Maschito e il Vulture

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Copertina posteriore

Mashqiti e altre colonie arbëreshë nel Venosino. Profilo storico sulle comunità Albanesi stanziate dagli aragonesi.

 

 

E se provassimo a guardare le comunità albanesi che si insediarono ai piedi del Vulture, non dal monte verso il mare Adriatico, ma all’inverso? Voglio dire, abbandonando il punto di vista di chi vede forestieri giungere nella terra che abita, e che hanno abitato i suoi antenati? Probabilmente qualche luogo comune, o, se volete, qualche pregiudizio consolidato nel tempo, non avrebbe più valore assoluto. E le domande che gli storici si sono poste sulle motivazioni che hanno spinto ad emigrare la popolazione albanese dell’altra sponda del “Mare Superiore” (come veniva indicato in passato l’Adriatico) non possono essere ricondotte solamente alla fuga dalla conquista ottomana della penisola balcanica.
«La nazione Albanese merita per ogni riguardo che richiami l’attenzione de’ filologi d’Europa, e se lungamente rimase obbliata è di giusto ancora che prenda nella storia quel posto che le è dovuto. Se le lettere possono arricchirsi di utili scoverte, la storia può aggiungere la pagina di un grande popolo. Slanciati sui monti Acrocerauni come avanzi di un gran naufragio son rimasti da più secoli chiusi alle ricerche della scienza. Chi son essi? Donde vengono? – Ecco ciò che la storia non ha potuto mai indagare. In mezzo alle nazioni moderne essa non ha nulla di simile con le altre. Con un’impronta tutta propria d’indole, di costumi, di usi, e fiera di una lingua originaria e primitiva, che non ebbe modelli né fu madre ad alcuna, risuona come una debole rimembranza di tempi perduti. Verrà forse un giorno che questa nazione potrà comparire con splendore nella storia del mondo, e deporvi il germe di antiche verità. Chi sa che non sia uno di quegli avanzi dei cataclismi della natura che passarono come torrenti sulla terra, e li spinsero obbliati in un angolo di riva? Simile alle loro canzoni che s’innalzano con voce lunga e s’odono più miglia in lontananza, ti scende nell’animo il racconto delle loro avventure, e ti risveglia idee di un nuovo mondo di cui si è perduta la memoria» 1 .
Gli immigrati Albanesi discendono, secondo una accreditata tradizione storiografica, da comunità venute dall’Albania in diverse ondate, fra la metà del secolo XV e il secolo XVIII. L’ultimo insediamento albanese fu quello di Brindisi di Montagna in provincia di Potenza nel 1774. Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia le regioni dove si stabilirono, per sfuggire l’occupazione turca, ma anche perché chiamati dai sovrani per l’aiuto in guerra e dai feudatari del Regno di Napoli per colonizzare o ripopolare le terre non troppo generose dell’Appennino meridionale.
Maria Antonietta Visceglia2 trattando delle immigrazioni albanesi in Puglia, spazia oltre il sec. XV e parla di un primo flusso nel 1272, di altri due successivi nel 1327 e nel 1396. Questo, a ben considerare, mette in discussione la tesi delle migrazioni albanesi a causa dell’occupazione turca della penisola balcanica.

 

Description

Le annotazioni di viaggiatori stranieri sulle comunità albanesi del Vulture, le considerazioni storico politiche su di esse nei secoli passati, l’interesse attuale sulla loro origine, invitano ad una rilettura delle migrazioni che hanno interessato il Regno di Napoli. La narrazione di Giovanni Pontano circa l’aiuto di Skanderbeg a Ferdinando I; la lingua e la religione delle comunità albanesi stanziate nel Regno; il feudo di Maschito in un antico apprezzo, sono gli argomenti affrontati, alla luce della più recente bibliografia.

 

Prologo d’altri tempi

Sembrerebbe che gli Albanesi, stabilitisi da così lungo tempo dall’altra costa dell’Adriatico non abbiano dovuto conservare se non un vago ricordo delle gesta dell’eroe di Croia. Ma non è così, e i luoghi comuni sull’ingratitudine dei popoli non si saprebbero riferire ad essi. Se la dominazione straniera non consente di innalzare un monumento al grande Castriota nel suo paese natale, se la Pelusia [oggi Svetigrad in Macedonia], che gli Slavi hanno ben rinominata “fortezza santa” (svetigrad), non è che un rudere, il nome dell’eroe continuerà ad essere benedetto e la sua memoria esaltata fino a quando un cuore albanese batterà nelle due penisole sorelle.
La vala, che in Italia è la sola danza delle donne albanesi, è anche accompagnata da canti che ricordano la memoria cara di Scanderbeg. I tre giorni di Pasqua sono particolarmente consacrati alle danze e ai canti nazionali. Sembra che per questi esuli il trionfo di Cristo sulla morte si sia identificato con il ricordo di qualche vittoria riportata da Scanderbeg sugli invasori il giorno di Pasqua.
Gli Albanesi d’Italia meridionale, che hanno conservato così fedelmente e religiosamente il culto degli antenati e delle tradizioni nazionali, possono rendere notevoli servizi ai loro fratelli orientali. Se la civiltà, se le idee dell’Occidente ravviveranno un giorno le popolazioni albanesi rimaste sottomesse alla dominazione straniera, gli Albanesi esuli in Italia avranno contribuito efficacemente a questo risultato. Lo zelo con cui hanno conservato le tradizioni nazionali, la loro premura ad apprendere i progressi della scienza occidentale, il loro desiderio di richiamare sui loro fratelli orientali l’attenzione e l’interesse dei popoli civili avranno potentemente contribuito al risveglio della nazione.

Dora d’Istria, maggio 1866

Les Albanais des deux côtés de l’Adriatique et la nationalité albanaise d’après les chants populaires in Revue des Deux Mondes, T.63, 1866. Dora d’Istria scrittrice rumena di origini albanesi (22 gennaio 1828, Bucarest- 17 novembre 1888, Firenze) sostenne con la sua opera la questione femminile e i movimenti nazionali delle popolazioni dell’ Europa sud-orientale.

 

Dettagli

EAN

9788872970416

ISBN

8872970415

Pagine

112

Autore

Iandiorio

Editore

ABE Napoli

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