MODA, MISERIA E TASSE NEL SETTECENTO NAPOLETANO 1734 – 1759

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Il potere locale nelle mani degli esattori

Le cose non andavano meglio nelle province del Regno più lontane dalla Capitale, sebbene il Re venisse informato dello stato del popolo di provincia.
All’inizio del 1735 Carlo, diretto a Palermo, imboccò la strada regia delle Puglie e, attraversate Avellino e Ariano, fu a Bovino. Oltrepassate le Puglie, dopo Gravina, fece sosta a Matera, capoluogo della Basilicata, portandosi in Calabria. Durante il viaggio gli ufficiali sminuivano le condizioni di disagio dei sudditi, ma il quadro della Basilicata, creduta fra le province più ricche del Regno, risultò alquanto desolante. Rientrato a Napoli il Re ordinò un’inchiesta, senza seguito, perchè il ministro Tanucci la affidò all’avvocato Rodrigo Maria Gaudioso della medesima Regia Udienza di Matera.11

Description

LA VESTE MATRIMONIALE E LA DOTE DELLE DONNE

Contadini e maestri d’arte del Regno non potevano appartenere a nessun ceto sociale proprio perchè tali. Nonostante sono stati classificati nel ceto del popolo in quanto alcuni di essi riusciranno comunque a farsi strada nella scalata dei ceti. Ma le condizioni di questi sudditi restarono da miserabili, ben lontani dai rinnovamenti e dalle autonomie degli altri paesi d’Europa.
In Inghilterra le case dei contadini erano di mattoni, avevano tetti e finestre coi vetri. In esse si ammiravano “la proprietà dei mobili, delle vestimenta, della biancheria; buoni cibi copiosi, la giovialità, l’allegria”. Ma non solo. Anche i più poveri era allegri.
Il popolo del Regno di Napoli, per la maggior parte costituito da bracciali, mostrava segni di povertà in tutte le province. “Un panno grossolano, quando non sia lacero, una camicia di canovaccio forma tutto il suo vestire. Un pezzo di pane di frumentone, una minestra di cavoli condita di puro sale, vino cattivo di cui fa uso indiscreto, ecco tutto il suo pranzo. Un tugurio meschino e sordido, esposto a tutti gli elementi, forma la sua abitazione”: il bracciante è considerato “il più vile” della nazione, una “bestia da soma, a cui si lascia quanto basta per sostenere il suo fardello”. Viene spogliato di ogni bene dai baroni, dal clero, “dai frati mendicanti, dai governatori, dai pubblicani, dai subalterni dei tribunali, dal causidico e dal medico.4
Nell’anno 1754 erano in vigore tante di quelle le Prammatiche che “alcune città si governavano per consuetudini”. Erano in vigore “l’antica Romana, la Longobarda, la Normanna, la Sveva, l’Angioina, l’Aragonese, l’Austriaca spagnuola, l’Austriaca tedesca, la Feudale, la Ecclesiastica, la quale governava le moltissime persone e gli sterminati possessi della Chiesa, la Greca nelle consuetudini di Napoli, Amalfi, Gaeta, ed altre città un tempo rette da uffiziali dell’impero di Oriente; così come le consuetudini di Bari e di altre terre traevano principio dalle concessioni longobarde. Le molte legislazioni s’impedivano, mancava guida o imperio alla ragione de’ cittadini, al giudizio dei magistrati.
Un giudice in ogni comunità, un tribunale in ogni provincia, tre nelle città, un consiglio detto collaterale presso il vicerè, altro consiglio chiamato d’Italia o supremo presso del re in Ispagna quando i re spagnuoli dominavano, o in Germania quando imperavano i Tedeschi, erano i magistrati del Regno”.5
Spesso tutto si risolvece con l’ultima parola spettante al Vicerè: “non essendo ben definito il potere de’ magistrati, la dubbietà delle competenze si risolveva dal comando regio: e le materie giudiziarie avviluppandosi alle amministrative, il diritto e ‘l potere, il magistrato e ‘l governo soventi volte si confondevano. Finalmente, per la ignoranza di quella età, i soggetti credendosi legittimi servi, e i reggitori stimandosi non ingiusti a soperchiare, ne derivava doppio eccesso di servitù e d’impero: con deformità più manifesta né processi e né giudizi. Crearono gli enunciati disordini curia disordinata e malvagia. Qualunque della plebe con toga in dosso dicevasi avvocato ed era ammesso a difendere i diritti e le persone de’ cittadini: e però che all’esercizio di quel mestiere pieno di guadagni non si richiedevano studii, esami, pratiche, lauree moltiplicava tuttodì la infesta gente de’ curiali.6
Stando a pochi, ma preziosi fogli, dei Capitoli Matrimoniali dei notai di Apice è stato possibile capire come fossero fatti gli abiti settecenteschi, quelli che oggi chiamiamo costumi tradizionali, che le donne da marito, cioè le vergini in capillis a volte chiamate zite, portavano in dote nel giorno del matrimonio.
Le vergini venivano collacate in matrimonio con lo sposo dalla famiglia con promessa di consegna della dote valutata in ducati. Per Olimpia Iacenna nel 1726, il padre e la madre consegnarono al marito Natale Matarazzo di Avellino una dote di 130 ducati, cioè docati venti di panni di lino, lana, ed oro lavorato, e poi docati centodieci sine fu assegnata una casa di tre stanze, con orto e largo avanti nel Casale della Valle di Mercogliano.7

capitolo i
Sabato Cuttrera

i caracciolo lasciano avellino per napoli
le citta’ si spopolano per la metropoli

— Chi erano, cosa facevano, come vestivano
— Saio imperiale scarlatto, dote delle donne
— Gonnella scarlatta di saio imperiale: testimone
— Suppiche al Re per alienazioni dotali e dote
— La Marchesina di Tufo col Marchese di Carife
— Il testamento di Giuseppe de Vito di Piedicasale
— Processioni e cortei funebri in Atripalda
— Balba e Altavilla al Marchese dei Salerno di Rosa
— Il prete Telesa dà Capitanìa del grano al fratello
— Le donne di Montefredane al Principe di Venosa
— Il mulino Palata e il commercio d’acquavite
— Le contese feudali di S.Paolina contro Torrioni e Tufo

Note
capitolo ii
Annamaria Barbato

i piatti di bergamo inviati dal doge
ricchi mercanti a consoli di venezia

— Tre ceti sociali: laici, ecclesiastici e plebei
— Il ceto religioso
— Il ceto del popolo
— Il costo di un matrimonio nelle doti delle donne
— Spunta l’anello alle nozze di S.Angelo a Scala
— Gonnella scarlatta di saia imperiale damascata
— Il Re organizza militari e magazzini per il grano
— Nuovo ordinamenti amministrativi e istruzione
— Il testamento di Centrella per il nipote prete
— Così muore un nobile nel suo Palazzo feudale
— Argenteria e bauli dei «nobili generosi»
— La dote e monache di S.Egiziaca di Napoli
— Macchine rudimentali: le gualchiere
— L’Illuminismo per ridimensionare la Chiesa
— Composizione di uno Stato feudale: la Terra
— Vassalli prigionieri dell’enfiteusi
— Patti, patentiglie e debiti del Signore di Capriglia
— Rituali per incamerare feudi alla Regia Corte

Note
capitolo iii
Arturo Bascetta

carlo iii tocca con mano i guai del regno
il nuovo re viene, viaggia e se ne va

— I Viaggi di Carlo III in Provincia
— I Catasti Onciari per meglio censire le tasse
— Figli di notai e giudici: la borghesia agraria
— Fra i borghesi seguono medici e avvocati
— «Borghesini» a Napoli per diventare illustri
— Il potere locale nelle mani degli esattori
— Carestie, epidemie e malcontenti dopo il 1763
— I diplomi feudali scritti a Madrid (1643)
— I feudatari diventano cittadini napoletani
— I miserabili braccianti nelle mani degli agenti
— L’erario dei feudi brindisini degli Imperiali
— L’abbandono del Regno: Re Carlo via da Napoli
— L’impotenza di Re Ferdinando: comanda Tanucci
— L’istruzione degli ignoranti

Note

capitolo iv
Sabato Cuttrera

gli esattori delle tasse furono i veri padroni
stato e chiesa sempre piu’ distanti

— Il tardo-Rinascimento nelle chiese di provincia
— L’Ave Grazia Plena padrona di Montevergine
— Il priorato del ‘Loreto monastero vecchio’
— La vita di paese opposta a quella delle città
— La nota della sposa e le alienazioni dotali del Re

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Editorial Review

L’abito tipico della Valle Beneventana: la gonnella imperiale di saia scarlatta

 

 

Risalire ai vestiti femminili per antonomasia che le donne della Valle Beneventana si tramandavano di madre in figlia attraverso la dote non è impresa facile. Possiamo però dire, alla luce delle ricerche effettuate presso gli Archivi di Stato di Napoli e di Avellino, di aver reperito, fra i volumi notarili conservati, sebbene spesso illeggibili, la raccolta di alcuni atti che si sono rivelati utili per il paragone fra i paesi della Montagna di Montefusco e del Partenio, prendendo a campione la centralità di Torrioni e di Pietrastornina, sedi di primari notai del Principato Ultra.1
Ricerca che potrebbe risultare non vana in un confronto fra i paesi di sopra e di sotto le due Montagne che dividono Avellino da Benevento e che frenano un’idea iniziale di similitudini storiche che non accompagnano le due valli. Stando a questi pochi, ma preziosi fogli, è stato quindi possibile capire come fossero fatti gli abiti, quelli che oggi chiameremmo costumi tradizionali, che le donne da marito, quelle definite vergini in capillis dopo i dodici anni, poi chiamate “zite” se i tempi si allungavano, portavano in dote nel giorno del matrimonio.
C’è da dire, aprendo una parentesi, che è stato possibile decifrare qualche pagina anche alla fine del 1400, ma è evidente che i vestiti sono di gran lunga precedenti, in quanto si ripetono ugualmente da donna in donna, da madre in figlia, sebbene solo gli ornamenti siano di diversa fattura in base al ceto sociale. Seguiamo, a titolo di esempio, qualche passo dei Capitoli Matrimoniali del notaio di Apice, paese di confine, dove la provincia di Principato Ultra e lo stesso Regno lasciavano il confine allo Stato della Chiesa di Benevento....