Napoletani di Broadway

20,00


Copertina posteriore

Il contributo della provincia

Anche da Avellino, oggi ad un tiro di schioppo da Napoli, giunsero a Napoli personalità di profilo altissimo che infoltirono le fila di intellettuali e di artisti la schiera di coloro che fecero grande la metropoli partenopea nel periodo che va dallo scorcio dell’ottocento agli anni Quaranta. Enumerarli tutti sarebbe un problema ma indicarne qualcuno ad ulteriore conferma dell’immenso patrimonio intellettuale che proveniva dalla provincia può apparire quanto mai opportuno.
Ci furono “presenze” irpine nella Napoli di quel tempo che si fecero notare pur nella convulsa varietà di personaggi che animavano la vita culturale napoletana.
Una presenza quanto mai significativa di quella di Vincenzo Volpe, pittore straordinario ed efficacissimo maestro di pittura in quel tempio delle arti figurative che fu l’Accademia di Belle Arti di Napoli, della quale fu illuminato direttore.
Vissuto a cavallo tra il secolo XIX e il secolo XX , Volpe, figlio di Grottaminarda, è stato protagonista di una delle stagioni più feconde e affascinanti della storia della pittura a Napoli.
Dall’inizio del novecento in poi il suo ruolo in Accademia fu straordinariamente significativo e assolutamente “centrale” nella vita delle arti figurative napoletane.
Diecine di grandi nomi arricchivano la pittura napoletana dell’epoca che, come per altre aree geografiche d’Italia e d’Europa, viveva un momento singolarissimo caratterizzato dalla coesistenza di due tendenze assolutamente alternative. La vita artistica napoletana era vivacizzata da una corrente tradizionalista innestata sulla forte tradizione ottocentesca, che segnerà le arti figurative fino alle soglie degli anni quaranta, e una tendenza più coraggiosa che intendeva percorrere la via della ricerca di nuovi linguaggi. In questo le arti si assomigliano, segnatamente in questa epoca particolare che vede una situazione analoga nell’ambito della produzione musicale e letteraria.
Il filone tradizionale, fortissimo tra i pittori dell’epoca, affollato dai seguaci ed allievi di Morelli e Palizzi ebbe i suoi punti di riferimento proprio in Volpe e Michele Cammarano.
Volpe si distinse per un vero e proprio “sentimento della vita”.
Predilesse una pittura schietta seppur di grande eleganza che prediligeva le scene del quotidiano, si direbbe addirittura di ambientazione “domestica”.
Temi rasserenanti arricchiti da una arguzia tutta irpina che riusciva a cogliere momenti assolutamente godibili realizzati attraverso una padronanza del segno e della filosofia del colore che fecero di Vincenzo Volpe un artista molto celebrato in vita.
Invitato ad esporre nelle più prestigiose Gallerie ed istituzioni europee non abbandonò il suo stile solare e le predilezioni tematiche che lo resero pittore di successo.
Si era formato nell’Accademia della quale, nel 1902, con la scomparsa di Domenico Morelli, doveva diventare indimenticato Direttore. Risentì fortemente dell’influsso di Morelli ma andò, gradualmente e con sempre maggiore decisione, incamminandosi in uno stile proprio che gli aprì le strade del successo.
Da giovane pittore volle operare in un vecchio convento di via Salvator Rosa, una camera con vista sulla straordinaria umanità partenopea, nel cuore antico della città.
Qui dette fondo a tutte le sue risorse e si dedicò ad un “soggetto” inusuale: le monache, che ritrasse in vari contesti e in situazioni diverse andando indietro con la fantasia, quando le stanze che occupava erano animate dalle attività delle claustrali dedite alla preghiera ma, al tempo stesso, anche protagoniste di un grande attivismo tra le mura del convento.
Nel 1876 espose alla Promotrice Salvator Rosa sfoggiando una tecnica smagliante ed esiti artistici di inconfondibile originalità.
Le monache furono tra i soggetti più riusciti.
Scrisse Scalinger, riferendosi alle sue suore e alle sue incursioni fantastiche nel passato della struttura che ospitava il suo studio: «Trovatosi in quell’ambiente, in cui ogni parete portava impresso un piccolo romanzo, ogni cassettone si trasformava nella fantasia del pittore in un ripostiglio di segreti, ogni immagine dipinta raccontava le ansie, i rimpianti, il fervore di tante anime oranti, Vincenzo Volpe sentì vibrare in lui il sentimento di un’altra vita e di un’altra poesia, dalle quali non disgiunse per altro la visione verista che lo studio, l’osservazione e l’immaginazione pittorica avevano assiduamente rinvigorita in lui.
Nacquero allora quelle deliziose monache che egli animò sulle tele d’un soffio vivido e delle quali seppe rendere i palpiti segreti, le docili movenze, i pallidi volti incorniciati dai soggoli bianchi, i dolci sguardi le miti attitudini di esistenze tranquille… – L’onomastico del confessore – è un brano delicato e frizzante della vita claustrale; come il – Tu es refugium – è tutto un dramma che tre giovani monache imploranti fanno fremere sulla tela con una verità di espressione commovente e passionale. Volpe è stato in quel periodo della sua vita, non solo il pittore, ma il poeta delle monache».
Naturalmente il pittore irpino abbandonò questo soggetto per il quale aveva mostrato predilezione e trattò da grande maestro la ritrattistica nella quale raggiunse risultati eccellenti con esiti straordinari di rassomiglianza ed efficacia.
Fu prescelto per eseguire il ritratto del principe Vittorio Emanuele di Savoia esposto nel Padiglione italiano della Esposizione di Parigi.
Percorse altri itinerari come quello che fu definito all’epoca della pittura mistica nella quale eccelse e della quale esistono testimonianze in decine di Chiese in tutto il territorio italiano e, segnatamente, in Campania.
Il legame di Volpe col santuario di Montevergine fu fortissimo. Quando l’Abate Corvaia, coltissima guida della comunità benedettina, pensò ad una “restaurazione estetica” del Santuario pensò senza troppe riflessioni a Vincenzo Volpe che ha lasciato tracce profonde senza sconvolgere l’asseto architettonico della struttura.
«Il Volpe», scrive sempre Scalinger, «vi si è dedicato con tutta la forza dell’ingegno e del cuore, e ha saputo insinuare nei dipinti una semplicità, una convinzione, uno slancio che han rivelato di lui l’ardore onde i maestri d’un tempo popolarono di opere insigni le recondite cappelle, i chiostri silenziosi, le navate piene di echi e di pace.
Degli Angeli che Volpe ha effigiato al lato della vecchia Madonna gloriosa di miracoli e che la leggenda attribuisce al pennello di San Luca, ha scritto con entusiasmo profondo chi che di quella originale concezione colse l’intenso significato mistico e la soave bellezza pittorica: i sintomi della pace in un Angelo, le tracce di una dolorosità ineffabile in un altro – due tele che bastano da sole all’orgoglio di un artista.
Della – Visione di san Guglielmo -, altro quadro che adorna il santuario alpestre, occorrerebbe una lunga illustrazione per trasfondere l’ammirazione di chi lo ha contemplato e inteso.
E’ l’apparizione di Gesù all’umile frate, tra le rocce del monte: di Gesù che indica dove il Santuario dovrà ergersi, sulle rovine di un antico tempio pagano; e Guglielmo, genuflesso raccoglie la celeste parola, mentre una trionfale luce lo avvolge e le dolci violette sbocciano pe’ declivi sacri invadendo di profumi l’aria, divenuta lo specchio della visione radiosa.
L’eterea figura del Redentore, la trepida espansione del Frate, la simbolica primavera che fiorisce ai loro piedi, la gioia della promessa, la fulgida ampiezza del paesaggio, danno a questa tela un carattere di tenerezza e di invocazione profonda, fidente, consolatrice, la quale, oltre a farci rivivere il miracolo della leggenda, ci accomuna nel vaticinio dei lunghi e commossi pellegrinaggi che l’hanno esaltata».
L’impegno nella pittura mistica non distraeva, tuttavia, Volpe dalle presenze nazionali e internazionali.
Espose a Parigi nel 1878, a Pietroburgo nel 1886, a Londra nel 1888, a Parigi e Berlino nel 1889 -90, a Madrid nel 1929.
Nel Museo di Capodimonte sono conservate opere particolarmente significative, tra le quali, molte dei periodo delle monache, in particolare Tu es Refugium, Monache nello studio del pittore, Partita d’onore, Giovedì Santo e Libro proibito.
I mie modelli e Vigilia di festa sono conservarti nella Galleria d’Arte Moderna di Milano. Nella Galleria d’Arte Moderna di Roma si conserva La mia fantesca e Testa muliebre. Altre importanti opere si trovano al Campidoglio e al Ministero dell’Agricoltura.
Avellino e Napoli furono unite dal linguaggio dell’arte ma anche nel campo delle lettere. Si potrebbe ricorrere all’esempio di due fratelli, nati ad Avellino da una famiglia di origine montefredanese, che illustrarono la vita culturale napoletana con grande vivacità, i fratelli Oreste e Arturo Giordano, giornalisti, scrittori intellettuali di profilo altissimo.
Nacque ad Avellino il 29 marzo del 1875, dal dottor Alfonso Giordano, più volte sindaco di Montefredane, direttore del Dispensario Antisifilopatico di Avellino e dalla nobildonna Marianna de Bottis, ma visse in prevalenza a Napoli, dove fu tra i più attivi scrittori e polemisti, se non tra i protagonisti della cultura napoletana degli anni che seguirono alla Grande Guerra.
In tale contesto si pose, per la verità, in una posizione “scomoda” anche per la fortissima amicizia con Ferdinando Russo, segnatamente negli anni in cui collaborò alla rivista Vela Latina, fondata e diretta dallo stesso Russo. Il periodico “visse” tra il 1913 e il 1918. Annoverò tra i collaboratori vecchie glorie del giornalismo napoletano, ma anche alcuni pericolosi scalmanati del giornalismo, come Annunzio Cervi. Ed è, a tal proposito, utile riportare qualche passaggio dell’articolo di Cervi sul primo numero della rivista: «Noi, opponendoci al socialismo, che ormai riunisce i partiti popolari, e al nazionalismo che in ibrida mescolanza fonde radicali e liberali con tendenze più o meno democratiche, vogliamo un partito imperialista, che sia aristocraticamente reazionario e cattolico».
Prosa elegante e ricercata ma che sottende posizioni ed idee a dir poco deliranti. Una costante di Vela Latina fu la polemica, senza esclusione di colpi, con Salvatore di Giacomo e Benedetto Croce.
In un articolo del 1914, che Antonio Palermo definisce “fluviale”, Oreste Giordano, a proposito delle Novelle digiacomiane, così si esprime:
«Nel libro di Di Giacomo non manca solo la grammatica, fosse solo la grammatica, manca tutto!».
Si può agevolmente comprendere quale fosse la posizione di giordano in una stagione fra le più fervide e feconde della storia letteraria di Napoli.
Doveroso riconoscergli almeno la “nobiltà”, comune al destino di tanti spiriti liberi e generosi, avvezzi ad esprimersi in piena libertà, lontani dal “coro”, dalle prebende e dai facili successi.
Ebbe mano felice nelle due opere biografiche (le sue cose migliori), dedicate a Ferdinando Russo (De Simone, Napoli), ed al pittore Eduardo Dalbono (I giorni e le opere, Edizioni Enotria, Milano).
Straordinariamente efficace, come si diceva, nel delineare la personalità artistica ed umana dei personaggi del suo tempo, Giordano lascia un “ritratto” di Ferdinando Russo dal quale traspare l’enorme affetto e la stima incondizionata che nutriva per l’autore dei Poemetti Napoletani, ritratto felicemente inquadrato nel controverso mondo della cultura napoletana dell’epoca.
Giordano era, di contro, ricambiato con pari affetto da Russo, al quale non sfuggirono i pregi del volume su Dalbono, a proposito del quale così si esprimeva:
«Il libro del Giordano è al di sopra di qualunque altro scritto d’arte, ora specialmente che tutti credono di essere biografi e psicologi di artisti! Il libro su Delbono è scritto col medesimo fuoco, con la stessa nobiltà d’intenti, col medesimo, prodigioso amore del bello e del grande, amore che il Giordano chiude in sé come in un’urna d’oro, e che è uno dei suoi tormenti maggiori e più squisiti di poeta, di critico, di artista».
Della biografia di Ferdinando Russo riportiamo una pagina che testimonia il grande affetto del Poeta, ormai vecchio e malato, per Oreste Giordano che affettuosamente chiamava Giurdaniello.
«Un mattino – scrive Giordano – indugiammo un poco a discorrere presso l’entrata del Museo. Un signore, una signora e una bellissima fanciulla erano fermi sulla scalinata, quella di fronte all’ingresso principale della Galleria Principe di Napoli. Erano stranieri, certamente inglesi. Mi accorsi che Russo guardava con frequenza la signorina, e diventava meno loquace. D’improvviso una sottile tristezza gli abbuiò la faccia, mi lasciò, di scatto.
Giurdanié stateve bbuono! – Ed entrò nel Museo. Compresi. La jeunesse n’a q’un temps.
Il “poeta” Oreste Giordano ci lascia, invece, piuttosto perplessi. L’equilibrio, la profondità di certe intuizioni, lo stile controllatissimo, eppure di elegante freschezza, delle sue pagine giornalistiche e biografiche, lasciano il posto ad una personalità profondamente diversa.
Sembrerebbe un’altra persona!
Rari i momenti di autentica poesia, frequente, e a tratti fastidiosa, l’insistenza su temi e immagini dalle tinte pesantemente licenziose.
Temi e immgini preziose e lontane dalla greve scia del puro compiacimento se trattate con mano felice di poeta autentico. Giordano, non immune da suggestioni dannunziane, ha evidentemente provato a far sua anche la cifra poetica baudleriana, poeta che conosceva profondamente per aver curato due magnifiche traduzioni. Ma evidentemente le sue Rose Nere non lambiscono neppure les fleurs del grande poeta parigino che subì nel 1857, all’apparire dell’opera, un processo per oltraggio alla morale ma che lucidamente Mario Luzi definisce la coscienza critica più acuta e profonda che l’occidente, dopo Leopardi, abbia avuto.
Nonostante tutto, quando Oreste Giordano riesce a superare questa sorta di voglia non controllabile di percorrere strade che non gli sono congeniali, segnatamente nei rari “ritorno” alle nostalgie di un passato che lo riporta a figure care della sua giovinezza, raggiunge momenti di grande autenticità caratterizzati da una felice freschezza espressiva. Quanto lontano dai versi in cui non si contano le voluttà fugaci, le voraci brame, la sublime ebbrezza del piacer, le verginali nudità bagnate (tanto per tralasciare quelle più forti) il nitore espressivo di brani come Natale nei quali non è arduo cogliere il frutto di una vena lirica autentica! Di un certo interesse, tra i brani della raccolta, In Memoriam che non rifugge da toni pesantemente declamatori e roboanti ma che pure sottende un tenero ricordo del padre del poeta e che contiene una fugace inquadratura di Montefredane, squarci di un viaggio in treno da Napoli verso il paese natio nei quali non è difficile individuare proprio l’ultimo tratto verso la stazione di Arcella.
Notevole anche la descrizione della casa avita. Tra ricorrenti, inutili notazioni pesantemente retoriche riesce a farsi strada un verso dedicato alla grande loggia in cui giocai deserta / di te l’odore degli oleandri bea…, versi che la dicono lunga sull’amore per Montefredane del poeta e della famiglia Giordano, perfettamente innestata nel tessuto civile napoletano ma fortemente ancorata alle nostalgiche suggetsioni delle radici.
Arturo Giordano, avvocato di successo del Foro napoletano, fu invece notissima figura di critico letterario, esponente di rilievo della cultura partenopea allo scorcio dell’Ottocento e fino agli anni Trenta del secolo scorso. Fu professore di greco moderno all’Istituo Universitario Orientale di Napoli. Fratello di Oreste, nacque nel 1867.
La Libreria Pierro in Piazza Dante, prestigiosissimo cenacolo di artisti, letterati, grandi nomi del giornalismo e della politica, lo vedeva protagonista brillante e stimato, seppur schivo e riservato.
Il fratello Oreste, nel suo libro Rimpianto del fratello perduto, scrive a tal proposito: – «Era d’animo mite e la mitezza gli derivava da un profondo senso di equità, ed egli era incline a giudicare con indulgenza. Come se incapace di sospettare il male, quando gli si rivelava ne era da prima quasi sorpreso, poi rammaricato, e ricercava per colui che l’aveva commesso, le circostanze soggettive e oggettive che potevano diminuire la colpa, pure sdegnato della sua assolutà probità di coscienza».
Fu appassionato ed efficace protagonista di una intelligente azione di promozione della cultura italiana in Grecia.
Giuseppe Pisano nel suo secondo lavoro di ricerca sulla storia di Montefredane ricorda come Arturo Giordano abbia fatto istituire una biblioteca circolante nella provincia di Avellino e abbia inserito Montefredane tra i centri serviti dall’importante circuito.
Arturo Giordano si distingue per una prosa che non induge ad inutili divagazioni, essenziale e pure elegante e sostenuta: la cifra espressiva propria del ricercatore lucido e rigoroso, ma anche del giornalista di razza.
In Prose disperse e in Note e appunti Giordano offre un saggio della sua fisionomia intellettuale: vi si rivela il critico illuminato, acuto, originale che domina da padrone assoluto delle scienze filosofiche, segnatamente l’Estetica che proprio nella Napoli crociana doveva vivere un momento fondamentale nel lungo itinerario che ha visto avvicendarsi le posizioni dei pensatori che hanno trattato il problema dell’arte e del bello.
Coltivò la poesia affiancandosi, ci piace immaginare in rapporti di amicizia, al comprovinciale Carmelo Errico, avvocato e poeta di Castelbaronia, felicemente trapiantato a Napoli insieme ad un manipoli di irpini che, dopo l’esaltante parentesi desanctisiana, tenevano alto il livello della testimonianza culturale degli intellettuali irpini.
E a proposito di figli di Pietrastornina che in tutte le epoche si sono fatti onore a Napoli non è ozioso soffermarsi rapidamente su Donato Massa, che nacque nel 1677.
Si trasferì nel cuore di Napoli nel 1684 e fu seguito dall’intera famiglia. Qui Donato col fratello Giuseppe realizzarono un autentico capolavoro rivestendo le colonne del Chiostro di S.Chiara di elegantissime riggiole.
Esse si distinguono nella fiorente produzione dell’epoca per la finezza delle linee e per l’intonazione “mediterranea” di un’opera che è divenuta uno dei siti più apprezzati dal turismo internazionale che predilige i segni del passato della grande civiltà partenopea.
I due fratelli sono passati alla storia e sono diventati un tassello importante nella vicenda civile della civilissima Pietrastornina.
A Donato Massa il suo paese, dopo avergli dedicato un concorso nazionale di maiolica e ceramica, gli ha intitolato il museo internazionale della ceramica. Di questo nobile paese dei Bascetta e dei Massa fu anche, in tempi recenti, un altro artista, segnalato nel mondo della grande musica, quale fu il maestro Francesco Urciuolo.
Egli dovrebbe essere annoverato, a pieno titolo, tra i grandi flautisti del Novecento italiano.
Un giudizio che può apparire eccessivamente radicale e perentorio, ma che trova fondamento e coronamento nel singolarissimo spirito di modestia, che rasentava a tratti il nascondimento, di un gentiluomo che onorò la musica quale primo flauto dell’orchestra della Scala.
Proprio l’esito di questo concorso, che fece storia e la considerazione che la severissima giuria scaligera era tale da non fare sconti, rende il giudizio di cui sopra assolutamente credibile.
Si classificò primo assoluto mentre coloro che sarebbero diventati i mostri sacri della interpretazione flautistica in Italia si classificarono abissalmente “sotto” il maestro irpino. La nostalgia per Napoli, per altro a un tiro di schioppo da Pietrastornina, e l’insofferenza per le nebbie e le gelide atmosfere umane lombarde lo convinsero ad accettare i ripetuti inviti del Teatro San Carlo, i cui sovrintendenti gli offrivano per convincerlo (ma non era una questione di danaro) degli incentivi particolarmente accattivanti. Urciuolo si arrese alla nostalgia, tornò a Napoli, fu professore all’Istituto Musicale Pareggiato di Foggia. Ma, contrariamente ad Alfredo e Amerigo, era spessissimo a Pietrastornina.
Negli anni Settanta, con la fondazione del Conservatorio Cimarosa di Avellino, il coltissimo e prestigiosissimo didatta del pianoforte Vincenzo Vitale, splendidamente coadiuvato dall’intelligenza realizzatrice di Ettore Maggio, tra le condizioni che chiese al Ministero al fine di accettare il delicato incarico, vi fu quella del trasferimento del maestro Francesco Urciolo da Foggia alla nascente istituzione irpina.
Quando il grande flautista giunse ad Avellino, Vitale esclamò: – «Ecco un prestigioso fiore all’occhiello per il nostro Conservatorio».

Description

Napoli e Broadway

Alla fine dell’Ottocento risale la nascita del musical, ormai una vera e propria forma musicale – teatrale che mette insieme musica, recitazione, canzoni (destinate il più delle volte ad avere vita propria), azioni coreografiche, brani strumentali e corali, tutti i linguaggi che concorrono a raccontare una vicenda che affonda le sue radici nella società americana o che sia il frutto di una trasposizione ( in libertà, molto in libertà) di soggetti classici.
Tra i primi grandi successi Show Boat di J. Kern del 1927 e My Fair Lady del 1956, “liberamente” tratto da Pygmalion di G.B.Shaw.
In tempi più recenti si ricorda quell’autentico capolavoro di Leonard Bernstein, grandissimo direttore, straordinario pianista e compositore di fresca ed originale cifra, quel West Syde Story che è uno scrigno di momenti che hanno vissuto di luce propria come la splendida Maria, interpretata dai mostri sacri della canzone e Tonight.
Dagli anni venti in poi stelle di prima grandezza, come I. Berlin, C. Porter, R. Rodgers e lo stesso Gershwin portarono nel musical il valore aggiunto di raffinatissimi arrangiamenti Jazz. La strada di Broadway, lunga e obliqua, che tagliava in due l’isola di Manhattan, ospitava i luoghi deputati del teatro e della musica, teatri che sfornavano spettacolo su spettacolo e che davano lavoro a migliaia di musicisti, cantanti, addetti tecnici e che facevano fiorire un impresariato capace di innovazioni di originali in grado di tenere desto l’interesse del pubblico.
Ma su questo tipo di emigrazione della canzone giovani studiosi di talento hanno prodotto studi di impeccabile esaustività.
Era fiorente anche l’industria discografica, che aveva raggiunto livelli tecnici in grado di produrre rapidamente e in modo sempre più fedele.
Per la verità anche Napoli si distinse per una pronta risposta ai nuovi sistemi di riproduzioni.
Nacquero le prime Case discografiche che durarono a lungo, almeno fino all’agonia del vinile.
I nostri cantanti, avvezzi a lavorare nei locali e nei piccoli teatri della zona del porto o nel cuore della città si trovarono di fronte ad una realtà che era andata avanti più velocemente. Molti di loro venivano invitati, già negli anni trenta, ad esibirsi nel corso di trasmissioni radiofoniche nelle tante emittenti private già attive da tempo.
I meno fortunati, eredi della posteggia, un’attività per nulla marginale che univa la canzone ai momenti conviviali nei ristoranti napoletani, si esibivano nei locali di Little Italy e in tutte le zone in cui risiedevano gli italo – americani.
Una ricchezza di locali che offrivano musica napoletana negli anni trenta e quaranta si segnala nel New Jersey, Newark, Trenton e, soprattutto Paterson, città nella quale migliaia di irpini avevano trovato lavoro nelle fiorenti industrie tessili. Con i fratelli Amerigo ed Alfredo Bascetta, che si distinguevano per un discreto grado di scolarizzazione e per una predisposizione all’azione politica, giunsero in America a bordo di grandi e sempre più veloci bastimenti i grandi nomi della canzone napoletana, personaggi che non correvano rischi, avendo raggiunto gli States in forza di precisi accordi tra impresari.
Diversa la situazione di chi aveva corso il rischio di tentare…
Migranti della musica, questi ultimi temerari, più che artisti in tournée. Giunsero a New York, tra i tanti altri grandi nomi (diversa e lontana da questo tipo di “presenze” il caso di Enrico Caruso, una vera e propria star internazionale), il tenore Vittorio Parisi che aveva consacrato ad un successo che ancor oggi resiste e suscita più di un’emozione un piccolo capolavoro come Quanno tramonta ‘o sole.
Parisi, classe 1892, come spesso accade, deve ad una improvvisa sostituzione la sua fortuna nel mondo della canzone (era già felicemente attivo nella lirica!).
Sostituì in una edizione di Piedigrotta il grande Papaccio nel “battesimo” di Silenzio Cantatore. Da allora non si fermò più, portò al successo Dicintincello vuie (1930), Na sera ‘e maggio (1934), Passione (1938).
Giunse a New York nel 1938 con la regina degli emigranti , Gilda Mignonette.
Con Pasquariello, e Papaccio era una delle tre “P“ della canzone napoletana, come scrisse un giornalista dell’epoca.
Come Parisi tanti altri varcarono l’oceano in cerca di un successo più remunerativo al confronto degli standards italiani.
Molti ebbero fortuna, calcarono le scene dei grandi teatri, divennero Napoletani di Broadway.
Altri si riciclarono, fecero altri mestieri ed assicurarono ai figli un avvenire migliore.
Uno spaccato, per nulla minore di quella emigrazione di cui tanto, per fortuna ancora si scrive ma che non riesce, nel ricordo delle indicibili mortificazioni dei nostri nonni ad educarci a quel senso dell’accoglienza ancora lontano dalla nostra sensibilità di cristiani disinvolti e distaccati.
I nostri nonni irpini, emigranti forti del coraggio della disperazione, cantati da Peppino Pisano, tra le grandi voci poetiche del novecento italiano:

Mio nonno nelle stive
sognava luci di pianure,
nel viaggio verso l’America
perdonando ai topi…
Poi era tornato
infilando in un quadro di Maria
l’ultimo scudo da cinque,
lucido come una reliquia
baciata troppo…

Recensioni

Recensioni

Non ci sono ancora recensioni.

Recensisci per primo “Napoletani di Broadway”

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Editorial Review

La canzone in Italia, la canzone a Napoli

A rischio di apparire pedanti occorre tentare qualche approfondimento sulla canzone quale “prodotto letterario”, seppur chiaramente legato, nei fondamenti dei suoi assetti strofici, ai meccanismi ritmici della melodia musicale. Nella nostra tradizione letteraria si caratterizzò come forma destinata ad essere “trattata” dai grandi nomi della nostra storia letteraria.
Dalla danza e dalle sue multiformi espressioni dovette mutuare molte delle sue caratteristiche ritmiche.
C’è chi vede un’origine comune con la ballata.
Ma qui - sembrerà ardito ed eccessivo - occorre proprio riferirsi al sommo poeta e al De Vulgari Eloquentia, opera nella quale Dante illustra le “leggi” stesse della canzone.
Lo fa ripercorrendo il cammino delle esperienze poetiche dei poeti siciliani e provenzali per giungere agli stilnovisti.
Teneva in gran conto, il sommo poeta la canzone, che metteva al vertice di ogni altra forma poetica.
La sua definizione resta, intanto, nella mirabile esaustività della sua sintesi, un prezioso contributo di chiarezza: Un’opera compiuta di chi compone tra loro parole in armonia tra loro nella prospettiva di un destinazione musicale. Così, Dante, seppur molto liberamente tradotto.
Eccellerà in tale forma Petrarca e sarà presente nei secoli successivi, sfiderà i secoli, diventerà infine, incontrato il linguaggio della musica, una forma musicale che domina incontrastata nel panorama di quanto la musica ha saputo offrire, forte delle sue caratteristiche evocative, continuando spedita a campeggiare tra tutte le forme di gratificazione musicale. E ciò fin dal momento in cui la parola incontra la musica dando vita al felicissimo sodalizio che sfiderà il tempo assecondando il gusto musicale e rimanendo un punto obbligato negli stessi risvolti commerciali di quella che si definisce anche musica di consumo.
Quest’ultimo termine non tragga in inganno: non conduce necessariamente verso i lidi di un tipo di musica piegata alle leggi del mercato.
La storia della canzone di questi ultimi cento anni è costellata di piccoli, autentici capolavori e di figure di alto spessore poetico e musicale.
Ma fino a giungere ai livelli odierni che consentono di parlare di una vera e propria “industria della canzone”, questa forma musicale, regina di quella che definiamo, ormai senza alcuna tinta dispregiativa, “musica leggera”, ha vissuto le vicende della storia civile, della poesia e della musica evolvendosi e potendo vantare una straordinaria vitalità mai affievolita nel corso del tempo.
Nel Cinquecento l’epoca del mottetto ma anche dello strambotto e della villanella, la canzone, la vecchia cantio provenzale, prendendo le mosse dal successo del “madrigale”, forma prediletta dai mostri sacri della polifonia e, in particolare, da Gesualdo da Venosa (figura per tanti versi irpina), occuperà i “territori” meno “colti” del burlesco e si configurerà sempre più come genere d’elezioni degli strati popolari della società dell’epoca.
Nel Seicento assumerà connotazioni strumentali per poi consolidarsi come breve componimento costituito da un testo in musica, una manciata di strofe che “raccontano”... tra il serio e il faceto.