RIVO NIGRO E LA SUA SANTA MARIA: CRONOTASSI DIPLOMATICA DI RIONERO IN VULTURE E DELLE PERGAMENE DELL’ANTICO CASALE MARIANO IN PROVINCIA DI POTENZA – ISBN 9788872976371

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UN LIBRO MODERNO, RICCO DI SPUNTI SULLA STORIA DELLA DIOCESI DI VENOSA

PROLOGO L’ARCHEOLOGIA DELL’ACQUA E DEL TUFO IL DESTINO DI S.MARIA SCRITTO NEL FIUME Nel principio fu l’acqua, ed era un’acqua nera.Prima che la diplomazia dei pontefici traducesse questo territorio nelle coordinate giuridiche di un casale, prima che i re d’Angiò ne decretassero per decreto la distruzione e la successiva rinascita, la storia di Rionero in Vulture era già interamente scritta nella sua geologia. Per comprendere l’origine profonda di questa comunità, occorre spogliare il paesaggio contemporaneo e scendere idealmente nelle viscere del monte, là dove il vulcano spento stringe il suo patto millenario con le falde acquifere della Lucania.Il Vulture non è soltanto uno sfondo geografico; è il grande architetto biologico e sociale di queste terre. Nei secoli che precedettero l’anno Mille, la fine delle grandi eruzioni aveva lasciato in eredità una terra tormentata ma straordinariamente fertile, composta da stratificazioni di pozzolana, lapilli e soprattutto tufo. Il tufo, roccia tenera e friabile alla sarpante ma capace di indurirsi al contatto con l’aria, si prestava a una duplice funzione: poteva essere scavato per cercare rifugio o stoccare derrate, e poteva essere tagliato per edificare. Ma la sua caratteristica più formidabile risiedeva nella permeabilità. Le piogge e le nevi che si accumulavano sulla sommità del monte filtravano lentamente attraverso i pori della pietra vulcanica, compiendo un viaggio sotterraneo di purificazione e arricchimento minerale, per poi cercare una via d’uscita verso la valle.Fu in un punto preciso di questa convergenza idrogeologica che si formò il Rivo Nigro. Non un fiume maestoso, ma una sorgente perenne e generosa, un ruscello che affiorava dai cunicoli di tufo e scorreva su un letto di pietre laviche scure e sedimenti ferrosi. Quell’alveo nerastro, che agli occhi dei primi viandanti appariva come una striscia scura nel verde della foresta, diede il nome all’intera contrada. L’acqua del Rivo Nigro non era soltanto un elemento vitale per la sopravvivenza umana; era una calamita economica. Nel Medioevo della transumanza, dove la ricchezza si misurava sul numero dei capi di bestiame e sulla fluidità delle rotte commerciali, una sorgente perenne posta ai piedi del vulcano rappresentava una stazione di sosta obbligata. I pastori che scendevano dalle alture della Valle di Vitalba diretti verso le pianure del Tavoliere delle Puglie, o i mercanti che risalivano lungo i tratturi per collegarsi alle grandi vie di comunicazione del Melfese, trovavano in quella sorgente il punto perfetto per l’abbeveraggio e il lavaggio delle greggi.Intorno a questa risorsa idrica si sviluppò un’archeologia della sussistenza. I primi insediamenti non cercarono la monumentalità della pietra a vista, ma si adattarono alla morfologia del suolo. Sulle colline tufacee che fiancheggiavano il ruscello, le prime comunità cominciarono a scavare il ventre della montagna, dando vita a un complesso sistema di grotte ipogee. Quelle che secoli più tardi sarebbero diventate le celebri cantine baronesche per lo stoccaggio del vino, nacquero originariamente come abitazioni rupestri, ricoveri fortuiti per animali e uomini, depositi di grano e formaggio protetti dall’umidità costante del sottosuolo.Fino alla metà del XII secolo, tuttavia, questo spazio rimase un’entità puramente geografica: una macchia di foresta demaniale contesa tra le prime cellule monastiche italo-greche e l’influenza politico-militare della vicina Melfi normanna. Era un territorio vissuto, attraversato e sfruttato, ma privo di un riconoscimento formale. Mancava il sigillo dell’autorità, l’inchiostro su pergamena che trasformasse la natura in istituzione.La transizione dal dato naturale al dato storico avviene il 9 giugno 1152. In quel giorno, la cancelleria pontificia di Papa Eugenio III redige una bolla destinata al Vescovo di Rapolla, inserendo per la prima volta l’insediamento nell’alveo della storia scritta con una formula destinata a rimanere scolpita nei secoli: il «Casale di Santa Maria de Rivo Nigro». L’acqua e l’altare si uniscono. La chiesetta rurale di Santa Maria diventa il perno spirituale e logistico attorno a cui i contadini abbandonano la dispersione delle campagne per farsi comunità, mentre il Rivo Nigro si eleva da semplice toponimo idrografico a nome proprio di una nuova realtà urbana. Questo libro nasce dal bisogno di seguire il filo di quell’inchiostro medievale. Attraverso lo studio rigoroso delle pergamene scampate ai terremoti e alle guerre, l’indagine si propone di ricostruire la prima, tormentata vita di Rionero: la sua nascita episcopale, lo sfruttamento economico della sua terra vulcanica sotto il demanio di Federico II, la catastrofe della sua distruzione angioina e la tenace rifondazione del 1332. Sullo sfondo, immutabile e sovrano, resta il dialogo tra l’uomo, il tufo e il flusso sotterraneo di

Description

la parabola del locus Rivusniger

La ricostruzione storiografica del Mezzogiorno medievale

La storia si scontra frequentemente con il silenzio delle fonti o con la parzialità di archivi frammentati dalle catastrofi sismiche e belliche. Nel caso di Rionero in Vulture, tuttavia, l’indagine scientifica permette di ricomporre un quadro documentario di straordinaria coerenza, capace di rovesciare le tesi tradizionali che volevano la nascita della comunità legata a un tardivo ripopolamento di età moderna. Ricominciare dalle pergamene significa applicare il metodo del rigore filologico e diplomatico a un territorio che, tra il XII e il XIV secolo, visse una tormentata parabola di fondazione, distruzione e rinascita, ponendosi come un baricentro economico, logistico e giuridico all’interno del distretto vulcanico del Vulture-Melfese. La nascita del Casale di Santa Maria de Rivo Nigro non fu l’esito di un processo insediativo spontaneo o di un’aggregazione casuale di coloni, bensì il risultato di una precisa convergenza geopolitica e istituzionale. Il territorio rionerese delle origini si configurava come uno spazio cerniera conteso tra colossi feudali ed ecclesiastici. Da un lato vi era l’influenza politico-militare dei baroni normanni stanziati nella capitale di Melfi, dall’altro la spinta agraria ed economica dell’Abbazia della Santissima Trinità di Venosa, e infine la penetrazione spirituale e silvo-pastorale dei monaci benedettini e italo-greci di Monticchio. In questo scenario di continue frizioni giurisdizionali, la cattedra episcopale della Diocesi di Rapolla scelse di imprimere il proprio sigillo amministrativo sulle sponde del ruscello vulcanico, trovando nella risorsa idrica perenne e nelle colline tufacee lo spazio ideale per l’edificazione di una chiesa ricettrice e di un casale franco. La sanzione formale di questo disegno si realizzò il 9 giugno 1152 con il privilegio di Papa Eugenio III. Da quel momento, il dato geografico del Rivo Negro — il ruscello che scorreva scuro sulla pozzolana e sui sedimenti lavici del monte — si unì al dato sacrale dell’altare di Santa Maria, mutandosi nel nome proprio di una nuova realtà istituzionale. Lo statuto del casale medievale normanno non prevedeva la presenza di una cerchia muraria fortificata; la difesa degli abitanti e la stabilità dei loro investimenti agrari non poggiavano sulla pietra delle torri, ma sulla forza legale della pergamena pontificia. I coloni, contadini e pastori che vi risiedevano, pur essendo sottoposti al pagamento dei censi e delle decime alla mensa del Vescovo, godevano di una condizione di totale esenzione dai gravami personali e militari imposti dai signori laici circostanti, potendo così sviluppare una precoce struttura protocomunale che le fonti trecentesche avrebbero codificato come Universitas Rivinigri. Questa stabilità, tuttavia, dovette misurarsi con i drastici mutamenti dinastici che investirono il Regno di Sicilia. Se l’epoca sveva integrò l’economia del casale all’interno della macchina logistica di Federico II, precettandone i legnaioli per la manutenzione delle infrastrutture demaniali dell’Ofanto, l’avvento della casa d’Angiò inaugurò una stagione di profonda crisi strutturale. La trasformazione del Melfese in un sanguinoso teatro di scontri bellici tra le fazioni regie e le resistenze filosveve espose l’abitato aperto di Rionero a sistematici saccheggi e requisizioni coatte. La pressione fiscale monetaria applicata attraverso le cedole del focatico della Regia Camera della Sommaria ruppe definitivamente i fragili equilibri dell’economia contadina. Il culmine della crisi si registrò nel 1316, quando il bando urbanistico del Duca Giovanni d’Angiò offrì franchigie straordinarie a chiunque si fosse trasferito all’interno delle mura protette della neonata Atella, determinando lo svuotamento totale dei fuochi fiscali rioneresi e riducendo il vecchio casale a un borgo fantasma. La seconda nascita della comunità, avvenuta nel 1332 grazie al diploma di Re Roberto il Saggio, rappresenta uno dei casi più documentati di ingegneria urbanistica tardomedievale del Mezzogiorno. La supplica del Vescovo Bernardo di Palma alla Corona di Napoli nacque dall’urgenza economica di ricomporre il patrimonio diocesano e frenare le occupazioni abusive perpetrate dalle comunità vicine. Il decreto regio non si limitò a permettere il ripopolamento, ma ordinò una radicale ridefinizione della pianta urbana: l’abbandono definitivo del vecchio insediamento rurale vallivo in favore della sommità del colle della Costa, protetto e strutturato attorno alla nuova parrocchia di Sant’Antonio Abate. È proprio in questa seconda fase trecentesca che Rionero convertì la propria archeologia di sussistenza in una straordinaria risorsa mercantile. I coloni non scavarono più il banco di pozzolana e lapilli neri solo per cercare rifugio o stoccare le magre derrate familiari; la friabilità e le proprietà termiche del tufo vulcanico vennero ingegnerizzate per l’edificazione del complesso sistema ipogeo del Piano delle Cantine. Le gallerie sotterranee, capaci di garantire una temperatura costante, divennero magazzini industriali ideali per la conservazione e la maturazione del vino, proteggendo i mosti carichi di minerali dalle alterazioni chimiche. Collegato direttamente alle grandi arterie demaniali, alla via Appia e alle rotte dei vetturini della valle dell’Ofanto, il Piano delle Cantine smise di essere una somma di pertinenze agricole private per farsi polo logistico di interscambio merci, proiettando l’economia della ricostituita Universitas sui mercati regionali del Regno. Questo saggio si propone di esplorare l’evoluzione di Rionero attraverso l’esame incrociato e la comparazione sistematica dei documenti custoditi negli archivi di Napoli, Potenza e Melfi. Ogni pergamena esaminata, dall’inchiesta regia del 1279 fino alle trascrizioni notarili trecentesche, restituisce la voce e la carne di una comunità complessa, in cui la democrazia municipale delle origini traeva linfa dall’onomastica popolare dei suoi testimoni e la forza materiale dalla pietra del vulcano. Né la ridefinizione istituzionale della valle di Rionero non può prescindere dal nesso originario con il colosso demaniale ed ecclesiastico dell’Abbazia della SS. Trinità di Venosa e con il sistema difensivo del Giustizierato del Monte Piloso. L’esame delle fonti diplomatiche medievali dimostra che il territorio compreso tra Rionero, Barile e Forenza costituiva un’enclave geopolitica strategica, dove le risorse idriche del Rivo Negro e le arene nigre vulcaniche erano funzionali al sostentamento delle grance e delle vie di comunicazione controllate dai grandi ordini cavallereschi. Nei registri descrittivi e nelle carte di Cava e di Venosa (1114-1144), l’area rionerese emerge come un corridoio logistico indispensabile per il transito delle merci verso il porto di Barletta. La SS. Trinità di Venosa, il cui archivio confluì nel 1297 nel patrimonio dei Cavalieri Gerosolimitani dell’Ordine di Malta, possedeva estesi diritti feudali che lambivano il casale di Rapolla. I pastori e i vetturini dipendenti dalla grande Domus con turri di San Nicola di Forenza e dalla Domus Murata utilizzavano le sorgenti di Rionero per l’abbeveraggio e il lavaggio della lana prima che i carichi prendessero la via per la Toscana, destinati ai mercati di Prato e Pistoia. La gestione economica di questa tratta era difesa mediante formule di scomunica e maledizioni spirituali, registrate nei verbali di Fra’ Leonardo di Napoli nel 1297. I conflitti giurisdizionali erano all’ordine del giorno: i nuovi padroni del monastero verginiano e i precettori di Malta si scontrarono ripetutamente con il Vescovo di Rapolla per il controllo delle terre di Santa Maria de Arenigro e per l’esazione dei diritti di fida. Ciò dimostra che Rionero, pur essendo feudo episcopale dal 1152, era strettamente interconnessa alle economie di scala della badia venosina. Sotto il profilo del diritto pubblico e militare, la stabilità del comprensorio vulcanico fu determinata dalle campagne di sottomissione condotte da Re Ruggero II contro i baroni ribelli della terra dei Guiscardelli e dei Tancredini. Le vicende belliche del 1133, ampiamente descritte da Falcone Beneventano e da Alessandro di Telese nella sua Ystoria, culminarono nella resa di Venosa e nella brutale distruzione del vicino Mons Pilosus. La corretta esegesi filologica delle pergamene del Codex S. Sophiae e del Catalogo dei Baroni (1092) permette di ricollocare la reale ubicazione geografica di questo giustizierato: il Monte Piloso del XII secolo non deve essere confuso con il sito di Irsina, bensì identificato come l’altura fortificata della Valle di Barulo (Barile), vero e proprio suffeudo della grancia di San Nicola di Forenza. La repressione normanna contro il nipote Guglielmo, fu Emma, e il ribelle Maccabeo di Monte Piloso trasformò l’intera regione di Regia Forentia in un demanio regio presidiato, ponendo le basi per la successiva organizzazione del giustizierato affidato al Conte di Lecce Tancredi. La documentazione successiva, emersa nei registri d’Istruments dell’Archivio di Stato di Potenza e nei documenti d’archivio conservati a Firenze e a La Chaise-Dieu in Francia, attesta la lunga persistenza di questi confini storici. Nei secoli dell’età moderna, l’area di Rionero mantenne i segni di questa antica suddivisione confinaria tra la diocesi rapollese e i beni cavallereschi di Venosa. Le relazioni in lingua fiorentina redatte per le monache della badia di Firenze, che ereditarono una quota delle terre di Barile e delle Noci, descrivono minutamente le “pietre pontificie”, ovvero i cippi miliari recanti le insegne papali e melitensi che delimitavano le vigne sul tufo. Questi stessi capisaldi geodetici, emersi formalmente nel Catasto del 1745 e nella perizia del tavolario regio Honofrio Tanga, dimostrano come la struttura agraria moderna di Rionero sia stata modellata, linea per linea, sulle antiche pergamene della Trinità di Venosa e sui confini di quel giustizierato del Monte Piloso che aveva visto il ferro e il fuoco delle armate di Ruggero II. Svelare un pezzo di storia di Rivonigro significa, in ultima analisi, restituire dignità scientifica a un destino urbano che ha saputo fare del proprio isolamento una frontiera commerciale e della propria acqua nera la sorgente della sua persistenza millenaria. L’Editore

Citazione da una recensione

introduzione metodologica la parabola del locus Rivusniger La ricostruzione storiografica del Mezzogiorno medievale si scontra frequentemente con il silenzio delle fonti o con la parzialità di archivi frammentati dalle catastrofi sismiche e belliche. Nel caso di Rionero in Vulture, tuttavia, l’indagine scientifica permette di ricomporre un quadro documentario di straordinaria coerenza, capace di rovesciare le tesi tradizionali che volevano la nascita della comunità legata a un tardivo ripopolamento di età moderna. Ricominciare dalle pergamene significa applicare il metodo del rigore filologico e diplomatico a un territorio che, tra il XII e il XIV secolo, visse una tormentata parabola di fondazione, distruzione e rinascita, ponendosi come un baricentro economico, logistico e giuridico all’interno del distretto vulcanico del Vulture-Melfese. La nascita del Casale di Santa Maria de Rivo Nigro non fu l’esito di un processo insediativo spontaneo o di un’aggregazione casuale di coloni, bensì il risultato di una precisa convergenza geopolitica e istituzionale. Il territorio rionerese delle origini si configurava come uno spazio cerniera conteso tra colossi feudali ed ecclesiastici. Da un lato vi era l’influenza politico-militare dei baroni normanni stanziati nella capitale di Melfi, dall’altro la spinta agraria ed economica dell’Abbazia della Santissima Trinità di Venosa, e infine la penetrazione spirituale e silvo-pastorale dei monaci benedettini e italo-greci di Monticchio. In questo scenario di continue frizioni giurisdizionali, la cattedra episcopale della Diocesi di Rapolla scelse di imprimere il proprio sigillo amministrativo sulle sponde del ruscello vulcanico, trovando nella risorsa idrica perenne e nelle colline tufacee lo spazio ideale per l’edificazione di una chiesa ricettrice e di un casale franco. La sanzione formale di questo disegno si realizzò il 9 giugno 1152 con il privilegio di Papa Eugenio III. Da quel momento, il dato geografico del Rivo Negro — il ruscello che scorreva scuro sulla pozzolana e sui sedimenti lavici del monte — si unì al dato sacrale dell’altare di Santa Maria, mutandosi nel nome proprio di una nuova realtà istituzionale. Lo statuto del casale medievale normanno non prevedeva la presenza di una cerchia muraria fortificata; la difesa degli abitanti e la stabilità dei loro investimenti agrari non poggiavano sulla pietra delle torri, ma sulla forza legale della pergamena pontificia. I coloni, contadini e pastori che vi risiedevano, pur essendo sottoposti al pagamento dei censi e delle decime alla mensa del Vescovo, godevano di una condizione di totale esenzione dai gravami personali e militari imposti dai signori laici circostanti, potendo così sviluppare una precoce struttura protocomunale che le fonti trecentesche avrebbero codificato come Universitas Rivinigri. Questa stabilità, tuttavia, dovette misurarsi con i drastici mutamenti dinastici che investirono il Regno di Sicilia. Se l’epoca sveva integrò l’economia del casale all’interno della macchina logistica di Federico II, precettandone i legnaioli per la manutenzione delle infrastrutture demaniali dell’Ofanto, l’avvento della casa d’Angiò inaugurò una stagione di profonda crisi strutturale. La trasformazione del Melfese in un sanguinoso teatro di scontri bellici tra le fazioni regie e le resistenze filosveve espose l’abitato aperto di Rionero a sistematici saccheggi e requisizioni coatte. La pressione fiscale monetaria applicata attraverso le cedole del focatico della Regia Camera della Sommaria ruppe definitivamente i fragili equilibri dell’economia contadina. Il culmine della crisi si registrò nel 1316, quando il bando urbanistico del Duca Giovanni d’Angiò offrì franchigie straordinarie a chiunque si fosse trasferito all’interno delle mura protette della neonata Atella, determinando lo svuotamento totale dei fuochi fiscali rioneresi e riducendo il vecchio casale a un borgo fantasma. La seconda nascita della comunità, avvenuta nel 1332 grazie al diploma di Re Roberto il Saggio, rappresenta uno dei casi più documentati di ingegneria urbanistica tardomedievale del Mezzogiorno. La supplica del Vescovo Bernardo di Palma alla Corona di Napoli nacque dall’urgenza economica di ricomporre il patrimonio diocesano e frenare le occupazioni abusive perpetrate dalle comunità vicine. Il decreto regio non si limitò a permettere il ripopolamento, ma ordinò una radicale ridefinizione della pianta urbana: l’abbandono definitivo del vecchio insediamento rurale vallivo in favore della sommità del colle della Costa, protetto e strutturato attorno alla nuova parrocchia di Sant’Antonio Abate. È proprio in questa seconda fase trecentesca che Rionero convertì la propria archeologia di sussistenza in una straordinaria risorsa mercantile. I coloni non scavarono più il banco di pozzolana e lapilli neri solo per cercare rifugio o stoccare le magre derrate familiari; la friabilità e le proprietà termiche del tufo vulcanico vennero ingegnerizzate per l’edificazione del complesso sistema ipogeo del Piano delle Cantine. Le gallerie sotterranee, capaci di garantire una temperatura costante, divennero magazzini industriali ideali per la conservazione e la maturazione del vino, proteggendo i mosti carichi di minerali dalle alterazioni chimiche. Collegato direttamente alle grandi arterie demaniali, alla via Appia e alle rotte dei vetturini della valle dell’Ofanto, il Piano delle Cantine smise di essere una somma di pertinenze agricole private per farsi polo logistico di interscambio merci, proiettando l’economia della ricostituita Universitas sui mercati regionali del Regno. Questo saggio si propone di esplorare l’evoluzione di Rionero attraverso l’esame incrociato e la comparazione sistematica dei documenti custoditi negli archivi di Napoli, Potenza e Melfi. Ogni pergamena esaminata, dall’inchiesta regia del 1279 fino alle trascrizioni notarili trecentesche, restituisce la voce e la carne di una comunità complessa, in cui la democrazia municipale delle origini traeva linfa dall’onomastica popolare dei suoi testimoni e la forza materiale dalla pietra del vulcano. Né la ridefinizione istituzionale della valle di Rionero non può prescindere dal nesso originario con il colosso demaniale ed ecclesiastico dell’Abbazia della SS. Trinità di Venosa e con il sistema difensivo del Giustizierato del Monte Piloso. L’esame delle fonti diplomatiche medievali dimostra che il territorio compreso tra Rionero, Barile e Forenza costituiva un’enclave geopolitica strategica, dove le risorse idriche del Rivo Negro e le arene nigre vulcaniche erano funzionali al sostentamento delle grance e delle vie di comunicazione controllate dai grandi ordini cavallereschi. Nei registri descrittivi e nelle carte di Cava e di Venosa (1114-1144), l’area rionerese emerge come un corridoio logistico indispensabile per il transito delle merci verso il porto di Barletta. La SS. Trinità di Venosa, il cui archivio confluì nel 1297 nel patrimonio dei Cavalieri Gerosolimitani dell’Ordine di Malta, possedeva estesi diritti feudali che lambivano il casale di Rapolla. I pastori e i vetturini dipendenti dalla grande Domus con turri di San Nicola di Forenza e dalla Domus Murata utilizzavano le sorgenti di Rionero per l’abbeveraggio e il lavaggio della lana prima che i carichi prendessero la via per la Toscana, destinati ai mercati di Prato e Pistoia. La gestione economica di questa tratta era difesa mediante formule di scomunica e maledizioni spirituali, registrate nei verbali di Fra’ Leonardo di Napoli nel 1297. I conflitti giurisdizionali erano all’ordine del giorno: i nuovi padroni del monastero verginiano e i precettori di Malta si scontrarono ripetutamente con il Vescovo di Rapolla per il controllo delle terre di Santa Maria de Arenigro e per l’esazione dei diritti di fida. Ciò dimostra che Rionero, pur essendo feudo episcopale dal 1152, era strettamente interconnessa alle economie di scala della badia venosina. Sotto il profilo del diritto pubblico e militare, la stabilità del comprensorio vulcanico fu determinata dalle campagne di sottomissione condotte da Re Ruggero II contro i baroni ribelli della terra dei Guiscardelli e dei Tancredini. Le vicende belliche del 1133, ampiamente descritte da Falcone Beneventano e da Alessandro di Telese nella sua Ystoria, culminarono nella resa di Venosa e nella brutale distruzione del vicino Mons Pilosus. La corretta esegesi filologica delle pergamene del Codex S. Sophiae e del Catalogo dei Baroni (1092) permette di ricollocare la reale ubicazione geografica di questo giustizierato: il Monte Piloso del XII secolo non deve essere confuso con il sito di Irsina, bensì identificato come l’altura fortificata della Valle di Barulo (Barile), vero e proprio suffeudo della grancia di San Nicola di Forenza. La repressione normanna contro il nipote Guglielmo, fu Emma, e il ribelle Maccabeo di Monte Piloso trasformò l’intera regione di Regia Forentia in un demanio regio presidiato, ponendo le basi per la successiva organizzazione del giustizierato affidato al Conte di Lecce Tancredi. La documentazione successiva, emersa nei registri d’Istruments dell’Archivio di Stato di Potenza e nei documenti d’archivio conservati a Firenze e a La Chaise-Dieu in Francia, attesta la lunga persistenza di questi confini storici. Nei secoli dell’età moderna, l’area di Rionero mantenne i segni di questa antica suddivisione confinaria tra la diocesi rapollese e i beni cavallereschi di Venosa. Le relazioni in lingua fiorentina redatte per le monache della badia di Firenze, che ereditarono una quota delle terre di Barile e delle Noci, descrivono minutamente le “pietre pontificie”, ovvero i cippi miliari recanti le insegne papali e melitensi che delimitavano le vigne sul tufo. Questi stessi capisaldi geodetici, emersi formalmente nel Catasto del 1745 e nella perizia del tavolario regio Honofrio Tanga, dimostrano come la struttura agraria moderna di Rionero sia stata modellata, linea per linea, sulle antiche pergamene della Trinità di Venosa e sui confini di quel giustizierato del Monte Piloso che aveva visto il ferro e il fuoco delle armate di Ruggero II. Svelare un pezzo di storia di Rivonigro significa, in ultima analisi, restituire dignità scientifica a un destino urbano che ha saputo fare del proprio isolamento una frontiera commerciale e della propria acqua nera la sorgente della sua persistenza millenaria. L’Editore

Endorsement

quell’antico fiume nero. Sabato Cuttrera Storico

Dettagli

EAN

9788872970416

ISBN

8872970415

Pagine

112

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