I MIEI LUOGHI, LA MIA INFANZIA, I MIEI AMORI

I miei luoghi sono sempre gli stessi. I miei occhi sono sempre gli stessi. Scrivere queste pagine è stato come raccogliere fili d’oro dispersi nel tempo e dal vento, per ricomporre un ordito che appartiene profondamente alla mia anima. Questo racconto, il mio primo libro, rappresenta per me una nuova, emozionante esperienza: un viaggio non soltanto letterario, ma intimo e spirituale, nato dal desiderio di fermare il tempo e dare voce al silenzio. Tra queste righe batte il cuore di una terra ferma nel tempo, Pietrastornina, un luogo in cui ogni pietra, ogni sorgente e ogni foglia di gelso custodiscono la memoria di chi ci ha preceduto. C’è qualcosa di struggente e incredibilmente dolce nel guardare queste colline: è la stessa commozione che si prova davanti al volto segnato di un nonno che racconta, o ai passi di una madre che qui, e solo qui, ritrova la sua parte più autentica, spogliata di ogni maschera. Il legame con le mie radici si riflette nei personaggi di questa storia. Nella straordinaria e fiera madre di tutte le madri, che ha trasformato la fatica quotidiana in un “eterno atto d’amore”, negli occhi carichi di meraviglia della viaggiatrice che, dopo aver girato il mondo, scopre che la sua vera essenza è sempre rimasta custodita sotto l’ombra dei nostri gelsi; nella melodia di una ragazza che ha saputo trasformare il sussurro dell’acqua in arte e nella fedeltà silenziosa della piccola Indiana. Attraverso questo mio esordio, vi invito a rallentare, ad abbandonare per un attimo la velocità del mondo moderno e l’illusione degli schemi per iniziare finalmente a osservare, e non solo a guardare. Perché l’oro più prezioso, non è quello che brilla, ma quello che striscia umile tra terra e ricordi. Spero che queste parole possano accarezzare i vostri cuori così come il vento fa tra i rami di Starza, ricordandoci che, finché ci sarà qualcuno pronto ad ascoltare e a ricordare, la speranza e la Bellezza della nostra terra non moriranno mai. Maria Cafasso
Fonte: ABE
Descrizione sintetica del prodotto
Il legame profondo e l’evoluzione parallela del nonno e del nipote costituiscono la vera spina dorsale narrativa ed emotiva del libro di Maria Cafasso. All’inizio del racconto, queste due figure incarnano due mondi diametralmente opposti e apparentemente incomunicabili. Da un lato c’è il nonno, una figura monumentale che rappresenta la saggezza antica, la stabilità e una connessione quasi viscerale con la terra di Pietrastornina. Non si tratta semplicemente di un anziano che ricorda il passato, ma di un vero e proprio custode spirituale del territorio, capace di leggere la storia tra le pieghe del fango, nelle venature di una foglia di gelso o nel sussurro di una sorgente. Per il nonno, il silenzio della campagna non è assenza di vita, ma uno spazio sacro in cui i pensieri possono finalmente rallentare e sedersi accanto alla memoria. Egli possiede la rara capacità di osservare anziché limitarsi a guardare, riuscendo a scorgere il valore inestimabile di quella “storia minore” che non si studia sui libri di scuola, ma che scorre silenziosa sotto i piedi di chi sa ascoltare. Dall’altro lato troviamo il nipote, che apre la narrazione come il perfetto archetipo della giovinezza contemporanea. Il ragazzo è immerso nella frenesia della modernità, è costantemente iperconnesso ed è letteralmente intrappolato nel riflesso blu dello schermo del suo smartphone. Per lui, la permanenza in campagna è sinonimo di ozio assoluto e di una noia insopportabile; dove il nonno vede l’oro della tradizione e della fatica dei padri, il giovane vede soltanto terra, fango e foglie morte. Il nipote vive il tempo con una profonda ansia, come se ogni minuto non riempito da una distrazione digitale fosse tempo irrimediabilmente perso. Una fame di stimoli veloci nasconde in realtà la fragilità di una generazione che si rifugia nel mondo virtuale per non guardare l’instabilità del mondo reale e la precarietà delle proprie certezze quotidiane. La metamorfosi del ragazzo inizia nel momento esatto in cui decide di accettare la sfida del nonno e di posare il telefono sul muretto di pietra del vecchio mulino. Il gesto, apparentemente semplice, segna l’inizio di una straordinaria trasformazione interiore. Attraverso i racconti appassionati del nonno — come la suggestiva epopea dei bachi da seta e lo scippo di Starza — il nipote sperimenta per la prima volta una nuova dimensione temporale. È un tempo pulito e libero, in cui il giovane smette di subire i minuti che corrono e impara finalmente a rallentare, prendendo il controllo del proprio presente. Il nonno lo guida in questo percorso utilizzando la bellissima metafora biologica del baco da seta: gli insegna a non aver paura di sentirsi un bruco che striscia umile nella fatica e nell’oscurità, perché quella transizione interiore è l’unico passaggio necessario per superare le proprie paure e trasformarsi in una farfalla capace d’amore. Il compimento di questa evoluzione si svela pienamente nell’emozionante finale dell’opera, dove assistiamo a un perfetto salto temporale e generazionale. Il tempo fa il suo giro perfetto e il nipote, ormai maturo e padre a sua volta, si ritrova davanti alla stessa identica sorgente di Starza. Stringendo la mano di suo figlio, che mostra la medesima insofferenza e impazienza che lui aveva manifestato tanti anni prima, l’uomo si scopre a replicare esattamente i gesti e le parole di suo nonno. Accarezzando la corteccia rugosa del gelso, capisce finalmente quanto fossero preziosi quei pomeriggi d’infanzia e comprende persino il dolce inganno del nonno, che aveva forzato la storia dello scippo dei banchieri solo per farlo innamorare di quel luogo e costringerlo a fermarsi. Il nipote ha completato la sua metamorfosi: non è più il ragazzo distratto dallo schermo, ma è diventato il nuovo custode della memoria, pronto a traghettare il racconto del passato verso il futuro di suo figlio. L’Editore
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