Mabilia e le Erbe Magiche-
La Medicina Popolare delle Mammane Le radici di Pietrastornina nel Trecento

Descrizione sintetica del prodotto
le mulierES de sortilegiis di vico trivio NON JANARE, MA MAMMANE E MAVANE DEL FIUME Questa carrellata apre l’anno 1348 per un’analisi minuziosa che scomponga ogni singola riga dei registri, poiché nelle pieghe della contabilità di Guglielmo de Rosières si nasconde la realtà della repressione, ricostruita attraverso i faldoni della Reverenda Camera Apostolica (RCA), i Registra Vaticana (Reg. Vat.) e i frammenti dell’Archivio di Stato di Napoli (ASN). Nel Gennaio del 1348, prima che la peste diventi un’emergenza, il controllo sulle donne del Trivio è puramente patrimoniale. Guglielmo de Rosières monitora la vendita di erbe medicinali come una violazione dei diritti di privativa della Curia. — Die XII januarii, recepimus pro banno et emenda cuiusdam mulieris que dicitur ‘la medica’, commorante in vico trivii, reperta in nocte cum herbis siccis et seminibus suspicosis, florenos II. Il giorno 12 gennaio, ricevemmo per il bando e l’ammenda di una certa donna chiamata ‘la medica’, residente nel vico del trivio, trovata di notte con erbe secche e semi sospetti, 2 fiorini (AAV, RCA, Vol. 353, f. 12r.). Il termine “la medica” indica una qualifica professionale popolare non riconosciuta. Il reato qui è la raccolta notturna (in nocte), atto che la Chiesa beneventana considerava prova di “commercio illecito con le ombre”. I 2 fiorini sono una tassa sull’esercizio abusivo della professione, trasformando la cura in una sanzione contabile. A Febbraio l’influenza delle guaritrici beneventane si estende oltre le mura, attirando uomini dai casali vicini, in particolare da Apice, in cerca di risposte su beni perduti o furti. — Inquisitio contra homines de castro Apicii qui visitant mulieres divinantes in civitate Beneventi, pro sciendo de furtis et rebus perditis per sortes. Mulieribus iniunctum est silentium sub pena banni. Inchiesta contro gli uomini del castello di Apice che visitano donne divinatrici nella città di Benevento, per sapere di furti e cose perdute attraverso le sorti. Alle donne è stato imposto il silenzio sotto pena di bando (ASBN, Pergamene della Mensa Arcivescovile, Busta XIV, n. 45). Qui il sortilegio è identificato come “sortes” (estrazione delle sorti). Il fisco papale colpisce la divinazione perché sottrae potere decisionale alla provvidenza divina gestita dal clero. È interessante il pignoramento non del denaro, ma del “silenzio”: la minaccia del bando è lo strumento per isolare economicamente le guaritrici dai loro clienti del contado. Marzo è il mese dei riti dell’acqua al fiume Sabato. Con l’equinozio di primavera, la burocrazia di de Rosières si concentra sulla topografia dei riti. Il fiume Sabato non è solo una risorsa idrica, ma un luogo di assembramento femminile “pericoloso”. —Mandatum ad militem curie: ne permittat mulieres congregari ad flumen Sabati tempore nocturno pro carminibus et aliis vanitatibus faciendis super aquam, que inducunt errorem in populo. Mandato al milite di corte: non permetta alle donne di radunarsi al fiume Sabato in tempo notturno per compiere canti e altre vanità sopra l’acqua, che inducono all’errore nel popolo (AAAV, Reg. Vat. 244, f. 45v, Mandato del Rettore). Il documento usa il termine “carminibus” (incantesimi cantati). La Chiesa non parla ancora di Satana, ma di “error in populo” (scandalo pubblico). È la fase preparatoria al processo di maggio: si inizia a criminalizzare l’assembramento fisico nei luoghi della tradizione janaristica per giustificare i futuri arresti per “sicurezza pubblica”. Ad Aprile avviene la fuga delle “fascinatrici” straniere. La pressione della Cancelleria Angioina spinge alcune guaritrici verso l’enclave di Benevento, considerata zona franca, ma de Rosières annota i loro spostamenti per future tassazioni. — Nota de muliere de Padulo accusata de fascinatione et maleficiis contra pueros; dicitur quod fugit ad fines Beneventi pro petendo azylum. Nota sulla donna di Paduli accusata di fascinazione e malefici ai danni di fanciulli; si dice che sia fuggita verso i confini di Benevento per chiedere asilo (ASN, Registri della Cancelleria Angioina, Frammenti Sannio, Aprile 1348). La “fascinatio” (il malocchio) è qui un reato che attraversa i confini. Benevento, essendo sotto il Papa, era un rifugio per chi fuggiva dalla giustizia napoletana. De Rosières registra questi arrivi non per accoglierle, ma per mappare nuove potenziali fonti di “emenda” (multe). Prima ancora che il “male oscuro” violi le sponde del Sabato, un’altra ombra si allunga sulle mura della Benevento pontificia: è la tragedia silenziosa dell’oro e dello zolfo. In questa città sospesa, la morte non ha solo il volto dei bubboni, ma la forma della penna inesorabile di Guglielmo de Rosières. Il collettore papale, con fredda preveggenza, sta già trasformando l’imminente apocalisse sanitaria nel più lucroso azzardo finanziario del XIV secolo. Tutto ha inizio ai primi del mese, quando la Curia comprende che la paura può essere monetizzata. Il 1° maggio, una donna del popolo, Sibilla, finisce nel mirino della giustizia. Non è un’eretica, è una guaritrice. Per la burocrazia di Avignone, la sua sapienza medica è “abusivismo” e viene congelata dietro il pagamento di 4 fiorini. È l’atto di nascita di una strategia precisa: tassare la speranza dei disperati. Il braccio armato di questa operazione è Prete Matteo, parroco di San Giovanni. È lui a lanciare l’allarme sanitario, denunciando gli “odori sospetti” che escono dalle case delle donne del Trivio. In una città che trema davanti all’invisibile, il profumo delle erbe di Mabilia e Gemma diventa la prova provata di un complotto metafisico. Tra il 3 e il 10 maggio, la Torre di Porta Somma si trasforma in un centro di detenzione per “nemiche pubbliche”. Il popolo mormora, accenna a una rivolta per proteggere le sue erboriste, ma il Collettore non arretra: paga fabbri e mercenari per blindare le celle. Mentre i medici ufficiali fuggono, le guaritrici vengono interrogate sulla composizione dei loro rimedi. La difesa di Mabilia è un grido che squarcia il silenzio dei verbali: “Questa è scienza di madre, non opera del demonio”. Ma alla Camera Apostolica non interessano le genealogie femminili; interessa il patrimonio. Il 12 maggio scatta la spoliazione: orti e abitazioni vengono pignorati e messi all’incanto. Il calderone di Sibilla, lo strumento con cui tentava di lenire le febbri cittadine, viene svenduto per pochi spiccioli in un’asta spettrale nel chiostro di San Bartolomeo. A metà maggio, però, il virus livella i conti. Il 15 maggio la morte entra nel Palazzo: uccide il carceriere e terrorizza i notai. Qui si compie il paradosso più atroce: la Chiesa, che aveva criminalizzato l’aceto e lo zolfo di Gemma chiamandoli “strumenti di maleficio”, corre ai riparai acquistando a caro prezzo le stesse sostanze per disinfettare le stanze del potere. Il 16 maggio, Sibilla agonizza in catene, segnata dalle “macchie nere”. I giudici, che pochi giorni prima la incalzavano, ora fuggono davanti al suo respiro, sospendendo ogni atto legale. La giustizia si arrende alla biologia. Il finale di mese è una discesa agli inferi. Il 26 maggio muore anche il denunciante, Prete Matteo, vittima di quel miasma che voleva esorcizzare. Le strade del quartiere Trivio sono illuminate dai roghi: non di streghe, ma di letti e panni infetti bruciati per “pulire l’aria”. L’ultima immagine di maggio è quella di Guglielmo de Rosières che, tra i cadaveri abbandonati davanti al portone del Palazzo, chiude il suo libro mastro. Il bilancio è in attivo: 220 fiorini pronti per essere spediti a Napoli. La città è deserta, i testimoni sono cenere, i preti sono morti, ma per la burocrazia pontificia l’operazione è un successo. I diritti della Camera sono salvi, anche se a Benevento non resta più nessuno a testimoniarlo. Le “mulieres de vico trivii” (le donne del vicolo del Trivio) sono le protagoniste silenziose e tragiche di questi documenti contabili e giudiziari del maggio 1348. Identificate nei registri di Guglielmo de Rosières (RCA 353) e nelle minute della Cancelleria (Reg. Vat. 244), queste figure rappresentano l’anello di congiunzione tra la medicina popolare arcaica e la nascita della leggenda delle streghe. Ma chi erano fisicamente e cosa rappresentavano secondo il rigore delle fonti? Erano guaritrici, erboriste e levatrici che risiedevano nel Vico del Trivio, un’area densamente popolata e popolare di Benevento. I documenti fanno i nomi di Sibilla, Mabilia e Gemma (quest’ultima vedova di un calzolaio). Non erano emarginate, ma figure centrali del quartiere, tanto che il popolo tentò di ribellarsi al loro arresto (metus rebellionis). Il loro ruolo sociale da “Medichesse” del popolo esplode in un’epoca in cui la medicina accademica era un lusso per pochi e il clero gestiva la cura delle anime; queste donne gestivano la cura dei corpi. Esse utilizzavano sostanze empiriche come aceto, zolfo, grasso di maiale e la fitoterapia come rimedio: erba morella (solatrum), ruta e altre piante spontanee raccolte di notte lungo il fiume Sabato. I rituali di supporto non erano altro che preghiere sussurrate (verba ignota) e l’uso di sassolini di fiume per cerimonie di protezione o guarigione. Furono bersaglio della Chiesa quando la loro attività divenne un crimine, proprio nel maggio 1348. Le due motivazioni principali furono sanitaria e fiscale. La prima, sanitaria/pestilenziale, perché con l’arrivo della Peste Nera, i loro unguenti e i “vasi fetidi” (denunciati da Prete Matteo) vennero scambiati per strumenti di diffusione del morbo o per rimedi che impedivano ai moribondi di confessarsi, poiché inducevano il sonno. La seconda motivazione, quella fiscale, perché Guglielmo de Rosières le definì colpevoli di “sortilegiis et herbis prohibitis” (sortilegi ed erbe proibite) non tanto per motivi teologici, quanto per poter sequestrare legalmente i loro beni (case, orti e calderoni) e rimpinguare le casse della Camera Apostolica. Uno dei tratti più straordinari che emerge dai documenti (Reg. Vat. 244, f. 119v) è che queste donne rivendicavano una tradizione matrilineare: la “scientia a matre sua”. Mabilia dichiarò di aver appreso il suo sapere “dalla madre” e non dal demonio. Questo indica l’esistenza di una vera e propria scuola di sapienza femminile che la burocrazia maschile e clericale dell’epoca non poteva né controllare né tassare, se non criminalizzandola. Le “mulieres de vico trivii” non erano “streghe” nell’accezione moderna di seguaci del demonio, bensì vittime di un’articolata operazione di polizia sanitaria e fiscale. Furono le prime a essere perseguitate a Benevento non per la loro fede, ma per le loro proprietà immobiliari e per una conoscenza medica alternativa che, sotto la pressione della peste e dell’avidità del Collettore, fu trasformata in un “maleficio” monetizzabile. Il termine “mulieres”, associato al Vico del Trivio nel 1348, funge da “fossile guida”: ci spiega come sia nato il mito delle Janare ancor prima che si consolidasse il concetto moderno di stregoneria. Il Trivio, incrocio di tre strade, non era solo un riferimento geografico beneventano, ma il cuore di un antico vicum. Nella cultura classica, il trivium era il luogo sacro a Ecate, dea della magia e dei morti (detta appunto Hecate Trivia). Quando i notai pontifici scrivono “mulieres de Vico Trivii”, sovrappongono deliberatamente la realtà di un quartiere popolare a un’antica suggestione pagana, trasformando le residenti in potenziali seguaci di riti notturni. Nel 1348 il termine strix (strega) è assente; si utilizzano invece le diciture “mulier suspecta” o “mulier de sortilegiis”. Tuttavia, a Benevento è già operante la radice della Janara, derivante da Dianaria (seguace di Diana). Il processo istruito da Guglielmo de Rosières rappresenta l’anello mancante: la Chiesa osserva queste donne raccogliere erbe lungo il fiume Sabato (richiamando il rito di Diana) e, poiché vivono nel quartiere del Trivio (luogo di Ecate), le etichetta come praticanti di sortilegia. È la burocrazia del 1348 a “recintare” queste madri e guaritrici — fino ad allora tollerate — in una categoria criminale. Con l’arrivo della Peste Nera, l’espressione “mulieres de vico trivii” diventa uno strumento per isolare un focolaio di sospetto. Identificarle come un gruppo coeso serviva a giustificare il sequestro dei beni. Nel diritto canonico del XIV secolo, la “fama” (l’opinione pubblica) costituiva una prova legale; per de Rosières, affermare che “tutti sanno che le donne di quel quartiere preparano intrugli” era l’espediente necessario per velocizzare i pignoramenti. La localizzazione del reato (Busta XXII, ASBN) doveva essere precisa: il Vico del Trivio, quartiere di artigiani, era l’indirizzo legale indispensabile per pignorare abitazioni e orti. Sotto il termine “contenitore” di “mulieres” si nascondono due figure chiave della società beneventana: la Mammana e la Mavana. La Mammana (levatrice/ostetrica) deteneva il monopolio del parto e della salute femminile. Conosceva le erbe per indurre la nascita o per favorire l’aborto (le “herbis prohibitis” citate nel RCA 353). In tempo di peste, la Mammana che entrava e usciva dalle case era vista come un veicolo di contagio o, peggio, come colei che “battezzava” i nati con riti superstiziosi invece che cristiani. La Mavana (guaritrice/maga), termine legato al dialettale Mavone (sortilegio), rappresenta l’anima della Sibilla descritta nei processi. È colei che prepara la “pinguedo porci” (grasso di maiale) e il “solatrum” (morella) per sedare gli infermi. Il termine latino “sortilega” usato da de Rosières è la traduzione dotta del termine popolare Mavana: una donna che “tira le sorti” e manipola la natura per guarire o influire sul destino. Nelle pergamene vaticane l’identità emerge dall’effetto dell’azione: se l’accusa riguarda le “potiones” (bevande) e il parto, la mulier è una Mammana; se riguarda i “susurros” (sussurri), le pietre al fiume Sabato e gli unguenti narcotici, è una Mavana. Spesso le due figure coincidevano. Guglielmo de Rosières usa il generico “mulieres” proprio per annullare queste distinzioni professionali e ricondurle sotto l’unica etichetta criminale di malefica. In pratica, la Chiesa trasforma la figura rassicurante della Mammana di quartiere nella figura inquietante della Mavana che infetta l’aria. Il termine “mulieres de vico trivii” è dunque una definizione amministrativa: la prova che la Chiesa stava smantellando un nucleo di donne che detenevano il monopolio della cura. Se la storia le ha tramandate come “streghe”, è solo perché la burocrazia le ha “impacchettate” in questa definizione per poter incamerare i loro 12 fiorini di patrimonio. Mentre la caccia alle mulieres de vico trivii entrava nella sua fase più cruda, Guglielmo de Rosières non perdeva di vista il funzionamento della macchina fiscale beneventana. Il controllo del territorio passava non solo per la repressione delle guaritrici, ma anche per la gestione delle risorse primarie e dei commerci internazionali. Proprio nei giorni in cui Prete Matteo lanciava le sue prime accuse, de Rosières incassava 50 fiorini dai gabellieri del sale (RCA 353, f. 68v). Il sale era l’unico conservante per le carni e la base dell’economia alimentare; tassarlo significava controllare ogni tavola beneventana. Pochi giorni dopo, il 10 maggio, il Collettore spendeva 12 soldi per riparare la ruota del mulino sul fiume Calore. Non era un atto di benevolenza: de Rosières sapeva che, con l’avvicinarsi della peste, garantire la produzione di pane era l’unico modo per prevenire rivolte e mantenere stabili le rendite della Camera Apostolica. E mentre Sibilla e Mabilia affrontavano l’agonia delle catene, il Regno di Napoli tentava una disperata profilassi economica. I Regesti Angioini (ASN) documentano il divieto assoluto di esportare lana grezza da Benevento. La lana, ritenuta veicolo del “miasma”, divenne una merce proibita. In questo clima di isolamento, de Rosières dimostrò il suo più cinico pragmatismo: approfittando del caos, accelerò il recupero dei crediti dai mercanti di panni in fuga, incassando gli ultimi 10 fiorini prima che il mercato chiudesse i battenti per sempre (RCA 353, f. 83v). L’atto finale di maggio non fu una sentenza, ma una borsa di cuoio. Il 22 maggio, 200 fiorini — frutto delle decime, dei dazi sul sale e delle aste dei beni sequestrati alle guaritrici — lasciarono la città spettrale verso i banchi di Napoli (ASN, Banchi Storici). Quel denaro era la prova che, mentre la popolazione soccombeva e il clero moriva nei suoi palazzi, la burocrazia papale era riuscita nel suo intento: estrarre ricchezza dalle macerie di una città che non aveva più né medici, né preti. Sabato Cuttrera Fonti Archivistiche (manoscritti originali) Archivio Apostolico Vaticano (AAV), Revisio Computorum (RCA), Collectoriae Beneventanae, Vol. 353 (Contabilità). AAV, Reverenda Camera Apostolica (RCA), Collectoriae, Vol. 353. (Registro mastro di Guglielmo de Rosières: contabilità Introitus et Exitus, mandati per fossari, acquisto aceto e rendiconti delle confische). Archivio Apostolico Vaticano (AAV), Registra Vaticana (Reg. Vat.), 244 (Cancellaria del Rettore). Archivio di Stato di Benevento (ASBN), Fondo Pergamene della Mensa Arcivescovile, Buste XIV-XXII. AAV, Archivio Apostolico Vaticano, Reverenda Camera Apostolica (RCA), Reg. 244, Introitus et Exitus (contiene i mandati di pagamento giornalieri). Archivio Apostolico Vaticano, Reverenda Camera Apostolica (RCA), Collectoriae, Vol. 353 (Relazioni dei collettori delle decime del Sannio). ASV (Archivio Apostolico Vaticano), Collectoriae, Vol. 353 (contiene i mandati di pagamento di boia, legna, aceto, vitto prigionieri). ASV, Registra Vaticana (Reg. Vat.), 244 (Regesti dei bandi e le minute degli interrogatori di Sibilla, Mabilia, ecc.; Cancellaria del Rettore di Benevento: minute di interrogatori, mandati di cattura per le mulieres, note marginali onomastiche e verbali di sospensione degli atti). ASBN (Archivio di Stato di Benevento), Pergamene della Mensa Arcivescovile, Busta XXII: Contiene le denunce dei parroci (Prete Matteo) e i sequestri dei beni mobili.Pergamene nn. 1-45 (denunce parrocchiali, inventari di beni mobili, atti di vendita all’asta, testamenti in extremis, locazioni dei fondi al Pantano e ad Apice). Archivio di Stato di Napoli (ASN), Cancelleria Angioina, Ricostruzione Regesti (Maggio 1348). (Mandati per il blocco delle frontiere sannite e provvedimenti sanitari doganali). ASN, Sezione Diplomatica, Frammenti Sannio. (Relazioni sulla mortalità nei casali di Paduli e Apice e cessazione delle inchieste testimoniali). ASN, Banchi Storici, Documentazione contabile del XIV secolo. (Ricevuta della rimessa di 200 fiorini da Benevento ai banchieri papali).
Fonte: ABE
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