Re Brigante. Il «beato» Francesco II Borbone

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Caduta di Avellino, eccidio di Ariano, presa di Benevento

Sono gli ultimi giorni del nostro Re. I castelli di Napoli, che alla partenza di Franceschiello per Gaeta erano stati affidati al Generale Cataldo, nominato Comandante di Piazza dall’intrigante Don Liborio, si erano arresi uno dopo l’altro senza alcun atto di difesa. Un solo Reggimento di linea, quello agli ordini del Colonnello Girolamo de Liguoro, senza essere molestato o contrastato, riuscì a raggiungere il Sovrano e l’Esercito che si raccoglieva a Capua.
Francesco II, soprannominato Il Chiarchiero per le sue malefatte reazionarie, sebbene troppo tardi, era riscattò, nel corso dell’assedio di Gaeta, le debolezze dimostrate durante il Governo di Filangieri e con l’inviato di Cavour che gli aveva proposto l’alleanza per muovere guerra all’Austria.
Dopo la onorevole resistenza durata tre mesi, nel febbraio del 1861, l’ex Re fu costretto a rifugiarsi a Roma, immaginando di poter tornare presto a riprendersi il Regno.
— Se Dio me lo ha tolto deve restituirmelo!
Stavolta si affidò ad un altro Zio, il Conte di Trapani, ministro della Guerra, fondatore e capo di una associazione religiosa che nascondeva la “centrale” dei militari reazionari ( il cui segretario era il Generale Tommaso Clary) che “amministravano fondi, provvedevano all’acquisto di armi, munizioni ed uniformi, elaboravano piani e mantenevano i collegamenti con le decine e decine di comitati clandestini sparsi un po’ ovunque. Nelle zone di confine dello Stato Pontificio, in tutte le province dell’ex Regno, in Francia, in Spagna, a Malta, Corfù e Trieste”. Da qui, preso da una rigenerata e rinvigorita forza, sostenuto anche dal Papa (amareggiato per la perdita di Benevento), Francesco II richiamò gli ufficiali più crudeli del disciolto Esercito Napoletano per dare vita al brigantaggio, alimentato dalla chiamata alla leva del Regno d’Italia.33

Così, mentre i governi provinciali ridisegnavano la geografia, sebbene su false argomentazioni storiche, quello nazionale di Torino pensò immediatamente a reclutare nuove leve per combattere gli stessi comprovinciali dissociatisi e datisi alla macchia. Ignari di ciò, fieri di appartenere all’Esercito Italiano, al grido di Viva il Re d’Italia! Viva Garibaldi!, i comuni di Montesarchio e Moiano furono i primi ad applicare la leva obbligatoria e a condurre le proprie reclute nel capoluogo beneventano con tanto di banda musicale al seguito e con la bandiera tricolore.
Una imposizione, quella dell’obbligo militare, che vedrà scappare sui monti migliaia di renitenti, pronti a combattere contro i commilitoni che invece si erano arruolati. In realtà la leva fu una delle cause del brigantaggio postunitario. Nella stessa Moiano, l’anno successivo, non mancarono tumulti perchè i “galantuomini fecero escludere i propri congiunti dal bussolo, facendovi invece comprendere altri infelici cui non spettava” fare il militare.34
Quando vennero eletti i consiglieri provinciali del Mandamento di Airola, Pietro Montella, Giuseppe Verli e Marco Bifani (proprietario e Capitano della Guardia di Paolisi), i malcontenti erano appena cominciati.
Il 12 agosto 1861 la casa del Capitano Bifani venne attaccata dalla banda del brigante Domenico Ferrara, bracciante ventunenne di Valle di Avellino. Furono feriti “con arma da fuoco carica a palla la moglie di Bifani Clelia Iacobucci e il figlio Ulisse con l’intenzione di ucciderli”.24
L’8 luglio il Governatore di Benevento Carlo Torre scriveva a Silvio Spaventa, divenuto segretario generale dell’Interno e della Polizia, dicendo di aver mandato in Airola, contro i briganti, una compagnia di soldati al comando del Generale Pinelli. Il 22 ottobre il sindaco di quel paese ricordava che la popolazione aveva festeggiato con entusiasmo l’anniversario del Plebiscito. Ugualmente, il nuovo Governatore di Benevento Gallarini, informava Spaventa che tale ricorrenza era stata salutata con entusiasmo in molti paesi della Provincia, anche in quelli dove la reazione “era stata più attiva” (Airola, Apice, Buonalbergo, Casalduni, Castelvenere, Guardia Sanframondi, Montefalcone, Pago, Pietrelcina, Pontelandolfo, Reino e San Giorgio la Montagna).36

Da parte dei Piemontesi, con Francesco De Sanctis ministro della Pubblica Istruzione del Governo torinese e con l’invio a Napoli di Quintino Sella per “attuare l’unificazione” di desanctiana memoria, al fine di uscire dal Governo provvisorio dell’ex Regno, si consumò l’ultima pagina scritta dal Conte di Cavour. A nulla serviranno l’impegno e gli sforzi di Paolo Emilio Imbriani e di Luigi Settembrini, che erano stati nominati dal Dittatore rispettivamente Intendente e Viceintendente della Provincia di Principato Ultra, per rinviare il più tempo possibile l’unione al Piemonte.
La loro idea era quella di un federalismo ante litteram perchè, sostenne Imbriani, il Regno delle Due Sicilie “poteva solo annettere, non poteva essere annesso”: la superiore civiltà, la superiore cultura, la superiore prosperità avrebbero ricevuto un contraccolpo tutto negativo.
Per questo gli inviati di Cavour avevano soppresso i 14 istituti medi superiori maschili e femminili, i 2 educandati femminili, i 32 conservatori, l’Istituto di Belle Arti, alcune facoltà universitarie e perfino la Reale Accademia di Scienze e Archeologia. Il funzionario piemontese Villardi, mandato nella ex Capitale per smantellare l’apparato scolastico borbonico, scrisse che “pareva si volesse levar tutto a Napoli”. Una città di 500.000 abitanti rimasta con un solo liceo di 60 alunni, “e questo con un ministro intelligente e pieno di volontà” come De Sanctis.
Delle leggi borboniche che prevedevano spese minime per il ricorso alla giustizia o per l’iscrizione all’università, venne conservata solo quella istitutiva degli Archivi di Stato passata di diritto nella legislazione del Regno d’Italia. L’unica conquista concreta fu il moltiplicarsi dei periodici locali.37

Il 1870 era ormai alle spalle. La storia volle che fossero i Francesi a dare ospitalità ad un Borbone.
Se Salmour, da cinico emissario piemontese riteneva la consanguineità un insignificante particolare nei superiori affari di stato, Franceschiello non poteva che scandalizzarsi sapendo che Elisabetta, l’angusta consorte di Francesco Giuseppe, era l’amata sorella della sua Maria Sofia.
La Regina di Napoli coverà una infausta sete di vendetta, ricevendo a pranzo Enrico Malatesta e forse persino Gaetano Bresci. Il Petacco scrive di una misteriosa lettera in cui “si parlava dei contatti con i socialisti”.
Rapporti delicati che “provocavano problemi e diffidenze nell’ambiente anarchico”. Maria Sofia sarà spietata. La sua ferita, apertasi quando gli zii e la matrigna del Re spinsero Filangieri a promulgare la Costituzione, non si rimarginerà mai. Una volta rimasta vedova, organizzerà, a danno dei Savoia, intrighi e complotti dalla villa di Marsiglia, dove potrà mantenere un decoroso tenore di vita grazie alla generosità dei banchieri Rothschild.38

Ai Savoia, Maria Sofia, non perdonerà di aver aggredito militarmente uno stretto congiunto e di essersi appropriati dei fondi trovati nelle banche napoletane, compresa la sua dote, che non solo era tutelata dal diritto internazionale ma che, come istituto giuridico, era intoccabile dai tempi dei Longobardi.
Del resto sarà lei, la Regina del Sud, ad avere il coraggio di denunziare la congiura ordita dalla matrigna di Francesco II, Maria Teresa Isabella d’Austria, la quale, viventi quasi tutti i suoi dodici figli, arrivò a corrompere le forze militari del Regno per destituire il figliastro da Re e mettere sul trono il cognato Principe Luigi.
Un brutto sogno che Re Bomba non avrebbe giammai voluto vedere realizzato per i suoi stati. Nè il popolo aveva amato altri principi, se non Franceschiello, l’unico erede che riconoscerà per sempre, anche perchè fu l’ultimo sovrano delle Due Sicilie.
In verità, Zio Luigi e Maria Teresa, superando perfino il Conte di Cavour, corruppero soprattutto gli Inglesi, da Lord Palmerston a George Rodney Mundy, in cambio di chissà cosa. Un qualcosa che neppure Garibaldi conosceva, limitandosi solo ad un ingenuo ricordo: “senza l’aiuto di Palmerston, Napoli sarebbe ancora borbonica, e senza l’Ammiraglio Mundy non avrei giammai potuto passare lo stretto di Messina”.39

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MALEDETTO QUEL ’60

Con la proclamazione del Regno d’Italia, il Meridione, conquistato da Garibaldi per conto di Vittorio Emanuele, fu riunito sotto la bandiera sabauda. Come ebbe modo di accorgersi lo stesso Generale, la libertà, di cui si sentiva ambasciatore, era però solo formale. Insopportabili tasse e continui focolai di rivolta non accennavano ad attenuarsi dopo la nascita, a Portici, di un Comitato reazionario centrale da cui erano partiti ufficiali graduati per mettersi alla guida dei gruppi di sbandati. Si nascondevano sui monti con l’idea di fomentare e proteggere quei comuni decisi a riconoscere nuovamente Franceschiello. Nè la promessa delle riforme sociali venne mantenuta e la risposta del popolo fu nell’appoggiare gli ex militari borbonici che cominciarono a sobillare le popolazioni.1
Il primo episodio di una certa consistenza si ebbe nel Principato Ultra, dove i colpi di cannone, sparati a Napoli il 7 settembre 1860 per festeggiare Garibaldi, si erano uditi fino alle remote contrade del Terminio. I giovani liberali più tenaci di Volturara dormivano con le finestre aperte, cercando di rivivere ogni sera l’eco degli scoppi provenuti dal Golfo, ma non quelli della Battaglia del Volturno del 1 ottobre, di gran lunga distante dalle loro idee e offuscata dalla capitolazione di Gaeta del 13 febbraio 1861.2
Prima di allora si ricorda solo un fatto passionale che sconvolse Roccabascerana e che terminò con un pentimento esemplare, quello di una brigantessa scappata per amore, rassegnato nelle mani del Generale quando era ancora a Napoli.
In realtà, chi ne seppe di più sul tentativo di far scoppiare in rivolta la provincia calda più vicina a Napoli, cioè il Principato Ultra, fu sicuramente l’ex intendente di Avellino capoluogo, Pasquale Mirabelli Centurione, scappato a Marsiglia. Fu lui a tirare le fila delle rivolte, con un primo tentativo nel Baianese, poi a Montemiletto, indi a Montefusco, per una strana parentela con l’ex Mazziniano della Giovane Italia, Don Leopondo Zampetti, divenuto il finanziatore della missione che ebbe per fine il rivolgimento di tutta la Montagna di Montefusco, ex sede della precedente amministrazione provinciale della Giustizia, dove avevano sede òe terribili carceri dei moti liberali del 1848.
Ne era convinto un tale di nome Francesco de Figlio di Ginestra la Montagna, oggi frazione di San Giorgio del Sannio. A suo dire il malcontento cominciò a serpeggiare fin da subito, cioè ad ottobre 1860, sebbene la reazione cominciò a concretizzarsi in provincia nelle prime settimane del 1861, dopo che a Natale anche i signorotti liberali capirono la gravità della situzione e il rischio della perdita dei propri privilegi.

Un caso isolato di brigantaggio era stato riscontrato nei giorni in cui Garibaldi sfilava per Napoli, a settembre del 1860. La vicenda, di passione e di sangue, sconvolse la Valle Caudina già a luglio, quando il Notaio Gennaro Principe di Roccabascerana ospitò, seppure malvolentieri, un suo lontano parente, Costanzo Majo. Accadde che l’inquieta ed avvenente moglie, Donna Matilde Rossi, si invaghì del bandito e lo spinse a trucidare il consorte, seguendo l’amante sui monti. Acquisita poi la consapevolezza dell’errore commesso, saputo dell’arrivo di Garibaldi a Napoli, Donna Matilde decise di chiudere la sua avventura anche con Costanzo. Così, una sera, fra una carezza e l’altra, fattolo ubriacare, ne approfittò quando lo vide crollare in un sonno profondo. Poi, con una freddezza da criminale, prese la pistola e gli sparò. Non contenta gli staccò la testa con un’ascia e la portò seco in un sacco. Con quello strano bottino a tracolla Donna Matilde discese il Partenio e si presentò alle autorità di Avellino. Arrestata per essere stata complice nell’assassinio del marito e omicida dell’amante fu tradotta nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Da qui l’idea di far partire dalla cella un messaggio diretto al Generale Garibaldi consegnato nelle mani del suo avvocato. Nel breve memoriale giurava di essere stata costretta con le minacce a seguire il malandrino e che, appena possibile, aveva vendicato l’onore e, ammazzando il brigante filoborbonico, dimostrato l’amore “comune” per la Patria. Letta la supplica, il Generale, non solo la tirò fuori, ma la fece ringraziare in piazza in nome “della moralità pubblica”, ricevendola nel suo vagone personale fermo alla stazione di Caserta dove la donna, una volta liberata, si portò per lodarlo infinitamente.3
Fu, Donna Matilde, la prima brigantessa mancata.

Il malcontento serpeggiò fin dai primi giorni dell’Unità d’Italia fra i signorotti dei paesi che presero a fomentare i contadini, rimasti senza terra. I liberali, che del nuovo avevano solo l’etichetta politica, vennero accusati di aver usurpato i fondi demaniali in cui si erano sempre esercitati gli usi civici. Aveva inizio una vera guerra civile che annovererà episodi di ferocia e inaudita violenza.
Di ciò s’era reso conto anche Vittorio Emanuele nel corso del suo soggiorno a Napoli: il popolo rimpiangeva Franceschiello che continuava a caldeggiarlo foraggiando le rivolte brigantesche per rendere instabile il nuovo Regno.4
Sullo sfondo v’era una complessa società caratterizzata da arretratezza e povertà che nella motivazione dinastica trovò solo la scintilla placatasi con la Repubblica Partenopea del 1799, e coi successivi moti del 1820 e del 1848, in quanto l’insurrezione si dirigeva “contro antiche e nuove tradizioni di malgoverno, contro vecchie e nuove oppressioni fiscali”.5
Il Governo, per reprimere il disordinato movimento reazionario, prese provvedimenti eccezionali che andavano ben oltre la dichiarazione di stato militare nel Sud. La società meridionale si trovò divisa in ceti contrapposti: aristocrazia, popolo e clero contro borghesi e professionisti. Dal canto loro, gli sbandati militari borbonici, finiti in miseria dopo i primi proventi disposti dall’ex Re e impossibilitati a rifornirsi di armi e viveri, si abbandoneranno a uccisioni, stupri e rapine. “Con l’emergere delle sue caratteristiche tradizionali, il brigantaggio mostrò il volto secolare di ribellione anarchica contro il potere, contro la società, contro la proprietà, contro tutti, senza aggancio con le lotte dei contadini per il possesso della terra, senza la visione di un mondo da sostituire a quello che si tentava di distruggere”.6

La reazione degli ex militari borbonici per sobillare i paesi della Montagna era pronta, almeno per gli sbandati assoldati da Don Lepoldo Zampetti, possidente e proprietario di Montefusco. Questi era un uomo in vista, già conosciuto in tutto il circondario, sebbene diverrà famoso per aver mosso le file di una cospirazione che avverrà a Pietradefusi nel febbraio del 1861. Si spacciava per liberale, avendo donato il suo cavallo bardato alla colonna di passaggio per Montefusco diretta ad Ariano (il 5 dicembre 1860), ma dopo la capitolazione di Gaeta aveva ufficialmente aderito al conquistatore piemontese. Nonostante ciò restò scottato per essere stato tenuto fuori dalla Cosa pubblica montefuscana e da qualsiasi altra mansione di potere l’ennesima volta, dopo la delusione del 1848, quando, pur ricoprendo l’incarico di capurbano, fu escluso pure dalla cricca favorevole alla dittatura di Garibaldi.7
Nel 1848, infatti, “per quanto dicesi, faceva parte della Società nominata Giovane Italia, ma poscia inchinava al partito borbonico; di tal che contraeva spiritual parentela coll’ex Intendente di questa provincia S.Mirabella, il quale per rimunerarlo dei servigi che gli rendeva, qual’agente segreto, il facea nominare consigliore provinciale, caporale delle Guardie d’onore, conciliatore, decurione, Capo Urbano”. Nel 1860, decaduta la dinastia borbonica, Zampetti aveva pensato di “far arruolamento di persone per abbattere la legittima autorità nazionale e rimettere sul soglio Francesco 2°. Fermo nel suo divisamento, ponevasi d’accordo per conseguirlo, con tal Giuseppe Nicola Martucci, il quale cominciava le sue prattiche con altri che teneva al suo partito, cioè Vincenzo Simeone, Antonio Imbimbo, Gaetano Addimandi, i quali, in nome del Zampetti, andavano affiliando persone colla promessa giornaliera di grana 60 ed altro, le quali dovevansi trovar pronte per essere capitanate dal Generale Bosco, per insorgere in favore del cessato governo, ed incontrare il Borbone, che doveva da Manfredonia recarsi in Napoli per riprendere le redini del governo”. Trasferì quindi il livore contro il regime sabaudo, che aveva favorito i suoi ex amici liberali e garibaldini, perché, a quanto pare, ebbe sempre lo scopo primario degli interessi personali. A lui, su istigazione di Don Remigio Fucci, si aggregarono presto Francesco de Figlio, Aquilante Fonzo e il Malommo di Sannazaro allo scopo di far cassa e di far rincontrare tutti gli ex soldati borbonici della zona nel bosco di Prata. Le persone coinvolte in un primo momento per i fatti accaduti intorno alla figura di Zampetti e poi accusate di cospirazione avente per oggetto di distruggere e cangiare la forma del governo e di eccitare li regnicoli ad armarsi contro i poteri dello stato furono nove. Cioé Don Leopoldo Zampetti di Don Pietro di Montefusco; Giuseppe Nicola Martucci fu Filippo di Montefusco; Vincenzo Simeone fu Giovanni di Atripalda domiciliato in Pietra de’ Fusi; Antonio Imbimbo di Lucido di Pietra de Fusi; Gaetano Addimanda fu Luigi di Pietra de Fusi; Domenico Orsini di Giuseppe di Montefusco. Accusandosi Martucci anche di detenzione d’arma insidiosa (pugnale). Ma dalla Gran Corte Criminale, il 20 gennaio 1862, saranno dichiarate insufficienti le prove e per manzanza di indizi non fu luogo a procedimento, decadendo l’accusa di cospirazione. In carcere restarono solo Martucci (arrestato per detenzione di pugnale) e presumibilmente Remigio Fucci di Angelo di San Giorgio La Montagna e diversi altri ascritti, fra cui Francesco Serino di San Nazzaro e Francesco de Figlio, dal quale era partita l’inchiesta. Questo “soldato sbandato di Ginestra La Montagna”, il 15 aprile precedente aveva dichiarato alla giustizia che in quel comune doveva aver luogo una reazione allo scopo di creare il disordine “nei posti della Guardia Nazionale di diversi comuni, e portarsi la stragge ed il saccheggio a designate famiglie liberali”. Fu lui a sostenere, in quel 1860, che “a capo di tal cospirazione erasi Don Leopoldo Zampetti di Monte Fusco”. Ma Don Leopoldò aveva sempre degli amici. Ed infatti non fu dello stesso avviso Paolo Emilio de Luca fu Pietro di Montefusco, membro “del civico collegio palatino”, per il quale Zampetti non poteva essere un cospiratore, ma al massimo uno sbadato.
Così de Luca: — Conosco perfettamente i trascorsi liberali di Zampetti. Opinione di liberale che lo offuscava cessò per la sua amicizia con l’ex Intendente Pasquale Mirabelli, la quale amicizia fu ribadita per avere l’ex intendente tenuto al fonte battesimale una figliuola di lui. Per questa attaccanza il Zampetti si salvò dalle persecuzioni della polizia borbonica, e riuscì anche a farsi nominare Capo Urbano, il che fu un bene per paese, perché si comportò lodevolmente, obbedendo alle leggi, senza far male a chicchesia, che anzi ricordo che quando erano in Monte Fusco i detenuti politici, e le famiglie venivano a visitarli tutti temevano di avvicinarsi ad esse, ma Zampetti fu superiore, tanto che un giorno la famiglia di Nisco, trovandosi in mezzo alla via e sotto la piazza, fu dal Zampetti accompagnata, non sapendivivi dove fussero. Era tale la buona opinione che si aveva di lui, che se non fosse stato catturato, sarebbe stato eletto forse a Capitano della Guardia Nazionale. Egli per altro può definirsi una vera novità, ed ha il difetto di non essere stato mai fedele ai suoi obblighi, tanto che se un amico gli prestava qualche cosa, doveva renunziare a riceverla. Ciò mostra che gli mancavano gli elementi indispensabili per essere un cospiratore.
Con il coinvolgimento di Zampetti si cominciò a capire che il vero fomentatore era in realtà l’ex intendente Pasquale Mirabelli Centurione, artefice ed organizzatore delle spie che istigavano il popolo alle reazioni, come si rileva da documenti inediti del carteggio: L’adorato nostro Francesco II è tuttora in Gaeta; la truppa si batte a Capua. Vittorio Emanuele è tuttavia in Abruzzo, e il di lui inoltrare è contrariato. Ove andranno le cose, lo sa solo Iddio! Qui le cose vanno di male in peggio. Da qui il sospetto che dietro Zampetti ci fosse la mano di Mirabelli, mentre anche a Montefredane, nei primi giorni del mese aprile, su ordine di Clemente Landolfi “galantuomo di Altavilla”, Domenico Fauciello e Gaetano Girolamo incontravano Antonio Nigro, risultando di “aver avuto il compito di arruolare persone per la reazione da pagare con 60 grani al giorno” (Landolfi risulterà amico di Fauciello, in quanto viene definito suo compadre).8
Ad ogni modo l’incontro di tutti i soldati sbandati, assoldati o meno da Zampetti, si tenne nel Bosco di Prata, dove chi sperava nell’arrivo di Franceschiello, annunciando chi il suo sbarco a Manfredonia, chi quello del Generale Bosco.

Per l’accusa i fatti erano abbastanza chiari, in quanto, ricevuti gli ex soldati sbandati in casa propria, l’ex mazziniano Zampetti, su richiesta degli stessi, gli diede i 12 carlini, invitandoli ad unirsi agli altri annidati nel bosco di Prata, utilizzato come punto di incontro. Da Prata sarebbe stato facile rincontrarsi “cogli altri soldati sbandati che si trovavano nel bosco di Montemiletto, e nell’altro di Vitulano”. Nel corso della rimpatriata, per promessa fatta successivamente anche da Zampetti, si disse che altro danaro sarebbe arrivato presto da Capua, come da richiesta, e così avrebbero “ottenuto doppio premio”. Nel mentre, proprio da Capua, sarebbe sopraggiunta la truppa guidata dal Generale Bosco che li avrebbe rilevati per ristabilirsi Francesco Secondo in trono.9
Così de Figlio: – Ci portammo perciò nel citato bosco di Prata, ove mi avvidi che circa cento di soldati sbandati erano dispersi per quei dintorni, ed Aquilante Fonzo discorse con cinque di essi a me ignoti, insinuandoli a raccogliersi, mentre egli conosceva gli altri di S.Giorgio la Montagna i quali si sarebbero egualmente prestati.10

Gelsomina De Vito di S.Paolo ricordava fosse settembre quando le si presentarono in casa Senno, Fonzo e tal Felice del loco che le chiesero del pane, essendo soldati borbonici sbandati perlocché andavano fuggiaschi. La donna diede loro del pane e del formaggio ed essi poi tornarono per altri cinque o sei volte dicendo che pernottavano nel bosco di Tufo. Aggiunse un’altra donna che in quei giorni fu raggiunta in casa dal padre e dalla sorella di Fonzo, la quale aveva una bella figliola. Il vecchio, portandomi de’ maccheroni, impegnandomi a divenir commadre di una figlia della citata sorella Fonzo, per le buone azioni da costui usate. E qui compare anche la figura di Don Andrea incontrata dai due compagni di de Figlio, prima di dirigersi verso il Bosco di Torrioni, per andare a divertirsi, dopo aver ricevuto del formaggio, e del denaro da D. Andrea Popoli di Tufo per essere fedeli al Borbone.11
Dice Gelsomina: – In una delle venute vollero un mio piccolo caldaio per cuocersi della pasta manifatturata, e nella sera me lo restituirono, ignorando io ove fossero restati, ma a quanto mi parve si portarono verso Torrioni, ove il suddetto Felice diceva restare la sua innamorata. Essi individui andavano spesso nell’abitato di Tufo e dicevano andarvi per procurarsi da mangiare. Gelsomina, frequentando casa de Marzo, seppe poi dalla moglie di D.Pasquale, Donna Luigia, che delle persone, i cui nomi non spiegò, le avevano cercato denaro e pane, ed essa avea dato cinque piastre, pane, e formaggio.12
Questo Felice è Felice Lardieri di San Giorgio la Montagna, ex militare del 20° Battaglione cacciatori, uno dei principali cospiratori della rivolta di luglio, proprio in quel di Torrioni.
Lo ammetterà espressamente de Figlio: Fonzo espresse che anche Felice Lardieri di qui soldato borbonico restava nel vicino comune di Torrioni dalla sua innamorata, pronto a seguirci.13
Lo scopo era quindi di attendere l’arrivo da Gapua del Generale Bosco, il quale avrebbe preso il comando delle centinaia di uomini, che sarebbero stati ben pagati, per una dimostrazione di grande potenza da tenersi sulla Montagna di Montefusco. Solo l’arresto di Zampetti (febbraio 1861), spezzerà il cordone ombelicare dei collegamenti fra i boschi di Vitulano, Montefalcione, Prata e Torrioni.14

Se fu mai vera la notizia dell’arrivo del Generale Bosco, con un Zampetti arrivista e pronto a vendicarsi degli ex amici, è difficile dirlo. Però la concetrazione degli sbandati nel bosco di Prata (prima di luglio) e poi in quello di Vitulano (dopo di luglio) fu cosa certa. Centinaia di ex soldati erano fermi lì, senza essere visti dal nemico (fra l’altro vicinissimo), ad attendere per giorni e giorni la necessaria presenza di un generale che non arrivò mai.15
Al punto che Zampetti escogita l’idea di mandare Fucci e Figlio direttamente dal Re per tenere buoni tutti. Un tentativo poco credibile ma che convinse i due, forse per ignoranza, a portare una supplica a Franceschiello. In realtà tutto nasconde la vendetta mancata di Zampetti nei confronti dei notabili di San Giorgio che avrebbe voluto letteralmente far trucidare. La supplica al Re appare quasi una presa per i fondelli: – Vi prego Sua Maestà, mandate la carta bianca. Vui faciti da lloco, e nui facimmo da quà. Fucci la scrisse e Fonzo se la fece cucire nel gilèt, il 1 novembre 1860, quando i tre furono pronti a partire.
Così de Figlio: – Partimmo tutti e tre, cioè coi surriferiti Fonzo, e Senno per Capua, ma in quelle vicinanze si trovò il cordone delle truppe di Garibaldi, e non si poté passare oltre, anche perché si faceva gran fuoco. Costretti però a ritornare, riferimmo il tutto al Fucci, il quale dispiaciutosi del mal’esito della cosa, ritirandosi la supplica, ci avverti a nulla dire. Si fu allora che lo stesso Fucci pensò di formare la carta bianca su di una cinque grana in rame di Francesco Secondo per mostrarla al pubblico ond’essere seguito dalla popolazione nel giorno della reazione.16

Ma non tutti i possidenti avevano aderito al Plebiscito del 20 ottobre 1860 per l’annessione al Regno d’Italia: sebbene in maggioranza si dichiarassero liberali, in molti, furono pronti a fare il doppio gioco giurando fedeltà a Dio e al Borbone, ma più nel tentativo di salavare le proprie terre da una parte e di evitare l’assalto contadino dall’altra. La spinta la diede la Chiesa, convinta che tutto lo scibile umano, l’educazione e l’istruzione dovessero essere impartiti dai preti, nelle Scuole pie e nei Seminari diocesani. Il legame religioso avrebbe aiutato i signorotti a far ritornare Re Francesco, anche perchè chi non si schierava a viso aperto, restando comunque conservatore, era malvisto e attirava su di sè le vendette personali, specie nei paesi.
— Sembrano italiani, ma in cuor loro sono seguaci di Franceschiello.7
Da qui il tentativo degli ex borbonici di organizzare un esercito reazionario ponendo a capo delle bande, nate spontaneamente nell’ex Regno, graduati nativi del posto. Si trattò di uomini rimasti fedeli, o da reclutare nelle file dell’Esercito Italiano, insieme a militari compiacenti, sottraendoli alle forze piemontesi nemiche.
Per fare questo, stando alle disposizioni che Franceschiello inviava da Roma, nacque a Portici un Comitato centrale dei napoletani reazionari, con a capo il Luogotenente De Crescenzo incaricato di organizzare gli ufficiali.

Fra la primavera e l’estate del 1861 saranno una ventina i paesi dell’ex Principato Ultra che rialzeranno la bandiera bianca coi gigli del Borbone. Sul lato beneventano, dal Terminio al fiume Calore, venne inviato il Capitano Cosmo Giordano per comandare la banda telesina che aveva preso ad aggregare accoliti anche fra Apice e San Nazzaro per creare un varco in Puglia. La stessa Benevento, ancora priva di truppa, era minacciata da altri distaccamenti di sbandati, che dal Matese si affacciarono in Valle Caudina al comando di Cipriano la Gala, Sacchetiello, Taddeo e Palumbo. Sul Partenio, per i territori intorno a Pietrastornina, fu inviato Donato Bruno (originario di Altavilla), il quale raggiunse gli sbandati che si rifugiavano fra i ruderi montani del monastero dell’Incoronata.

Il resto è tutto racchiuso nel mio libro.

Arturo Bascetta.

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Editorial Review

BASCETTA COME MARC BLOCH, CI PRESENTA QUEL SANT'UOMO DI RE FRANCESCO

 

 

 

 

 

 

(ac) I moti del 1848 sono stati definiti “l’inizio delle rivoluzioni”, perché misero in questione le strutture monarchiche in tutta l’Europa. Per quanto riguarda l’Italia il fenomeno più rilevante è dato dall’inizio concreto del Risorgimento. In particolare delle idee repubblicane di Giuseppe Mazzini, delle imprese dell’eroe dei due Mondi, Giuseppe Garibaldi e dalla concretezza di Camillo Benso Conte di Cavour.
In questo splendido saggio storico, non si trova nessuna maledizione nei confronti di Garibaldi come farebbe pensare il titolo, Mannaggia a Garibaldi!, ma vi è al contrario una visione critica, severa, senza sconti sulle origini del Risorgimento nazionale e sul processo, non sempre lineare, improntato a giustizia e privo di esecrandi fatti di sangue, che portò all’unificazione politica e statale dell’Italia. Arturo Bascetta, con la sua consolidata capacità di ricerca di documenti, diari, testimonianze le più svariate, racconti popolari, sentenze di tribunali, decisioni amministrative, confessioni e quant’altro, ci dà un quadro storico chiaro, preciso, circostanziato della fase risorgimentale della provincia di Avellino, da cui si distaccò buona parte della nascente provincia di Benevento, dal 1848 al 1863-64, e dei rapporti stretti di queste con la Napoli di Franceschiello prima e, dopo, con l’autorità di Garibaldi e della Casa Sabauda.
Dinanzi ai nostri occhi passano piccoli e grandi fatti della stragrande maggioranza dei Comuni dell’ex Principato Ultra, documentati e accurati dalla certosina ricerca da topo di biblioteca che è la più grande virtù dell’Autore. Testimonianze storiche, in verità, spesso trascurate dalla Storia con la “S” maiuscola, le quali hanno un valore inestimabile per tutti coloro a cui sta a cuore conoscere i fatti delle proprie contrade, dei propri villaggi e paesi, dei propri eroi, dei propri briganti, delle imprese dei propri compaesani e delle loro azioni, eroiche o meschine che fossero, che hanno contribuito all’unità d’Italia.
Non è una storia minore, come certi astratti e pseudo-storici vanno farfugliando, ma è di fatti storici della provincia di Avellino che si parla, congiunti ai grandi avvenimenti dell’unità d’Italia, pensieri e correnti che sono alla base dell’Europa moderna.
Il punto di vista del Nostro, via via che approfondisce i problemi storici, politici, sociali e culturali dell’Ottocento, il loro peso e significato, dimostra l’erroneità delle valutazioni e dei giudizi correnti che sul Risorgimento e sulle sue origini oscillano di solito tra la tesi dell’unità d’Italia come risultato della politica delle grandi potenze europee e l’altra dell’Italia “che fa da sé”, che porta a compimento la sua unificazione politica e statale attraverso un processo autonomo, spesso in contrasto con le finalità di tali grandi potenze in opposizione alla stessa unità della Penisola. Certo la dottrina mazziniana e il “primato” italiano giobertiano sono idee che si determinano entro la comune coscienza europea che mai fu così vivace ed alacre come nel periodo compreso tra il 1814 ed il 1848. Dopo le guerre napoleoniche, infatti, le vie nazionali si sentono ravvicinate proprio dal momento in cui Napoleone aveva costretto tutti a guardare all’Europa. Certo l’orientamento europeo non esclude affatto i sentimenti nazionali. Anzi tali sentimenti sono possibili in quanto il senso della nazionalità è diventato ormai una forza irriducibile. In questa visione della storia ogni patria rappresenta un ideale universale, un momento eterno dell’umanità. Bascetta, in verità, pone alla base dell’unità d’Italia un forte dubbio critico.
Il Mezzogiorno era intriso di contraddizioni. Una parte del popolo era fortemente fedele ai Borbone, la più avanzata e progressista della quale sperava nella permanenza della dinastia, se avesse concesso la Costituzione. Vi era poi un’altra parte che era favorevole alla sua permanenza perché formata da forze reazionarie e brigantesche. Una situazione complessa, in cui sono presenti forze conservatrici, se non proprio reazionarie, liberali e democratiche. Convivono accanto, a stretto contatto di gomito, motivi di impronta medioevale legati alla vecchia e ormai anacronistica feudalità e idee nate dalla Rivoluzione francese. Un quadro dunque ambiguo, in cui si ha uno scambio frequente di idee che alimentano la polemica tra gli ultras e i liberali. La particolare posizione dell’Italia, in lotta per la libertà e l’indipendenza, impone una linea culturale e politica capace di mediare tra gli estremi, di comporre opposizioni e contrasti ereditati da un passato di divisioni in Stati e statini. Era giustamente il tempo del “primato” giobertiano, secondo cui “conservazione e progresso sono due motivi inseparabili”. Ebbene in questo filone storico si inserisce il cambiamento straordinario apportato nella storia del Risorgimento di Arturo Bascetta che eleva a soggetti storici concreti una provincia, il Principato Ultra, due città, Avellino e Benevento, nello sfondo di un Mezzogiorno contadino, dove invidie, agonismi, egoismi, “inciuci”, false testimonianze, trame, insurrezioni, tradimenti, angherie, soprusi, stupri sono le armi preferite sia dai seguaci dei Borbone che dai liberali antiborbonici. Bascetta in questo suo saggio storico mostra una visione ampia della realtà che si svolge dinanzi ai nostri occhi come trionfo del pragmatismo, in fatti ed in processi rappresentati in modo nudo e crudo, senza orpelli o giustificazione di sorta. Mette in evidenza il cavallo di Troia all’interno del mondo liberale, che spesso lo spinge verso direzioni non progressiste ma retrive. Vi sono episodi travolgenti e splendidi nella loro ferocia come quello della brigantessa Donna Matilde Rossi, che io ritengo, parafrasando Guido Gozzano, “un fiore sbocciato nel deserto”. Il tutto, in sintesi, dimostra la ferma convinzione dell’Autore secondo cui il lavoro dello storico agisce sul suo stesso oggetto, l’agire degli uomini. Egli nella storiografia vede, come affermava Benedetto Croce, “la liberazione della storia” dal peso degli eventi che sembrano incombere sulle coscienze degli uomini e dei popoli che aspirano ad una catarsi, ad una nuova alba dopo la buia notte.
Diverse le storie esaminate, molti i fatti ricordati. Arturo Bascetta, in particolare in quest’opera storica più che nelle sue tante altre, vive fino in fondo, come pochi altri, taluni dei problemi più ardui della storia, prima fra tutti il rapporto tra storia locale e storia nazionale, tra storia particolare e storia generale, rifuggendo con onestà intellettuale e spirito libero dalla generalizzazione di fatti storici particolari che sono unici e irripetibili, come i tanti fatti, eventi ed episodi descritti con acume e perizia in questo suo Mannaggia a Garibaldi! a cui auguro una grande diffusione tra i giovani che, non per loro colpa, sanno pochissimo, se non proprio nulla, dei paesi dove sono nati e vivono. Lacuna che sarà certamente eliminata da questo lavoro che rappresenta un nuovo rapporto tra fatti, eventi, istituzioni, in cui però la nostalgia del passato non comporta il disperdersi della realtà, delle tradizioni molteplici nel tempo; non si fa promotrice di una nuova azione e di nuovi ideali possibili. A questo si associa la disciplina storica, che di quegli ideali e di quei principi si rende garante, senza cedimenti di sorta alle metamorfosi di revisionismo che accompagnano le forme deviate e devianti, spurie, del pensiero storico che a me piace chiamare pensiero critico. E tale è anche per Bascetta che con Omodeo è del parere che “la vera grandezza umana si afferma in discrimine rerum, nella possibilità di perdere e di trionfare, di fallire e di riuscire”. E’ il motivo alla base di queste pagine. Al centro dell’attenzione del Nostro, come detto innanzi, resta Avellino, a cui Bascetta è molto legato e di cui a me sembra addirittura innamorato per il suo scovare documenti, diari, racconti autobiografici e nomi che riguardano questa blasonata e antica città dei Due Principati, della quale molti cittadini sono stati autori di cose nobili e non, di fatti eroici e di intraprese in una con intrighi, false testimonianze, tutte cose che, nel complesso, le fanno onore.
L’Autore in questa sua opera, come in tante altre ricostruzioni storiche, sa bene che il “processo compiuto”, tetelèsmonon, sfugge per principio alla diretta conoscenza del soggetto umano per il quale è possibile solo una “conoscenza congetturale”, dòkos. Del resto il primo frammento di Ecateo, il famoso storico di Mileto, recita: “Scrivo quanto segue conformamente alla mia ricostruzione congetturale della verità”. E Bascetta, come il primo celebre storico antico, può dire che non pretende di aver conosciuto direttamente la “verità”, ma semplicemente di averla ricostruita, a partire dai dati da lui pazientemente e sagacemente raccolti.
E’, questo, un ulteriore merito dell’Autore di un succoso libro, il quale, con la sua fecondità e creatività, rifiuta la storia semplicistica che si ferma alla superficie degli avvenimenti, una storia che fa dipendere tutto da un solo fattore, che si basa su analisi troppo eclettiche e che si smarrisce nella molteplicità delle circostanze: la narrazione sistematica che non distingue tra motivi e cause. Il Nostro ha una concezione profonda e diversa della storia, che spezza la crosta dell’interpretazione critica povera e sclerotica, quella che è stata giustamente definita pseudo-storia.
Bascetta, seguendo Marc Bloch, “di fronte all’immensa e confusa realtà”, fa la propria scelta basandosi non sull’arbitrio, bensì nell’analisi scientifica del documento che gli consente la ricostruzione e la spiegazione del passato. Esamina, analizza, scruta fatti ed eventi, ciascun individuo, noto o ignoto, che svolge la sua parte nella vicenda storica, anche con ipotesi e congetture, ma soprattutto con un lavoro delicato e appassionato, che, in sintesi, è il suo pregio maggiore.