Matrimoni ad uso della Montagna di Montefusco: la dote della sposa. I notai Pasquale e Donato Leo di Torrioni

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Copertina posteriore

la famiglia di leo, poi leo, dei notai napoletani di torrioni

Notaio Donato Leo (1717-post 1752)

Probabilmente originari da una antica famiglia di notai di Ostuni, ivi presenti dopo il 1583 col capostipite notaio Donato Antonio Leo, il quale redige un atto del 1608 conservato all’Archivio di Brindisi, i Leo compaiono a Torrioni (Av), sempre con un Donato, ma alla fine del secolo.1
I Leo sono infatti presenti nella Provincia di Principato Ultra, e per la precisione nell’abitazione di Sotto La Chiesa in Torrioni, con il primo ceppo settecentesco del magnifico notare Donato Leo di 25 anni il quale abita in casa propria di più stanze a Piedicasale con orto contiguo e confina coi beni della Chiesa.
Donato vive con la madre Orsola Iomminelli (1698), vedova del padre, di cui non conosciamo il nome, dai quali nacque, nel 1717, e, divenuto notaio, si unì poi in matrimonio con Agata Cinnamo, generando il notaio Pasquale nel 1751.
Famiglia che ritorna nel Provvisorio. Non sembra vi sia però un legame diretto con i forestieri di ugual cognome che abitano a Chianca e Toccanisi, di estrazione sociale meno evidente. Infatti, nel Catasto Provvisorio, compaiono: Anna abitante in Chianca con un territorio da 1.05 e Giulio abitante in Toccanisi con un incolto da 0.10.
In verità scompare anche il nome dello stesso figlio del notaio, il notaio Pasquale (1751-1847) forse trasferitosi, ricomparendo il figlio solo dopo la sua morte, quando scrive fra i battezzati Maria Concetta.
Donato, nato nel 1717, studiò quindi e divenne notaio.
Nell’Archivio di Stato di Avellino abbiamo rinvenuto un documento scritto in Torrioni, sebbene riguardi la campana dell’antica chiesa di Santa Maria dell’originaria Venticano, allora luogo dell’Università Comunale di Pietra de Fusi, ex feudo verginiano commissariato dalla Santa Casa dell’Annunziata di Napoli (AGP), redatto da Donato Leo, esercitante la professione in Torrioni nell’anno 1758. Stiamo parlando del quarantunenne notaio, ancora prima che tramandasse la professione al figlio che all’epoca aveva solo 7 anni.2 Il Ricca lo ricordava ancora operante nel 1752, quando Domenico Giordano divenne Barone di Toccanisi e del casale di Torrioni ed ebbe l’autorizzazione di rinnovare la platea delle rendite di questi feudi con provvisione della Regia Camera della Sommaria del 18 aprile del 1750 che ne ravvisò l’ufficio del capoluogo Montefusco. “Questo Tribunale destinò all’uopo per esperti un notaio del luogo ed il Governatore di Toccanisi, i quali, formato l’inventario di tutti i beni sia feudali che burgensatici, nel 22 ottobre del 1752 ne fecero dal notaio Donato Leo di Castel Torrione stipulare l’istrumento, che fu altresì sottoscritto da esso Barone Domenico Giordano, dal Sindaco e da molti di Toccanisi”.3

Notaio Pasquale Leo (1751-1847)

Sappiamo che il notaio Donato Leo, sposata Agata Cinnamo, ebbe per figlio un altro notaio, Pasquale (1751), il quale, stando al Catasto Provvisorio, continuò ad abitare in Torrioni, dove possedeva una casetta palazziata di cinque stanze soprane e cinque sottani, oltre a tre terreni. Dalla prima moglie, Colomba Sciarrillo, ebbe Agata (1797-1848) e Domenico (1782-1854); e in seconde nozze sposò Maria Saveria Dente ed ebbe Rachele (1804-1856) e Lucia (1813-1847).

Domenico Leo (1782-1854)

Domenico sposò Maria Antonia Petrillo ed ebbe Giuseppe (1830-1860), Filppo Giacomo (1845-62) e Pasquale Filippo (1836).

Pasquale II Filippo (1836-x)

Pasqualefilippo II sposò Vincenza Donnarumma e generò Giuseppe nel 1864.

Gaetano Leo (1836-x)

Gaetano Leo, di cui non si conosce paternità, sposò Agata Ciampo ed ebbe Emiddio (1822-1849), Feliciana e Donato II.

Notaio Donato II Leo

Donato II, figlio di Gaetano, sposa Maddalena de Guglielmo, dalla quale avrà Maria Concetta (1856), e in seconde nozze (1862) Maria Carmela Donnarumma, dalla quale avrà Filippo Giacomo (1863), il quale dovrebbe essere morto subito, seguito da Giacomo Filippo (1864).4

Description

GLI ATTI NOTARILI DI PASQUALE E DONATO LEO DI TORRIONI

Come in una sequenza filmica si snodano i diversi atti notarili con le loro singolari figure, come nei patti nuziali, nei testamenti. Singolari documenti segnalano dunque modi di essere, costumi, usanze, tradizioni di specifici luoghi.
I panni colorati lavorati sono pregio, distinzione. Significativi a tal proposito sono in testamenti, come le ultime volontà dettate dall’uomo “seduto sulla sedia di paglia”. Dettagli questi non da trascurare. L’occhio notarile è anche attento così al contesto, al vissuto. I testamenti rivelano l’atteggiamento dell’essere umano di fronte alla morte, insieme ai culti del territorio.
Scorrendo gli atti notarili, di notevole importanza, si rivelano i patti iniziali per la cultura materiale e per l’immaginario che essa suscita.
Nel registrare i matrimoni si riportano tutte “le cose” consegnate come le “lenzola di seta di Bari”, i “salvietti di Fiandra”, la “veste di scottino a colore del Carminio”.
I capitoli matrimoniali così dei notai del Principato ci restituiscono una società i costumi, i modi di essere, le singolari tradizioni locali, insieme alla dote e al “notamento dei panni”. Certamente una funzione significativa, che segnala la differenza e il valore dell’oggetto, viene affidata alla varietà cromatica e alla sapiente lavorazione del manufatto. Nell’elenco delle “robbe” c’è un “vestito con struscio giallo nuovo, altro vestito sottanetto di damasco rosso di color amaranto nuovo, un busto di pioppo ricamato novigno”. Ancora in dote compaiono “camicie accannatora di tela e pizzilli, la gonnella di saia imperiale con maniche anche di saja, guarnite solamente le maniche, e il busto di trene d’argento”.
A tal proposito, significativo ed efficace è lo studio comparativo di Arturo Bascetta fra i costumi dei singoli paesi come il confrontare l’usanza della Montagna di Montefusco, di Torrioni e Tufo, così di Apice, nella Valle del Calore, con quella di Mercogliano e Altavilla, nella Valle di Avellino, e di altri centri del Principato e della Valle Beneventana. Inoltre, in un’altra documentazione di fine Settecento, possiamo leggere note di gioielli, di medaglie, di orecchini, di anelli, insieme a “una piuma di diamanti brillanti”, una scatola “e un astuchio d’oro”, una “bottoniera grande d’oro granita”.
Un libro da leggere, da conservare.

Fausto Baldassarre

Recensioni

1 review for Matrimoni ad uso della Montagna di Montefusco: la dote della sposa. I notai Pasquale e Donato Leo di Torrioni

  1. Valutato 5 su 5

    Arturo Bascetta

    TRE ANNI DI CORREDO, FERRO E RAME
    USI DELLA MONTAGNA DI MONTEFUSCO

    Torrioni ad uso della Montagna: panni ad ana tre

    Nel 1788 compare il magnifico Antonio Cirelli in un atto con Ciriaco della Terra di Pianca. Al foglio 128 spuntano Saverio Donnarumma e il Reverendo Don Pietro Cecere, attuale rettore di questa chiesa di questo castello. Saverio dice che il 23 agosto del 1783 comprò casa da Pellegrino Ferrara a Sagliocca per 38 ducati e mezzo, decidendo di pagare 30 ducati alla chiesa per un prestito che aveva della durata di otto anni al 10% di interesse, come da atto del notaio Cosimo Spinelli di Santa Paolina, presente il Magnifico Matteo Agostino giudice a contratti di Torrioni.
    A settembre del 1789 il Magnifico Don Luigi Popoli della Terra del Tufo da una parte e il magnifici Carmine, Domenico e Emmanuele (padre, figlio e zio) Centrella di Torrioni, dall’altra, stipulano un atto perché Emmanuele deve sposare la vergine in capillis Anna Popoli, sorella di Don Luigi.
    Viene quindi rogato un vero contratto di matrimonio, chiamato Capitoli e Convenzioni matrimoniali, stando alle osservazioni, giusta la loro seria convivenza, e tenore, e tra gl’altri patti giusta l’uso, e consuetudine della Montagna di Montefusco. L’atto comincia e le parti promettono. Si conviene quindi che Anna debba venire in buona, vera, cara e legittima moglie di esso magnifico Emmanuele, e con questo contrarre solenne, e legittimo matrimonio.
    Per l’occasione la promessa sposa avrà:
    – 300 ducati di moneta d’argento,
    – panni lana otto,
    – il letto col suo materazzo di rotola venticinque di lana,
    – due bauli per comodo dei suddetti panni,
    – un abito d’amonerro, che lo dona la Mgnifica Donna Amelia, madre di essa Magnifica Anna.
    Ovviamente la cifra è da pagarsi allo sposo, cioè 200 ducati prima del matrimonio e 100 ducati trascorsi due anni dallo sposalizio.
    Ma veniamo alla dote della fanciulla redatta a parte nello Stizzo dei Capitoli, o sìa notamento di panni, dote, ed altra robba, che nella medisima si dichiara.
    Da qui l’annotazione inserita nel protocollo, in nomine Domini, Dote docati 300 dei quali duecento nel giorno dello sposalizio, ed altri cento dopo terminati anni due, con obbligarsi uno, con obbligarsi suo fratello di darli detta somma.
    La nota:
    1. Posata intiera d’argento, cioè brocca, cocchiajo e cortello.
    2. Più un paio di rosette di rubbini d’oro.
    3. Un anello di smiraldo, con un ricordino tutti due d’oro.
    4. Un rosario d’oro con granate.
    5. Un paio di fibie d’argento.
    6. Rama diciotto, cioè brasciera e caldaia.
    7. Scanni di ferro un pajo, e con lettiera.
    8. Una veste di matarazzo ripiena di rotoli 25 di lana.
    9. Un pagliaccio.
    10. Lenzuole numero otto, cioè sei di canapa, ed altri due, cioè uno d’orletta guarnito con pizzillo, e l’altro di tela delli olmo.
    11. Quattro coscina di tela d’olanna, anche guarniti con pezzilli, e quattro di tela bianca senza pezzillo, servendo giornalmente per il letto.
    12. Due tornaletti, uno di tela d’olanna guarnito con pezzillo, e l’altro di tela bianca, anche guarnito con pezzillo.
    13. Coverta numero due, cioè una bottita e l’altra di portanocca torchina.
    14. Salvietti di tavola numero 8.
    15. Otto mesali, cioè quattro per la tavola, ed altri quattro, cioè due per la facia ed altre due di tela battista e l’altro di tela d’olanda guarniti con pizzilli i suddetti due.
    16. otto cmisce, tre di tela di lana, ed altri tre d’orletta, con altri due di tela bianca anche guarnite con pizzilli.
    17. Otto maccatoja, cioè quattro di tela d’olanda, due di tela battista, guarnita con pizzilli ed altre due di velo.
    18. Otto scotte, quattro di tela battista, e due di velo, ed altri due di tela d’olanda, e l’altro d’orletta, due d’armosino, un altro di caranca, ed altri due giornalmente.
    A questo punto della nota v’è un seguito con la scritta: Dono a mia figlia col consenso, e piacere di mio figlio Luigi un mio vestito d’amoverro. E segue la lista.
    – Un copertino d’armosino torchino.
    – Una gonnella di cammelotto moscata.
    – Un busto d’armoverro con una gonnella anche della stessa.
    – Un busto di cammelotto.
    – Un panno di rattino nuovo.
    – Quattro paia di calzette, e quattro paja di scarpe.
    – Due toccatini nuovi.
    – Due bauli centrellati di vacchetta.
    La nota è sottoscritta:
    Emanuelo Centrella accetto
    +Segno di croce di Carmine Centrella che accetta
    Domenico Centrella accetto.
    Il 13 febbraio 1794 Donato e Lorenzo Oliviero, fratelli di Torrioni, fin dalla morte dei loro genitori, e del loro fratello Francesco hanno, e posseggono comune, ed indivisi tutti i loro beni, cioé come quelli lasciati dai loro genitori, come quelli acquistati da esso fu Francesco, e dalla comunita, ed affinché ogni uno di essi ne riconosca la sua parte, se li dividono. Fra i beni compaiono anche territori poco conosciuti, come Fontana dei Santi, che confina coi beni di Carmine Morano, un comprensorio di case con cantina dalla parte di Pontente, con entrata dal portone, e un orto e terreno adiacente. Si dividono anche metà del territorio nominato Lo Bosco con casa soprana della Massaria, e Grotte dentro esso territorio, con largo avanti esse grotte per comodo di igare, caricare, e scaricare, caval cat.e. Il territorio a Fontana dei Santi confina con i beni di Carmine Morano, Saverio Micco, via Vicinale ed altri. In più si dividono l’intero Orto chiamato Orto, l’intero orto chiamato La Valle, l’intera surta chiamata Capo Juli, metà del territorio detto Novielli.25
    Il 19 febbraio 1794, Saverio Pasquale di Torrioni, e Ignazio padre e Francesco figlio decidono per un matrimonio. A sposarsi sarà Francesco, con la vergine Rosa Pasquale figlia di Saverio, secondo l’uso e costume di questa Montagna.
    Per cui Saverio promette di dare la somma di ducati 100 ed altri 4 ducati. I restanti quattro ducati sono in corredo:
    – in rama con ferro lavorato,
    – panni ad ana tre,
    – un saccone di braccia dieciotto,
    – mesali braccia sette,
    – due coscine piene di lana carlini venti per porzione della coverta
    – ed una cascia per uso, e comodo di esso corredo, il tutto da darcelo, e consegnarcelo nel seguente modo.
    E cioé: Docati venti in contanti,
    – una col corredo,
    – fra lo spazio di mesi due e li restanti docati ottanta,
    – una con i detti quattro di rama,
    – con ferro lavorato fra lo spazio di anni tre, comportarli a die sposalitii.
    Quindi vi sono degli oggetti che vanno consegnati subito, nel giorno del matrimonio che si terrà nella chiesa di Torrioni, ed altro oggetti nello spazio di tre anni. Era questo l’uso della Montagna.
    E promettendo detto pagamento, promette esso Saverio, come si obbliga dove, ad assegnare a detto suo futuro genero in die sponsalitii, una sua selva castagnale che sta sita in questo ristretto al luogo detto Noviello, et gedenda per detti tre anni, della quale esso Francesco ne debba essere usufrutturario… Ed in mancanza dei pagamenti, ed assegnamenti come sopra faciendi li possa per detto Francesco il presente istromento inciuriare, o liquidare in ogni corte, tribunale ed abbia la via esecutiva, giusta l’uso delli dis./i delle cose della Città di Napoli, ed obbligazione liquide della Gran Corte.26
    Dalla busta 7372, fascicolo 6679, in cui sono rilegati gli atti del notaio Pasquale Leo della Terra di Torajonum, datati 1798, ne compare uno del 24 dicembre in TorreJonum che cita l’infermo Angiolo Lepore di Mezzo Casale il quale decide di dotare di paraggio Caterina, Maddalena e Teresa Lepore altra sua figlia, con darli in tempo di matrimonio docati 60 per ciaschuna, o in contanti, o in stabili, ed il corredo all’uso della Montagna, eccetto però della rama, e ferro lavorato, che s’intende in causa essi docati Sessanta.27
    Quindi a Torrioni la dote non è rappresentata principalmente dalla gonnella, quanto da biancheria, rame e ferro, sebbene in questo caso si sopperisca, producendo ugualmente un corredo del valore di 60 ducati.
    Nel 1793 Matteo Centrella aveva dato in dote a sua figlia Agnese, maritata con Felice Agostino, alcuni territori a Pagana e Bagnoli e, per non smembrarli, li apprezzò per 39 ducati e 25 grani.28
    In un atto del 25 febbraio 1794 si parla di un corredo ad ana tre, di un palmento presso la Massaria campestre che si precisa essere nel territorio chiamato Campanaro in tenimento di Tufo, presso i beni di Luigi Carpenito. Mentre i Coviello sono originari della Terra di Montis Rocchetti, dove abitano Giovanni Pangione e Pietro Liberatore.29
    Il 17 gennaio 1796 Pasquale Ferrara e Carmine di Morano padre e Crescenzo figlio s’incontrano per un matrimonio fra lo stesso Crescenzo e Orsola Ferrara figlia di Pasquale, secondo l’uso, e consuetudine di questa Montagna.
    Così l’atto: In primis la somma de docati cento, ed otto in moneta d’argento corrente, inclusi in essi la rama, con ferro lavorato, panni ad ana tre, un saccone di braccia 18, mesali braccia sette, il matarazzo con lana tale quale essa Orsola si ritrova, due coscine piene di lna, carlini venti per porzione della coverta, ed una cascia per corredo di detti panni per il tutto da darcelo, e consegnarcelo cioè, il correndo come opradetto, una con docati 8 oggi suddetto giorni, che è già avanti di un dì son consegnati, e sborzati, e li restanti docati cento a completamento di esse doti fra due anni, da oggi…
    Se qualcosa dovesse andare storto si finirà nel banco dei pigni della casa della Città di Napoli.30
    Il 30 marzo 1829, in una masseria di campagna alla contrada detta San Paolo, Pasquale Carpenito fu Saverio, contadino domiciliato in questa comune di Torrioni, e nella massaria di campagna, decide di fare testamento, perché infermo di corpo, ma sano di mente. E allora disse la formula di rito: Raccomando l’anima all’onnipotente Iddio acciò mi meriti del suo unigenito figlio, e di maria Santissima mia speciale avvocata, abbia a godere la eterna beatitudine, ed il mio corpo esser seppellito nella Cappella del SS.Rosario di questo Comune, in dove io sono ascritto fratello, con quella minor pompa funebre, giusta la regola di essa confraternita. Perciò al figlio Camillo lascia la stanza di casa sottana nuova, col soprano vattrovasi in fabbrica e ducati 5. le tre stanze superiori all’altro figlio Sabato con l’obbligo di tenere le sorelle, Teresa e Caterina, finché non giungesse il momento del matrimonio e 30 ducati e un territorio chiamato l’albori dello stesso valore alla moglie Rosa Vicario.31
    Pochi anni più in là, nel 1841, il notaio Leo annota che Don Luigi Riola fu Stanislao in San Giorgio La Montagna e Don Carmine Centrella, Donna Giovanna e Donna Maria Rosa Centrella (figli del fu Don Emmanuele proprietario) di Torrioni, e Donna Vincenza d’Agostino figlia di Don Arcangelo e moglie di esso Don Carmine. La questione è di un debito verso Don Gaetano Cecere fu Vincenzo di Petruro. Di un territorio alla Strada e Cappella si parla invece nell’atto successivo fra Gaetano Cennerazzo fu Pasquale, Domenico Troisi fu Angiolantonio, Nicola Oliviero fu Domenico, unitamente a Maria Oliviero fu Angelantonio sua nipote, contadini qui domiciliati, strada casale, e sotto la Chiesa; e la controparte rappresentata dal Signor Nicola de Julio fu Giuseppe, strada Cappella, proprietario.32
    L’8 marzo 1842 il notaio Leo parla di Ciriaco de Vivo fu Francesco domiciliato alla sua masseria nominata Bosco di Torrioni che fa testamento di 80 ducati per darli a ciascuna figlia, riferiti ai territori di Contrda Chiajo, Li Lignari e Li Grotte sopra la Via. Aggiungendo: Tine, botti, rame, ferro e altro che io posseggo, ne sia padrona essa Francesca mia moglie, vita sua natural durante, e a morte poi della stessa, voglio, che essi mobili siano di essi miei figli Pasquale, frncesco e Michele, senza pretendere cosa gli altri due miei figli soprano della Massaria alla moglie con anche il Palmento, mandrillo e forno e largo avanti questa massaria. Dopo la morte della moglie il palmento e il largo avanti la massaria sarà di Francesco; forno e mandrillo di Michele; e Francesco trovasi Urbano, così voglio, che il mio fucile di caccia sia di esso Francesco, premesso di pagare i debiti a Don Giuseppe Refeja e Saverio Donnarumma, si ricorda del Reveno parroco Don Filippo de Leo per celebrare le messe alla sua anima. Ben 26 ducati per le messe da recuperare dalla vendita dell’orto e che basteranno a salvare l’anima per tre anni. Pertanto nomina esecutori testamentali Carmine Donnarumma e Francesco Cennerazzo miei amici.33

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Editorial Review

DAL PARTENIO ALLA VALLE BENEVENTANA, LA DOTE MATERNA NEI CONTRATTI PATERNI

La gonnella imperiale di saia scarlatta

 

Risalire ai vestiti femminili per antonomasia che le donne della Valle Beneventana si tramandavano di madre in figlia attraverso la dote non è impresa facile. Possiamo però dire, alla luce delle ricerche effettuate presso hli Archivi di Stato di Napoli e di Avellino, di aver reperito, fra i volumi notarili conservati, sebbene spesso illegibili, la raccolta di alcuni atti che si sono rivelati utili per il paragone fra i paesi della Montagna di Montefusco e del Partenio, prendendo a campione la centralità di Torrioni e di Pietrastornina, sedi di primari notai del Principato Ultra.5
Ricerca che potrebbe risultare non vana in un confronto fra i paesi di sopra e di sotto le due Montagne che dividono Avellino da Benevento e che frenano un’idea iniziale di similitudini storiche che non accompagnano le due valli. Stando a questi pochi, ma preziosi fogli, è stato quindi possibile capire come fossero fatti gli abiti, quelli che oggi chiameremmo costumi tradizionali, che le donne da marito, quelle definite vergini in capillis dopo i dodici anni, poi chiamate “zite” se i tempi si allungavano, portavano in dote nel giorno del matrimonio.
C’è da dire, aprendo una parentesi, che è stato possibile decifrare qualche pagina anche alla fine del 1400, ma è evidente che i vestiti sono di gran lunga precedenti, in quanto si ripetono ugualmete da donna in donna, da madre in figlia, sebbene solo gli ornamenti siano di diversa fattura in base al ceto sociale. Seguiamo, a titolo di esempio, qualche passo dei Capitoli Matrimoniali del notaio di Apice, paese di confine, dove la provincia di Principato Ultra e lo stesso Regno lasciavano il confine allo Stato della Chiesa di Benevento.
Il primo è del 1741 e si riferisce alla zita in capillis Teresa Verucci figlia legittima di Biaso Verucci e Barbara Galiarde, i quali, si abbiano di dotare à Andonio Cociniello, della altra parte, [in quanto prossimo marito e] figlio di Cirijaco Cociniello è Cecilia Laurito; e il predetto Andonio si contenta di pigliarsi per sua cara e ligittima sposa alla detta Teresa seconno comanna il rito della Santa Madre Chiesa Cattolica, che si sono convenuti, dalla una è dalla altra parte, cioè detta Teresa, di pigliarsi al predetto detto Andonijo per sua cara e legittima sposa alla predetta Teresa, e dalla aldra parte il detto Bijaso e Barbara, i quali, si obbligano di dotare sua figlia seconno Iddio li spira e non facenno crede che sia detta robba di detto Biaso.
Ed ecco la dote:
in primis promette di darli di contanti Docati 40,0 con annui cinque di tempo, con pagarne ogni anni Docati 8 e Carlini spari;
item anna tre di panni di tutte sorte; item [per] rama e ferro, Carlini 3.2.10;
più un letto fornito solamente il materazzo mangante;
più una gonnella di saia imperjale con maniche di saia scarlatina;
più cassa di noce di tomola 3.
Dal citato documento veniamo a sapere che ad Apice, quando si maritava una vergine, i genitori avevano diversi anni di tempo per pagare la dote al marito. Soldi che serviranno alla famiglia (danaro, asciugamani, lenzuola, rame e ferro per il letto). Mentre fin da subito avviene la dotazione del materasso, regali vari ma, principalmente la veste. Essa è rappresentata da una gonnella di saia imperjale con maniche di saia scarlatina.
Nel confronto con l’area prettamente avellinese, a Valle di Mercogliano, si parla invece di una gonna con goverdina di seta semplice verde. E’ un atto del 1790 del notaio Zigarelli sulla concessione a causa di matrimonio di Gennaro della Pia in causa con gli eredi della futura sua sposa Angiola, figlia di Raimondo, avendo avuto questa due scotonazze di lana con veste, quattro coscine di lana anco con veste, una cosolina di rame, una gonna con goverdona di seta semplice verde, dodici libbre di seta, una croce d’oro per uso di donna consistente in pietre rosse, ed verdi, un paio di fioccagli d’oro, e tutti gli altri mobili esistenti in detta sua casa tanto di rame, biancherie, un sumarro c r e tutto quanto acquista esso Gennaro s’intende donato alla detta Angiola sua futura sposa.6
Il mercoglianese Paolo dello Russo, nel 1746, accompagnato dal padre Angelo, dovendo sposare Rachele Vecchiarelli, figlia della vedova Teresa di Ruggiero, si reca dal notaio Salvatore de Leo, per dare seguito ai capitoli matrimoniali contratti, secondo cui la promessa la dote del valore di 35 ducati, cioè la robba s’avesse da consegnare a padre e figlio dello Russo prima della consagrazione del matrimonio. Si trattava di 15 ducati, già ricavati dalla vendita del legname, e di altri 20 riferiti al valore della sua robba consistente in una gonna di drappo di colore di feccia con fiori d’oro e d’argento apprezzata, estimata e valutata per il prezzo di ducati 16, una filza di sennacoli d’oro al numero di 54, apprizzata, stimata e valutata per il prezzo di ducati 9, tre lenzuola nuove di tela di casa per carlini 30, due camicie di donna, una tovaglia e mocaturo di donna con pezzilli attorno per carlini 30, ed un mantesino di tela di cassetta nuovo, un saccone di tela per carlini 15, e 25 braccia di tela nova per carlini 24, che in tutta fanno la somma di ducati 34 e carlini 9.7
Per il matrimonio fra Rosaria Paragone e Domenico Altiero di Apice, fra i beni dotali, vi sono il letto fornito, consistente in un saccone, un materazzo con rotoli venti di lana, con due coscine, una manta di lana di libre venti, una co[pe]rtina di straccia in pezzi 24 con pontilli in mezzo, due lenzuola di panno... In questo caso il genitore ha quattro anni di panni secondo l’uso e consuetudine di questa Terra [all’in]fuori delle due lenzole. Item Docati cinque di rame e ferro. La consuetudine appare quindi la fornitura di biancheria, che possa bastare per quattro anni, oppure i 5 ducati di rame e ferro. L’atto notarile non facilemente decifrabile e non ci viene incontro nella ricerca. Ma la curiosità è subito soddisfatta da un capitolo successivo, del 1742, relativo al matrimonio fra Vittoria di Sunno e Gennaro Vetere. In questo caso il genitore di parte femminile deve soddisfare tre anni di pannamenti secondo l’uso di questa Terra fra il termine di anni 3. Item carlini 30 di rame e ferro per il termine di anni 2. Quindi la fornitura, nello stesso paese, richiamandosi alla stessa usanza, non pare il termine temporale, nè il valore del rame e del ferro: tre anni di lenzuola e due anni di rame e ferro.
Si citano quindi altri beni: il solito materazzo con rotole di lana, il saccone [di foglie di pannocchia altrove dette preglie], una manta cardata di lana di Ducati 4,50. Finalmente ricompare, fra le cose dotali, una gonnella di sai[a] imperiale con maniche guarnita con trame [o trene=lacci?] di seta. E’ questo tipo di gonna, quindi, l’elemento preciso, sempre presente, che si tramanda di madre in figlia, insieme alle lenzuola e al materasso, ma anche a rame e ferro.
E’ come se le doti fossero un bene delle moglie che però era amministrato dai mariti, come risulta da un atto del 1801. Un paio di fioccagli d’oro da 6 ducati, quattro cuscini di lana, una manta di lana, un telaio di legno da 3 ducati per far tele, un covertino di bambace, quattro lenzole di canapa e stoppa, una guancia di borattino, un sacconte di tela di stoppa e una veste di matarazzo di finiello e altro ancora sono la dote che Aniello Napolitano della Terra di Summonte attesta come marito ed amministratore legittimo di Saveria di Grezia di Ospedaletto.8
Un altro documento, del 1742, riguarda il matrimonio fra Teresa Pagliuso e Bartolomeo Carchietta di Apice. Teresa porta in dote un saccone, un materazzo con rotoli di lana [che] è proprio quello tale e quale che fu di detta quondam sua moglie con le cuscine, una manta cardata di Ducati 4, una co[pe]rtina di braccia 24, un tornaletto. Ma eccoci al vestito della festa: una gonnella di saia con maniche di saia scarlattina. E’ proprio simile alla dote precedente, ma appare più signorile, la veste che Rosa Pagliuso porta allo sposo Giovanni Chiucchiuso, nel 1742: una gonna di saia imperiale di saia scarlatta guarnita però le maniche con trame di seta. Altri due documenti del 1742. Il primo, quasi indecifrabile, fra le altre cose, annovera sicuramente quattro camicie a ccannatora di tela e pizzilli, due mesali di bambacie fine, due sarvietti in tela a coppetiello e due mesali pure a coppetiello. La Cacciatora, invece, ben più ricca, porterà in dote la gonnella di saia imperiale con maniche anche di saia, guarnite solamente le maniche e il busto di trame d’argento da darola in die sposalitij.
Il documento che sancisce il giorno del matrimonio come il momento in cui viene consegnata la gonna che rappresenta una sorta di testimone che, nella parte del busto e delle maniche, si impreziosisce di trame d’argento: una dote che si caratterizza dalla donazione, nel giorno dello sposalizio, di una gonna scarlatta con fregi diversi a seconda dello stato sociale delle donne: gonnella scarlatta di saio imperiale con maniche in saio; gonnella scarlatta di saio imperiale con maniche in frene di seta; gonnella scarlatta di saio [imperiale] con maniche in saio; una gonn[ell]a scarlatta di saio imperiale con maniche in frene di seta; una gonnella [scarlatta] di saio imperiale con maniche maniche e busto in trame d’argento. I costumi ufficiali maschili sono rappresentati dall’uomo in pantalone e camicia bianca e dalla donna in abito lungo scarlatto con fregi ai polsi dello stesso tessuto, seta o anche d’argento. Presumibilmente si tratta quindi di una gonnella di panno scarlatto tagliato a guisa di toga o stola fino al tallone e lavorata a mano. E’ ornata nel lembo da varie fasce sempre di scarlatto o vellutino in seta uguale o diverso da quello della toga. Le cuciture delle maniche sarebbero quindi ornate di liste di scarlattino o vellutino forse ad interlaccio che può ornare anche il busto. Il caso dell’argento è forse propriamente della chiusura della pettina, così come in alcuni usi, con bottoni d’argento o lacci di seta.
L’abito a gonnella si completerebbe quindi, nella parte sottostante, con la vera tunica senza maniche, una sorta di casacca, mentre le gambe, a questo punto, sarebbero coperte da calzette ricamate in seta con ai piedi i classici pianelli ma anch’essi ricamati. Non resta che rovistare nelle soffitte alla ricerca della veste scarlatta.9
Abbiamo quindi rinvenuto in ben cinque casi su sette una dote che si caratterizza dalla donazione, nel giorno del matrimonio, di una gonna scarlatta con fregi diversi a seconda dello stato sociale delle donne di Apice:
1. gonnella scarlatta di saio imperiale con maniche in saio.
2. gonnella scarlatta di saio imperiale con maniche in frene di seta.
3. gonnella scarlatta di saio [imperiale] con maniche in saio.
4. una gonn[ell]a scarlatta di saio imperiale con maniche in frene di seta.
5. una gonnella [scarlatta] di saio imperiale con maniche maniche e busto in trame d’argento.
I costumi ufficiali di Apice sono rappresentati dall’uomo in pantalone e camicia bianca e dalla donna in abito lungo scarlatto con fregi ai polsi dello stesso tessuto, seta o anche d’argento.
Presumibilmente si tratta quindi di una gonnella di panno scarlatto tagliato a guisa di toga o stola fino al tallone e lavorata a mano. E’ ornata nel lembo da varie fasce sempre di scarlatto o vellutino in seta uguale o diverso da quello della toga. Le cuciture delle maniche sarebbero quindi ornate di liste di scarlattino o vellutino forse ad interlaccio che può ornare anche il busto. Il caso dell’argento è forse propriamente della chiusura della pettina, così come in alcuni usi, con bottoni d’argento o lacci di seta. L’abito a gonnella si completerebbe quindi, nella parte sottostante, con la vera tunica senza maniche, una sorta di casacca, mentre le gambe, a questo punto, sarebbero coperte da calzette ricamate in seta con ai piedi i classici pianelli ma anch’essi ricamati.
Consuetudine ancora diversa per Altavilla Irpina, secondo i dettami dell’antica consuetudine che pare richiamarsi ai governatore feudali locali. Vale la pena citare la ricca dote che il notaio Antonio Cajfassi annuncia nel 1576 e stipula nel 1579, portatosi dal notaio Crescitiello di Altavilla, in favore della figlia damigella. Si tratta della domicella Angelella Criscitello citata in presenza del governatore del feudo di Altavilla, cioé dell’agente generale Francesco Bruno. Il notaio Cafasso redige quindi l’impegno della dote da farsi dall’onorabilis Berardino de Criscitello alla figlia Angelella il 12 luglio 1579, in un capitolo matrimoniale che ricorda la bona mobilia del valore di 27 ducati da restituire in caso di morte della sposa, secundum istrumento, e antiqua consuetudinem G[overnator]i Terre Altaville, cioè il detto G.i Altaville.
Questa la nota della sposa:
- 1 saccone novo ad braccia venti, Ducati 1.0.0.
- 1 coltra nova di braccia 20 co lo piomazzo, 4.2.0.
- 20 tomola di penne, 4
- 1 paro di lenzola co’ Lenole torchine de 24 braccia nove, 4
- 1 altro paro di lenzola nove, uno di essi co Lenole torchine e l’altro bianco, 4
[Subtotale D.17.20]
- 1 lenzuolo nuovo braccia 12 molence di raso, 2.0
- 1 coperta nova bianca, 3.1.10
- 1 paro di cammise con riticella bianche di filo bianco n(u)ove, 2
- 1 altro paro di cammise non lavorate de intagliato ma alle maniche e l’altra scheotta increspata alle maniche, 2.1.0
- 1 mesale novo calabrese di una canda e mezza, 0.4
- 3 tovaglie intocchi lavorate tutte de intaglio, 1.4.10
- 1 torclo di tovagli braccia dieci, 1.1.0
- 1 coscino lavorato a sete carmosino, 0.2.10
- 1 altro coscino lavorato di seta negra, 0.1.10
- 1 tovaglia lavorata di seta carmosina e reticelle del med., 0.4.0
- 1 vantesino lavorato de intaglio bianco ed reticelle del medesimo, 0.4.0
Anche in questo caso, dunque, quell’antica consuetudine, diremmo del feudo altavillese della famiglia Di Capua, cambia completamente, senza gonnella e fornitura annuale di biancheria, se non unatantum.
Insomma la consuetudine è diversa da luogo a luogo, per non parlare delle influenze che ancora pervengono dalla Puglia nel 1587, quando è ancora stretto il legame di Monte Rotario di Foggia con Casalbore. Per questo confronto abbiamo scelto come sempio il notaio Ferdinando Lombardo, sive Terre Montis Rotari, et Casalis Novi, et eorum castro, habitat ione fortellitio dominus vassallis, mediante istrumento rogato in Curia del Magnifico Anelli de Martino de Neapoli. Qui si costituiscono il magnifico Angelo de Ruvio o Ruccio della Terre Casearboris, cioè Casalbore, e l’Illustrissima Donna Lucretia Pignatella de Neapoli juere romano rum utilis padrona Terre Montis Rotari, et Casalis Novi. In dicta Terra Montis Rotari, et Casali Novo proprio di statiaj loci.
Ciliegina sulla torta spetta a Benevento, dove, come si ricava dall’atto della Magnifica Cassandra Schinosa di Benevento chità per il matrimonio con Giacomo Masone, si dice che questi, per le nozze, guadagna et s’intende guadagnare la quarta seguendo l’uso di Terra ipsa, cioè 40 ducati, in qualità di sposo.10