65. Prenotarsi Qui! Esce 1 agosto. RAVELLO NEL 1755

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Dalla Post-Prefazione del Prof. Luigi Buonocore

La Città di Ravello a metà del Settecento

A metà del Settecento Ravello doveva apparire un misterioso e solitario paese montano, emarginato e inaccessibile. Un processo di progressiva ruralizzazione aveva interessato l’antica Civitas che tuttavia conservava l’antica forma urbana, costituita da un nucleo centrale, contraddistinto da fabbriche religiose e domus aristocratiche, all’esterno del quale si estendevano una serie di casali. Oliveti di piccola pezzatura si distendevano sull’intero territorio ed in modo particolare nelle località del versante sud-orientale della città. Dal Petrito a Torello e da Civita e Marmorata, passando per località più vicine al mare come San Nicola a Bivaro, Sussiero e Casanova, gli ulivi verdeggianti dovevano disegnare i profili delle amene colline ravellesi. Negli stessi luoghi era praticata anche la coltivazione dei soscelleti (carrubi), spesso abbinati agli uliveti, la cui presenza è attestata soprattutto nelle zone prospicienti il mare come la Punta di Sant’Aniello e Castiglione. Un soscelleto era presente nella zona di Santa Catarinella a Civita, toponimo che rimanda all’antica chiesa di Santa Caterina già diruta nel 1577 e annessa alla parrocchia di Santa Maria del Lacco, così come era accaduto per le chiese di Sant’Agnello a Mare, San Giorgio alla Pendola, Santa Maria de Pumice, San Vito e SS. Salvatore di Sambuco. Ampie porzioni di territorio erano coperte da castagneti, a partire dallo sperone di Cimbrone, con le sottostanti grotte di Santa Barbara in cui si trovavano i resti della omonima chiesa, fino al monte su cui era stato edificato il castello di Fratta. Selve e boschi cedui cingevano il versante settentrionale nei siti di Monte Brusara, di San Pietro a Bucito, e Aqua di Scala o in altre località sul versante nord-orientale come Taversa e Sambuco, nota per la produzione di legname. Tra la vegetazione erano ancora visibili le torri e il tratto dell’antica cortina muraria del sistema difensivo settentrionale, ormai simbolico e privo di funzione. D’altra parte, agli inizi del secolo, la città era apparsa al vescovo Luigi Capuano priva di quelle mura di cinta che in passato avevano incarnato l’orgoglio di una città inespugnabile. Le Mura della Città sono menzionate nei pressi della località denominata Porta di Campo, verosimilmente riferita ad una cortina della fortificazione di Fratta. Il vigneto con frutti, spesso censito come vigna fruttata o vigna fruttata et vitata, dominava il paesaggio agrario. In alcuni casi viene annotata anche la presenza di case o vigne con bottaro e palmento a Torello o in località vicine come lo Pastino. I giardini dal carattere anche ornamentale, ad eccezione di quello vescovile, restavano una prerogativa dei personaggi più rappresentativi, come i nobili Girolamo D’Afflitto e Paolo Confalone nel rione Toro, o gli esponenti di un nuovo ceto borghese come il notaio Liborio Imperato nella Punta di Sant’Aniello e Nicola Pisacane a Sant’Agostino, che suggellavano la propria posizione sociale con l’elezione al Seggio dei Nobili o del Popolo. Senza tralasciare Matteo D’Afflitto, patrizio della Città di Scala ma nativo di questa Città di Ravello, che abitava in casa Rufolo con giardino sul quale pagava un censo perpetuo di dieci carlini annui alla Mensa Vescovile. A Marmorata, nella proprietà di Paolo Confalone, viene attestato l’unico esempio di giardino con frutti dolci che beneficiava di una irrigazione organizzata come si rileva dalla dicitura agri ad acquatorio, con peschiere alimentate dal canale dell’acqua proveniente dalla Pendola, riscontrabile anche nella platea vescovile risalente all’episcopato di Biagio Chiarelli. Poco distante era la zona di Bivàro, corrispondente all’attuale via per Zia Marta, nota in passato per la presenza di peschiere. Una sola volta sono menzionati i celsi piantati nel luogo di San Pietro alla Costa, e piedi di agrumi con fontana d’acqua sorgente dentro nel luogo detto Marmorata. E’ presumibile però che i gelsi e le piante di limone e cedrangolo, così come altre colture locali quali fichi, meli, peri e ciliegi, potessero essere comprese nella dicitura di giardino semplice o di vigna fruttata. Una parte del paesaggio agrario era pur sempre caratterizzata da zone sterili e pietrose. L’Università di Ravello, tra l’altro, possedeva la montagna demaniale in parte petrosa e sterile confinante con la montagna di Scala e denominata comunemente Demanio. Solo un’esigua porzione di terreni doveva essere adibita al pascolo, non meraviglia quindi che, tra gli abitanti, solo il bracciale Domenico Di Palma possedesse un gregge di pecore. Le proprietà agricole erano perlopiù parcellizzate in piccoli o medi possedimenti, misurati in giornate di zappa. Non mancavano fondi di grande estensione come due vigne fruttate a Cigliano e Sambuco o un terreno di soscelle, olive e fruttato a Civita pari a cinquanta giornate di lavoro. Le acque sorgenti sono attestate nelle località di Fontana Carosa, Marmorata e Sambuco. Tre cannelle delle sette dell’acqua Sabucana erano di Matteo D’Afflitto mentre non viene menzionato l’antico diritto di proprietà della mensa vescovile che in quegli anni, ad ore stabilite, concedeva l’acqua a diversi cittadini. Gli unici due molini sono attestati lungo i corsi d’acqua di Marmorata, ad est, e di Fiume, ad ovest. I frantoi, denominati trappeti, erano sette, uno dei quali si trovava nella diruta chiesa di Santa Maria a Lago sottostante Santo Cosimo. I nuclei familiari si distribuivano nei territori delle otto parrocchie cittadine. Oltre alla cattedrale erano chiese parrocchiali Santa Maria a Gradillo, San Giovanni del Toro, Santa Maria del Lacco, San Martino, San Pietro alla Costa, Sant’Andrea del Pendolo e San Michele Arcangelo a Torello. Nel luogo del Vescovado seu lo Seggio, in riferimento al Sedile dei Nobili che si riunivano in cattedrale presso la cappella del Santo Rosario, sono attestate perlopiù vigne con qualche casa e una bottega. Il Toro continuava ad essere il rione esclusivo della nobiltà dove si ergevano le aristocratiche magioni rivolte ad est verso i fondi di Gaimano e di San Bartolomeo. Nel catasto preonciario, redatto nel 1646, era stata documentata la presenza delle famiglie Bonito, Confalone, D’Afflitto, Frezza e De Fusco. Nel 1755 il censimento fiscale si è ridotto a soli tre capofuochi i magnifici Paolo Confalone, Girolamo D’Afflitto e Domenico Sasso, Patrizio di Scala che, tra l’altro, si era trasferito a Ravello solo nel 1747. Nel rione Toro sorgeva il palazzo vescovile in cui mons. Biagio Chiarelli aveva impiantato anche una celendra volta alla politura, alla manganatura e alla tintura dei panni di lana, attività già esercitata in città dal 1299 e interrotta con la peste del 1656. L’edificio era dotato di un giardino che consentiva un accesso diretto alla cattedrale, in quegli anni interessata dai lavori del rifacimento barocco non senza difficoltà se si considera che, nel 1755, le somme raccolte erano state integralmente spese senza che il sacro edificio potesse essere nuovamente officiabile. Alcune abitazioni con orti e vigne erano presenti anche nei pressi del Belvedere, l’antica roccaforte del sistema difensivo cittadino. Viene menzionata la sottostante Santa Margarita de’ Grisoni, il cui beneficiato era Don Domenico Romeo Napoletano, mentre non ci sono riferimenti alla vicina Porta Platee. Il luogo della Piazza Publica, l’attuale Piazza Fontana, sembrava aver conservato l’antica vocazione commerciale con la presenza di alcune botteghe di proprietà del magnifico Nicola Pisacane e del bottegaro Giuseppe Carrano, dimoranti in quella località che, per antica tradizione, accoglieva anche le adunanze dei Parlamenti Generali dell’Università. Il ricordo dell’antica chiesa di Sant’Adiutore era ancora presente se consideriamo che la casa di Don Giuseppe Giordano si trovava nella zona denominata Borgo di Sant’Adjutorio presso la Piazza publica. Nel Pianello, sotto l’antica porta de Grache, tra vigne e oliveti la chiesa di Sant’Angiolo dell’Ospedale seu li Frezzi conservava nella denominazione il ricordo dei fondatori. A poca distanza la località dove dicesi a la Marra mostrava un chiaro riferimento all’hospitium domorum Della Marra che già a partire dal Cinquecento appariva allo stato di rudere. A Santa Maria a Gradillo, Ponticeto e Pendolo si attestava il maggior numero di famiglie dell’antico centro urbano, all’interno del quale erano in funzione il Convento di San Francesco, cui erano passate le rendite del Convento di Sant’Agostino e del seminario, e i Monasteri di Santa Chiara e della SS. Trinità. All’estrema propaggine meridionale di Ravello il Cimbrone era abitato dalla Magnifica Isabella Sasso Del Verme, vedova del Patrizio di Ravello Pietro De Fusco. Sul versante orientale, al di fuori dell’antico perimetro urbano, i fuochi erano presenti a partire da lo Traglio, dove sorgeva la cappella di Sant’Agnello eretta da Gerolamo Manso, spesso richiamato in relazione al Monte per il maritaggio delle fanciulle bisognose. Lungo il declivio le abitazioni erano concentrate tra San Giovanni e San Pietro alla Costa in cui ritroviamo anche la località Cerasara, probabile riferimento alla presenza di giardini fruttati. Una sola abitazione è presente a Santo Cosimo, da cui si raggiungeva il vicino Petrito, e nella sottostante Santa Maria a Lago in cui si trovavano vigne e peschiere. A Torello, dove vengono menzionati i luoghi Sant’Angiolo, le Lenze e Masiello, viene censito il maggior numero di unità abitative, costituite da famiglie estese che potevano raggiungere i 17 componenti come nel caso del bracciale Aniello D’Amato. Alcune famiglie vivevano anche a Santa Croce e Santo Nicola al Càrpeno, ai confini di Minori, a lo Vallone e Sussiero sul versante di Marmorata. La vigna denominata lo Capitolo, ancora presente nella toponomastica del linguaggio comune, richiamava l’antica proprietà del Reverendo Capitolo della Cattedrale di Ravello. Proseguendo verso le zone interne sia a Casa Rossa che a Taversa viene censito un solo fuoco così come a Sambuco in cui erano le proprietà boschive del Venerabile Monistero di Santa Chiara a Sambuco piccolo e del forestiere non abitante Filippo Mezzacapo nelle località Riola, Sambuco Grande e Pontemena. Ai confini con Minori, nel territorio sovrastante la valle del torrente Reghinna Minor, tra boschi e castagneti, era presente la piccola chiesa di Santa Maria della Rotonda. Nella zona settentrionale i fuochi si distribuivano principalmente a San Martino e San Trifone con alcuni nuclei familiari a Monte Brusara. A San Trifone abitavano i fratelli Tommaso e Saverio Pisano, lavoranti di panettiere. L’attuale presenza in questa località di una via denominata Casa Pisani, riscontrabile almeno a partire dalla fine dell’Ottocento, potrebbe avere conservato la memoria dell’insediamento familiare. Lo Monte di Brusara, attraverso luoghi dai nomi suggestivi come Creta seu la Posa de lo Vescovo o il Passo de lo Lupo, si spingeva poi all’interno fino agli estremi confini settentrionali della città dove era l’Aqua di Scala. Gli indici demografici non sono particolarmente rilevanti per la zona prospiciente la Marina, ad eccezione della Ponta di Sant’Aniello dove abitava il notaio Liborio Imparato. Le uniche porte cittadine di cui si fa menzione, al fine di specificare le località delle proprietà censite, sono a nord Porta del Campo, Case Bianche seu Porta Penta, Porta del Lacco e ad est Portadonica, nei pressi della quale viveva il marinaio Mattia Palumbo con una famiglia estesa di 19 componenti. La vedova Teresa Fraulo viveva invece nella Torre della Santissima Annunciata che potrebbe verosimilmente essere una delle torri ancora oggi visibili lungo la cortina muraria orientale o una costruzione inglobata successivamente nelle abitazioni edificate nei pressi della porta di San Matteo del Pendolo. Le vie di comunicazione erano costituite da sentieri percorribili più agevolmente a dorso di mulo, un bene prezioso in considerazione della sua attitudine al trasporto. I numerosi toponimi ricordano anche chiese ormai dirute come Santa Maria a Lago (San Cosma), Santo Nicola a Càrpino (Torello), o famiglie che avevano avuto proprietà in determinate zone come Casa Pepe, (Torello), Casa Parere (San Pietro alla Costa) e Casa Fenice (Ponticeto). Scorriamo, pertanto, una lunga serie di denominazioni che ancora oggi identificano gran parte del territorio ravellese. Di alcune, purtroppo, si è perso l’uso comune o, peggio ancora, la memoria. L’analisi delle strutture abitative è solo descrittiva, senza alcuna rappresentazione grafica, e pertanto non può essere esaustiva. Le abitazioni vengono distinte in case proprie e case in affitto e sono descritte anche nelle strutture adiacenti come cortili e giardini. Gli immobili nella disponibilità del capofuoco potevano essere o meno gravati da censo, spesso dovuto a istituzioni religiosi o privati cittadini. Le abitazioni erano esenti da tasse mentre le rendite provenienti dalle case in affitto venivano tassate al netto delle spese di manutenzione o di riparazione, che in genere ammontavano ad un quarto del canone. A Ravello vengono censite solo cinque case palaziate, uniche testimoni dei fasti di una stirpe gentile che si erano poi dissolte nella generale decadenza delle periferie meridionali. Erano state edificate secondo i canoni della domus medievale ravellese, a più piani, con luoghi terranei, sale coperte a volta, accessibili attraverso un ambulacro e cucine. Queste ultime erano tradizionalmente poste nella zona superiore per consentire la dispersione dei fumi e degli odori ma potevano essere localizzate anche al pian terreno. Per quanto riguarda le abitazioni solo in alcuni casi si specifica la presenza di più stanze soprane o sottane. In genere, purtroppo, registriamo l’assenza di qualsiasi informazione in merito ai vani abitativi, a servizio non solo di famiglie formate da una coppia, con o senza figli, ma anche di famiglie estese ad altri membri del gruppo parentale. Questa circostanza però non deve indurci a credere che si potesse trattare di abitazioni di un solo vano, anche in considerazione del fatto che il fuoco poteva raggiungere un ragguardevole numero di componenti. Il cognome più diffuso è Manso, presente sull’intero territorio cittadino così come, in misura minore, Guerrasio, Coppola e Gambardella. Alcuni cognomi sono riconducibili a specifiche zone come di Palma, tra Costa e Torello, d’Amato, tra Pendolo e Torello mentre l’unico esponente della famiglia Cioffo, originario di Minori, viveva a San Martino. Numerosi sono i benefici ecclesiastici in capo a cappelle, chiese, congreghe ma anche a sacri edifici ormai diruti che tuttavia avevano conservato rendite e pesi. Piace addurre come esempio il beneficio della chiesa dedicata a Santa Maria delle Grazie e ai santi Gennaro e Michele nella località di Marmorata il cui beneficiato era il canonico tesoriere della cattedrale Don Lorenzo Risi. Eretta a spese del minorese Gennaro Manso e consacrata il 29 luglio 1751, come apprendiamo dall’atto notarile del Magnifico Notaro Luise D’Amato, la chiesa aveva una rendita costituita da una casa, oliveti e soscelleti con il peso di 25 carlini per le messe e 3 carlini per la visita del vescovo. Nel catasto sono elencati anche gli antichi diritti della mensa vescovile che a quei tempi fruttavano poco o nulla. L’episcopio possedeva lo jus della doganella, cioè il diritto su tutte le merci che si acquistavano e si vendevano, lo jus dello scannaggio, sul macello degli animali, lo jus fumatico sulle fornaci di calce della città che, stando ai dati, sarebbero a Sambuco, al Monte Brusara e a Lo Ietto nei pressi di Casa Rossa. Lo jus seu la decima sopra il pescato di Castiglione, dalla Marinella fino alle Fontanelle, rendeva poco e si era rivelato di difficile gestione alimentando una storia clamorosa di liti e scomuniche. C’è anche un riferimento al cattedratico, anticamente corrisposto al vescovo nel giorno della resurrezione e della nascita del Signore dal capitolo e dai parroci. Un tempo costituito da prosciutti a Pasqua e da capponi a Natale, veniva ricambiato con il “prandium de ipsis clericis”, offerto dal vescovo al capitolo e ai parroci della città il Giovedì Santo e nella solennità dell’Assunzione della Vergine Maria, titolare della cattedrale. Nel 1648, però, il capitolo aveva rinunciato al pranzo e da allora il cattedratico era stato pagato in denaro. Il catasto onciario di Ravello offre una serie di elementi utili alla ricostruzione del paesaggio e dell’urbanistica della Ravello settecentesca, riassunti in questa breve presentazione che potrà essere esplicitata in modo più analitico e integrata con le molteplici indicazioni di carattere socio-economico e demografico in esso contenute. Si tratta di una fonte preziosa da oggi accessibile ad un più vasto pubblico di studiosi e cultori della storia cittadina, con pagine inedite in cui ritrovare luoghi e persone dai nomi familiari e forse, non è da escludere, anche qualche frammento di storia personale.

Description

DALLA PRESENTAZIONE DEL DOTT.SALVATORE AMATO

Nel 2013, in occasione del Convegno di Studi: “Ravello nel Settecento: Chiesa, Società, Istituzioni”, organizzato dall’Associazione per le Attività Culturali del Duomo di Ravello, Fabio Paolucci offriva un primo contributo d’insieme sugli aspetti socio-economici del territorio ravellese rivelati dallo studio del catasto onciario del 1755.
Invero, l’accenno alla riforma attuata da Carlo III e al suo utilizzo come fonte storica relativamente al territorio della Costa d’Amalfi si riscontrano già dalla seconda metà del XIX secolo nelle opere di eruditi locali, a partire da quella che Filippo Cerasuoli dedicava alla Città di Majori.
Nel definire gli incarichi che il Sindaco dell’Università distribuiva tra gli eletti, annoverava anche quello della formazione del catasto, in ordine alla predisposizione di bandi, ordini, inviti, processi verbali, fedi e attestazioni varie. In nota, poi, chiariva meglio la funzione dello strumento di rilevazione fiscale in questi termini: «Esiste tuttora il catasto del 1754, che dicevasi pure onciario, perché tassava per oncie (moneta) l’imponibile daziario: il quale catasto è un complesso, non tanto dello stretto suo significato, quanto del più esatto censimento, della più precisa statistica, e quasi un registro ipotecario ancora».
Dopo alcuni anni, Matteo Camera, nel secondo volume delle Memorie storico-diplomatiche dell’antica Città e Ducato di Amalfi, ritornava sul catasto carolino, facendone menzione non solo in un “succinto ragguaglio” relativo all’imposizione del focatico, ma soprattutto nella narrazione delle vicende generali del Regno di Napoli nel corso del XVIII secolo. Infine, l’onciario veniva utilizzato dallo storico amalfitano a proposito del patrimonio boschivo del Comune di Scala, tassato nel 1754 «per annui ducati dugento e per legnami e carboni».
Bisognerà, tuttavia, aspettare la metà degli anni Sessanta del Novecento perché il catasto onciario cominciasse a divenire un osservatorio privilegiato per la ricostruzione di alcuni particolari momenti della Costa d’Amalfi nel Settecento. Fu, appunto, un fortunato saggio di Franca Assante, La ricchezza di Amalfi nel Settecento, ad avviare un sistematico utilizzo del catasto per la definizione delle vicende demografiche e sociali, per l’individuazione delle categorie professionali e delle attività industriali del capoluogo costiero.
Dopo alcuni anni, Marina Azzinnari e Rossana Spadaccini, in occasione dell’incontro di studi sulla Costa d’Amalfi nel XVIII secolo, offrivano un contributo sulle fonti documentarie conservate presso l’Archivio di Stato di Napoli, indicando gli oltre cento volumi catastali relativi alle Comunità della Costiera come sicura miniera di informazioni: dalla composizione sociale e istituzionale degli abitati alle attività commerciali e manifatturiere.
In tempi più recenti, la fonte catastale è stata utilizzata anche per ricerche di indirizzo storico – architettonico, come quelle condotte da Vincenzo Sebastiano per il complesso di San Cataldo in Scala o da Giuseppe Fiengo e Saverio Carillo per il palazzo Rufolo di Ravello.
All’importanza dell’onciario per la storia del paesaggio e dell’urbanistica dedica un rapido cenno anche Antonio Ferrara, nell’articolo dedicato alla località ravellese di Sambuco, collocata nell’alta valle del Reghinna Minor.
Infine, il rinato interesse scientifico e professionale per le ricerche di storia familiare e nobiliare ha permesso al catasto onciario e, soprattutto, agli atti preparatori, di attestarsi – ha scritto Renata Pilati – «come potente indicatore di numerosi fattori intersecantisi che definiscono la consistenza della popolazione, la composizione del nucleo familiare e, all’interno di questo, strategie matrimoniali, stratificazioni sociali, per qualche aspetto forme di ereditarietà e mentalità degli individui gruppi».
Su questo aspetto i catasti preonciario (1646) e onciario (1755) di Ravello sono stati utilizzati recentemente da Angelandrea Casale e Vincenzo Amorosi per ricostruire le vicende dei nuclei familiari nobiliari appartenenti al Seggio cittadino.
Mancava, però, per Ravello, come ancora per altri Comuni del territorio, un contributo che indagasse finalmente in maniera sistematica i processi formativi del catasto carolino con le connesse dinamiche demografiche e socio-economiche.
Le tessere di questo composito mosaico vengono oggi ricomposte da Fabio Paolucci, che al catasto ha dedicato finora un ragguardevole numero di pubblicazioni, arricchite in appendice dalla paziente trascrizione della documentazione.
Nelle pagine dell’onciario ravellese del 1755 si riflette la vita sociale, economica, la prassi giuridica, i rapporti tra la società e la Chiesa di una realtà rurale e orgogliosamente urbana del Settecento meridionale. Di essa, come meglio dirà in questo volume Luigi Buonocore, sono ben definiti gli elementi tipici del paesaggio agrario, nel quale primeggiava la coltura della vite, insieme all’olivo, al fico, al pero, al melo e al carrubo, che volgarmente era conosciuto con il nome di soscella.
Una realtà che non riusciva, però, a nascondere le difficoltà di una situazione economica radicalmente modificata, coincidente con la decadenza di alcuni settori che erano stati il fiore all’occhiello non solo in ambito regnicolo.
Per tale motivo, all’esito della formazione del catasto, il governo dell’Università ravellese, riunito in parlamento il 14 settembre 1755, supplicava la «Real Clemenza della maestà del Re nostro Signore» di dispensarla dal pagamento dell’onciario, perché «per essere situata e posta sopra un monte sterile ed infruttuoso, tanto che i territori sono di poco anzi di niuna rendita, e che i poveri cittadini per ricavare il loro vitto e sostentamento, altro ricapido non hanno che le sole spalle sulle quali a forza di sudore asportano legname e quanto occorre in essa città alle marine per vivere a giornata».
Molti restano ancora gli aspetti da considerare sul Catasto onciario ravellese del 1755, essendo davvero sterminate le informazioni che offre alla riflessione degli studiosi di oggi.
Se tante sono le suggestioni stimolate dallo studio di questa fonte insostituibile, dobbiamo essere grati a Fabio Paolucci per avercelo nuovamente ricordato, magari con l’accorata esortazione di un collega riferita in anni lontani da Augusto Placanica: «Catasti! Catasti, ma andate a studiare i catasti!».

Dott. Salvatore Amato

Dettagli

EAN

9788872970133

ISBN

887297013X

Pagine

96

Autore

Paolucci

Editore

ABE Napoli

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Editorial Review

Un breve cenno dell'Autore dott.Fabio Paolucci

 

Sfogliando le rivele del Catasto Onciario della Città di Ravello nel 1755, si ha la possibilità di immergersi totalmente nella società della metà del Settecento di questa località, “incontrando” tutte le famiglie dell’epoca, una ad una, con le annotazioni dei mestieri o professioni e dell’età di ogni singolo componente di queste.

Nella parte del catasto vero e proprio, poi, si trascrivono fedelmente le notizie essenziali con l’elenco delle famiglie numerate e riordinate per nome del capofamiglia, anziché per cognome, con la stessa impostazione di ordine delle rivele. Tutto è registrato e trascritto dai deputati e dagli apprezzatori incaricati alla redazione del Catasto: i nomi e cognomi di tutti i capifamiglia sono riportati in ordine alfabetico di nome, con relativo mestiere e composizione del nucleo familiare, seguiti dal parametro dell’oncia per stabilire l’esatto valore del reddito imponibile. Seguono le rubriche dei Cittadini Abbitanti Laici, delle vergini in capillis, delle vedove, degli Ecclesiastici Secolari Cittadini, dei Luoghi Pij, Chiese, Monisterj siti nel Paese, delle famiglie di Forestieri abbitanti Laici, dei Forestieri non abbitanti Laici, degli Ecclesiastici Secolari non abbitanti e dei Luoghi Pij, Chiese, Monisterj non siti nel Paese.

Dopo l’elenco a parte che estrapola i beni ecclesiastici, tassati diversamente in base al Concordato con la Chiesa, il tutto viene registrato, confrontato e assommato nell’operazione di sommatoria definitiva delle tasse, che va sotto il nome di Collettiva delle once, per stabilire l’esatto importo della dichiarazione totale del reddito imponibile relativo all’Università.

I mestieri più diffusi sono quelli del bracciale, bracciante agricolo, del fabbricatore, ovvero muratore e del cosiddetto bastaso, ossia facchino, mentre la società risulta abbastanza variegata con vari mestieri come il carboniero, bottegaro, il macellaro, il panettiere, il mastro d’ascia, il sartore, il tessitore di tela e il coco, non mancando pochissimi casi di famiglie benestanti come i Pisacane, oppure patrizie come i Confalone, i d’Afflitto, i Fusco ed i Sasso.

Per l’esattezza, si contano tra i capifamiglia 68 bracciali, uno zappatore, 11 fabbricatori, un mastro fabbricatore e un manipolo, cioè operaio apprendista muratore, 10 bastasi, 8 marinari, 4 mastri d’ascia, 3 tessitori di tela, un lavorante di lana, un macellaro, 2 scarpari, 3 sartori, 4 carbonieri, un bottegaro, un coco, un apprezzatore, un estimatore, un panettiere e un lavorante di panettiere, 2 notari, un secatore, uno sportellaro, un serviente della Regia Corte, un servidore, 5 inabbili a fattighe, un privileggiato, tre stroppi, 2 mendicanti e 7 famiglie di Magnifici, delle quali solo alcune patrizie di Ravello o di Scala.