25. MONTEFUSCO NEL 1753

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La Provincia di PRINCIPATO ULTRA BENEVENTO IN MONTEFUSCO sotto i Viceré-Capitani

In passato, quando Torrioni era nel distretto diocesano del vescovo della Montagna, la nostra provincia regionale si chiamava Valle Beneventana. De Lellis ricorda di Guevara di Guevara Signor d’Arpaia che era stato Governatore della Valle Beneventana prima che nascesse la nuova provincia del Principato con confini e capoluogo più volte modificate.2
Con l’ultimo riassetto provinciale la Valle Beneventana e la Montagna ricaddero in diocesi di Benevento, cioè sotto un vicario dell’Arcivescovo e i paesi si ritrovarono con alcuni casali elevati ad Università comunali ed altri ancora in regime feudale coi vassalli schiavi dei loro baroni. Capitò quindi, come nel caso di Torrioni, che una parte dei Casali raggiungessero l’agognata meta della libertà, con l’istituzione amministrativa propria, e un’altra parte dei Casali restasse invece sotto la potestà feudale. Questo a prescindere che si costruissero oratori del Rosario e chiese di San Michele un po’ ovunque, nonchè si ricostruissero chiese badiali come da convezione Vescovo-Viceré del 1599.
In un volumetto dato alle stampe dal Capaccio nel 1635 si elencano le parti del Regno con Napoli come Metropoli che rende felicissime le sue provincie che sono in numero di 12: Terra di Lavoro, Contado di Molisi, Apruzzo Citra o Sannio, Apruzzo Ultra, Principato citra che sono i Picentini, Principato ultra che sono gli Irpini, Capitanata o Daunia, Terra di Bari o Peucetia, Terra d’Otranto o Iapigia, Basilicata o Lucania, Calabria citra o Brutij, Calabria ultra o Magna Grecia. A suo dire le province sono contigue quasi tante membra rendono unito così bel corpo del Regno e ognuna dipende da un proprio Viceré, un’ex Capitano fatto Governatore, che non può essere paragonato agli ex Viceré di Napoli, paragonabili ad un Duca perché sono secondarij padroni per dipendenza avendo qualche preeminenza nell’esser Maestri di Soldati. I Duchi-Viceré centrali, quelli seduti al posto del Re a Napoli, differivano da questi Viceré provinciali nel titolo ma anche nella milizia: come il fantaccino sta ad un Capitano, se considerate un Viceré come Capitan Generale di Sua Maestà, come nel caso del Duca d’Alva che possedette la cavalleria e più di ventiduemilia pedoni, un terzo di tutta milizia del Regno.

Pubblicato in Napoli nel 1614, e poi ripubblicato nel 1620, nel 1629 e nel 1671, con il quadro definitivo delle 12 province del Regno e l’aggiornamento sul censimento delle famiglie, c’è un volumetto che fa luce sull’ubicazione provinciale dei paesi. All’epoca a Napoli c’era il Re, ma esistevano anche 7 Vicarie con 7 Udienze rispettivamente rette da Viceré Vicari ed uditori in Principato Ultra (Montefusco), Calabria Ultra e Citra (Cosenza e Catanzaro), Terra d’Otranto (Lecce) e Terre di Bari (Trani), Abruzzi (Chieti) e Capitanata (Lucera), il cui Viceré governava anche il Contado di Molise.
Nella provincia di Principato Ultra vi sono “undici Città, delle quali Benevento, e Consa sono Arcivescovadi, e li vescovadi sono Ariano, Avellino, Bisaccio, Sant’Angelo de’ Lombardi, Cedogna, Montemarano [nell’edizione del 1614 e del 1620 c’è anche Monteverde], Nusco, Voltorara, Vico della Baronia dai moderni detto Trivico, S.Agata delli Goti. Vi sono 140 [erano 160 nel 1614] tra Terre, e Castella che sono in tutto 171”.
L’opuscolo segnala che “nel territorio di Prata di questa provincia sono le miniere dell’oro, e dell’argento. In questa provincia risiede la Regia Audientia nella Terra di Montefuscolo con il Viceré; con provisione di ducati seicento l’anno, con alcuni emolumenti; e Sua Eccellenza li ha due auditori, con provisione di ducati trecento e quaranta per ciascuno, con l’avvocato fiscale Trombetta, e quindici alabardieri tutti provisionati con trentasei ducati per uno l’anno”.
Ricapitolando, Montefusco, non è una metropoli, perché le sedi metropolitane arcivescovili sono quelle di Benevento e Conza; ma non è neppure una città, perché non ha un vescovo, essendo la stessa Benevento anche sede del vescovo vicario della diocesi in cui ricade Montefusco. Nè c’entrano più le città di Avellino ed Ariano.
Però, pur essendo Benevento la sede ecclesiastica provinciale, la giustizia è invece amministrata dai delegati del Regno in cui ricade il territorio. Quindi Montefusco è sede dell’Udienza del tribunale provinciale e relativo carcere che è così composto:
– 1 viceré
– 2 giudici
– 1 avvocato del fisco per sequestrare i beni
– 15 soldati alabardieri.
Per tornare alla prima edizione del volumetto c’è da aggiungere che non manca di citazioni e, nel ricordare l’amicizia di Re Carlo d’Angiò con Simone Mascambruni di Benevento, ne attesta la discendenza in loco fino all’ultimo erede, Gasparro Mascambruni, diventato rivoltoso. Questi, “fu sì ardito, e bellicoso, che posta insieme una gran massa di gente forastiera, datali da alcuni Signori dei luoghi convicini suori parenti, tentò d’impadronirsi di Benevento; come si legge in un indulto di sua santità fatto a Gasparro Mascambruni, governando la Città il Conte Buschetto”.
Il testo passa poi a descrivere il territorio del Principato Ultra nel 1614 e, lasciata Toccanisi alle spalle con le sue 59 famiglie (che salgono a 61 nel 1629), non lascia trasparire più alcuna confusione con i feudi del paese di Torrioni che viene frazionato in tre parti, con tre casali diversi:

Description

I notai del Ducato di Ariano: l’ultimo atto aragonese del 20 giugno 1501 prima della nascita del PRINCIPATO ULTRA A MONTEFUSCO

Con la morte del barone Carillo di Cerviglione, Apice restò nuovamente allo sbando, col Regno diviso a metà (due parti di più province ciasciuno) fra Francesi e Re Ferdinando Il Cattolico di Spagna, dal trattato segreto di Granata che concedeva l’esilio a Federico ed Isabella con giovane Duca Ferrante III in quel di Valenza.36
Apice ricadde in Provincia Principato Ultra et Capitanata, ricadente in una delle due parti che toccarono agli Spagnoli. Nei primi atti notarili conosciuti, quelli che compaiono ad inizio del 1500 e la vedono unita ad Ariano, appare emarginata rispetto al progredire del tempo. I rogiti riferiscono spesso vicende di altri paesi della Baronia e del Calore, specie a firma del notaio Angelo Tartaro di Ariano.37
Il passaggio dei rogiti notarili dal notaio Francesco al figlio Angelo Tartaro di Ariano, era avvenuto definitivamente nel mese di agosto 1500, quando in un frammento rinvenuto fra le pagine si parla del morbo che ha colpito il vecchio notaio e comincia a rogare Angelo fu Francesco (1497-1500), sebbene avesse iniziato sotto Federico de Aragonia dei grazia rege anno secundo.38
Stando ai rogiti arianesi il passaggio dagli Aragonesi agli Spagnoli avvenne in forma lieve. Nel 1499 erano infatti regnanti ancora Federico dei grazia rege Cicilie Hierusalem et Hungaria hanno vero cecilia regni anno quarto feliciter.amen.39
Il notaio Tartaro si diverte ad ‘imbrattare’ i fogli bianchi con invocazioni dal sapore biblico in vista del Natale, come l’Abusio Seculi pauperum efficit sepurbum, dai richiami austeri ad essere più buoni verso i deboli.
Così: – Quia propter hortamus ut in hiis diebus abundantius elemosinas facient ad ecclesiam frequentius convenàtis confexionem peccato rum vestrorum purissime recepiatis, et non salum ab omni immundicia sede etiam ab uxori bus peccatis indignationem et blasfemiam seuperbiam atque… cum omni carnali delictione… a vobis repelatis et cum dies dominii nostri nativitatis advenerit salubriter ipsum celibrare passitis.
Nam et corrumpi non… est quod palpatur et corrumpi non passit quod non palpatur.
Nella sostanza lo scritto esorta “affinché in questi giorni facciate più elemosine, veniate in chiesa più frequentemente, e confessiate completamente i vostri peccati, che vi asteniate con massimo impegno non solo da ogni impudicizia ma anche dai rapporti con le mogli; allontanate da voi l’odio al fratello e la rabbia e la blasfema superbia ed ogni piacere carnale, affinché, quando verrà il giorno natale del Signore Nostro, possiate celebrarlo degnamente.40
Siamo al 6 luglio del 1500 e l’intestazione illegibile pare ancora affermare la presenza di un Regnante Federico anno 5° se è riferito a Federico d’Aragona.
L’ultimo documento arianese, al f.178, riferito a Re Federico sarebbe del 20 giugno 1501, perché il sovrano appare diverso il 2 luglio 1501, quando si dice che già sono 7 anni di detto colendissimo re nel Regno in quella giornata che è la secunda mensis juli.41
Re che il 4 agosto 1501, alla 4 indizione vescovile si dice essere entrato in Napoli, quando si cita il diverso sovrano col titolo di felicissimo eccellentissimi regisi ingressus fuit Neapoli, ricevendo il giuramento di fedeltà dei baroni di Terre e Castra.
Oppure anche 6 anni, stando ad un documento del 22 luglio 1501.
Così: – Die quarto mensis augusti, quarta indictionis.
Felicissimus exercitu christianissimi Regis Ingressus fuit Neapoli et omnes civitates et Terra et castra ad fidelitatem redduut et Sex annis dicti Cristianissimi Regis incipit die vicesimo secundo presentis mensi Julii presente anno.42
Nel die 2 agosto 1501, siamo al f.179, l’intestazione è riferita ad un sovrano al 4° anno di Regno, il 1° a Napoli.
In questo caso è sicuramente Re Ludovico di Francia, perché è relativa al Regnante Xmo rege smi Lodovisio dey grazia francob roy ex Neapolitano rege et mediolanensi Dux regi ut vero Francia anno quarto huius vero anno primo feliciter, amen.43
Idem al f.182 del 1501, anno die m.q. primo, dove si riptere il 4° anno di regi xmo rege m./ Lodovisi dej grazia Franchorum estensj ut mediolanensi Francia vero egno anno quarto.44
Che al f.184, cioè il 5 ottobre 1501, è sempre il 1° vero anno, quando si scrive regnante inthos regno Onha xmo rege Loysio rege franciosi et Camp-Rege essegriia Hispania regnos a vero ejus anno primo feliciter, amen.45

Dettagli

EAN

9788872970829

ISBN

8872970822

Pagine

96

Autore

Bascetta

Editore

ABE Napoli

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Editorial Review

COSI' NACQUE IL CATASTO ONCIARIO DEGLI ABITANTI DI SAN GIORGIO

 

La confezione dal general catasto ed apprezzo, appellandosi al professionale che
consulti li requisiti necessari per la legge e regole prescritteci a darsi principio
dovendosi per questa Università esigere precedente pubblico parlamento sei
persone non esenti dalla regia giurisdizione, due di ceto civile altri due del mediocre
e due dell’inferiore che siano tutti e sei timorose di Dio, non inquisite ed ogni
eccezioni maggiori ad intese degli affari esito dell’Università suddetta come anche
dei suoi cittadini ed abitanti dei beni dei medesimi e dei forestieri che nel tenimento
di questa Università posseggono a ciò che come deputati possono discutere le
rileve che saranno esibite dai cittadini come dai forasteri che saranno esaminate
minutamente, devonsi eleggere quattro estimatori anche non esenti dalla Regia
giurisdizione due dei quali siano cittadini di questa terra e due forestieri delle terre
più “convicine” e di riconosciuta probità per apprezzo dei beni timorati di Dio ed
intesi delle rendite dei territori e delle altre cose di campagna informati e pratici al
più che sia possibile delle contrade del loro distretto e dei veri attuali possessori de
territori e che abbiano condizioni che si rifugga ogni controversia acciocché
l’apprezzo generale si regoli con giustizia uguaglianza e senza la menoma
parzialità per chiunque siasi, Inoltre acciò che detto apprezzo come base
fondamentale venga perfezionato si deve assegnare a’ detti Apprezzatori eliggendi
uno scribente anche prattici de’ nomi de’ presenti possessori de’ stabili, per annotare
e descrivere l’apprezzo e doversi anche questo eliggere in publico Parlamento à
sodisfazione di tutti i cittadini perciò dovendosi di Domenica che saranno il
ventidue del mese di Ottobre tenere Pubblico Parlamento nel luogo solito e consueto
per fare detta elezione Ordiniamo e comandiamo in nome della Maestà Vostra à
tutti, e qualsivogliano persone di qualunque grado, e condizione siano che il giorno
ventidue del mese di Ottobre alle ore venti secondo il solito da farsi simili Parlamenti
dell’Università, debbano intervenire nel publico Parlamento, e dire il di loro parere
nella detta elezzione dell’accennati sei persone per Deputati, delli detti quattro
estimatori, e dello scribente, affinché sortisca con sodisfatione, e piacimento comune,
e senza doglianza alcuna, considerando ogni uno che dalla buona elezzione,
dipende il buon regolamento de’ loro interessi.
E perciò devono ben riflettere alla qualità delle persone suddette eliggende. E
acciò che venghi à notizia di tutti, e non si possa alcuno allegare causa d’ignoranza,
abbiamo fatto il presente banno, dà publicarsi, e affiggersi copia di esso ne’ luoghi
soliti, e consueti di questa detta terra il presente ritorni à Noi colla debita relata
3. La compilazione del Catasto effettuata in diversi tempi
La redazione dell’Onciario passava per tre fasi fondamentali, Rivela,
l’Apprezzo, la Formazione della tassa e la Collettiva Generale. Pertanto, il Catasto
Onciario si compone di quattro parti ciascuna delle quali rappresenta una fonte di
informazioni storiche notevoli.
La Rivela come indica il nome raccoglie le dichiarazioni che tutti i cittadini
erano tenuti a fare, anche nullatenenti, laici, secolari, o responsabili di luoghi di
culto. Tale dichiarazione successivamente veniva poi verificata e valutata attraverso
l’Apprezzo condotto dagli apprezzatori. Per condurre la redazione dell’Apprezzo
veniva costituita una commissione costituita da componenti eletti direttamente