LOMBROSO E IL CRIMINE

25,00


Copertina posteriore

UN LIBRO RICCO DI ANEDDOTI E VOCABOLI DELL’EPOCA

Il gergo criminale: profili storici

Si definisce, secondo le ipotesi esplicative prevalenti, il gergo criminale come una forma di linguaggio criptico della malavita, un insieme di termini e di espressioni tipiche, utilizzato quale codice utile alle comunicazioni interne e noto soltanto, o essenzialmente, agli appartenenti al gruppo o all’organizzazione delinquenziale. L’uso di codici gergali, in qualche misura già presente nella Roma antica, si diffonde nel Medioevo e nel Rinascimento, e si consolida a partire dal XVII secolo. Alcuni termini gergali tra i più celebri e diffusi in Italia, anche nel XX secolo, sono rimasti i seguenti:
A fag un deflettàur: dal bolognese mi faccio un deflettore, vado a rubare un’auto
Albero che non secca mai: la ‘ndrangheta
Ammacchiato: persona ricercata che si nasconde
Ammazzaciuchi: il medico carcerario
Andare a prendere la benedizione: procacciarsi amori mercenari
Asciucàri: prosciugare le vene del sangue altrui, uccidere
Astutàri: spegnere una candela, ammazzare
Azzuppari ‘u cani: prendere un male venereo
Barbottore: l’avvocato
Bella cartata di reschi: reschi, come lische di pesce, gruppo di individui senza importanza
Buiacca: zuppa di scadente qualità
Cappottu di lignu: cassa da morto
Fari ‘a munta: borseggiare
Madama, madame: polizia, poliziotti
Mantice: portafoglio
Minnulàru: dal siciliano il seno femminile paragonato ad un mandorleto
Ommini ci sunnu e si pò arraggiunari: siamo tutti “uomini” e ci possiamo accordare
Pituchera: orologio (nel gergo storico della mala piemontese)
Province babbe: i luoghi dove la mafia siciliana è più debole
Sbianchimento: colpo non riuscito per un imprevisto
Stoppagliero: mafioso incaricato all’iniziazione dei mafiosi
Stuppagghiu: turacciolo, silenzio.
Una recente sintesi in ordine alfabetico è stata poi realizzata, in annni recenti, dall’associazione “ristretti.it”. Essa è particolarmente significativa e stimolante, poichè comprende i principali termini specifici del mondo carcerario, molti dei quali nati nel XIX secolo ma ancor oggi usati di frequente nelle prigioni italiane, frutto talora di dialettismi e di calchi del gergo criminale francese (il c.d. argot) o gitano:
Accavallato
Affascinarsi
Antenna
Aquila Nera
Argomento
Bacaiare
Baiaffa, berta, cannone, canterina, ferro, (da tiro o da stiro) pezzo, rabbiosa, ravatto, tamburo
Balordo
Batteria
Batti
Bedy
Bella
Bevuto
Biciclette

Buiosa
Bovolo o battente
Braccialetti
Bravo ragazzo

Bricca
Bulgaro
Calamascare
Camuffo o fasullo
Carape
Casanza

11. VALORI E OGGETTI PREZIOSI
— Papel, moneta di rame
— Occhio ‘e pecoriello, un soldo
— Occhio ‘e vove, doppio soldo
— Strunzo ‘e cane, rotoletto di soldi
— Sfoglie, biglietti di banca
— Scirum, oro
— Scorze ‘e Portugal, monete d’oro in copia
— Passante, anello
— Streuze, anello d’ottone
— Passa la vacca, non ho denari
— Viaggiatore, portafoglio
— Sfoglino, portafoglio a mo’ di libriccino
— Ritino, portamonete testa ‘e pulciniella, fazzoletto con denari annodati in un capo.

12. TRIBUNALI E PERSONE DI GIUSTIZIA.
— Giustissimo, tribunale
— Runzo, guardia di questura in divisa
— Cornacchia, carabiniere
— Scarrafone (scarafaggio), guardia municipale.

13. ARMI, RISSE, OMICIDI
— Chiangarella, sciabola
— Ricllo, fucile
— Osso di presciutt’, arma da fuoco portatile
— Sfranzum, coltello fare una
— Spellicciata, fare a cazzotti
— Sfranzummate, fare una rissa a coltellate
— Papariello, gettar uno in un precipizio
— Papugno, schiaffo
— Tozzola, scappellotto
— Arrosto, grassazione
— Piroccola, bastone.

14. Giuoco
— Fronne, carte da giuoco.
— Far polles, non voler pagare un debito di gioco.

15. CANTARE
— Accrastare, cantare.

16. Cose SACRE.
Fetta ‘e rape, ostia santuosella, corona, l’osario – fur falla bianca, suora di carità
— Picuozzo, sagrestano.

17. COSE DIVERSE
— Portuso, bottega
— Sproccolo, sedia
— Fuosso, caldaia di rame
— Don Peppo, cantero
— Testa ‘c cardinale, orinale
— Correnta, carrozza
— Parum, ombrello.

18. ANIMALI, INSETTI E PARASSITI
— Pulito, maiale
— ‘E pro’, aino in cattivo arnese
— Camardulesi, pidocchi
— Spissatiempo, piattola
— Reprubbicani, pulci
— Puzzafiate, cimici
— Prete con la tunica imperniciata (inverniciata), scarafaggio
— Quanti (guanti), rogna
— Ciaccio, tigna.

19. EscREATI, ESCREMENTI
— Natta, escreato mucoso ed anche moccio
— Pane rotondo, sterco di bue
— Osse d’ulive, sterco di pecora
— Castagne, sterco d’asino e di cavallo
— Fumare, scorreggiare
— Scaricare, evacuare.

20. GALANTERIE
— Scrocco, bacio
— Bella scorzicella! (pezzo di tigna), bella ragazza!
— A rumpes proprio o tacco!, la sverginerei !
— Far alzare il tambur, ingravidare
— Le facesse fa nu bello ranuziello, le farei fare un bel bambino.

INDICE

Premessa dell’autore

Prefazione – Prof. Luigi Berzano

Inviti alla lettura
– di Furio Gubetti
– di Enzo Maolucci

Cap. I
cesare Lombroso:
chiaroscuri di un genio eclettico

Gli ultimi anni:
un positivista nel mondo degli spiriti

Cap. II
studi e ricerche
sulle organizzazioni criminali

Il Brigantaggio
Il Brigante Musolino
La Camorra
La Mafia (di V.Ciappina)
Il gergo criminale: profili storici (di L.Ciravegna)

Cap. III
Cesare l’antimeridionalista?

I. FONTI E DOCUMENTI
(Testi di riferimento di Cesare Lombroso)

1.
«brigantaggio, camorra e mafia»
“Le società del malaffare”
“Sesso, età, professione”
“Camorra”
“Mafia”

2.
«FAMIGLIE DI DELINQUENTI NATI»
“I Tozzi di Monterotondo”
“Il Brigante Giuseppe Musolino”
“Brigantaggio e agricoltura calabrese”

3.
«LE REGOLE DELLA CAMORRA»
“La camorra nel 1875”
“Da rivelazioni di un Capo camorrista”
“Processi”
“L’ammissione nella società: i carcerati della Sicilia”
“Un canto camorristico”

II. FONTI E DOCUMENTI
(Testo di riferimento di D. De Paoli)

4.
«VOCABOLARIO DEL CAMORRISTA»
“Il gergo dei detenuti”

Description

LOMBROSO E IL CRIMINE

Perchè scrivere un altro libro, l’ennesimo, su Cesare Lombroso? Che cosa dire ancora, di nuovo o almeno non banale, visto che del medico veronese si è già detto di tutto, nell’esaltarlo – come padre della criminologia, etichetta che io stesso, ventenne, sentivo ribadire dalle parole appassionate del mitico professor Portigliatti Barbos, a Giurisprudenza – o nel demonizzarlo senza tregua, come temibile seminatore di idee di razzismo, inferiorità, eugenetica, antimeridionalismo?
La cosa che mi colpì di più, devo ammetterlo, fu ciò che successe a Torino, dal 2009 in poi. Ricordo che dirigevo il master di scienze criminologiche e vittimologiche, organizzato da Comune, Osservatorio sulle vittime di violenza, Università e Ordine degli Avvocati. Avevo a fianco tre Maestri: Guglielmo Gulotta, Luigi Berzano, Sergio Vinciguerra.
Di Lombroso e di Scuola Positiva ne avevo già parlato, en passant, in un libro, dopo una ricerca svolta a Torino nel 1998, “Delinquente si nasce o si diventa?” con l’insuperato Ferrando Mantovani e Pier Luigi Baima Bollone. Un pomeriggio del 2010, al master, dovetti affrontare il tema Lombroso: la Scuola Positiva, Garofalo e Niceforo, Ferri e Carrara.
Un’alunna, assistente sociale politicamente impegnata, mi apostrofò secca: “Ma quale scienziato! Lombroso era un pazzo razzista, odiava noi meridionali, e ha ispirato anche il nazismo”. Le chiesi di indicarmi qualche precisa fonte storiografica in subiecta materia, di confrontarci, come faccio sempre. Si ritrasse inviperita e notai in lei un odio sincero, sanguigno e refrattario ad ogni dibattimento verso il medico di Verona: cosa che in ogni caso mi turbò, e non poco. Passò qualche settimana. Ero per caso in Piazza Castello. Mi ritrovai in mezzo ad un alveare colorato di bandiere e cori, circondato da decine di neoborbonici con cartelli: “Chiudete il Museo dell’Orrore”, “Lombroso razzista” “Via dai libri di testo”, “Cancellate Via Lombroso”, “Vogliono portare i bambini a scuola di razzismo”, “L’Università finanzia il Museo razzista”, e così via. L’apertura di trecento metri di area museale in Via Pietro Giuria, aveva fatto convergere a Torino la crème degli antilombrosiani d’Italia, ora un po’debellata, bisogna dirlo, dai libri di Laterza e dai bei video di Alessandro Barbero: antiunitari, neoborbonici, scrittori con l’idiosincrasia per i Savoia ed il Piemonte colonialista, restaurazionisti d’Aragona, intellettuali raffinati con il pallino del Risorgimento come sequenza di infamie, eccetera. Un bel mondo vivace, ma un po’ lamentevole, ciarliero e vittimista, non privo di qualche docente preparato, unito nel segno del simbolo-nero, l’esaminatore esecrabile di crani, da cancellare e rimuovere ab aeterno dalla memoria collettiva. Allora, sempre più inesorabilmente, mi venne l’idea di approfondire sul serio il pensiero del criticato Cesare su questi temi. Ma come, pensavo. Fior di Maestri, giuristi autorevoli, sociologi, criminologi, mi avevano riempito il cervello per vent’anni di idiozie beatificatrici del padre della criminologia, scienziato in buona fede, con qualche errore ma dal segno indelebile nella nostra storia? Oppure l’antimeridionalismo, il razzismo, l’eugenetica erano fraintendimenti ed esagerazioni frutto di ignoranza, pregiudizi culturali, progetti politici anacronistici?
Mi misi a studiare, mesi e mesi di fila, i libri di Lombroso. Una ventina. E poi quelli su Lombroso, un’ altra ventina. Con ripetute visite al Museo. Di cui il direttore, Montaldo, mi parve persona straordinaria, disponibile, appassionata, rigorosa. E cominciai a scrivere qualcosa. Per una ragione o per l’altra, il materiale lo tenni lì, per qualche anno. Adesso, e questa è stata forse la spinta decisiva, pochi mesi fa la richiesta inaspettata di scrivere un libro su Lombroso mi arrivava, potenza del destino, da un editore campano. Senza che lui sapesse nulla delle mie ricerche passate. Un editore che è un meridionale al quadrato. Un meridionale che più meridionale non si può. E che ne ha tutte le virtù. Uno storico illuminato, dall’intelligenza vivace, allegra e costruttiva, ma che passa giornate in archivio, preciso, a compulsare dati, manoscritti, documenti. E chiedeva proprio a me, a un piemontese autore di testi di criminologia, uno sforzo di analisi che partisse dalle osservazioni di Lombroso sulle organizzazioni criminali, ma che affrontasse anche il tema dell’antimeridionalismo, in modo aderente a fonti precise, solo a quelle, e senza riserve mentali o apriorismi. E che confluisse in un testo agile, sulle duecento pagine, adatto ad una divulgazione ampia anche tra i non esperti nelle discipline criminologiche (circostanza che mi ha imposto di non appesantire il testo con un poderoso apparato di note, come mi sarebbe piaciuto, cercando di offrire, però, nella vasta bibliografia sufficienti fonti – per chi lo desiderasse – di approfondimento). Spero, nel presentare questo lavoro, di esserci riuscito.
Due i contributi interni, di giovani e validi collaboratori. La parte sulla mafia è stata realizzata da Valentina Ciappina, che dopo la laurea in legge si è appassionata al tema della criminologia e dei reati finanziari e valutari ed ha fondato a Torino, tra l’altro, il “Crime Festival”, di valore oramai internazionale. La parte sui gerghi criminali è stata curata da Lorenzo Ciravegna, torinese, presidente del CESIC, attivo nel campo dell’educazione alla legalità ed alla tutela ambientale, impegnato sui temi della criminalità e della qualità della vita urbana ed autore di importanti campagne civiche di prevenzione di truffe e reati contro anziani e fasce deboli. Ringrazio di cuore anche il mio maestro Luigi Berzano, sociologo tra i più noti in tutto il mondo, per la bella prefazione e due amici sinceri, che hanno realizzato interventi introduttivi che è quasi da querela – per diffamazione o ingratitudine – definire solo “inviti alla lettura”.
Quello di Enzo Maolucci poi, introduce una quantità di contenuti scientifici equivalente, se non superiore, ad una attuale laurea breve post – riforma. Peraltro Luigi Berzano, Furio Gubetti ed Enzo Maolucci, tre giganti della cultura e della saggistica contemporanea, rispecchiano, senza averlo programmato – lo giuro – le tre angolazioni cromatiche prevalenti del caleidoscopio lombrosiano: sociogiuridica, medico-psichiatrica, antropologica. Confido di essere riuscito a fornire un quadro sufficientemente rigoroso e neutro del pensiero di Lombroso, con qualche considerazione personale anche sul tema della spiritualità e delle curiosità del medico veronese per l’occulto, il medianico e la religione, scoperte come spesso accade in articulo mortis. Spero, soprattutto, che questo testo agile che ho voluto, a dispetto del titolo della collana, tenere scevro da accademismi, incuriosisca anche il lettore ad approfondire vita e libri del veronese. Che commise, oggettivamente, molti errori, tali da ingenerare l’idea, da lui stesso in parte rettificata, che l’inferiorità di intere genti e comunità potesse essere riconducibile, in qualche misura, a fattori congeniti, biologici, organicistici, ereditari. Generalizzazione rivelatasi, come era ovvio, semplificatrice e irragionevole: se inferiorità vi era, essa dipendeva, oltre a fattori storici, da cause economiche e sociali. Che peraltro il medico mise bene in luce ma, immerso com’era in quel contesto europeo pervaso di determinismo, affiancò a stimmate innate in gran parte fantasiose. Pensiamo, però, per un attimo se una personalità come la sua avesse avuto a disposizione un decimo, un centesimo delle tecnologie e degli strumenti di osservazione moderni e contemporanei, o della genetica. Probabilmente, non sarebbe mai incorso in certe sviste marchiane o in deduzioni audaci ma fragili. Che l’hanno esposto, qualche volta con ragione, a fraintendimenti ed accuse sproporzionate di teorico del razzismo, con campagne spesso aggravate da decontestualizzazioni, preconcetti storici e strumentalizzazioni. Tuttavia, l’importanza di questa figura non può essere seriamente ignorata, pretermessa o sottovalutata nella storia e nella cultura italiana. Perchè di Lombroso e di alcune sue intuizioni, dei sentieri che ha aperto e delle idee che ha suscitato, anche nell’era delle neuroscienze e degli studi sul cervello sul piano neurofisiologico, psicobiologico e genetico, nell’ottica dell’analisi dei condizionamenti extravolontari del comportamento umano, si sentirà, a mio parere, ancora parlare. Per un bel po’ di anni. Forse anche di secoli. Hanno provato, e possono ancora provarci, a sbarazzarci di lui. Ma la vedo proprio dura.

MASSIMO GIUSIO

Sociologo, scrittore, docente e saggista torinese. Dopo gli studi storici e giuridici e l’abilitazione alla professione forense, si è appassionato alla ricerca nei campi del diritto ecclesiastico, della sociologia delle religioni, della storia del Cristianesimo, dell’antropologia religiosa e di altri ambiti storico-giuridici nel campo dei diritti umani e della libertà religiosa nell’ordinamento italiano e comparato. Ha pubblicato “Delinquente si nasce o si diventa?” (Torino, 1997), “Il corpo e l’arte” (Bologna, 1999), “Elementi di criminologia” (Torino, 2006), “Compendio di vittimologia e victim – support” (Napoli, 2013), “Manifesto per una buona sanità (con L. Berzano e G. Moretti, Firenze, 2014), la voce su Tommaso Campanella in “Le Città del Sole” (Torino, 2015) e “La libertà religiosa in Italia” (Roma, 2018).

Recensioni

3 reviews for LOMBROSO E IL CRIMINE

  1. Sabato Cuttrera

    INVITO ALLA LETTURA

    di Enzo Maolucci

    L’autore di questo testo, per me semplicemente “Max”, è l’unico erudito sopportabile che conosco. E’ un molestatore intellettuale intelligente con memoria da “savant”, quindi per me un amico-mostro prezioso, che “tormenta ogni pensiero e getta luce dentro gli occhi” (per citare una mia canzone). Come Lombroso, anche lui ha il coraggio delle sue opinioni, grandi, piccole o discutibili che siano; e questo suo lavoro che caldeggio lo conferma. In un tratto del testo riassume bene, come sintesi da epitaffio, la personalità dello scienziato: “Fu audace nelle conclusioni e facile nelle ritrattazioni” (forse dovrei scriverlo anche sulla mia tomba).
    Curiosamente Lombroso fu un contemporaneo del romanziere Emilio Salgari, anche lui veronese di nascita e torinese di adozione (“vero-torinese”, se mi è concesso il neologismo da ibridazione geografica). Entrambi furono denigrati post mortem ma famosi da vivi: Torino “scotomizza” i suoi figli, per usare un termine ricorrente nel saggio. Tutti noi, in questa città riduttivista ma antesignana nelle idee, quando decidiamo di dire quel che pensiamo dovremmo cominciare a “sellare il cavallo”. Ma non lo facciamo mai, siamo “bùgia nen”(gente che non lascia il posto).
    Il “nostro”, direbbero oggi gli psicologi, fu vittima di un “bias di ancoraggio”, un pregiudizio che si appiccica a ogni novità (gradita o invisa e prima o dopo, aggiungerei). Non fu razzista, antimeridionalista, antifemminista o spiritista, ma come tutti gli antropologi trattava un po’ di tutto gettando sassi nei campi altrui per tentare di capirci qualcosa sugli umani, sul loro olistico insieme psicofisico, sociale e spirituale (oltre che genetico, unico campo che il nostro non ebbe modo di conoscere e “toccare”). Ma questo Max lo spiega bene e non c’è bisogno di sottolinearlo, la nostra complessità generale inoltre non è più una novità. Vorrei invece accomunare il “vero-torinese” ad altri screditati innocenti per capire quanto il “pensiero convergente” (leggi “politically correct”) possa nuocere alla scienza oltre che alla cultura.
    Lui era un medico, come Celine. Anche questo straordinario scrittore francese subì una “damnatio memoriae” per presunta connivenza con i nazisti, mentre il suo interesse per le torture degli internati era solo scientifico (la soglia del dolore). E’ pure interessante notare che la tesi di laurea di Celine fu sul dottor Sommelweis, l’antesignano scopritore dell’asepsi che subì un destino analogo ma inverso a quello di Lombroso (la condanna da vivo, per mancanza di evidenze, e la riabilitazione dopo, scoperte le evidenze).
    Io stesso sono testimone di un “bias” che accompagnò per quasi un secolo Salgari (abitò e morì a pochi passi da dove sono nato e gli ho dedicato un Parco di Ecologia Umana proprio nei pressi : il “Salgari Campus”). In quinta elementare ero già un suo lettore accanito e per questo rimproverato dal mio maestro del Collegio San Giuseppe: “Quello era un pazzo velleitario, suicida e illetterato, piaceva ai fascisti; dovresti leggere piuttosto Gozzano, che nel 1911 non andò neppure al suo funerale”. Anche in prima liceo classico (il Gioberti) fui aspramente censurato dalla mia prof. di filosofia ex partigiana perché mi piaceva Nietzsche, ispiratore di nazisti; e mi bocciò crudelmente, pure in questa unica materia che studiavo, benché distratto dal Rock.
    Non sto difendendo “l’ombroso” da bastian-contrario o perché sono affetto da apofenìa schizofrenica, dico solo che il personaggio è affascinante anche per le sue contraddizioni e il suo destino che molti hanno condiviso in un mondo ancora bigotto e che mi rendono sempre più indulgente verso i “minori” o i “grandi” ostracizzati, “sinistrati” o scippati della gloria (Papini, D’Annunzio e Pitigrilli, per citare solo altri tre impresentabili coevi del “nostro”). Non era politicamente e scientificamente corretto forse, ma anticipava un sacco di “modernità”: era anticolonialista, antimilitarista, ebreo agnostico, socialista, contrario alla pena di morte, criminologo ante litteram, propugnatore del recupero sociale e terapeutico dei detenuti (cosa potremmo volere di più da un uomo dell’800 positivista e determinista?). Peraltro, Lombroso fu l’anticipatore autentico del principio di “selezione di gruppo”, oltre quella sessuale. Idea che lo stesso Darwin non aveva approfondito.
    Sì, oggi qualcuno nel mondo scientifico accenna a riabilitarlo, ma non per benevolenza o pentimento, solo per ripensamento, o paura che almeno un po’ di ragione ce l’avesse proprio, alla luce di varie, nuove e nuovissime scoperte inquietanti, alle quali farò solo qualche cenno. – In campo psico-cognitivo H. Gardner (di Harward), il teorico delle intelligenze multiple (empatica, ecologica, sociale, musicale, spaziale, etc.), da anni si sta dedicando anche all’intelligenza “morale” che, se venisse scientificamente avvalorata come le altre otto, farebbe ridere il teschio dell’ombroso nella teca del suo contestatissimo museo torinese (e – un po’ meno – gli attuali sistemi giuridici). – In campo genetico D. Reich (sempre di Harward) ci dice che occorre “ripensare le razze”, che ora si definiscono eufemisticamente “ascendenze” o “varianti geografiche”, poiché ci sono effettive differenze tra le popolazioni e siamo tutti parenti ma tutti differenti (i neri ad esempio non possono battere i bianchi nelle gare di nuoto e sono più soggetti al diabete – fatti incontestabili ma ancora improferibili).
    Ora nel mondo scientifico esiste un “ammortizzatore di cazzate” (la “Peer review”, o revisione preventiva tra pari), mentre al tempo di Lombroso fino in epoca recente esisteva solo la lotta intestina, la denigrazione o l’adesione. Ogni scienziato adesso sfoggia modestia nel dire che la scienza procede “per tentativi ed errori” e qualcuno afferma che rappresenta solo una “metafora del vero” (F. Ricca), cioè il sapere degli uomini, non certo di Dio. Pure Einstein prese cantonate storiche: la frase “Dio non gioca a dadi con l’universo” dovette rimangiarsela alla luce delle evidenze quantistiche. L’EVO-DEVO, la scienza epigenetica, osservando nei fenotipi mutazioni cromosomiche rapidamente trasmissibili, fa pensare che anche Lamarck, obsoleto dopo Darwin, potesse avere qualche forma di ragione. Del cinismo di Malthus poi, in questi tempi di epidemia, è meglio non parlare.
    A. R. Wallace arrivò alla teoria dell’evoluzione per selezione naturale in poco tempo, ma gli scipparono l’idea con un’altra uguale, se pur ancora da elaborare dopo decenni, con una pubblicazione anticipata frettolosamente, che ha decretato il successo storico di un solo vincitore oggi conosciuto (Darwin), mentre all’altro poveretto hanno dedicato solo una linea geografica tra Indonesia e Australia che ben pochi conoscono.
    R. Dawkins (di Oxford) non ha parlato solo di “geni egoisti”, ma anche di trasmissione di “memi” replicatori ed “evoluzione culturale” (tema affrontato dal “nostro” già cent’anni prima). Perfino una recente ricerca sulle preferenze sessuali (la “Digit-ratio”) si basa su riscontri antropometrici del tutto lombrosiani, discutibili ma pubblicati dopo peer reviews e sicuri al 50%, come le previsioni astrologiche, i placebo omeopatici, i vaccini anti-Covid cinesi, o fidarsi di uno con la faccia da delinquente.
    Il famoso matematico A.L.Barabasi, che ha studiato per anni con i suoi ricercatori il segreto del successo, pubblicando poi “La formula”, potrebbe spiegare ora la fama del “vero-torinese” in vita e poi il suo oscuramento “ombroso”, con queste semplici deduzioni qui da me parafrasate in rime sciolte:
    a) Buone prestazioni in campo limitato = successo illimitato. b) Successo precedente x fitness intermittente = successo definitivo non imminente. c) Ostinazione perseverante + sfortuna + prestazione non misurabile e incoerente = successo incerto senza coefficiente. Tanti auguri, Cesare.
    Dopo tutte queste superflue chiose personali al bel lavoro di Max che invito a leggere, permettetemi di affermare che siamo tutti vittime più o meno consapevoli del “pensiero convergente”, in campo ambientale, dove Max ha coniato il bel neologismo “ecoapocalittico”, di genere o quant’altro. Io poi, come creativo sulla carta e pensatore divergente, francamente ne sono proprio stufo. Se non posso più dire che Lauzi e Battisti non erano fascisti, che Pavarotti era discronico e non andava a tempo, che De Andrè non era un musicista originale e che De Gregori è un dylaniano di maniera, mi si lasci pure in pace. Sono ancora un uomo analogico che “in rete” non ci può stare, uso il cellulare come fosse una cabina telefonica e ho una mail che sembra una rivendicazione sessantottina (maolucci@libero.it).

  2. Sabato Cuttrera

    PREFAZIONE

    Prof. Luigi Berzano

    La notorietà di Torino quale capitale dello spiritismo ha avuto di recente grande risonanza. Un lungo elenco di pubblicazioni e di rapporti giornalistici ha riprodotto l’immagine di Torino quale “città magica”, “concentrazione di sette segrete”, “buia capitale dell’occultismo”, “città di associazioni misteriose”.1
    In realtà la connotazione magica di Torino, quale suo genius loci, non ha fondamento, nonostante le decine di libri che l’hanno pubblicizzata. Questa “Torino magica” vive solo nella testa di chi ne ha scritto, dando connotazioni magiche al Museo Egizio, alla Sindone, al Manoscritto Tibetano, al Liber de potestate et sapientia dei e ad altri luoghi e simboli presenti a Torino. La connotazione magica di Torino non risulta perciò fondata e richiama piuttosto il contesto delle “credulità” o delle “leggende metropolitane”. Le forme e i consumi magici attuali non sono una “specialità” di Torino, ma fanno parte di interessi magici più generali, tipici di questo periodo storico: ritorno degli astrologi e dei maghi, contatti e Fratellanze Cosmiche, era dell’Acquario, riscoperta delle religioni orientali, sperimentazioni newagers. Diversa attenzione, invece, potrebbe avere la ricostruzione della più antica tradizione esoterico-culturale ed associativa torinese che propone l’ultima opera di Massimo Giusio Lombroso e il crimine: briganti, mafia, camorra. Il volume tratta di tutti gli apporti scientifici del grande e poliedrico studioso Cesare Lombroso, non escluso quello della ricerca positivistica sullo spiritismo. É da dire che nessuna, tra le pubblicazioni di questi ultimi anni sulla Torino magica, ha mai dato attenzione a questa tradizione storica tipicamente torinese.2 Innovativo e utile è dunque il progetto di Giusio di ricostruire le componenti più dimenticate della grande figura intellettuale del Lombroso, al quale è toccata in sorte di avere tanta poca considerazione dopo la morte, quanta grande ne ebbe in vita, a livello internazionale, per le sue teorie bio-antropolgiche del crimine. Si fa cenno qui alla presenza di Cesare Lombroso nella storia degli Annali dello Spiritismo in Italia pubblicati a cura della Società Torinese di Studi Spiritici dal 1864. La continuità di questa sub-cultura spiritica torinese, arricchitasi a fine Ottocento di istanze positivistiche ad opera di Cesare Lombroso e di ossessioni sperimentali e visive, rappresenta tuttora un tratto della Torino definita “città–laboratorio” per i suoi aspetti economici, sociali e tecnologici. Anche il laboratorio è una denominazione tipica del vitalismo positivistico e sperimentalistico lombrosiano, quello che creò tra chimica e biologia, spiritismo ed energia elettrica, mostri, il cui mito e simboli letterari sono noti per il loro carattere horror. Torino nel 1850, dopo alcuni casi di “possessione”, era stata al centro di animate discussioni e confronti fra quanti sostenevano la credenza nella presenza del demonio e quanti affermavano il metodo scientifico come unico metodo di conoscenza. Queste discussioni erano vivaci nella Torino borghese che leggeva il volume pubblicato a Parigi nel 1857 II libro degli spiriti di Allan Kardec. In quegli anni era già operante nella capitale sabauda la Società Torinese di Studi Spiritici dedita allo studio dello spiritismo.3
    Contemporaneamente era nato nel 1855 il Magnetofilo che si occupava di problemi attinenti alla scienza, ma anche di fenomeni spiritici. Nel 1863 venne costituita attorno al tipografo e medium Enrico Dalmazzo la Società Torinese di Studi Spiritici che, tra le altre attività, promosse la pubblicazione della rivista mensile Annali dello Spiritismo in Italia (direttori: Teofilo Coreni e dal 1865 al 1898 Niceforo Filalete). Gli Annali, divenuti ben presto la pubblicazione spiritica più importante, continuarono fino a fine secolo rappresentando – soprattutto per la presenza e gli scritti di Cesare Lombroso – il luogo d’incontro e di confronto fra i maggiori studiosi dello spiritismo italiano e internazionale. Iniziando la sua direzione nel 1864 il Dalmazzo, che si firmava Teofilo Coreni, scriveva:
    «Il materialismo, che tanto male fece per lo passato dell’umanità, è dallo Spiritismo definitivamente debellato e vinto. Lo scopo della vita dell’uomo sulla terra è dimostrato luminosamente, e sono spiegati e resi intelleggibili molti dei problemi che più intricarono i filosofi di tutti i secoli. (…) Noi desideriamo agevolare il conoscimento di questa scienza che (…) pare ora ricevere un grandissimo sviluppo dalle non interrotte comunicazioni, e dagli aiuti straordinari e spontanei che ad essa danno gli spiriti già liberati dal corpo e vissuti in tutti i tempi».
    Questo era il clima culturale nel quale crebbero gli interessi di Cesare Lombroso per lo spiritismo, culminati infine nelle sperimentazioni con la medium Eusapia Palladino. «Io sono vergognato e dolente di aver combattuto con tanta tenacia la possibilità dei fatti così detti spiritici; dico dei fatti, poiché alla teoria sono ancora contrario. Ma i fatti esistono; ed io, dei fatti, mi vanto di essere schiavo».4
    Il clima di moderatismo, di tolleranza, di libertà di stampa, di associazione e di insegnamento, che si respirava in quegli anni nella capitale sabauda sotto il governo di Massimo d’Azeglio e poi di Cavour favorì lo svilupparsi dello spiritismo e richiamò a Torino esuli ed emigrati da ogni parte d’Italia. Torino divenne centro di emanazione delle dottrine spiritiche anche grazie alle tesi della scuola positivista di Cesare Lombroso. Proprio in quel contesto positivista lo spiritismo lombrosiano si pose sul terreno di una discussione scientifica dei suoi presupposti ed esperienze. Bisogni e forme esoteriche che ebbero l’effetto di rappresentare sempre più Torino per la sua struttura urbanistica formata sulla geometria razionale delle linee, dei punti, delle triangolazioni; Torino, città appartata, con le sue disposizioni all’innovazione di ristrette élites e con il suo adattamento individualistico; Torino con la sua tradizione giansenista. Esiste dunque a Torino una tradizione spiritica di lunga durata – come questo libro documenta – alla quale ha contribuito pure Cesare Lombroso. Ma non è la tradizione della “citta magica” o quella delle iper-determinazioni simboliche dei punti, delle linee e dei triangoli magici. È piuttosto la tradizione fatta di aggregazioni, di bisogni e di pratiche simboliche strettamente connesse con la storia e la cultura torinese. É la tradizione dello spiritismo torinese che Filippo Barbano – uno studioso torinese troppo presto dimenticato – così descrive: Gli attuali bisogni esoterici sono anche una forma di rifiuto etico, morale. E ciò, a proposito di Torino, aprirebbe il discorso sull’ethos pubblico e privato di questa città, la sua koiné giansenista, spesso bigotta e conformista. (…) A Torino l’eccellenza dell’innovazionismo di questi ultimi anni è cultura di pochi, di una ristretta élite. La saturazione tecnologica porta Torino a essere egemonizzata da una iperbolica ingegneria dell’innovazione, rispetto alla quale l’immaginazione e la fantasia chiedono ancora la loro parte. Il ritualismo magico-esoterico di certi strati sociali di Torino, non solo popolari, potrebbe però spiegarsi anche come una forma di adattamento individuale ritualistico, in un contesto urbano le cui regole di vita ufficiale e di lavoro quotidiano non permettono evasioni, né infrazioni, né trasgressioni, né tante fantasie.5
    Luigi Berzano
    Università di Torino

    1 Sono tutte definizioni date dalla stampa durante il Convegno Diabolos Dialogos, Daimon, tenutosi a Torino nell’ottobre del 1988. Il convegno venne considerato da alcuni ambienti come una macchinazione diabolica, nonostante che nei progetti dei promotori sociologi, storici, scienziati, teologi, si trattasse di un convenium di studio avente per oggetto le immagini e le riflessioni filosofiche, letterarie, artistiche, socloculturali e psicologiche del problema del male. Si veda Filippo Barbano (a cura di), Diavolo, Diavoli. Torino e altrove, Milano, Bompiani, 1988.
    2 M. Di Bartolo, Mistici e maghi a Torino, Cortina, Torino, 1984; G. Dembech, Torino città magica, L’Ariete, Torino, 1978; A. Fenoglio, I misteri di Torino, PIB, Torino, 1978; A. Luciano, I magici misteri di Torino, Ed. Horus, 1988; C. Oberto, Misteri di Torino, Ed. Horus, Torino, 1987; P. Pantoni, Le memorie del boia di Torino, PIB, 1972.
    3 La prima Società nacque a Torino nel 1856 attorno a figure quali il vice-presidente della Camera dei Deputati, Gaetano De marchi, professionisti ed esponenti di casate illustri del capoluogo sabaudo. Cfr. M. Biondi, Tavoli e medium, Roma, Gremese, 1988; R. Dall’Acqua, Almanacco dello Spiritismo II, Torino,1866; L’Epoca Nuova, Torino, Tip. Franco e Figli, 1966; F. Scifoni, Lo Spiritismo, Torino, Lib. Degiorgis, 1866.
    4 Citato da Ernesto Bozzano, “Cesare Lombroso e la psicologia supernormale”, in A.V., L’opera di Cesare Lombroso nella scienza e nelle sue applicazioni, Torino 1906, cit. p. 49. Di quelli stessi anni è il volume di Cesare Lombroso, Sui fenomeni spiritici e la loro interpretazione, Mesmer, Torino, 1907.
    5 Filippo Barbano (a cura di), Diavolo. Diavoli. Torino e altrove, cit., pp. 194-195. Negli anni 1998-1999 presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino con Filippo Barbano tenemmo alcune lezioni nel Corso di Sociologia sugli Annali dello Spiritismo in Italia e su Cesare Lombroso a Torino.

  3. Sabato Cuttrera

    INVITO ALLA LETTURA

    di Furio Gubetti

    Dopo essere stato esaltato in vita, in modo anche eccessivo – il Re Vittorio Emanuele II lo aveva definito un “vanto della Scienza italiana” – e vituperato dopo morto, in modo altrettanto esagerato, con l’accusa di essere un ciarlatano, un razzista, un antimeridionalista, sembrava infine aver raggiunto il porto dell’oblio, relegato nel suo Museo di Torino, come una reliquia delle bizzarrie che ogni tanto la Storia delle Scienze ci dona. Ci voleva la curiosità onnivora e la lucida intelligenza anticonformista di Max Giusio per affrontare una rivisitazione del personaggio Lombroso, per farne un quadro più obbiettivo, meno caricaturale nel bene e nel male. Lo fa ripercorrendo tutte le tappe della sua lunga carriera, iniziando dai suoi trionfi in vita, quando metà del mondo accademico lo acclamava come il padre della criminologia e l’altra metà criticava duramente le sue teorie sul “delinquente nato”, ma nessuno poteva permettersi di ignorarlo. Poi, dopo la sua morte, quando subì l’ostilità di Padre Agostino Gemelli, studioso molto influente durante il regime fascista, che lo accusava di minare le basi del libero arbitrio, anche nella scelta di delinquere, come conseguenza inevitabile della sua adesione al positivismo materialista ateo (era anche un esponente istituzionale del Partito Socialista, cosa che molti suoi critici odierni politicamente corretti preferiscono ignorare). Questo non impedì che molte sue idee fossero presenti nel Codice Rocco e persino in quello tuttora vigente (per esempio il concetto di “delinquente per tendenza”), perché la Repubblica democratica non è stata in grado di riscrivere totalmente il Codice Penale e continua a rattoppare quello fascista, spesso anche in modo inadeguato e contraddittorio.
    Da opposta sponda a quella di Padre Gemelli giunsero le critiche di Gramsci, senza citare Lombroso direttamente, lo accusò di essere fra quelli che descrivevano i meridionali come individui “biologicamente inferiori e semibarbari”. Questa accusa di antimeridionalismo esplose in modo grottesco in anni recenti quando un Comune calabrese fece causa al Museo Lombroso perché restituisse il cranio di un suo concittadino. Un centinaio di altri Comuni del Sud appoggiarono questa richiesta, nacque addirittura un Comitato che pretendeva la chiusura del Museo. Per fortuna dei magistrati ancora di buon senso bloccarono questo delirio collettivo “politicamente corretto”, versione moderna della caccia alle streghe, che ricorda l’abbattimento dei monumenti di Colombo e di altri personaggi storici.
    Giusio, da giurista quale è, difende Lombroso dalle accuse più infamanti, ma con equilibrio, senza negare l’esistenza di cose difficilmente giustificabili. Gli riesce bene con l’accusa di antimeridionalismo, citando delle affermazioni di Lombroso di sincera ammirazione per le virtù dei Popoli meridionali, anche se in verità sono indirizzate prevalentemente a quella parte della popolazione che, secondo lui, discende dagli abitanti della antica Magna Grecia.
    Meno convincente sembra la difesa dall’accusa di qualche forma di razzismo, perché se è vero che Lombroso, nell’ultima edizione del suo monumentale trattato su “L’uomo delinquente”, rivede le sue precedenti posizioni aprendo alle cause sociali e ambientali del crimine, non le rinnega, ammettendo soltanto che le cause innate riguardano soltanto una minoranza di casi. Inoltre la sua presa di distanza dal darwinismo sociale e dalle teorie degenerative non è così netta. Perché un materialista coerente non poteva, in quell’ambiente culturale ed in quel tessuto determinista, che ritenere fondamentale la componente biologica, genetica, quindi anche le differenze razziali nella predisposizione al crimine, e non mi sembra che Lombroso nelle sue opere lo abbia mai superato del tutto.
    Anche oggi ci sono molti criminologi, in tutto il mondo, che cercano nei criminali caratteristiche genetiche particolari, altri indagano sulla neuroendocrinologia o sulle strutture cerebrali, fino ad ora senza molti risultati, ma non si può escludere che in futuro li abbiano. In quel caso dovranno riconoscere che è stato Lombroso a indicare loro, seppure con molte sviste marchiane, la strada, che lui non ha potuto percorrere fino al successo soltanto perché privo dei mezzi tecnici oggi a disposizione, costretto a cercare una impossibile risposta nella sua enorme collezione di teschi. L’interessante saggio di Giusio non esamina soltanto l’evoluzione del pensiero di Lombroso, ma anche quella che potrebbe essere giudicata una involuzione senile, forse indotta da timori per il suo precario stato di salute: un ossessivo interesse per lo Spiritismo nei suoi ultimi anni di vita. Il contrasto con il suo precedente materialismo è meno sconcertante se lo collochiamo in quel periodo storico dove, come reazione alla gabbia del pensiero positivista, si assisteva alla liberatoria esplosione di ogni forma di irrazionalismo, fino agli estremi della Teosofia della Blavatsky o dell’Antroposofia di Steiner.
    Infine vi sono dei saggi sugli studi, di grande interesse storico ma con alcune osservazioni ancora attuali, su Mafia e Camorra fatti da Lombroso e si conclude una antologia di suoi scritti, compreso un inedito. Un libro, in conclusione, che diverrà una lettura indispensabile per chi vorrà in futuro approfondire la conoscenza del personaggio Lombroso. Leggendolo ho avuto l’impressione, certamente opinabile, che gli innegabili tratti di genialità dell’uomo siano stati in parte soffocati dalla sua personalità di collezionista ossessivo, più attento alla quantità che alla qualità di quanto compulsivamente accumulava, fossero i reperti un po’ macabri del suo Museo o gli aneddoti di “Genio e follia” o, addirittura, le storie di sedute spiritiche.

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Editorial Review

LOMBROSO UOMO MISTICO 

L’antropologia criminale, sotto il fascismo, fu progressivamente isolata anche sul piano accademico, marginalizzata sul piano culturale, giuridico e penalistico, confinata in una nicchia medico-legale e psichiatrica. Nel 1936, il regime fascista (delle cui idee sarebbe, per qualcuno, almeno parzialmente ispiratore Lombroso), con uno speciale decreto del Ministero dell’Educazione Nazionale ordinò addirittura l’abolizione dell’insegnamento dell’antropologia criminale in tutti gli atenei d’Italia. Bando poi rimosso qualche anno dopo, per assecondare imponenti voci internazionali ed il Congresso che si svolse in Italia a tal fine. Particolare rilievo ebbero, nel corso degli anni Trenta, le riflessioni di B. Di Tullio, grande nemico anch’egli dell’eugentica qualitativa, apertamente fiducioso nella correggibilità del delinquente, che propose, rigettando l’atavismo ma recuperando le notazioni lombrosiane del 1903, le sue idee umanitario-rieducative: «non crediamo affatto alla opportunità ed alla stessa utilità di quei mezzi di terapia violenta, che vanno sino alla sterilizzazione, e che dovrebbero tendere a rendere organicamente inoffensivo il delinquente, come se veramente si trattasse, secondo quanto da alcuni si continua ingiustamente a credere, di un individuo preistorico, avente affinità a volte coi rosicanti, a volte coi carnivori, ecc. Trattandosi invece di una personalità solamente difettosa ed incompleta (…) è naturale che anche per tale tipo di delinquente debbano avere efficacia più o meno decisiva quegli stessi mezzi curativi e rieducativi, che valgono per tutte le altre categorie di individui deboli, gracili, difettosi ed anormali in genere».
Non vi è quindi stata, secondo la storiografia più avanzata, alcuna reale derivazione – diretta o indiretta – fra il pensiero di Cesare Lombroso e l’eugenetica razzista; semmai le sue idee sulla “degenerazione utile” ed i suoi prograMmi di rieducazione e cura ne hanno temperato gli sviluppi. Ben altre sono state le radici culturali remote del razzismo eugenico, ricostruibili soprattutto in autori tedeschi, inglesi e svedesi.
Due allievi diretti, i più vicini, di Lombroso, Mario Carrara e Guglielmo Ferrero, mariti delle sue due figlie Paola e Gina, furono ferventi ed attivi antifascisti. Carrara fu uno dei pochissimi in Italia (dodici!) docenti che rifiutarono nel 1931 il giuramento di fedeltà al regime. Scrisse al Ministro: “non ho sentito di potermi impegnare a dare intonazione, orientamento, finalità politiche alla mia attività didattica, la quale in tanto reputo più efficace ed alta, in quanto più pura di finalità pratiche e contingenti (...) se noi dobbiamo formare nei giovani una conoscenza “scientifica”, dobbiamo guardarci dal turbarne la spontanea formazione con apriorismi dottrinari e preconcetti finalistici”. Credo che il suocero sarebbe stato fiero ed orgoglioso di questa riflessione.
Una conclusiva notazione, a margine di quanto già detto, va posta al tema di un influsso politico e culturale nefasto, di tipo antimeridionalista, delle posizioni lombrosiane negli anni e nei decenni successivi, sulla vita e sulla scienza nazionali. A parte gli innumerevoli giudizi positivi che il medico offre del popolo calabrese, lucano, campano e siciliano, indicando virtù e caratteri lodevoli e non solo tendenze temperamentali o dati statistici che possono sembrare discriminanti, Lombroso contò decine di grati allievi provenienti da quelle regioni, che spesso assursero a carriere prestigiose, cattedre autorevoli, incarichi istituzionali direttivi, fama e gloria internazionali. Ci fu discriminazione, ispirata da Lombroso, nelle politiche sociali ed economiche verso il Mezzogiorno? Basta osservare le statistiche della provenienza dei Parlamentari nel Regno d’Italia. Garibaldi era stato eletto senatore a Napoli, con consensi straripanti. Ferdinando Palasciano, di Capua, fu uno dei parlamentari più attivi nel campo delle riforme sanitarie e fu molto apprezzato dai Savoia, e ciò nonostante il suo passato borbonico. Il ruolo di deputati e senatori provenienti dal Sud fu importante, culturalmente significativo ed in tanti casi prezioso ed apprezzato. La tesi di Bachelet di un “certo atteggiamento colonizzatore assunto dsall’amministrazione unitaria” specie in alcune regioni, come in Campania, è stata fortemente contestata: perchè, in tutto il resto dei territori annessi d’Italia, non si registrarono mai tali “atteggiamenti colonizzatori”? Neppure nelle regioni centrali, spesso dense di mentalità clericale e lontanissime dal tessuto culturale sabaudo. La storiografia meridionalista classica, quella moderna e quella c.d. “deterministica” contengono, tutte e tre, elementi condivisibili e dati opinabili, ma l’idea di una influenza delle idee di Lombroso, cosi come viene posta per esempio da gruppi neoborbonici, sembra davvero infondata e pasticciata. Del resto, al referendum del 1946, ci fu un occasione storica. Un popolo davvero discriminato, perseguitato, maltrattato dai Savoia avrebbe potuto offrire un segnale significativo, una punizione esemplare. La monarchia, invece, fu stravotata: intorno al settanta per cento, con punte verso l’90 per cento a Napoli. Per non parlare della costiera amalfitana. A Positano votarono per i Savoia il 94 per cento, a Tramonti il 92, ad Amalfi il 79,5. La circoscrizione del Mezzogiorno italiano dove i Savoia presero meno voti fu Catanzaro: 514 mila, ma pur sempre il 61 per cento, e ciò contro la temuta e criticata dinastia piemontese sfruttatrice?
Nostalgismo, o autolesionismo, quindi? O innata tendenza di favore per l’essere guidati da regimi monarchici? Se la continuità sabauda fosse stata così odiata, persecutoria e razzista, ispirata da teorie antimeridionaliste e melevole, protagonista di settant’anni di colonialismo, disparità, malcontenti e pregiudizio, un consenso così plateale sarebbe davvero un bell’enigma. Da spiegare in modo convincente, e non con luoghi comuni o stereotipi.
La verità è che Lombroso fu uno scienziato con idee innovative, ma immerso nel suo tempo, nel suo contesto scientifico, nel suo desiderio di esplicare puntigliosamente, giustificare empiricamente ed eziologicamente, fideisticamente, in una stima straripante, tipica della fase del determinismo positivista, nelle leggi causali, nel potere della scienza e del metodo sperimentale e statistico. Un bilancio complessivo è impossibile, tra idee ingenue e balzane, assurdità e paradossi, deduzioni strampalate, ma che ha visto e vede anche l’emergere di qualche merito vero ed incancellabile. Il lascito giuridico e politico della Scuola Positiva, ed i suoi sviluppi nella sociologia criminale di Ferri, lo studio dell’esistenza di fattori extravolontari nella scelta criminale, lo studio delle controspinte inibitorie al delitto, formularono ragionamenti e principi che incisero profondamente sulla critica all’impostazione sanzionatoria tradizionale, sulla neutralizzazione delle pericolosità potenziali, sull’umanizzazione del trattamento penale, del sistema carcerario, dell’attenzione all’uomo ed ai suoi fattori psicologici e sociali, educativi, scolastici, sul rafforzamento delle controspinte criminorepellenti di tipo etico e formativo. Con l’ormai irreversibile eredità positiva di nuovi indirizzi nell’esecuzione della pena carceraria, non più ritenuta di per sé idonea al recupero del reo ma da integrare con interventi tecnici (medici, psicologici, educativi, pedagogici), tendendo a percorsi di risocializzazione e cura, più che alla pura sofferenza espiativa o all’afflittività retributiva della pena. Il codice penale del 1931 accolse il sistema del “doppio binario”, sostanzialmente ancora in vigore: pene e misure di sicurezza, osservazione trattamentale, prospettiva del reinserimento in società, principi e regole rimasti immutati nel codice ed armonizzati dall’evolversi della giurisprudenza costituzionale. Gli ospedali psichiatrici giudiziari, frutto delle intuizioni e delle idee ed impostazioni lombrosiane, sono stati chiusi solo nel 2016.
Felici neologismi, coniati un secolo e mezzo fa dal medico veronese, informano codici e processi e sopravvivono inalterati sino ai nostri giorni. Numerose ricerche, soprattutto americane, da mezzo secolo ripropongono l’idea di un corredo e di un substrato genetico di propensioni, tendenze, inclinazioni vincibili, superabili, che non escludono certo la libertà di scelta e la responsabilità ma propongono risultati interessanti rilevabili nell’ambito delle neuroscienze, ed in particolare della diffusa espansione della neurocriminologia. Nel cervello umano si anniderebbero, in modi e forme ancora poco note, forme di alterazione gravide di possibili ripercussioni sul comportamento: sono ormai celebri le ricerche sul rapporto, unito ovviamente ad altri fattori concausali nella criminogenesi (ambiente, scelta razionale, teorie della “routine”, responsabilità sociali, ecc.) tra tipologie di relazioni sociali e anomalie nel corretto funzionamento del sistema neuroendocrino, con alterazioni del DNA e che impattano sugli assi ipotalamo-ipofisi-tiroide (HPT), ipotalamo-ipofisi-surrene e somatotropo nel quale è coinvolto l’ormone della crescita (GH).
Nuovi determinismi, quindi? O qualcosa che gli somiglia molto? Le critiche a queste ricerche non mancano, anche oggi. Molto preferibile sarebbe in ogni caso parlare di fattori concomitanti, favorenti, che da soli spiegano poco o nulla, e di necessità inopinabile, nell’analisi dei fattori criminogeni, di metodi e approcci multifattoriali, policausali ed interdisciplinari. Ma l’attenzione a ricercare nella morfologia del cervello - come fece Lombroso sbagliando e soffermandosi soltanto, privo dei mezzi tecnoscientifici attuali, sulla sfera fisica osservabile - relazioni dirette o indirette con inclinazioni, aggressività e comportamenti umani, come si vede, un secolo e mezzo dopo la nascita dell’Antropologia criminale non si è spenta, ma si è sviluppata con crescente interesse e risultati significativi persino in prestigiose università americane, inglesi, francesi.
In un secolo e mezzo, di Cesare Lombroso, quindi, si è detto tutto, ed il contrario di tutto. Mentre era in vita è diventato un gigante internazionale, i suoi libri facevano il giro del globo, collezionavano traduzioni e commenti autorevoli. Lo si invitava ovunque a convegni e dibattiti, proprio come una celebrità. Una stella mondiale, un italiano innovativo, dalle idee sconcertanti ma fascinose. Dopo la morte, gli si è scagliato addosso ogni tipo di vituperio: servo venduto alla borghesia, ateo senza cuore ed anticristiano, ispiratore di follie razziste, sciocco ciarlatano, credulone e visionario, prototipo di un antiscienziato senza metodo e coscienza. In ultimo, raccoglitore abusivo di resti, figuro macabro privo di umanità, di pietas e di sentimento per i defunti. Contestualizzare Lombroso, liberarlo da accuse altrettanto ingenue e dal crucifige di lobbies e pseudorevisionismi storici o localistici, è stato difficile, ed è stato reso ancor più complicato dalla creazione della “leggenda nera”, dai colori neoborbonici sbandierati fintamente a difesa delle genti meridionali, che invece non ne hanno alcun bisogno e sanno valorizzarsi con onore e qualità senza ridicole ed antistoriche crociate antiunitarie. “Contestualizzazione”, credo sia la parola chiave. Se c’è, forse una colpa vera, di Lombroso, non sta certamente nel considerarlo progenitore di ideologie nefaste, di razzismi o di follie eugenetiche cui era estraneo per natura e per formazione e che trovarono radici e sviluppi altrove. Il limite autentico, di cui però così poco si è parlato sinora, sta, a mio parere, nella visione del rapporto tra Natura e Storia, che in Lombroso diventa ineluttabilmente la relazione tra Materia e Spirito. Non è casuale, l’ateismo conclamato di Lombroso nonostante l’estrazione ebraica, con una famiglia molto rigida ed osservante, ed una reviviscenza di interesse spirituale e per l’Aldilà negli ultimi due o tre anni. Se tutto si spiega naturalisticamente, materialisticamente, se le leggi eziologiche si pongono in via preponderante nell’immanente, nell’osservabile, nel “visibile scientificamente”, si finisce per oscurare quella componente spiritualistica della specie umana, che ne è invece il tratto distintivo, da cui derivano libertà di scelta, responsabilità, libero arbitrio. Se le condotte, le virtù ed i vizi, dipendono dalla morfologia e dall’anatomia e dai loro risvolti meccanicistici, resta poco spazio per Dio. Per il problema eterno del Male, e del primato ontologico, finale, del Bene. E per la spiritualità dell’Uomo.
Va ammesso però che il valore imperituro e l’importanza di Lombroso, nella scena internazionale, restano ancora ai nostri giorni indiscutibili e ben riconoscibili, a dispetto di decontestualizzazioni e facili semplificazionismi. Fu un figlio e un testimone vorace del suo tempo, curiosissimo, impaziente ed avido di spiegazioni empirico-descrittive, con una fiducia, probabilmente eccessiva, nelle rilevazioni statistiche. Onnivoro, eclettico, ma non razzista. Nè armato da pregiudizi eugenici. Fu audace nelle conclusioni, facile a revisioni e ritrattazioni. Ma non antimeridionalista. Almeno nel senso che i suoi avversari gli attribuiscono. Gli studi degli ultimi trenta, quarant’anni, lo hanno in qualche modo riabilitato con pienezza. Come la critica storica più avveduta, ed in ultimo, persino la Corte di Cassazione.
Non fu nè un mostro, nè uno sciocco, nè un ciarlatano. Fu, senza ombra di dubbio, un testimone autorevole, estroso, poliedrico ed ingegnoso del suo tempo.Mi sono impegnato, con questo modesto lavoro, a cercare di dimostrarlo...