Le regine italiane del cafè-chantant

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Cenni su Amelia Faraone tratti da un capitolo del libro

…E’ la prima regina dei café-chantant nostrani, che sconvolse animi e patrimoni, ridimensionando francesi e viennesi d’assalto. La sua capitale fu Napoli, dove nacque nel quartiere San Ferdinando il 29 dicembre del 1871.
La storia di Amelia ha una svolta nel 1885, quando suo padre “uscì pazzo”. Nelle sue memorie Nicola Maldacea ( )scrive: “Suo padre era il cav. Francesco Faraone, agente di cambio, il quale si era invaghito di una simpatica popolana, Adele D’Amico, e l’aveva sposata. Dal matrimonio erano nate due figliuole, tutte e due carine: Elvira, dalla chioma nera, ed Amelia, biondissima. In una disgraziata speculazione in Borsa, Francesco Faraone ebbe a rovinarsi completamente e, per il gran dolore, impazzì. Ciò avvenne verso l’’85, quando Elvira contava quindici anni e la Amelia quattordici. La povera Adele D’Amico, che era ancora una bella donna, non si perdé d’animo per il susseguirsi delle sciagure”. Anche Luciano Ramo, nel suo Storia del Varietà edito da Garzanti nel 1956, scrive di Amelia: “una stupenda napoletana bionda più che l’oro, autentica rarità: ha sì e no vent’anni quando appare la prima volta sulla scena, dove arriva da una famiglia della buona borghesia, e subito furoreggia con le canzoni, i duetti-comici, e, bisogna dirlo, con le attrattive della bella persona di splendenti forme che è il modello della epoca ‘corset’ in lotta con le esuberanze anatomiche. La carriera di Amelia non è lunga: ricca è l’aneddotica, non esclusa quella principesca”.
La pazzia del Faraone, se vera, cade a pennello, o nasconde una vicenda più sordida, forse la fuga dello stesso, in ogni caso di lui non si hanno più notizie. Adelaide D’Amico, così sui documenti, inizia affittando camere a degli studenti, ma trovandosi come unici gioielli due belle figliole, le fa presto debuttare a la Fenice , uno dei teatrini popolari, vera scuola per tanti artisti napoletani. Maldacea, però, non racconta quello che segue. Elvira, la più grande delle sorelle, deve ben presto sposarsi con uno degli studenti che girano per casa, un certo Mazzeo di Trapani. Un altro colpo per donna Adelaide che adesso può contare solo sulla piccola Amelia. Questa sulla scena non ha saputo conquistare successi, vi è appena entrata, ma ha saputo farsi conquistare da un bell’ufficialetto di stanza a Capua, dove la fanciulla subito si trasferisce. Qui, non ancora quindicenne, segue, in carrozza chiusa: “tirata da più cavalli (…) i movimenti delle operazioni della guarnigione e formava l’ammirazione dell’ufficialità” Tutto questo sta scritto sul giornale romano Il Cicerone che segue e scandaglia passato e presente della nostra Amelia iniziando il resoconto il 15 gennaio 1888.
Che una ragazzina così giovane fosse mandata allo sbaraglio non deve sorprendere, tanti sono gli esempi di giovinette spinte da famiglie affamate sulle tavole dei café-chantant o in braccio a maturi danarosi. C’è pure un esempio regale, anni prima Rosa Vercellana, la Bella Rosin , cade tra le mani (si fa per dire) del re Vittorio Emanuele II° a soli quattordici anni. E ancora, si può leggere nei “Diari, una vita erotica” del ventottenne Frank Wedekind che a Parigi, il 30 maggio 1892, si mette a caccia di un’avventura notturna: “…vado a mangiare e poi alla ricerca di una dodicenne. Dopo aver girato a lungo ne trovo una al Boulevard Rochechourt, che purtroppo però ne ha diciotto”. Poverino, ha dovuto accompagnarsi con una decrepita!
Dai oggi, dai domani, la nostra Amelia rimane incinta, l’Ufficialetto messo alle strette da donna Adelaide firma una cambiale di quindicimila lire per liberarsi di una paternità scomoda. Amelia torna a Napoli con la madre e la cambiale, ma la famiglia dell’ex-spasimante non ha nessuna intenzione di farsi depauperare di tanti soldi, offre un accordo da strozzo: novemila in contanti al posto della cambiale di quindici che viene così scontata al 40%. I ricchi sanno bene che nelle transazioni di soldi basta avere solo pazienza. Anche se è una cambiale scontata, donna Adelaide riscuote dei contanti dopo tutta la fame nera che ha attraversato. Amelia invece non si consola, torna a Capua per ritrovare l’innamorato. Questo ha pensato bene di cambiare aria facendosi trasferire a Ferrara. Anche qui vola la piccola napoletana, ma il milite ignoto, forte della cifra pagata a risarcimento danni, rifiuta quel giovane fiorellino oramai ingombrante.
La strada di Amelia sembrerebbe segnata, per una donna “perduta” non ci sarà redenzione per tanti anni ancora, lei però non è destinata a perdere né a perdersi. Dopo lo “scandalo” Adelaide si trasferisce a Roma con le figlie, il genero ex-studente e un tipo che fa passare per cugino. Si tratta di Carlo de Marini. Maldacea scrive che era sposato a una parente di Adelaide, può darsi, probabilmente non vi era nessuna parentela, se non quella sentimentale, tra il de Marini e la stessa Adelaide. Il de Marini poi lo ritroveremo come padre di un’altra stella di prima grandezza del caffè-concerto: Carmen Marini, tra questa e la nostra Amelia possiamo immaginare quanta simpatia corresse.
A Roma, con i soldi della cambiale, le Faraone aprono un piccolo caffè al n° 80 di via del Corso, fuori per insegna pende un globo o palla infuocata. Spesso l’Amelia sarà indicata come quella della “palla infuocata” e i doppi sensi si sprecano. Nella capitale mette al mondo una bambina, Carmela, frutto di quell’amore militare. Debutta anche sul piccolo palcoscenico rimediato del suo locale, in calzoni da marinaretto, facendo intravedere delle gambe che mandano in visibilio la Roma umbertina. Insieme allo pseudo cugino della madre duetta: Levate ‘a cammesella una ballata popolare che Luigi Stellato aveva trascritto mentre la musica era stata “acconciata” da Francesco Melber nel 1875. Naturalmente prima di arrivare alla cammesella doveva togliersi il mantesino, la vesticciola, il suttanino, il cursetto e, nonostante questa spoliazione accurata rimaneva ben coperta, i vestiti di quel tempo erano come i veli delle cipolle: infiniti. Amelia, anche in questo modesto spogliarello, ha enorme successo, non come canzonettista, ma come nuova bellezza disponibile sulla piazza.
Adelaide intanto lascia il caffè all’Elvira e al marito di questa e, come annota l’implacabile giornalista del Cicerone: “ripartì per Napoli con il menzionato cugino…di nessuno. (…) La bella ragazza (Amelia n.d.r) frattanto, si vedeva a cena da Morteo , qualche giorno a zonzo per il Corso con due ballerine dell’Apollo (…) sul principio abitava in una via vittoriosa (via Vittoria), da una modista molto compiacente nel far favori alle amiche. Più tardi, avendo conosciuta un’allegra biondina che siede orizzontalmente, si recò più volte da lei”.
E’ una mondana di lusso, giovanissima, con amicizie influenti, la più ricercata tra le bellezze romane tra il 1886 e il 1889. Eppure non dorme sugli allori, ammesso che allori fossero, o per meglio dire sua madre che la muove come un burattino. La fortuna le viene sempre incontro, la sua placida bellezza è di quelle vincenti. Queste sue doti paciose saranno più tardi ricordate da Ugo Ricci , conosciuto anche come Triplepatte o Moscarillo, giornalista, autore di riviste, commedie, macchiette e poeta napoletano.

Amelia Faraone
La venustà di Amelia Faraone
serena e matronale
turbava il “principale”
ed il “garzone”,
Gerace ed Erricone ,
l’agente e l’assessore comunale.

Era una donna quell’Amelia, nata
per soggiogare un re di buona pasta,
che nessuna scipita cicalata
le avrebbe mai troncata
con un “Basta!”;
che l’avrebbe difesa e secondata;
che le avrebbe concesso l’imprudente!
persino di cantare
“Casta Diva” (con Fonzo al pianoforte);
e sarebbe rimasto, eroicamente,
ad ascoltarla, senza protestare,
senza mandarla a morte…

Era una donna, quell’Amelia, fatta
per leggere Stecchetti e per tacere.
Fu il fato che le impose quel mestiere
cui garantisco che non era adatta.
Ella obbedì. La povera figliola
a chi non obbediva?
Era così garbata e remissiva…
Era così da quando andava a scuola…
Sua madre le ordinava di dormire?
“Seduta stante” lei si addormentava.
Le ordinava di darle 10 lire?
Lei gliele dava .
Le ordinava…Ma posso riferire
tutto quel che la mamma le ordinava?
Non posso. Non si può.
Lo stesso Maldacea direbbe: “No…”

All’amica che ormai riposa e tace,
ossia non bela né guaisce più,
sia pace; quella pace
che mi avvenne di perdere per lei
verso il ’96,
nell’ignara mia prima gioventù.

Ricci sottolinea i caratteri salienti della nostra Amelia: la bellezza serena e matronale, la disponibilità, le scarse doti artistiche: “fu il fato che le impose quel mestiere / cui garantisco che non era adatta”. Ugo Ricci pubblicò vari libri, oramai introvabili, dove raccolse i suoi lavori già apparsi su vari giornali, morì il 25 gennaio del 1940, Il Mattino ne dette la notizia, ma solo nell’edizione napoletana, il Ricci, apolitico non aveva mai voluto la tessera del fascio, come ci ricorda Margot Ricci nella prefazione del libro di suo padre Napoli Nobilissima, stampato nel 1951, da questo volume, trovato su una bancarella a Genova, trascrivo un breve proverbio: “Nell’amico di tutti non c’è, spesso / che l’amico, l’amico di se stesso”.

Stando alle sue memorie, Maldacea dà del debutto della Faraone una versione edulcorata, che invece il Cicerone, specializzato in pettegolezzi o gossip che dir si voglia, fa intravedere sotto ben altre prospettive. Maldacea ha delle buone ragioni, che poi vedremo, per nascondere una realtà più boccaccesca.
All’inizio del 1888, Amelia decide di scendere dalle tavole del suo caffeuccio, dove ogni tanto si esibisce, per qualcosa di più prestigioso. Nell’Italia crispina inizia l’epoca dei primi cafè-chantant o caffè-concerto di lusso, la nostra borghesia vuole uscire dalla seriosità risorgimentale per modelli di vita di derivazione francese che tentano di svecchiare una società piuttosto bigotta, almeno in superfice. Per tutti i maschi italici Parigi si trasforma in una chimera, un paradiso proibito, una Sodoma e Gomorra, dove i piaceri imperversano. In Francia i cafè-chantant vivono da più di venti anni, lì la borghesia, per impadronirsi del potere, ha fatto più di una rivoluzione. In Italia una classe imprenditoriale si rafforza nel nord che va velocemente industrializzandosi. Al sud invece, una realtà statica, dominata dal latifondo nobiliare e dai residui feudali, unita a una miope politica statale, impedisce qualsiasi sviluppo coerente. Saranno proprio i nobili, carichi di titoli, i più affezionati frequentatori dei caffè-concerto dove potranno, allegramente divertendosi, aiutare la loro rovina finanziaria.
Corre voce sui vari giornali che l’Amelia debutti al Caffè delle Varietà , locale romano di una certa classe, aperto in via due Macelli nel 1887. Non è proprio un café-chantant, anche se lo diverrà, per adesso è solo un luogo di ritrovo abbastanza osé, vi si danno convegno le mondane più in vista in cerca di svago e di clienti. Cafè-Chantant rimediati vengono aperti sia a Roma che a Napoli. Nella capitale ci avverte il fedele Cicerone del 17/7/’87 : “Anche la ‘Rupe Tarpea’, la nota trattoria sotto il Campidoglio, ha rizzato quattro pali che sostengono una nuda copertura di zinco. La scena non rappresenta una camera, né una campagna, ma una specie di padiglione formato da due coperte di ‘cretonne’ tolte forse ai letti di qualche artista a spasso. Un rustico piano-forte verticale accompagna due napoletane e un modenese, che si affaticano a apir bocca, a dar pugni e calci su quelle tavole, pur di farsi applaudire allegramente dalle comitive che masticano un pollo e bevono un buon bicchierotto di vino”. La scena romana è disseminata tra caffè, trattorie e giardini oltre i teatrini di serie B mentre pian piano sorgono i veri Cafè-Chantant tipici della Belle-Epoque. Troviamo cantanti o artisti vari alla trattoria trasteverina Muzio Scevola, al Ninfeo d’Egeria ai Prati di Castello, alla Birreria Poli, alla Birreria Italia di un certo Maronetto in via del Gesù, alla Birreria Alhambra sempre ai Prati di Castello, al Caffè Urbini in corso Vittorio Emanuele, al Caffè della Maddalena nella piazza omonima etc.
Improvvisamente Amelia lascia Roma per rientrare a Napoli chiamata da Enrico Campanelli che al teatro Fenice ha una propria compagnia di operette sorretta da due ottimi elementi: i fratelli de Martino . Dei due, Giuseppe , aveva sostituito il 30 marzo del 1876, al teatro San Carlino, tempio mitico di Pulcinella, Antonio (Totonno) Petito l’ineguagliabile pulcinella morto in scena quattro giorni prima. Scrive Salvatore di Giacomo : “Per uno strano caso il de Martino somigliava tanto a Petito nella persona, nella voce, nei movimenti che, in su le prime, gli spettatori ebbero quasi a credere di vedersi davanti redivivo, lo sciagurato Totonno”. I fratelli de Martino, soppiantata la stagione del Sancarlino dal successo di Scarpetta con il suo Sciosciammocca, vivacchiano in quel genere chiamato erroneamente operetta, che era una commedia con intermezzi musicali, degenerazione dell’opera buffa napoletana o in spettacoli di pulcinellate dove boccheggiando finisce di consumarsi la grande farsa del San Carlino. Non riescono a crearsi un repertorio diverso, come invece riesce a Eduardo Scarpetta , nato anche lui alla scuola di Petito, che abbandonato Pulcinella, sa creare, con Felice Sciosciammocca, una nuova maschera assai più vicina all’esigenze della piccola borghesia partenopea. Peppino (Giuseppe) De Martino è ricordato da Erminio Scalera : “Era dotato di una spontanea vis-comica e di un linguaggio teatrale che si tramandava attraverso i secoli originato dalla commedia dell’Arte. Le pulcinellate di De Martino hanno deliziato due generazioni di spettatori, grandi e piccini (…) Abbiamo del De Martino un grato ricordo per tutto il buon umore che ha saputo dispensare la gioia che ci ha procurato ascoltandolo” Sempre Scalera ci suggerisce la poesia di Ugo Ricci in ricordo del De Martino:
…e me lo faccio il po’ di stocco fisso
A San Liborio, da Pasquale Sessa
Detto “A zetella”
Ove cenava il povero Peppino;
Peppino De Martino, il Pulcinella.

Con la compagnia Campanelli, Amelia torna a Roma, al teatro Quirino, nel maggio del 1888 con un gran successo diviso con altre due bellezze: la Barbetti e Carmen Moretti. Quest’ultima appartiene a un’ampia famiglia teatrale napoletana che darà vari artisti sia all’operetta che al teatro, come la grande Tecla Scarano , che prenderà il cognome dalla madre, la quale, a sua volta, aveva calcato le scene del Cafè-Chantant e dell’operetta da sola e con due sorelle.
Dopo Roma la compagnia va in tournée, per tornare nella capitale in dicembre dove resta sino a fine febbraio, sempre al Quirino. Le critiche del Cicerone naturalmente si appuntano solo sulla bellezza della Faraone, quando fa una delle Sirene nel lavoro omonimo, scrivono: “Dicono che le Sirene incantano, infatti chi non si farebbe incantare da Amelia Faraone?”. E ancora: “Un faro in giro, non sotto la dipendenza dell’on. Saracco, ministro dei lavori pubblici, ma della brava mamma che custodisce ogni giorno. Un faro di bellezza è Amelia Faraone, l’artista dalle curve sporgenti”. Mentre il suo valore artistico viene definito: “…la Faraone e la Barbetti lavorano discretamente, non hanno molta voce però si mettono bene in scena”.
Ancora una volta sua madre appare dietro le quinte come burattinaia, donna Adelaide sa troppo bene che il teatro non paga, avrà visto artisti, pure famosi, trascinare un’esistenza grama. Il palcoscenico è una vetrina per mettere in mostra quel suo capolavoro. Così Amelia lascia l’operetta per esibirsi nel neonato cafè-chantant dove la clientela è quasi interamente maschile e di una certa classe.
Un fatto luttuoso colpisce la famiglia: Elvira, nemmeno diciannovenne, rimane vedova del marito trapanese. La vedovella, asciugate le lacrime, si rimbocca le maniche e anche le gonne, per debuttare, con la sorella, nel giardino della romana Birreria Italia, alla fine di maggio del 1889. E’ un locale alla moda diretto dalla Sora Peppina, in via del Gesù, ma la religione non c’entra per niente: “… giardino adorno di piante odorose e di Kellerine nuove, le quali offriranno agli avventori, degli ‘choppen’ d’ottima birra!” Frequentato esclusivamente da uomini e mondane, il servizio ai tavoli è svolto dalle kellerine, delle gran belle ragazze avvolte in candidi grembiuli, disponibili eventualmente per altri servizi. Nulla di scandaloso, su quelle tavole operano nomi di vario peso artistico. Le due sorelle: “…alternano canzonette napoletane tra gli applausi e i bis dell’affollato uditorio”.
Il 15 luglio ’88 un certo Don Ignazio scrive sul Cicerone l’articolo Le donne elettrici: “Alla Camera dei deputati l’onorevole Toscanelli ha spezzato anche lui qualche cosa: una lancia a favore delle donne. – Mandiamole a votare! Ha esclamato (…)! L’onorevole Toscanelli è diventato tutto a un tratto fautore del suffragio universale, esteso anche alla donna, perché il suo maggiore orgoglio sarebbe quello di riuscire eletto col contributo muliebre. – Chi disse donna disse danno, si mormora da gran tempo, ma che danno d’Egitto, se non danno nemmeno il loro voto! Così avrà pensato l’onorevole deputato di Pontedera. Per me è tutta questione di pronunzia – le donne, purtroppo lo danno fin dai tempi biblici il loro voto, in Italia come altrove, né più che meno. E sotto questo punto di vista – diciamo così – anch’io senza essere deputato, sono amante del voto delle donne”. La sensibilità di Don Ignazio è granitica, il doppio senso su vòto e su voto (inteso per vuoto) non ha bisogno di commenti. Pochi anni dopo, nel gennaio del 1894, Matilde Serao su Il Mattino pubblica un articolo “L’ira muliebre” usando parole più appropriate, saltando a piè pari ogni volgarità, per arrivare alle stesse conclusioni
di poco sopra: “…per favore speciale accordatoci dal Cielo, la donna italiana non si occupa di politica…essa trova ridicole le assemblee dove gli uomini si riuniscono a far delle chiacchiere, come se fossero delle donne. Per nulla al mondo, essa vorrebbe avere il potere tra le mani, ciò le darebbe una noia immensa”.

A luglio Amelia si stanca di cantare, lascia il palcoscenico, ma rimane a Roma. E’ una delle bellezze alla moda, va a teatro dove si possono sfoggiare gioielli e amanti, o accaparrarsene di nuovi sia degli uni che degli altri. Perfidamente annotano sul Cicerone di una sua toilette:”…a mio avviso, guadagna di più in veste da camera, sia in grazia che in bellezza”.
E’ una splendida diciottenne che sfrutta quanto possiede: una bellezza smagliante. Per una ragazza nata povera del tempo, spesso analfabeta, l’unica opportunità è finire a servizio di un marito. La strada percorsa da Amelia non porta lontano, potrebbe sposarsi per avere un tetto e del cibo, ma chi ha intrapreso una carriera come la sua corre il rischio di finire sfregiata, accoltellata o nella miseria più nera appena la gioventù si appanna. Amelia ha una madre furba, il cui tipo viene ritratto dal poeta Ferdinando Russo nella macchietta Il madro musicata da Vincenzo Valente e portata poi al successo da Maldacea. Il madro è un generale in gonnella a guardia della figlia, ma pronto a sparire a determinate condizioni. Fa la fortuna o la disgrazia, secondo i punti di vista e i risultati, delle figlie, mercanteggiate come prodotti del proprio orto. Anche Raffaele Viviani , in alcune commedie ritrae la sciantosa sorretta perennemente da una madre petulante, una ruffiana sempre in azione per trovare il modo e il verso di spillare soldi, o al peggio almeno un pranzo a qualche pollastro di passaggio……

Description

UNA MINIERA PREZIOSA DI NOTIZIE E NOMI SCOMPARSI


Non poteva mancare Blanche Lescaut Misteriosa, dotata di un fascino elegante, di lei si sa poco o nulla. Nelle foto difficilmente guarda in macchina, guarda altrove, sempre imprendibile. Appare come una meteora, ottiene un immediato trionfo, si ritira, passa all’operetta, scompare ancora per debuttare sulle scene liriche, di nuovo fa perdere le sue tracce per brevi ritorni nell’operetta o nella lirica.
Supposizioni si accavallano sul suo paese natale, dicono sia nata per caso in Sicilia da una cantante lirica francese. Per puro caso ho scoperto che è nata in Francia nel 1875 da Emma Sorel, cantante lirica francese nata a sua volta nel 1857 come Emma Lescaut. Qual è il vero nome della nostra divette? Caso strano, nonostante supposizioni varie, il suo vero nome è proprio Blanche Lescaut. Insomma un mistero che s’infittisce, oggi diremmo, mediaticamente, che la protegge, ne alimenta il mito. Quando arriva a Napoli, tra la fine del 1893 e il ’94, è da poco rientrata con la madre dagli Stati Uniti, una diciottenne elegante pronta a conquistarsi un suo spazio. Dal disegno che le fa Scoppetta in questo periodo, ne esce una faccetta deliziosa, i volant del cappello e del colletto non attenuano la sua androginia, lo sguardo è carico e lontano.
I suoi tempi d’oro in realtà si ristringono tra la fine del 1894 e l’inizio del 1896, nemmeno due anni, ma bastano per creare una stella, almeno del cafè-chantant. La fanno debuttare, ottobre del 1894, al Salone Margherita di Napoli, dicono che sia una famosa cantante francese, il pubblico abbocca, ma francese lo è veramente. La giovane ha fascino, le canzonette francesi che canta sono ravvivate dalla sua fresca bellezza. Passa così per un’affermata cantante d’oltralpe e per una debuttante non è poco. C’è da chiedersi dove sia stata scoperta e se abbia battuto palcoscenici di provincia o di città meno attente a quel tipo di spettacolo, non può essere nata artisticamente a Napoli come un fungo, di sicuro ha dell’esperienza, ma nascosta sotto altro nome o pseudonimo, certo seguendo la madre, cantante lirica senza molto spessore, nelle sue tournée sarà vissuta sempre sui palcoscenici e avrà avuto lezioni di canto sin da piccola. Gioca su un registro di estrema eleganza, concede poco o niente, non è provocante, né sguaiata, ha imparato il mestiere dalla tenera età, così si salva tra la marea anonima delle canzonettiste straniere e non.
Si esibisce al Margherita dopo che vi è passata Polaire, la stella francese che nonostante la magrezza ha raccolto bei favori con Le coucher d’Yvette, che come abbiamo visto è un parco spogliarello ante litteram. I giornali subito si occupano della giovane debuttante: “…è la volta di una attraentissima Lescaut che ha debuttato in queste sere e che si è subito guadagnate le simpatie del pubblico. Il suo è stato veramente un successo incontrastato, pienissimo, perfetto”. Il 28 ottobre il Corriere di Napoli scrive del Salone Margherita dopo sette mesi che lo ignora ed è tutto per M.lle Lescaut: “una gentile e fine dicitrice che ogni sera richiama gran pubblico a questo ritrovo mondano: La Lescaut ha una voce di una limpidezza argentina, un’azione perfetta e un’arte piacevolissima. È insomma una graziosa attrattiva, tra le molte che offre il simpatico Margherita”.
Da Napoli, la nuova canzonettista, spicca il volo per altri concerti, per conquistare nuovi ammiratori. I giornali napoletani sono infiammati, la definiscono “una vera étoile”, passano anche al panegirico: “La dicono una stella del firmamento del Caffè Concerto ma io credo che ne sia, invece, il sole, anzi non so spiegarmi perché essa debba cantare al Caffè Concerto potendo farsi ammirare ed applaudire su scene teatrali”. Consiglio che la giovane artista metterà in opera al primo affievolirsi degli applausi. E ancora: “Blanche Lescaut – rispetto il suo nome di battaglia – ha appena 19 anni, ma ha tanto studio di canto che pare sia in carriera da dieci anni, per lo meno. Ella è alma di sua madre – la festeggiata Sorel che cantò, anni fa, al nostro San Carlo – ed ha poi nel gusto naturale d’interpretazione, così fine che diventa tutta altra cosa cantata da lei” e si prosegue nelle lodi.
Chi la protegge sa muoverla molto bene, gioca sul nome, creduto d’arte, che sembra tratto di peso dalla letteratura francese: Lescaut, che ricorda Manon, la torbida creatura dell’abate Prevost , ma anche l’opera musicata da Puccini, guarda caso, proprio nel ’93. Il protettore della bella canzonettista deve essere nel campo giornalistico napoletano, o avere buoni rapporti con la cultura della città, i giornali infatti saranno a completa disposizione della fulgida Blanche…finché la storia rimane in piedi.
Nel dicembre, sempre del ’94, debutta a Roma a le Varietà: “ha fatto impallidire tutte le stelle passate” annotano subito. Vi rimane sino a gennaio: “La Lescaut dà il suo addio (….) strappa il cuore a parecchi”. A Roma, in questo periodo, all’Orfeo troviamo la Faraone con successo e con lei una giovane Cavalieri, ancora con il suo nome per intero: Natalina, all’Esedra vi sono Pina e Arturo Ciotti, al Diocleziano (locale minore) canta Carmen Marini, altra stella in ascesa.
Lescaut, dopo vari concerti della penisola, torna a Roma per poche sere, a metà marzo sempre del ’95, al Metastasio, che da teatro tentano di trasformare in caffè concerto. Passa quindi all’Orfeo e di seguito all’Esedra: “grandi pieni per la Lescaut”, intanto al teatro Manzoni ha grande successo Emilia Persico che, a capo di una compagnia minore di operetta, raccoglie applausi per le canzonette che esegue a fine spettacolo.
In aprile torna a travolgere Napoli, ancora dalle tavole del Margherita. Nel locale concorrente, il Varietà, per contrastarne il successo, chiamano la seducente Armand’Ary, francese verace come la nostra Blanche. Su registri opposti le due ‘francesi’ rivoluzionano una città. Per Ary, l’anno precedente, Mario Costa aveva buttato giù in men che non si dica versi e musica di ‘A Frangesa (canzone da cafè-concerto):
“Songo Frangesa e vengo da Parigge;
i’ so na chiapp’ ‘e ‘mpesa ve l’aggi’ ‘a dì!
Po’ cumincià: sapite,
no, nun me vrucculiate,
io ‘o teng’ ‘o ‘nnammurate,
cu me nun c’è che fa!
(Coro dalla sala) Oh! Oh! Oh! Oh! Oh!
(A solo) Ma vuie mò che vulite?
Vi pregh’ ‘e nun gridà!
(Coro dalla sala) Oh! Oh! Oh! Oh! Oh!
(A solo) Si vuie nun ‘a fernite
‘un pozzo cchiù cantà!
etcetera….”

Con questa canzone dal motivo trascinante, Ary aveva riportato un fanatismo da manuale e che diviene prototipo di tutte le canzoni sulle sciantose. “…di una vera canzone si tratta ma con degli elementi molto intriganti. Prima di tutto la parte corale viene affidata al pubblico, che intercala una frasetta semplice ma assolutamente trascinante agli interventi della solista – si può immaginare con che coinvolgimento e divertimento. L’atmosfera è resa incandescente dal continuo rimbeccarsi delle due parti”. Come scrive Gianfranco Plenizio nel suo Lo core sperduto, che avverte come nella canzone ci sia una: “complessità di alcuni tracciati armonici. (Del resto la ‘tradizione’ esecutiva ha fatto presto a sbarazzarsene. Sostituendoli con accordi più di routine)”.
L’Ary, a sua volta, aveva arrangiato le parole de La Napoletaine, su musica di Doria, una vera e propria ruffianata per Napoli in generale e per i maschi napoletani in particolare:
« Heureuses sont les Napolitaines,
Elle ont toutes des maris charmants:
Grands yeux, belles dents, allure hautaine,
Voilà leur portrait rassemblant.
Et si jamais je me marie,
Je choissirai, (c’est bien certain)
Sous le beau ciel de l’Italie,
Un jeune et beau Napolitain »

In questo 1895 è la giovane Lescaut a vincere la partita, tanto che Mario Costa tenta di ripetere il successo goduto l’anno prima e scrive la musica di ‘A Napulitana una canzone tutta per Blanche con le parole dello scontroso e affascinante Roberto Bracco non molto avvezzo a cimentarsi con il dialetto. “Cantata, con singolare solennità, al Salone Margherita, da Blanche Lescaut, una diva del Cafè-Concert” ricorderà anni dopo lo stesso Bracco. Il testo: “Grazioso, pieno di trovate (…) ma con pesanti handicap strutturali. Il poeta ci mette sei quartine di endecasillabi per arrivare al dunque e quando ci arriva gli manca il fiato. Costa è costretto a ripetere tre volte la strofa prima di arrivare a uno sparuto ‘refrain’ che viene ripetuto pedissequamente dal coretto e sfocia in un finalino abborracciato a base di Ah! Ah! Ah! Ah!. Finalino che un’armonizzazione bizzarra non riesce a salvare”

“Me tene ll’uocchie ncuollo nu francese
e dice sempe che me vo’ spusà,
purtammene –che saccio- a nu paese
addò se fa all’ammore meglio ‘e cca.
Luiggello m’ha lassato, e che mporta?
Si sto francese overamente fa,
vaco pe’ fora cu na vesta corta
cantanno ‘a sera pe’ ‘e cafè-chantà.
Me metto lu russetto e me nfarino
me cagno de culore lo scignò;
a chille che vengono vicino
nu poco dico sì, nu poco no.
eccetera…”

I giornali riportano puntualmente ogni successo della Blanche: “La Lescaut fu ierisera applauditissima. Ella cantò deliziosamente la bella romanza del de Leva ‘Durmenno’ e la graziosa ‘’A Napulitana’ di Costa. Coi maestri Costa e de Leva fu anche applaudito, s’intende, l’autore dei versi che è Roberto Bracco. Una grande sorpresa prepara intanto Blanche Lescaut. Tra poche sere ella canterà una romanza scritta per lei dal maestro Mascagni ”
In verità Mascagni scrive una romanza che la sirena del cafè-concerto porta in giro in tutti quei locali da dove vorrebbe uscire. Mentre la canzone “Durmenno” è una splendida melodia del De Leva uno sfogo dove la gelosia rasenta il patologico:
“Te si addormuta e duorme e suonno chino;
va trova si tu ‘nzuonno chiagne o ride,
va trova chi te vide e chi tu vide,
che pienze e faie mentr’io te sto vicino…”

Plenizio (nell’opera citata) sottolinea: “l’arco melodico è ammaliante”, ma trova che i tempi andrebbero rallentati: “per rendere appieno l’intensità della scrittura. ‘L’allegro vivo’ trasforma questo bel pezzo in una musichetta da giostra.(…) E nel cafè trovavano poco spazio ‘melodie’ come questa. Quindi bisognava imprimere una vivacità, una brillantezza che il brano non meritava”.De Leva aveva seguito dei seri studi di pianoforte al conservatorio San Pietro a Maiella, la regina Margherita era una sua ammiratrice.
In una cronaca del 17 aprile, sempre del ’95, si legge: “La signorina Blanche Lescaut, ritornata! Ieri sera al ‘Margherita’, ritrovò gli entusiasmi che la salutarono l’altra volta che venne a Napoli. L’arte della Lescaut è veramente squisita, ella è una cantante e una dicitrice di una finezza straordinaria, d’una sobrietà incantevole. Ieri sera prima volle mostrare le sue ‘virtuosità’, espandendo la sua voce argentina in trilli, in gorgheggi, in fiorettature; tutta roba certo lodevole e difficile e graziosa, ma forse più adatta a scene liriche che a un ambiente come il ‘Margherita’. Il trionfo della Lescaut si manifestò pieno e clamoroso nelle due storielle così diverse di carattere, che mimò squisitamente” .
Anche altri giornali napoletani sono più attenti ai successi di Lescaut che a quelli di Armand’Ary, la quale non riesce a rinnovare i fasti dell’anno precedente, mentre l’altra li consacra. Del resto, Blanche, al suo apparire sulle scene ha dato solo un assaggio involandosi ben presto per non vanificare, con la poca esperienza, il posto conquistato. Ora, però, troneggia incontrastata, e a lei Il Mattino dedica dei servizi notevoli, nessun’altra chanteuse se li è sognati, forse Blanche è “amica” dell’intraprendente sciupafemmine Scarfoglio, direttore del giornale? Armand’Ary deve ripartire sconfitta, il Circolo delle Varierà per arginare il successo di Lescaut richiama l’elegante Dora Parnes, la viennese che già si è conquistata a Napoli ampi favori. Come per ogni stella sull’onda del successo, anche per Blanche si mettono al lavoro poeti e musicisti, come Alessio Valore che le scrive Occhi assassini che l’affezionato De Leva si affretta a musicare. Le serate d’onore della diva sono trionfali, in una di queste, a fine aprile, riceve regali di gran valore: un orologio con chantelaine dal conte Szenvski, una broche-ape di corallo legata oro da un certo L.T.C., un bracciale in oro martellato con smeraldi e rubini dal console degli Stati Uniti, e molti altri ancora.
Il successo di Lescaut fa meditare sul susseguirsi nel favore del pubblico come chiodo schiaccia chiodo, da Dora Parnes ad Amelia Faraone, Paula Delmont, Polaire, sino ad Armand’Ary della quale scrivono: “un vero disastro per l’impresa (che per i suoi sacrifici meritava altro compenso). Il pubblico nonostante la sapiente e multiforme ‘reclame’ è rimasto quasi indifferente. Eppure era sempre la stessa artista, fine, elegante, graziosa; era sempre la stessa Armand’Ary de ‘La Frangesa’, che era avvenuto? Un altro sole era apparso all’orizzonte del ‘Salone Margherita’, sfolgorante di luce e splendore; innanzi a quel torrente luminoso della Lescaut, tutte le stelle di maggiore o minore grandezza sono state eclissate”.
Nel novembre di quel 1895, Blanche è all’Esedra di Roma e nel solerte Cicerone dell’11 novembre: “riempie la sala e la galleria”; e qualche giorno dopo (24 novembre): “Essa interpreta a meraviglia la melodiosa romanza dal maestro Pietro Mascagni a lei dedicata”. È ingaggiata dall’impresario dell’Esedra, Cruciani, per una tournée che parte dal Teatro Nuovo di Firenze con Agostino Riccio e Flauren Ricca. La bella Blanche dà forfait all’ultimo momento, il Cruciani le fa sequestrare, a mo’ di risarcimento, i gioielli dei quali tutti parlano, ma che risultano falsi.
Senza i gioielli falsi, ma forse trattenendo i veri, Lescaut rinnova i trionfi da Napoli a Roma e in altre città cantando con eleganza chansonettes francesi come questa che non lascia niente di sottinteso:
« Non Monsieur, dit la p’tite bonne,
Ce n’est pas ça ce que m’étonne,
Que je m’y prends mieux de Madame, pardi!
Tous les amis de Monsieur me l’ont d’jà dit ! »

Si trova alcune volte a lavorare negli stessi locali con Arturo e Pina Ciotti, come all’ Alhambra di Firenze dove si esibiscono pure Nicola Maldacea, Ella Rocca una tedesca che avrà un certo successo per certe sue spericolate esibizioni, in precario equilibrio, sui cavalli, e una stella napoletana emergente nascosta sotto il nome improbabile di Olympia d’Avigny , che finirà in Argentina al seguito di Cantalamessa per poi risorgere in Spagna nel 1920 come musa attempata del giovane poeta e giornalista Salvador Valverde che spinge, nonostante i dinieghi, a scrivere canzoni, canzoni e poi operette, sceneggiature che lo portano di successo in successo, ma lo portano pure lontano dalla sua musa, questa finirà per aprire un’accademia di canto e morire proprio sul suolo spagnolo, purtroppo in estrema povertà.
Sempre con i due Ciotti, Lescaut canta a Torino al Concerto Romano, poi da sola torna a Napoli dove in luglio debutta al Circolo delle Varietà. Un nuovo trionfo che i giornali si affrettano a registrare, dal 22 luglio in poi non si parla che dei suoi successi rafforzati da una massiccia pubblicità. Accanto ha una divetta in via di affermazione nel firmamento canzonettistico italiano: l’indiavolata partenopea Carmen Marini, diversa e opposta alla Lescaut. Blanche, figlia di una cantante lirica, certa di avere una voce da non sprecare su tavole incerte di caffè concerto, inizia il suo numero con brani lirici: “poco adatti all’indole di quel ritrovo”, come l’ammoniscono, ma sa farsi perdonare ricorrendo alle canzonette francesi: “birichine e vivaci, riaffermando così la sua arte spiritosa di dicitrice inimitabile”. La stella dirada le sue uscite. Ai primi di aprile è all’Eden di Roma, dove prende 200 lire a sera quando i giornali costano 5 centesimi. Scompare per ricomparire a metà maggio sempre all’Eden: “ridotto ai termini dei più piccoli ‘cafè-chantant’ della capitale. Un ambiente dove buona parte del pubblico, si dà ogni sera in preda allo sfrenato chiasso di un bubbione di teatro di marionette, giungendo fino a lanciare pallottole di carta all’orchestra (…) noi compiangiamo Blanche Lescaut che corre inconsciamente incontro alla sua rovina trascinando con sé i proprietario del locale. Ora però, ci dicono, che ella sta per fuggire verso i lontani lidi dell’America, dove speriamo non sia giunta notizia dell’insuccesso di Roma. Ma qui in Roma noi compiangiamo la Lescaut, e il tramonto di quest’astro un tempo sì brillante: ci addolora tristissimamente”. In questo periodo di guerra con l’Abissinia si canta a Roma una Tarantella Africana:

Tarantella nicche-nicche
‘n’accidente a Menelicche
Menelicche se lo venne
‘n’accidente a Macomenne
Macomenne sta a sbafà
‘n’accidente a Magnaccià
Magnaccià nu’ lo vo’ ppiù
‘n’accidente a Tuccitù
A Tuccitù nu’ je va bbé
‘n’accidente a Ras Oglié
Ras Oglié sta sulla mula
‘n’accidente a Rassoluta
Rassoluta sta in ciavatte
‘n’accidente a Rass Sebatte
Ras Sebatte e fa rrosso,
‘n’accidente a Blatti-Losso
Blatti Losso nu’ lo vo’
‘n’accidente a quanti so’!

Il Cicerone del 31 maggio ’96 pubblica una foto della Lescaut e le dedicano un articolo: “una volta discese in un locale meschino per lei, e noi lo costatammo, non per menomare minimamente il merito della sublime creatura, ma per esortarla ad allontanarsi da un ambiente e da un pubblico che non l’avrebbe mai compresa. In ogni modo ora la Blanche che era prossima a partire per l’America ha cambiato parere mercé il mago Cruciani (…..) La pastosità della sua voce, la birichineria francese, l’ottima scuola di canto, l’intonazione perfetta, ammaliano ogni spettatore”.
Intanto al Morteo (che si trova nel palazzo Ruspoli) vi si trasferisce il Gambrinus Halle diretto dallo Stern.
Blanche canta all’Esedra, il locale di Cruciani, evidentemente i due hanno fatto pace, la nostra canzonettista recupera onori e favori e per la sua serata d’onore alla fine di maggio: “Fiori a profusione e ricchissimi doni riempivano la ribalta” (sempre sul Cicerone del 31 maggio). Con l’estate scompare, tornano a parlare di lei quando annuncia il suo ingresso nella compagnia di operette Murro: “La fine ‘diseuse’ non canterà solo arie e romanze, quell’arie e romanze che furono la sua prerogativa, ma si consacrerà anche all’operetta! Blanche Lescaut all’operetta! (…..) C’è, per chi conosce la deliziosa cantatrice, da ridere non poco” e l’articolo continua chiedendo come potrà cantare le operette Gran via e Tentazioni di S.Antonio che sono nel repertorio della compagnia Murro, nella formazione sono nomi in ditta Murro-Remo Francioli-Emma Albani e ne fa parte anche la famiglia Ciotti con i fratelli Pina ed Arturo. Con questa compagnia Blanche sarà a Torino, ma la critica non è benigna: “L’affascinante Lescaut, poco anzi niente Manon”. Rimedia con il fascino e la gente corre al teatro Gerbino dove rimane da aprile a maggio del 1897. Sempre con questa formazione arriva a Napoli in un teatro primario, il Politeama, ma proprio in questa città, come abbiamo visto, si spenge il giovane Ciotti. Per Blanche, due anni prima, Arturo ha composto una poesia di circostanza:

“ A M.lle Blanche Lescaut
(scherzo poetico)
Alle porte del cielo il Creatore:
In suo seggio dorato se ne stava
Aspirando tranquillo il dolce odore
Ch’ogni fiore della terra sprigionava.
E pensava tra sé: Mondo birbone!
Quella terra laggiù mi dà da fare
Feci proprio un lavoro buggerone
Sono stanco di loro, di loro querele,
Di loro vane pretese e loro rumori
E poiché mi si taccia di candele
Vo dal ruolo dei mondi a trarla fuori
E si mosse adirato: e già varcava
Degli archi la soglia, quando intese
Dalla terra una voce che cantava
Come mai su nel ciel cantare aprese.
Eri tu! La tua voce melodiosa
Valicando le stele lentamente
Arrivata al Creatore d’ogni cosa
Gli molcea le orecchie dolcemente
Tal che disse il Signor: “Non più mi pento
D’aver fatto quel mondo birichino
Son del’opera mia molto contento!”
E segnò ‘l nome tuo sul suo taccuino”.

Reminiscenze dantesche e vernacolo toscano si uniscono in una brutta poesiola. Un altro toscano, lo scrittore e giornalista Jarro , dedica alla Lescaut un capitolo del suo libro “Sul palcoscenico e in platea”, pubblicato proprio in quel 1897: “la graziosissima cantatrice di canzonette, la spigliata, non si legga spogliata, e incomparabile dicitrice ha sempre un grande successo: successo di eleganza, di bellezza, di arte: poiché, diciamolo subito, è stata toccata dal fuoco sacro e laico, se meglio vi piace di un’originale ispirazione. È la Patti della canzonetta. Essa è capace di ammettere che la Patti è la Blanche Lescaut dell’opera. Or qualche tempo, minacciava d’ingrassare. I medici le ordinarono delle passeggiate militari- ben inteso senza militari (…) Passare dalle sale de’ Caffè-concerti su la scena de’ primari teatri sembrava dovesse restar ardua impresa: è riuscita a compierla con facilità, con fortuna. La signora Lescaut, appena entrò in uno de’ nostri Teatri esclamò, vedendo che si doveva salire al primo piano: – Il mio maestro di canto mi ha proibito di fare le scale tanto alte! –
“I pubblici hanno le cantanti che si meritano. E il pubblico de’ Teatri, ove ha cantato la Lescaut sin ad oggi, era sì elegante, sì intelligente! (…) La signora Lescaut è, non dico coperta – poiché tiene a far ammirare le sue gentili forme in ‘extenso’ –ma tutta scintillante di diamanti. I diamanti, i gioielli, l’oro più o meno massiccio, sono oggi una gran parte dell’arte del canto. I giornali annunziano spesso che, in tale o tal’altra scena, questa o quella artista sublime (o un passo più in là del sublime) si fregiava di brillanti per il valore di 100,000, 200,000, 500,000 franchi. Verrà un tempo in cui leggeremo nei giornali annunzi di tal genere: ‘la cantante o canzonettista X, verrà in scena con la famosa collana di diamanti. L’impresa si è procurato il ‘fac-simile della fattura, rilasciata dal gioielliere, che verrà esposto nel vestibolo”.
Un altro scrittore si interessa alla nostra Blanche, Marco Ramperti , nel suo Vecchia Milano, un libro curioso dov’è stratificata la cultura milanese e non solo degli ultimi anni del secolo sino alla fine della prima guerra mondiale e quindi della Belle-Epoque. Figlio di un musicista, Ramperti ha conosciuto tutti passando poi dai giornali umoristici, all’Avanti, al Corriere della Sera in una Milano affascinante e vitalista, chiacchierona e scapigliata, ricca e povera, un libro che si legge con vero piacere: “Emilia Persico, Maria Campi, Blanche Lescaut…Nomino qui le tre canzonettiste antenate che ‘furoreggiavano’ (verbo del tempo) mentre regnava ancora Umberto I. Ma mentre Emilia e Maria sono passate senza storia, Blanche Lescaut, che cantò più tardi nell’operetta e quindi nell’opera, col nome di Bel Sorel, merita un cenno da chi, pur essendo allora un ragazzo, ricorda benissimo gli odi e gli amori suscitati dalla sua bellezza, dalla sua eleganza, dal suo talento (lo stesso Giulio Massenet, dopo averla ascoltata nella ‘Cendrillon’ ebbe a dichiararsi suo ammiratore) e soprattutto di regale altezzosità, che non si arrendeva a nessuno e non aveva paura di niente: causa, appunto di quei deliranti amori e di quelle furiose antipatie che ribollivano nella sua scia di ‘nave ammiraglia’. Il quale nautico paragone non è mio ma del fiorentino Yarro, a cui pareva che la Bellissima fosse sempre pavesata come una rivista in alto mare, ‘salutata dalle sponde con ventun colpi di cannone’!
“Certo nessuna, almeno nella piccola scena, ebbe l’autorità della Bel Sorel, fin d quando era soltanto Blanche Lescaut e stornellava dalla minuscola ribalta dell’Eden le ultime birichinate di parigi, una delle quali aveva un curiosissimo finale: Ah, vraiment cette chemise / Est d’une finesse exquise: / Venez-donc sur ce sofà, / Elijen! Elijen! Alalà!
“Al quale proposito non vorrei che i ‘nostalgici’ se l’avessero a male. Se lo squadrismo italiano ha trovato le rime dei suoi inni al caffè-concerto(…) Tornando a Blanche Lescaut e a quella sua grazia dispotica cui voltava il dorso un vecchio garibaldino”. Il vecchio garibaldino è il generale Giuseppe Missori al quale Milano ha dedicato una delle sue piazze centrali con la sua statua a cavallo e di questa Ramperti ci ricorda che il Generale trascina: “per le briglie un cavallo stanco, troppo stanco, ancora più stanco di quello del ‘bandolero’ nella canzone famosa”. Ancora Ramperti, nel libro sopra citato, parlando dell’Eden milanese ricorda: “All’ingresso un vecchio portiere decorosissimo, che all’arrivo di ogni vettura si toglieva una feluca da ammiraglio per scoprire una testa rapata, quasi mangiata dalle tarme, spaventevole a vedersi! E ai tavoli ancora apparecchiati per le cene, quattro personaggi di cui tre saltuari ed uno immancabile: l’onorevole Mira, Gerolamo Rovetta e un Conte lombardo(…) e finalmente il Generale Missori, colui che a Milazzo aveva fatto scudo del proprio corpo all’Eroe dei Due Mondi, e ancora adesso, dopo cinquanta anni, appariva agile, asciutto, piccolo ma saldo nella persona, quasi l’avessero sigillata a fuoco le fiamme dei bivacchi; e sempre bellissimo – potete credermi – così da obbligare le donne a ‘rettificare la posizione’, come si dice in caserma, voltandosi a dei mustacchi sempre dritti, a degli occhi sempre fulminanti. Non era una smania di galanteria senile, quella che riportava il vecchio soldato agli spalti del ‘cafè-chantant’. E perché nessuno ne dubitasse, il Generale voltava ostentatamente le spalle allo spettacolo(…) all’Eden ci andava per antica abitudine (…) Del Rovetta, abitudinario dell’Eden, mio zio raccontava un episodio che suppongo inedito. Avendo un giorno invitato a colazione il pittore Conconi, prima di entrare al teatro-ristorante gli fece fare tre volte il giro del monumento di Garibaldi che sta appunto là a due passi. –Guardalo bene: è così brutto, che spero abbia da farti passare l’appetito! –
Sempre nel ’97, Lescaut lavora nel massimo teatro romano: il Costanzi che: “riaprirà il 4 settembre con spettacolo di varietà al quale prenderà parte la rinomata artista Blanche Lescaut. Si eseguirà pure il ballo ‘Pietro Micca’ coreografia di Enrico Branciforti” Questo ballo imperversa in tutti i teatri alla fine dell’800. In una recensione dello spettacolo: “Blanche Lescaut l’artista conosciutissima dal pubblico dei Caffè concerto , ebbe il torto di cantare troppo in francese, cosa che dette ai nervi a buona parte del pubblico che si lasciò andare a qualche manifestazione non certo entusiastica. Nella serenata di ‘Histoire d’un Pierrot’ ebbe però un successo clamoroso”. Qualche giorno dopo per non incorrere in tumulti popolari: “dovette bissare tra gli applausi insistenti la ‘Napoletana’”. Un vero smacco per una canzonettista che vuol abbandonare il suo vecchio repertorio. A metà settembre si ritira dal Costanzi con la scusa di un’indisposizione, il pubblico non la segue più e lei non sa che pesci prendere volendo alzare il livello del suo repertorio. Proprio in questo periodo decide, per fare un salto di qualità, di prendere un nome d’arte: Bel Sorel. In realtà si appropria di quello della madre, involontariamente o volontariamente anche Sorel ha un certo peso nella letteratura francese come lo splendido personaggio del romanzo “Rosso e nero” di Stendhal.
Il debutto nella lirica, almeno quello più eclatante, avviene al teatro Lirico di Milano nel ruolo di Mimì nella Boheme di Ruggero Leoncavallo , ed ha la fortuna di trovarsi a cantare con il grande Enrico Caruso che vivacchia in Italia e solo il Metropolitan newyorkese sa regalargli, anni dopo, una fama planetaria. In una lettera del 20.10.1898 l’editore Sonzogno , parlando di una tournée a Nizza, insiste per trovare una cantante francese per il ruolo di Mimì poiché la Sorel, per andare in Francia, vorrebbe una paga maggiore di quella che ha al Lirico, e detto inter nos, mi sembrerebbe anche giusto.
Di questo debutto scrivono: “Tutti i fiorentini ricorderanno Blanche Lescaut e i suoi successi come ’diseuse’ (…) oggi Blanche Lescaut non esiste più…pur godendo perfetta salute, ha spiccato il volo verso più alte sfere , abbandonando perfino il suo antico nome ‘di guerra’ e riassumendo il suo vero patronimico, di Bel Sorel. E come tale si è lanciata nella carriera dell’Opera-Comica. I giornali di Milano sono pieni dei suoi trionfi, ripetuti ‘d’amblé’ alla sua prima comparsa sulle scene del teatro ‘Lirico’ sotto le spoglie di Mimì, nella ‘Boheme, di Leoncavallo”.
Proprio in questo periodo, un’altra sciantosa passa dal caffè concerto alle tavole della lirica: Lina Cavalieri , che più scaltra e senza remore sa raccogliere successi in mezzo mondo nonostante i mezzi vocali inappropriati. Lina e Blanche si erano esibite insieme al Grande Orfeo di Roma nel 1895, dove Lescaut era la stella e Cavalieri solo un numero secondario. Nella storia della Belle-Epoque europea Lina Cavalieri entra di diritto, i valori artistici sono secondari, non la ferma niente e nessuno, sale addirittura sulle tavole del Metropolitan a New York accanto a Caruso e non trova di meglio che, nel finale dell’opera, baciarlo platealmente sulla bocca ottenendone una pubblicità inaudita. La chiamano anche a Hollywood dove gira due film, è la prima italiana a entrare nella nascente mecca del cinema.
Tornando a Lescaut, adesso solo Sorel, nel 1899, sempre al Lirico milanese, ricopre il ruolo di Suzel nell’Amico Fritz, mentre canta nell’opera Mignon (gennaio e dicembre), nei Pagliacci (febbraio) e di nuovo Mimì (a novembre) che la vede pure all’Adriano di Roma nel settembre del ‘900 e, sempre in questo teatro, nell’opera Cendrillon di Massenet . Viene poi ingaggiata per delle tournée non proprio di serie A all’estero: a Bucarest (gennaio 1902) con Mignon e Traviata , a Lodz (febbraio dello stesso anno) solo con Mignon, l’anno successivo invece con Pagliacci e Traviata, in gennaio di nuovo a Lodz e poi a Lemberg. Canta in Madama Butterfly addirittura a Sidney e Wellington in Australia nel marzo e nel maggio del 1910. E la stessa opera la vede impegnata al Teatro Rossini di Venezia nel 1914.
Nel 1904 ha una causa con l’impresario Sebastiano Cicognani al Reale Tribunale Civile di Milano, ma non so come sia finita. Fa anche qualche breve incursione nell’operetta (come nel marzo del 1908 ne La cicala e la formica a Reggio Emilia), ma la sua stagione è chiusa per sempre, fuori dai caffè-concerto dove era stata esaltata non ha più spazio. Maldacea la descrive come una canzonettista: “che aveva una pronuncia francese bellissima che, unita alla vivace intelligenza, le consentiva di eseguire le più difficili e birichine ‘diction’ del repertorio d’oltralpe (…) Ma cantava anche in italiano, e con squisita grazia”. Antonio Morosi, amoroso scrittore anche se non sempre preciso, in ogni caso il primo che abbia studiato, nei vari aspetti, il caffè-concerto, tra l’altro fu direttore di giornali specializzati e di un concerto a Livorno, ricorda Lescaut: “restavamo compresi di ammirazione per l’arte finissima che rendeva con semplicità necessaria certi passi scabrosi cui i ‘calembourg’ aumentava il pericolo di caduta”, e più avanti: “fu una delle migliori e più acclamate artiste di Caffè Concerto e Firenze non l’ha mai dimenticata quando al ‘Trianon’ per mesi e mesi di seguito faceva accorrere il pubblico per udirla in quelle sue birichine dizioni”. Esagera un po’, a Firenze non si fermò mai “mesi e mesi”, e poi non certo al Trianon ma all’Alhambra!.
Alcuni musicisti le proposero le loro opere come Stanislao Gastaldon , che aveva un buon nome alla fine dell’ottocento ma oggi completamente dimenticato, di questo autore Bel Sorel interpreta “Stellina” , novella lirica in un atto su testo di Bianchi.
……..

Infinito l’indice dei nomi contenuti nel libro: A.

Abate (attore) 151
Africanella 176
Age (Agenore Incrocci) 73
Aiglon Lina 176
Alba Primavera 176
Albani Emma 113
Albano Olimpia 177-181
Albino di Villabruna Gennaro 56, 57
Alfieri Giulio 48-49-52-165
Alighieri Dante 95-114-170
Allemand Lola 176
Alma Diana 176
Almirante Manzini Italia 91
Alva Luigi 136
Alvarez Calderon y Flores Sara 14
Amantini Tina 181
Amato Carlo 91
Amore Ida 176
Anania Mimì (Domenico) 63
Andalusa Morenita 177
Anselmi Giuseppe 136
Antoine André 86-87
Arbore Renzo 33
Arcella (sorelle) 124
Arditi Olimpia v. D’Avigny O.
Aretusa Cesarina 176
Argentina Mimì 124
Argentina Sisina e sorelle 177
Arienti Antonio 182
Artemisia Ida 124
Artieri Giovanni 13
Ary Armand’ 70-105-106-108-109-152
Ascoli Giulio V. Marchetti G.
Assiri Ida 177
Aulicino Dolores v. Lola Verbena
Aurora Annetta, Bianca e Olga 176
Ausonia Mario 56
Avogadri Ludovico 27
Avolio Guglielmo 127-128-133
Aymone Carmine 154-155
Azalea Ada 176

B.

Badia Paul 59
Balantony 128-132
Balzano Aniello 38-58-143-153-155-156-159-162
Balzano Giulio 58-143
Balzano Pasquale 38
Bambi Alfredo 94
Barbetti 19-20
Barbier Max 93
Barbieri Antonio 171
Baroni Jole 95
Barrison (sorelle) 140
Basile Salvatore 146
Bastianini 176
Battiatinsky principe 163
Baudry Paul 111
Bava Beccaris Fiorenzo 75
Beissier Fernand 74
Belfiore Bianca, Maria e Adelina 176
Bella Ida 124
Belli Blanes Anna 146-156
Belli Gioacchino 26
Bellini Ida 175
Belmondo Jean-Paul 97
Belmont Rose 70-133
Belvalle Lina 78-79
Benini Ferruccio 54
Benoit-Levy Jean 84
Berat Jane 181
Berg Alban 11
Berg Olga 70
Bernardini Aldo 74
Bernhardt Sarah 53
Bertin 140
Bertini Francesca 46-50-74-87-91
Bertini Italo 99
Bertolucci Bernardo 50
Bertoncini Giovanni v. Robert A.
Bessard Gabrielle 166/168
Bianca & Desroches 134-141
Bianchi (autore) 120
Bideri Ferdinando 132-139-156-174
Bidoni v. Cuttica P.
Bijou Ester 124-166-177
Bijou Niny 124-177
Bijou Lina e Tilde 177
Birichina Ninì 124-177
Bisaccia Roberto 127
Biscossi Cav. 29
Blanche Emma e Tina 176
Blanchette Amelia e Tlde 176
Blasetti Alessandro 22
Bocci Bruto 80
Bocelli Andrea 136
Bolero Lina 175
Bonnard Mario 179
Borelli Lyda 91
Borelli Medea 153
Borsa Maria 126-128-129-165-
Borsa Petite 128
Borsalino Teresio 96-97
Bouchaud Emilie-Marie v, Polaire
Bovio Libero 174
Bow Clara 90
Bozzo Michele 148-149
Bozzo Nino 52-175
Bracco Roberto 40-106-107-137
Bragaglia Anton Giulio 38-58-96-143
Braghetti Arturo 78
Branciforti Enrico 118
Brebion (sciantosa) 130
Bresci Gaetano 76
Brignone Guido 58
Brillante Pina 176
Brombeis Giovanni 37
Brooks Louise 11-90
Bruguglio Letterio 88
Brunetta Bella 177
Bruson Renato 137
Buscaglione Caterina v. Di Landa A.
Buti Carlo 136
Butterfly Dina e Pierrette 175

C.

Cafiero Salvatore 159
Calabrini (sciatosa) 165
Caliari Paolo v. Veronese
Califano Aniello 53
Calligaris Giuseppina 27-158
Cametti (ingegnere) 88
Campanelli Enrico 17-19-30-50-55-146
Campari Gina 175
Campi Maria 59-60-116-182
Cangiullo Francesco 99
Cantalamessa Berardo 29-32/34-54-110-126-128-180
Cantalamessa Bruno 29
Capaccioli Oreste 77
Capaldo Giuseppe 84-98
Cappelli Teresa (Teresita) 63-147-148
Cappello Bianca 177
Caprilli Federico 87
Caprioli Edoardo 37
Capurro Giovanni 58-98-129
Caracciolo Gennaro 66
Caramba 67-71-81-85-
Carassiti Alessandra 144
Cardini Giovanna v. De Charny Nina
Carminati Tullio 89
Cartier Alfred 50
Caruso Enrico o Errico 34-60-68-118-119
Casaccia (famiglia) 36
Casaccia Ferdinando 148-149
Cases Maria 110
Castagna Gaspare 124-127
Castagnetta (compagnia d’operetta) 53
Castellani Renato 83
Castigliana Tina 124-126-158
Castillo Aurora 55
Catalano Mario Bruna 76
Catania Elvira 124-131-132
Catania Maria 124
Cavalieri Lina (Natalina) 105-119-132-133-136-163
Cavalieri Pia 75-79
Ceccarelli Adele 157-159-160
Ceccherini Francesca 58
Calentano Tommaso 153
Celeste Iride 176
Cellai Margherita o Fosca 26-122
Celus Maria 177
Chanteamour Elda 177
Chanteclaire Elda 177
Charmant Tilde 124-177
Charretty Clara 131-165
Chiarolanza Giuseppe 139
Chimenz Maria 122
Ciaramella Roberto 124-159
Ciclamino Emma 176
Cicognani Sebastiano 120
Cifariello Antonio 169
Cifariello Filippo 168-169
Cifariello Filippo jr. 169
Cigliano Fausto 33
Cina Manciuria 176
Cini Vittorio 91
Cinquegrana Pasqule 48
Cioffi Giuseppe 99
Ciotti Alfonsina 70-73/75-84
Ciotti Aristodemo 66-70-75-113-124-126-131
Ciotti Arturo 66-70-71-73/75-105-110-113-114
Ciotti Francesco 66
Ciotti Pina (Giuseppina) 48-65/101-105-110-111-113-124-126-131-136-146-152-158-174
Clarissa Maria 177
Clavé Rina 175
Clemente XII 13
Coccoluto Ferrigni P. v. Yorick figlio di Y.
Coccoluto Ferrigni Umberto v. Yorickson
Cognazzo Roberto 137
Colette 45
Colonnello Amelia 73
Comegna Giulio 162
Conconi Luigi 117
Contessa Lara 78
Conti Carla 144
Cooper Gary 91
Coppola Francis Ford 177
Coquette Lily 177
Corallo Ninì 176
Corsi (musicista) 66
Cortini Bruno 53
Coruzzolo Silvia 133-135-136-168
Costa Carlo 33
Costa Pasquale Mario 33-73-93-105/107-152-152
Costa Salvatore 158
Costanzi Domenico 73
Cotillon Lea 176
Crisantemo Lisa 176
Crispi Francesco 72
Cristina di Svezia 13
Croccolo Carlo 93
Croce Adele v. De Fleuriel Y.
Croce Benedetto 136
Cruciani Nino 73-110-113
Cunzo Vincenzo 76
Cuocolo (processo) 14
Cuttica Primo 93-94

D.

Da Mosto Andrea 26
Da Mosto Francesco 26
Da Mosto Raniero 26
Dalbono Adelina 153
Dalbono Eduardo 153-154
d’Ambra Gemma 176
D’Amico Adelaide v. Faraone Adele
Danieli Isa 52
d’Annunzio Gabriele 86-87-136-137
Dante Lina 175
Dantes Les (duetto) 164
D’Antibes Luciette 177
d’Arabia Principessa 176
D’Aragona Bianca 177
D’Arco Giulia 177
D’Argent Nella e Maria 176
D’Arno Stella 177
Darwin Emma 176
Daurin Laure (Laura) 131-132
d’Avigny Blanche 111
d’Avigny Olimpia 29-110-111-131-180
De Angelis Maria v. Campi M.
De Angelis Rodolfo 99-100-129
de Browne Maria v. De Marcy B
De Chamery Gina 124-177-179
De Charny Nina 124-126-176-177
De Chiara Amalia 156
De Chiara Carmela 156
De Chiara Cesare 156
De Chiara Vincenzo 58-174
De Crescenzo Bianchina 55-89-181
De Crescenzo Raffaele 89
De Curtis Antonio v. Totò
De Curtis Ernesto 68
De Curtis Giovan Battista 68
De Filippo Eduardo 18-64-129-158-159
De Filippo Pasquale 18
De Filippo Peppino 18-73-129-158
De Filippo Titina 18-63-158
De Fleuriel Yvonne 88/92-177
De Gregorio (pittore) 51
De Gregorio Giuseppe 48-140
De Lanclos Nina 176
De Leva Enrico 93-107/109-128
de Liot Renée 56
De Luca Luigi 51
De Luca (musicista) 138
De Lucia Fernando 136
De Lys Diana 60-124
De Marini Carlo 12-13-122/124-141/143-
150
De Marini Carmela v.Marini Carmen
De Marini Ester v. Marini E.
De Marini Francesco 122
De Martino Giuseppe 17/19-55-143-162
De Martino Luigi 17-18-55-149/151-158-
159-162
De Martino Peppino v. De Martino G.
de Mercy Blanche 168-169
De Merode Cleo 125
De Morny Mathilde 45
De Mura Ettore 49-51-131-166-176
De Pasquale Raffaele 101
de Pensateci Violetta 176
de Pouzolz Amelie 84
De Ruà Italia v. De Ruà V.
De Ruà Vienna 177
De Santis (prestigiatrice) 25
De Seta comp. Teatrale 165
De Sica Vittorio 60-91
De Simone Roberto 154-155
de Troya Helena 176
De Vaniglias Olga 177
De Zerbi Rocco 39
del Cigno Leda 176
Del Drago Rosmunda 177
Del Giudice Amleto 58
Del Grilletto Paola v Del Grillo P.
del Grillo Paola 176
Del Nord Stella 177
del Vais Salvatore v. Edelwais
Del West Nuzza 175
Della Campa Raffaele 156
Della Garisenda Gea 95/97
Dell’Arco Mario 26
Dell’Oro Lea e Pierina 177
Delmont Paula 70-109
Delon Alain 97
Delorme Marion 175
Denes sorelle 181
Denza Luigi 93
Desprez Renée 84
Di Capua Eduardo 58
Di Giacomo Salvatore 17-23-33-35-52-125-128-137-144-153-154-173
Di Landa Anita 59
Di Lorenzo Tina 73-81
Di Massa Sebastiano 35-42-146
Di Napoli Gennaro 52
Di Rudinì marchese v. Starabba Antonio
Di Sorbo Teresa 142
Di Stefano Bianca 131
Di Stefano Giuseppe 136
Di Venanzo Gianni 57
Dietrich Marlene 60
Dini Clelia 165-166
Diva Nini 133
Don Ignazio (giornalista) 20-21
Donizetti Ida 175
Donnarumma Elvira 77-123-126-132-147-165-174-180-181
Donnini Oreste 94
Doria (musicista) 106
D’Orient Gemma 176
Dranem (Armand Menard) 95
Drudi Alessandra vedi Della Garisenda G.
Ducard Alice 59/61
Dumas Alexandre fils 57
Dumas Alexandre pere 57-66-177
Dumont Tina 59
Durano Giustino 81
Duranti Doris 89/90
Duse Eleonora 52-94
Duval Bianca v. De Crescenzo B.

E.

Edelwais Salvatore 28
Einaudi Luigi 25
Errico Carmine 136
Erricone 14

F.

Fabbri Paolo 149
Fabi Evelina 169
Fagiolo Dell’Arco Maurizio 25
Fagiolo Marcello 25
Fagiolo Mario v.Dell’Arco M.
Falconi Armando73-81
Falconi Dino 81
Falena Ugo 50-83-86
Faraone Adele 10/13-15-19/22-122
Faraone Amelia 9/64-66-69-70-105-109-110-122-130-131-134-146-148-165-173-181
Faraone Carmela 12
Faraone Elvira 10/13-20-25-27/29-63
Faraone Francesco 9-10
Farfalla Dina 176
Fari 165
Farinacci Roberto 90
Fatma Alma v. Hores Blinda
Favaloro Francesco 141
Febea 167
Fedra Velia 177
Ferravilla Edoardo 54
Ferrero Anna Maria 179
Ferrigni Umberto v. Yorick
Fiamma Clely 28
Fior d’Alpe 176
Fiordelisi (musicista) 140
Fioravanti (famiglia) 35
Fioravanti Pietro 124
Fiore Maria 57
Fiori (o Fiore) Anna 30
Fiorini Lina 164
Fiorita Nina 176
Fizzarotti Armando 97
Fizzarotti Ettore Maria 97
Flaiano Ennio 54
Fleming Victor 90
Fleur Mary 165-166-176-182
Fleury Jen 83
Flora Ester 165
Florette Patapon 176
Florez Juan Diego 136
Fo Dario 81
Fontana Eugenio 89-90
Fonzo Pasquale 14
Fonzo Vincenzo 14
Fougèr Eugénie 14-140-180
Francioli Remo 73-74-113
Franzi Gino 94-178-179
Frascatano Giacomo 143
Frattini Angelo 81
Fregoli Leopoldo 42-49-71/73-78-94-149
Fumo Eugenio 159
Furlai 150

G.

Galante (sciantosa) 156
Galgani Eduardo 84-138-171
Gallone Carmine 90-91
Gallone Soava 90
Galluppi (pittore) 51
Gambardella (attore) 147
Gambardella Salvatore 24-58-98-144-147-174
Gandolin v.Ansaldo L.A. 13-73
Garbo Greta 90
Garden Emma 176
Gardenia Pina 176
Gargano Adelaide 67
Gargano Aristide 67-75-76-80
Gargano Eduardo 67
Gargano Ferdinando 67
Gargano Francesco 67
Gargano Giovanni 67
Gargano Marietta 67
Gargano Olimpo 67
Garibaldi Giuseppe 72-81-88-117
Gastaldon Stanislao 120
Gauthier Margherita 57-176
Gauthier-Villars Henri v. Wally 45
Gemma Lina 177
Genina Augusto 89
Gentil Lina 177
Gerace v.Serra Francesco
Gerardy’s (ginnasta) 47
Germania Iris e Ismene 177
Gheisha Mary 175
Ghione Emilio 74
Giannini Biagio casa ed. 12
Giannini Diego 94-132-134-156
Giglio Mary 176
Giglio Rodolfo 94
Gill Armando 28-94-97-158
Gioia Mariella 147
Giolitti Giovanni 148
Giuffré Carlo 58
Giuliani Americo 94
Gordini Marchetti Silvia 80-158
Gounod Charles 141
Grassi-Murro (comp. Operette) 70
Grasso Giovanni 64
Grasso Giovanni jr. 64
Gravante Antonietta 132
Gravina Cesare 67-68
Grégoire (comp. di operette) 80
Grottolella duca di v. Macedonio
Guagnelli Simone 62
Guaita Mario v. Ausonia M.
Guilbert Yvette 130-136-140
Guillot Luis 52-53
Gys Leda 46-74-91

H.

Hari Matha 60-125
Hauterive Suzanne 178
Haziza Gilberte 83
Heine Heinrich 13
Helios Gina 177
Hesperia 45-177
Hirondelle Mimì 176
Holstein (sciantosa) 69
Hores Blinda 176
How Russel Warren 60

I.

Ideal Blanche, Flora, Elena, Nella,Rina 176
Infusino Giampaolo 21-31-167
Innocenzo XII 13
Invernizio Carolina 87
Iris Ada 176
Iwner Tecla 52

J.

Jarro 114
Jaer Josephine 131
Jovinelli Peppe (Giuseppe) 142/152
Jovinelli Carmela 143

K.

Karenne Diana 91
Kent Harnold v.Manetti L.
Kirschner Mirtzi 130-141
Konia von Scalera Guglielmina 18

L.

Lacroix Emma 178
La Bella Aida 176
La Foscari 177
Lagrange Ernestina 126
Lambase (famiglia) 35
Langella Luigi 63-147-150-151-153-156
Lecocq Charles 76
Lecomte Juliette 28-70
Lecouvreur Adriana 175
L’Egyptienne Sarine 176
Leona Frieda (Frida) 70-141
Leoncavallo Berta 120
Leoncavallo Ruggero 118/120-160
Leone Sergio 91
Leone Vincenzo v.Roberti R.
Leoni Paolina 150
Leopardi Carlo 175
Lepanto Vittoria 83-85/88-91-125-176
Lescaut Blanche 44-47-49-74-102/120-133-141-174
Lescaut Emma 57-102/104
Lieure (fotografo) 134
Liona Fanny 83/86-91-181
Lioy Diodato 37
Little Tich 140
Lo Savio Girolamo 83-86
Lobatto Mark 97
Lollobrigida Gina 136
Lombardi Gisella v.Gys Leda
Lombardi Tina v. Musette Fulvia
Lombardo Goffredo 74
Lombardo Gustavo 74
Loren Sophia 64-94
Loris Ines 183
Lozina-Lozinskij Aleksej 61
Luzzatti Luigi 96

M.

Macario Erminio 193
Macchi Gustavo 80
Macchia Achille 13
Macedonio Francesco di Grottolella 10
Maconnen Tafari v. Selassié Ailé 121
Maconnen Uoldemicael 112
Maggio Beniamino 128
Maggio Dante 77-78-128
Maggio Enzo 128
Maggio Margherita 128
Maggio Mimì 94-128-132-159
Maggio Pupella 128
Maggio Rosalia 128
Magnetti Adelina 52
Mair Francis v. Benoit-Levy J.
Maldacea Eugenio 63-64
Maldacea Eugenio jr. 64
Maldacea Maria 63
Maldacea Nicola 9-10-12-14/16-22/23-33/55-58-59-61-63-64-68/70-77-88-89-92/95-97-100-110-120-122-125/127-129-130-134-135-140-146-148-156-158-162-173-180-183
Maldacea Nicola jr. 64
Maldacea Tina 63
Mambelli Olga v. Hesperia
Mancini Bianca -124-127-128-133
Manetti Lido 89/91
Manfredi avv. 169
Mangini Bianca v, Mancini Bianca
Many Janita 52
Manzini Amerigo 91
Manzotti Luigi 155
Maracci Paolina 156-159
Marbis 94
Marchetti Giulio 79-80-82-83-85-93-95
Marenco Romualdo 155
Maresca Luigi 67
Margherita Alba 176
Margherita di Savoia 29-108-143
Mari Fiorella 12
Marinetti Filippo Tommaso 99
Marini Carmen 12-48-49-105-111-121/144-146-158-165-174-175
Marini Ester 125-133-138-139-141-142
Marino Carlo 37
Mario E. A. 76-179
Marocco Angiolina 177
Maronetto 17
Marroccelli Carmelo 33-48
Marrone Romualdo 35-154
Marsiglia Vittorio 32
Martinelli Vittorio 83
Martini Ferdinando 39
Marulli Giacomo 17
Marzell Anna 169
Mascagni Pietro 107-109-178
Mascarillo v. Ugo Ricci
Masi (pittore) 51
Masnada (ginnasta) 46
Massenet Jules 116-119
Mastracchio Cherubino 50
Mastracchio Italia 50
Mastracchio Serafino 49-50
Mastriani Achille 146
Mastrocinque Camillo 12
Mayol Felix 58
Mazzeo (cognato) 10-12-13-20
Mazzola Ciccillo 124-126-127-130/132-138
Mazzola Virginia 124-127
Mazzolini Giovanni 66
Mazzone Umberto 40-68
Melber Francesco 13
Melilla Amelia 177
Menabrea Luigi Federico 88
Menichelli Alfredo 91
Menichelli Dora 91
Menichelli Lilla 91
Menichelli Pina 91
Menilicche v. Monelik II
Mercadante Saverio 68
Merlin Lina 126
Mignonette Gilda 126
Milva 136
Mina 136
Minervini Gennaro 13
Minervini Gianni 25
Minervini Roberto 25-50
Minichini Eduardo 149-151-156
Mira (onorevole) 117
Mirelli Carlo 92
Missaglia Carlo 32-33-53
Missori Giuseppe 117
Mitilasso Michele 159-161
Moccia Eduardo 29-77-135
Molinari (compagnia) 63
Molinari Luciano 94
Monaldi Gastone 83
Monaldi Gisella 83
Monelik 112
Montelatici Tommaso 78
Monti Giulia 53-165-175
Moreschi Alessandro 136
Moretti Carmen 19-50
Morisetti Attilio 170-171-178-181-182
Morosi Antonio 79-83-84-129-150-184
Morton Fanny 126-132
Moscarillo v. Ricci Ugo
Moschino Ettore 81
Murolo Enzo Lucio 167
Murolo Ernesto 18
Murolo Roberto 18-33
Murro (comp. Operette) 70-74-113
Musco Angelo 63-95
Musette Fulvia 165
Mutrone Raffaella 124

N.

Nanon Lucy 77-101
Napoli Federico 13
Narciso Adolfo 38-144-158-173-174
Natale Giuseppe 87
Nazzaro Carlo 19-37
Nazzaro Erminio 27-37
Nazimova Alla 91
Negri Pola 90
Nelsa (sciantosa) 77
Neretti Nina 176
Negroni Baldassarre 45
Nicolò Tina 124
Nicrosini Regina 131
Nielsen Asta 91
Novelli Augusto 81
Nutile Emanuele 138

O.

Offenbach Jacques 111
Oppicelli Ernesto G. 82
Orea Marcella 195
Orette Laura 95
Orsini Angiolina 123
Ossani Olga v.Febea
Otero Bella 125

P.

Pabst Georg Wilhelm 11-90
Pacis Ara 177
Paganini Olga 175
Palazzeschi Aldo 125
Palermi Amleto 48
Palomba Salvatore 61-62-145
Panneria Francesco 156
Pantalena Gennaro 34-52-146-181
Paola Dria 89
Parini Carmen 175
Parini Giuseppe 170-175
Paris Ida 177
Parisina 175
Parnes Dora 70-109
Pascal Effen 71
Pascarella Cesare 25
Pasqualillo Mario 124
Pasquariello Gennaro 57-94-128-131-132-
165-170-180-181
Passarelli Eduardo 18
Passero Lina 176
Patti Adelina 115-160
Pavarotti Luciano 136
Pavolini Alessandro 90
Pecci (nipote del Papa) 162
Pecori (attore) 99
Pederzini Gianna 9o
Peirce Guglielmo 42
Pennazzi Elisa Rosa v.Saxe Saxe
Pennino Francesco 177
Perilli Ivo 57
Perla Maria 176
Persico Emilia 48-55-105-116-126-130-131
133-134-135-139-145/183
Persico Giovanni 146-156-157-162-163
Perugia Gemma 177
Peruzzi Toscanelli Emma 20
Peruzzi Ubaldino 20
Pesce Anita 144
Pesce Grazia 176
Petit Fleur Rina 176
Petito Antonio (Totonno) 17-18-47-58
Petito Costantino 156
Petito Francesca 58
Petito Salvatore 17
Petri Elio 57
Petricelli Mariano 28
Petrolini Ettore 54-70-75-83-94-179-183
Petrone Giuseppe (Peppino) 27-28-122
Piacentini Marcello 73
Piave Francesco Maria 57
Piccini Giulio v. Jarro
Pierantoni Giuseppe 78
Pirandello Luigi 40-89
Pisano Gigi 99
Plaisir Lina 177
Plenizio Gianfranco 93-106/108-128-152
Podesti Giulio 29
Pola Isa 89
Polaire 45-46-103-109-125-130-141
Polin 93
Pompadour Nerina 177
Pompeya Ninì 176
Poupé Lily 177
Pouzols de Amélie 84
Prati Lina 175
Prevost Antoine François 104
Printemps Edera 176
Proietti Marcello 97
Proietti Vittoria Clementina v. Lepanto V.
Puccini Giacomo 104
Puccini Gianni 57

Q.

Quaranta (barone) 138

R.

Rachel Pepita 27-70
Raffaelli Adele 131
Rameaux Annita 53
Ramo Luciano 10-34-49/60-92-171.
Ramperti Mario 95-115/117-139-170-176/179-182
Rascel 73
Resi Giuseppe 130
Resi Paolo 130
Ricca Flauren 110
Ricci Eduardo 156
Ricci Margot 15
Ricci Ugo13/15-19
Ricciardi Filiberto 136
Riccio Agostino 48-53-94-110-156
Riccio Ernesto 53
Riccio Lina 49-53
Righelli Gennaro 89
Righini Carlo 81
Rispoli Antonietta 126-147-165-182
Riva Maria 61
Rizza o Rizzo (attore) 158-159
Robert Alfredo 83
Roberti Roberto 91
Rocca Ella 110
Romussi Carlo 39
Rondinella Giacomo 58
Rondini Amelia 176
Rosa Ida, Nona e Italia 176
Rosa Ria 126
Rosano Pietro 39
Rosati Vincenzo 156
Rossi (musicista) 149
Rossini Nina 175
Rovetta Gerolamo 117
Ruberti Giorgio 144
Rubino Maria 176
Rusconi Alex 78
Ruspoli Emanuele di Poggio Suasa 134
Russo Ferdinando 21/25-35-36-42-53-55-125-137-173

S.

Saffo Linda 38-175
Salustri Carlo Alberto v. Trilussa
Sampieri Ersilia 53-56
Sanfiorenzo Emma 177
Sangermano Flora 177
SanGiorgio Maria 177
Sangiovanni Giuseppe 88
SantaCruz Isabella 177
Santagata Giovanna v.Bijou E.
Sapelli Luigi v. Caramba
Sapio Eugenio 134
Saracco Giuseppe 19
Saracini Vitiello Elena v. Bertini Francesca
Saredo Giuseppe 31-32
Saxe Rosa 25-147-151
Scalera Adolfo 19
Scalera Erminio 18-56-179
Scarano Tecla 19-124-126-158
Scarfoglio Edoardo 21-31-38-39-53-76-86-87-109-166/168
Scarfoglio Michele 87
Scarpelli Furio 73
Scarpetta Eduardo 14-18-34-47-49-52-55-
88-153-158-159-165
Scarpetta Maria 18
Scarpetta Mario-159
Scarpetta Vincenzo 14-18-158-159
Scelzo Amalia 89
Schiavone Emilia 159
Schilizzi Matteo 167-168
Schivazzi Pietro 178
Sckenaider troupe 92
Scialò Pasquale 36
Scognamiglio Ciro 51-71-85
Scoppetta Piero 103-132-133
Scozzi Ester 126-135-138-139
Selassié Ailé 112
Senatore Felice 62
Serao Matilde 21-31-38-43-86-87-166/168
Serra Francesco principe di Gerace 14
Sessa Pasquale 19
Sfax Castor 71-72
Sfrondini Achille 73
Sicher Adele 147-148
Simoncini Giulietta 164
Simoni Renato 81-96
Sinn Angelina 77-181
Sirena Tina 176
Sirio Adriana 176
Siviero Carlo 153-154
Siviglia Concettina 177
Soarez Ada 158-165-
Soldati Mario 73
Sonnino Sidney 96
Sonzogno editore 118
Sordi Alberto 178
Sorel Bel v. Lescaut Blanche
Sorel Emma v. Lescaut Emma
Spadaro Odoardo 94
Spagna Italia 177
Starabba Antonio di Rudinì 76-96
Stazio Marialuisa 144
Stecchetti Lorenzo 15
Steiner Elio 89
Stellato Luigi 12
Stendhal 86-118
Sterbini Pietro 37
Stern 113
Stiller Mauritz 90
Stommaiolo Paolo 153
Stroheim von Erich 68
Stroscia Luigi 175
Summonte Celestin 31
Suppé von Franz 66
Szenvski (Conte) 109

T.

Tamburri Pippo 152
Tartarin v. Scarfoglio E.
Tatangelo Davide 124-165-166
Tatangelo Enrichetta 124
Tedeschi (duettista) 129-180
Tell Mina 177
Testa Michele v.Gill A.
Thais Ida 175
Togliatti Palmiro 42
Toledo Teresa 177
Tonino Rodolfo v. De Angelis R.
Tosca Pierina 175
Toscanelli Giuseppe 20
Tosti Francesco Paolo 93-128-136-137
Totò (Antonio de Curtis) 12-47-63-64-129-143
Trento Guido 89
Trilussa 25-26-58-59-74-93
Triplepatte v.Ricci Ugo
Troisi Massimo 144
Turco Giuseppe 13

U.

Umberto I° 29-54-55-64-68-75-116-130-143-169
Urbini (oste) 37

Valcarenghi Edvige v. Waleran B.
Valente Nicola 21
Valente Vincenzo 22-35-36-42-58-67-68-76-138-155-157
Valli Alida 64-91
Valore Alessio 118
Valverde Salvador 111
Vaniglias Olga 177
Vargas Amina 124-127-131-160-165-181
Vargas Zina 124-127
Varni Giuseppe 90
Vassallo Luigi Arnaldo 13-73
Vecla Emma 95
Verbena Bruna 176
Verbena Lola 63
Vercellana Rosa contessa di Mirafiori 11
Verdi Amalia 175
Verdi Giuseppe 57
Verga Amelia e Dina 175
Veronese Paolo 178
Vetro Gaspero Nello 80
Viale Eugenia 28
Viale Violetta 28
Villani Peppino 55-94-128/131-180-181
Viola Ines 181
Viola Ninì 176
Violetta Ester 175
Visconti Anna 73
Visconti Antonietta 73
Visconti Gennaro 73-139-147
Vitale Edoardo 96-153
Vitale Raffaele 96-99
Vitale Vincenzo 34
Vitorrio Emanuele II° 11-88
Vittorio Emanuele III° 112
Vittorio Emanuele conte di Torino 64
Viviani Luisella 98-124-126
Viviani Raffaele 19-22-38-47-94-97-123-125-129-143-158-166
Voltaire Elvira 176
Vottis (musicista) 149

W.

Wagner Olga 175
Wagner Richard 160
Waleran Bice 91
Wedekind Frank 11-90-127
Willy 45
Winawer Josef Bruno v.Varni G.
Winawer Stanislava v. Gallone S.
Wraim Lucille 34-70

Y.

Yonnel Jean 83
Yorick figlio di Yorick 60
Yorick Rosalba 60
Yorickson 60

Z.
Zeffiro Emma v. Amelia Zephir
Zephir Amelia 55/60-62-176-181
Zola Emile 111
Zucca Alberto 46
Zuccoli Luciano 176

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Editorial Review

PINA CIOTTI (cenni da un capitolo del libro)

Bionda come la Faraone, però figlia d’arte e calca le scene sin da piccola. “Nacque il 16 giugno 1870 a Messina. Il padre suo, Aristodemo, di Firenze, fu artista drammatico e fratello del noto cav. Ciotti. La madre, Pia Cavalieri, fu rinomata artista di operette. La signorina Pina Ciotti si presentò la prima volta al pubblico spagnuolo, a soli cinque anni, eseguiva alcune canzonette scritte apposta per lei, dal maestro Corsi. Prese parte poi, ancor giovinetta, a note compagnie d’operetta, assieme alla madre sua”. Così su Musica e Musicisti del 15 aprile 1903, la rivista della casa Ricordi. Stranamente, trattandosi di una stella, l’anno di nascita va posticipato, infatti Giuseppa Ciotti nasce proprio a Messina, in via Pozzo Leone 45, non nel 1870 bensì nel 1873, durante una tournée del genitori. Suo padre Aristodemo è fratello di Francesco Ciotti, (Firenze 1835-1913) il grande attore teatrale, uno dei più stimati nella seconda metà dell’ottocento per il quale Dumas [1] scrisse Lorenzino de’ Medici. Aristodemo non raccoglie successi, finisce in compagnie secondarie e poi nel mondo della nascente operetta con la moglie e i due figli Arturo e Pina. Scrive La Nazione di Firenze il 22 maggio del 1889 per l’operetta di Suppé[2] In cerca di felicità al teatro Niccolini...la signora Landi e la signorina Ciotti furono applauditissime”. Pina ha solo 16 anni. Qualche settimana prima sullo stesso giornale si legge un articolo che parla del cancro “malattia brutta e spaventevole”, che per vincerlo viene consigliato lo sciroppo di Pariglina composto dal dottor Giovanni Mazzolini di Roma.

Ben presto Pina è la giovanissima prima donna nella Compagnia d’opere comiche ed operette diretta da Gennaro Caracciolo che rimane al Reinach di Parma, senza destare entusiasmi, tra il 17 e il 30 maggio 1890. E’ proprio nel neonato mondo dell’operetta che si forma la giovane Pina, in particolare nella compagnia di Giovanni Gargano dove militano i suoi genitori. Gargano è stato attore di prosa senza molto seguito, e pur essendo napoletano curerà sempre la dizione dei suoi attori e della sua numerosa famiglia composta da fratelli, cognate, figli e quant’altro (Ferdinando, Marietta, Aristide, Edoardo, Francesco, Adelaide, Olimpo eccetera). Alcuni di questi creeranno proprie compagnie, Aristide sarà uno degli artisti più interessanti, con lui lavorerà spesso la Ciotti, Francesco negli anni dei telefoni bianchi parteciperà ad alcuni film, così Olimpo ma solo nel secondo dopoguerra. Giovanni Gargano sarà anche autore di libretti e direttore dal 1880 dell’Arena della Varietà a Bari, un teatro all’aperto vicino al mare in parte coperto.

L’operetta è apparsa in Italia nella seconda metà del decennio che va del 1860 al 1870, presentata da compagnie francesi, il successo fa subito nascere compagnie italiane che senza molto riguardo traducono e adattano operette straniere infarcendole di doppi sensi e gag trasformandole ben presto in spettacoli popolarissimi. La prima operetta italiana è del 1889: I Granatieri del calabrese-napoletano Vincenzo Valente che abbiamo già incontrato come autore di canzoni partenopee. L’operetta cade subito, ma Luigi Maresca, ottimo artista e capocomico, ci mette le mani e la ripresenta ottenendo un successo che la vedrà per anni in tutti i cartelloni. In quello stesso anno il teatro Piccinni di Bari, tempio della lirica, apre alla compagnia di operetta Gravina, ma la deputazione teatrale scandalizzata si dimette. Della compagnia fa parte il buffo Cesare Gravina, altro napoletano che ha un successo straordinario con quella sua figura allampanata, un naso enorme come fosse di cartone, spesso vestito da donna. Su Il Folchetto nel n° 2 del 1893 si trova un lungo articolo su di lui firmato da Caramba, ci dice che Gravina è nato come attore filodrammatico, poi si impiega come delegato di pubblica sicurezza per abbandonare l'arma e debuttare in una compagnia di operette. Debutta anche nel cinema muto nel 1913 nella serie di Robinet e Robinetta, ma senza lasciare traccia, allo scoppio della guerra mondiale passa in America con una compagnia e si ferma a New York, non trova lavoro, Enrico Caruso, suo concittadino, lo assume come segretario e quando va ad Hollywood per girare due film anche Gravina ne sarà uno degli interpreti. Mentre il gran Tenore torna all'opera, Cesare rimane nella mecca del cinema lavorando in varie pellicole, alcune per la regia del grande Erch von Stroheim, tornato in Italia vi morirà  nel 1954 a 96 anni.

Nell’estate del 1891, Pina canta all’Alcazar di Palermo, vi si esibisce anche Nicola Maldacea, fresco degli allori napoletani. Ed è proprio lui, stando alle sue memorie, spesso attendibili, a farla debuttare al Salone Margherita partenopeo ai primi di ottobre del 1892. I giornali ne scrivono: “Ieri sera fu anche benissimo accolta una nuova canzonettista, la Pina Ciotti, appena ventenne, graziosa. Ha poca voce, ma intonata. Canta ariette spagnuole come la più vaga e la più seducente delle andaluse”.[3]

La ragazza stenta a trovare una sua strada, ha solo diciannove anni, alle spalle faticose peregrinazioni in paesi diversi, scimmiotta le andaluse con fare civettuolo, ben presto si fa passare per napoletana, insomma tutto e di più pur di lavorare. Ha mestiere, una bella testolina, un ovale rinascimentale che con il tempo sarà attenuato da un mento sempre più pronunciato. Il repertorio franco-spagnolo si arricchisce subito di canzonette napoletane come Canzona cafona di Giovan Battista de Curtis [4] sulla musica di Vincenzo Valente: “e non si poteva cantarla con maggior grazia e sentimento[5], e Cugì...cugì...cuginà:questa graziosissima canzonetta del Mazzone (...) ieri sera si ammirò novellamente al Salone della Galleria Umberto I°. La fece udire la signorina Ciotti che canta così bene ed è così leggiadra”.[6] Riconfermata per il successo ottenuto, viene esaltata come una diva sul Roma del 7 novembre '92 con una prosa a dir poco osannante: “...stella il cui splendore crebbe a dismisura, è la vaga Ciotti che esegue nuove canzoni spagnole e napoletane. La Ciotti è il 'trait d'union' che segue il passaggio dal passato al presente, e sopra gli altri e le altre come aquila vola

Come un’aquila spicca il volo da Napoli verso altri locali della penisola, contendendo alla Faraone la palma di stella italiana del café-chantant, ma mentre la napoletana alternerà soste alle esibizioni, Pina sarà sempre in movimento. Amelia è entrata in arte per fame, Pina per nascita, la prima fa del canto un modo come un altro per esibirsi, la seconda (pur non rinnegando ammiratori plaudenti e generosi) ne fa una vera professione.

Alla fine del 1892 richiamano Ciotti al Salone partenopeo, le affiancano Maldacea. Insieme aprono il nuovo anno duettando ‘A signora luna, scrivono a tale proposito: “iniziato ieri sera il nuovo anno al Salone con una di quelle piene sbalorditive. Tutta la Napoli elegante era laggiù, ierisera, attirata dalle opulente avvenenze della Holstein, una cantante greco...scismatica, dalla simpatica attrattiva della Ciotti e del Maldacea”. Per entrare al Margherita si pagano £ 12 nei palchi di prima fila, £ 10 in quelli di seconda, £ 2 nei posti numerati del salone, etc..-

Da marzo a giugno 1893, Pina regna sovrana all’Esedra romano: “E’ una delle più belle, per non dire la più bella canzonettista che siasi conosciuta sulle scene del simpatico Esedra, ha il fuoco del suo Vesuvio e il dolce incanto delle terre meridionali. E’ affascinante, e quando flessuosa e molle cita qualche canzonetta spagnola, ci fa, con ineffabile voluttà ricordare le antiche Andaluse (...) Una delle più care virtù della Ciotti è quella di essere sempre gaia e sorridente, mettendo così in evidenza una splendida dentatura”.[7] La dentatura è importante, quanto per i cavalli in un’epoca dove i denti se ne vanno senza sostituti decenti. Adesso Pina si fa passare per napoletana, come tante altre del suo tempo, il napoletano, con il francese, è la lingua ufficiale del caffè-concerto nostrano.

A fine maggio, sempre all’Esedra, dove Pina miete successi, debutta tutta la famiglia Ciotti: i genitori Pia e Aristodemo, il fratello Arturo con la moglie Alfonsina. Questa famiglia di guitti piace: “divertentissima nelle scenette comiche di sua creazione”. Con la chiusura estiva dei concerti, Pina & famiglia tornano all’operetta nella compagnia Grassi-Murro, così tutto lo spazio resta alla Faraone e alle straniere che si susseguono con una frequenza implacabile, alcune si affermeranno: Dora Parnes, Rose Belmont, Paula Delmont, Frieda Liona, Juliette Lecomte, Lucille Wraim, Armand’Ary, Olga Berg, Pepita Rachel etc...altre retrocedono in fretta al di là delle Alpi.

Ai primi di gennaio del ’95, Pina rientra in concerto all’Esedra di Roma: “per domani sera gran festa in onore di Pina Ciotti. I fiorai faranno affari, se debbo giudicare dal successo avuto da questa artista”. Con lei si trova anche suo fratello Arturo, in quest'ambiente i parenti sono una norma, dietro ogni artista c’è sempre qualche sorella o fratello. I Ciotti costituiscono insieme un duo di un certo valore. Arturo non ha molta voce, da buon toscano nelle macchiette napoletane lascia a desiderare, ma sa scrivere scenette funamboliche che decreteranno il successo dai due fratelli, ponendoli pure a un livello artistico ben lontano da certe volgarità sfornate a getto continuo sulle tavole del caffè-concerto. Maldacea ricorda Arturo Ciotti come: “un comico ben dotato e si faceva ammirare con sincero trasporto nella esecuzione di piacevoli monologhi: 'Al veglione', 'O la mamma o la figlia', 'Un divorzio al formaggio parmigiano'. Quest’ultimo monologo, poi, trovò un esecutore singolare in Ettore Petrolini”. Ben accolti in vari locali della penisola, come a Firenze nel maggio di quello stesso ’95, sul giornale Pardessus ne scrivono: “La Pina poi con quegli occhioni di fuoco che sa muovere a meraviglia ha già mietuto parecchie vittime nel campo dei 'giovani amorosi'”. Amorosi a doppio senso, dato che il direttore di quello stesso giornale è A(ntonio)Morosi, primo storico un po’ confuso se pur utilissimo del caffè-concerto nostrano. Sullo stesso Pardessus Arturo pubblica, qualche tempo dopo, una lettera nella quale sfoga la sua amarezza: “Sarebbe proprio ora di finirla, con questa invasione di canzonettiste italiane, le quali pochissime eccezioni fatte, non son altro che sgualdrine della peggior risma, buone ad altro che a strozzare le orecchie dei poveri ascoltatori scandolezzando colle loro sconcezze da bordello, la parte eletta e gentile dell’uditorio, la quale ha finito per concludere che vale assai meglio starsene a casa che frequentare certi ritrovi divenuti in conseguenza di ciò un lurido ricettacolo d’imberbi Don Giovanni e di laide meretrici...” La lettera si commenta da sola, il panorama del caffè-concerto non può essere più nero e non lascia niente all’immaginazione. I Ciotti, allenati ad una disciplina teatrale, con una buona educazione artistica alle spalle, professionisti accurati nel loro repertorio, si trovano mescolati ad una schiera di canzonettiste sguaiate per le quali il cantare nasconde ben altri scopi.

Nel febbraio del ’96, i due fratelli tornano all’Esedra della capitale: “con i loro duetti cantati squisitamente”. E qui assistono alla nascita di una stella luminosissima: Leopoldo Fregoli, ecco lo stesso Fregoli come descrive il suo ingresso nel café-chantant: “Arrivato all’Esedra, la prima cosa che mi fermai a guardare, all’ingresso del teatro, fu il manifesto dello spettacolo di quella sera. C’era bene in grosso, il nome di Pina Ciotti (passata più tardi alle scene operettistiche sotto la direzione di Ciro Scognamillo e del ‘mago’ Caramba). C’erano i nomi del fratello di lei Arturo Ciotti, di Effen Pascal, classificata una ‘stella’ del varietà, di un trasformista francese, certo Castor Sfax, e di qualche altro; ma non c’era cenno, nemmeno a caratteri piccoli, piccoli, di Leopoldo Fregoli. L’impresario non aveva voluto compromettersi di fronte al pubblico, e s'era accontentato di annunciarmi per la prima sera anonimamente, sotto la generica dicitura di ‘grande sorpresa’. E la prima sorpresa, non piacevole, l’ebbi naturalmente io! Una volta sul palcoscenico, mi accorsi che Castor Sfax, il collega francese in trasformismo, il quale s’accontentava di riprodurre, a modo suo, le teste di personaggi illustri, compresa quella di Francesco Crispi,[8] mi guardava in cagnesco. Ai suoi occhi pareva enorme e inconcepibile che un piccolo italiano della mia fatta osasse dare, la sera stessa, sullo stesso palcoscenico, un saggio di quelle virtù di cui egli si considerava maestro. Lo guardai curiosamente e dissi tra me e me: - Se fosse un buon trasformista, comincerebbe col trasformarsi la faccia, in modo da apparire un uomo intelligente. Invece... Dunque, niente paura!- E senza paura eseguii il primo ‘numero’; il duetto delle 'Educande di Sorrento' in cui da solo sostenevo due parti contemporaneamente, senza uscire di scena, quella della ragazza e quella del dragone: camuffato sul davanti da timida collegiale, ed alle spalle con una maschera mobile, da baffuto ufficiale. Non mancarono gli applausi. Nell’uscire di scena mi trovai davanti a Castor Sfax, che mi guardò di traverso, scuotendo la testa con evidente commiserazione. Compresi da questo, ancor più che dagli applausi del pubblico, che il mio primo saggio era andato bene; e poco dopo entrai in scena di nuovo, più rinfrancato, per recitare le cinque parti del mio 'Camaleonte'. Il pubblico nel vedermi apparire sulla scena in frac, e calzoncini corti, con un bel garofano bianco all’occhiello (ornamento floreale a cui da quella lontana sera non ho mai più rinunciato, anche fuori di scena) a recitare il prologo in versi, e poi sotto le spoglie di un marito ispettore di polizia, e successivamente sotto quelle della moglie, una simpatica biondina dalle forme opulente, e poi nelle vesti di un giovane amante, ed infine in quelle d’un vecchio servo, tutto questo con metamorfosi assai veloci, e di volta in volta mutando alquanto voce e gesti, e cantando ora da baritono, ora da contralto, ora da tenore ed ora da basso, per poco quasi dubitò che fosse un solo artista a fare tutto questo, ed alla fine mi volle sei o sette volte alla ribalta. Ricordo: tra coloro che applaudivano di più, in prima fila, erano l’indimenticabile Gandolin[9] e Tina di Lorenzo[10] giovanissima e bellissima.  Mi stavo ancora struccando, in un minuscolo camerino, quando apparve sulla porta Nino Cruciani. Disse:  - Bravo!... Ti scritturo a dieci lire per sera.”

I due Ciotti invece riabbracciano l’operetta, assieme ai genitori, in quello stesso anno entrando nella compagnia Francioli, dove milita anche Anna Visconti, una ballerina napoletana accompagnata spesso dalla sorella Antonietta e dal padre Gennaro, che definiscono “un buffo napoletano” trapiantato a Roma. Arturo intesse con la Visconti una storia scatenando le gelosie di sua moglie Alfonsina, anche lei ballerina, la situazione si trasforma ben presto in una guerra. Alla chiusura di ogni spettacolo Arturo declama i suoi monologhi e duetta con la sorella macchiette e canzoni come ‘A do vaie co’ ciuccio?. In ottobre sono al Costanzi[11], uno dei maggiori della capitale che si trasformerà nel Teatro dell’Opera: furono applauditi come al solito Pina e Arturo Ciotti, tanto nella zarzuela 'Nina Pancha', che ei duetti”. Sempre al Costanzi eseguono il capolavoro di Pasquale Mario Costa: Histoire d’un Pierrot, che il maestro tarantino-napoletano aveva scritto in Francia vendendone i diritti per poche lire dato il suo perenne bisogno. “La signorina Annina Visconti fu un Pierrot ideale, mentre la signorina Ciotti seppe trattare effetti sorprendenti nella sua parte di Luisette”. La pantomima aveva debuttato con successo a Parigi, al teatro Déjazet, il 14 gennaio del ’93 (così nell’Enciclopedia dello spettacolo) mentre da altre  fonti si rileva che il debutto avvenne qualche giorno prima, precisamente il lunedì 2 Gennaio nel Théâtre de la Bodinière, il libretto era di Fernand Beissier (la prima versione).  Nel 1913, per la regia del conte Negroni, ne verrà tratto un film con una splendida Francesca Bertini nelle vesti di Pierrot ed una deliziosa Leda Gys[12] come Luisette.

Nel 1897, entra nella compagnia Francioli-Murro, un’altra stella del caffè-concerto: Blanche Lescaut. Arride il successo al torinese Teatro Gerbino, così a fine maggio al Politeama a Napoli. Qui, il primo giugno, muore Arturo, in via Nardones 65 nel quartiere San Ferdinando: “ a soli 27 anni (...) Povero Ciotti, una prova di quanto egli fosse stimato si ebbe il giorno dei suoi funerali: il corteo era imponente, perché quanti a Napoli parteciparono alla vita teatrale vollero rendere un tributo d’onore alla sua cara memoria, ed il feretro fu ricoperto da un numero grandissimo di belle corone. La morte del Ciotti parve a tutti che fosse avvenuta per avvelenamento e la voce si accreditò tanto che fu indispensabile un esame necriscopico (sic)”. L’esame non scopre né delitto né suicidio. Su altri giornali l’età di Arturo sale da 27 a 29, lascia moglie e tre figli. Sull’atto di morte si scopre che ha veramente 27 anni.

Di Arturo scrive qualche anno dopo Morosi: “aveva immaginato dei costumi originalissimi che nessun altro artista ha mai indossato e, per una felice vena poetica ed un gusto finissimo di traduttore, o scriveva i suoi couplets o riduceva, con grande spirito, quelli francesi, dandoci così delle gustosissime rappresentazioni. Chi non ricorda a Firenze all’Alhambra, ove allora era scritturato, le gaie strofe sul terremoto che terrorizzò la città tutta? Chi non ricorda quello spiritoso duetto in cui si narravano le avventure commoventi dell’eunuco Alì?” Più avanti Morosi rincara la dose: “una sola coppia italiana abbiamo avuto, veramente originale, veramente unica: la coppia Arturo e Pina Ciotti” Di sicuro le funamboliche trovate di Arturo, che si ispirava ad artisti d’oltralpe più che a Napoli, spianarono la strada a Petrolini e alle sue macchiette dell’assurdo.    

  Pina lascia subito l’operetta, prima della fine di quel suo luttuoso giugno 1897 è a Roma alla Birreria Nazionale in via XX Settembre. L’alternanza tra operetta e concerto caratterizzerà la sua carriera, il lavoro è importante e Pina non si tira mai indietro. Torna, con suo padre Aristodemo, e la cognata Alfonsina all’operetta nella compagnia di Aristide Gargano, con successo saranno anche al Reinach di Parma tra il 23 aprile e l’8 maggio ’98 e incappano nei tumulti a seguito all’aumento del costo del pane  passato da 45 a 60 centesimi al chilo. Le prime avvisaglie si ebbero a Bari il 27 aprile dove una folla affamata assale vari uffici pubblici e dalla Puglia tutte le città vedono manifestazioni di protesta. Viene dichiarato lo stato di emergenza. A Parma la rivolta si propaga il 2 maggio, piogge torrenziali hanno ragione dei dimostranti più che la polizia. I tumulti si sono estesi in tutte le città, a Milano il generale Bava-Beccaris [13] fa sparare sulla folla, ci sono morti, si acutizza lo stato d’assedio, molti giornali vengono censurati o chiusi. Eduardo Scarfoglio, direttore de Il Mattino di Napoli, dovrà fuggire all’estero. Solo la caduta del governo presieduto dal marchese di Rudinì[14] pone fine ad un clima avvelenato, ma che avrà come strascico l’anno successivo l’uccisione del re Umberto I° a Monza da parte dell’anarchico Bresci.

 

Grande successo per Pina che nell’operetta La statua di Venere  di Vincenzo Cunzo[15] appare come Venere, non certo con una foglia di fico ma insomma con qualche capo in meno di sicuro. Nel luglio/agosto ’98 sarà al Politeama Adriano della capitale (ora multisala cinematografica in piazza Cavour). Canta in Grandi manovre del Valente e viene definita: “una diseuse impareggiabile”, poi in Rousette di Lecocq: “Pina Ciotti la valentissima canzonettista così popolare a Roma, ha sostenuto la parte di Rousette con una verve una grazia birichina che meglio non si sarebbe potuto desiderare”. E ancora: “Si ride a tutto spiano con le operette, protagonisti Aristide Gargano e Pina Ciotti”.  Pina annuncia addirittura che con Gargano costituiranno un “duo” per lavorare nel caffè-concerto (novembre 1899), invece non ne faranno niente. Aristide Gargano, molti anni dopo, nel 1910, tenterà da solo la strada del concerto, si esibirà al Trianon milanese, all’Eden di Bologna, in qualche altro locale senza lasciare traccia. Formerà poi una compagnia secondaria di “Prosa, musica e varietà”.

Pina invece la troviamo nel marzo del 1900 all’Eden di Milano, poi a quello di Bologna per poi passare a Napoli dove inaugura un nuovo ritrovo: l’Auditorium teatro (o Emporio, ex-esposizione di igiene) aperto dall’agente toscano Oreste Capaccioli. L’impresa va quasi subito a gambe in aria, il programma, tolta la Ciotti, è mediocre. Così la nostra Pina corre a Torino a Concerto Romano: è doveroso riconoscerle il possesso di doti tali come cantante e come artista da meritare il gran successo che ottiene”. In questo locale viene riconfermata più volte: “non esito a proclamare la regina delle nostre canzonettiste

In agosto è all’Excelsior di Trieste, allora città asburgica. Vi incontra Eduardo Moccia, veterano dei cafè-chantant napoletani, le sorelle Sinn, delle quali Angelina, anche se deturpata dal vaiolo, farà una bella carriera, tanto che nel 1907, stella delle troupe Maldacea per un giro nell’America del Sud, vi si tratterrà per i successi ottenuti.

Passata all’Eden milanese, Pina conquista il pubblico sbaragliando la concorrenza della francese Nelsa. Questa verrà valorizzata da Maldacea che la incontra in un concerto romano, sarà una delle stelle straniere più acclamate. La Ciotti è richiamata al  torinese Romano, dove combatte con la bella Lucy Nanon: “è una cantante francese veramente seducente piena di coquetterie ma dal lato artistico si è rivelata ganché di eccezionale”. Mentre Pina ottiene : “un colossale successo”.

Pina debutta di nuovo con Maldacea a Napoli, ancora insieme saranno in dicembre al romano Olimpia, hanno accanto una divetta in forte ascesa la giovane Elvira Donnarumma [16], nata a Napoli nel 1883 vi morì nel 1933 lasciando un vuoto incolmabile nell’ambiente artistico partenopeo dove, dopo più di mezzo secolo, la si ricordava ancora con ammirazione e rispetto. Con ammirazione e rispetto ne parlava Dante (uno della famosa genia dei Maggio), gli dissi che avevo un dico della grande Elvira dove cantava pure Il Pesciolino, canzone deliziosa dal doppio senso esplicito fin dal titolo. Dante, scandalizzato, mi disse senza possibilità di replica: "ti sbagli, la Donnarumma non avrebbe mai cantato una canzonetta così". Non ebbi il coraggio di aggiungere che avrei potuto portargli il disco, un disco che ancora è con me.

Di nuovo sola, Ciotti canta in due locali fiorentini, tra questi l’Alhambra riaperto in quel novembre dal Montelatici, impresario fantastico e sconclusionato. Ne traccia un ritratto affettuoso, nelle proprie memorie, Leopoldo Fregoli, il grande trasformista che vide più volte, durante la tournée, Montelatici, impresario della compagnia, squagliarsi dopo che si era giocato gli incassi, lasciandolo senza una lira[17].

Nel giugno del 1901, Pina; “...una delle più fulgide stelle” canta al Concerto Lago Maggiore di Torino dove si trova anche Lina Belvalle, canzonettista temperamentosa, una sera mentre canta, disturbata da uno studente, non esita a lanciargli contro una scarpa. La Belvalle è una meteora fulgida che ben presto si sistema e scompare. Su di un giornale nel dicembre del 1900 si pubblica una lettera aperta della Belvalle ad una giovane sciantosa che le aveva chiesto: “Quale via debbo seguire sulla scena per ottenere il successo?” Mai domanda ebbe risposta più complessa, con toni rubati a Carolina Invernizio [18] e alla Contessa Lara [19], Belvalle ammonisce la giovane collega: “...Ti sei mai raffigurato, tu che hai così fervida la mente, un viandante che abbia smarrita la via tra i monti scoscesi, tra valli profonde per rintracciarla si inoltra in una foresta intricata egli avanza trepidando purché, ad un tratto un rombo di tuoni si ripercuote nelle valli con terribile fragore, bagliori accecanti di lampi si succedono alle raffiche del vento, che squassa il fogliame, spezza le rame e schianta gli alberi; guizza fulminea la folgore che gli scoppia d’accanto, egli è percosso, s’alza barcollando, fa per rimettersi in cammino...non vede, la folgore lo ha accecato!...Troverà egli mai il cammino da solo? Così sarebbe di te, mia carina, se tu, forte del tuo fascino che si erge dalla tua personcina elegante e provocatrice, la tua voce calda e vibrante, ti lascerai accecare dai  pochi suggestionati che scattano, acclamando alla sconcezza laida resa più lasciva dalle tue labbra di porpora, dall’attitudine lussuriosa impudica che al tuo molle corpicino non si addice. Evita, evita sempre che l’uragano della lussuria ti investa sulla scena perché oltre ad essere un’offesa all’arte, è un’offesa a te stessa. Canta; canta come l’anima ti detta, come l’usignolo a primavera, tu sei una diseuse incantevole, affermati anche sulla scena del concerto, vittoriosa e degna: Anche nelle mosse più vivaci serba una decenza guardinga che è molto più attraente di qualunque raffinata civetteria; abbi apparenze di spontaneità e di cui nessun arte sfacciata ha mai eguagliato la gentilezza...” Credo che dopo aver letto questa lettera la povera debuttante sia caduta in una depressione senza ritorno, forse sarebbe stato meglio se invece della strada per il successo avesse chiesto di una scorciatoia, in questo caso, senza usare tante frasi debordanti, la Belvalle se la sarebbe cavata con tre consigli pratici: possedere un bel corpo, un po’ di voce e un generoso protettore.   

Dopo aver girato nei maggiori stabilimenti di Milano, Bologna, Napoli, Firenze e Roma, Pina si ritrova con Maldacea al Politeama Regina Margherita di Genova nel dicembre del 1902 con molto successo. Le foto che pubblicano i giornali specializzati ritraggono una donna di una certa sostanza, di moda al tempo, volitiva, con ampi cappelli piumati. Il 17 novembre 1902 il Roma scrive di lei: "Serata deliziosa fu quella di ieri al 'Salone Margherita'. Non parlo del pubblico elegantissimo ivi convenuto

Alla fine dell’estate del 1903, torna nell’operetta nella compagnia di Giulio Marchetti, come prima donna accanto alla moglie del capocomico, la brava Silvia Gordini[20]. Marchetti è il nome d’arte di Giulio Ascoli, nato in una buona famiglia ebraica di Ancona. Milita, ancora tredicenne, nella compagnia francese Grégoire, la prima che porti l’operetta in Italia, passa quindi in quella di Bruto Bocci e poi con Aristide Gargano suo vero maestro come della stessa Ciotti. Ne scrive Gaspare Nello Vetro[21]: “Alto e slanciato, nella vita come sulla scena non abbandonava mai il monocolo, che portava appeso a un cordoncino, e con il quale giocherellava di continuo. La genialità con la quale creava i suoi tipi e le terribili freddure che spesso inventava sul palcoscenico, lo fecero apparire uno degli artisti più singolari del tempo e non soltanto nell'operetta. Pur avendo scremata l'operetta delle volgarità, che tanto piacevano alla plebe, qualche volta doveva ardire dei doppi sensi, ma sempre in maniera velata, tra il dire e il non dire. A ogni atto era solito mettere un garofano bianco all'occhiello e, quando doveva pronunciare una battuta un po' scabrosa, lo sfilava e faceva le mosse di fiutarlo, soffocando tra i petali le espressioni censurabili, per tornare poi a rimetterlo al posto. Il fiore non durava molto a forza di essere messo e levato così doveva essere cambiato ad ogni atto...Postosi a capo di una compagnia, dismise dal repertorio le cose abusate, le sostituì con meno note, ma non meno gustose, patrocinò l'adozione di uno spirito scintillante, scevro di scurrilità, fu nel contempo direttore, attore, collaboratore con gli autori, conseguendo da questa intensa attività lo scopo di conferire all'operetta la dignità dell'arte. Questo generò una simpatia spoglia di diffidenza, e dimostrò a poeti e musicisti, che avevano sempre sdegnato il genere, che anche questa forma di spettacolo poteva riuscire un gioiello. Volle dare un senso letterario, un soffio di poesia, un carattere di umanità alle operette del suo repertorio e le fece tradurre nuovamente da colti uomini di teatro: La bella Elena ebbe un nuovo libretto ad opera di Gustavo Macchi [22], La Duchessa di Danzica da Renato Simoni, Il sire di Vergy da Ettore Moschino [23], La Granduchessa di Gérolstein da Augusto Novelli [24] e rinnovò Boccaccio collaborando con Augusto Novelli, dopo una attenta serie di letture sulla vita, gli usi e costumi di quei tempi. Perché gli stili fossero nel contempo rispettati e regnasse l'armonia, commissionò i costumi a Caramba[25],  formando un insieme omogeneo ed equilibrato. Circondatosi dei migliori artisti, li rese consci che erano attori e non buffoni, incoraggiandoli a comprendere le nuove esigenze". Ecco cosa la nostra Pina andava cercano e finalmente l’aveva trovata.

Su Musica e musicisti del settembre si può leggere: “...la gaia scena che le dà più agio a spiegare le sue grazie, l’ha voluta per sé...noi abbiamo nell’oscurità del palco riso, un’Elena che meriterebbe di essere rapita, mentre, al contrario è lei che ...rapisce il pubblico”.

Nei principali teatri della penisola, acclamata nelle operette di gran voga: Boccaccio e d’Artagnan, dove dà corpo a due ruoli maschili. In Guida alla rivista e all’operetta, Dino Falconi[26] e Frattini[27] la ricordano a Milano: “...quando Pina Ciotti, di bionda opulenta bellezza, appariva sulle scene in d’Artagnan, stretta -nel limite del possibile- nel farsetto del moschettiere, spada in mano, cappello piumato al vento, mantello arrotolato sul braccio, gli applausi venivano uditi anche in piazza Cairoli da coloro che usavano frescheggiare, la sera sul gradino del monumento a Garibaldi. La Ciotti non entrava in scena alla solita maniera, ma ritta sulla prua di un veliero che, sbucando da una quinta raffigurante un faro, si fermava in mezzo alla scena (il mare al di là di un muricciolo). Ora, non sempre il veliero che due macchinisti, dietro la quinta di fronte al faro, trascinavano con tutte le loro forze, perveniva nel centro della scena. Più di una volta per l’assenza di uno dei due macchinisti o per un intoppo qualsiasi, fra cigolii tremendi, mostrava appena qualche centimetro di prua, poi, come fanno i vitelloni renitenti tirati alla cavezza dal contadino, s’impuntano lì. Allora accedano due fatti ugualmente prestigiosi: si vedeva il moschettiere d’Artagnan, accigliatissimo per l’inconveniente che aboliva la sua spettacolare entrata, spiccare un salto a mezz’aria e piombare sul palcoscenico (per effetto ottico, o per mancanza di altri punti di riferimento, pareva che si buttasse dal faro) e le ribollenti onde del mare placarsi per incanto, trasformarsi in uno specchio liscio e immobile. Ecco la spiegazione: i tre o quattro ragazzini che dietro compenso di una mela o di una manciata di noccioline, si agitavano come indemoniati sotto il telone verde e azzurro che rappresenta il mare, dando l’illusione della burrasca, non appena la nave si fermava sentivano simultaneamente il dovere di correre, carponi, ad avvertire dell’accaduto il macchinista: El s’è fermà (il veliero). L’ha ciappàa on topicch...(Ha preso un intoppo), S’è s’appàa el cabbi (Si è spezzato il capo della corda)...Quello due volte furibondo, assestava loro un paio di pedate, e per incanto la mareggiata ricominciava”.

Pina rimane fedele per vari anni alla compagnia Marchetti, che ha un repertorio di prim’ordine e tocca i teatri più importanti. Nel luglio del 1906, è ancora all’Olympia milanese, nel Rapimento della Toledad, fa scrivere: “La bella Pina, voluttuosa come un’autentica senorita, ha ballato il fandango e la seguidilla con movenze feline, mentre ha recitato e cantato con squisitezza di fraseggio e con indovinata malizia”. Nello stesso locale recita anche nel Boccaccio: Pina Ciotti, protagonista squisitamente attillata nel giubboncello di Messer Giovanni, ha dato alla sua parte tutta la gaiezza giovanile dello studente prima, e la gravità poi dell’uomo di lettere (...) Se la Ciotti è stata interprete squisita di uno dei personaggi più noti del repertorio di operetta, la dicitrice superba dei brani musicali, non è stata certo inferiore all’attrice, e la bella Pina al secondo atto ha dovuto bissare gli stornelli, come pure al terzo il duetto con Fiammetta”.

Sempre nel 1906 è presente alla riapertura autunnale del romano Margherita, ma solo come spettatrice accompagnata da un’altra transfuga del cafè-chantant: la splendida Fanny Liona, pure lei ingaggiata dalla Compagnia Marchetti.  Qualche anno più tardi la Liona (quale sarà stato il suo nome vero?) viene scritturata dalla casa di produzione cinematografica FAI di Lo Savio[28] e Falena[29] per il suo “sorriso incantatore”, gira qualche film come Tarquinio il Superbo nel 1911 con Alfredo Robert e Gastone Monaldi, senza lasciare segni, ma improvvisamente nel 1917 dirige un film in Francia come regista Les Lois Du Monde scritto da Jean Benoît-Lévy [30] (alias Francis Mair) con: Jean Yonnel - Max Barbier - Jean Fleury - Amélie de Pouzols - Renée Desprez - Gilberte Haziza - Berthe Jalabert.

C’è da chiedersi se la Liona firma solo perché Benoit-Lévy non può apparire, oppure veramente dirige la pellicola? Misteri del cinema...muto.

Il caffè-concerto italiano va lentamente verso la propria dissoluzione, la Belle-Epoque è agli sgoccioli, con lei si dissolve tutto un mondo costruito su fragili frivolezze (per chi ha i soldi), tra l’altro il cinematografo sta conquistando con una velocità sorprendente tutto lo spazio in un susseguirsi di nuove sale, inoltre è uno spettacolo popolare, adatto a tutti. Gli stessi cafè-chantant programmano proiezioni di pellicole dopo gli spettacoli, è in nuce quello che ben presto diverrà l’avanspettacolo. In quello stesso anno Capaldo scrive, Galgani musica, Cinematografì, cinematografà, una canzonetta d’occasione che esemplifica la situazione di crisi, naturalmente anche tra questi versi si nasconde un esplicito doppio senso.

Cinematografì, cinematografà

Come sta chino Napule

Tutt’e cinematografe,

Dicono che manc’ ‘America

Tante ne ponno sta.

 

Ognuno affitt’ ‘a macchina

E nquacchia na’ puteca,

Cu nniente mett’ ‘o titolo:

Premier Salon Paris

 

Cinematografì

Cinematografà

Cinematografò

Teré, Teré

Vieni cu me,

Te voglio fa vedé,

Teré, comme se fa...

Cinematofrafì

Cinematografà

 

Mo tutte quante, comici

Sciantose, artiste, eccetera,

Stanno ‘nguaiate ‘e diebbete

Ca ll’arte non va cchiù

 

Ognuno se fa ‘o calcolo:

chiudiamo il varietà

facciamo invece ‘o cinema

cu cheste sorde qua

 

 

 

In quest’autunno del 1906, un giornale chiede a vari artisti cosa sia per loro l’amore, Pina risponde con arguzia: “L’amore è parola ardita, ma a me non fa paura perché sono gallina pratica del pollaio”. La Liona invece dà segnali precisi: “L’amour c’est bien beau lorsche il apporte des cadeax”, ma i cadeaux che Liona ha ricevuto per amour le sono involati con violenza a Montecarlo nel dicembre del 1912, unica consolazione che i ladri vengono arrestati senza il malloppo, il valore dei gioielli rubati ammonta a mezzo milione..............

[1] Dumas

[2] Suppé

                           [3] Il Roma del 1/10/1892

[4] Giovan Battista De Curtis

                     [5] La Tavola Rotonda n° 41 del 9/10/1892

                          [6] Il Roma del 12/10/1892

[7] Il Cicerone 2/4/'93

[8] Francesco Crispi

[9] Gandoli

[10] Tina di Lorenzo

[11] Teatro Costanzi

[12] Leda Gys

[13] Bava-Beccaris

[14] Antonio Starabba marchese di Rudinì (Palermo 1839-Roma 1908)Sindaco di Palermo 1863-66 prefetto di Napoli, guidò il governo per 5 mandati.

[15] Vincenzo Cunzo di lui si ha un accenno come musicista che ripassava le canzoni con gli interpreti  nella casa editrice di E.A.Mario così scrive Bruna Catalano Mario, figlia di E.A.Mario, nel libro omonimo edito da Liguori.

[16] Elvira Donnarumma (Napoli 1883-1933)

[17] Del grande trasformista è doveroso leggere  la documentata biografia scritta da Alex Rusconi: 'Fregoli la biografia' Editore Stampa Alternativa Nuovi Equilibri 2011 con una prefazione di Arturo Braghetti uno dei nomi più lucenti del nostro spettacolo a livello internazionale.

[18] Carolina Invernizio (Voghera 1851-Cuneo 1916) scrittrice italiana di romanzi d'appendice di enorme successo dai quali sono stati tratti molti film fin dall'epoca muta.

[19] Contessa Lara al secolo Eva Cattermole (Firenza 1849-Roma 1896)scrittrice e poetessa di un romanticismo minore e decadente, ebbe una vita tumultuosa, purtroppo, molto più affascinante dei suoi libri, mori per mano di un giovane  amante, il pittore napoletano Giuseppe Pierantoni.

[20] Silvia Gordini

[21] Gaspare Nello Vetro “Teatro Reinach” 1871-44

[22] Gustavo Macchi

[23] Ettore Moschino

[24] Augusto Novelli

[25] Caramba

[26] Dino Falconi

[27] Frattini

[28] Lo Savio

[29] Ugo Falena

[30] Jean  Benoît-Lévy  (Parigi 1888- 1959). membro della giuria del festival di Cannes nel 1949, fu regista e sceneggiatore sino all’inizio negli anni ’50..............