Re Brigante. Il «beato» Francesco II Borbone

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Copertina posteriore

Caduta di Avellino, eccidio di Ariano, presa di Benevento

Sono gli ultimi giorni del nostro Re. I castelli di Napoli, che alla partenza di Franceschiello per Gaeta erano stati affidati al Generale Cataldo, nominato Comandante di Piazza dall’intrigante Don Liborio, si erano arresi uno dopo l’altro senza alcun atto di difesa. Un solo Reggimento di linea, quello agli ordini del Colonnello Girolamo de Liguoro, senza essere molestato o contrastato, riuscì a raggiungere il Sovrano e l’Esercito che si raccoglieva a Capua.
Francesco II, soprannominato Il Chiarchiero per le sue malefatte reazionarie, sebbene troppo tardi, era riscattò, nel corso dell’assedio di Gaeta, le debolezze dimostrate durante il Governo di Filangieri e con l’inviato di Cavour che gli aveva proposto l’alleanza per muovere guerra all’Austria.
Dopo la onorevole resistenza durata tre mesi, nel febbraio del 1861, l’ex Re fu costretto a rifugiarsi a Roma, immaginando di poter tornare presto a riprendersi il Regno.
— Se Dio me lo ha tolto deve restituirmelo!
Stavolta si affidò ad un altro Zio, il Conte di Trapani, ministro della Guerra, fondatore e capo di una associazione religiosa che nascondeva la “centrale” dei militari reazionari ( il cui segretario era il Generale Tommaso Clary) che “amministravano fondi, provvedevano all’acquisto di armi, munizioni ed uniformi, elaboravano piani e mantenevano i collegamenti con le decine e decine di comitati clandestini sparsi un po’ ovunque. Nelle zone di confine dello Stato Pontificio, in tutte le province dell’ex Regno, in Francia, in Spagna, a Malta, Corfù e Trieste”. Da qui, preso da una rigenerata e rinvigorita forza, sostenuto anche dal Papa (amareggiato per la perdita di Benevento), Francesco II richiamò gli ufficiali più crudeli del disciolto Esercito Napoletano per dare vita al brigantaggio, alimentato dalla chiamata alla leva del Regno d’Italia.33

Così, mentre i governi provinciali ridisegnavano la geografia, sebbene su false argomentazioni storiche, quello nazionale di Torino pensò immediatamente a reclutare nuove leve per combattere gli stessi comprovinciali dissociatisi e datisi alla macchia. Ignari di ciò, fieri di appartenere all’Esercito Italiano, al grido di Viva il Re d’Italia! Viva Garibaldi!, i comuni di Montesarchio e Moiano furono i primi ad applicare la leva obbligatoria e a condurre le proprie reclute nel capoluogo beneventano con tanto di banda musicale al seguito e con la bandiera tricolore.
Una imposizione, quella dell’obbligo militare, che vedrà scappare sui monti migliaia di renitenti, pronti a combattere contro i commilitoni che invece si erano arruolati. In realtà la leva fu una delle cause del brigantaggio postunitario. Nella stessa Moiano, l’anno successivo, non mancarono tumulti perchè i “galantuomini fecero escludere i propri congiunti dal bussolo, facendovi invece comprendere altri infelici cui non spettava” fare il militare.34
Quando vennero eletti i consiglieri provinciali del Mandamento di Airola, Pietro Montella, Giuseppe Verli e Marco Bifani (proprietario e Capitano della Guardia di Paolisi), i malcontenti erano appena cominciati.
Il 12 agosto 1861 la casa del Capitano Bifani venne attaccata dalla banda del brigante Domenico Ferrara, bracciante ventunenne di Valle di Avellino. Furono feriti “con arma da fuoco carica a palla la moglie di Bifani Clelia Iacobucci e il figlio Ulisse con l’intenzione di ucciderli”.24
L’8 luglio il Governatore di Benevento Carlo Torre scriveva a Silvio Spaventa, divenuto segretario generale dell’Interno e della Polizia, dicendo di aver mandato in Airola, contro i briganti, una compagnia di soldati al comando del Generale Pinelli. Il 22 ottobre il sindaco di quel paese ricordava che la popolazione aveva festeggiato con entusiasmo l’anniversario del Plebiscito. Ugualmente, il nuovo Governatore di Benevento Gallarini, informava Spaventa che tale ricorrenza era stata salutata con entusiasmo in molti paesi della Provincia, anche in quelli dove la reazione “era stata più attiva” (Airola, Apice, Buonalbergo, Casalduni, Castelvenere, Guardia Sanframondi, Montefalcone, Pago, Pietrelcina, Pontelandolfo, Reino e San Giorgio la Montagna).36

Da parte dei Piemontesi, con Francesco De Sanctis ministro della Pubblica Istruzione del Governo torinese e con l’invio a Napoli di Quintino Sella per “attuare l’unificazione” di desanctiana memoria, al fine di uscire dal Governo provvisorio dell’ex Regno, si consumò l’ultima pagina scritta dal Conte di Cavour. A nulla serviranno l’impegno e gli sforzi di Paolo Emilio Imbriani e di Luigi Settembrini, che erano stati nominati dal Dittatore rispettivamente Intendente e Viceintendente della Provincia di Principato Ultra, per rinviare il più tempo possibile l’unione al Piemonte.
La loro idea era quella di un federalismo ante litteram perchè, sostenne Imbriani, il Regno delle Due Sicilie “poteva solo annettere, non poteva essere annesso”: la superiore civiltà, la superiore cultura, la superiore prosperità avrebbero ricevuto un contraccolpo tutto negativo.
Per questo gli inviati di Cavour avevano soppresso i 14 istituti medi superiori maschili e femminili, i 2 educandati femminili, i 32 conservatori, l’Istituto di Belle Arti, alcune facoltà universitarie e perfino la Reale Accademia di Scienze e Archeologia. Il funzionario piemontese Villardi, mandato nella ex Capitale per smantellare l’apparato scolastico borbonico, scrisse che “pareva si volesse levar tutto a Napoli”. Una città di 500.000 abitanti rimasta con un solo liceo di 60 alunni, “e questo con un ministro intelligente e pieno di volontà” come De Sanctis.
Delle leggi borboniche che prevedevano spese minime per il ricorso alla giustizia o per l’iscrizione all’università, venne conservata solo quella istitutiva degli Archivi di Stato passata di diritto nella legislazione del Regno d’Italia. L’unica conquista concreta fu il moltiplicarsi dei periodici locali.37

Il 1870 era ormai alle spalle. La storia volle che fossero i Francesi a dare ospitalità ad un Borbone.
Se Salmour, da cinico emissario piemontese riteneva la consanguineità un insignificante particolare nei superiori affari di stato, Franceschiello non poteva che scandalizzarsi sapendo che Elisabetta, l’angusta consorte di Francesco Giuseppe, era l’amata sorella della sua Maria Sofia.
La Regina di Napoli coverà una infausta sete di vendetta, ricevendo a pranzo Enrico Malatesta e forse persino Gaetano Bresci. Il Petacco scrive di una misteriosa lettera in cui “si parlava dei contatti con i socialisti”.
Rapporti delicati che “provocavano problemi e diffidenze nell’ambiente anarchico”. Maria Sofia sarà spietata. La sua ferita, apertasi quando gli zii e la matrigna del Re spinsero Filangieri a promulgare la Costituzione, non si rimarginerà mai. Una volta rimasta vedova, organizzerà, a danno dei Savoia, intrighi e complotti dalla villa di Marsiglia, dove potrà mantenere un decoroso tenore di vita grazie alla generosità dei banchieri Rothschild.38

Ai Savoia, Maria Sofia, non perdonerà di aver aggredito militarmente uno stretto congiunto e di essersi appropriati dei fondi trovati nelle banche napoletane, compresa la sua dote, che non solo era tutelata dal diritto internazionale ma che, come istituto giuridico, era intoccabile dai tempi dei Longobardi.
Del resto sarà lei, la Regina del Sud, ad avere il coraggio di denunziare la congiura ordita dalla matrigna di Francesco II, Maria Teresa Isabella d’Austria, la quale, viventi quasi tutti i suoi dodici figli, arrivò a corrompere le forze militari del Regno per destituire il figliastro da Re e mettere sul trono il cognato Principe Luigi.
Un brutto sogno che Re Bomba non avrebbe giammai voluto vedere realizzato per i suoi stati. Nè il popolo aveva amato altri principi, se non Franceschiello, l’unico erede che riconoscerà per sempre, anche perchè fu l’ultimo sovrano delle Due Sicilie.
In verità, Zio Luigi e Maria Teresa, superando perfino il Conte di Cavour, corruppero soprattutto gli Inglesi, da Lord Palmerston a George Rodney Mundy, in cambio di chissà cosa. Un qualcosa che neppure Garibaldi conosceva, limitandosi solo ad un ingenuo ricordo: “senza l’aiuto di Palmerston, Napoli sarebbe ancora borbonica, e senza l’Ammiraglio Mundy non avrei giammai potuto passare lo stretto di Messina”.39

Premessa

Il 10 febbraio del 1848, Re Ferdinando II di Borbone, aveva concesso la Costituzione ai sudditi del Regno delle Due Sicilie. Ne erano scaturite ovunque sommosse che avevano costretto il Sovrano a ritirare lo Statuto soffocando i Moti con grande spargimento di sangue e raffiche di arresti.
A Benevento, parte integrante dello Stato della Chiesa insieme ai suoi casali da ottocento anni, la nobiltà locale aveva fallito, alzando inutilmente la voce contro il Papa nel tentativo di unificare la città a Napoli con la sfortunata rivolta di Salvatore Sabariani. Anche Apice viveva l’ultimo decennio borbonico caratterizzato dall’era del sospetto che abbiamo riassunto in sette episodi che costituiscono la presente premessa.

i. La festa al Convento di S.Antonio nei Moti del 1848

I comuni avellinesi del Principato Ultra non resterono immuni dalla ventata di rinnovamento e di protesta degli ultimi anni del Regno delle Due Sicilie ai tempi di Ferdinando II di Borbone, detto Re Bomba, il quale aveva smorzato nel sangue i moti liberali del 1848. Da Avellino capoluogo, sede del Palazzo di Governo dell’Intendente prefettizio della provincia, dipendeva la sottoprefettura di Ariano con i relativi circondari, fra cui quello di Paduli che inglobava Apice, comune di confine da quasi ottocento anni. Ad Apice, infatti, s’interrompeva il Regno di Napoli, per lasciare il passo allo Stato di Benevento, un territorio “estero” soggetto al potere temporale del Papa di Roma, circondato da possenti mura lungo il perimetro (in alcuni tratti ancora visibili) in cui rientravano i soli due casali di Sant’Angelo a Cupolo e San Leucio. Emblematico è un “incartamento raccolto sopra denunzia avanzata e ratificata da un tal Teodoro Gubitosa di Apice” per presunti reati commessi nel 1848 dai fratelli Giacinto e Ciriaco Sciarrillo rinvenuto fra gli atti della Gran Corte Criminale del Principato Ultra conservati presso l’Archivio di Stato di Avellino.1
Tutto cominciò dalla denunzia e relativi atti “dai quali si desume il fatto criminoso” del 1848 riesumato il giorno 11 di marzo 1851, quando Gubitosa si portò a Paduli, sede del giudice circondariale della sottoprefettura distrettuale di Ariano che aveva competenza sul territorio di Apice, e “presentò in questo Giudicato Circondariale denunzia scritta che regolarmente ratificò con apposita dichiarazione nel giorno medesimo a carico dei fratelli Giacinto e Ciriaco Sciarrillo suoi paesani”. Gubitosa sosteneva che Giacinto Sciarrillo, il 13 di giugno 1848, avesse “in una briga avuta con un tale Giovanni Pagliuso, ora defunto, nel Monastero di Apice, messo in campagna fuori dell’abitato, in cui celebratasi la festività di S.Antonio, impugnato contra del Pagliuso medesimo un coltello piegatolo con molla detto mollettone, che asportava in divieto della legge”.2

ii. L’idea di portare la testa del Re in piazza San Nicola

Lo scontro verbale, già grave per la minaccia di utilizzare il mollettone, aveva fatto diventare l’atto un reato politico per le parole che Giacinto Sciarrillo avrebbe “profferite in quella occasione” che suonavano come una minaccia contro il Re.
— Il Re è un fesso: con questo mio coltello gli taglierò la testa e la portarò dentro al fazzoletto.3
Gubitosa diceva che Giacinto, sempre nel 1848, ma “in epoca non precisata, immezzo alla Piazza di Apice, ebro di vino, gettata la coppola per terra” ed aveva eruttato diverse espressioni.
— Chi ha coraggio come me di andare a recidere la testa a quello infame di Ferdinando Secondo, solo io e mio fratello Ciriaco; ma domani o posdomani farò vedere uno spettacolo immezzo la Piazza di Apice.4
Lo stesso germano di Giacinto, Ciriaco Sciarrillo, avrebbe sbottato anch’egli “ad alta voce queste parole in detto rincontro, dopo di aver parlato il fratello”.
— In Apice non esiste coraggio, ma quanto si può conoscere sono amanti del nostro nemico infernale Ferdinando Secondo.5
Gubitosa sostenne che Giacinto Sciarrillo fece le sue accuse anche un’altra volta, proprio nella Piazza pubblica di Apice chiamata San Nicola. Alla bestemmia di Sciarrillo ai danni della Corona, sarebbe seguita, sempre in pubblico, nello stesso anno ma in un mese non precisato, l’altra calunnia “immezzo alla Piazza di Apice detta di S.Nicola. Qui aveva “fatto la esternazione che la Costituzione ad esso non piaceva ma che si doveva accomodare a Repubblica”. Ed eccoci al 1 marzo 1851, quando, in casa di Rachele Milisci, “un tal Giovanni Spagnolo asseriva che nel 1848 Giacinto Sciarrillo aveva detto che doveva far pompa della testa preziosa di Sua Maestà; cioè la deve tagliare e quindi farne pompa”. E poi al 26 marzo 1851, quando il “denunziante Teodoro Gubitosa si presentò al Supplente Giudiziario di Apice, e nel giorno 29 del mese stesso ritornò in questo suddetto Giudicato Circondariale e disdicendosi sopra quanto stava scritto nell’esibita e ratificata denunzia assicurava d’avergli esposta una falsità contra de’ fratelli Sciarillo e di averlo fatto ad insinuazione d’un tal Domenico Finizia, inimico de’ medesimi Sciarrillo”.6
Una falsa accusa dunque, nata dall’odio che Domenico Finizia nutriva contro i fratelli Sciarrillo. “Per causa di tale disdetta gli atti furono rinviati al Signor Procuratore Generale della Provincia anche perché erano decorsi i due anni dall’epoca de’ denunziati reati; ma l’autorità sullodata li respinse” il 16 aprile. Si ordinò di compiere ugualmente “regolari indagini sopra de’ reati in parola, non potendo rimanere inconsiderato un giudiziario procedimento. Quindi per effetto dell’ordine suddetto funne fatta analoga definizione sopra a’ registri dell’infrazioni alle Leggi e con rapporto settimanale ne fu passata conoscenza a’ superiori”. Prova specifica se ne dedusse dall’ascolto di undici testimoni del fatto criminoso, dei quali ben sei risultavano tali in maniera affermativa, cioè la vedova Saveria Carbone, il figliastro del Deputato Giovanni Pagliuso, tale Carmine Zullo, e Antonio Pignone, Orazio Pignone, Paolo Pignonese e Giacomo Zullo.7

iii. La lite ci fu, ma per non far suonare le zampogne!

Stando dunque alla lettura degli atti, a dire dello stesso giudice, vi fu soltanto una litigata durante la festa di S.Antonio presso la masseria sita nelle campagne vicino al monastero.
Infatti “dallo insieme delle rispettive dichiarazioni dei medesimi si ha di esservi stata effettivamente briga nel giorno 13 giugno 1848 tra Giacinto Sciarrillo e Giovanni Pagliuso, ora defunto”, per aver questi e quello impedito di suonare le zampogne e di ballare “nella massaria della di lui figlia Angela Pagliuso, trapassata del pari; e che durante la briga stessa fuvvi questo diverbio”. Da qui lo scambio di battute partito da Pagliuso verso Sciarrillo.
— Vuoi sapè una cosa Giacinto Sciarrillo, io aggio servito ventitre anni da [Vigile] Urbano lo Governo e non ci è stato mai questo che state facendo vuje mo.8
E Sciarrillo gli rispose che ora vi era un altro Governo che sicuramente non poteva piacere nè a quello passato, nè a lui che l’aveva servito come vigile.
— Mo’ Giovanni Pagliu’, non conta quello Governo; è unanto Governo, e ti vada inculo a tte e isso! 9
Anche i testimoni che videro il mollettone “parlano per detto altrui” quando sostenevano di aver visto impugnarlo “da Sciarrillo contro Pagliuso; ma assicurano tutti di non aver veduto essi un’arme siffatta”.10
Altri testimoni vengono ascoltati per impugnare il capo d’accusa: Raffaele Amaro e Antonio Fuccillo risultavano estranei, sono invece, “negativi, Don Domenico e Don Saverio Sciarrillo, padre e figlio.11
I due Sciarrillo “dicono tutt’altro fatto fuorché quello per lo quale erano stati indicati: il primo cioè assume di avere in una volta udito un discorso che tendeva a spargere il malcontento contra il Realo Governo; ma mentre dice di essersi fatto in pubblico ed in presenza di molte persone, quali fossero tali persone non le sa indicare; ed avendo voluto dare in nota Don Francesco Giordano, attuale Capo Urbano, questi lo nega. Il secondo mette in campo un diverbio tra esso lui e Giacinto Sciarrillo pergare in ordine ad opinioni politiche, in cui accorta di aver Sciarrillo profferite parole di mal contento contra del Governo; ma neppure sa indicare contesti”.12
Anzi, due suoi stessi testimoni, “negano le di lui asserzioni”.13
Solo Don Prisco Falcetti, Don Eustachio Frisellare e Don Domenico Masiello, su dieci testimoni, confermano.14
Ma dicono solo che Giacinto “discorresse nella Piazza di San Nicola di Apice della ottenuta Costituzione, diceva di essere una buona cosa la Costituzione medesima, per cui mostrarsene contento; nè fece alcun motto di Repubblica”.15
Le altre accuse non furono che “una spiritosa invenzione di Raffaele Montenigro e Rachela Milisci, per isfogo di una vendetta privata contra Giacinto Sciarrillo; perché, colpito il destro di trovarsi Giovanni Spagnuolo ebbro di vino nella casa della detta Milisci, gli suggerì costei un discorso criminoso; l’altro fecigli la promessa di una regalìa essendo un’uomo miserabile e poscia Montenigro prende la pena di far entrare persone nella casa anzidetta e di fare ascoltare alla medesima lo imboccato discorso a carico di detto Sciarrillo. Viene ciò chiarito per confessione del medesimo Spagnolo, nonché dietro una contradizione con Milisci e Montenigro, ed il tutto risulta dai controscritti fogli”.16
In ultimo si esamina finanche Domenico Finizia “che il denunziante Gubitosa nella sua disdetta diceva avergli insinuata la denunzia dandogliene un abbozzo; ma il medesimo Finizia nega siffatta circostanza”.17
“E procedutosi ad un atto di contraddizione tra l’uno e l’altro, ne risulta, cosa da far raccapriccio, che primamente il denunziante sostiene infaccia al Finizia di esser vero quello che nella disdetta medesima avea affermato; ma alla opposizione costante di quest’ultimo ha l’ardire di partorire una terza assertiva, dicendo di esser vera la denunzia e falsa la disdetta, avendo presentata la disdetta stessa per minacce fattegli dall’imputato Sciarrillo”.18
Da qui gli adempimenti di rito a firma del giudice e del cancelliere Giosuè de Rosa: “essendovi stato ordine del Signor Giudice Istruttore del Distretto di terminare in preferenza la presente processura, venendo ciò comandato da Sua Eccellenza il Ministro di Grazia e Giustizia”, poichè “alcuni testimoni che rimanevano ad esaminarsi, si trovano impediti legittimamente”, il conferitore “ordina il suo accesso e quello del Cancelliere nel Comune di Apice”.19
Cosicchè in Apice si procedette “effettivamente alla completazione della processura medesima”.20
iv. Le percosse di Melisci: piccoli reati di un uomo del tempo

Dalle dichiarazioni dei testimoni, come si rilevava “dai registri delle infrazioni alle leggi esistenti nella Cencellaria del regio Giudicato di Paduli”, non era stato uno stinco di santo neppure Melisci di Apice, con carichi pendenti per diversi reati commessi dal 1839 in poi.21
Sul conto di Vincenzo Melisci comparivano le “percosse lievi in persona di Grazia Prezioso” di Apice del 12 giugno 1839 [il 7 agosto dello stesso anno fu encolpato].22
A cui seguirono le “percosse lievi ed asportazione di arma vietata coltello a mollettone in persona di Bartolomeo Gubitosa di Apice” del 17 luglio 1845 [il 2 settembre il processo fu rimesso al Procuratore Generale, “tornato per procedersi correzionalmente per le persone”. Ivi fu encolpato].23
Aveva anche fatto un “uso privato dei mezzi della pubblica autorità in pregiudizio di Silvano Iotaro di Buonalbergo” del 2 agosto 1848 [il 2 settembre 1848 fu dichiarato il non consta].24
Seguito dal misfatto di “complicità di primo grado nel reato di falsità in pubblica pertinenza dichiarando vari fatti falsi in danno di Giovannantuono Errico di Apice” accaduto il 2 settembre 1848 [come si ricava dalla data del 28 aprile 1849 quando furono rimessi gli atti].25
Continuò con le “ferite volontarie con arme impropria in persona di Ciriaco Pepe di Apice” accaduto il 15 Agosto 1850 [con uffizio del 19 Dicembre dello stesso anno, quando in due volumi si è inviata compilata la istruzione].26
E, l’anno dopo, con le “ferite proprie volontarie, una pericolosa di vita per gli accidenti e di storpio di sua natura, le altre lievi commesse con arma improprie e coltello indistinto, nelle persone di Raffaele e Ciriaco Pepe di Bonito” avvenuto il 15 agosto 1850, “con sentenza de’ 15 marzo 1851 fu condannato a mesi sette di prigionia e spese”, [prodotto appello ed il processo si è rimesso alla Procura Generale].27
E “con decisione della Gran Corte Criminale del 2 maggio 1851 fu dichiarato decaduto dallo appello. Tale decisione fu confermata” con arresto della Suprema Corte di Giustizia. [Fatto passaggio in cosa giudicato].28
Tornerà poi ad essere accusato per le “percosse lievi volontarie con arma impropria in persona di Agostino Russo di Apice, al 21 Agosto 1853”, [con sentenza de’ 21 settembre detto anno, fu dichiarato il non consta].29
Il penultimo lo commetterà il 23 dicembre 1855, con le “ingiurie verbali in persona di Caterina Peluso di Apice”, [con sentenza de’ 26 gennaio 1856 fu condannato a cinque carlini di ammenda e spese. Passata ingiudicato].30
L’ultimo lo vedremo in seguito.

v. Largo Castello, dove Don Stanislao sparò alla madre

Altri piccoli episodi accaddero in Apice. Si ricorda quello del giovane signorotto Don Stanislao Martori che nel 1851 sparò alla madre con lo schizzetto a pallini di piombo perchè non volle comprargli un vestito nuovo. “Nelle ore 15 circa del mattino di mercoledì 19 di febbraio, Donna Clementina Siniscalchi, vedova di Don Mario Martori, e Don Stanislao Martori, madre e figlio del Comune di Apice, animarono tra essi briga nella di loro propria abitazione, sita nella strada denominata Largo del Castello o del Carbonaro, per cagione di interessi familiari; propriamente perché il secondo pretendeva di avere dalla madre alcuni abiti nuovi, e costei negava farglieli per deficienza di pronti mezzi”.31
Da qui la furia omicida. “E giunse il Don Stanislao durante la briga medesima in un momento di sdegno, e di inconsiderato trasporto alla barbarie, di dar di mano ad un piccolo schioppo a fulminante detto schizzetto, che si detenava colla qualità di Urbano, carico a projettili di piombo detti pallini matrizzai, e di spararlo dalla finestra della stanza da letto, verso la cucina, in cui l’indicata di lui madre trovatasi. Il piombo esploso in buona quantità, colpì fortunatamente la imposta di legno di un finestrone che, nella casa anzidetta, è frammezzo la finestra e la cucina summenzionata, in linea obliqua; altrimenti la Donna Clementina Siniscalchi che rimase salva sarebbe rimasta vittima dello sciagurato furore del figlio Don Stanislao Martori”.32
La cosa certo non finì lì e “il dippiù si ha dalle seguenti indicazioni. Atti che aprono l’adito al procedimento”, anche perchè la vicenda coinvolse diversi personaggi, fra cui il sindaco Don Sebastiano Morante.33
“Il supplente giudiziario locale, saputo il fatto dai pubblici clamori, accorse subito là per là nel luogo dello avvenimento; ed attinse dalla bocca di Donna Clementina Siniscalchi, di avere il figlio di Lei Don Stanislao Martori, contra di Lei medesima scaricato lo schioppo, per la causa indicata di sopra. Inoltre verificò il detto funzionario, di esserse il colpevole dato in fuga; e non potette immediatamente procedere come convenivasi, perché mancatagli l’assistenza di un Cancelliere, essendo il Cancelliere, ed il sostituto comunali, zii rispettivamente dell’imputato Martori; l’uno paterno, e l’altro materno; però non credette di adoperarli. Procedette intanto all’assicurazione dello schioppo, o schizzetto, che dicevasi essersi scaricato, stando in potere del Sindaco Don Sebastiano Morante; il quale accorso, avealo tolto dalla casa in cui il fatto era accaduto”.34
“Partecipò esso Supplente, per espresso lo avvenimento al Giudice Circondariale; e mentre cercava di sapere da chi dovesse farsi assistere, a causa della detta parentela del Cancelliere, e Sostituto Cancelliere Comunali; faceagli esso scrupolo di procedere, come un largo congiunto dello imputato in sesto grado civile”.35
“Gli si disse, in riscontro, che l’assistenza avrebbe potuto trovarla anche in un Decurione, chiamato a rimpiazzare il Cancelliere, e Sostituto Comunale, incompatibili, come sopra, per la parentela, e nel tempo stesso fu autorizzato a proseguire gli atti nelle prime indagini, come per Legge; non standosi per lui una incompatibilità legale; anche perché era conosciuta la fattezza di lui medesimo nel disimpegno della carica”.36
“Per regolazzare gli atti in esame, il menzionato Supplente Giudiziario, fecesi nel dì seguente, tra l’altro ad esaminare nuovamente la principale offesa Donna Clementina Siniscalchi; la quale si disdisse; e volle con tale seconda dichiarazione sostenere che il figlio Don Stanislao Martori, non avea contra di Lei sparato; bensì l’avea dalla finestra scaricato ad aria lo schioppo”.37
Il Supplente si occupò insomma di tutti gli atti generici, come si vedrà in appresso, e “rimise lo intiero incartamento nel Giudicato Regio; una collo schioppo o schizzetto assicurato e sigillato”.38
Accertati gli atti generici, emerge “che lo schioppo adoperato, assicurato alla giustizia, e sigillato, sia atto a far fuoco”, “che i projettili di piombo, di cui lo schioppo anzidetto era carico, e che andarono a colpire la imposta di legno di un finestrone nella cucina, erano pallini detti malvizzaii” e che i “projettili colpendo una persona qualunque, in giusta distanza, sarebbero intrati in cavità, ed avrebbero uccisa o gravemente ferita la persona medesima”.39
“Con altra perizia, eseguita dallo inquisitore, si assodano, con maggiore esattezza, alcune circostanze di fatto nel luogo dello avvenimento; e viene assodato, che il colpo tenea la direzione nella cucina: che avrebbe potuto colpire una persona, che stesse in un dato punto della cucina stessa; e che non avrebbe potuto colpir mai qualche persona che si trovasse nel giardino”.40
Si diceva che “un pallino avesse colpito il labbro inferiore della bocca di Donna Clementina Siniscalchi; ed un altro la gota sinistra di Don Angelo Raffaele de Mari; ma assoggettati costoro rispettivamente ad osservazione sanitaria, durante la istruzione, rinvengonsi nelle dette parti senza il menimo segnale, e nello stato sano e di perfetta naturalezza”.41
L’inquisitore, assistito dal cancelliere ed accompagnato da un usciere, si portò sul posto per compilare l’istruttoria da consegnare al Cavaliere Procuratore Generale del Re.42
Stando al rapporto, Donna Clementina Siniscalchi, contraddiceva quello che “in due volte avea esposto innanzi al Supplente giudiziario locale, e sostiene che Ella non stava nella cucina, ma nel giardino quando il figlio Don Stanislao Martori sparò. Che il colpo non fu, né potea essere diretto contra di Lei. Che il figlio stesso avea dovuto scaricare l’arma verso qualche gallina di famiglia; avendo precedentemente minacciato di ciò fare; e che Ella, timida naturalmente delle armi da fuoco, erasi intimorita in effetti allo scoppio; tanto che avea finanche battuto il figlio in parola. Assicura di non essersi alcuno trovato presente al fatto”. Vengono poi ascoltati i testimoni Giovanni Masucci e Giosuè Gubitosi, a cui si aggiunsero, dopo aver saputo del fatto i coniugi Michele Gianvito e Maria Michela de Belli, vicini di casa che “udirono lo scoppio dalla vicina di loro abitazione. Uscirono sulla strada e videro che l’imputato veniva battuto dalla madre, dal fratello, e da Don Angelo Raffaele de Mari. Credettero che fosse briga di famiglia. Se ne andarono in campagna in quello istante; e ritornati la sera, seppero della pubblica voce, che Don Stanislao Martori avea sparato alla madre. La seconda lo credette fuor di proposito, perché precedentemente la madre medesima erasi colla testimonia lagnata del figlio, per la pretenzione che costui avea degli abiti nuovi”.43
Antonia Batoli e Angela Marino “stavano filando al sole in poca distanza dal luogo dell’avvenimento. Udirono lo scoppio; e videro che immediatamente dopo lo scoppio medesimo, Donna Rosaria Martori, figlia della principale offesa, e quindi germana dello imputato, si affacciò ad una finestra della di casa, e gridò.
— Curriti gente. Jate a chiamà la guardia ca Stanislao ave sparato a mamma!
Videro inoltre che Don Giuseppe Siniscalchi, fratello dell’offesa, accorso ai clamori, strattonò il nipote e lo condusse via non senza maledizioni.
— Briccone, faccia tosta, come a sparà a una mamma; nna galera t’aspetta!
Al che l’imputato non rispondeva nulla. “Videro altresì, che Don Sebastiano Morante, accorso del pari; tolse dalla casa dell’imputato lo schioppo, e lo condusse nella vicina di lui abitazione”. I testimoni affermarono che tra le varie voci sull’avvenimento, vi era quella “che un pallino avea colpito il labbro inferiore di Donna Clementina Siniscalchi, ed un altro la gota sinistra di Angelo Raffaele de Mari”.44
Udito lo scoppio e il clamore del pubblico, Don Sebastino Morante, Don Angelo Raffaele de Mari, Don Giuseppe Siniscalchi, Don Francesco Falcetti accorsero all’istante. “Dal nesso delle rispettive loro dichiarazioni risulta chiaro, che la prima manifestazione fatta dalla suddetta Siniscalchi al Supplente giudiziario, fosse stata la manifestazione vera, quella cioè di avere il figlio contra di Lei sparato lo schioppo, per la causale indicata nel fatto; e di essere il colpo andato a vòto la Dio mercè. Il primo di essi testimoni, ch’è il Sindaco, è quello che tolse lo schioppo dalla casa dell’imputato. Il secondo ch’è un largo congiunto di detto imputato, è quegli che dicevasi aver ricevuto colpito il pallino nella gota sinistra, perché presente al fatto, ma lo nega. Il terzo, ch’è lo zio dello imputato medesimo, è quegli, che allontanò costui dalla detta sua casa. Il quarto, ch’è un vicino indifferente, entrò in grande indignazione là per là contra del ripetuto imputato”.45
A tanto clamore, anche Vincenzo Panza, Angela Melisci e Gennaro Cantelmo accorsero in casa di Donna Clementina Siniscalchi e Panza udì benissimo le lagnanze della donna.
— Quillo pazzo de figlimo ave sparata la scoppetta, e mi have fatto mettere paura! 46
“La seconda seppe dalla gente raccolta in detta casa, che il figlio avea sparato alla madre, e che il colpo era andato a vòto! Ed il terzo, dimandato all’imputato se fosse stato vero il fatto annunziatosi di avere sparato contra la madre, non gli fu risposto altro dal medesimo”, se non due parole.47
— Non è stato niente. Non è stato niente.48
“E ride eziandio detto terzo testimone quando Don Giuseppe Siniscalchi allontana dallo suddetto il cennato imputato”.49
Il Sindaco, dietro richiesta di alcuni vicini, fece ascoltare altri testimoni, fra cui Angelo Mesisca, Grazia de Bellis, Francesco Bonavita, Giovanni Giangregorio, Caterina Albanese, Rosaria Albanese, Giuseppe Carosa e Mariantonia Giangregorio, “i quali assicurano di avere appreso il fatto dalla pubblica voce, alcuni subito dopo lo scoppio, ch’essi udirono; alcuni altri nella sera dello stesso giorno in cui ritiraronsi dalla campagna; e la voce stessa era, di avere il figlio sparato contro la madre per la causale indicata nel fatto. Ed il vicino Francesco Bonavita è un altro testimone che dice di aver inteso vociferare, che un pallino avea colpito il labbro inferiore della bocca di Donna Clementina Siniscalchi; ed un altro la faccia di Don Angelo Raffaele de Mari”.50
“Si è creduta non necessaria la udizione di alcuni altri vicini, che stando assenti, non se n’è potuto ottenere la comparsa. Lo inquisitore ha creduto altresì di esaminare nel processo” i fratelli Don Antonio, Donna Rosaria e Donna Emanuela Martori, “ebbenché figli della offesa, e quindi germani dello imputato, nella idea di aver nozioni sullo avvenimento, ma i medesimi, uniformemente all’ultima dichiarazione della di loro genitrice, assicurano di non essersi trovati presenti allo sparo; di non essere stato questo diretto alla madre, che stava nel giardino, non già nella cucina; bensì diretto a qualche gallina della famiglia; di essersene intimorita la madre suddetta, perché naturalmente timida dell’armi da fuoco; e di non esser vero neppure quel ch’era il fatto credere che un pallino avesse ferito il labbro della madre, ed un altro la gota sinistra di Don Angelo Raffaele de Mari”.51
“Si passò quindi agli adempimenti di rito con la perquisizione, l’estratto dell’atto di nascita, la Fede dello stato di famiglia e filiazione approssimativa, la Fede d’indigenza “sul conto dello imputato Don Stanislao Martori”, l’attestato del Sindaco, “da cui emerge di esser l’imputato suddetto figlio legittimo della principale offesa”, il documento “da cui si raccoglie di essere Urbano attualmente il medesimo Don Stanislao Martori” e “finalmente notata per lo inizio del processo, non standovi altro a fare, in deficienza di altre tracce sulla prova specifica”.52

vi. Lui bestemmia e il bettoliere di Torretta lo denuncia

Sono anni in cui vigeva una legge molto ferrea. Nè si può escludere che non complicassero le cose gli stessi paesani. Negli ultimi giorni del 1857, per un piccolo episodio accaduto presso la bettola della Torretta, dove si vendeva vino e si giocava a carte, si rischiò l’incriminazione di Michele Rosato che, nel perdere al gioco si fece scappare di bocca una bestemmia alla Madonna e al Padreterno. Il titolare del locale pubblico, il bettoliere Giuseppe Casaccio, lo fece chiamare in causa nel maggio del 1858. Stavolta per una semplice “bestemmia esecranda del nome della Beatissima Vergine” denunziata da Giuseppe Casaccio. Questi i fatti. “Vincenzo Mottola del Comune di Apice esercita da più anni alla strada appellata Torretta la bettola, vendendo a minuto il vino, perloché continuamente vi si riuniscono delle persone, chi per causa di gioco, e chi per comperare del vino”. Infatti, “nel giorno 30 dicembre ultimo verso le ore 20, nell’atto Filippo Tranfaglia e Michele Rosato giocavano alle carte, il detto Rosato vedendosi perdere al gioco si accese di sdegno ed imprese” a bestemmiare la Madonna e il Padreterno.53
“Poiché uno degli astanti e precisamente Giuseppe Casaccio si inorridì nel sentire profferire ereticali bestemmie, si diè premura di presentarsi al Supplente Giudiziario al quale denunziò l’avvenimento, che restò contestato col detto di testimoni. Dalla prova generica del luogo risulta che malgrado in un angolo della bettola vi esistesse un letto pure lo stesso si rende invisibile, venendo separato ad un tessuto di canne, ed i periti adoperati davano il giudizio che atteso lo smaltimento continuato del vino e l’accesso frequente degli avventori”, in luogo pubblico.54
A suo carico furono portete come prove la denunzia e le testimonianze di Vincenzo Mottola, Filippo Tranfaglia, Stanislao Corleta e Carolina Castelluccio, con tanto di perizia effettuata da Giovanni Pignone e Giovanni Siniscalchi.55

vii. Tebba morì di tabe polmonare o avvelenato dal sacrestano?

Altro caso fu quello di Filippo Tebba fu Michele del Comune di Apice, il quale da più tempo era affetto da tabe polmonaria, peggiorata alla fine di febbraio del 1859. “Esaperata la di lui moglie Mariantonia Tufo fu Girolamo della guarigione, ricorse al segretista paesano Giacinto Barletta fu Andrea, il quale colla promessa di ducati venti si ripromise di guarirlo. Sulle prime il Barletta pel corso di circa un mese usò a quell’infermo delle unture al petto, ed ai reni, di grascio medicinale; ma perché da questa alcuna miglioria non ne risultava, la Tufo si negava di pagare al Barletta il preteso promesso compenso. Allora costui minacciava, che due magiche sue parole avrebbe fatto morire il Tebba, e da queste intimorita la Tufo somministrò al Barletta ducati otto, cioè ducati sette e grani venti in contanti, e carlini otto in un mezzo tomolo di granone. Ripromettendosi sempreppiù, dietro un tal pagamento il Barletta della guarigione del Filippo Tebba, condusse in casa dell’infermo medesimo una mezza bottiglia di liquore eccitante, e dopo il terzo giorno che fece tracannare in un bicchierino da rosolio al Tebba quella bevanda, questi sene morì nel mattino del dì 2 Marzo 1859. Ciò fece sorgere il sospetto nell’animo della Tufo, e dei costei parenti, che il Giacinto Barletta, aveva già messa in esecuzione la profferita minaccia, e con quel liquido somministrato al Tebba, ne aveva procurato l’avvelenamento”.56
Quale prova furono ascoltati i chirurghi Don Angelo Raffaele de Mari e Don Eustachio Frisella, i quali, “riconoscono e procedono alla sezione del cadavere dell’estinto Filippo Tebba, e ritrovati sull’i viscidi nello stato normale, meno il polmone di color cenerino violace con i suoi tubercoli induriti, giudicato che la morte di quell’uomo era derivata da idrotorace, e da tabe molto avanzata degli organi del respiro. Sezionato anche lo stomaco, e l’intestino duodeno, nell’interno del primo soltanto la tunica mucosa irritata ed arrossita, i suoi vasi ingorgati di un afflusso di sangue maggiore del naturale, e ciò della mettà del fondo dello stomaco suddetto fino al piloro. Tolto poi dallo stomaco stesso il liquido contenutosi del peso di circa quattr’once, veniva diligentemente conservato e sigillato in una paraffina di vetro. Esibitosi anche alla giustizia la bottiglia ov’era condizionatoli rimanente liquore eccitante somministrato dall’imputato Giacinto Barletta al Filippo Tebba, viene anche questa assicurata con sigillazione, nel fine di sottometterlo ad esperimento, ad analisi chimico di unita al liquido suddetto ritrovato nello stomaco”.57
Dopo di loro vennero sentiti Don Serafino Fucito e Don Luigi Tolimiero, periti chimici. “Prestato pria il giuramento a norma del rito procedono alla dissuggellazione delle due paraffine, ed all’analisi dei liquidi contenutivi. E dietro i diversi reagenti usati, verificano, che nel primo liquido raccolto nello stomaco del Filippo Tebba non risultava alcuna sostanza venefica sia del regno inorganico, che organico vegetale ed animale. Che il risultato della piccola sostanza molle rinvenuta nello stomaco suaccennato, non essere altro che sangue animale aggrumito privo di sostanza deleteria alcuna. Che il liquore poi contenuto nella bottiglia, non essere altro che spirito d’anesi, che in commercio va’ sotto il nome di sambuca colorato, ed edulcorato con lo zucchero di cucina. Ciò fatto si procede alla risuggellazione dei due recipienti suddivisati, con entro i residuali liquidi simili a quelli come il sopra già analizzati.58
Come prova specifica fu ascoltato Giovanni Tufo, cognato dell’estinto. “Fu il primo a rivelare al Supplente Locale il sospetto di avvelenamento in persona del di lui cognato Filippo Tebba, a carico di Giacinto Barletta, colla somministrazione di una certa bevanda, che in una bottiglia di vetro nero il funzionario medesimo con suggellazione assicura alla giustizia”.59
Toccò poi alla moglie del morto, Mariantonia Tufo, ai figli Michele e Nicola Tebba, a Mariarosa Belmonte, Pietro Carbone, Salvatore Beatrice e Giovanni Tufo. La vedova e “congiunti più stretti gli altri dell’estinto, uniformemente dichiarano, che affetto costui da inoltrata tabe polmonare, dietro i tanti rimedi somministratigli inoperosamente dai professori medici, si ebbe ricorso al segretista impostore Giacinto Barletta, il quale col promesso compenso di ducati venti erasi obbligato di guarirlo. Che principiata la sua cura il Barletta, senz’alcun profitto pel corso di circa un mese usò di una pomata untuosa che spalmava sul petto ed alla spina dorsale dell’infermo. Non vedendo la moglie alcuna miglioria nella salute del marito, che sempreppiù s’inoltrava nel suo malore, fece sentire al Barletta che non voleva dargli il compenso, e questi allora per mezzo de’ coniugi Nicola Tebba e Mariarosa Belmonte, le fece sentire che se non gli pagava la promessa somma di ducati venti, con tre magiche parole l’avrebbe fatto campare altri tre soli giorni. Che intimorita da questa minaccia la Marntonia Tufo, diede al Barletta ducati sette ed un tarì in contante ed un mezzo tomolo di granone del valore di altri carlini otto, dietro la consegna dei quali, ripromettendosi sempreppiù il Giacinto Barletta di guarire il Tebba, portò nella di costui casa la mezza bottiglia di vetro nero con entro una pozione spiritosa, di cui egli stesso il Barletta somministrava la mattina al Tebba la quantità di un bicchierino di rosolio, e che nel tracannarla costui, diceva di risentire un bruciore allo stomaco. E perché dietro il terzo giorno della somministrazione di questa bevanda il Filippo Tebba erasi morto, erasi creduto, fermamente giudicato, che con quel liquore spiritoso, se non avvelenato, accelerata almeno la morte del congiunto Tebba.60
Rachele Maglio, come vicina, dichiarava che era stato avvelenamento, ma “per detto di Mariantonia Tufo moglie dell’estinto”. Da qui il processo a carico di Giacinto Barletta detto Crescenzo….
Arturo Bascetta

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MALEDETTO QUEL ’60

Con la proclamazione del Regno d’Italia, il Meridione, conquistato da Garibaldi per conto di Vittorio Emanuele, fu riunito sotto la bandiera sabauda. Come ebbe modo di accorgersi lo stesso Generale, la libertà, di cui si sentiva ambasciatore, era però solo formale. Insopportabili tasse e continui focolai di rivolta non accennavano ad attenuarsi dopo la nascita, a Portici, di un Comitato reazionario centrale da cui erano partiti ufficiali graduati per mettersi alla guida dei gruppi di sbandati. Si nascondevano sui monti con l’idea di fomentare e proteggere quei comuni decisi a riconoscere nuovamente Franceschiello. Nè la promessa delle riforme sociali venne mantenuta e la risposta del popolo fu nell’appoggiare gli ex militari borbonici che cominciarono a sobillare le popolazioni.1
Il primo episodio di una certa consistenza si ebbe nel Principato Ultra, dove i colpi di cannone, sparati a Napoli il 7 settembre 1860 per festeggiare Garibaldi, si erano uditi fino alle remote contrade del Terminio. I giovani liberali più tenaci di Volturara dormivano con le finestre aperte, cercando di rivivere ogni sera l’eco degli scoppi provenuti dal Golfo, ma non quelli della Battaglia del Volturno del 1 ottobre, di gran lunga distante dalle loro idee e offuscata dalla capitolazione di Gaeta del 13 febbraio 1861.2
Prima di allora si ricorda solo un fatto passionale che sconvolse Roccabascerana e che terminò con un pentimento esemplare, quello di una brigantessa scappata per amore, rassegnato nelle mani del Generale quando era ancora a Napoli.
In realtà, chi ne seppe di più sul tentativo di far scoppiare in rivolta la provincia calda più vicina a Napoli, cioè il Principato Ultra, fu sicuramente l’ex intendente di Avellino capoluogo, Pasquale Mirabelli Centurione, scappato a Marsiglia. Fu lui a tirare le fila delle rivolte, con un primo tentativo nel Baianese, poi a Montemiletto, indi a Montefusco, per una strana parentela con l’ex Mazziniano della Giovane Italia, Don Leopondo Zampetti, divenuto il finanziatore della missione che ebbe per fine il rivolgimento di tutta la Montagna di Montefusco, ex sede della precedente amministrazione provinciale della Giustizia, dove avevano sede òe terribili carceri dei moti liberali del 1848.
Ne era convinto un tale di nome Francesco de Figlio di Ginestra la Montagna, oggi frazione di San Giorgio del Sannio. A suo dire il malcontento cominciò a serpeggiare fin da subito, cioè ad ottobre 1860, sebbene la reazione cominciò a concretizzarsi in provincia nelle prime settimane del 1861, dopo che a Natale anche i signorotti liberali capirono la gravità della situzione e il rischio della perdita dei propri privilegi.

Un caso isolato di brigantaggio era stato riscontrato nei giorni in cui Garibaldi sfilava per Napoli, a settembre del 1860. La vicenda, di passione e di sangue, sconvolse la Valle Caudina già a luglio, quando il Notaio Gennaro Principe di Roccabascerana ospitò, seppure malvolentieri, un suo lontano parente, Costanzo Majo. Accadde che l’inquieta ed avvenente moglie, Donna Matilde Rossi, si invaghì del bandito e lo spinse a trucidare il consorte, seguendo l’amante sui monti. Acquisita poi la consapevolezza dell’errore commesso, saputo dell’arrivo di Garibaldi a Napoli, Donna Matilde decise di chiudere la sua avventura anche con Costanzo. Così, una sera, fra una carezza e l’altra, fattolo ubriacare, ne approfittò quando lo vide crollare in un sonno profondo. Poi, con una freddezza da criminale, prese la pistola e gli sparò. Non contenta gli staccò la testa con un’ascia e la portò seco in un sacco. Con quello strano bottino a tracolla Donna Matilde discese il Partenio e si presentò alle autorità di Avellino. Arrestata per essere stata complice nell’assassinio del marito e omicida dell’amante fu tradotta nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Da qui l’idea di far partire dalla cella un messaggio diretto al Generale Garibaldi consegnato nelle mani del suo avvocato. Nel breve memoriale giurava di essere stata costretta con le minacce a seguire il malandrino e che, appena possibile, aveva vendicato l’onore e, ammazzando il brigante filoborbonico, dimostrato l’amore “comune” per la Patria. Letta la supplica, il Generale, non solo la tirò fuori, ma la fece ringraziare in piazza in nome “della moralità pubblica”, ricevendola nel suo vagone personale fermo alla stazione di Caserta dove la donna, una volta liberata, si portò per lodarlo infinitamente.3
Fu, Donna Matilde, la prima brigantessa mancata.

Il malcontento serpeggiò fin dai primi giorni dell’Unità d’Italia fra i signorotti dei paesi che presero a fomentare i contadini, rimasti senza terra. I liberali, che del nuovo avevano solo l’etichetta politica, vennero accusati di aver usurpato i fondi demaniali in cui si erano sempre esercitati gli usi civici. Aveva inizio una vera guerra civile che annovererà episodi di ferocia e inaudita violenza.
Di ciò s’era reso conto anche Vittorio Emanuele nel corso del suo soggiorno a Napoli: il popolo rimpiangeva Franceschiello che continuava a caldeggiarlo foraggiando le rivolte brigantesche per rendere instabile il nuovo Regno.4
Sullo sfondo v’era una complessa società caratterizzata da arretratezza e povertà che nella motivazione dinastica trovò solo la scintilla placatasi con la Repubblica Partenopea del 1799, e coi successivi moti del 1820 e del 1848, in quanto l’insurrezione si dirigeva “contro antiche e nuove tradizioni di malgoverno, contro vecchie e nuove oppressioni fiscali”.5
Il Governo, per reprimere il disordinato movimento reazionario, prese provvedimenti eccezionali che andavano ben oltre la dichiarazione di stato militare nel Sud. La società meridionale si trovò divisa in ceti contrapposti: aristocrazia, popolo e clero contro borghesi e professionisti. Dal canto loro, gli sbandati militari borbonici, finiti in miseria dopo i primi proventi disposti dall’ex Re e impossibilitati a rifornirsi di armi e viveri, si abbandoneranno a uccisioni, stupri e rapine. “Con l’emergere delle sue caratteristiche tradizionali, il brigantaggio mostrò il volto secolare di ribellione anarchica contro il potere, contro la società, contro la proprietà, contro tutti, senza aggancio con le lotte dei contadini per il possesso della terra, senza la visione di un mondo da sostituire a quello che si tentava di distruggere”.6

La reazione degli ex militari borbonici per sobillare i paesi della Montagna era pronta, almeno per gli sbandati assoldati da Don Lepoldo Zampetti, possidente e proprietario di Montefusco. Questi era un uomo in vista, già conosciuto in tutto il circondario, sebbene diverrà famoso per aver mosso le file di una cospirazione che avverrà a Pietradefusi nel febbraio del 1861. Si spacciava per liberale, avendo donato il suo cavallo bardato alla colonna di passaggio per Montefusco diretta ad Ariano (il 5 dicembre 1860), ma dopo la capitolazione di Gaeta aveva ufficialmente aderito al conquistatore piemontese. Nonostante ciò restò scottato per essere stato tenuto fuori dalla Cosa pubblica montefuscana e da qualsiasi altra mansione di potere l’ennesima volta, dopo la delusione del 1848, quando, pur ricoprendo l’incarico di capurbano, fu escluso pure dalla cricca favorevole alla dittatura di Garibaldi.7
Nel 1848, infatti, “per quanto dicesi, faceva parte della Società nominata Giovane Italia, ma poscia inchinava al partito borbonico; di tal che contraeva spiritual parentela coll’ex Intendente di questa provincia S.Mirabella, il quale per rimunerarlo dei servigi che gli rendeva, qual’agente segreto, il facea nominare consigliore provinciale, caporale delle Guardie d’onore, conciliatore, decurione, Capo Urbano”. Nel 1860, decaduta la dinastia borbonica, Zampetti aveva pensato di “far arruolamento di persone per abbattere la legittima autorità nazionale e rimettere sul soglio Francesco 2°. Fermo nel suo divisamento, ponevasi d’accordo per conseguirlo, con tal Giuseppe Nicola Martucci, il quale cominciava le sue prattiche con altri che teneva al suo partito, cioè Vincenzo Simeone, Antonio Imbimbo, Gaetano Addimandi, i quali, in nome del Zampetti, andavano affiliando persone colla promessa giornaliera di grana 60 ed altro, le quali dovevansi trovar pronte per essere capitanate dal Generale Bosco, per insorgere in favore del cessato governo, ed incontrare il Borbone, che doveva da Manfredonia recarsi in Napoli per riprendere le redini del governo”. Trasferì quindi il livore contro il regime sabaudo, che aveva favorito i suoi ex amici liberali e garibaldini, perché, a quanto pare, ebbe sempre lo scopo primario degli interessi personali. A lui, su istigazione di Don Remigio Fucci, si aggregarono presto Francesco de Figlio, Aquilante Fonzo e il Malommo di Sannazaro allo scopo di far cassa e di far rincontrare tutti gli ex soldati borbonici della zona nel bosco di Prata. Le persone coinvolte in un primo momento per i fatti accaduti intorno alla figura di Zampetti e poi accusate di cospirazione avente per oggetto di distruggere e cangiare la forma del governo e di eccitare li regnicoli ad armarsi contro i poteri dello stato furono nove. Cioé Don Leopoldo Zampetti di Don Pietro di Montefusco; Giuseppe Nicola Martucci fu Filippo di Montefusco; Vincenzo Simeone fu Giovanni di Atripalda domiciliato in Pietra de’ Fusi; Antonio Imbimbo di Lucido di Pietra de Fusi; Gaetano Addimanda fu Luigi di Pietra de Fusi; Domenico Orsini di Giuseppe di Montefusco. Accusandosi Martucci anche di detenzione d’arma insidiosa (pugnale). Ma dalla Gran Corte Criminale, il 20 gennaio 1862, saranno dichiarate insufficienti le prove e per manzanza di indizi non fu luogo a procedimento, decadendo l’accusa di cospirazione. In carcere restarono solo Martucci (arrestato per detenzione di pugnale) e presumibilmente Remigio Fucci di Angelo di San Giorgio La Montagna e diversi altri ascritti, fra cui Francesco Serino di San Nazzaro e Francesco de Figlio, dal quale era partita l’inchiesta. Questo “soldato sbandato di Ginestra La Montagna”, il 15 aprile precedente aveva dichiarato alla giustizia che in quel comune doveva aver luogo una reazione allo scopo di creare il disordine “nei posti della Guardia Nazionale di diversi comuni, e portarsi la stragge ed il saccheggio a designate famiglie liberali”. Fu lui a sostenere, in quel 1860, che “a capo di tal cospirazione erasi Don Leopoldo Zampetti di Monte Fusco”. Ma Don Leopoldò aveva sempre degli amici. Ed infatti non fu dello stesso avviso Paolo Emilio de Luca fu Pietro di Montefusco, membro “del civico collegio palatino”, per il quale Zampetti non poteva essere un cospiratore, ma al massimo uno sbadato.
Così de Luca: — Conosco perfettamente i trascorsi liberali di Zampetti. Opinione di liberale che lo offuscava cessò per la sua amicizia con l’ex Intendente Pasquale Mirabelli, la quale amicizia fu ribadita per avere l’ex intendente tenuto al fonte battesimale una figliuola di lui. Per questa attaccanza il Zampetti si salvò dalle persecuzioni della polizia borbonica, e riuscì anche a farsi nominare Capo Urbano, il che fu un bene per paese, perché si comportò lodevolmente, obbedendo alle leggi, senza far male a chicchesia, che anzi ricordo che quando erano in Monte Fusco i detenuti politici, e le famiglie venivano a visitarli tutti temevano di avvicinarsi ad esse, ma Zampetti fu superiore, tanto che un giorno la famiglia di Nisco, trovandosi in mezzo alla via e sotto la piazza, fu dal Zampetti accompagnata, non sapendivivi dove fussero. Era tale la buona opinione che si aveva di lui, che se non fosse stato catturato, sarebbe stato eletto forse a Capitano della Guardia Nazionale. Egli per altro può definirsi una vera novità, ed ha il difetto di non essere stato mai fedele ai suoi obblighi, tanto che se un amico gli prestava qualche cosa, doveva renunziare a riceverla. Ciò mostra che gli mancavano gli elementi indispensabili per essere un cospiratore.
Con il coinvolgimento di Zampetti si cominciò a capire che il vero fomentatore era in realtà l’ex intendente Pasquale Mirabelli Centurione, artefice ed organizzatore delle spie che istigavano il popolo alle reazioni, come si rileva da documenti inediti del carteggio: L’adorato nostro Francesco II è tuttora in Gaeta; la truppa si batte a Capua. Vittorio Emanuele è tuttavia in Abruzzo, e il di lui inoltrare è contrariato. Ove andranno le cose, lo sa solo Iddio! Qui le cose vanno di male in peggio. Da qui il sospetto che dietro Zampetti ci fosse la mano di Mirabelli, mentre anche a Montefredane, nei primi giorni del mese aprile, su ordine di Clemente Landolfi “galantuomo di Altavilla”, Domenico Fauciello e Gaetano Girolamo incontravano Antonio Nigro, risultando di “aver avuto il compito di arruolare persone per la reazione da pagare con 60 grani al giorno” (Landolfi risulterà amico di Fauciello, in quanto viene definito suo compadre).8
Ad ogni modo l’incontro di tutti i soldati sbandati, assoldati o meno da Zampetti, si tenne nel Bosco di Prata, dove chi sperava nell’arrivo di Franceschiello, annunciando chi il suo sbarco a Manfredonia, chi quello del Generale Bosco.

Per l’accusa i fatti erano abbastanza chiari, in quanto, ricevuti gli ex soldati sbandati in casa propria, l’ex mazziniano Zampetti, su richiesta degli stessi, gli diede i 12 carlini, invitandoli ad unirsi agli altri annidati nel bosco di Prata, utilizzato come punto di incontro. Da Prata sarebbe stato facile rincontrarsi “cogli altri soldati sbandati che si trovavano nel bosco di Montemiletto, e nell’altro di Vitulano”. Nel corso della rimpatriata, per promessa fatta successivamente anche da Zampetti, si disse che altro danaro sarebbe arrivato presto da Capua, come da richiesta, e così avrebbero “ottenuto doppio premio”. Nel mentre, proprio da Capua, sarebbe sopraggiunta la truppa guidata dal Generale Bosco che li avrebbe rilevati per ristabilirsi Francesco Secondo in trono.9
Così de Figlio: – Ci portammo perciò nel citato bosco di Prata, ove mi avvidi che circa cento di soldati sbandati erano dispersi per quei dintorni, ed Aquilante Fonzo discorse con cinque di essi a me ignoti, insinuandoli a raccogliersi, mentre egli conosceva gli altri di S.Giorgio la Montagna i quali si sarebbero egualmente prestati.10

Gelsomina De Vito di S.Paolo ricordava fosse settembre quando le si presentarono in casa Senno, Fonzo e tal Felice del loco che le chiesero del pane, essendo soldati borbonici sbandati perlocché andavano fuggiaschi. La donna diede loro del pane e del formaggio ed essi poi tornarono per altri cinque o sei volte dicendo che pernottavano nel bosco di Tufo. Aggiunse un’altra donna che in quei giorni fu raggiunta in casa dal padre e dalla sorella di Fonzo, la quale aveva una bella figliola. Il vecchio, portandomi de’ maccheroni, impegnandomi a divenir commadre di una figlia della citata sorella Fonzo, per le buone azioni da costui usate. E qui compare anche la figura di Don Andrea incontrata dai due compagni di de Figlio, prima di dirigersi verso il Bosco di Torrioni, per andare a divertirsi, dopo aver ricevuto del formaggio, e del denaro da D. Andrea Popoli di Tufo per essere fedeli al Borbone.11
Dice Gelsomina: – In una delle venute vollero un mio piccolo caldaio per cuocersi della pasta manifatturata, e nella sera me lo restituirono, ignorando io ove fossero restati, ma a quanto mi parve si portarono verso Torrioni, ove il suddetto Felice diceva restare la sua innamorata. Essi individui andavano spesso nell’abitato di Tufo e dicevano andarvi per procurarsi da mangiare. Gelsomina, frequentando casa de Marzo, seppe poi dalla moglie di D.Pasquale, Donna Luigia, che delle persone, i cui nomi non spiegò, le avevano cercato denaro e pane, ed essa avea dato cinque piastre, pane, e formaggio.12
Questo Felice è Felice Lardieri di San Giorgio la Montagna, ex militare del 20° Battaglione cacciatori, uno dei principali cospiratori della rivolta di luglio, proprio in quel di Torrioni.
Lo ammetterà espressamente de Figlio: Fonzo espresse che anche Felice Lardieri di qui soldato borbonico restava nel vicino comune di Torrioni dalla sua innamorata, pronto a seguirci.13
Lo scopo era quindi di attendere l’arrivo da Gapua del Generale Bosco, il quale avrebbe preso il comando delle centinaia di uomini, che sarebbero stati ben pagati, per una dimostrazione di grande potenza da tenersi sulla Montagna di Montefusco. Solo l’arresto di Zampetti (febbraio 1861), spezzerà il cordone ombelicare dei collegamenti fra i boschi di Vitulano, Montefalcione, Prata e Torrioni.14

Se fu mai vera la notizia dell’arrivo del Generale Bosco, con un Zampetti arrivista e pronto a vendicarsi degli ex amici, è difficile dirlo. Però la concetrazione degli sbandati nel bosco di Prata (prima di luglio) e poi in quello di Vitulano (dopo di luglio) fu cosa certa. Centinaia di ex soldati erano fermi lì, senza essere visti dal nemico (fra l’altro vicinissimo), ad attendere per giorni e giorni la necessaria presenza di un generale che non arrivò mai.15
Al punto che Zampetti escogita l’idea di mandare Fucci e Figlio direttamente dal Re per tenere buoni tutti. Un tentativo poco credibile ma che convinse i due, forse per ignoranza, a portare una supplica a Franceschiello. In realtà tutto nasconde la vendetta mancata di Zampetti nei confronti dei notabili di San Giorgio che avrebbe voluto letteralmente far trucidare. La supplica al Re appare quasi una presa per i fondelli: – Vi prego Sua Maestà, mandate la carta bianca. Vui faciti da lloco, e nui facimmo da quà. Fucci la scrisse e Fonzo se la fece cucire nel gilèt, il 1 novembre 1860, quando i tre furono pronti a partire.
Così de Figlio: – Partimmo tutti e tre, cioè coi surriferiti Fonzo, e Senno per Capua, ma in quelle vicinanze si trovò il cordone delle truppe di Garibaldi, e non si poté passare oltre, anche perché si faceva gran fuoco. Costretti però a ritornare, riferimmo il tutto al Fucci, il quale dispiaciutosi del mal’esito della cosa, ritirandosi la supplica, ci avverti a nulla dire. Si fu allora che lo stesso Fucci pensò di formare la carta bianca su di una cinque grana in rame di Francesco Secondo per mostrarla al pubblico ond’essere seguito dalla popolazione nel giorno della reazione.16

Ma non tutti i possidenti avevano aderito al Plebiscito del 20 ottobre 1860 per l’annessione al Regno d’Italia: sebbene in maggioranza si dichiarassero liberali, in molti, furono pronti a fare il doppio gioco giurando fedeltà a Dio e al Borbone, ma più nel tentativo di salavare le proprie terre da una parte e di evitare l’assalto contadino dall’altra. La spinta la diede la Chiesa, convinta che tutto lo scibile umano, l’educazione e l’istruzione dovessero essere impartiti dai preti, nelle Scuole pie e nei Seminari diocesani. Il legame religioso avrebbe aiutato i signorotti a far ritornare Re Francesco, anche perchè chi non si schierava a viso aperto, restando comunque conservatore, era malvisto e attirava su di sè le vendette personali, specie nei paesi.
— Sembrano italiani, ma in cuor loro sono seguaci di Franceschiello.7
Da qui il tentativo degli ex borbonici di organizzare un esercito reazionario ponendo a capo delle bande, nate spontaneamente nell’ex Regno, graduati nativi del posto. Si trattò di uomini rimasti fedeli, o da reclutare nelle file dell’Esercito Italiano, insieme a militari compiacenti, sottraendoli alle forze piemontesi nemiche.
Per fare questo, stando alle disposizioni che Franceschiello inviava da Roma, nacque a Portici un Comitato centrale dei napoletani reazionari, con a capo il Luogotenente De Crescenzo incaricato di organizzare gli ufficiali.

Fra la primavera e l’estate del 1861 saranno una ventina i paesi dell’ex Principato Ultra che rialzeranno la bandiera bianca coi gigli del Borbone. Sul lato beneventano, dal Terminio al fiume Calore, venne inviato il Capitano Cosmo Giordano per comandare la banda telesina che aveva preso ad aggregare accoliti anche fra Apice e San Nazzaro per creare un varco in Puglia. La stessa Benevento, ancora priva di truppa, era minacciata da altri distaccamenti di sbandati, che dal Matese si affacciarono in Valle Caudina al comando di Cipriano la Gala, Sacchetiello, Taddeo e Palumbo. Sul Partenio, per i territori intorno a Pietrastornina, fu inviato Donato Bruno (originario di Altavilla), il quale raggiunse gli sbandati che si rifugiavano fra i ruderi montani del monastero dell’Incoronata.

Il resto è tutto racchiuso nel mio libro.

Arturo Bascetta.

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Editorial Review

BASCETTA COME MARC BLOCH, CI PRESENTA QUEL SANT'UOMO DI RE FRANCESCO

 

 

 

 

 

 

(ac) I moti del 1848 sono stati definiti “l’inizio delle rivoluzioni”, perché misero in questione le strutture monarchiche in tutta l’Europa. Per quanto riguarda l’Italia il fenomeno più rilevante è dato dall’inizio concreto del Risorgimento. In particolare delle idee repubblicane di Giuseppe Mazzini, delle imprese dell’eroe dei due Mondi, Giuseppe Garibaldi e dalla concretezza di Camillo Benso Conte di Cavour.
In questo splendido saggio storico, non si trova nessuna maledizione nei confronti di Garibaldi come farebbe pensare il titolo, Mannaggia a Garibaldi!, ma vi è al contrario una visione critica, severa, senza sconti sulle origini del Risorgimento nazionale e sul processo, non sempre lineare, improntato a giustizia e privo di esecrandi fatti di sangue, che portò all’unificazione politica e statale dell’Italia. Arturo Bascetta, con la sua consolidata capacità di ricerca di documenti, diari, testimonianze le più svariate, racconti popolari, sentenze di tribunali, decisioni amministrative, confessioni e quant’altro, ci dà un quadro storico chiaro, preciso, circostanziato della fase risorgimentale della provincia di Avellino, da cui si distaccò buona parte della nascente provincia di Benevento, dal 1848 al 1863-64, e dei rapporti stretti di queste con la Napoli di Franceschiello prima e, dopo, con l’autorità di Garibaldi e della Casa Sabauda.
Dinanzi ai nostri occhi passano piccoli e grandi fatti della stragrande maggioranza dei Comuni dell’ex Principato Ultra, documentati e accurati dalla certosina ricerca da topo di biblioteca che è la più grande virtù dell’Autore. Testimonianze storiche, in verità, spesso trascurate dalla Storia con la “S” maiuscola, le quali hanno un valore inestimabile per tutti coloro a cui sta a cuore conoscere i fatti delle proprie contrade, dei propri villaggi e paesi, dei propri eroi, dei propri briganti, delle imprese dei propri compaesani e delle loro azioni, eroiche o meschine che fossero, che hanno contribuito all’unità d’Italia.
Non è una storia minore, come certi astratti e pseudo-storici vanno farfugliando, ma è di fatti storici della provincia di Avellino che si parla, congiunti ai grandi avvenimenti dell’unità d’Italia, pensieri e correnti che sono alla base dell’Europa moderna.
Il punto di vista del Nostro, via via che approfondisce i problemi storici, politici, sociali e culturali dell’Ottocento, il loro peso e significato, dimostra l’erroneità delle valutazioni e dei giudizi correnti che sul Risorgimento e sulle sue origini oscillano di solito tra la tesi dell’unità d’Italia come risultato della politica delle grandi potenze europee e l’altra dell’Italia “che fa da sé”, che porta a compimento la sua unificazione politica e statale attraverso un processo autonomo, spesso in contrasto con le finalità di tali grandi potenze in opposizione alla stessa unità della Penisola. Certo la dottrina mazziniana e il “primato” italiano giobertiano sono idee che si determinano entro la comune coscienza europea che mai fu così vivace ed alacre come nel periodo compreso tra il 1814 ed il 1848. Dopo le guerre napoleoniche, infatti, le vie nazionali si sentono ravvicinate proprio dal momento in cui Napoleone aveva costretto tutti a guardare all’Europa. Certo l’orientamento europeo non esclude affatto i sentimenti nazionali. Anzi tali sentimenti sono possibili in quanto il senso della nazionalità è diventato ormai una forza irriducibile. In questa visione della storia ogni patria rappresenta un ideale universale, un momento eterno dell’umanità. Bascetta, in verità, pone alla base dell’unità d’Italia un forte dubbio critico.
Il Mezzogiorno era intriso di contraddizioni. Una parte del popolo era fortemente fedele ai Borbone, la più avanzata e progressista della quale sperava nella permanenza della dinastia, se avesse concesso la Costituzione. Vi era poi un’altra parte che era favorevole alla sua permanenza perché formata da forze reazionarie e brigantesche. Una situazione complessa, in cui sono presenti forze conservatrici, se non proprio reazionarie, liberali e democratiche. Convivono accanto, a stretto contatto di gomito, motivi di impronta medioevale legati alla vecchia e ormai anacronistica feudalità e idee nate dalla Rivoluzione francese. Un quadro dunque ambiguo, in cui si ha uno scambio frequente di idee che alimentano la polemica tra gli ultras e i liberali. La particolare posizione dell’Italia, in lotta per la libertà e l’indipendenza, impone una linea culturale e politica capace di mediare tra gli estremi, di comporre opposizioni e contrasti ereditati da un passato di divisioni in Stati e statini. Era giustamente il tempo del “primato” giobertiano, secondo cui “conservazione e progresso sono due motivi inseparabili”. Ebbene in questo filone storico si inserisce il cambiamento straordinario apportato nella storia del Risorgimento di Arturo Bascetta che eleva a soggetti storici concreti una provincia, il Principato Ultra, due città, Avellino e Benevento, nello sfondo di un Mezzogiorno contadino, dove invidie, agonismi, egoismi, “inciuci”, false testimonianze, trame, insurrezioni, tradimenti, angherie, soprusi, stupri sono le armi preferite sia dai seguaci dei Borbone che dai liberali antiborbonici. Bascetta in questo suo saggio storico mostra una visione ampia della realtà che si svolge dinanzi ai nostri occhi come trionfo del pragmatismo, in fatti ed in processi rappresentati in modo nudo e crudo, senza orpelli o giustificazione di sorta. Mette in evidenza il cavallo di Troia all’interno del mondo liberale, che spesso lo spinge verso direzioni non progressiste ma retrive. Vi sono episodi travolgenti e splendidi nella loro ferocia come quello della brigantessa Donna Matilde Rossi, che io ritengo, parafrasando Guido Gozzano, “un fiore sbocciato nel deserto”. Il tutto, in sintesi, dimostra la ferma convinzione dell’Autore secondo cui il lavoro dello storico agisce sul suo stesso oggetto, l’agire degli uomini. Egli nella storiografia vede, come affermava Benedetto Croce, “la liberazione della storia” dal peso degli eventi che sembrano incombere sulle coscienze degli uomini e dei popoli che aspirano ad una catarsi, ad una nuova alba dopo la buia notte.
Diverse le storie esaminate, molti i fatti ricordati. Arturo Bascetta, in particolare in quest’opera storica più che nelle sue tante altre, vive fino in fondo, come pochi altri, taluni dei problemi più ardui della storia, prima fra tutti il rapporto tra storia locale e storia nazionale, tra storia particolare e storia generale, rifuggendo con onestà intellettuale e spirito libero dalla generalizzazione di fatti storici particolari che sono unici e irripetibili, come i tanti fatti, eventi ed episodi descritti con acume e perizia in questo suo Mannaggia a Garibaldi! a cui auguro una grande diffusione tra i giovani che, non per loro colpa, sanno pochissimo, se non proprio nulla, dei paesi dove sono nati e vivono. Lacuna che sarà certamente eliminata da questo lavoro che rappresenta un nuovo rapporto tra fatti, eventi, istituzioni, in cui però la nostalgia del passato non comporta il disperdersi della realtà, delle tradizioni molteplici nel tempo; non si fa promotrice di una nuova azione e di nuovi ideali possibili. A questo si associa la disciplina storica, che di quegli ideali e di quei principi si rende garante, senza cedimenti di sorta alle metamorfosi di revisionismo che accompagnano le forme deviate e devianti, spurie, del pensiero storico che a me piace chiamare pensiero critico. E tale è anche per Bascetta che con Omodeo è del parere che “la vera grandezza umana si afferma in discrimine rerum, nella possibilità di perdere e di trionfare, di fallire e di riuscire”. E’ il motivo alla base di queste pagine. Al centro dell’attenzione del Nostro, come detto innanzi, resta Avellino, a cui Bascetta è molto legato e di cui a me sembra addirittura innamorato per il suo scovare documenti, diari, racconti autobiografici e nomi che riguardano questa blasonata e antica città dei Due Principati, della quale molti cittadini sono stati autori di cose nobili e non, di fatti eroici e di intraprese in una con intrighi, false testimonianze, tutte cose che, nel complesso, le fanno onore.
L’Autore in questa sua opera, come in tante altre ricostruzioni storiche, sa bene che il “processo compiuto”, tetelèsmonon, sfugge per principio alla diretta conoscenza del soggetto umano per il quale è possibile solo una “conoscenza congetturale”, dòkos. Del resto il primo frammento di Ecateo, il famoso storico di Mileto, recita: “Scrivo quanto segue conformamente alla mia ricostruzione congetturale della verità”. E Bascetta, come il primo celebre storico antico, può dire che non pretende di aver conosciuto direttamente la “verità”, ma semplicemente di averla ricostruita, a partire dai dati da lui pazientemente e sagacemente raccolti.
E’, questo, un ulteriore merito dell’Autore di un succoso libro, il quale, con la sua fecondità e creatività, rifiuta la storia semplicistica che si ferma alla superficie degli avvenimenti, una storia che fa dipendere tutto da un solo fattore, che si basa su analisi troppo eclettiche e che si smarrisce nella molteplicità delle circostanze: la narrazione sistematica che non distingue tra motivi e cause. Il Nostro ha una concezione profonda e diversa della storia, che spezza la crosta dell’interpretazione critica povera e sclerotica, quella che è stata giustamente definita pseudo-storia.
Bascetta, seguendo Marc Bloch, “di fronte all’immensa e confusa realtà”, fa la propria scelta basandosi non sull’arbitrio, bensì nell’analisi scientifica del documento che gli consente la ricostruzione e la spiegazione del passato. Esamina, analizza, scruta fatti ed eventi, ciascun individuo, noto o ignoto, che svolge la sua parte nella vicenda storica, anche con ipotesi e congetture, ma soprattutto con un lavoro delicato e appassionato, che, in sintesi, è il suo pregio maggiore.

 

note 1863

1. Alfonso Santagata, Il sole del brigante.
2. Ivi.
3. ASA, Prefettura, Brigantaggio, Busta 1, foglio 122, datato in Avellino 16 aprile 1863. Così comincia: “Il sottoscritto adempie al dovere di rassegnare al Signor Ministro dell’Interno Torino i fatti di brigantaggio ed altri avvenimenti verificatisi nel corso della prima quindicina del mese in corso”.
4. Luisa Sangiuolo, Il Brigantaggio nella Provincia di Benevento 1860-1880, De Martino, Benevento 1975.
5. Il 5 settembre 1863, Antonio Tini di Emmanuele da Paduli, “venne dal comandante di quella Guardia Nazionale, incaricato di portare un plico ad un maggiore dei bersaglieri, che trovavasi in San Marco dei Cavoti. Nel ritorno, il Tinni, s’imbattè in contrada Calisi con Caruso, il quale avendo saputo che il Tinni era stato latore di un plico, nel quale si diceva che i briganti si trovavano in un dato luogo fu, il malcapitato, fatto inginocchiare, e, con un colpo di fucile, fu dal Caruso ucciso. Da: www.brigantaggio.net di Fioravante Bosco.
6. Luisa Sangiuolo, op. cit.
7. Ivi. Scrive la Sangiuolo che Caruso aveva ammesso che, “passando la comitiva il 13 settembre per Pietrelcina, catturò Giuseppe Fucci e lo uccise, per quanto il nipote gli avesse dato sessanta ducati e due giumente. Gli domandano i Giudici: “Non arrecò altri danni alla famiglia di Fucci Giuseppe?” “Ah, sì, dimenticavo. Scannai di mia mano diversi buoi Sulla via di Foggia il bottino non si deve spartire, tutti debbono andare da Ninco-Nanco per questo; il colonnello dice che occorre provvedersi di viveri ed indumenti. Si è al 13 di settembre e strada ce n’è da fare. Tre briganti irrompono ad Apice in contrada Calvano, alla masseria dei Belmonte. La figlia nubile Anna, quando ne comprende 1’appartenenza, terrorizzata dalla possibilità di incontrare Caruso di cui è ormai risaputa la violenza che fa alle donne, (quante ne ha rapite ed uccise solo perché stavano per divenire madri!), corre a nascondersi nella casa di Saverio Carbone. Con un urlo di raccapriccio, si imbatte in Caruso che la violenta alla presenza della moglie del Carbone. Di poi il colonnello istiga tre dei suoi a fare altrettanto ad una fanciulla della vicina fattoria S. Auditorio. Dove va la comitiva? Da Ninco-Nanco in Basilicata come ha detto Nicola Tocci? Chissà. Ne ritroviamo le tracce ancora ad Apice il 30 settembre. Un sequestro va a monte e Caruso nell’impossibilità di trattare direttamente con i proprietari o loro parenti fuggiti, prima del suo arrivo, ammazza una mandria di vacche dei benestanti Matteo La Medica e Angelo Santoro in segno di sfregio, quindi brucia le messi di Giuseppe Catassa e di Lorenzo Nardone. Via via le provviste si assottigliano fino a finire del tutto; gli ultimi giorni gli uomini hanno fatto la fame; Giuseppe Pellegrino accusa violenti crampi allo stomaco e si abbandona allo scoraggiamento, bestemmiando il giorno in cui si è fatto brigante. Gli altri fanno seguito con imprecazioni; pare siano vicini ad una esplosione di rabbia collettiva. Prima che questo si verifichi, Caruso uccide con una coltellata il brigante affamato e ne butta il cadavere in un burrone. L’ordine è ristabilito e tuttavia il cibo si deve trovare ad ogni costo. Nei pressi di Morcone in contrada Cuffiano, il colonnello bussa alla masseria di Pasquale De Maria. I Fuschi non possono più aiutarlo; sono in galera per avergli dato ricovero e provviste. Chiede foraggio per le bestie e cibo per tutti. Berardino Polzella venuto ad aprirgli la porta dice che il padrone Pasquale non c’è e nulla nella sua assenza è autorizzato a dare. “Come - dice Caruso - le Autorità non vogliono che voi ci diate da mangiare? Mettetevi tutti in fila!” Obbediscono Luigia Pietrangelo, Berardino Polzella con la moglie Marta Zeoli, i figli Giuseppe, Mariantonia, Luigi, Domenico e Michele. Tutti fucilati, indi fatti a pezzi e sfigurati con colpi di pugnale; tutti anche Luigi di nove anni, Domenico di sette e il piccolino Michele di appena quattro anni. Il medico legale attesterà che la più giovane era stata violentata sino alla morte da quasi tutta la banda”.
8. Abele de Blasio, Il Brigante Michele Caruso Ricerche di Abele De Blasio, Stabilimento Tipografico, Napoli 1910. Il 4 ottobre del 1863 i briganti si allontanarono da Apice in direzione di Sepino.
9. ASA, Busta 2, foglio 148, Regno d’Italia, Sotto Prefettura di Ariano, Ufficio Pubblica Sicurezza, Num.1638, Brigantaggio, Lettera del sindaco di Bonito Nicola Miletti giunta in data 1 ottobre 1863, ore 5 ½ p.m., al Prefetto di Avellino De Luca, il quale annota “Gabinetto di Telegrafi - Se ne facci relazione di lodi la Guardia Nazionale, il Maggiore e la Truppa”. Così l’inizio della missiva: “Dal municipio di Bonito, lì 30 7bre 1863”. Il giorno dopo giunge alla prefettura di Avellino la lettera n.1076, avente per oggetto sempre il brigantaggio, scritta dal sindaco Nicola Miletti, il quale, si rivolge al prefetto De Luca “per sua norma ed intelligenza della S.V. Ill.ma le trascrivo quanto appresso, facendo seguito al foglio di pari data n°1074 riferisco a V.S. Ill.ma...”.
10. Ibidem.
11. ASA, Busta 2, foglio 155, Regno d’Italia, Sotto Prefettura di Ariano, Ufficio Pubblica Sicurezza, con numero di protocollo 1660, per oggetto il Brigantaggio, Lettera n.1087 del sindaco di Bonito Nicola Miletti giunta in data 4 ottobre 1863 al Sottoprefetto.
12. Ivi, Lettera n.376 del sindaco di Montemale Giuseppe Panaruso che risponde alla lettera n.1589.
13. ASA, Busta 2, fogli segg. al f.148, cit. Il Prefetto di Avellino annota che “dal rapporto di V.S. del 1° andante mese n°1638, il sottoscritto ha rilevato...” e così via.
14. Fiorangelo Morrone, Storia di Beselice e dell’alta Valfortore, Arte Tipografica, Napoli 1993. A proposito della banda Caruso e dei fatti del 1863 egli scrive: “Il 6 settembre uccise presso Torrecuso 4 soldati e 10 guardie nazionali. IL giorno 7 compì una vera carneficina presso Castelvetere Valfortore: ben 27 persone inermi, vecchi, donne e bambini, furono trucidate. All’eccidio era presente con la sua banda anche Antonio Secola, il quale però in seguito sostenne di non aver sparato neppure un colpo. Il giorno 9 carneficina ancora maggiore ebbe a verificarsi a S. Bartolomeo in Galdo, sempre ad opera del Caruso. Furono assassinate da 30 a 40 persone. Altri, come Mattia Cifelli e Michele Cenicolo, morirono in seguito alle ferite riportate. Anche a questa carneficina era presente il Secola, il quale però, successivamente, nel corso degli interrogatori che ebbero luogo alla sua consegna, affermò ancora una volta di non aver sparato neppure un colpo. Successivamente il Caruso uccise 7 possidenti lungo la via Sannitica, 14 contadini presso Colle, 7 in territorio di Morcone, 6 presso il Cubante, 16 alla masseria Monachella, presso Torremaggiore. Costretto da simili audacie e da tale efferatezza, il generale Emilio Pallavicini, che alla metà di settembre aveva assunto il comando della zona militare speciale del Beneventano e del Molise, decise di far di tutto per liberare il territorio da un simile mostro”. Cfr. F. Molfese, Storia del brigantaggio dopo l’Unità, Milano 1964.
15. Ivi.
16. ASA, Busta 2, foglio 192, Lettera datata in Apice del 28 ottobre 1863 indirizzata al Signor Nicola Panza, Luogotenente della Guardia Nazionale Mobile.
17. ASA, Fondo Prefettura, Buste Brigantaggio, Legge 7 febbraio 1864.
18. Alfonso Scirocco, introduzione a: Brigantaggio Lealismo Repressione, Macchairoli Editore, 1984.
19. Alfonso Santagata, Il sole del brigante. Dirà Giuseppe Caruso agli inquirenti: “finalmente sono riuscito a distruggere la banda di Crocco; il Generale Pallavicini mi ha voluto premiare, mi ha fatto brigadiere delle guardie forestali a cavallo”.
20. Giuseppe Caruso nacque in Atella (1820-1892), sempre in provincia di Potenza, e morì a 72 anni. Scrive De Blasio: “Chi dà uno sguardo alla fotografia di lui si avvede subito trovarsi innanzi ad un individuo anormale. Infatti la sua enorme mandibola, la sporgenza degli zigomi in avanti, l’asimmetria della faccia, la sporgenza delle arcate sopracciliari, l’infossamento degli occhi, l’ampia bocca ecc. sono tutte cose che ci fanno pensare che l’uomo di cui ci occupiamo non doveva, al certo, essere un innocuo agnello. Giuseppe Caruso, che esordì come agricoltore e finì brigadiere delle guardie forestali a cavallo nella tenuta di Monticchio, nel 1861 fu accusalo davere ucciso in Atella, durante una dimostrazione politica, un milite del plotone lucano ed allora per non esporre la sua schiena alla fucilazione pensò darsi alla campagna arruolandosi nella banda Crocco, che, nell’epoca in discorso, seminava strage e terrore per Monticchio e Lagopesole. Giuseppe Caruso, per le sue buone qualità brigantesche, ben presto si attirò la simpatia del suo capo Carmine Donatelli Crocco, che lo elevò al grado di sottocapo; ma un bel giorno Zi-Beppe così era chiamato il Caruso, in luogo di eseguire gli ordini di Crocco, si staccò dalla comitiva e andò a costituirsi al generale Fontana, che trovavasi in Rionero. Per i suoi precedenti la giustizia di Potenza regalava al Caruso sette anni di lavori forzati. Mentre si trovava in carcere, per ottenere la libertà, si offerse di voler fare la spia alla banda di Crocco”.
21. Michele Caruso (1837-1863) Famosissimo Brigante nacque a Torremaggiore, in provincia di Potenza, nel 1837. Nel paese natale lo ricordano per l’assassinio di 16 contadini alla masseria Monachella. Dopo 35 scontri con la cavalleria del Generale Pallavicini nell’ottobre del 1863, il 10 dicembre fu catturato a Molinara e condotto a Benevento dove venne fucilato il giorno seguente. Da: www.torremaggiore.com. Michele Caruso, senza dubbi, va distinto da Giuseppe Caruso che era di Atella. Così Antonio Pagano, Due Sicilie, cit.: “Il primo dicembre Crocco sostiene vittoriosamente uno scontro con reparti piemontesi alla masseria S. Vittore. Il giorno 5 il Ministro guardasigilli piemontese inviò una circolare a tutti i vescovi delle Due Sicilie, invitandoli a “convincere i briganti” a desistere dalle loro azioni. Il 6 dicembre i patrioti di Caruso vengono attaccati dai bersaglieri presso la masseria Bianco, dove muoiono 7 uomini, ma Caruso riuscí a fuggire. Il 10 dicembre, però, a causa di una delazione Caruso è catturato in una cascina a Molinara. Il 12 dicembre, dopo un processo farsa, Michele Caruso, viene fucilato fuori porta Rufino a Benevento”.
22. Luisa Sangiuolo, op. cit.

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1. ASAV, deposizione Francesco de Figlio. Seguiamo il racconto di Francesco de Figlio, di ritorno dall’occupazione di Isernia, avvenuta pochi giorni prima, il 5 ottobre 1860, ad opera di una colonna di borbonici e centinaia di contadini con armi in pugno. Questi, appena giunge all’abitazione di San Giorgio, incontra l’ex sottocapo urbano della guardia municipale Remigio Fucci, a sua volta reduce dall’assalto alla Guardia Nazionale del paese avvenuto il 21 luglio 1860. Cfr. A. SALADINO, Il tramonto di una capitale: Napoli e la Campania nella crisi finale della monarchia borbonica, in Archivio storico per le province napoletane, Napoli 1961. In: E.SPAGNUOLO, Cospirazioni antisabaude e soldati sbandati nel circondario di Montefusco, Avellino 2001. Cfr. M D’AGOSTINO, La reazione borbonica in provincia di Benevento, Napoli 1987. Così dice: - “Ritornai in Ginestra la Montagna mia patria reduce dall’attacco d’Isernia al quale presi parte come soldato borbonico. Dopo qualche giorno fui avvicinato dal paesano D.Remigio Fucci il quale mi premurò ad unirmi seco lui per far gente, e disarmare i diversi vicini Posti di Guardia Nazionale, e quindi divenirsi al sacco, e fuoco per favorire Francesco Secondo il quale se non tornava oggi, tornava dimane, mentre circa quaranta persone di Ginestra atte alle armi erano già pronte per l’oggetto tra le quali spiegò Francesco e Giuseppe Boniello, Emmanuele Boniello, Ferdinando Fucci, Michelangelo Fucci, Tommaso Chiavelli, Domenico Fonzo diAntonio, Domenico e Gaetano Taranto, ed Antonio Festa alias Pizzolone di Ginestra”.
2. ASAV, Gran Corte Criminale, Busta 96, f.449, il 3 luglio 1863. Il 27 febbraio 1862 il pubblico ministero incalzava nelle accuse, sostenendo che Gaetano Petrillo di Venticano, nel febbraio 1861, nell’incontrare una donna la udì riferirsi alla Guardia Nazionale con le parole: tra pochi giorni faremo i conti con questa coppolella. All’episodio si aggiunse la dichiarazione di de Figlio di Ginestra La Montagna del 15 aprile 1861. E’ usanza dire: Chi mi battezza (mi dà qualcosa), mi scelgo per compare.
3. ASAV, Gran Corte Criminale, deposizione Francesco de Figlio. Cfr.E.Spagnuolo, Cospirazioni, cit. Cfr. M.D’agostino, La reazione borbonica, cit. Così: “Nel mattino del Giovedì in Albis ultimo (quattro corrente aprile) mi portai nel mulino del soprannominato Frecchillo poco lungi questo abitato per sframentar cereali, e nel ritorno scontrai verso colà il Capozzi, e D. Remigio Fucci in segreto colloquio i quali mi fermarono, e nei ritenermi loro dipendente per la reazione, il Fucci mi premurò ad avisare per l’oggetto Emmanuele Boniello di Ginestra, ciò che non ho fatto. Fucci disse a Camillo Capozzi - ca a la Ginestra sono una quarantina che sanno maneggià l’arma, pensa tu pure loco mò -. Capozzi disse - pe quà me la vedo io -, e rivoltosi a me replicò - fatica, e statti pronto, e non t’allontanà a luongo, perché appena che mette pede Francisco ci riunimo -. Parlando poi essi Capozzie Fucci dicevano che la riunione della gente dovea farsi nel vallone tra S. Giacomo, e S. Martino A.G.P. compartendosi la gente metà a S. Giorgio, e metà a S.Martino disarmando prima i posti di guardia di tali paesi, e poi andare in Sannazzaro pel sacco nelle case di D. Domenico Soricelli, ed Arciprete Conte uccidendoli. Che ciò dovea aver luogo a’ venticinque di questo mese, mentre nella sera degli otto si dovea fare il conteggio della gente al detto luogo, ciò che poi non è avvenuto, e ne ignoro il perché. Dicevano pure che nel giorno ventisette Aprile tutto dovea esser terminato, venendo la truppa da Manfredonia, e che tale particolarità si sarebbe saputa dai trainanti che provvenivano di là passando per la strada nuova di Dentecane. Altro non dissero, ed io mi allontanai, restituendomi in casa”.
4. ASAV, Gran Corte Criminale, Busta 79, Processo Criminale n.27, f.364.
5. ASAV, Gran Corte Criminale, Busta 79, Processo Criminale n.27, f.364.
6. ASAV, Gran Corte Criminale, Busta 79, Processo Criminale n.27, f.364.
7. ASAV, Gran Corte Criminale, B.86, f.420, ai principi di Luglio 1861 Alfonso Luongo figlio di Nicola Luongo di Prata, stando alle lettere datate 7 ottobre 1861 in Montefusco.
8. Premessa di G.Galasso e introduzione di A.Scirocco, in: Aa.Vv., Brigantaggio Lealismo Repressione, Macchiaroli Editore, 1984. Cfr. F.Molfese, Storia del brigantaggio politico. Cfr. T.Pedio, Vita politica in Italia meridionale. L’Incoronata era stata già meta preferita di Fra’ Diavolo, che ivi era stato snidato nel 1806, subendo la distruzione ad opera della truppa francese di Avellino guidata da Sigismondo Hugo, padre di Victor.
9. Abele de Blasio, op. cit.
10. Almeno così confesserà al Misasi nel 1881.In realtà il Colonnello Giordano si schierò principalmente contro l’amministrazione di Cerreto. Posizione dalla quale non volle recedere neppure Giordano quando ricevette, insieme all’accolito Pilucchiello, una lettera dall’avvocato Michele Ungaro di Cerreto che li invitava a costituirsi non avendo commesso alcun delitto di peso. La risposta fu una richiesta di 6.000 ducati con passaporto di non ritorno in cambio della resa di tutti i briganti pronti a presentarsi spontaneamente in cambio della libertà. Missiva che l’avvocato sottopose al sottoprefetto di Cerreto offrendo al massivo 15.000 lire, offerta che provocò la rottura delle trattative. Un suo accolito, Demetrio Peritano di Morcone, venne anche arrestato e, a propria discolpa, sostenne che già prima del luglio 1861, Giordano aveva aggregato a sè uomini del calibro di Francescantonio Basile, Errichiello Giordano, Vincenzo Ludovico alias Pilucchiello, Pasquale Mendillo, Liberantonio Ruzzo, Ferdinando Muccio, Giovanni Nigro, Saverio Finelli e Giuseppantonio Marazzi. V. Ab.de Blasio, op. cit.
11. Ivi. Giordano non mancò all’accusa di essere rimasto borbonico e, sebbene fu richiamato per ben due volte dal Comando militare di Caserta, tornò inspiegabilmente a casa, come asseriva il sindaco di Cerreto, il barone Vincenzo Magnati. La terza volta, non volendo sopportare ancora lo scherno delle truppe piemontesi, non si era presentato, contando sulla bellezza delle sorelle o della cognata, alle quali avrebbe fatto il filo un uomo potente. In ogni caso, a causa o meno di questo amore segreto, per lui e per il marito di una sorella, fu spiccato il mandato di cattura del 10 maggio 1861. Da qui il vero motivo della fuga. Per questo vagò per i monti per alcuni mesi, aggregando consensi antipiemontesi fra i braccianti che lo conoscevano e lo rispettavano, ricordandolo per il grado di Capitano acquisito sul Volturno.
12. Ivi. Nei primi mesi del 1861 aveva già aggregato gente di Morcone, Solopaca, Pietraroia e S.Lorenzo Maggiore, iniziando delle vere e proprie estorsioni, il cui danaro serviva a pagare le spese di fornitura viveri e di spionaggio. La banda ebbe anche un tenente, lo sbandato Cimirro (come egli stesso si firmava), il quale, non mancò di estorcere danaro alla badessa di Cerreto. Tentativo fallito per la povertà delle monache, come gli faceva notare la Badessa Pacelli, nella risposta per il tramite di Vincenza Mazzarella, loro inviata, figura primordiale di brigantessa.
13. Ivi.
14. Ivi.
15. Luisa Sangiuolo, Il Brigantaggio nella Provincia di Benevento 1860-1880, De Martino, Benevento 1975. Cfr. F.Molfese, Storia del Brigantaggio dopo l’Unità, Feltrinelli, Milano 1964.
16. ASAV, deposizione Francesco de Figlio. Cfr. E.Spagnuolo, Cospirazioni antisabaude e soldati sbandati nel circondario di Montefusco, Avellino 2001.
17. ASAV, deposizione Francesco de Figlio. Cfr. E.Spagnuolo, Cospirazioni antisabaude e soldati sbandati nel circondario di Montefusco, Avellino 2001. Cfr. M D’AGOSTINO, La reazione borbonica in provincia di Benevento, Napoli 1987. Così dice de Figlio: - Erano al par di me soldati borbonici sbandati Aquilante Fonzo di Giovanni di qui, e Francesco Senno alias Malomo di Sannazaro, coi quali per insinuazione del detto D. Remigio Fucci verso la fine di ottobre predetto mi portai da D. Leopoldo Zampetti di Montefusco realista borbonico per aver da costui danaro e quindi raccoglierci nel bosco di Prata con altri soldati borbonici come diceva specialmente Aquilante Fonzo che erasi ivi portato.
18. ASAV, deposizione Francesco de Figlio. Seguiamo il racconto di Francesco de Figlio, cit.
19. ASAV, deposizione Francesco de Figlio. Cfr E.Spagnuolo, Cospirazioni antisabaude e soldati sbandati nel circondario di Montefusco, Avellino 2001. Cfr. M D’AGOSTINO, La reazione borbonica in provincia di Benevento, Napoli 1987. Racconta de Figlio: - Ritornavamo a Montefusco dal detto Zampetti al quale Fonzo cercò danaro per gli altri che nel bosco restavano, ma Zampetti null’altro volle dare, e solo diceva che quando si sarebbero uniti tutti, allora avrebbe cacciato il danaro, mentre Francesco Secondo si poteva mettere in Trono per la sola opera dei soldati sbandati. Intanto Zampetti ci premurò portarsi dal cognato D.Domenico Soricelli di Sannazzaro a chieder danaro nella somma di trenta in quaranta ducati pel nostro sostentamento e degli altri che restavano nel bosco, perché facilmente li avremmo avuti. Giunti in Sannazzaro, mi portai solo dal Soricelli che nulla mi diè, perlocché ne parlai a’ citati Fonzo, e Senno, e tutti e tre portammo la risposta negativa a Zampetti il quale scrisse che avrebbe lui scritto al Soricelli sull’oggetto”.
Zampetti spedì i briganti a casa del liberale D. Domenico Soricelli: “Nello scorso mese di settembre erasi da lui presentato un congedato, il quale aveva chiesto ad esso Soricelli a nome del detto Zampetti sei in settecento ducati, e gli diceva che tale somma era intendimento del Zampetti di spenderla affine di congregare borbonici, e così consumare una reazione”. Soricelli sospettava anche “che il canonico D. Fedele Recine di qui fosse stato d’accordo con Zampetti nel voler promuovere una reazione, ed esternava ancora simiglianti sospetti contra un individuo di San Nazzaro soprannominato Perillo”.
Giovanni Spagnuolo “stando dinanti la casa di abitazione di D. Domenico Soricelli, a suo dire, “vide provvenire dalla strada di Montefusco il nominato Francesco ...e richiesto dove andava, disse dover parlare al detto Soricelli ed in effetti entrò nel costui portone. Dopo brevissimo tempo ne uscì portandosi per una via vicinale che mena in Cucciano, e il testimone volendo vigilare le mosse del citato individuo come soldato borbonico, lo seguì in certa distanza”. A poca distanza da Cucciano Francesco “si fermò a discorrere con altri due soldati sbandati borbonici, cioè Francesco Senno” e il figlio di Giovanni Fonzo, il quale diceva: “Tu i danari te li devi far dare!” E lui: “Ci bisognano perché siamo assai gente”. Questi, quando vide Spagnuolo uscire da dietro una siepe, essendo considerato una spia, cominciò a darsi alla macchia, “facendosi rare volte vedere nello spazio di sette otto giorni, e quindi è scomparso totalmente”.
20. ASAV, deposizione Francesco de Figlio. In: E.SPAGNUOLO, Cospirazioni antisabaude e soldati sbandati nel circondario di Montefusco, Avellino 2001. Cfr. M D’AGOSTINO, La reazione borbonica in provincia di Benevento, Napoli 1987.
21. ASAV, Gran Corte Criminale, deposizione Francesco de Figlio.
22. ASAV, deposizione Francesco de Figlio, cit. Così de Figlio: - “In esito di tutto ciò, e poiché noi tre ci eravamo presentati a nome di D. Remigio Fucci, esso Zampetti disse che il Fucci medesimo dovea scrivere una supplica per dimandare la carta bianca a Francesco Secondo in Capua, e che noi dovevamo colà portarla, e che poi nel ritorno si sarebbe operato. In effetti palesatosi il tutto al ridetto Fucci, costui nel giorno trentuno del ripetuto ottobre nella propria casa, ed in presenza mia, e dei detti Fonzo, e Senno scrisse la supplica - carcata bona, e ben fàtta - colla quale si diceva a Francesco Borbone che questa popolazione era pronta per lui, che si voleva la carta bianca per la reazione, designandosi le famiglie dei Signori Bocchini, La Monica, di Paolo Cozza, Giovanni Lanzotti, e Riola di qui; quelle de’ Signori Rainone, e Cerza di S.Martino A.G.P. come liberali, e che si dovevano massacrare. Aggiungerà poi nella deposizione che Fucci avrebbe anche detto che occorrendo danaro si sarebbe sborsato da questo Vincenzo la Nunziante alias la Volpe, e Camillo Capozzi, e che costoro col ripetuto D. Leopoldo Zampetti, e Don Felice Brancario di S.Martino A.G.P., con lui ancora, erano i capi ella reazione, ed in effetti esso Fucci spesso si portava dallo Zampetti in Montefusco come io avea occasione di osservare, e lo stesso Fucci lo confessava. Perciò, arrestato Don Leopoldo, il dichiarante fece capo a Giuseppe Fonzo di Ginestra per la reazione a farsi, “ma costui si negò” e, stando a Fucci, ora dipendevano tutti da D. Felice Brancario di S.Martino, “sul conto del quale però nulla conosco, mentre la bandiera si formava di un lenzuolo fino bianco con l’impresa in mezzo che subito si sarebbe fatta”. Cfr. E.Spagnuolo, Cospirazioni antisabaude e soldati sbandati nel circondario di Montefusco, Avellino 2001. Cfr. M D’Agostino, La reazione borbonica in provincia di Benevento, Napoli 1987. Cfr. sito internet, www.brigantaggio.net
23. ASAV, Gran Corte Criminale, deposizione Francesco de Figlio. Cfr.E.Spagnuolo, Cospirazioni antisabaude e soldati sbandati nel circondario di Montefusco, Avellino 2001. Cfr. M.D’agostino, La reazione borbonica in provincia di Benevento, Napoli 1987. Così: “Nel mattino del Giovedì in Albis ultimo (quattro corrente aprile) mi portai nel mulino del soprannominato Frecchillo poco lungi questo abitato per sframentar cereali, e nel ritorno scontrai verso colà il Capozzi, e D. Remigio Fucci in segreto colloquio i quali mi fermarono, e nei ritenermi loro dipendente per la reazione, il Fucci mi premurò ad avisare per l’oggetto Emmanuele Boniello di Ginestra, ciò che non ho fatto. Fucci disse a Camillo Capozzi - ca a la Ginestra sono una quarantina che sanno maneggià l’arma, pensa tu pure loco mò -. Capozzi disse - pe quà me la vedo io -, e rivoltosi a me replicò - fatica, e statti pronto, e non t’allontanà a luongo, perché appena che mette pede Francisco ci riunimo -. Parlando poi essi Capozzie Fucci dicevano che la riunione della gente dovea farsi nel vallone tra S. Giacomo, e S. Martino A.G.P. compartendosi la gente metà a S. Giorgio, e metà a S.Martino disarmando prima i posti di guardia di tali paesi, e poi andare in Sannazzaro pel sacco nelle case di D. Domenico Soricelli, ed Arciprete Conte uccidendoli. Che ciò dovea aver luogo a’ venticinque di questo mese, mentre nella sera degli otto si dovea fare il conteggio della gente al detto luogo, ciò che poi non è avvenuto, e ne ignoro il perché. Dicevano pure che nel giorno ventisette Aprile tutto dovea esser terminato, venendo la truppa da Manfredonia, e che tale particolarità si sarebbe saputa dai trainanti che provvenivano di là passando per la strada nuova di Dentecane. Altro non dissero, ed io mi allontanai, restituendomi in casa”.
24. ASAV, Gran Corte Criminale, Busta 79, Processo Criminale n.27
25. Edoardo Spagnuolo, La Rivolta di Montefalcione, Edizioni Nazione Napoletana, Napoli 1997.
26. ASAV, Fondo Gran Corte Criminale, Visto dal giudice, l’atto del cancelliere Vincenzo Alfano è datato Montefusco, 16 settembre 1861, foglio 89 del cancelliere.I peronaggi coinvolti a Torrioni avevano dei precedenti. Chi erano davvero questi malandrini pronti alla rivolta lo scopriamo dai fogli manoscritti certificati dal cancelliere del futuro processo, al quale fu dato compito di sfogliate tutti i registri penali a caccia di precedenti imputazioni a carico degli imputati per vedere se avessero precedenti simili.
Alfonso Lepore. Su Alfonso Lepore il cancelliere scoprì che aveva commeso “un furto semplice di una canna di cosidetti tavoloncielli di legno castagno, ed altro compiustibile formante una pagliaia di campagna del valore di ducati 10, in danno di Berardino Donnarumma”. Aveva poi fatto un danno di due ducati e 36 grana per la rottura di tredici aspreni attaccati alle piante di viti latine sempre a danno di Donnarumma. Ad ottobre del 1852 fu dichiarato colpevole di danno volontario con sentenza a gennaio ma di poco conto per la rottura di 3 o 4 piccoli asproncelli, con la condanna di tre giorni di reclusione più le spese calcolate in poche grana. Più consistente il reato relativo alla ferita pericolosa di vita e di storpio per gli accidenti a colpo di pietra a danno di Gabriele Iommazzo di Torrioni il 30 gennaio 1857, alvandosi per l’abolizione dell’azione penale ad effetto dell’ildulo relativo alla sentenza reale del 2 marzo.
Domenico Troisi. Domenico Troisi fu Angelantonio di Torrioni non era uno stinco di santo per le offese lievi con arma impropria commesse in pena di Paolino Aufiero di San Paolo il 28 ottobre 1840. Ferite e percosse pericolose di vita furono invece l’accusa per aver usato strumento contundente a danno di Pellegrino e Giacomo Oliviero fu Giacomo di Torrioni la sera del 14 maggio 1846; con l’aggravante dell’ingiuria verbale a danno di Sabato Olivieri dieci anni dopo con la condanna di 12 carlini di ammenda, n alternativa a sei giorni di prigione, a cui si aggiungero le percosse lievi a danno di Benedetto Troisi nel 1855.
Marzio Donnarumma. A carico di Marzio Donnarumma fu Antonio c’erano le lievi accuse a danno di Rosaria di Pasqua con lanciamento di pietre da cui fece un mese si osilio correzionale, non mancando di produrre appello. Seguì furto qualificato per lo tempo e per lo mezzo in danno di Annamaria Meluccio di Prata nel 1859.
Pietro Donnarumma. Pietro Donnarumma se la prese invece con Biagio Ferraro con ingiurie verbali determinate a minacce fra misfatti e delitti a danno di Gabriele Ferraro ed Orsola d’Agostino sempre di Torrioni, beccandosi sette mesi di reclusione. A danno di Gabriele vi fu poi anche il lanciamento di pietre nel 1859, seguito dalla resistenza con violenza a danno dell’urbano don Giuseppe Leo, con ferite gravi e lievi avendogli prodotto storpio permanente, seguito allo sfregio permanente per Teresa Iommazzo nel 1859; nonché lo storpio permanente per donna Mariantonia Petrillo; come nel caso di Teresa Iommazzo di Torrioni.
Gioacchino Donnarumma. Giacchino Donnarumma di Antonio passò alle vie di fatto e minacce precedenti, fra misfatti e delitti a danno di Don Antonio Sarti, usciere del giudice regio di Montefusco in atto che agiva per esecuzione della pubblica autorità nel 1858; seguirono l’accusa di ferita di vita a danno di Raffaele Oliviero nel 1850 e quella di percosse lievi con arma impropria contro Serafino Pizzani di S.Paolina; pietre e ingiurie per Carlo de Vito; a carmine Olivieri invece impedì l’accesso e il proprio esercizio per l’usurpazione semplice di un terreno, beccadosi sei mesi perché recidivo. Uso privato di mezzi della pubblica autorità e minacce tra misfatti e delitti a danno di Raffaele Iannuzzi, Giovanni Cennerazzo, continuando con usurpazione di terreno di Ambrogio Lepore di Torrioni; le ferite a Giovanni Zoina del 1860, che gli regalarono sei mesi d’esilio correzionale; nonché la resistenza all’urbano Giuseppe di Leo con violenza con asportazione di arma vietata per cui fu giudicato a maggio del 1859.
Vitantonio Oliviero. Vitantonio Oliviero fu Matteo derubò di 27 grana Michele Orsino di Giuseppe di Montefusco in Torrioni nel maggio del 1844.
Savino Iomazzo. Savino Iommazzo di Nicola era stato accusato di percosse lievi con arma impropria a danno di Raffaele Oliviero beccandosi dieci giorni di mandate in casa; provocò in seguito storpio a Luigi Aufiero di Tufo nel 1855 per la complicità in ferite pericolose a lui inferte.
Isidoro Ferrara. Isidoro Ferrara di Camillo fu accusato di ferita lieve a colpi di pietra contro Pasquale Bruno di Torrioni nel 1846 e poi di Gabriele Ferrara e Orsola d’Agostino anche per l’utilizzo di arma impropria, se la cavò per l’abolizione penale del 1859. Ma all’asportazione di arma vietata, una baionetta, culminata con l’uccisione di una pecora in pregiudizio di Sebastiano Lepore, aggiunse la resistenza e l’imprudenza per la fuga il 27 gennaio 1861.
Vito Ibelli. Vito Ibelli fu Domenico era stato accusato di ferita pericolosa di vita a danno di Domenico Oliviero, beccandosi un mese di prigione.
Saverio Iommzzo. Saverio Iommazzo fu Emmanuele di Torrioni fu accusato di furto qualificato di una zappa ed altri diversi oggetti di Pellegrino Lepore, idem a danno di Giovanni Cennerazzo; percosse lievemente invece Raffaella Oliviero, essendosi trasformato il tutto in rissa, sebbene non si seppe mai l’autore. Furto anche ai danni di Pasquale Donnarumma nel 1853.
Berardino Donnarumma. Berardio Donnarumma di Antonio era il delinquente più conosciuto. Cominciò con le percosse a Giuseppa Oliviero nel 1853, proseguì contro Arcangelo Leo e Antonio Cirelli beccandosi sei mesi. Passò poi all’usurpazione di terreno a danno volontario di Pellegrino Lepore avendo rimosso i termini dell’appezzamento, quindi per “la rimozione di termini con turbativa di possesso e fu condannato ad un mese di prigione”; altro terreno lo occupò a Carmine Olivieri. Ad Andrea Centrella e Carmine Donnarumma rubò qualcosa, tornando all’attacco sul terreno di Antonio Oliviero. nel 1856, a cui seguirono le percosse ad Eufrasia Oliviero ed un furto a Nicola de Julio. Diventato esperto in crimine cominciò con le minacce al supllente giudiziario cancelliere di Torrioni, costringendolo a non fare un atto dipendente dal suo ministero il 29 gennaio 1857. Danni anche a Carmine Olivieri, culminato con la resistenza all’arresto che si stava operando dall’urbano Giuseppe Leo, ferito gravemente; come ferì pure Teresa Guerra di Santa Paolina.
Non risulteranno recidivi Antonio Cirelli, Serafino Centrella, Ruberto Spadera, Domenico Ferrara tutti di Torrioni; Pasquale Giovanniello, Michelangelo Giovanniello e Francesco Covino di Petruro.
27. ASAV, Corte d’Assise, Busta 1, fogli 11-12.
28. ASAV, Corte d’Assise, Busta 1, fogli 11-12.
29. ASAV, Sentenze della Gran Corte Criminale, Busta 206, Marzo 1861. Cfr. Edoardo Spagnuolo, La Rivolta di Montefalcione, Edizioni Nazione Napoletana, Napoli 1997.
30. ASAV, Corte d’Assise, Busta 1, fogli 11-12. Cfr. Edoardo Spagnuolo, La Rivolta di Montefalcione, Edizioni Nazione Napoletana, Napoli 1997.
31. ASAV, Corte d’Assise, Busta 1. Dai documenti del fondo Corte di Assise di Avellino saltano fuori le lettere inviate dai sindaci della zona quali adempimenti di rito sul conto degl’imputati delle reazioni avvenute nei comuni di Tufo, Torrioni e Petruro; ASAV, Corte d’Assise, Busta1. Era questo il tono della lettera che il giudice invia al procuratore descrivendogli l’attentato che ha per oggetto di cambiare la forma del governo, nella notte degli 8 ai 9 luglio 1861 in Torrioni e Petruro, avendo infranto gli imputato l’articolo 156 del codice penale. Questa la descrizione degli imputati che ne fa il sindaco Luongo di Tufo il 31 agosto. Si certifica da me infrascritto sindaco del Comune di Tufo, qualmente il mio amministrato Michele Raffaele Iannaco fu Angelo, chiamato col solo nome di Michele, è nello stato coniugale, ed ha prole ed i connotati del medesimo sono: nativo di Tufo, quivi dimorante, statura giusta, capelli castani, occhi cervini, naso sfilato, mento lunghetto, bocca giusta, colore naturale, barba folta, anni 41, di condizione bracciale. Il presente certificato è rilasciato a domanda del signor Giudice mandamentale con suo ufficio del 20 cadente. Era stato quindi il giudice del mandamento di Montefusco a chiedere notizie sugli arrestati residenti a Tufo e il sindaco gliele diede, certificando, uno per uno, i nomi dei residenti nel suo paese. Cominciando sempre allo stesso modo: Si certifica su richiesta del giudice mandamentale.
E via con altri nomi. Giovannantonio Filippo Carpenito di Saverio chiamato Giovanni di Tufo, robusto, e statura regolare, capelli castani, occhi cervini, naso tondo, mento lungo, bocca piccola, colore normale, barba nascente, anni 21, condizione possidente.
Segue Elia Bottiglieri di Antonio di statura quasi alta, capelli castagni, occhi cervini, naso grande e lungo, bocca grandetta, mento tondo, carnagione naturale, barba piena, anni 36, calzolaio proprietario. C’è anche Giuseppe Bottiglieri, forse fratello del precedente, essendo sempre figlio ad Anonio, di statura alta, con capelli castano chiari, occhi celesti, naso giusto, mento regolare, bocca simile, colorito normale, barba piena, anni 38, falegname proprietario. E pare la sorella, Angiola Brigida Bottiglieri di Antonio, una vedova di 42 anni, della quale, al posto del mestiere, si indica di stato civile, con tre figli: due femmine e un maschio. A proposito del fabbricatore Antonio Bottiglieri, padre dei cospiratori, lo cita in un estratto successivo, in cui si dice che l’8 dicembre 1815, abitante in via dell’orologio, alla presenza dell’allora sindaco Francesco del Mastro, gli era nato il figlio Francesco Domenico Bottiglieri che quindi all’epoca dei fatti aveva 46 anni. Questi, di condizione proprietario, era riconoscibile perché sta la scapola destra bassa alla sinistra. Evidentemente neppure il padre restò fuori dalla sommossa citandosi come Antonio Bottiglieri fu Antonio con i molti figli di cui sopra, di 69 anni, capelli alquanto avanti, classe 1813, bracciale come il padre in via Codacchio.
Segue Francesco Nicola Meola, chiamato Nicola, celibe di 25 anni di mestiere sarto.
Michele Domenico Perone fu Gabriele chiamato Modestino era un bracciale.
Luigi Nicola Molinaro fu Andrea detto Luigi un altro bracciale.
Domenico Fortunato Molinaro detto Domenico di Giuseppe contadino di 21 anni.
Sabato Fortunato, bracciale celibe di 22 anni.
Michele Fortunato Pizzano di Carmine, bracciale di 24 anni.
Il signor Don Angelo Raffaele Luongo fu Saverio non era l’unico notabile; chiamato Don Raffaele, di 49 anni, era un sacerdote riconoscibile perché calvo.
Ma seguiva anche il Signor Don Carminantonio Luongo, forse fratello del prete, perché anch’egli figlio a Saverio e sacerdote di 47 anni.
Gregorio Porrazzo fu Felice era stato invece militare borbonico ridottosi a fare il secchiaro a 35 anni. era riconoscibile dalle orecchie bucate.
C’è poi Francesco Michele Citto fu Gaetano di 36 anni.
33. ASAV, Corte d’Assise, Busta 3, anno 1861, fascicolo Attentato dell’8 e 9 luglio, comincia con un rapporto del sindaco di Torrioni Pellegrino Donnarumma; ASAV, Corte di Assise di Avellino, busta 2497, ex fascio 1398, lettere dei sindaci della zona al regio giudice del mandamento di Montefusco, 27 agosto 1861. La cronaca del sindaco Donnarumma. Scrive il giorno dopo la rivolta, il 9 luglio, il sindaco Pellegrino Donnarumma. Ieri 8 del corrente alle 2 di notte sorpresi in questo comune una colonna di soldati sbandati di circa un centinaio. I medesimi si recarono dal capo plotone e sottocapo della Guardina Nazionale, nonché dal sindaco e furono condotti dagli altri soldati sbandati qui esistenti, e vollero salire sulla cancelleria. Domandavano se esistevano i quadri di Vittorio Emanuele e Garibaldi... Vollero le armi regie, e se le presero, rilasciando un ricevo al capo della Guardia Nazionale. Poi chiesero la bandiera tricolori e questa si brugiò sul campanile. I medesimi piantarono una bandiera bianca: dissero questi erano gli ordini superiori. Quindi gridarono con molti del comune Viva Francesco II e Maria Sofia, senza altro a desiderare, e fare altre operazioni, partirono pel comune di Petruro.
Nella successiva dichiarazione il sindaco corregge però il tiro dicendo che “stando nella propria casa si vide accerchiato da una quantità di persone nel numero di circa quindici, le quali si fecero aprire la porta con minaccia, ed essendo entrare in caa gli richiesero le armi. on avendo che un fucile militare con la corrispondente baionetta, ed un altro alla persona mandato, fulminante, li consegnò puntualmente. Richiesero la provvisione, ed il dichiarante non avendo che quaranta cartucci, li consegnò pure, e perché mostrava della resistenza, fu percosso con un sonoro schiaffo da una di esse che faceva da capo, ed un’altra gli impugnò la bajonetta alla gola. Dopo breve trattamento partirono via”. Aggiunge che “onde conoscere di che trattavasi credé opportuno seguirli, ma dalle citate persone gli fu imposto di ritirarsi dicendo che non eravi di bisogno la di lui persona. Gli individui i quali entrarono in di lui casa erano forestieri, ed eano tutti armati di fucile, e di essi non conobbe alcuno. Intese però che colui che faceva da capo veniva chiamato col nome di Ciccillo; che ne picchiare la porta di sua casa intese pure che veniva chiamato a nome dai suoi conterranei Alfonso Lepore di Carmine, Don Donato Leo di Don Gaetano, capitano, e Roberto de Julio sottotenente della Guardia Nazionale, e Serafino Centrella di Lorenzo, e per tale ragione aprì. Ritoratosi in casa poi non uscì nel corso di quella intera notte e nel seguente mattino uscito in piazza venne a sapere che citati de Leo e de Julio che d’esessi erano stati presi per la forza, e tutte le divisate persone erano soldati sbandati, i quali eransi pure recti in casa del cancelliere comunale Don carmine Centrella, dal qale si avevano ancora fatto esibire il fucile e seppe dallo stesso che gli sbandati medesimi gli avevano richiesto i quadri di Vittorio Emanuele ed il corrispondente emblema per distruggerli, ma perché non ve n’erano, si persuasero della negativa ed erano partiti via. da Michele Cennerazzo caporale della Guardia Nazionale se non isbaglio venne a sapere che eansi del pari portati in sua casa ed avevasi fatta esibire la bandiera tricolore che conservava, e l’avevano ridotta in cenere e che nel posto di Guardia avevano presi numero dieci fucili, rilasciando corrispondente ricevo firmato da colui che faceva da capo, e per quanto ha inteso dire chiamasi Francesco iennaco di Tufo, ed a suo servo era quello che veniva chiamato Ciccillo; che vide pure nel mattino inalberata la bandiera bianca su la vetta della Chiesa, ed à spiegato che si di tale punto può ascendersi per mezzo della porta del Campanile corrispondente alla strada, senza bisogno di aprirsi anzidetta era aperta, perché in istato di accomodo”. Infine aggiungeva il sindaco Donnarumma che il ricevo, cioè la ricevuta di consegna dei fucili “si conserva attualmente dal capitano Don Donto Leo e che dal principio tutti gli sbandati gridavano ad alta voce Viva Francesco Secondo, Viva Maria Sofia ed obbligavano anche i paesani a gridare simile guisa, essendo giunti al numero di circa settanta, compresi gli sbandati. Egli però non sa dire alcuna notizia su la identificazione delle persone anzidette e che infine non ha afftto inteso dire se persone del suo comune o di altri fossero stati insinuatori a voler commettere si enorme misfatto. Nulla è a sua conoscena sul proposito. Si è inoltre rammentato che tranne il suddetto sbandato Alfolso Lepore vi esisteva ancora tra quelli forestieri anche l’altro sbandato Felice Altieri di San Giorgio residente in Torrioni e che la bandiera bianca inalberata sulla detta Chiesa venne tolta dalla Guardia Nazionale di san Giorgio la Montagna, e quindi non la può offrire alla giustizia”.
Perverrà poi all’ufficio del cancelliere comunale “un involto contenente i brani dell’effigie di Sua maestà Vittorio Emanuele e del Generale Garibaldi, suggellati. Fra i residenti di Torrioni che presero parte alla rivolta vi furono quindi Algelo Lepore e Pietro Donnarumma, come ricordava Don Michele Zarrelli fu Angelo, capitano della GN di Petruro”.
A dire del sindaco sicuramente Giacchino Donnarumma fu Antonio, contadino di 45 anni dagli occhi neri, statura giusta, naso giusto, barba folta, mento regolare, capelli castani, ma dalla carnagione nera. Era riconoscibile dalle ferite alla faccia destra.
Anche Saverio Iummazzo fu Nicola di 32 anni, prese parte alla sommossa. Contadino dagli occhi bianchi, Saverio aveva il mento piccolo, la barba folta, i capelli biondacci e il naso mediocre. Di statura bassa, aveva un colorito naturale.
Isidoro Ferrara di Camillo, sempre di Torrioni, era un contadino dalla faccia tarlata, riconoscibile anche dal dito pollice, in quanto, manca, mutilato.
Vito Ibelli fu Domenico di 28 anni lo si scorgeva per la testa calva infetta.
Bernardino Donnarumma fu Antonio, a parte i capelli neri e il colore naturale, era un po’ più difficile perchè era di statura giusta, dagli occhi neri, col mento regolare e aveva la barba folta. Forse solo per il naso sfilato. Il forse fratello Pietro fu Antonio, sempre contadino di Torrioni, aveva 27 anni. Dagli occhi neri, mento regolare, barba folta e capelli neri, era invece alto, di carnagione naturale e col naso giusto.
La lista termina con Serafino Centrella di Lorenzo, sempre di Torrioni.
Ma il 4 settembre il sindaco Pellegrino Donnarumma inviava al giudice mandamentale di Montefusco altri nomi: Vito Ibelli fu Domenico, Saverio Iummazzo fu Nicola, Bernardino Donnarumma fu Antonio, Isidoro Ferrara di Camillo, Saverio Iummazzo fu Emmanuele o sia alias Maro d’Acqua.
Eppoi c’era il calzolaio Cirelli di 34 anni dagli occhi neri, naso sfilato, mento lungo, statura alta, naso giusto, colorito normale, capelli neri.
Marzio Donnarumma fu Antonio aveva invece 25 anni dagli occhi neri, il mento regolare, di statura basso, col naso giusto, il colorito neretto, i capelli neri e la barba folta.
Vitantonio Oliviero fu Matteo, sempre nato a Torrioni, era però domiciliato in Tufo all’età di 32 ammi.
Roberto Spadera, figlio di nn, era invece nato a Montefusco e si era poi trasferito a Torrioni.
Domenico Antonio Fenora di Francesco, sempre di Torrioni, era un contadino di 24 anni.
Come Alfonso Lepore di Carmine che di anni ne aveva 25.
Domenico Troisi fu Angelantonio, sempre di Torrioni, faceva invece il falegname ed aveva 48 anni.
Era invece di Montefusco il bracciale Pellegrino Domenico Meola figlio di Carmine e Antonia Fiano, di 26 anni, essendo nato il 13 maggio 1831, ma residente a Tufo.
Un numero consistente di torrionesi. Ma le lettere non finiscono qui. Il 24 agosto 1861 il sindaco di Torrioni Pellegrino Donnarumma aveva già scritto al regio giudice di Montefusco per altri adempimenti di rito, come egli comandava subito estrargli adempimenti di rito, cioè estratti di nascita-certificati di possidenza-stato di famiglia e filiazione sul conto dei seguenti individui:
1. Antonio Cirelli di Pasquale, calzolaio nato a Barletta.
2. Domenico Troisi.
3. Marzio, 4. Pietro e 5. Giacchino Donnarumma.
6. Serafino Centrella di Lorenzo.
7. Roberto Spedera.
8. Alfonso Lepore.
9. Domenico Ferrara di Francesco.
10. Vitantonio Oliviero.
Il sindaco dice che manca solo la fede di nascita di di Spadera nato in Montefusco, anno 1841.
Ma ecco gli altri congiurati segnalati dal sindaco di Tufo.
Luigi Antonio Iennaco fu Angelo di 43 anni.
Giovanni Antonio di Pasqua fu Gaetano di 56 anni di Tufo. Si ricorda che era stato battezzato nella Chiesa di S.Maria Assunta, ovviamente ricadente nella diocesi di Benevento, dall’arciprete curato della Chiesa Parrocchiale che, per l’esattezza, si chiamava S.Maria in Cielo Assunta, il 16 gennaio 1800.
Giuseppantonio Molinaro fu Francesco di 56 anni.
Nicola Bergamino Iennaco fu Angelo di 33 anni, sarto, barbiere e salassatore.
Luigi Domenico de Vito di Angelo di 49 anni era riconoscibile perché aveva una macchia di sangue in un occhio.
Tino Bottiglieri di Antonio, di 40 anni, era di stato celibe.
Non scampò il proprietario Abele Antonio Luongo di 45 anni, riconoscibile da una grossa cicatrice sulla fronte.
Come dalla testa calva per la tigna sofferta si poteva riconoscere il contadino Giovanni Domenico Selciano fu Pasquale di 31 anni.
Francesco Gennaro Grasso era invece un possidente che faceva il sagristano.
Di Luigi Fortunato Nicoloro di Gaetano si sa che aveva 26 anni.
34. ASAV, Corte di Assise di Avellino, busta 2497, ex fascio 1398, dichiarazione di Don Federico d’Agostino, proprietario di Petruro, f. 19.
35. ASAV, Corte di Assise di Avellino, busta 2497, ex fascio 1398, lettere dei sindaci della zona al regio giudice del mandamento di Montefusco, 27 agosto 1861; ASAV, Corte di Assise di Avellino, busta 2497, ex fascio 1398, dichiarazione di Serafino Centrella ed altri (a seguire). Fra le dichiarazioni v’è quella di Serafino Centrella di Lorenzo, 23 anni, proprietario di Torrioni, il quale disse che ad un’ora di notte circa della sera di lunedi che si contavano li 8 del corrente mese egli uscì di sua casa in Torrioni per recarsi a dormire nella di lui masseria secondo il solito, ed impassando per le vicinanze della casa del tenente della Guardia Nazionale, Signori Roberto de Julis, vide che lo stesso era accerchiato da circa trenta individui, la maggior parte armati di fucile. Il de Julio in vedere il dichiarante lo chiamò, e gli disse che si fosse recato nella citata sua massria ed anche preso il fucile militare che egli deteneva quale Guardia Nazionale per darlo ai citati individui. Fu pronto ad eseguirlo, poiché temendo che i medesimi erano quei sbandati che nella notte precedente avevano coronata la reazione nel Comune di Tufo. Che nel recarsi alla sua masseria siguirono a lui quattro dei sbandati anzidetti, tra quali conobbe solo il figlio di Saverio Carpenito di cui ignora il nome, domiciliato nel illaggio di San paolo, tenimento di Tufo, essendo gli altri a lui ignoti.
Voleva il dichiarante consegnar loro il suo fucile per più non ammoversi dal detto locale, ma essi l’obbligarono di forza a seguirli, facendogli asportare l’arme anzidetto.
Che ritornati in Torrioni rinvenne il tenente Signor de Julio ancora in mezzo agli altri sbandati, i quali obbligarono, come fecero, al dichiarante di seguirli nella casa del del capitano Don Donato Leo, da cui anche con minaccia si fecero esibire cinque in sei altri fucili, che lo stesso deteneva. Si recarono poscia nella casa del sindaco pellegrino Donnarumma, dal quale si fecero dare un altro fucile, e quindi nella casa del cancelliere comunale Don Carmine Centrella, il quale presentò loro anche il suo fucile militare. Ciò eseguito vide che si recarono nella casa del caporale della Guardia Nazionale Michele Cennerazzo, e stando il dichiarante alla coda della compagnìa vide che i primi sbandati incendiarono la bandiera triolore che dal cennerazzo si conservava, e dal medesimo si avevano fatto esibire siccome dopo apprese.
Tra i sbandati anzidetti il dichiarante conobbe soltanto Alfonso Lepore di Carmine soldato congedato e tale Felice di San Giorgio la Montagn, di cui ignora il cognome. Gli altri non furono affatto da lui conosciuti, perché forestieri, e non sa dare elemento alcuno sul conto dei medesimi.
Dopo incendiata la bandiera tricolorre, il deponente vide che i sbandati stessi situarono una bandiera bianca su la Chiesa, non conoscendo se la medesima si conservava, ovvero fosse stata procurata in Torrioni... Tutti gli sbandati anzidetti si gridava per lo abitato con le parole Viva Francesco Secondo, Viva Sofia. Dietro tali chiassi egli si accorse che molti del paese uscirono, ma non sa dire chi d’essi fossero, e se avessero ovvero no proclamate le dette voci sediziose. Avendo tanto eseguito, gli sbandati medesimi obbligarono il deducente non solo, ma benanche il tenente Signor Iulio, ed il capitano Don Donato Leo a seguirli, dicendo che dovevano recarsi nel vicino comune di Petruro a consumare la stessa reazione e con minacce di vita furono costretti. Prima però di giungere in detto comune, il Signor Leo ottenne per favore il permesso di ritornare, per la ragione che avea rimasto in casa il decrepito arciprete suo zio Don Fulippo Leo.
Giunti in Petruro fecero le stesse operazioni come in Torrioni, col farsi esibire i fucili dal Capitano della Gardia Nazionale e dal sindaco.
Vide pure che incendiarono la bandiera tricolore, ed inalberarono il vessillo borbonico nelle vicinanze, e sul muro del pubblico fonte, pronunziarono le trascritte voci allarmanti “Viva Francesco Secono, Viva Maria Sofia”. Uscirono pure molti del paese, ma non sa dire chi d’essi fossero, e se avessero ovvero no gridati con le ripetute parole.
Centrella concluse dicendo di non conoscere se persone di Torrioni o di Petruro fossero state “motori ed insinuatori per la coronazione delle citate reazioni”, aggiungendo che “terminata quella di Petruro, tanto il dichiarante che il tenente Signor Roberto de Julio ottennero in grazia di ritirarsi nelle di loro patrie come seguirono; che nella seguente sera di martedì 9 del mese suddetto, il dichiarante unitamente al tenente de Julio si portarono nella masseria messa in tenimento di Torrioni alla direzione del Comune di Tufo, per eseguire taluni arresti, ove incontrarono nuovamente i medesimi sbandati, i quali forzosamente li obbligarono di seguirli, e giunti colà, avessero delle candele vicino i quadri di Francesco Secondo e moglie, ed eseguita tale operazione, ritornarono nella masseria nella contrada S.Paolo ove riuscirono di scappare, e così non più li videro”.
Questa la dichiarazione di Serafino Centrella presentatosi volontariamente, ma la risposta del giudice fu secca: “Sia tratto nel carcere in istato di deposito a disposizione della Gran Corte Criminale della provincia”.
Andrea Centrella di Torrioni aprì invece la porta di casa perché convalescente e vi entrarono Pietro Donnarumma, Alfonso Lepore, Serafino Centrella seguiti da altri due con l’intento di recuperare fucili. “Alla risposta che niuno ne possedeva, si persuasero e così impresero ad uscire, dopo di aver bevuto alquanto vino che loro fu dato dalla detta sua moglie, alla quale l’avevano cercato. Nel seguente mattino apprese dalla pubblica voce il disarmo del posto di Guardia e la inalberazione del vessillo borbonico. Al di fuori della sua casa, quando entrarono nella stessa i citati individui erasi rimasto l’altro suo compaesano Domenico Troisi fu Angelantonio, il quale in sentire la negativa dei fucili, avea detto ai detto ai compagni: - Non ha cacciato i fucili, se non li à cacciato oggi, li caccerà domani”.
Anna Cennerazzo di Pasquale, 25 anni, moglie di Ciriaco Centrella di Torrioni li vide entare per quella porta aperta dalla suocera, la quale teneva anche il lume nelle mani, i sui conterranei Pietro Donnarumma, Alfonso Lepore, Serafino Centrella ed altri due che volevano i fucili, oltre Costanzo Lepore, Saverio Iommazzo alias Maro d’Acqua, Domenico Troisi, dai quali udì dire la frase: - Non li ha cacciato i fucili, se non li ha cacciati oggi, li caccerà domani.
Ovviamente i fucili non c’erano perché stavano nel deposito in cancelleria per volere del di Leo. Quando giunsero nel posto di guardia non trovarono i quadretti con l’immagine del re e del dittatore, ma non li aveva perché si attendevano. Però trovarono i 15 fucili per il rilascio dei quali fu scritta una strana ricevuta, un biglietto in cui si dichiarava di aver preso possesso dei 10 fucili: 7 militari, cioè quelli ufficiali con la baionetta in dotazione della Guardia, e 3 paesani, ovvero gli schioppi. E davverò fu sottoscritto un paradossale biglietto di rilascio ricezione fucili, con tanto di data e firma, dalla Nazionale del comune di Torrioni, 8/7/1861, firmato dal capo della colonna Francesco Gennaco 1° sergente.
Pellegrino Donnarumma, ricorderà poi di aver preso anche uno schiaffo da Don Ciccillo, cioè Francesco Iennaco di Mercogliano accasato nel Tufo.
Il capitano Don Donato Leo, il tenente Roberto de Julio e Serafino Centrella furono fatti uscire per fare delle cose.
Vedasi per un confronto anche: ASAV, Gran Corte Criminale, Montefusco, Busta 8, fascio 2947, comprendende l’ex volume 29, fascicolo 46-47. Anno 1864. Cfr. ASAV, Gran Corte Criminale, Montefusco, Busta 8, fascio 2947, comprendende l’ex volume 29, fascicolo 46-47. Anno 1861. Cfr. Floriana Guerriero, Tufo 1863, vendetta di sangue, dal quotidiano Ottopagine, 20 gennaio 2010, dir. Gianni Festa. Cfr. ASAV, Gran Corte Criminale, Montefusco, Tufo. Anno 1863. C’è da dire che non solo loro vennero accusati di aver violato solo l’articolo 156 del codice penale. Anzi, sarà meglio precisare l’elenco finale dei nomi che risultarono definitivamente fra gli imputati, dopo i naturali stralci effettuati in fase dibattimentale.
L’accusa finale fu quindi a carico di: Pasquale Pisano di Altavilla, Francesco Iannaco di Mercogliano residente in Tufo; Gregorio Pennazzo fu Felice, Francesco Cillo fu Gaetano, Michele Pizzano di Carmine, Sabato Perone di Francesco, Domenico Molinaro di Giuseppe, Luigi Molinaro fu Andrea, Modestino Perone fu Gabriele, tutti di Tufo; Antonio Cirelli di Pasquale e Domenico Trosi di Torrioni; Pasquale Pisaniello, Michelangelo Giovanniello e Francesco Covino di Petruro.
“Come autorità di tali reazioni, trovansi arrestati Antonio Cirelli di Pasqua, Domenico Troisi di Torrioni, Pasquale Giovannielo, Michelangelo Giovanniello fu Antonio e Francesco Covino di Petruro, Marzio, Pietro e Giacchino Donnarumma anche di Torrioni. E si presentava a me ispontaneamente Serafino Centrella di Lorenzo dello anzidetto Comune, e tutti sono stati ristretti in carcere a disposizione della Gran Corte Criminale. Debbo farle pur presente che per rapporto dell’ufficiale di pubblica sicurezza Don leopoldo Ricciardelli, risulta che facevano parte della Banda reazionaria in Torrioni i seguenti individui, cioè: Don Roberto Spadera, Alfonso Lepore, Domenico Ferrara di Francesco, Vitantonio Olivieri di Torrioni e Felice Altieri di San Giorgio la Montagna, sul conto dei quali andò parimenti ad istruire. E mentre definisco il reato come al margine, la prego esser certo che per cosiffatta processiva metterò in atto l’avvedatezze che mi sappia maggiore. Era questo il tono della lettera che il giudice invia al procuratore descrivendogli l’attentato che ha per oggetto di cambiare la forma del governo, nella notte degli 8 ai 9 luglio 1861 in Torrioni e Petruro, avendo infranto gli imputato l’articolo 156 del codice penale”.
Accusati dal Pubblico Ministero presso la Gran Corte Criminale di Avellino furono quindi li sbandati Pisano, Cillo, Pizzano i due Pirone, i due Molinaro e Meoli i quali, in unione con gli altri cittadini naturali di Tufo, rubarono 13 fucili infrangendo i quadri di Vittorio Emanuele e dell’eccelso dittatore Garibaldi ed abbattendo lo stemma di casa Savoia sovrapposto all’ingresso del locale del posto della Guardia Nazionale di Tufo, dandosi poscia a girar pel paese, con bandiera bianca, prorompeva in fragorosi “Evviva Francesco Secondo e Maria Sofia”, ed “Abbasso Vittorio Emanuele”, riducendo in pezzi lo stemma sabaudo che sovrastava il botteghino della privativa di Luigi Luongo. Piazzaron quindi tal bandiera su di una croce, che ora è d’innanzi la Chiesa, e che nel mattino si vide sventolare sul tetto della medesima.
Eppoi continua con i fatti accaduti nella notte a Torrioni, quando, unitisi altro soldato fuoriuscito dall’esercito, Alfonso Lepore, rubarono i fucili al posto di Guardia Nazionale e riducevano in cenere la tricolore bandiera inalberando quella del Borbone. Seguirono le vicende di Petruro dove, unitisi a Marzio, Pietro e Giacchino Donnarumma, Serafino Centrella, Francesco Covino ed altri davano fiamma al vessillo con le immagini del Re galantuomo e di Garibaldi, dispiegarono quello bianco del Borbone. Dopo tali eccessi festeggiarono a Tufo, con luminarie ed altro, gli ex sovrani, lasciando le popolazioni in serio spavento.
Da qui l’individuazione dei promotori della rivolta nelle persone dell’ex assessore Abele Luongo, del sacerdote Don Raffaele Luongo e di Carminantonio Luongo come coloro che erano gli occulti consiglieri e promotori di simile attentato contro l’attuale regime. Ne seguì l’ordine di cattura emesso dalla Gran Corte Criminale a carico dei 17 detenuti. A meno di Pasquale Pisano di Tufo, accusato di attentato che aveva per fine di cambiare la forma di governo, tutti gli altri sono accusati delle rivolte avvenute in Torrioni e Tufo: Francecso Cillo, Michele Pezzo, Sabato Perone, Domenico e Luigi Molinaro, Modestino Perone, Alfonso Lepore e Abele Luongo. Quest’ultimo era stato luogotenente della Guardian nazionale, consigliere comunale e assessore, scriverà un biglietto di grazia dicendo che non vi aveva preso parte perchè era in casa. Seguivano il sacerdote Don Raffaele Luongo, Carminantonio Luongo, Francesco Covino, Marzio, Giacchino e Pietro Donnarumma, Serafino Centrella.
Di questi 17 ben 11 subito furono rilasciati, come da verbale di dibattmento del 22 novembre 1862, individuandosi solo alcuni di Tufo e il Pisano di Altavilla, ai quali però venne aggregato Alfonso Lepore di Torrioni condannati dalla Corte di Assise di Avellino con sentenza del 29 novembre 1862 per i fatti del 7,8 e 9 luglio 1861 in Tufo, Torrioni e Petruro. Il processo passò per la Gran Corte Criminale il 20 novembre 1863 e, per annullare la sentenza di condanna, alla Corte di Appello il 15 gennaio 1864, quando anche Alfonso Lepore fu accusato solo di reato politico e ammesso al godimento della sovrana indulgenza, visto l’ultimo articolo 1 del 17 novembre 1863.
36. Edmondo Marra, op.cit.
37. Ivi.
38. Ivi.
39. Ivi.
40. Ivi.
41. Ivi.
42. A.Bascetta, Quadrelle, ABEdizioni, Avellino 1997.
43. ASA, Fondo Brigantaggio, n.1/30, “Assalto al paese da parte dei briganti”, Relazione del Sindaco del 18.8.1861.
44. V.Pagano - G.Pagano, Centenario della morte di Andrea Mattis, Tipografia Pergola, Avellino 1961.
45. Archivio di Stato di Avellino (d’ora in avanti ASA), Fondo Brigantaggio, n.1/30, “Filomeno Conte e Angelantonio Colucci”, Richiesta di compenso al Prefetto, 20.5.1862.
46. Edmondo Marra, op.cit. Solo l’11 agosto venne arrestato uno dei capeggiatori, Alessandro Picone. Una donna esultava al passaggio del prigionero fra i militi, urlando: “Lo avete preso finalmene a ‘sto mariuolo, lo pozza appiccià Gesù Cristo!, ma l’occasione fu propizia a Picone per scappare favorito dalla folla. Le 6 Guardie vennero arrestate e poi rilasciate.
47. Ivi. Il 5 settembre verrà arrestata Filomena De Feo, accusata di spargere voce su presunti navi straniere che stavano riportando Franceschiello a Napoli e per l’annuncio che i rivoltosi sarebbero stati tutti liberati senza causa. Il 17, nel bar di Angelo Discepolo, tale Angelo Melchiorre di Atripalda sparse voce che 15.000 sbandati borbonici avevano fatto ritirare le Guardie Nazionali, ma venne arrestato. Il 23 settembre il colera fece altre vittime.
48. A.Bascetta, 3.Monteverde, opinioni, Avellino 1996.
49. M.Severini, Altavilla Irpina, 1907. Così continua: “Ognuno chiama i suoi a raccolta e tutti si serrano in casa. Gli uomini si apprestano alla difesa, provvedendosi alla meglio di armi e munizioni; le donne, pallide, biascicano preghiere a S.Rocco e S.Pellegrino, di cui son vicine le feste; i bambini, inconsapevoli, piagnucolano sommessamente, stringendosi e aggrappandosi alle gonne materne, nelle quali trovano asilo anche le monete e i pochi monili di casa. E’ un affaccendamento, anzi un affastellamento generale. Dopo il quale, tutto rientra in un perfetto silenzio, in cui non si odono che i sospiri di paura, erompenti, irrefrenabili, dai petti delle donne e dei vecchi.
Nell’attesa, si spia dai balconi, dalle finestre, dai tetti. A un tratto il gran silenzio del paese è rotto... parecchi altavillesi trovansi in quella banda e anche qualcuno ascritto fra le Guardie Nazionali; che però non sono molti e sono male armati, per la maggior parte con lunghe pertiche aventi attaccate alla punta roncole e falci”
50. M.Severini, Altavilla Irpina, 1907. Così continua Severini: “Perche, ovunque andavano, specialmente quando erano mal capitanate commettevano abusi e rapine d’ogni sorta. Qualche cosa di simile fu per succedere in Altavilla, in quell’occasione. Il Palumbo pretendeva che il Sindaco e il Capitano della Guardia Nazionale gli indicassero le case di tutti quelli ch’erano scomparsi per unirsi con i briganti”. Sindaco e Capitano fecero notare al Comandante che egli aveva soltanto l’incarico di inseguire e arrestare i reazionari. Palumbo fu costretto ad accontentarsi di far bruciare i pagliai e il casone, covo di Don Donatino, già disperso sull’Incoronata, sequestrando nel mentre Don Matteo Zaccaria di Sant’Angelo a Scala. Il rapimento di Sant’Angelo a Scala seguiva quello della moglie di Don Serafino Soldi di Pietrastornina, il quale riuscì ad uccidere uno della banda, sulla scia di quella Guardia Nazionale che ne aveva freddato altri due. Da qui l’invito del Sindaco a non attaccare il paese, disposto ad accoglierlo a braccia a perte: “I galatuomini tutti del paese di Pietra Stornina vi attendono con anzietà, le armi e le munizioni sono pronte”. La banda era entusiasta, ma Don Donatino frenava: “Figlioli, noi andremo nel paese, ma voi dovete fare quello che io vi dico, e non dovete appartarvi dalle righe. In contrario menerò mazzate!”. Fu il pretesto per scendere in paese e, giunto nella sede del Corpo delle Guardie, rotta la tabella, le disarmò, atterrò la bandiera italiana e innalzò quella borbonica, facendo accampare la banda in campagna in attesa di 200 razioni di pane e vino, sotto il sole cocente del 13 agosto. Il paese era in festa e i galantuomini sfilarono come per una processione al seguito di Luigi Antonelli che portava la bandiera bianca, poi riconosciuto di tal colpa da Don Sigismondo Soldi e accusato di “complicità in crimine che ha per oggetto di cambiare e distruggere l’attuale forma Governativa, facente parte delle bande armate che han portato la devastazione ed il saccheggio del Comune di Pietrastornina”, sebbene offrì prova e testimoni che all’epoca dei fatti si trovava a Napoli dallo zio, assicurandone le qualità morali, “vivendo con la fatica giornaliera delle proprie braccia”. In realtà, dichiarerà Luigi Abate che “lo stesso Soldi era stato assalito dai briganti, si era a costoro unito”, ma solo per sentito dire. Vincenzo Augelli fu invece arrestato per aver “portato delle vettovaglie” alla banda, ma per “ordine di Don Vincenzo Ferrara” e insieme alla sua domestica Maria, con “molte quantità di pane di prosciutti un barile di vino ed altro”.V. F. Barra, I briganti del Partenio, in: Quaderni Irpini, n.2-3, 1970.
51. ASA, Fondo Gran Corte Criminale, Busta 78, “Cospirazione contro il Governo”, Antonelli Luigi; ibidem, “Associazione a Cospirazione contro il Governo”, Augelli Vincenzo.
52. F. Barra, I briganti del Partenio, in: Quaderni Irpini, n.2-3, 1970.
53. Ibidem. Ormai i componenti della banda era sbracati e Don Donatino dovette faticare non poco per tenerli a bada. Nè mancò egli stesso di montare di guardia annacquando il vino per evitare sconcezze e nascondendo i pasti fatti consegnare dagli Zaccaria insieme a “qualche cosa di denaro”, cioè 136 ducati, e a due barili di vino, pane, formaggio e munizioni. Al ritorno al covo alcuni non si accontentarono e gridavano: “I tre fratelli Zaccaria, che sono oggi tutti nel paese, sono tre nemici giurati di Francesco II, domani andremo noi, e non solo gli faremo cacciare le armi, ma quanto quindici, ventimila ducati che tengono nascosti, e noi sappiamo dove sono”. Ritornati al covo, gli irriducibili della banda non volevano rilasciare i sequestrati e Don Donatino dovette faticare non poco per farli liberare.
54. Ibidem.
55. ASA, Fondo Prefettura, Buste Brigantaggio, Rapporti quindicinali del Prefetto al Ministero dell’Interno. Lettere del 19-20-21 novembre 1863; Lettere del 18 febbraio 1863, del 20 agosto 1863, del 28 agosto 1863, 15 gennaio 1864. Ibidem, “Legge 15 agosto per la Repressione del brigantaggio”. Ibidem, “Ordinanza De Luca”. Ibidem, “Legge 7 febbraio 1864 per la Repressione del Brigantaggio”.
56. Ibidem. V. anche ASA, Fondo Prefettura, Busta 640, lettera al Prefetto, 2 maggio 1863. Cfr. A.Bascetta, Pietrastornina, origini, vicissitudini, speranze, Edizioni WM, 1987.
57. ASA, Fondo Prefettura, Buste Brigantaggio, Rapporti quindicinali del Prefetto al Ministero dell’Interno, cit. Il 7 settembre 1861, il Governatore di Avellino Nicola de Luca, scriveva alla segreteria generale del dicastero dell’Interno e Polizia di Napoli che un tale Raffaele Minucci di Sant’Angelo a Scala era stato sequestrato col figlio Giuseppe da parecchi briganti due giorni prima, poco lungi da quell’abitato. “Obbligato Giuseppe, sordomuto, a portare il riscatto pel padre legato e dato in custodia a due briganti, si scagliava impetuosamante su di essi, ne uccideva uno, metteva in fuga l’altro ed aiutato da Francesco Ciriello scioglieva il detto suo padre col quale riconducevansi incolume nel paese dopo essere stati inseguiti dal resto della banda”. La banda in questione è quella di Caporal Domenico Calabrese.
58. ASNA, Fondo Alta Polizia, Fascicolo 184. I Carabinieri di Cervinara li arresteranno nella notte del 21, soprendendo in una casa di quel tenimento “il famigerato capo comitiva Calabrese Domenico, il brigante De Marzio Giuseppe, e la druda del primo per nome Abate Antonia di Avella la quale era catturata, ed i due malviventi per aver fatta viva resistenza erano in conflitto uccisi”.
59. Abele de Blasio, Altre storie di briganti, Capone Editore / Edizioni del Grifo, Lecce 2005. Cosimo Giordano era nato il 15 ottobre del 1839 da Generoso di Cerreto Sannita e da Concetta Isaia di Messina. Non adatto a fare il contadino per la sua costituzione fisica, incapace di apprendere un mestiere, fu mandato agli studi dal babiere del paese. Tentativo ben presto fallito visto che, dopo due anni, ancora non aveva imparato a leggere e scrivere, nè a fare la sua firma. Alla fine di un paio d’ore di studio, puntualmente, dopo ogni lezione, già dimenticato quanto studiato. Deluso da tanta svogliatezza il padre lo mandò a fare il guardiano di porci e poi di armenti. Evidentemente neppure il mestiere di allevatore lo interessava. E lo licenziò anche il proprietario del gregge di pecore, dopo averlo scovato nell’insano gesto di intrattenere rapporti sessuali con gli animali. Perversione o esperienza adolescenziale che fosse, certo è che a sedici anni iniziò la sua ascesa criminanele. L’occasione gli venne per difendere l’onore di famiglia massacrando l’omicida del padre, ucciso il 28 giugno del 1855 mentre i due tornavano a casa. Quella sera infatti, tal Giuseppe Baldini, offese il Giordano al quale aveva prestato una manciata di carlini che non gli aveva ancora restituito, incolpando la cattiva stagione e liquidando il creditore dicendogli di dover attendere tempi migliori per l’anno successivo. Baldino non volle sentire ragioni. Prese l’accetta e gli aprì in due il cranio sotto gli occhi del ragazzo, il quale, preso dalla furia, conficcò il suo coltello nell’addome dell’assassino rivoltandogli l’intestino. Avuto il coraggio di costituirsi, la Corte Criminale di Napoli gli ridonò la libertà per legittima difesa, riuscendo ad evitare la vendetta dei parenti allontanandosi dal paese natale in cerca di un mestiere. Nel 1857 entrò come garzone al servizio di Don Liberantonio Ciaburri, occupandosi delle stalle, ma anche di acquisti che, di tanto in tanto, faceva per conto del padrone presso il Caffè di Salvatore Morone, dove veniva mandato a prendere liquori, finendo spesso beffeggiato per le mescolanze che faceva per il divertimento dei presenti che non mancavano di prenderlo a ceffoni.
60. A. de Blasio, op. cit.
61. A. Fuschetto, Fortore sconosciuto, Editrice Abbazia di Casamari, Frosinone 1977.
62. V. N. Nisco, op.cit.
63. ASAV, Gran Corte Criminale, B.80, f.369. Carmine Capone di Luigi di Monte Fuscolo e Crescenzo Molinaro del Comune di San Nazzaro.
64. Edoardo Spagnuolo, La Rivolta di Montefalcione, Edizioni Nazione Napoletana, Napoli 1997.
65. ASAV, Gran Corte Criminale, Busta 79, Processo Criminale n.27, f.364 e segg. I precedenti penali dei torrionesi prima del fatto. Chi erano davvero questi malandrini pronti alla rivolta lo scopriamo dai fogli manoscritti certificati dal cancelliere del futuro processo, al quale fu dato compito di sfogliate tutti i registri penali a caccia di precedenti imputazioni a carico degli imputati per vedere se avessero precedenti simili.
Alfonso Lepore. Su Alfonso Lepore il cancelliere scoprì che aveva commeso “un furto semplice di una canna di cosidetti tavoloncielli di legno castagno, ed altro compiustibile formante una pagliaia di campagna del valore di ducati 10, in danno di Berardino Donnarumma”. Aveva poi fatto un danno di due ducati e 36 grana per la rottura di tredici aspreni attaccati alle piante di viti latine sempre a danno di Donnarumma. Ad ottobre del 1852 fu dichiarato colpevole di danno volontario con sentenza a gennaio ma di poco conto per la rottura di 3 o 4 piccoli asproncelli, con la condanna di tre giorni di reclusione più le spese calcolate in poche grana. Più consistente il reato relativo alla ferita pericolosa di vita e di storpio per gli accidenti a colpo di pietra a danno di Gabriele Iommazzo di Torrioni il 30 gennaio 1857, alvandosi per l’abolizione dell’azione penale ad effetto dell’ildulo relativo alla sentenza reale del 2 marzo.
Domenico Troisi. Domenico Troisi fu Angelantonio di Torrioni non era uno stinco di santo per le offese lievi con arma impropria commesse in pena di Paolino Aufiero di San Paolo il 28 ottobre 1840. Ferite e percosse pericolose di vita furono invece l’accusa per aver usato strumento contundente a danno di Pellegrino e Giacomo Oliviero fu Giacomo di Torrioni la sera del 14 maggio 1846; con l’aggravante dell’ingiuria verbale a danno di Sabato Olivieri dieci anni dopo con la condanna di 12 carlini di ammenda, n alternativa a sei giorni di prigione, a cui si aggiungero le percosse lievi a danno di Benedetto Troisi nel 1855.
Marzio Donnarumma. A carico di Marzio Donnarumma fu Antonio c’erano le lievi accuse a danno di Rosaria di Pasqua con lanciamento di pietre da cui fece un mese si osilio correzionale, non mancando di produrre appello. Seguì furto qualificato per lo tempo e per lo mezzo in danno di Annamaria Meluccio di Prata nel 1859.
Pietro Donnarumma. Pietro Donnarumma se la prese invece con Biagio Ferraro con ingiurie verbali determinate a minacce fra misfatti e delitti a danno di Gabriele Ferraro ed Orsola d’Agostino sempre di Torrioni, beccandosi sette mesi di reclusione. A danno di Gabriele vi fu poi anche il lanciamento di pietre nel 1859, seguito dalla resistenza con violenza a danno dell’urbano don Giuseppe Leo, con ferite gravi e lievi avendogli prodotto storpio permanente, seguito allo sfregio permanente per Teresa Iommazzo nel 1859; nonché lo storpio permanente per donna Mariantonia Petrillo; come nel caso di Teresa Iommazzo di Torrioni.
Gioacchino Donnarumma. Giacchino Donnarumma di Antonio passò alle vie di fatto e minacce precedenti, fra misfatti e delitti a danno di Don Antonio Sarti, usciere del giudice regio di Montefusco in atto che agiva per esecuzione della pubblica autorità nel 1858; seguirono l’accusa di ferita di vita a danno di Raffaele Oliviero nel 1850 e quella di percosse lievi con arma impropria contro Serafino Pizzani di S.Paolina; pietre e ingiurie per Carlo de Vito; a carmine Olivieri invece impedì l’accesso e il proprio esercizio per l’usurpazione semplice di un terreno, beccadosi sei mesi perché recidivo. Uso privato di mezzi della pubblica autorità e minacce tra misfatti e delitti a danno di Raffaele Iannuzzi, Giovanni Cennerazzo, continuando con usurpazione di terreno di Ambrogio Lepore di Torrioni; le ferite a Giovanni Zoina del 1860, che gli regalarono sei mesi d’esilio correzionale; nonché la resistenza all’urbano Giuseppe di Leo con violenza con asportazione di arma vietata per cui fu giudicato a maggio del 1859.
Vitantonio Oliviero. Vitantonio Oliviero fu Matteo derubò di 27 grana Michele Orsino di Giuseppe di Montefusco in Torrioni nel maggio del 1844.
Savino Iomazzo. Savino Iommazzo di Nicola era stato accusato di percosse lievi con arma impropria a danno di Raffaele Oliviero beccandosi dieci giorni di mandate in casa; provocò in seguito storpio a Luigi Aufiero di Tufo nel 1855 per la complicità in ferite pericolose a lui inferte.
Isidoro Ferrara. Isidoro Ferrara di Camillo fu accusato di ferita lieve a colpi di pietra contro Pasquale Bruno di Torrioni nel 1846 e poi di Gabriele Ferrara e Orsola d’Agostino anche per l’utilizzo di arma impropria, se la cavò per l’abolizione penale del 1859. Ma all’asportazione di arma vietata, una baionetta, culminata con l’uccisione di una pecora in pregiudizio di Sebastiano Lepore, aggiunse la resistenza e l’imprudenza per la fuga il 27 gennaio 1861.
Vito Ibelli. Vito Ibelli fu Domenico era stato accusato di ferita pericolosa di vita a danno di Domenico Oliviero, beccandosi un mese di prigione.
Saverio Iommzzo. Saverio Iommazzo fu Emmanuele di Torrioni fu accusato di furto qualificato di una zappa ed altri diversi oggetti di Pellegrino Lepore, idem a danno di Giovanni Cennerazzo; percosse lievemente invece Raffaella Oliviero, essendosi trasformato il tutto in rissa, sebbene non si seppe mai l’autore. Furto anche ai danni di Pasquale Donnarumma nel 1853.
Berardino Donnarumma. Berardio Donnarumma di Antonio era il delinquente più conosciuto. Cominciò con le percosse a Giuseppa Oliviero nel 1853, proseguì contro Arcangelo Leo e Antonio Cirelli beccandosi sei mesi. Passò poi all’usurpazione di terreno a danno volontario di Pellegrino Lepore avendo rimosso i termini dell’appezzamento, quindi per “la rimozione di termini con turbativa di possesso e fu condannato ad un mese di prigione”. Altro terreno lo occupò a Carmine Olivieri; ad Andrea Centrella e Carmine Donnarumma rubò qualcosa, tornando all’attacco sul terreno di Antonio Oliviero nel 1856, quando seguirono le percosse ad Eufrasia Oliviero ed un furto a Nicola de Julio. Diventato esperto in crimine cominciò con le minacce al supplente giudiziario cancelliere di Torrioni, costringendolo a non fare un atto dipendente dal suo ufficio il 29 gennaio 1857.
66. ASAV, Fondo Gran Corte Criminale, Visto dal giudice, l’atto del cancelliere Vincenzo Alfano è datato Montefusco, 16 settembre 1861, foglio 89 del cancelliere.