L’era del viceré Moncada: Hugo de Moncada (1527-1528). Asburgo di Spagna. Vol. 4 di De BaeÇa Gaspar e Cuttrera Sabato – isbn 9788872973080

In offerta!

44,00€ 39,00€


Copertina posteriore

IL NOBILE CHE SCIPPò IL REGNO AGLI ARAGONESI

ricapitolazione moncada, il nobile fatto viceré che scippò il regno agli aragonesi premessa storica dell’editore francia e spagna rivendicano napoli lo strascico tra guelfi e ghibellini 1. L’interregno spagnolo, dopo il Viceré Carafa 2. L’invasione francese sotto il Generale Moncada 3. La conquista di Lautrec comincia dall’Abruzzo introduzione dello storico di d.a. parrino ugo moncada: anni 1527-1528 prologo del cronista coevo di a. castaldo preambolo sulla napoli del ‘500 l’imperio di carlo v nell’era dei prorex anni 1526-1529 Capitolo 1. IL CABALLERO che partecipò al sacco L’IMPERATORE ALZA IL TIRO, POI SI SCUSA — Il subentro a Carlo di Lannoy detto della Noia — Sacco e assedio al Pontefice, morte del predecessore — Francia e Inghilterra pronte all’invasione con o senza peste Capitolo 2. la francia, primo flagello del 1528 in guerra con il generale lautrec — Ingresso a L’Aquila del comandante francese — L’Imperatore ordina la liberazione del Papa — Il Generale nemico a Lucera, Melfi e Ariano — Francesi alle porte di Napoli: da Atripalda a Nola — Veneziani su Otranto, Lautrec dentro Napoli — Il Viceré grazia i delitti e promuove processioni — I Francesi bloccano le derrate, rotta a Taranto Capitolo 3. solo scaramucce e stratagemmi nessuno vuole davvero combattere — Il futuro sarà deciso a tavolino: ora solo banalità — Il Generale nemico non vuole scontri, ma la resa — Si lavora di stratagemmi: il Caso Maramaldo — Evitato lo scontro: Oranges passato con Moncada — Sale la tensione tra i baroni: Moncada è debole — Moncada e Oranges: tutti spagnoli, ma su posizioni opposte Capitolo 4. un eremita incita i soldati a vincere ma sarà un disastro: sconfitta a cetara — Il falso sogno dell’eremita Barretto: vinceremo noi! — Capodorso, la Battaglia mortale nel Golfo di Salerno — Moncada ucciso sulla sua stessa nave Appendice Documentaria don ugo nella «vida» di de Baeça sunto, trascrizione e traduzione (Cap. I – XXVI) traduzione originale Note Bibliografiche G. de Baeça, Vida del famoso caballero Don Hugo de Moncada, inserita nella monumentale raccolta spagnola Colección de documentos inéditos para la historia de España, Vol. XXIV, Imprenta de la Viuda de Calero, Madrid 1854, pp. 19-76. Esso rappresenta il testo biografico fondamentale di area iberica, attinto direttamente dalle carte d’archivio e dalle memorie familiari dei Moncada.

Fonte: ABE
Descrizione sintetica del prodotto

premessa storica francia e spagna rivendicano napoli lo strascico tra guelfi e ghibellini 1. L’interregno spagnolo, dopo il Viceré Carafa All’inizio della dominazione spagnola del ramo asburgico l’ex trono era stato affidato (1522) ad un Luogotenente di casa, Andrea Carafa della Spina, Conte di Santa Severina, il quale, dopo la fedeltà dimostrata al Cattolico, sotto Carlo V restò alla guida del Viceregno immaginando una certa stabilità. Perciò si fece costruire il Palazzo napoletano di Pizzofalcone, ai piedi della rocca aragonese immersa nell’antico cratere del Monte Echia, poi destinato alle soldatesche quale avamposto frontale a Castel dell’Ovo. La sua tranquillità fu turbata dalle idee del Re di Francia pronto a far invadere nuovamente Napoli dai suoi alleati quando, “nell’anno 1525, ritrovandosi Luocotenente del Regno Andrea Carrafa Conte di Santa Severina”, mandò il Duca d’Albania ad assaltare le coste partenopee. Dichiarato l’allarme il Carafa “chiamò tutti i baroni à Parlamento, richiedendoli che insieme con lui dovessero guardare, e difendere” Napoli in nome del loro Re-Imperatore. La notizia dell’invasione franco-albanese e quella della chiamata alle armi della patria inorgoglirono il Principe di Salerno, il quale, per attestare la sua fedeltà agli Spagnoli e “per dar esempio à gl’altri, in pochi giorni fè nel suo stato 1200 fanti, 60 huomini d’armi con 4 cavalli per ciascuno tutti nobili, e suoi feudatarii, e 100 cavallileggieri con spesa di più di 30mila scuti, tutte genti elette, e ben in ordine di sovravesti, e altre correnti. Questi per ordine del detto Viceré andarono alli confini del Regno”, ma la prima città a cadere in dominio dei Francesi sarà proprio Salerno.21 Tutto cominciò quando i Francesi si impadronirono di Milano col luogotenente Tommaso da Foes Signor di Lescu arretrando gli imperiali a Lodi pensando di fronteggiarli a Pavia. Per far spostare il nemico dalla zona il Re di Francia pensò di distrarlo inviando Giovanni Smardo Duca d’Albania “con quattromila fanti, fra Italiani, e Svizzeri: ducento huomini d’arme, e seicento cavalli leggieri, levandoli dal suo esercito, perché andassero verso il Regno di Napoli, havendo ordinato che Renzo da Cerì facesse quattromila fanti, e altri cavalli Italiani, e andassero col detto Duca a quell’impresa”. Ordinando a Colonnese, che era a Roma, di radunare gente d’armi da quelle parti per fronteggiarli, gli imperiali non si mossero dalla Lombardia e, sopraggiunto l’inverno, il 24 febbraio 1525 diedero una sonora sconfitta all’invasore con gran mortalità della nobiltà francese e la cattura dello stesso Re di Francia trascinato prigioniero in Spagna desiderando fusse condotto alla presenza dell’Imperatore. Carlo ordinò subito di non fare troppa baldoria se non processioni per ringraziare dio della vittoria, mentre il Duca d’Albania, avuta la brutta notizia poco prima di Monterotondo romano, licenziate le truppe italiane, raggiunse l’armata francese a Porto Santo Stefano di Toscana. Carlo incontrò il maltrattato prigioniero rassicurandolo che presto l’avrebbe liberato, cominciando ad ottenere la liberazione di alcuni prigionieri di guerra che avvenne su ordine della Regina madre francese, compresi Andrea Doria, il Principe d’Orange ed Ugo di Moncada. Lasciati i due figli maggiori come ostaggi il Re tornò in Francia nel 1526 a patto di restituire alcuni stati e specialmente tutte le pretensioni in Italia. Stando così le cose il Papa, che già appoggiava i Francesi, decise di dare una mano anche a Francesco Sforza per disfarsi delle truppe imperiali e riprendersi il Ducato di Milano con l’appoggio dei Veneziani. Geronimo Morrone tentò anche di convincere il Marchese di Pescara a ribellarsi e ad “unirsi con loro, promettendogli cose grandi”. Il Marchese, però, “fingendo d’inclinarvi, scoperse tutti i loro disegni” dandone avviso all’Imperatore che era a Madrid, dal quale fu onorato del titolo di Capitano Generale al fine di arrestare Morrone, riprendere il Ducato e assediare Sforza rinchiuso nel castello. La risposta di Carlo V fu decisiva, aveva fatto però l’errore di sostituire i luogotenenti napoletani con la sequela annuale dei Viceré spagnoli, cominciati col Moncada, creando le premesse a continue ribellioni, decidendo di cambiare perfino gli stessi ministri del viceregno con funzionari stranieri. Moncada lasciò pure intendere al sovrano la gravità della situazione in seguito al passaggio dalla linea spagnola a quella fiamminga. Carlo rispose inviando l’esercito tedesco e sostituendolo con Don Carlo de la Noia creando di fatto un governo militare. Il nuovo Viceré-Generale e i suoi ministri sbarcarono infatti “in Gaeta con seimila fanti spagnuoli, e havendo perciò ripreso gl’imperiali ardimenti, ne passarono su lo Stato della Chiesa” in direzione di Frosinone per respingere le bande nere. Accolse poi la pace portata da Cesare Fieramosca, inviato dal Papa, il quale mostrava una lettera imperiale del 9 novembre 1527 che invitava alla tregua, sebbene ne seguiranno il sacco di Roma e la morte per peste dello stesso Viceré Della Noia.22 Nel 1527 l’Imperatore stette per sposarsi e, avendo i Commendatori persa Rodi, gli donò l’Isola di Malta e la città di Tripoli, dove passarono ad habitare, mentre il Re di Francia non mantenne il patto e fece Lega col Papa, i Fiorentini suoi discepoli e i Veneziani per liberare Sforza. Tutto ebbe inizio nel gennaio del 1527, quando la Lega si apprestò ad invadere il Regno di Napoli e, poiché i Francesi tardavano ad organizzarsi, i Veneziani decisero di inviare il loro Provveditore del mare, Agostino da Mola, per condursi a Civitavecchia per unire le sue galee a quelle del Pontefice e iniziare la conquista. I Veneziani sbarcarono a Terracina per far salire sulle galee 3.000 fanti condotti da Orazio Baglione per ordine di Papa Clemente che fece giungere a Roma dalla Francia Monsignor di Valdemonte, “al quale per essere della descendenza del Re Renato, appartenevano l’antiche ragioni della Casa d’Angiò sopra il Regno di Napoli, sperandosi che per certa affetione, che resta ancora nell’animo di molti verso la memoria di quei préncipi, e la parte francese, potesse giovare la presentia di Valdemonte, il quale faceva la Lega professione di constituire Re in quelli stati, dovendo egli prendere per moglie una nipote del pontefice, che era stata figliuola di Lorenzo de’ Medici, la quale all’hora communemente chiamavasi, la Duchessa d’Urbino”. Con a bordo il designato antiré di Napoli, l’armata delle 22 galee, s’avvio verso le coste del Regno, mentre Renzo da Ceri sarebbe entrato dalla parte dell’Abruzzo.23 2. L’invasione francese sotto il Generale Moncada Appoggiati dal Papa, i Francesi, intendevano reimpossessarsi del Regno lanciando all’avventura Monsignor di Vademonte, chiamato da alcuni baroni ostili agli Spagnoli, offrendogli addirittura il trono. Vademonte, fratello del Duca di Lorena, che “per la discendentia della casa d’Angiò pareva vi potesse pretendere ragioni e ritrovarvi amici e seguito, e con esso Oratio Baglione con tremila fanti” entrarono quindi nel Regno. Il Cardinale legato del Papa aveva già inviato il fedele Renzo da Ceri per la via d’Abruzzo, per conquistare quella provincia, come fece, prendendo l’Aquila, Tagliacozzo, Alba e Celano con otto galee, raggiunti da 13 galee veneziane. Nel Golfo di Napoli, intanto, la conquista proseguì con 22 galee col tentativo di prendere Pozzuoli; ma, non riuscendovi, l’armata si voltò verso Sud, cominciando a fare proprie Castellammare di Stabia e Torre del Greco “e camminando i soldati per terra accompagnandoli alla riva le galee, ‘accostorono alla porta del mercato di Napoli”. Qui trovarono a difenderla Ugo di Moncada ch’era in la città, e vedendo non farvi frutto, ritirati, e imbarcati i soldati andorona alla Città di Salerno, e la presero”.24 Vademonte, a bordo della “grossa armata, e essendo molto potente per mare, e per terra, prese ad un tratto Salerno con tutta quella riviera”. La conquista poi continuò perché il Monsignore e i Veneziani non si limitarono ad occupare solo le rocche della Costiera e, “passatone alla volta di Napoli, hebbe il Mongada all’incontro, col quale venuto alle mani l’urtò facendolo ritirare nella Città”.25 In verità, la mancata presa di Pozzuoli da parte di Doria (lanciatosi da solo nell’impresa e respinto dalle artiglierie), necessaria per l’acquisizione del porto di Baia, aveva inizialmente raffreddato gli animi, ma poi tutti si rincuorarono col sopraggiungere della flotta che ripartì “senza tentarne l’espugnazione” che optò per Castellammare per avere un “ricetto sicuro per le galle” sbarcandovi i soldati dopo aver sfoldato le mura. Il primo a scendere fu Paolo Giustiniano sopracomito e, saccheggiata la Terra, fu preso il Castello, prendendo una dopo l’altra tutte le Terre della marina senza alcuna resistenza e perciò fu possibile giungere Sorrento e Torre del Cervo. Ma, sebbene alcuni dicessero di attendere prima Renzi, l’obiettivo restava Napoli, dove la Città era già piena di debiti con la Camera e grande era l’odio di molti baroni verso gli spagnoli, per cui sarebbe bastato promettere l’annullamento di tutti i debiti per far sollevare i deputati e il popolo se dimostravano di volersi arrendere, minacciando, in alternativa, di dare fuoco ai palazzi. Inoltre spinto dalla carestia di grano (visto che molte navi che conducevano viveri erano state sequestrate), “il popolo da sé stesso levando qualche tumulto coi disordini di dentro apriva la via più facilmente alle mura della Città, e non dar tempo agli Spagnuoli d’ordinare le cose loro, e di provvedersi di maggior difesa: doversi considerare, che poco contrasto era bastante à sostenere le forze di quell’armata, le quali erano così deboli per lo poco numero di fanti, che non si poteva tentare quella espugnatione, se non con maggiore pericolo, che speranza; però convenirsi d’aspettare qualche soccorso di genti, ò di Francia con le navi, ò dall’essercito di terra; e fratanto potersi andare à Salerno, e prima che vi entrasse maggiore presidio, ridurre quella, e altre vicine à devotione della Lega; onde la Città stessa di Napoli converrebbe finalmente cadere loro nelle mani. Ma non essendo queste ragioni molto stimate, né parendo che elle militassero contra quelli beneficii, che erano sperati dal tentar allhora l’espugnatione di Napoli, fu risolto di mandare un araldo nella Città, il quale dimandasse, che ella s’havesse à consegnare alla Lega con quelle promesse, e con quelle minacci, come era stato nella consulta considerato. Ma Don Ugo di Moncada, che era nella Città, tenendo a freno il popolo, e risoluto di difendersi, come intese l’armata essere circa quattro miglia vicina, posti insieme duemila, e cinquecento fanti dei soldati del presidio, e del popolo, con questi, e con trecento cavalli uscì della Città, per mostrare maggior ardire, e disturbare i dissegni dei Capitani della Lega; i quali havevano già sbarcati dalle galee molti soldati sotto la guida di Monsignor Valdemonte, e Horatio Baglione; questi essendosi già molto apprestati alla Città per riconoscere il sito: ‘incontrarono nelle genti di Don Ugo, e venuto con loro alle mani, gli posero in fuga, giovando in ciò non tanto il valore dei soldati, quanto l’artiglierie delle galee, le quali tirando contra nemici, che erano su le marine, facevano loro molto danno, ma assai maggiore timore, per lo quale disordinati, e confusi, pensando solo à ritirarsi quanto più presto potevano dal pericolo, e fuggendo verso la Città, voltarono del tutto le spalle ai nostri, che gli seguitavano, con tanto precipitio, che haverebbero lasciati adietro alcuni pezzi d’artiglierie, se Don Ugo, fermando alquante compagnie di fanti spagnuoli, non le havesse ricuperate; ma convenendo per questo essere nel ritirarsi più tardo, non hebbe commodità nell’entrare dentro la Città di far levare il ponte, né serrare la porta, la quale fu sibito occupata dal Baglione, che lo seguiva. Ma havendo egli seco pochi soldati, e dubbitando, che quando egli fosse con questi entrato dentro le mura, non potendogli ritenere dal sacco, fossero così confusi, e disordinati tagliati à pezzi, si ritirò alle galee, che erano solo un miglio lontane”.26 Pose questo successo tanto terrore ai Napolitani, che mandarono a pregare i Capitani dell’armata, che non volessero battere la Terra, né dare il guasto al paese, che per quanto a loro erano disposti ad arrendersi. ma questa tanta opportunutà, che offeriva la fortuna non si poteva bene usare, però che Don Ugo, sapendo che nell’armata era poca gente, mostrandosi disposto à mantenersi, e à sopportare ogni incommodo, e già si conosceva assai chiaramente, non potersi sforzare la Città, essendo i soldati dell’armata ridotti à picciol numero per li presidii, che erano convenuti lasciare in tutte le Terre prese, se prima non giungeva di Francia l’armata grossa con il soccorso promesso dal Ré; il quale tardando à comparire, convenivano i Capitani della Lega starsi quasi ociosi, e lasciarsi uscire di mano la vittoria; e tutto, che molte volte fosse da loro stata fatta grandissima instanza, che dall’essercito di terra fossero loro inviati almeno mille fanti, i quali haverebbero mandati à levare con le galee à Terracina, nondimeno non se ne vedeva alcun effetto, peroché erano nel campo ecclestiastico introdotti grandissimi disordini, poca disciplina, niuna ubidienza dei Capitani, mancamento grandissimo di danari, e di vettovaglie; in modo che quando s’aspettava che l’essercito seguendo i pruimi prosperi successi, andasse innanzi, crescendo di forze, e di riputatione, s‘ansava ogni giorno diminuendo, e disfacendo per gli suoi stessi incommodi; à i quali tanto si faceva più difficile il dare alcun rimedio, quanto che trattandosi sospensione d’armi”, arrivando alcuni capitani ad abbandonare il legato pontificio per darsi agli stipendi degli imperiali, spingendo lo stesso pontefice a trattare la pace con l’Imperatore e ricevendo lo stesso Viceré a Roma. “Vedendo non far altro frutto, rimbarcati, di la se ne ritornorono verso Civita Vecchia” e, col Renzo rimasto senza soldi, si sciolsero davanti al Papa che scelse la strada della tregua per 8 mesi trattando con Cesare Fieramosca mandato dall’Imperatore e, per non aver poi mantenuto il patto, finendo saccheggiato nel 1527. In quei mesi la lega tentò inutilmente di prendere Milano, dove fra l’altro era morto il Marchese di Pescara sostituito dal Marchese del Vasto, e Sforza, senza viveri, chiese pacificamente al nemico la libertà con tutto l’esercito in cambio del castello e, ottenutala, si unì alla lega conquistando e risiedendo a Cremona. La risposta di Moncada fu il saccheggio e l’assedio di Roma, costringendo il Papa a scappare nel castello finché non accettò tregua per quattro mesi consegnando alcuni dei suoi, fra cui Filippo Strozzi, come ostaggi. Nel mentre, l’Imperatore, aveva già inviato un nuovo Viceré di Napoli, Lannoi, con l’ordine di sbarcare a Genova. Ma la resistenza incontrata lungo la strada del ritorno fu dura, perché Moncada dovette fronteggiare la flotta e poi correre a Gaeta dove, entrando nelle Terre della Chiesa, ricevette una forte resistenza a Frosinone. La città era ben guardata da duemila soldati, bardati a lutto per la morte del loro signore Giovanni de Medici e perciò detti fanti dalle bande nere, guidati da Savelli e da Vitelli, sotto il comando del legato papale Cardinale Triulci che lo costrinse alla ritirata. Ma appena andò via giunse Cesare Fieramosca al quale furono consegnate dure lettere di protesta, in cui ci si lamentava di essere stati insultati da Moncada e dai Colonnesi, da portare al Papa, il quale, decise di concedere una tregua di otto giorni, ma non prima che il suo Cardinale arretrasse il Viceré a Gaeta. Il Papa fu tenuto in cattività nel suo castello dai soldati spagnoli di Alarcone al comando di Filiberto Principe di Orange. E il Re di Francia chiese aiuto ad Enrico d’Unghilterra, spinto dall’amore per Anna di Bolena, sua damigella, per cui si richiedeva dispensa papale, per costringere l’Imperatore a liberare il pontefice e i due eredi francesi. Al diniego seguì la lega e l’entrata in guerra decidendo di inviare in Italia le truppe al comando di Odet da Foes Signor di Lautrech.27 L’instabilità del Regno, seguita alla morte del Re Ferdinando, culminò quindi con la nuova invasione dei Francesi (1527) al comando di Lautrec, spinto dall’idea di impadronirsi dell’eredità dotale del mezzo Regno appartenuto alla cugina Regina vedova Germana de Foix, consanguinea della Casa reale, essendo sorella del famoso Gastone de Foix. Secondo i patti originari, non avendo avuto figli, Napoli doveva tornare nelle loro mani. Il Conte Lautrec era un tipo nevrotico, già conquistatore e Governatore di Milano, ma turbato da piccole manie: il 28 giugno 1521, dopo una notte insonne, si convinse che la causa principale dei suoi pensieri fosse la statua dell’arcangelo Gabriele con la bandierina del vessillo dei Visconti a provocare il fastidioso rumore che gli impediva di dormire. Un personaggio preso dalle credulonerie del tempo, contro del quale, però, nulla poté neppure l’esercito napoletano (che aveva fatto lega con gli altri stati italiani sotto il comando spagnolo) alla notizia che volesse giungere fino a Napoli.28 Si approntava uno scontro feroce, considerando che “tra le molte guerre c’hebbe Carlo Quinto Imperatore con Francesco Primo Re di Francia, nessuna ve n’ha, dove più la buona fortuna dell’uno, e l’avversa dell’altro, che la guerra di Napoli negli anni 1528, sotto Monsignor di Lotrecco Generale in Italia a nome di Francia, e sotto Monsignor Filiberto Principe d’Orange generale in Italia a nome dell’Imperio”. Una “potentissima Lega del Papa, di Francia, d’Inghilterra, del Duca di Milano, di Vinitiani, di Genovesi, e di Fiorentini, tutti contra l’Imperator”. Essa prese avvio dalla Battaglia navale fra la flotta inviata dall’ammiraglio Andrea Doria e il Viceré Ugo di Moncada, a capo d’Orso, sulla Costa d’Amalfi, fra Cetara e Minori, poco lungi da Salerno. “Quantunque in vittoria di Francia, e in perdita dell’Imperatore, nel primo aspetto risultasse; a beneficio nondimeno di Cesare, e a danno del Re Francesco in un baleno si rivolse; quasi fossero non sol le vittorie, ma le perdite eziandio all’Imperator propitie”, il cui genio, in verità, era di gran lunga superiore a quello del Re di Francia.29 Ma andiamo per ordine. 2. La conquista di Lautrec comincia dall’Abruzzo Il Maresciallo Generale di Francia, Odetto Lautrec, credulone ma furbo, raggirò l’ostacolo ed entrò nel Viceregno (1528) dall’Abruzzo in quanto il fiume Tronto era sprovvisto di guardia imperiale. Lo fece il 10 febbraio del 1528 partendo da Fermo, con gente svizzera e guascone, raggiungendo un numero di 30.000 uomini armati. Non erano militari inviati solo dal Re di Francia, comparendovi, oltre i 5.000 Francesi, i 4.000 delle compagnie guasconi e navarresi comandate da Pietro Navarra e le migliaia di cavalleggeri Veneziani, Inglesi e Ferraresi mandati da Alfonso d’Este. Era nata un’altra lega in opposizione a quella degli stati italiani e napoletani, rappresentata da soldati poveri, affamati e dalle brutte intenzioni.30 Si parla di “un fiorito, e grosso essercito di trentamila fanti, e cinque mila cavalli, a combatter nel Regno la città di Napoli; accorgendosi per il paragone delle scaramuccie tra i suoi, e quei dentro, ch’egli non così di leggiero la poteva con la forza conquistare; poiché dentro vi stavano alla difesa, tra Tedeschi, Spagnuoli, e Italiani, dodicimila fanti, e duemila cavalli, tutta gente eletta, ben disciplinata, e veterana, con un buon’apparato di artiglierie, archibugi, e monitioni, e con una espertissima mano di capitani; si risolvette a tentare di conquistarla per assedio”.31 La risposta dell’esercito imperiale fu quella di chiudere quasi tutti i passi di terra, costringendo il nemico a mandare da Genova (tornata alleata della Francia) otto galee brave, e bene armate galee dell’almirante del mare Andrea Doria al comando di un solo governatore, il Conte Filippino Doria suo nipote. La flotta costeggiò le riviere del Tirreno ed ebbe solo l’iniziale scopo di non lasciar entrare vettovaglie per via di mare destinate all’esercito imperiale assediato. Inoltre “s’aspettavano venti galee venetiane, le quali, per la capitolazione della Lega, passato il Faro di Messina, dovevano elle eziandio in compagnia delle genovesi le marine custodire: cose tutte, quando non fossero stati con straordinarie invenzioni interrotti dissegni di Lotrecco”. Saputo che s’apprestava l’invasione dell’esercito francese, sebbene s’opponessero la maggior parte dei capitani spagnoli e napoletani, il Viceré Moncada, avendo perso tempo nell’inviare l’esercito per via terra verso l’Abruzzo, sentenziò di venire a battaglia navale prima che le galee veneziane passassero il Golfo di Messina per ricongiungersi a quelle genovesi.32 L’esercito di Lautrec, infatti, era giunto a Fermo e “tutto il paese d’intorno venne a presentargli le chiavi delle Terre e portar vettovaglie al campo”. Fermatosi a Chieti, ottenuto la resa di Sulmona e quella di Lanciano, ripartì in poche ore per Vasto ritrovandosi già in Puglia, dove mise in fuga le truppe spagnole il 21 marzo. A Troia trovò l’esercito spagnolo di terra inviato dal Viceré Moncada a cui si unirono inutilemente il Principe d’Orange sloggiato da Roma con le truppe tedesche, il Marchese del Vasto e il Marchese melfitano Alarcone della Valle Siciliana: d’Orange “guidava i Tedeschi, Gonzaga la cavalleria, il Guasto gli Spagnoli”. Subìta la prima sconfitta e temendo il peggio per Napoli, d’Orange ordinò a Sergiano Caracciolo Principe di restare a difendere la sua Melfi per trattenere il nemico, correndo di nascosto verso la capitale e raccogliendo ovunque vettovaglie lungo il suo cammino. Anche il Principe Ferrante Sanseverino e Fabrizio Maramaldo, ignaro dell’arrivo della flotta di Filippo Doria nel Golfo di Salerno, lasciata scoperta la Costa, nella speranza di evitare gli scontri in Terre proprie, tentarono di raggiungere il nemico ad Atripalda. Questo perché alcune fonti dicono che Lautrec, ripartito da Troia e saccheggiata Ariano (discendendo dalla Baronia lungo i fiumi), continuò l’avanzata assaltando Montefusco e dirigendosi ad Atripalda. Nel mentre, d’Orange, saputo dell’arrivo della flotta nemica nel Golfo di Napoli, li chiamò a sé e, inseguiti dalle truppe francesi di Pietro Navarro, marciarono su Avellino in direzione di Nola, dove avvenne il saccheggio per pagare il salario ai soldati e “si levarono per forza le robe dalle case con molte ingiurie e bastonate”. Fatta incetta di vettovaglie, anche Lautrec riprese la marcia rincorrendo gli imperiali e forzando “i padroni di carreggiare ogni cosa in Napoli con buoi e animali. La gente era sconvolta. Non si sentiva altro per le Terre che bandi, ordini, carreggi e violenze”.33 Il 3 aprile 1528 fu quindi tempo per Lautrec di entrare nella Capitale per annettere tutta la Terra di Lavoro. Il Maresciallo si pavoneggiava con amici e nemici per i successi ottenuti in così breve tempo. La sua superbia poi si rafforzò alla notizia che la flotta di Andrea Doria stesse per affrontare le navi spagnole del Viceré e la flotta napoletana il 28 maggio.34 Navarra, forse, fece anche prigioniero d’Orange. Tutto sembrava a favore di Lautrec, compreso l’arrivo delle otto galee di Filippino Doria. Così, mentre si assediava Napoli per via terra, Moncada fa uscire sei galee, due fuste e alcune altre navi dal porto per dare vita allo scontro che sfocerà nella sanguinosa Battaglia di Cetara.

Description

RICAPITOLAZIONE

IL CABALLERO DEL SACCO DI ROMA

Ricapitolazione. Moncada, il nobile fatto viceré che scippò il regno agli aragonesi. Questo testo descrive il breve e drammatico governo di Don Ugo di Moncada, nominato dall’Omperatore Carlo V come Viceré, Luogotenente e Capitano Generale del Regno di Napoli nel 1527, in un momento di estrema instabilità politica e militare. La narrazione si sviluppa attraverso dei nuclei principali in cui i cronisti esaltano la stirpe, nobilissima e antichissima, della famiglia Moncada, sottolineando come Ugo non abbia demeritato il valore dei suoi antenati. Alla morte del precedente Viceré Carlo di Lannoy, e con le forze francesi guidate dal Lautrec che minacciavano le mura, Moncada assume il controllo. Egli fortifica Napoli, arruola nuove truppe e affronta il duro blocco navale nemico. Nel tentativo di rompere l’assedio, Moncada guida personalmente la flotta regia in una feroce battaglia navale contro le navi francesi di Filippino Doria il 28 aprile 1528. Il Viceré muore eroicamente in combattimento colpito al petto, determinando la rotta dei soldati spagnoli e lasciando Napoli in preda a carestia e pestilenza.1 Ma chi era Ugo Moncada? Meglio conosciuto in Spagna col suo nome proprio di Hugo de Moncada (Chiva, 1476 – acque di Capo d’Orso di Cetara, 28 aprile 1528) rappresenta una delle figure più emblematiche e polarizzanti della transizione tra il tardo Medioevo e la prima età moderna. Quarto figlio di Pietro Raimondo, X barone d’Aitona, e di Beatrice de Cardona, egli nacque in seno alla potente nobiltà di origine catalana radicata nel Regno di Valencia. La sua traiettoria biografica incarna fedelmente il modello del condottiero d’alto rango prestato alle esigenze geopolitiche della Corona d’Aragona prima e dell’Impero di Carlo V poi. La sua formazione iniziale si compì sui campi di battaglia delle Guerre d’Italia: nel 1494 militò come volontario sotto le insegne del re Carlo VIII di Francia durante la sua celebre discesa nella penisola. Successivamente, entrò al servizio di Cesare Borgia. Con la morte di papa Alessandro VI nel 1503, Moncada compì una decisiva svolta strategica offrendo la propria spada al Gran Capitano Consalvo di Cordova, partecipando alle campagne militari che sancirono la definitiva sottomissione del Regno di Napoli al dominio dei Re Cattolici.2 Questa precoce esperienza napoletana ne accreditò l’affidabilità presso Ferdinando il Cattolico, il quale nel settembre 1509 lo nominò Viceré di Sicilia. Il suo mandato nell’isola, durato fino al 1516, si distinse per un tentativo centralizzatore volto a comprimere i poteri giurisdizionali dell’aristocrazia baronale siciliana e per il contestuale insediamento del tribunale del Sant’Uffizio, manovre che generarono un profondo risentimento locale. Alla morte di Ferdinando il Cattolico, l’instabilità politica interna sfociò in una violenta rivolta nobiliare e popolare che costrinse Moncada a fuggire precipitosamente da Palermo. Nonostante lo scacco siciliano, il nuovo sovrano Carlo d’Asburgo ne riconobbe le doti navali e diplomatiche, impiegandolo in spedizioni contro i corsari barbareschi nel Nord Africa, come l’attacco ad Algeri nel 1516 e la conquista di Gerba nel 1520. Il culmine della maturità politica di Moncada coincise con l’inasprirsi della guerra della Lega di Cognac. Inviato a Roma come ambasciatore imperiale per rompere il fronte anti-asburgico guidato da Clemente VII, di fronte all’intransigenza papale orchestrò d’intesa con la famiglia Colonna l’assalto armato ai palazzi vaticani nel settembre 1526, preludio politico e logistico del drammatico Sacco di Roma del maggio 1527.3 Nel settembre del 1527, a seguito della morte improvvisa del viceré Charles de Lannoy, Carlo V gli affidò la suprema carica di Viceré del Regno di Napoli. Si trattava di una nomina puramente militare, effettuata in un momento di estrema vulnerabilità per i domini spagnoli: la capitale vicereale era infatti cinta d’assedio per via di terra dalle truppe francesi…

Dettagli

EAN

9788872970133

ISBN

887297013X

Pagine

96

Recensioni

Recensioni

Non ci sono ancora recensioni.

Only logged in customers who have purchased this product may leave a review.

Editorial Review

il nobile fatto viceré che scippò il regno agli aragonesi

 

 premessa storica dell’editore francia e spagna rivendicano napoli lo strascico tra guelfi e ghibellini 1. L’interregno spagnolo, dopo il Viceré Carafa 2. L’invasione francese sotto il Generale Moncada 3. La conquista di Lautrec comincia dall’Abruzzo introduzione dello storico di d.a. parrino ugo moncada: anni 1527-1528 prologo del cronista coevo di a. castaldo preambolo sulla napoli del ‘500 l’imperio di carlo v nell’era dei prorex anni 1526-1529 Capitolo 1. IL CABALLERO che partecipò al sacco L’IMPERATORE ALZA IL TIRO, POI SI SCUSA — Il subentro a Carlo di Lannoy detto della Noia — Sacco e assedio al Pontefice, morte del predecessore — Francia e Inghilterra pronte all’invasione con o senza peste Capitolo 2. la francia, primo flagello del 1528 in guerra con il generale lautrec — Ingresso a L’Aquila del comandante francese — L’Imperatore ordina la liberazione del Papa — Il Generale nemico a Lucera, Melfi e Ariano — Francesi alle porte di Napoli: da Atripalda a Nola — Veneziani su Otranto, Lautrec dentro Napoli — Il Viceré grazia i delitti e promuove processioni — I Francesi bloccano le derrate, rotta a Taranto Capitolo 3. solo scaramucce e stratagemmi nessuno vuole davvero combattere — Il futuro sarà deciso a tavolino: ora solo banalità — Il Generale nemico non vuole scontri, ma la resa — Si lavora di stratagemmi: il Caso Maramaldo — Evitato lo scontro: Oranges passato con Moncada — Sale la tensione tra i baroni: Moncada è debole — Moncada e Oranges: tutti spagnoli, ma su posizioni opposte Capitolo 4. un eremita incita i soldati a vincere ma sarà un disastro: sconfitta a cetara — Il falso sogno dell’eremita Barretto: vinceremo noi! — Capodorso, la Battaglia mortale nel Golfo di Salerno — Moncada ucciso sulla sua stessa nave Appendice Documentaria don ugo nella «vida» di de Baeça sunto, trascrizione e traduzione (Cap. I - XXVI) traduzione originale Note Bibliografiche G. de Baeça, Vida del famoso caballero Don Hugo de Moncada, inserita nella monumentale raccolta spagnola Colección de documentos inéditos para la historia de España, Vol. XXIV, Imprenta de la Viuda de Calero, Madrid 1854, pp. 19-76. Esso rappresenta il testo biografico fondamentale di area iberica, attinto direttamente dalle carte d'archivio e dalle memorie familiari dei Moncada.

Fonte: ABE

Descrizione sintetica del prodotto

premessa storica francia e spagna rivendicano napoli lo strascico tra guelfi e ghibellini 1. L’interregno spagnolo, dopo il Viceré Carafa All’inizio della dominazione spagnola del ramo asburgico l’ex trono era stato affidato (1522) ad un Luogotenente di casa, Andrea Carafa della Spina, Conte di Santa Severina, il quale, dopo la fedeltà dimostrata al Cattolico, sotto Carlo V restò alla guida del Viceregno immaginando una certa stabilità. Perciò si fece costruire il Palazzo napoletano di Pizzofalcone, ai piedi della rocca aragonese immersa nell’antico cratere del Monte Echia, poi destinato alle soldatesche quale avamposto frontale a Castel dell’Ovo. La sua tranquillità fu turbata dalle idee del Re di Francia pronto a far invadere nuovamente Napoli dai suoi alleati quando, “nell’anno 1525, ritrovandosi Luocotenente del Regno Andrea Carrafa Conte di Santa Severina”, mandò il Duca d’Albania ad assaltare le coste partenopee. Dichiarato l’allarme il Carafa “chiamò tutti i baroni à Parlamento, richiedendoli che insieme con lui dovessero guardare, e difendere” Napoli in nome del loro Re-Imperatore. La notizia dell’invasione franco-albanese e quella della chiamata alle armi della patria inorgoglirono il Principe di Salerno, il quale, per attestare la sua fedeltà agli Spagnoli e “per dar esempio à gl’altri, in pochi giorni fè nel suo stato 1200 fanti, 60 huomini d’armi con 4 cavalli per ciascuno tutti nobili, e suoi feudatarii, e 100 cavallileggieri con spesa di più di 30mila scuti, tutte genti elette, e ben in ordine di sovravesti, e altre correnti. Questi per ordine del detto Viceré andarono alli confini del Regno”, ma la prima città a cadere in dominio dei Francesi sarà proprio Salerno.21 Tutto cominciò quando i Francesi si impadronirono di Milano col luogotenente Tommaso da Foes Signor di Lescu arretrando gli imperiali a Lodi pensando di fronteggiarli a Pavia. Per far spostare il nemico dalla zona il Re di Francia pensò di distrarlo inviando Giovanni Smardo Duca d’Albania “con quattromila fanti, fra Italiani, e Svizzeri: ducento huomini d’arme, e seicento cavalli leggieri, levandoli dal suo esercito, perché andassero verso il Regno di Napoli, havendo ordinato che Renzo da Cerì facesse quattromila fanti, e altri cavalli Italiani, e andassero col detto Duca a quell’impresa”. Ordinando a Colonnese, che era a Roma, di radunare gente d’armi da quelle parti per fronteggiarli, gli imperiali non si mossero dalla Lombardia e, sopraggiunto l’inverno, il 24 febbraio 1525 diedero una sonora sconfitta all’invasore con gran mortalità della nobiltà francese e la cattura dello stesso Re di Francia trascinato prigioniero in Spagna desiderando fusse condotto alla presenza dell’Imperatore. Carlo ordinò subito di non fare troppa baldoria se non processioni per ringraziare dio della vittoria, mentre il Duca d’Albania, avuta la brutta notizia poco prima di Monterotondo romano, licenziate le truppe italiane, raggiunse l’armata francese a Porto Santo Stefano di Toscana. Carlo incontrò il maltrattato prigioniero rassicurandolo che presto l’avrebbe liberato, cominciando ad ottenere la liberazione di alcuni prigionieri di guerra che avvenne su ordine della Regina madre francese, compresi Andrea Doria, il Principe d’Orange ed Ugo di Moncada. Lasciati i due figli maggiori come ostaggi il Re tornò in Francia nel 1526 a patto di restituire alcuni stati e specialmente tutte le pretensioni in Italia. Stando così le cose il Papa, che già appoggiava i Francesi, decise di dare una mano anche a Francesco Sforza per disfarsi delle truppe imperiali e riprendersi il Ducato di Milano con l’appoggio dei Veneziani. Geronimo Morrone tentò anche di convincere il Marchese di Pescara a ribellarsi e ad “unirsi con loro, promettendogli cose grandi”. Il Marchese, però, “fingendo d’inclinarvi, scoperse tutti i loro disegni” dandone avviso all’Imperatore che era a Madrid, dal quale fu onorato del titolo di Capitano Generale al fine di arrestare Morrone, riprendere il Ducato e assediare Sforza rinchiuso nel castello. La risposta di Carlo V fu decisiva, aveva fatto però l’errore di sostituire i luogotenenti napoletani con la sequela annuale dei Viceré spagnoli, cominciati col Moncada, creando le premesse a continue ribellioni, decidendo di cambiare perfino gli stessi ministri del viceregno con funzionari stranieri. Moncada lasciò pure intendere al sovrano la gravità della situazione in seguito al passaggio dalla linea spagnola a quella fiamminga. Carlo rispose inviando l’esercito tedesco e sostituendolo con Don Carlo de la Noia creando di fatto un governo militare. Il nuovo Viceré-Generale e i suoi ministri sbarcarono infatti “in Gaeta con seimila fanti spagnuoli, e havendo perciò ripreso gl’imperiali ardimenti, ne passarono su lo Stato della Chiesa” in direzione di Frosinone per respingere le bande nere. Accolse poi la pace portata da Cesare Fieramosca, inviato dal Papa, il quale mostrava una lettera imperiale del 9 novembre 1527 che invitava alla tregua, sebbene ne seguiranno il sacco di Roma e la morte per peste dello stesso Viceré Della Noia.22 Nel 1527 l’Imperatore stette per sposarsi e, avendo i Commendatori persa Rodi, gli donò l’Isola di Malta e la città di Tripoli, dove passarono ad habitare, mentre il Re di Francia non mantenne il patto e fece Lega col Papa, i Fiorentini suoi discepoli e i Veneziani per liberare Sforza. Tutto ebbe inizio nel gennaio del 1527, quando la Lega si apprestò ad invadere il Regno di Napoli e, poiché i Francesi tardavano ad organizzarsi, i Veneziani decisero di inviare il loro Provveditore del mare, Agostino da Mola, per condursi a Civitavecchia per unire le sue galee a quelle del Pontefice e iniziare la conquista. I Veneziani sbarcarono a Terracina per far salire sulle galee 3.000 fanti condotti da Orazio Baglione per ordine di Papa Clemente che fece giungere a Roma dalla Francia Monsignor di Valdemonte, “al quale per essere della descendenza del Re Renato, appartenevano l’antiche ragioni della Casa d’Angiò sopra il Regno di Napoli, sperandosi che per certa affetione, che resta ancora nell’animo di molti verso la memoria di quei préncipi, e la parte francese, potesse giovare la presentia di Valdemonte, il quale faceva la Lega professione di constituire Re in quelli stati, dovendo egli prendere per moglie una nipote del pontefice, che era stata figliuola di Lorenzo de’ Medici, la quale all’hora communemente chiamavasi, la Duchessa d’Urbino”. Con a bordo il designato antiré di Napoli, l’armata delle 22 galee, s’avvio verso le coste del Regno, mentre Renzo da Ceri sarebbe entrato dalla parte dell’Abruzzo.23 2. L’invasione francese sotto il Generale Moncada Appoggiati dal Papa, i Francesi, intendevano reimpossessarsi del Regno lanciando all’avventura Monsignor di Vademonte, chiamato da alcuni baroni ostili agli Spagnoli, offrendogli addirittura il trono. Vademonte, fratello del Duca di Lorena, che “per la discendentia della casa d’Angiò pareva vi potesse pretendere ragioni e ritrovarvi amici e seguito, e con esso Oratio Baglione con tremila fanti” entrarono quindi nel Regno. Il Cardinale legato del Papa aveva già inviato il fedele Renzo da Ceri per la via d’Abruzzo, per conquistare quella provincia, come fece, prendendo l’Aquila, Tagliacozzo, Alba e Celano con otto galee, raggiunti da 13 galee veneziane. Nel Golfo di Napoli, intanto, la conquista proseguì con 22 galee col tentativo di prendere Pozzuoli; ma, non riuscendovi, l’armata si voltò verso Sud, cominciando a fare proprie Castellammare di Stabia e Torre del Greco “e camminando i soldati per terra accompagnandoli alla riva le galee, ‘accostorono alla porta del mercato di Napoli”. Qui trovarono a difenderla Ugo di Moncada ch’era in la città, e vedendo non farvi frutto, ritirati, e imbarcati i soldati andorona alla Città di Salerno, e la presero”.24 Vademonte, a bordo della “grossa armata, e essendo molto potente per mare, e per terra, prese ad un tratto Salerno con tutta quella riviera”. La conquista poi continuò perché il Monsignore e i Veneziani non si limitarono ad occupare solo le rocche della Costiera e, “passatone alla volta di Napoli, hebbe il Mongada all’incontro, col quale venuto alle mani l’urtò facendolo ritirare nella Città”.25 In verità, la mancata presa di Pozzuoli da parte di Doria (lanciatosi da solo nell’impresa e respinto dalle artiglierie), necessaria per l’acquisizione del porto di Baia, aveva inizialmente raffreddato gli animi, ma poi tutti si rincuorarono col sopraggiungere della flotta che ripartì “senza tentarne l’espugnazione” che optò per Castellammare per avere un “ricetto sicuro per le galle” sbarcandovi i soldati dopo aver sfoldato le mura. Il primo a scendere fu Paolo Giustiniano sopracomito e, saccheggiata la Terra, fu preso il Castello, prendendo una dopo l’altra tutte le Terre della marina senza alcuna resistenza e perciò fu possibile giungere Sorrento e Torre del Cervo. Ma, sebbene alcuni dicessero di attendere prima Renzi, l’obiettivo restava Napoli, dove la Città era già piena di debiti con la Camera e grande era l’odio di molti baroni verso gli spagnoli, per cui sarebbe bastato promettere l’annullamento di tutti i debiti per far sollevare i deputati e il popolo se dimostravano di volersi arrendere, minacciando, in alternativa, di dare fuoco ai palazzi. Inoltre spinto dalla carestia di grano (visto che molte navi che conducevano viveri erano state sequestrate), “il popolo da sé stesso levando qualche tumulto coi disordini di dentro apriva la via più facilmente alle mura della Città, e non dar tempo agli Spagnuoli d’ordinare le cose loro, e di provvedersi di maggior difesa: doversi considerare, che poco contrasto era bastante à sostenere le forze di quell’armata, le quali erano così deboli per lo poco numero di fanti, che non si poteva tentare quella espugnatione, se non con maggiore pericolo, che speranza; però convenirsi d’aspettare qualche soccorso di genti, ò di Francia con le navi, ò dall’essercito di terra; e fratanto potersi andare à Salerno, e prima che vi entrasse maggiore presidio, ridurre quella, e altre vicine à devotione della Lega; onde la Città stessa di Napoli converrebbe finalmente cadere loro nelle mani. Ma non essendo queste ragioni molto stimate, né parendo che elle militassero contra quelli beneficii, che erano sperati dal tentar allhora l’espugnatione di Napoli, fu risolto di mandare un araldo nella Città, il quale dimandasse, che ella s’havesse à consegnare alla Lega con quelle promesse, e con quelle minacci, come era stato nella consulta considerato. Ma Don Ugo di Moncada, che era nella Città, tenendo a freno il popolo, e risoluto di difendersi, come intese l’armata essere circa quattro miglia vicina, posti insieme duemila, e cinquecento fanti dei soldati del presidio, e del popolo, con questi, e con trecento cavalli uscì della Città, per mostrare maggior ardire, e disturbare i dissegni dei Capitani della Lega; i quali havevano già sbarcati dalle galee molti soldati sotto la guida di Monsignor Valdemonte, e Horatio Baglione; questi essendosi già molto apprestati alla Città per riconoscere il sito: ‘incontrarono nelle genti di Don Ugo, e venuto con loro alle mani, gli posero in fuga, giovando in ciò non tanto il valore dei soldati, quanto l’artiglierie delle galee, le quali tirando contra nemici, che erano su le marine, facevano loro molto danno, ma assai maggiore timore, per lo quale disordinati, e confusi, pensando solo à ritirarsi quanto più presto potevano dal pericolo, e fuggendo verso la Città, voltarono del tutto le spalle ai nostri, che gli seguitavano, con tanto precipitio, che haverebbero lasciati adietro alcuni pezzi d’artiglierie, se Don Ugo, fermando alquante compagnie di fanti spagnuoli, non le havesse ricuperate; ma convenendo per questo essere nel ritirarsi più tardo, non hebbe commodità nell’entrare dentro la Città di far levare il ponte, né serrare la porta, la quale fu sibito occupata dal Baglione, che lo seguiva. Ma havendo egli seco pochi soldati, e dubbitando, che quando egli fosse con questi entrato dentro le mura, non potendogli ritenere dal sacco, fossero così confusi, e disordinati tagliati à pezzi, si ritirò alle galee, che erano solo un miglio lontane”.26 Pose questo successo tanto terrore ai Napolitani, che mandarono a pregare i Capitani dell’armata, che non volessero battere la Terra, né dare il guasto al paese, che per quanto a loro erano disposti ad arrendersi. ma questa tanta opportunutà, che offeriva la fortuna non si poteva bene usare, però che Don Ugo, sapendo che nell’armata era poca gente, mostrandosi disposto à mantenersi, e à sopportare ogni incommodo, e già si conosceva assai chiaramente, non potersi sforzare la Città, essendo i soldati dell’armata ridotti à picciol numero per li presidii, che erano convenuti lasciare in tutte le Terre prese, se prima non giungeva di Francia l’armata grossa con il soccorso promesso dal Ré; il quale tardando à comparire, convenivano i Capitani della Lega starsi quasi ociosi, e lasciarsi uscire di mano la vittoria; e tutto, che molte volte fosse da loro stata fatta grandissima instanza, che dall’essercito di terra fossero loro inviati almeno mille fanti, i quali haverebbero mandati à levare con le galee à Terracina, nondimeno non se ne vedeva alcun effetto, peroché erano nel campo ecclestiastico introdotti grandissimi disordini, poca disciplina, niuna ubidienza dei Capitani, mancamento grandissimo di danari, e di vettovaglie; in modo che quando s’aspettava che l’essercito seguendo i pruimi prosperi successi, andasse innanzi, crescendo di forze, e di riputatione, s‘ansava ogni giorno diminuendo, e disfacendo per gli suoi stessi incommodi; à i quali tanto si faceva più difficile il dare alcun rimedio, quanto che trattandosi sospensione d’armi”, arrivando alcuni capitani ad abbandonare il legato pontificio per darsi agli stipendi degli imperiali, spingendo lo stesso pontefice a trattare la pace con l’Imperatore e ricevendo lo stesso Viceré a Roma. “Vedendo non far altro frutto, rimbarcati, di la se ne ritornorono verso Civita Vecchia” e, col Renzo rimasto senza soldi, si sciolsero davanti al Papa che scelse la strada della tregua per 8 mesi trattando con Cesare Fieramosca mandato dall’Imperatore e, per non aver poi mantenuto il patto, finendo saccheggiato nel 1527. In quei mesi la lega tentò inutilmente di prendere Milano, dove fra l’altro era morto il Marchese di Pescara sostituito dal Marchese del Vasto, e Sforza, senza viveri, chiese pacificamente al nemico la libertà con tutto l’esercito in cambio del castello e, ottenutala, si unì alla lega conquistando e risiedendo a Cremona. La risposta di Moncada fu il saccheggio e l’assedio di Roma, costringendo il Papa a scappare nel castello finché non accettò tregua per quattro mesi consegnando alcuni dei suoi, fra cui Filippo Strozzi, come ostaggi. Nel mentre, l’Imperatore, aveva già inviato un nuovo Viceré di Napoli, Lannoi, con l’ordine di sbarcare a Genova. Ma la resistenza incontrata lungo la strada del ritorno fu dura, perché Moncada dovette fronteggiare la flotta e poi correre a Gaeta dove, entrando nelle Terre della Chiesa, ricevette una forte resistenza a Frosinone. La città era ben guardata da duemila soldati, bardati a lutto per la morte del loro signore Giovanni de Medici e perciò detti fanti dalle bande nere, guidati da Savelli e da Vitelli, sotto il comando del legato papale Cardinale Triulci che lo costrinse alla ritirata. Ma appena andò via giunse Cesare Fieramosca al quale furono consegnate dure lettere di protesta, in cui ci si lamentava di essere stati insultati da Moncada e dai Colonnesi, da portare al Papa, il quale, decise di concedere una tregua di otto giorni, ma non prima che il suo Cardinale arretrasse il Viceré a Gaeta. Il Papa fu tenuto in cattività nel suo castello dai soldati spagnoli di Alarcone al comando di Filiberto Principe di Orange. E il Re di Francia chiese aiuto ad Enrico d’Unghilterra, spinto dall’amore per Anna di Bolena, sua damigella, per cui si richiedeva dispensa papale, per costringere l’Imperatore a liberare il pontefice e i due eredi francesi. Al diniego seguì la lega e l’entrata in guerra decidendo di inviare in Italia le truppe al comando di Odet da Foes Signor di Lautrech.27 L’instabilità del Regno, seguita alla morte del Re Ferdinando, culminò quindi con la nuova invasione dei Francesi (1527) al comando di Lautrec, spinto dall’idea di impadronirsi dell’eredità dotale del mezzo Regno appartenuto alla cugina Regina vedova Germana de Foix, consanguinea della Casa reale, essendo sorella del famoso Gastone de Foix. Secondo i patti originari, non avendo avuto figli, Napoli doveva tornare nelle loro mani. Il Conte Lautrec era un tipo nevrotico, già conquistatore e Governatore di Milano, ma turbato da piccole manie: il 28 giugno 1521, dopo una notte insonne, si convinse che la causa principale dei suoi pensieri fosse la statua dell’arcangelo Gabriele con la bandierina del vessillo dei Visconti a provocare il fastidioso rumore che gli impediva di dormire. Un personaggio preso dalle credulonerie del tempo, contro del quale, però, nulla poté neppure l’esercito napoletano (che aveva fatto lega con gli altri stati italiani sotto il comando spagnolo) alla notizia che volesse giungere fino a Napoli.28 Si approntava uno scontro feroce, considerando che “tra le molte guerre c’hebbe Carlo Quinto Imperatore con Francesco Primo Re di Francia, nessuna ve n’ha, dove più la buona fortuna dell’uno, e l’avversa dell’altro, che la guerra di Napoli negli anni 1528, sotto Monsignor di Lotrecco Generale in Italia a nome di Francia, e sotto Monsignor Filiberto Principe d’Orange generale in Italia a nome dell’Imperio”. Una “potentissima Lega del Papa, di Francia, d’Inghilterra, del Duca di Milano, di Vinitiani, di Genovesi, e di Fiorentini, tutti contra l’Imperator”. Essa prese avvio dalla Battaglia navale fra la flotta inviata dall’ammiraglio Andrea Doria e il Viceré Ugo di Moncada, a capo d’Orso, sulla Costa d’Amalfi, fra Cetara e Minori, poco lungi da Salerno. “Quantunque in vittoria di Francia, e in perdita dell’Imperatore, nel primo aspetto risultasse; a beneficio nondimeno di Cesare, e a danno del Re Francesco in un baleno si rivolse; quasi fossero non sol le vittorie, ma le perdite eziandio all’Imperator propitie”, il cui genio, in verità, era di gran lunga superiore a quello del Re di Francia.29 Ma andiamo per ordine. 2. La conquista di Lautrec comincia dall’Abruzzo Il Maresciallo Generale di Francia, Odetto Lautrec, credulone ma furbo, raggirò l’ostacolo ed entrò nel Viceregno (1528) dall’Abruzzo in quanto il fiume Tronto era sprovvisto di guardia imperiale. Lo fece il 10 febbraio del 1528 partendo da Fermo, con gente svizzera e guascone, raggiungendo un numero di 30.000 uomini armati. Non erano militari inviati solo dal Re di Francia, comparendovi, oltre i 5.000 Francesi, i 4.000 delle compagnie guasconi e navarresi comandate da Pietro Navarra e le migliaia di cavalleggeri Veneziani, Inglesi e Ferraresi mandati da Alfonso d’Este. Era nata un’altra lega in opposizione a quella degli stati italiani e napoletani, rappresentata da soldati poveri, affamati e dalle brutte intenzioni.30 Si parla di “un fiorito, e grosso essercito di trentamila fanti, e cinque mila cavalli, a combatter nel Regno la città di Napoli; accorgendosi per il paragone delle scaramuccie tra i suoi, e quei dentro, ch’egli non così di leggiero la poteva con la forza conquistare; poiché dentro vi stavano alla difesa, tra Tedeschi, Spagnuoli, e Italiani, dodicimila fanti, e duemila cavalli, tutta gente eletta, ben disciplinata, e veterana, con un buon’apparato di artiglierie, archibugi, e monitioni, e con una espertissima mano di capitani; si risolvette a tentare di conquistarla per assedio”.31 La risposta dell’esercito imperiale fu quella di chiudere quasi tutti i passi di terra, costringendo il nemico a mandare da Genova (tornata alleata della Francia) otto galee brave, e bene armate galee dell’almirante del mare Andrea Doria al comando di un solo governatore, il Conte Filippino Doria suo nipote. La flotta costeggiò le riviere del Tirreno ed ebbe solo l’iniziale scopo di non lasciar entrare vettovaglie per via di mare destinate all’esercito imperiale assediato. Inoltre “s’aspettavano venti galee venetiane, le quali, per la capitolazione della Lega, passato il Faro di Messina, dovevano elle eziandio in compagnia delle genovesi le marine custodire: cose tutte, quando non fossero stati con straordinarie invenzioni interrotti dissegni di Lotrecco”. Saputo che s’apprestava l’invasione dell’esercito francese, sebbene s’opponessero la maggior parte dei capitani spagnoli e napoletani, il Viceré Moncada, avendo perso tempo nell’inviare l’esercito per via terra verso l’Abruzzo, sentenziò di venire a battaglia navale prima che le galee veneziane passassero il Golfo di Messina per ricongiungersi a quelle genovesi.32 L’esercito di Lautrec, infatti, era giunto a Fermo e “tutto il paese d’intorno venne a presentargli le chiavi delle Terre e portar vettovaglie al campo”. Fermatosi a Chieti, ottenuto la resa di Sulmona e quella di Lanciano, ripartì in poche ore per Vasto ritrovandosi già in Puglia, dove mise in fuga le truppe spagnole il 21 marzo. A Troia trovò l’esercito spagnolo di terra inviato dal Viceré Moncada a cui si unirono inutilemente il Principe d’Orange sloggiato da Roma con le truppe tedesche, il Marchese del Vasto e il Marchese melfitano Alarcone della Valle Siciliana: d’Orange “guidava i Tedeschi, Gonzaga la cavalleria, il Guasto gli Spagnoli”. Subìta la prima sconfitta e temendo il peggio per Napoli, d’Orange ordinò a Sergiano Caracciolo Principe di restare a difendere la sua Melfi per trattenere il nemico, correndo di nascosto verso la capitale e raccogliendo ovunque vettovaglie lungo il suo cammino. Anche il Principe Ferrante Sanseverino e Fabrizio Maramaldo, ignaro dell’arrivo della flotta di Filippo Doria nel Golfo di Salerno, lasciata scoperta la Costa, nella speranza di evitare gli scontri in Terre proprie, tentarono di raggiungere il nemico ad Atripalda. Questo perché alcune fonti dicono che Lautrec, ripartito da Troia e saccheggiata Ariano (discendendo dalla Baronia lungo i fiumi), continuò l’avanzata assaltando Montefusco e dirigendosi ad Atripalda. Nel mentre, d’Orange, saputo dell’arrivo della flotta nemica nel Golfo di Napoli, li chiamò a sé e, inseguiti dalle truppe francesi di Pietro Navarro, marciarono su Avellino in direzione di Nola, dove avvenne il saccheggio per pagare il salario ai soldati e “si levarono per forza le robe dalle case con molte ingiurie e bastonate”. Fatta incetta di vettovaglie, anche Lautrec riprese la marcia rincorrendo gli imperiali e forzando “i padroni di carreggiare ogni cosa in Napoli con buoi e animali. La gente era sconvolta. Non si sentiva altro per le Terre che bandi, ordini, carreggi e violenze”.33 Il 3 aprile 1528 fu quindi tempo per Lautrec di entrare nella Capitale per annettere tutta la Terra di Lavoro. Il Maresciallo si pavoneggiava con amici e nemici per i successi ottenuti in così breve tempo. La sua superbia poi si rafforzò alla notizia che la flotta di Andrea Doria stesse per affrontare le navi spagnole del Viceré e la flotta napoletana il 28 maggio.34 Navarra, forse, fece anche prigioniero d’Orange. Tutto sembrava a favore di Lautrec, compreso l’arrivo delle otto galee di Filippino Doria. Così, mentre si assediava Napoli per via terra, Moncada fa uscire sei galee, due fuste e alcune altre navi dal porto per dare vita allo scontro che sfocerà nella sanguinosa Battaglia di Cetara.