ORAZIO FLACCO. Problemi testuali nel Libro I dei Carmina

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TUTTO NACQUE DI CONCERTO CON IL COMPIANTO PROF. FAUSTO GIORDANO

60 CODICI ESAMINATI DALL’AUTORE PER QUESTO PICCOLO CAPOLAVORO DI 200PAGINE

Nella piena convinzione della centralità del testo come primario valore da difendere negli studi filologici, l’attività di ricerca ha ripercorso la tradizione diretta e indiretta del testo oraziano, avvalendosi per la discussione sui loci testuali interessati da problemi filologici, tanto delle note dei commentatori antichi, quanto dei vari filologi, dall’ età umanistica all’età moderna. Tali note, spesso, per ampiezza e manifesta conoscenza interdisciplinare ed intertestuale della classicità, rivelano una capacità filologica che si qualifica ora come scienza rivelatrice ora come arte creativa, con un’attenzione al gusto o ad una eleganza delle forme. La difesa di valori formali ed espressivi si è, spesso, affiancata all’eliminazione di incongruità sul piano logico-razionale, con nuove prospettive nella storia della filologia oraziana, anche sulla base di un libero esercizio del giudizio autonomo.
La prima sezione del lavoro di ricerca dà conto sia dei vari commentari al testo oraziano più o meno antichi, da Porfirione a Pseudo–Acrone, dalla recensio Probiana alla recensio Mavortiana dagli Scholia in Horatium codicum Parisinorum al Commentator Cruquianus, sia di una tradizione manoscritta, ora tripartita, secondo gli studi di Keller e Holder, ora dispersa sostanzialmente in 2 rivuli memoriae Horatianae, derivanti da 3 fontes, con frequenti contaminazioni orizzontali.
Il testo offre, poi, spunti di riflessione riguardo alle ragioni della filologia ed a quella serie di doti richieste al filologo quali iudicium, sagacitas ma anche peritia divinandi, che non sempre è esito garantito della laborandi pertinacia.
Nel presente lavoro, in alcuni punti, si rimuove l’atteggiamento mentale di quei letterati che ritengono il testo come immobile, inconciliabile con ogni forma di rinnovamento derivabile magari da dati interni al testo.
La seconda sezione si traduce in un excursus su varie problematiche testuali di natura ora normo-grammaticale, ora metrica, ora linguistica. Sostanzialmente duplice è apparsa, nel corso della tradizione letteraria, la genesi degli interventi sul testo oraziano, o da vecchi codici o per congettura, nel tentativo, magari, di adeguare ogni scelta tra differenti lezioni al contesto, nell’ambito, di scelte guidate dall’orationis ductus o magari solo ispirate dal sermonis genius. Tutte le note presenti nei vari commentari sono apparse, sempre, come utile spazio esplorativo per osservare, analizzare e confrontare tutte le possibili scelte testuali, dalle più canoniche, sulla scorta dei codici, a quelle più ardite, per congettura. La ricerca ha, dunque, inquadrato diacronicamente la filologia oraziana, ad opera di grammatici, librarii ed interpretes che hanno rivelato, nel tempo, svariate competenze.
Per quanto concerne la bibliografia che correda la tesi, essa appare strutturata sugli studi linguistico-letterari condotti sui singoli Carmina del Venosino e sui vari contributi critici dedicati a quella che il Bentley, dal cui commentario si è preso spunto, definì come una “Commentariorum silva” , senza ovviamente trascurare le varie edizioni critiche moderne del testo oraziano. Si è rivelata utile strumento di ricerca la consultazione tanto delle maggiori edizioni critiche moderne del testo oraziano quanto di articoli e di recensioni disponibili mediante gli strumenti informatici della Biblioteca di Ateneo e del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Salerno.
Ricerche bibliografiche sono state condotte presso l’Università di Bari, la Biblioteca Nazionale centrale di Roma, la Gambalunga di Rimini e l’Oliveriana di Pesaro, dove è stato consultato un incunabulo veneto del 1492.
Estremamente formative si sono rivelate, infine, le partecipazioni ai lavori del Certamen Horatianum di Venosa ottima occasione di incontro e confronto con studiosi del testo oraziano, come i Proff. Luciano Canfora e Paolo Fedeli. Proficue indicazioni, utili ad affinare la ricerca, sono derivate dalle Giornate di studio organizzate, negli anni di dottorato, nonchè dai cicli di lezioni tenute dai docenti interni ed esterni all’Ateneo salernitano. La presente pubblicazione nasce come atto di riconoscenza verso il Prof. Fausto Giordano, scomparso improvvisamente nel settembre 2019, il quale aveva manifestato interesse per la pubblicazione del lavoro svolto, corroborandolo di costanti indicazioni umane e professionali che meritano di non andare disperse….

Description

DISSERTAZIONI E CONFERME CHE ANDAVANO PRECISATE…

Nella piena convinzione della centralità del testo come primario valore da difendere negli studi filologici, la ricerca ha ripercorso la tradizione diretta e indiretta del testo oraziano, avvalendosi sia sia della tradizione manoscritta, sia dei vari commentari al testo oraziano, da Porfirione a Pseudo–Acrone, dalla recensio Probiana alla recensio Mavortiana, dal Commentator Cruquianus agli Scholia in Horatium codicum Parisinorum
Sulla scorta di Shackleton Bayley, la filologia si qualifica come “corruption juggling”, legata a iudicium, sagacitas, peritia divinandi, laborandi pertinacia, manifesta conoscenza interdisciplinare ed intertestuale della classicità, con excursus su varie problematiche testuali, per ricorso sia alle cosiddette discipline fondamentali (grammatica, stilistica, metrica, retorica, poetica e storia della lingua), quanto alle sostanziali (storia della letteratura, storia politica, geografia e topografia, antichità, mitologia e religione), senza trascurare bibliografia (manoscritti, paleografia, testi a stampa) e discipline complementari ( archeologia, epigrafia, numismatica, metrologia, storia della filologia).
All’autore le note presenti nei vari commentari sono apparse, utile spazio esplorativo per osservare, analizzare e confrontare tutte le possibili scelte testuali, dalle più canoniche, sulla scorta dei codici, a quelle più ardite, per congettura, inquadrando diacronicamente vari interventi di filologia oraziana, ad opera di grammatici, librarii ed interpretes che hanno rivelato svariate competenze.
La risoluzione dei problemi testuali presentati ha confermato l’ utilità della conoscenza della cultura degli antichi popoli mediterranei, tra cui non mancarono scambi e multiple relazioni, che hanno, poi, esercitato larga, profonda ed efficace influenza sulle letterature medioevali, moderne e contemporanee.
Ricerche bibliografiche sono state condotte negli atenei di Salerno, di Bari e presso la Biblioteca Centrale Nazionale di Roma, l’ “Oliveriana” di Pesaro e la “Gambalunga” di Rimini. Costante è stata, poi, la partecipazione ai lavori del Certamen Horatianum di Venosa (PZ).

Dettagli

EAN

9788872970133

ISBN

887297013X

Pagine

96

Autore

Caruso

Editore

ABE Napoli

Recensioni

1 review for ORAZIO FLACCO. Problemi testuali nel Libro I dei Carmina

  1. Valutato 5 su 5

    Arturo Bascetta

    A margine del “Profile of Horace” di Shackleton Bailey: le ragioni della filologia tra “corruption juggling” e “self doubt”

    Definire i limiti della filologia non è impresa facile anche perché l’accumulo, nella storia della tradizione testuale, di sforzi critici distrae ed ostacola ad un tempo l’operato degli stessi filologi indotti spesso al “Pereant qui nostra ante nos dixerunt”. Di certo, muovendosi tra recessi spesso nascosti di pensiero e di stile, il critico letterario, per natura, opera inegualmente, senza dimenticare che l’esegesi testuale non è arte pura, sebbene non manchino elementi estetici nella valutazione della stessa. Non a caso, di una correzione del Bentley ad un passo delle Eumenidi, Davies, uno dei suoi amici ebbe a dire: “Corrections such as these are like beautiful poems”.
    La filologia, nella sua altalenante natura di arte creativa e scienza rivelatrice, non è aliena da capacità divinatorie che Page definì “power of divination”, sulla scorta della μαντικ τέχνη, fino ad assumere le caratteristiche di quella che Highet chiamò “glorified form of proof reading”, sorta di “correzione di bozze” di alto livello.
    Di certo, nella congettura divinatoria la facoltà critica sembra rivelarsi meglio, anche perché se la collazione dei codici appare quasi meccanica, già sistemazione e valutazione dei manoscritti richiedono ben altre qualità e capacità personali. L’affermazione della scienza paleografica e l’avvento delle teorie del Lachmann avrebbero fatto maturare l’idea che l’edizione del testo, per essere valida, debba sempre e solo fondarsi sull’applicazione di regole ben definite, al punto che quando Housman nel 1921 ebbe a dire. “criticus nascitur, non fit”, la sua affermazione parve una sorta di passo indietro rispetto ai suoi tempi.
    Eppure, nel campo della filologia, le certezze non appaiono granitiche, dal momento che i copisti sbagliano “for psicological as well as scriptorial reasons” , il che riduce ogni forma di “paleographical euphoria”, così come non sempre linda, netta ed affidabile appare la ricostruzione dell’albero genealogico dei vari manoscritti.
    Non a caso quella celebre conclusione del Pasquali “recentiores non deteriores” sembra quasi speculare contraltare dell’accusa mossa al Prof. Housman di trovare sempre meriti nei manoscritti ed errori negli editori.
    L’accettazione di tali limiti ripristina, così, il ruolo chiave da attribuire al giudizio del critico nel dirimere le varie questioni testuali. In ogni giudizio letterario la base istintiva appare, dunque, difficilmente eludibile, se si ritiene che un critico del testo difficilmente progredirà nel suo lavoro senza avere quella tempra di carattere, lontana tanto dalla “gladness” degli sciocchi quanto dalla falsità degli “sleeping dogs”.
    Per concepire felici emendazioni del testo sembrano restare indispensabili quelle qualità morali ed intellettuali, innate ed acquisite di cui Housman nel 1930 tentò una lista, quali il “read attentively”, “think correctly”, “repress self will”, cui aggiungere una “literary perception”, una “congenial intimacy” con l’autore studiato, un’“experience won by study”, unitamente ad un “mother wit brought from mother’s womb”.
    Il primo passo verso la risoluzione dei problemi testuali può qualificarsi come “corruption juggling”, sorta di gioco di prestigio con le parole, provando e riprovando ogni accettabile sostituzione paleografica.
    Senza trascurare il “pattern of thought”, ossia il modello di pensiero dell’autore, di cui si voglia emendare il testo, il campo d’azione dell’editore appare delimitato da ineludibili “touchstones” quali conoscenza ed esperienza, anche se la conoscenza del contesto di un testo non rende affatto infallibile l’operato del filologo, che spesso si illude di aver trovato la risposta che cerca, dimenticando che la rimozione di una corruzione individuata è vera quanto la diagnosi di corruzioni precedentemente non riconosciute.
    Si ritorna, dunque, all’avvertimento dell’Housman sulla profonda differenza tra l’esegesi di un testo e scienze come la chimica.
    A detta di Housman, infatti, se ad un chimico, perché esploda un misto di zolfo, salnitro e carbonella basta solo una miccia, le conclusioni di un filologo, prima o poi, invece, potranno essere confermate o corrette da un passo egualmente decisivo, per cui egli non deve mai smettere di nutrire quel “self-doubt”, che dovrebbe sempre stargli accanto quale “whispering companion” , bisbigliante compagno di viaggio nella strada polverosa ed appartata che egli ama percorrere nei suoi studi.
    La ragione può così rivelarsi una “rush-candle”, la realtà un semplice spauracchio che non manca di generare nel filologo “angularities of temper”, spigolosità caratteriali da cui non fu esente uno dei maggiori filologi oraziani quale Richard Bentley. ..

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Editorial Review

L’ “Orazio” di Richard Bentley, strumento di selezione di problematiche testuali

Richard Bentley nacque ad Oulton, nel West Riding dello Yorkshire, il 27 gennaio 1662. Apprese le prime nozioni di latino dalla madre per poi frequentare il ginnasio del posto, dove veniva, però, spesso punito per frequenti disattenzioni.

Alla morte del padre, entro, come subsizar[1] al St.John’s College di Cambridge dove si distinse in logica, etica, filosofia naturale e matematica. A soli 20 anni, già direttore del ginnasio di Spalding, fu scelto da Edward Stillingfleet, destinato ad alte cariche ecclesiastiche, come precettore del suo secondo figlio, che Bentley poi indirizzò al Wadham College di Oxford.

Nei sei anni trascorsi a casa Stillingfleet, il giovane filologo, ambizioso e sicuro di sé, ebbe modo di frequentare una delle migliori biblioteche private inglesi, ampliando notevolmente la sua formazione di base e candidandosi ad essere un potenziale futuro arcivescovo di Canterbury, destino comune a molti grecisti.

Il suo orientamento anglicano fu liberale, equidistante dai non-conformisti quanto dai cattolici romani. Teologo di stampo razionalista, avrebbe addirittura dubitato della veridicità di un’affermazione presente nel Libro di Daniele, il che avrebbe messo quasi a rischio anche il suo matrimonio che lo rese padre di quattro figli. Nel 1690 prese anche gli ordini sacri per poi divenire cappellano di Stillingfleet, divenuto vescovo di Worchester.

Primo saggio della sua abilità filologica fu l’Epistola ad Johannem Millium, che Mill pubblicò in appendice all’edizione di una Cronaca, scritta in greco da John Malelas.[2]

L’epistola appare impostata su una “discorsive exuberance of  learning”[3] e, nel suo insieme, resta uno straordinario lavoro filologico per uno studioso appena ventottenne.[4] Scritta interamente in latino, essa aveva il merito di esaminare i passi di oltre 60 autori latini e greci, per cui fu molto apprezzata tanto nella stessa Inghilterra quanto in Olanda e in Germania.

Lo stile dell’opera apparirebbe, però, più quello di chi si scontra vivacemente con un’altra persona che quello lineare e pacato di uno scrittore, al punto da attirarsi anche un immeritato richiamo del Dr. Monk.[5]

Maturava, intanto, anche la formazione teologica del Bentley che, tra il 7 marzo e il 5 dicembre del 1692, pronunciò dal pulpito della chiesa londinese di St. Martin otto sermoni, presto stampati e tradotti in olandese, tedesco e francese, in cui prevaleva l’idea di un Creatore razionale, provvidente e onnipotente, ricavata più dai Naturalis Philosophiae principia matematica di Isaac Newton che dal sistema fisico di Renè Descartes.

Sempre al servizio del Re, intanto, fu nominato prima intendente della biblioteca regia, poi chaplin in ordinary. Nel 1697 gli fu richiesto di contribuire all’edizione di Callimaco che J. G. Graevius di Utrecht aveva pubblicato sotto il nome del figlio Theodor, morto prematuramente. La raccolta di frammenti callimachei prodotta dal Bentley superò notevolmente l’impegno di Anne Lefevre, in quanto il filologo ne collezionò ben 418 rispetto ai 139 raccolti dalla Lefevre.

In tale fatica letteraria, Bentley dimostrò tutta la sua brillantezza divinatoria, unitamente ad un’ottima capacità di traduzione latina del testo greco ed alla redazione di un ricco commento critico ed esegetico.[6]

Seguirono poi anni in cui Bentley, considerando sgradevole l’aspetto fisico del libro medio del suo tempo, mostrò un certo fastidio che  opere come la Dissertation upon the Epistles of Phalaris, Themistocles, Socrates, Euripides and Aesop’s fables[7] estendessero la propria fama oltre Londra e le due Università di Oxford e Cambridge.

Il profondo studio e l’attenzione con cui Bentley affrontava, nel suddetto testo, lo sviluppo di vari generi letterari, primi fra tutti tragedia e commedia, unitamente all’analisi storica dei dialetti greci ed all’applicazione della numismatica a questioni storico-letterarie risultarono a lungo di difficile comprensione persino quando l’ampliata versione del 1699 fu tradotta in latino nel 1777 da J. D. van Lennep.[8]

Attratto dall’epica filosofica, il filologo cominciò, cosi, a lavorare all’edizione del De rerum natura di Lucrezio e degli Astronomica di Manilio, opere la cui redazione completa fu ostacolata dall’alto costo della carta e dalla mancanza di buoni caratteri tipografici anche in una stamperia come quella di Lipsia, cui fu affidato il suo testo di Manilio.

Nel 1699, per designazione della commissione reale, Bentley fu nominato Master del Trinity College di Cambridge, carica che esercitò fino alla morte, nonostante una serie di battaglie legali, anche davanti alla corte del tribunale reale. [9]

L’animosità con cui lo studioso visse, però, tali e tanti controversie non mancarono di ostacolarlo spesso negli studi, non tanto nell’assorbire e utilizzare nuove conoscenze quanto nel sottrargli tempo per dirimere la questioni stesse.

Indifferente alla pubblica fama, come ebbe a dichiarare egli stesso, si preoccupava piuttosto di conservare intatti i favori di uomini influenti come il Primo Ministro Robert Harley, per cui si decise a stendere in meno di sei mesi tra il giugno ed il dicembre del 1711 proprio le note del suo commentario ad Orazio, già progettato sin dal 1702.[10]

Gli stessi tempi di composizione dell’ “Orazio” risentirono di quella sorta di istinto del filologo inglese “to stretch and sometimes overstrain his sinews”[11], al punto da indurlo a comporre entro due mesi la maggior parte delle note del suo commentario oraziano, consegnate “madida fere charta”, molto probabilmente per assicurarsi i favori del tesoriere di Oxford.

La scelta di dedicarsi a testi latini, data la profonda conoscenza della lingua greca, è parsa a critici come il Monk poco felice, in quanto egli sarebbe stato molto più valido nel correggere errori reali della poesia greca che nel suggerire varianti di tesi latini, tutte congetture poi da lui difese con un’erudizione ed un ingenuità che, però, produrrebbero, nel lettore più ammirazione che adesione, come nel caso delle sue oltre 700 congetture ad Orazio, di cui solo 500 hanno qualche supporto nei manoscritti.

[1] Il subsizar era l’allievo che riceveva istruzione, cibo ed alloggio ad una retta ridotta, in cambio di lavoro manuale. Cfr. H. D. Jocelyn, Richard Bentley,  in “Enciclopedia oraziana cit.”, III,  p.118

[2] Il Chronicon, attribuito ad un oratore di origine siriana, collocabile tra il VII e il X secolo, parte dalla Creazione per interrompersi nel 560 d. C, cinque anni prima della morte di Giustiniano. L’opera, valorizzata durante il regno di Charles I, fu studiata da John Gregory ed Edmund Chilmead che la tradusse in latino, con note, ma morì nel 1653, senza che la sua opera, completa venisse data alle stampe. Solo trentasette anni dopo, nel 1690, i curatori della Sheldonian Press ne decisero la stampa, affidandone l’introduzione ad Humphrey Hody, autore di una nota sullo spelling del nome del compilatore e di Prolegomena di 64 pagine. A Bentley furono affidate dal Mill, supervisore del progetto editoriale, le ultime 98 pagine di appendice alla traduzione del Chilmead.

[3] Cfr. R. C. Jebb, Bentley, London, 1882., p.13

[4] Cfr., ibidem, p.16

          [5] Riguardo al Fortleben dell’epistola, nell’immediato, John George Graevius e Ezechiel Spanheim salutarono Bentley come stella nascente della filologia, così come, anni dopo, David Ruhnken, fu deciso nel lodare l’ardire, fondato su erudizione, del Bentley, giudicato più utile della “sluggish” e “credulous superstition” persino di studiosi come lo Scaligero e il Casaubon.

[6] Cfr..H. D. Jocelyn, Richard Bentley,  in “Enciclopedia oraziana cit.”, III, p.119

[7] L’opera, in cui si dubitava dell’autenticità delle lettere attribuite al tiranno Falaride, apparì prima in forma ridotta, nel 1697, come appendice del seconda edizione delle Reflections upon ancient and Modern Learning dell’amico di Bentley, William Wotton, per poi essere ampliata due anni dopo come Dissertation upon the Epistles of Phalaris with an Answer to the Objections of the Honourable Charles Boyle, Esquire.

[8] Due furono, poi,  i progetti su cui il letterato inglese meditò, alquanto ambiziosi e rimasti irrealizzati, come quello di raccolta e comparazione dei lessici bizantini in greco antico e quello di raccogliere tutti i frammenti delle opere che la tradizione diretta della poesia greca aveva perso.

[9] Nell’esercizio di tale carica, egli eliminò vari privilegi, puntando ad una più equa distribuzione delle borse di studio e rifornendo adeguatamente di vari testi la nuova biblioteca, finanziando anche opportuni lavori di restauro. Non ebbe, inoltre, timore di indurre vari Masters of art verso i più alti  degrees in teologia così come incoraggiò diversi giovani studiosi di talento Tra i giovani studiosi sostenuti da Bentley figurano Robert SmithRoger Cotes, per il quale fu addirittura organizzato un osservatorio sul Green Gate del college, così come un apposito laboratorio fu approntato per il veronese Giovanni Francesco Vigani , che si trovava a Cambridge già venti anni prima dell’insediamento del filologo quale Master del College. Al bravo orientalista tedesco Henry Sike Bentley affidò la cattedra di ebraico, garantendogli anche opportuno alloggio.  La carica di Master, esercitata da Bentley, con rigore e determinazione, fu più volte messa in discussione, anche per invidie interne al College, fino alla decisione, nel 1714 del vescovo John Moore di allontanarlo, il quale non riuscì, però, a rimuoverlo dalla sua carica, perchè morì prima di rendere esecutiva la sua decisione, così come, venti anni più tardi, inapplicata sarebbe rimasta anche la sentenza negativa dell’altro vescovo di Ely Thomas Greene, al quale, come General Visitor, spettava arbitrio definitivo per eventuali dispute interne al College, come le accuse mosse al Bentley di violazione dello statuto. La controversa carriera accademica di Bentley è stata, nel tempo, puntualmente analizzata da studiosi come Monk  (1830),  Jebb (1882), Kenney (1974) e Brink ( 1986), ai cui contributi si rinvia per un’analisi più dettagliata della questione.

[10] Con eguale spinta emotiva, per non disperdere il favore della  regina Carolina, Bentley compose, in poco tempo, anche le note al Paradise lost di Milton , già propostagli nel 1726, ma redatta  solo a cavallo tra il 1731 e il 1732, così come è ancora da verificare  se la fretta nel pubblicare il suo Terenzio del 1726 nasca davvero dal risentimento verso quella che egli riteneva la pessima edizione di Francis Hare, anteriore di due anni, o, piuttosto, dal voler rendere onore al Principe del Galles, che stava per diventare re Giorgio II. Cfr. H. D. Jocelyn, Richard Bentley,  in AA.VV, “Enciclopedia oraziana”, III,1998, p.120

[11] Cfr. Shackleton Bayley, op. cit.,p.110

 

 

Basta l'indice per comprendere la mole di lavoro svolto dal Prof.Caruso

Prefazione                                                                                                                                      

Note sulla tradizione manoscritta del testo oraziano                                    

  A margine del “Profile of Horace” di Shackleton Bayley:

le ragioni della filologia tra “corruption juggling” e  “self doubt”

L’ Orazio di Richard Bentley,

strumento di selezione di problematiche testuali

 Analisi di:

1)  Horat., Carm. I, 1, 6                                                                     pag. 45

2)  Horat., Carm. I, 1, 7                                                                    pag. 54

3)  Horat., Carm. I, 1, 16                                                                  pag. 60

4)  Horat., Carm. I, 2, 10                                                                  pag. 69

5)  Horat., Carm. I, 2, 31.                                                                 pag. 73

6)  Horat., Carm. I, 2, 39.                                                                 pag. 78

7)  Horat., Carm. I, 2, 46                                                                   pag. 86

8)  Horat., Carm. I, 3,18                                                                   pag. 95

9)  Horat., Carm.I, 3, 19                                                                    pag. 108

10) Horat., Carm. I, 3, 20                                                                  pag. 112

11) Horat., Carm. I, 3, 22                                                                 pag. 115

12) Horat., Carm. I, 3, 37                                                                 pag. 122

13) Horat., Carm. I, 4, 5                                                                    pag. 125

14) Horat., Carm. I, 4, 8                                                                   pag. 132

15) Horat., Carm. I, 4, 12                                                                  pag. 137

16) Horat., Carm. I, 4, 17                                                                  pag. 140

17) Horat., Carm. I, 4, 18                                                                  pag. 142

18) Horat., Carm. I, 5, 8                                                                    pag. 146

19) Horat., Carm. I, 6, 3                                                                    pag. 152

20) Horat., Carm. I, 6, 7                                                                    pag. 156

21) Horat., Carm. I, 6, 18                                                                  pag. 175

Conclusioni                                                                                          pag. 179

Tabella riassuntiva dei loci analizzati                                            pag. 189

Bibliografia                                                                                         pag. 191