La verità è scalza di parole, con una prefazione di Antonio Polidoro e una postfazione di Don Gerardo Capaldo. ISBN 9788872976753

15,00


Copertina posteriore
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Lettera a Francesco De Sanctis

Caro avo, Francesco De Sanctis,5
filosofo, letterato, critico, politico, cosa ci lega veramente?
Il sangue, ancora più di tutto la fede. Siamo nell’era digitale. Ci sono computer, vari mezzi di comunicazione, che stampano libri, non più opere d’inchiostro.
Gli esseri umani calpestano la luna, ma non amano sprofondare in se stessi. Non vedono, non sentono, non odono.
Caro avo, guarda la campagna trafitta dalla mano d’uomo. Gli alberi protendono i rami, colmi di frutti verso il cielo e gridano sfiniti. La natura soffre tacendo, ma io sento nei tronchi dolori assordanti. Anche gli uccelli si rifugiano nel nido, impauriti. La paglia e il muschio non riescono a coprire le sofferenze. Dai luoghi le spine piangono, innaffiando le dolci more. Io pensavo di non trovare sentimento dalle spine. Seppure pungenti, perché così create, non questo è loro intento. Infatti, le punte aguzze, se non le tocchi, non pungono mai.
Caro Francesco De Sanctis, non nascondo che nel toccare le foglie del nocciolo ho provato paura dei cespugli. Poi ho conosciuto l’amico albero. Aveva foglie vellutate, era placido. A me, agitato, ha donato calma.
Non desidero, caro avo, che l’anima mia, la mente e il cuore rimangano avvolte, impigliate nei rovi della sofferenza. Quest’ultima si trasforma in gioia, tramite la speranza. Se c’è la speranza, allora nell’anima: consolazione, forza.
La sofferenza quando non si trasforma in gioia è negativa perché rimane su se stessa.
I rovi del dolore avvolgono così l’anima, il cuore e la mente. Tutto resta impigliato. L’anima è piegata intorno, circolarmente dai cespugli del patimento, non genera speranza. La mente aperta nei suoi orizzonti si chiude nella monotona rielaborazione. Il tormento, intanto, non si fa scorgere. La sofferenza continua il suo lavoro con i molteplici accaduti. Tutto ciò a noi si presenta in quel sembrare di far comprendere cose nuove mai pensate. In realtà è un prodursi solo di “cose” negative. Gli accaduti sono molteplici, ma il vissuto sempre il medesimo: la sofferenza.
Pensare agli accaduti, apparentemente nuovi, significa meditare in maniera diversa la stessa “cosa” e precipitare nel male. La nostra sofferenza deve, invece, fiorire nella gioia perché attraverso essa si arriva alla letizia. Quando si mangia una mora si sente il contrasto di sapore, che produce quella particolare sensazione gustativa, che arricchisce e la migliora. Nella opposizione, dunque: l’armonia; il tutto sta nella fusione, nell’unità. A questo punto ripensiamo la gioia: non più l’amaro per chi ha percorso la via della liberazione.
Caro avo, è il tempo del rumore perché il silenzio è rifiutato dall’uso della tecnologia, quest’ultima, infatti, genera suoni assordanti, l’anima si va riempendo così del frastuono che non lascia spazio alla quiete. L’essere umano non può conoscere, riconoscere e scoprire il sé stesso. Le persone immerse nel confuso rumore hanno perso l’anima, non la ritrovano, l’hanno smarrita, si agitano in superficie.
Caro Francesco De Sanctis, tu che sei sceso in profondità nell’animo umano, ci hai insegnato il senso e il valore del silenzio. Ci hai insegnato che per cercare di conoscere se stessi bisogna avere silenzio interiore e quest’ultimo parlerà all’interiorità. L’anima e il silenzio si incontrano e iniziano il cammino nel meditare.
Caro avo, oggi purtroppo le persone hanno più paura del silenzio e dell’anima, che di molti rumori che feriscono l’udito intensamente.
Il mondo moderno che viviamo è fatto di fretta, di accelerazioni continue e macchinose.
Vogliamo scoprire l’universo, alla ricerca di cosa?
Non accettiamo il limite?
Tu, caro Francesco De Sanctis, ci hai insegnato anche il valore del limite. Non accettarlo è costruire la propria infelicità. Oggi scopriamo i buchi neri cosmici, ma non ci rendiamo certo conto dei buchi neri della morte. Anche io morirò. Tu che hai inventato la storia della letteratura italiana, hai lasciato tracce con la tua vita e la tua scrittura. Hai scritto fortemente con l’inchiostro le tue emozioni, hai donato vasti orizzonti, hai fatto comprendere il senso della ricerca, della scienza senza scadere nello scientismo. Tu ci hai insegnato che occorre superare la frammentazione, procedere seppur nella distinzione all’unità del sapere. Tu caro Avo eri consapevole che la ragione superba che assolutizza, distrugge. L’anima è sostanza eterna, invisibile. Dobbiamo essere consapevoli, dunque, del limite della morte, dell’imprevisto, dell’imponderabile.
Chi ha mai detto a un fulmine di ritirarsi dal cielo?
Chi conosce tutti gli abissi del mare e della terra?
Siamo dinanzi dentro al mistero, non perdiamo il valore della contemplazione. Caro avo, mio nonno Felice Baldassarre, medico esemplare, oggi piangerebbe per l’inquinamento della sua amata campagna, ma anche tu, caro avo, piangeresti nel vedere la terra natia che ricorda la tua spensierata fanciullezza e le campagne profumate.
Caro Francesco De Sanctis, ricordi Morra che porta il tuo nome?
Ricordi dove sei nato?
Ricordi il verde, il prato, le farfalle, gli uccelli?
Ricordi l’intenso profumo dei boschi e dei frutti?
Ora, qui stiamo, in questa terra esiliati. La nostra anima può essere colma di pace solo in Dio. Dio è dentro di noi, attendiamo la riconoscenza eterna se meritata. Tu aiutaci nella scrittura e nella trasmissione dei sentimenti e del Bene. Non sappiamo dove ci conduce l’uso dell’intelligenza artificiale, chiediamo aiuto all’Onnipotente.
Cari saluti al cielo,
tuo Francesco.

Description

la verità è scalza di parole

Alla cara nonna Maria,1 che mi ha insegnato a scrivere, accompagnando con la sua mano le mie mani per far scorrere, dolcemente, la penna sul foglio bianco.
Nonna ha riempito il tempo dell’infanzia di gioia, di racconti e col dito soleva indicare Montevergine per far alzare lo sguardo da terra.

A mia madre Pia,2 che ha dischiuso gli occhi miei alla luce e mi invita alla vita.

A Don Raffaele Pettenuzzo,3 parroco di Santa Maria del Bosco a Paupisi (Bn), che amorevolmente mi ha accompagnato a ricevere il sacramento della Santa Cresima, scegliendo di essere il mio padrino.
I disegni sono dell’arch.Italia Festa.
Le immagini di De Sanctis di pag.1 e pag.3 sono di pubblico dominio.

A conclusione di questo percorso letterario, che si è pregiato della pubblicazione della casa editrice ABE, desidero esprimere la più viva gratitudine a quanti hanno creduto nel testo, nella originalità e nella profondità dei contenuti.
Il professore Antonio Polidoro, docente emerito di Storia della Musica al Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli, mi ha introdotto allo studio della storia della musica classica fino a provare immensa gioia nel porre le dita sul pianoforte generando suono, ordine, armonia.
Don Gerardo Capaldo, che vive le Beatitudini del Vangelo, mi è stato accanto, dedicandomi parole significative: dono di Luce per costruire ponti tra persone idee e comunità in modo da aprire sentieri di dialogo. Questa sua attività comunicativa lo vede anche e soprattutto impegnato in qualità di parroco nella chiesa Madre di Salza Irpina.
Inoltre, docente di religione nella Scuola media di Candida (Av). È Vicepresidente della “LILT” di Avellino.
La professoressa Cristina Iandiorio, straordinaria docente di pianoforte, capace di trasformare ogni lezione in viaggio sonoro, mi ha insegnato l’armonia musicale con passione e una competenza che tocca il cuore.
La professoressa Lina Nigro, presidente dell’ACIB (Associazione Culturale Italo-Britannica di Avellino) con amorevole dedizione e la passione profuse nell’insegnamento delle conoscenze linguistiche, ha dischiuso notevoli orizzonti culturali.
Il giornalista, professore Mario Baldassarre, docente di Matematica, sin da subito ha riconosciuto il valore del testo poetico-narrativo e, con entusiasmo, ne ha incoraggiato la pubblicazione. La sua notevole attenzione ai dettagli e il suo talento hanno così contribuito alla valorizzazione delle tematiche, offrendo al lettore un libro più fruibile tramite impaginazione ed editing. Inoltre, grazie alle sue abili competenze, ha saputo trasmettermi la giusta carica motivazionale.

indice

Dedica dell’Autore

LA VERITà’ è SCALZA DI PAROLE

Prefazione

aforismi

tra rami, note e memorie

Lettera a Francesco De Sanctis
Cara Generosità
Cara Umiltà
Cari alberi
Caro Albero
Caro amico Albero
Cari pini
Nel respiro degli alberi
I chiarori del bosco
La fioritura della vita
Care farfalle
Caro Passero
Caro Pianoforte
Mia nonna
Siediti accanto al mio dolore, nonna
Lo sguardo che resta
Il mistero
Là dove i cipressi si piegano al Mistero
Il silenzio e il vuoto
Le mie lacrime
La gioia e la tristezza
Il dono divino
Sera d’inverno

canti
L’Arcobaleno
Il Silenzio e il Vuoto
Cara Luna…
Le lucciole
Le rondini
Sugli scogli del mare…
Il chiuso e il vuoto
I sentimenti
Nostalgia
Dolce naufragio
D’inverno…
Autunno
Suono antico
Sul sentiero della vita
Parole tra alberi
La sofferenza nascosta
Sguardo al crepuscolo
Filo spezzato
Sguardo che non vede
Tra note e piume
Sentimenti da poco fioriti

dialoghi

Dialogo fra gli alberi
Dialogo tra il Tempo, il Silenzio,
il Vento, la Paura e la Pace
L’amicizia
Dialogo tra la Speranza e la Gioia
Dialogo del Ragazzo e del Vecchio sulla morale
Dialogo tra la Volontà, l’Umiltà,
la Gioia, l’Amore e la Speranza
Dialogo fra il Tempo, l’Orologio,
la Morte e la Sofferenza
Dialogo tra il Treno e l’Orologio
Dialogo sul senso della Vita
Dialogo tra la Morte e l’Amore
Dialogo sulla musica tra il ragazzo e l’uccello

Postfazione
Ringraziamenti

Nota biografica

Recensioni

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Lettera a Francesco De Sanctis

Caro avo, Francesco De Sanctis,5
filosofo, letterato, critico, politico, cosa ci lega veramente?
Il sangue, ancora più di tutto la fede. Siamo nell’era digitale. Ci sono computer, vari mezzi di comunicazione, che stampano libri, non più opere d’inchiostro.
Gli esseri umani calpestano la luna, ma non amano sprofondare in se stessi. Non vedono, non sentono, non odono.
Caro avo, guarda la campagna trafitta dalla mano d’uomo. Gli alberi protendono i rami, colmi di frutti verso il cielo e gridano sfiniti. La natura soffre tacendo, ma io sento nei tronchi dolori assordanti. Anche gli uccelli si rifugiano nel nido, impauriti. La paglia e il muschio non riescono a coprire le sofferenze. Dai luoghi le spine piangono, innaffiando le dolci more. Io pensavo di non trovare sentimento dalle spine. Seppure pungenti, perché così create, non questo è loro intento. Infatti, le punte aguzze, se non le tocchi, non pungono mai.
Caro Francesco De Sanctis, non nascondo che nel toccare le foglie del nocciolo ho provato paura dei cespugli. Poi ho conosciuto l’amico albero. Aveva foglie vellutate, era placido. A me, agitato, ha donato calma.
Non desidero, caro avo, che l’anima mia, la mente e il cuore rimangano avvolte, impigliate nei rovi della sofferenza. Quest’ultima si trasforma in gioia, tramite la speranza. Se c’è la speranza, allora nell’anima: consolazione, forza.
La sofferenza quando non si trasforma in gioia è negativa perché rimane su se stessa.
I rovi del dolore avvolgono così l’anima, il cuore e la mente. Tutto resta impigliato. L’anima è piegata intorno, circolarmente dai cespugli del patimento, non genera speranza. La mente aperta nei suoi orizzonti si chiude nella monotona rielaborazione. Il tormento, intanto, non si fa scorgere. La sofferenza continua il suo lavoro con i molteplici accaduti. Tutto ciò a noi si presenta in quel sembrare di far comprendere cose nuove mai pensate. In realtà è un prodursi solo di “cose” negative. Gli accaduti sono molteplici, ma il vissuto sempre il medesimo: la sofferenza.
Pensare agli accaduti, apparentemente nuovi, significa meditare in maniera diversa la stessa “cosa” e precipitare nel male. La nostra sofferenza deve, invece, fiorire nella gioia perché attraverso essa si arriva alla letizia. Quando si mangia una mora si sente il contrasto di sapore, che produce quella particolare sensazione gustativa, che arricchisce e la migliora. Nella opposizione, dunque: l’armonia; il tutto sta nella fusione, nell’unità. A questo punto ripensiamo la gioia: non più l’amaro per chi ha percorso la via della liberazione.
Caro avo, è il tempo del rumore perché il silenzio è rifiutato dall’uso della tecnologia, quest’ultima, infatti, genera suoni assordanti, l’anima si va riempendo così del frastuono che non lascia spazio alla quiete. L’essere umano non può conoscere, riconoscere e scoprire il sé stesso. Le persone immerse nel confuso rumore hanno perso l’anima, non la ritrovano, l’hanno smarrita, si agitano in superficie.
Caro Francesco De Sanctis, tu che sei sceso in profondità nell’animo umano, ci hai insegnato il senso e il valore del silenzio. Ci hai insegnato che per cercare di conoscere se stessi bisogna avere silenzio interiore e quest’ultimo parlerà all’interiorità. L’anima e il silenzio si incontrano e iniziano il cammino nel meditare.
Caro avo, oggi purtroppo le persone hanno più paura del silenzio e dell’anima, che di molti rumori che feriscono l’udito intensamente.
Il mondo moderno che viviamo è fatto di fretta, di accelerazioni continue e macchinose.
Vogliamo scoprire l’universo, alla ricerca di cosa?
Non accettiamo il limite?
Tu, caro Francesco De Sanctis, ci hai insegnato anche il valore del limite. Non accettarlo è costruire la propria infelicità. Oggi scopriamo i buchi neri cosmici, ma non ci rendiamo certo conto dei buchi neri della morte. Anche io morirò. Tu che hai inventato la storia della letteratura italiana, hai lasciato tracce con la tua vita e la tua scrittura. Hai scritto fortemente con l’inchiostro le tue emozioni, hai donato vasti orizzonti, hai fatto comprendere il senso della ricerca, della scienza senza scadere nello scientismo. Tu ci hai insegnato che occorre superare la frammentazione, procedere seppur nella distinzione all’unità del sapere. Tu caro Avo eri consapevole che la ragione superba che assolutizza, distrugge. L’anima è sostanza eterna, invisibile. Dobbiamo essere consapevoli, dunque, del limite della morte, dell’imprevisto, dell’imponderabile.
Chi ha mai detto a un fulmine di ritirarsi dal cielo?
Chi conosce tutti gli abissi del mare e della terra?
Siamo dinanzi dentro al mistero, non perdiamo il valore della contemplazione. Caro avo, mio nonno Felice Baldassarre, medico esemplare, oggi piangerebbe per l’inquinamento della sua amata campagna, ma anche tu, caro avo, piangeresti nel vedere la terra natia che ricorda la tua spensierata fanciullezza e le campagne profumate.
Caro Francesco De Sanctis, ricordi Morra che porta il tuo nome?
Ricordi dove sei nato?
Ricordi il verde, il prato, le farfalle, gli uccelli?
Ricordi l’intenso profumo dei boschi e dei frutti?
Ora, qui stiamo, in questa terra esiliati. La nostra anima può essere colma di pace solo in Dio. Dio è dentro di noi, attendiamo la riconoscenza eterna se meritata. Tu aiutaci nella scrittura e nella trasmissione dei sentimenti e del Bene. Non sappiamo dove ci conduce l’uso dell’intelligenza artificiale, chiediamo aiuto all’Onnipotente.
Cari saluti al cielo,
tuo Francesco.