova, signore, che voi siete sinceramente pentito, e ne sono pieno di gioia. Ma io vi proibisco di dargli seguito. Affliggereste al massimo e coprireste di vergona la vostra famiglia, che, non essendo colpevole dei vostri errori, non deve condividerne la punizione. Così, mio caro signore, non siete obbligato di far conoscere in città questo triste avvenimento alle persone di vostra conoscenza”.
Questo bravo religioso andò via dopo aver trascorso cinque o sei ore con l’ammalato, che lo pregò di ritornare l’indomani in mattinata, nel caso avesse dimenticato qualcosa. Tuttavia, le due sorelle di Nicolò, dopo che i medici avevano pronunciato su di lui la sentenza di morte; non avevano più la forza di andare a trovarlo. Esse si lamentavano e piangevano nelle loro camere, private di ogni speranza, rifiutavano anche ogni forma di consolazione. Nicolò fu sorpreso e rattristato di non vederle più. Le fece scongiurare dai cognati di venire a parlargli tutte e due insieme, perché aveva delle cose importanti da dire loro. Nella paura di aumentare l’afflizione del loro caro Nicolò, combatterono e vinsero la loro repugnanza, salirono da lui.
Quando le scorse ai piedi del suo letto:” Mi sfuggite dunque, mie care sorelle, disse loro, nel momento in cui ho più bisogno di voi! Voi condividete i miei piaceri, e mi abbandonate nelle mie pene! Tuttavia non sospettate di me, che io dubiti del vostro affetto per me. Sono infinitamente persuaso che è sempre lo stesso; ma lo spettacolo di un frate moribondo è troppo affliggente per voi; non potete sostenerlo. Ah! Dio permette forse che voi siate i testimoni per rendervi più sicure, più coraggiose, egli esige da voi un giorno sacrifici più grandi. Abituatevi, mie care sorelle, a guardare la morte con meno debolezza. Più ci se ne occupa, meno ella diventa spaventosa. Ella riempie il mio animo di terrore, ma il Signore lo riempie di fiducia. Io spero che si lascerà intenerire dai miei rimorsi amari, dal mio sincero pentimento. Ah! attualmente io riconosco meglio che mai che la sovrana e unica felicità è l’aver sempre amato. Applicatevi, mie care amiche, a gustare sempre più questa felicità suprema. Io non posso in modo migliore, con questo consiglio, darvi la prova della mia tenerezza per voi”,
Le sorelle non gli risposero se non con le loro lacrime. Prima che si ritirassero, le scongiurò di essere presenti quando riceverà il santo Viatico. La madre, la sua coraggiosa madre, non lo lasciò quasi più. Gli parlò senza smettere del cielo e della misericordia divina. “Le mie speranze saranno meglio fondate, le disse Nicolò, aumentando il numero dei miei intercessori. Gli effetti che io lascio si venderanno agevolmente cinquecento lire; io ho venti scudi d’argento. Mi colmereste di gioia, mia tenera madre, se avrete la bontà di anticipare per me la prima somma e di distribuirle tutte e due ai poveri, in questa stessa giornata. Morirò con molta più fiducia se questa elemosina mi precederà davanti al Giudice”.
“Con tutto il mio cuore, caro figlio. La vostra idea è ammirevole e io aggiungerò cento scudi del mio denaro alla vostra elemosina, a vostra intenzione”.
Nicolò l’abbracciò, per testimoniarle la sua riconoscenza; ed ella uscì subito per andare a compiere subito quest’opera buona.
Il padre Giuseppe gli fece amministrare i sacramenti l’indomani mattina, come da consiglio dei medici. Andò a trovarlo quando il curato gli ebbe portato il santo Viatico e fu uscito dalla camera. Lo trovò pieno di gioia e desiderando il momento della morte. “Quali grazie, signore, volete rendere a Dio! - gli disse- Dopo aver trascorso una vita così dissipata come la vostra, così inutile per il Cielo, vi tende le braccia e vi chiama nel seno paterno. Ah! senza dubbio, vuole ricompensare in questo momento qualche buona azione che avete fatto. Niente è perduto con il Dio di misericordia. Ditemi sinceramente che cosa credete di aver fatto di più meritorio nella vostra vita”.
Nicolò gli raccontò il servizio che aveva reso a Bologna, al padre di uno dei suoi discepoli, pagando i suoi debiti e facendolo uscire di prigione. “Ah! è quell’atto di umanità, esclamò il religioso, che Dio ricompensa adesso. Le sue promesse sono infallibili. Ha dichiarato per mezzo del Profeta, che avrebbe liberato nel giorno dell’afflizione, quello che si sarebbe commosso sul povero. Speriamo tutto, signore, speriamo tutto. Manterrà questa promessa”.
Nicolò in quel momento perse la parola, ma i suoi occhi si tingevano di gioia; si chiusero subito ed egli spirò.
Fu trovato sotto il capezzale del suo letto uno scritto, che racchiude l’epitaffio che si era fatto, e una preghiera alla sua famiglia, perché fosse posto sulla sua tomba. Le sue intenzioni furono rispettate.