23. LA RIVOLTA DI FUCILLO: BETTOLE, PEGNI E GIUDECCHE NELLA NAPOLI DEL 1533 EAN 9788872971581

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Copertina posteriore

LE AMANTI SENZA LA VICEREGINA

Finisce così l’anno trattato del 1533, mentre si apre quello futuro in cui accadranno episodi più gradevoli, come l’arrivo della Viceregina.
La moglie di Don Pietro sarà accolta in occasione della Pasqua rosata, appena giunta con cortigiane e necessaire, traghettata da sedici galee provenienti dalla Spagna su cui erano anche le figlie, pronte a ricongiungersi con i fratelli maschi, già a Napoli dall’anno prima.
Così l’Anonimo: — Sbarcò al Molo grande di Napole dove la Città fece un ponte che entrava dentro del mare circa otto canne tutto intessuto di mortelle e verdure con molto taffettà, e fu ricevuta molto sollennemente con molto strepito di bombarde.64
In effetti dietro la parvenza rinascimentale portata da questo carrozzone spagnolo apparato a festa, in una Napoli gentilizia afflitta dalla miseria e dalla povertà, si nascondeva tutta la fragilità di una classe politica corrota e dedita al gioco e alla prostituzione.
Né il Viceré, con tanta voglia di riformare la Giustizia e la Città, appare avulso dalla sola necessità di abbellirla in vista della visita dell’Imperatore e per stare al sicuro dai malandrini ma più per salvaguardare la propria pelle che quella degli altri.
Del resto, il primo dedito al gioco delle carte e al vizio degli amori lascivi, fu proprio il Viceré, pronto a passare da un letto all’altro di giovani amanti, anche in età canuta.
Nei prossimi volumi ci sarà d’aiuto un altro cronista inedito, che è il Corona, grazie al quale abbiamo ricostruito le tresche amorose del Viceré.
Egli fa una scorsa sugli amori lascivi dei reali e quindi anche di Don Pietro, il quale, oltre alla relazione ufficiale con la sposa, intrattenne, già prima della di lei morte nel 1539, intrecci amorosi a corte, procuratigli da una sua stessa cortigiana, ruffiana e spagnola.
La prima amante di cui si fa menzione fu cioè Beatrice Mormile, divenuta vedova di Franceco Muscettola, poi uccisa dai parenti per ritorsione, dopo aver partorito il frutto dello scandalo.
Dice Corona che Don Pietro, rimasto «pieno di travagli per li continui affari del Regno con tutto ciò non mancava alle volte di trastullarsi amorosamente con qualche bella dama, che da una vecchia di natione spagnuola che lo serviva di ruffiana l’era ritrovata».
Questa ruffiana di corte, «essendo di gratiosa, e buffonesche maniere, entrava per tutte le case delle nobili dame dapolitane, alle quali era accetta, e ben veduta per le sue buffonerie, e frà quelle, che furono sue bagascie una fù Beatrice Mormile gentildonna molto bella, e gratiosa, qual era vedova di Francesco Muscettola.
Costei tenne Don Pietro allacciato nella sua rete amorosa per molto tempo, senza farlo traboccare in altri amori con scandalo di tutta la città, e sdegno de suoi parenti, quali alla fine per levarsi questa macchia dal volto, la fecero attossicare dopò aver partorita una figliuola, che visse pochi mesi».65
Ad ogni modo, la trascrizione del secondo manoscritto, occuperà gli annali successivi, più che il solo anno 1533 preso in esame in questo studio, in cui Corona c’entra solo per aver accennato alla tresca fra Don Pietro e la Mormile.

Description

CRONACHE EDITE E INEDITE PER RICOSTRUIRE LA STORIA DEL 1500 A NAPOLI

Rosse erano le insegne degli Spagnoli e i bianche, invece, quelle di chi stava dalla parte dei Francesi. La spartizione del Regno aveva creato un trauma a cui i «rossi» rimediarono presto con la riconquista, grazie anche alla peste. Ora Napoli aveva soltanto bisogno di rigenerarsi, sebbene fosse stata declassata a provincia imperiale sottomessa agli iberici.
Gli atti del Castaldo pubblicati da Gravier e i diari editi di Rosso e dell’Anonimo, sono di grande aiuto agli studiosi. Mancava però all’appello un manoscritto originale, da noi consultato, che in forma più affidabile degli altri e più vicina allo svolgersi dei fatti, ha colmato molte di quelle lacune in cui si sono persi gli studiosi più accaniti del passato.
Il manoscritto inedito, che oggi vede in parte la luce, aiuta autori e lettori a ricostruire la Rivolta di Fucillo Micone, il plebeo che tentò di sobillare il governo del terzo Viceré.
E’ questa in sintesi la premessa che annuncia al lettore la difficile era dei governatori spagnoli, e poi imperiali, in una capitale dove le vessazioni dei ricchi, da Lagnino a di Costanzo, erano all’ordine del giorno.
I cronisti ci conducono per mano in una lunga premessa sui predecessori Moncada, d’Orange fino al luogotenente Cardinale Colonna. Ed ecco che alle imprese dell’ammiraglio Doria e di Maramaldo a Firenze, un sottile filo lega il Cardinale Medici a Napoli proprio mentre muore Colonna, che ha appena condannato Monte, giudice corrotto e fatto tagliare le mani al suo cortigiano. Ma il Colonna è ormai un uomo morto, forse fatto avvelenare dal papa, mentre gusta l’ultimo fico del suo giardino alla Riviera di Chiaia.
Il vicetrono ha già un successore antisemita, che è Toledo, e Carlo V è troppo impegnato con Doria contro i Turchi, in Grecia e Ungheria, e ancora non s’immischia nei fatti di Napoli, pur avendo affidato proprio al Cardinal Medici il posto che era di Toledo, già entrato a fare Parlamento. Il Regno avrà presto la sua Dogana del Sale al posto delle Giudecche, la fontana della Sellaria del Merliano, strade più larghe e un nuovo selciato. Basterà buttare giù i banchi di ambulanti e strozzini e fissare una gabella sulla spicciolata per pagare i lavori.
Toledo non è poi così austero: ha il vizio delle carte, delle fidanzatine e della corrida, come quella impiantata a Napoli, dove finisce anche incornato. I caroselli piacciono ai nobili indigeni che salgano di livello per battere gli avversari spagnoli, ormai penetrati ovunque, e sempre lì a festeggiare imprese contro i Turchi, come l’ultima del Conte di Sarno.
Ma i commercianti non vogliono quell’odiosa tassa e si agitanto senza nobiltà di fianco. Alzano la voce i capi della plebaglia, perfino in dissenso con il loro consigliere eletto, piegatosi al volere del Governo.
Lo minaccia a nome di tutti un venditore di vino, Fucillo Micone, che nemmeno immagina di finire alla storia come il primo rivoltoso vicereale, il quale, invasa la Vicaria di Urrias e del giudice Barattucci, ci finì strangolato e appeso alla finestra centrale.
Non contento Toledo alza il tiro sui suoi complici, Volpe e Pagliara, per aver fomentato il popolo alla rivolta che voleva Fucillo libero, devastando portoni e cancelli degli imprendibili uffici giudiziari. Ma il Viceré non si ferma e fa prendere i tre complici, Cafusso, Fonzo e Correaro, liberando, ironia della sorte, un tal di nome ‘Maso-Aniello, precursore secolare di Masaniello.
Napoli si rassegna e il giustiziere si dà alle feste. Bastone e carota aprono le danze a giostre e corride, mentre torna col toson d’oro dalla Spagna il Marchese del Vasto per ricordare a Toledo chi comanda.
Diatribe e scaramucce fra i due non fermano il Viceré che tira giù la testa di Pignatello e le baracche della vergogna. Accorrono i teatini di Carafa, futuro Paolo IV, il papa più terribile della storia, alla corte di Toledo, macchina inarrestabile: se la prende con un Giudeo e con un Abate mandati alla forca. Egli non fa che alimentare il sentimento francese che spinge il pontefice a passare ai fatti, combinando le nozze della nipote col figlio del Re di Francia e prendendo le distanze dall’Imperatore.
Il 1533 di Napoli è tutto proteso alla beffa delle riforme dell’apparato cittadino, ma ancora si conclude con l’ultima condanna comminata al Rosso di Gaeta, assassino del primario Casalino.
Ora tutto è pronto per far sbarcare la Viceregina con le figlie, pronta a raggiungere il Toledo, ignara delle amanti. Ma delle sue debolezze amorose e altre canute stravaganze ci parlerà Corona, autore di un’altra cronaca inedita, da noi appena trascritta, e fulcro della prossima storia.

Sabato Cuttrera
Claudio Rovito

1. Ignoto, Manoscritto inedito. Estratti in copia di autore ignoto, fedeli all’originale e pubblicati per la prima volta a stampa. Stesura c.a. anno 1580. D’ora in avanti: Ignoto, Manoscritto inedito. Esso è simile alla copia letta da Gravier e firmata da Antonino Castaldo, Avvenimenti più memorabili fucceduti nel Regno di Napoli sotto il Governo del Vicerè D.Pietro di Toledo, in: G.Gravier, Raccolta di tutti i più rinomati scrittori dell’istoria generale del Regno di Napoli, Napoli 1769, VI. Ma l’inedito non è stato scritto dalla stessa persona, perché il linguaggio da diurnale dell’Ignoto appare antecedente a quello del copista Castaldo di circa 50 anni, seppure manomesso e storicizzato da Gravier. Pertanto, allo stato, risulta non esatto dire che Ignoto e Castaldo siano state la stessa persona. Ragione per cui, il MSS inedito, da noi consultato in copia originale, certamente differisce per terminologia e orientamento politico (chi è filofrancese, chi filospagnolo) e pertanto si resta dell’opinione che il testo dell’Ignoto, precedente e più genuino, non possa essere stato scritto dal Castaldo, il quale, sicuramente da esso attinge in un secondo momento.
C’è da aggiungere, infine, che il MSS primario può non essere neppure quello dell’Ignoto, il quale, come Castaldo, attinge gli episodi più antichi da altri, essendo state rinvenute in successioni copie di diverse cronache più o meno simili. Cfr. Capasso, Ristoria delli rumori di Napoli, Mss, in: Codice Vaticano latino (11 -735), ex Biblioteca Brancacciana (III, A, 9).
2. Ignoto, Manoscritto inedito, cit.

7. Gregorio Rosso, Historia delle cose di Napoli sotto l’imperio di Carlo V, a cura di Gravier, Napoli 1770.
8. Ignoto, Manoscritto inedito, cit.
9. Ivi.
10. Carlo Padiglione, La biblioteca del Museo Nazionale nella certosa di S. Martino in Napoli, Giannini, Napoli 1876. Cfr. Giannone, op. cit. Lib. trigesimosecondo; De Renzi, op. cit. Pag. 55. Baldacchini, op. cit. Pag. 178.
11. Ignoto, Manoscritto inedito, cit.
12. Rosso, cit. Cfr. Anonimo, Cronica di Napoli, d’incerto autore, che comincia l’anno 1452, e fenisce l’anno 1534, In: Alessio Aurelio Pelliccia, Raccolta di varie croniche, diarj, ed altri opuscoli, vol.I, Perger, Napoli 1780, pagg.195-199; pagg.200-207.
13. Rosso, cit.
14. Rosso, cit.
15. Ignoto, Manoscritto inedito, cit.
16. Rosso, cit.
17. Pelliccia, cit.
18. Summonte, cit., pag.232 e segg.; Summonte, cit., pag.65 e segg. Summonte, cit., pag.84 e segg. Il primo moto insurrezionale del Sud, fomentato dall’idea di libertà lanciata dai Francesi, era stato quello dei fratelli Imperatore (1523), fallito nell’intento di togliere la Sicilia alla Spagna per consegnarla a Marcantonio Colonna. Soffocata la congiura, coi capi mandati alla tortura, le acque del Mare Inferiore si erano calmate per dieci anni, prima di alimentarsi nuovamente all’arrivo di Lautrec nel Regno di Napoli. Fallita la spedizione francese, durò a lungo la vendetta degli Spagnoli contro chi si era schierato a favore del nemico. Il conte Enrico di Venafro venne accerchiato nel suo castello da 300 cavalieri. Condotto a Napoli, sarà decapitato nel 1528. Il popolo abruzzese dell’Aquilano, stanco delle continue vessazioni giungerà alla rivolta (1528), soffocata (1529) dal Vicerè d’Orange, accampatosi presso Fossa con un esercito di 2.500 Lanzichenecchi. Arresasi, la città di Ocre, dovette sottostare al Tallione, ossia all’obbligo di dover pagare 120.000 ducati. Subì l’impoverimento proprio dai saccheggi contro cui si era ribellata non essendo in grado di pagare il riscatto, costretta a ricorrere al prestito di ricchi mercanti, tra cui Francesco Incuria ed Angelo Sauro, sfruttatori di molte popolazioni aquilane. A seguito della “invasione et occupatione del regno da Francesi” si era inasprito anche il rapporto con gli Ebrei, i quali, non avendo più il tempo necessario per il dialogo, “foro perseguitati et sachigiati et andaro dispersi che non posseano stare securi né fare loro industrie”; Summonte, cit., pag.84 e segg. Il Vicerè Don Pedro da Toledo arriverà ad emanare un editto (1533) per stabilire l’espulsione entro sei mesi per chi non si convertiva; in caso contrario comandava di emigrare a “maschuli et femine, piccholi et grandi, non exceptuandone alcuno”, minacciando di farli diventare schiavi con la confisca dei beni mobili ed immobili. Città e sudditi del Regno, che avevano necessità degli usurai ebrei per far fronte ai debiti contratti per il riscatto, non mancarono di protestare per difenderli, asserendo che dal 1520 essi campavano più “modestamente et subvenuto li populi in loro necessità”, grazie ad un primo compromesso, quando la delegazione delle giudecche pugliesi insieme ai proti della giudecca di Napoli, capitanata da Don Samuele Habravanel e dal procuratore Vitale di Maestro Iosep della giudecca di Giovinazzo, sottopose una proposta di accordo al Regio Collaterale Consiglio ai fini della permanenza nel Regno. www.comunediocre.it. Ocre stessa nel 1530 deve pagare a Francesco Incuria 1.600 ducati. Oltre alle conseguenze economiche appena descritte all’Aquila viene tolta la giurisdizione dei castelli del contado che vengono infeudati, e quello di Ocre viene concesso dal 1529 al 1554 per 250 scudi all’alfiere del Marchese del Guasto, Domingo Lopez d’Azpeitia; Summonte, cit., pag.84 e segg. Nel 1534 il viceré di Napoli don Pedro di Toledo conferma, per 20.000 ducati, la vendita del feudo concesso dal principe d’Orange, al barone d’Ocre Lopez d’Azpeitia dandogliene il possesso dei castelli, degli uomini, delle case, delle vigne, delle terre coltivate ed incolte, dei boschi, dei pascoli, dei forni, dei macelli, della caccia, delle acque, dei mulini, dei passaggi, dei pedaggi, delle fide, dell’imposizione di gabelle e dell’amministrazione della giustizia nelle cause di prima e seconda istanza; N.Ferorelli, Gli ebrei nell’Italia meridionale, Torino 1915; La presenza ebraica in Puglia, cit. Doc. N.43. Gli ebrei della giudecca di Bari nominano Vitale di maestro Iosep, abitante in Giovinazzo, loro procuratore con l’incarico di recarsi a Napoli e lì insieme con Samuel Habravanel e i proti della giudecca di Napoli, negoziare con il Vicerè o con il Regio Collaterale Consiglio le condizioni per la loro permanenza nel Regno di Napoli; Summonte, cit., pag.84 e segg.
19.Privilegii et capitoli, cit. Geronimo de Albertini è regio auditore provinciale di Capitanata e Comitato Molisio nel 1530. Nel 1535 il Marchese del Vasto è Principe di Salerno e Bisignano con Pedro de Toledo Viceré del Regno, Duca Dalve Conte di Benevento ed altri, Marchese del Vasto, Principe di Molfetta, Principe di Melfi, Duca di Gravina, Duca de la Tripalda, con “Sindaci delle provintie città & Terre demaniali, riuniti in San Lorenzo per il parlamento generale del Viceregno. Fra gli elettori da presentarsi in parlamento l’imperatore Carlo dové vistare anche una sentenza emessa dalla magna curia di cui faceva parte anche il milite consigliere regio Giacomo Antonio Cesarino di Civitate Nola e il magistro giustiziario Giovanni de Pascali e Martolomeo Maxus Vid e consigliere anch’egli davanti alla magna curia napoletana, sotto Alfonso d’Aganona de Piccolomini magister justizia, dux Amalfi e Marchio Capistrano e Celano nel 1338 e Comes Regio Cola. che sottoscrive l’atto.
Cfr. Pietro Dusinelli-Nicolò de Bottis, Privilegii et Capitoli con altre gratie concesse alla fidelis Città di Napoli, & Regno per lo Serenissimi Rì di Casa de Aragona, Venetia 1588. V. AA.VV., Apice: il castello, i feudi, le chiese. N.34, Comune di Apice, Abedizioni, Avellino 2007. Il Viceré iniziò le riforme (dando il via all’espulsione degli ebrei), proprio come quelle a cui diede vita Papa Paolo IV riformatore a cui seguì, nel 1555, la decisione dell’imperatore di dividere tutto fra i figli: il trono a Ferdinando, la Spagna e Napoli a Filippo II. Cfr. Stefano Borgia, Memorie istoriche della pontifica città di Benevento dal secolo VIII al Secolo XVIII, Parte III, Volume I, Roma 1769,pagg.422-425. Opere primarie in Napoli furono il nuovo Palazzo Reale dell’architetto Domenico Fontana, il Palazzo degli Studi (attuale Museo Archeologico Nazionale), i rinascimentali palazzi Orsini, Marigliano, Corigliano, la completa trasformazione della Certosa di S.Martino, il barocco Palazzo Donn’Anna, la chiesa del Gesù Nuovo ricavata dal Palazzo rinascimentale dei Sanseverino e decine di nuove chiese barocche nate dalle ceneri di precedenti edifici. “Le trasformazioni urbanistiche dell’età vicereale consistettero in un ampliamento della città soprattutto verso occidente, il che richiese nuove mura la cui costruzione, iniziata nel 1533, continuò oltre il 1547.
Del programma del vicerè Pedro de Toledo fece parte il tracciamento della via che porta il suo nome, l’edificazione degli adiacenti “quartieri spagnoli”, insediamento a scacchiera, destinato all’alloggiamento delle truppe vicereali. Furono inoltre previsti la ristrutturazione del porto e dei sistemi idrico e fognario. Altro importante fenomeno fu il sorgere, a dispetto del divieto imposto dalle prammatiche reali del 1566, di una serie di borghi extramurari: S. Antonio Abate e Loreto ad Est, i Vergini a Nord, l’Avvocata a Nord-Ovest e Chiaia a Sud-Ovest”. Don Pedro, morirà a Firenze il 2 febbraio 1553 e sarà sepolto in quel Duomo, senza poter riuscire a vedere per l’ultima volta il monumentale sepolcro fatto costruire nella chiesa di San Giacomo degli Spagnoli in piazza del Castello.
Fra i suoi uomini migliori vi fu sicuramente Giangiacomo d’Acaya, esperto in architettura e matematica, al quale “vengono riconosciute brillanti intuizioni di tattica militare, grande esperienza in problemi balistici e di strategia equestre e approfondite conoscenze della nuova tecnica delle fortificazioni bastionate che si andavano sempre più sviluppando con i progressi della artiglieria, dopo l’invenzione della polvere da sparo”.
L’opportunità per affermarsi definitivamente Giangiacomo la colse nel 1528 quando i francesi erano penetrati nel Salento. Si oppose all’invasione con 500 mercenari albanesi alla guida del Marchese Castriota, unitamente ad altri signori locali, offrendo “uomini, cavalli e spada”. La sua vittoria fu così eclatante che Carlo V volle incontrarlo a Napoli, lasciando incompiuto il viaggio sotto l’arco trionfale di Lecce, perchè aveva saputo del suo efficace metodo di fortificazione. Il fiore all’occhiello era proprio nel suo feudo di Segine, dove aveva sviluppato una nuova tecnica difensiva contro i Turchi, mettendo in pratica gli studi sulle fortificazioni e divenendo Ingegnere Generale del Regno. Peccato che finirà i suoi giorni da prigioniero, proprio nelle segrete del Castello di Lecce che egli stesso aveva costruito. T. Megale, Sic per te superis gens inimica ruat. L’ingresso trionfale di Carlo V a Napoli (1535), Atti del Convegno Carlo V Napoli e il Mediterraneo, Archivio Storico per le Province Napoletane, Napoli 2001; www.regionecampania.org. L’architetto Francesco Grimaldi rifece le chiese di S.Paolo Maggiore, dei SS.Apostoli, S.Maria degli Angeli a Pizzofalcone, seguito da Cosimo Fanzago (chiesa dell’Ascensione a Chiaia, S. Maria degli Angeli alle Croci, di S. Ferdinando, S. Maria Egiziaca a Pizzofalcone, di S. Giorgio Maggiore, di S. Giuseppe delle scalze a Pontecorvo, di S. Teresa a Chiaia), da Arcangelo Guglielmelli (S.Giuseppe dei Ruffi e la Biblioteca dei Gerolomini) e da Frà Nuvolo (chiesa di S.Maria di Costantinopoli, di S.Maria della Sanità e di S. Sebastiano). Per una biografia del Vicerè, cfr. www.geocities.com, Nicola Garofalo, La Grande Napoli. Toledo aveva trasformato la vecchia Segine in una fortezza inespugnabile, con baluardi, fossati e un nuovo castello ribattezzato col suo nome in Acaya, a lavori ultimati, nel 1536, quando il Vicerè gli affidò la fortificazione costiera (1537) insieme ad Alarcon Marchese della Valle Siciliana e Melfi, nonché Capitano Generale del Regno. Ai due era stato affidato il compito di ispezionare, unitamente al Duca di Urbino Francesco Maria della Rovere, i castelli di Napoli, Aversa, Capua, Nola, Pozzuoli, Baia, Ischia e Capri. Per Ferrari Carlo V riteneva Giangiacomo “uomo di alto ingegno, e valore, e per buonissimo architetto”, elevandolo, come scrive Don Vittorio de Prioli ad “ingegnere generale del Regno di Napoli e già in Napoli stessa si vedono le sue fortificazioni e per tutte le marine di questo regno”.Acaya, insieme ad Escrivà e Menga, realizzò le nuove mura di Castro, Barletta, Copertino, Mola, Galatina, Molfetta, Parabita e Gallipoli, dove si vede una sala ennagonale, come quella del castello di Acaya, giungendo a Lecce nel 1539, divenuto nuovo capoluogo, redigedo un apposito progetto per la nuova fortezza, affidando l’esecuzione dei lavori a Guarino Renzo, e (1548) per l’Ospedale dello Spirito Santo e l’Arco Trionfale di Porta Napoli. Ma i suoi impegni furono soprattutto per Castel S.Elmo a Napoli, Sorrento, Capua e Cosenza e alla muraglia di Crotone, su indicazioni del Vicerè che lo utilizzò fino alla morte, quando si ritirò nel suo feudo di Acaya si ritira, attorniato dai nobili locali, dal Governatore Loffredo e dai figli, due dei quali, Francesco Maria ed Isabella, vengono spediti rispettivamente nel monastero delle chiariste e nel convento di francescani di Lecce, mentre, proprio ad Acaya edifica per gli osservanti il monastero di S. Maria degli Angeli ai quali finisce poi per cedere anche il suo palazzo di Lecce, finito indebitato per una fideiussione messa (1570) a favore dell’esattore doganale di Puglia e Basilicata delle imposte sugli oli e sui saponi, portandolo, per la gravosa insolvenza, perfino prigioniero nelle segrete del Castello di Lecce che egli stesso aveva realizzato e dove sarebbe morto. V. Mario Mangione, da: www.acquaricadilecce.it.
20. Rosso, cit. Cfr. Antonio Doria, Compendio d’Antonio Doria delle cose di sua notizia et memoria occorse al mondo nel tempo dell’Imperatore Carlo Quinto, appresso Antonio Bellone, Genova 1571, pagg. 47-53.
21. Ignoto, Manoscritto inedito, cit.

39. Pelliccia, cit.
57. Bernardo Tasso, Le lettere, Giovanni Griffio, Venezia 1591, pag.53. I 100 ducati annui di paga permisero al Tasso di scrivere il famoso poema Amadigi, di materia amorosa (come le stanze pubblicate da Poliziano e Bembo) pur rappresentando un soggetto eroico in rima, ad imitazione dell’Ariosto, come promesso al Principe.
58. Robert J. Knecht, The Valois, London and New York, Longman 2004, ISBN 1-85285-522-3.
59. Jack Lang, Francesco I. Il sovrano francese che si innamorò dell’Italia, Milano, Mondadori, 1999, ISBN 88-04-45445-8. Cfr. Wikipedia.
60. Rosso, cit.
61. Anonimo, cit.
62. Anonimo, cit.
63. Ivi. E’ la Fine della prefente Cronica dell’Anonimo trascritto dal Pelliccia, cit.
64. Silvio Corona, Successi diversi traggici, et amorosi occorsi in Napoli, et altrove a Napol[lita]ni, composti dà Silvio Corona, MSS originale inedito. Cfr. Camillo Tutini, Dell’origine e fundazione de’seggi di Napoli, Napoli 1754. Dice Camillo Tutini che una Donna Betrice Mormile, figlia del Duca di Campochiaro e Isabella Cafara d’Aragona, la ritrova sposata a Giacinto Rocco del seggio di Montagna, «appresso del quale si serbano molte scritture originali; dalle quali habbiamo raccolto, quanto da noi qui brevemente viene accennato».

riepilogo
le false riforme di toledo, vicerè e giustiziere dei poveri

premessa
regno diviso fra rossi e bianchi: scontri fra spagnoli e francesi
— Il trauma delle divisioni e i governatori spagnoli
— Gli atti del Castaldo pubblicati da Gravier
— I manoscritti editi: Rosso, Castaldo e Anonimo
— L’originale più affidabile è un manoscritto inedito
— La ricostruzione della Rivolta di Fucillo Micone
note introduzione

capitolo primo
la napoli vicereale premessa
nel manoscritto inedito
— L’era dei Viceré spagnoli e poi imperiali
— Vessazioni dei ricchi: Lagnino, di Costanzo…
— Il Regno si ribella e la peste ferma i Francesi
— Il gesto estremo del Viceré Moncada
— L’ammiraglio Doria passa con l’Imperatore
— Maramaldo e Viceré d’Orange ucciso a Firenze

capitolo secondo
un cardinale dissidente del papa
scelto per vicerè imperiale
— Il Medici a Napoli per avvelenare il Colonna?
— Colonna che condanna Monte, giudice corrotto
— Il Cardinale fa tagliate le mani al suo cortigiano
— Il Luogotenente fatto avvelenare dal Papa?
— Toledo è designato, ma a Napoli c’è Colonna…
— Carlo V con Doria contro i Turchi e in Grecia

capitolo terzo
la nomina del vicere’ toledo
e le feste ai primi dell’anno
— Il Cardinal Medici al posto di Toledo fatto Viceré
— Il Parlamento del padre-padrone antisemita
— La Dogana del Sale al posto delle giudecche
— Doria caccia di Turchi da Patrasso e Ungheria
— Il Viceré Toledo odiato dai nobili fin da subito
— Toledo ordina la fonte della Sellaria al Merliano
— Festa per il Conte di Sarno vincitore sui Turchi
— Corrida e caroselli importati dalla Spagna
capitolo quarto
la causa scatenante:
una tassa per i commercianti
— L’eletto del popolo favorevole alle tasse
— Terracina tradisce la plebe sulla gabella
— Fucillo minaccia l’eletto e viene arrestato
— Il popolo contesta Urrias, e il giudice Barattucci
— Fucillo strangolato e appeso alla Vicaria
— Toledo alza il tiro sui complici Volpe e Pagliara
— La Rivolta di Fucillo: la prima di un capopopolo

capitolo quinto
la prima sommossa che sfondo’
porte e cancelli della vicaria:
— L’arresto di Fucillo per le minacce all’Eletto
— Presi Cafusso, Fonzo, Correaro, Volpe e Pagliara
—Alcuni impiccati: salvo ‘Maso-Aniello e altri

capitolo sesto
da giustiziere a festaiolo:
bastone, giostre e corride
— Elogi in Spagna per il Marchese del Vasto
— La Giustizia incalza: giù la testa di Pignatello
— Subito via baracche e bancarelle dalle strade
— Feste per le imprese di Carlo V: ecco i Teatini
— Toledo geloso del Marchese del Vasto: il divo
— Don Pietro ferito nella corrida a Carbonara

capitolo settimo
papa e firenze coi francesi,
primi scontri col marchese
— Schiaffi al castellano: a Napoli comanda del Vasto
— Un Giudeo e un Abate mandati alla forca
— Il Papa traditore combina le nozze coi Francesi
— Caterina de’ Medici sposa l’erede di Francia
— Rosso di Gaeta assassino del primario Casalino
— Arriva la Viceregina, e Toledo ha già un’amante
collana
Cronache del Regno di Napoli
Titoli dei volumi pubblicati

— Alla fondazione di Manfredonia
Bizzarrìe di Manfredi di Svevia fra Napoli e Principato nel 1256 – ISBN: 978-88-88962-83-0

— Don Giovanni da Procida nel 1282
L’anima nera dei Vespri Siciliani – ISBN: 978-88-88962-1000

— Niccolò Gaetani Dux del Lazio Antico
L’assassinio di Re Andrea e la rivolta dell’aquila (1333-1346) – ISBN: 978-88-88964-85-0

— L’invasione dei Romagnoli di Galeotto Malatesta
La Gran Compagnia di ventura dall’Abruzzo a Terracina (1347) – ISBN: 978-88-88964-83-6

— L’invasione ungherese del 1348
Napoli, Benevento, Aversa, Foggia, Reggio (1348) – ISBN: 978-88-98817-97-9

— La rivolta dei Durazzo del 1355
L’antiregno di Sicilia Citra Italia del Gargano – ISBN: 978-88-98817-60-7

— Le Vicarie vaticane del 1379
Le quattro parti del Regno di Napoli senza più Regina- ISBN: 978-88-7297-048-5

— Carlo III dentro Napoli nel 1381
Il terzo Re di Sicilia del Monte Sant’Angelo – ISBN: 978-88-7297-024-9

— Il fratellastro della vera Regina
Ladislao Re di Neapolis a Gaeta e Giovanna II rinchiusa dal 1387 – ISBN 9788872972687

— Spose al veleno per Re Ladislao
Pupe e pozioni che uccisero il sovrano di Neapulia nel 1414 – ISBN 9788872972373

— Attendolo Sforza
Da Spoleto all’Aquila, da Napoli a Benevento (1372-1424) – ISBN: 978-88-88964-82-9

— La fuga di Re René
Da Nola a Benevento (1435-1442) – ISBN: 978-88-88964-68-3

— La Rotta di Sarno
Fra Nola, Diano e Scafati (1442-1465) – ISBN: 978-88-88964-64-5

— Amanti e Bastardi di Re Ferrante
Da donna Diana di Sorrento alla Duchessa di Amalfi (1465-1485) – ISBN: 978-88-88964-85-0

— La Congiura dei Baroni del 1485
Salerno, Lecce, Ariano, Matera (1485-1491)
I Ribelli pugliesi nella Baronia col covo a Lacedonia (1485-1487) – ISBN: 978-88-88964-70-6

— La conquista di Carlo VIII del 1495
L’Aquila, Napoli, Capua, Ischia, Salerno – ISBN: 978-88-7297-025-6

— La Duchesca e il testamento di Alfonso II
L’Aquila, Napoli, Capua, Ischia, Salerno – ISBN: 978-88-7297-078-2

— Quattrocento Napoletano
Lo Balzino di Ruggiero de Pacienzia (1487-1496) – ISBN: 978-88-88964-69-0

— Apice nella Riconquista aragonese
Sacco di Fragneto, Morcone, Flumeri, eccidio di Vallata (1496) – ISBN: 978-88-88964-62-1

— Apice in festa per la Regina Isabella
Nel viaggio della sovrana Del Balzo sull’Appia Antica (1497) – ISBN: 978-88-88964-67-6

— Il Bombardamento di Salerno del 1498
L’esilio a Venezia dei Principi Sanseverino (1498-1508) – ISBN: 978-88-88964-75-1

— Paola, Napoli, Tours
L’ultimo viaggio di San Francesco dal Re di Francia (1507) – ISBN: 978-88-7297-250-2

— La Battaglia di Cetara e le incursioni turche
Le guerre franco-spagnole che sconvolsero Salerno (1508-1544) – ISBN: 978-88-88964-73-7

— La Rivolta di Fucillo
Bettole, Pegni, Giudecchie: Napoli nel 1533 – ISBN: 978-88-7294-1581
i edizione 2024

In copertina: libero adattamento dell’immagine di pubblico dominio. Titolo originale dell’opera completa: Cronache del Regno di Napoli. Elaborazioni basate su testi di cronache originarie.

Dettagli

EAN

9788872970133

ISBN

887297013X

Pagine

96

Autore

Bascetta,

Cuttrera

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Editorial Review

 

NAPOLI DECLASSATA A VICEREGNO SPAGNOLO

La frantumazione politica del Regno delle due Sicilie gettò Napoli nell’abbandono. Ovunque regnava il caos. Palazzi abbandonati, case diroccate e cloache a cielo aperto erano il brutto biglietto da visita di una metropoli soggiogata, derubata e affranta dalle guerre.
L’ex capitale era allo sconquasso e, perduto il trono aragonese nel 1501, subì la falsa amicizia spagnola del prorex Cordova, che scippò mezzo reame alla «regina triste» in nome di Ferdinando il Cattolico, come già deciso da quest’ultimo sulla carta, essendo in combutta con Re Luigi XII il Cristiano, al quale andò l’altra metà, avallata dai baroni avversi.
Toccarono quindi agli Spagnoli del «Re Cattolico la Calavria, Basilicata, Terra di Otranto e tutta la Puglia». Furono dei Francesi del «Re Luigi, il Ducato di Benevento, di Abruzzo, Campagna, e la Città di Napoli», sempre più vuota e abbandonata al suo destino e senza più un solo popolo, diviso fra rossi e bianchi. E tutti lasciarono che si moltiplicassero i luoghi di confine delle antiche province, rifondando ancora una volta paesi di qua e di là, e migrando popolazioni feudali da un capo all’altro della linea immaginaria che non piacque ora a questo e ora a quel barone.
In questa ricostruzione ci facciamo guidare dal Miccio, per il quale, con un viceré a Levante e uno avverso a Ponente, «essendo così divisi, ne nacque anco la divisione de' cuori de li poveri baroni e città del Regno: imperciò che i vassalli de lo spagnuolo si chiamavano Spagnuoli, e seguivano la lor insegna rossa; e i vassalli del francese si chiamavano Francesi, e seguivano la lor insegna bianca: e era forzato spesse volte lo infelice figliuolo esser francese, essendo il suo miserabil padre legittimo spagnuolo», e viceversa.
La cosa non poté certo reggere e, «venendo a rotta l'una nazion con l'altra, bisognò anco, che gagliardamente si oprassero rovinar l'un l'altro. Durò questa calamità insin che il Gran Capitan Gonzalvo, dopo molti valorosi fatti d'arme, dissipò i Francesi a fatto, e ridusse tutto il Regno sotto il dominio del Re Cattolico», il quale, rimasto vedovo, immaginò di accelerare la legittimità dell’altra metà sposando Germaine de Foix, nipote erede della maison di Francia.
Col mutamento politico la presenza spagnola era esplosa con grande evidenza nella società partenopea: da una parte prendevano piede i nuovi motti popolari e rinascimentali diffusi dagli Spagnoli e dell’altra si poneva freno al caos burocratico. Lo si vide con l’istituzione degli uffici a Napoli, preludio del nuovo riassetto delle province, in modo da ottenere un’amministrazione centrale e una periferica. La ventata di rinnovamento riguardò quindi il riposizionamento sociale degli ex feudatari, perché è grazie alle pressioni dei nobili, tesi a mettere le mani sulla riscossione delle tasse e sulla giustizia, che si ebbero i primi mutamenti.
Re Ferdinando, dal canto suo, prima della morte (1516), apparve rinvigorito nell’entusiasmo e volto alla stabilizzazione dei propri regni, sebbene ancora turbato dalle vicende dinastiche familiari. Pertanto fu d’obbligo ricominciare a parlare ufficialmente di baroni e baronie più nel particolare, mirando alla creazione di classi sociali. Non aspettavano altro i signori feudali dell’ex Regno, che intendevano amministrare direttamente vecchi e nuovi territori, confiscati o restituiti, essendo rientrate nei singoli stati patrimoniali anche Terre lontane rimaste divise per la guerra o conquistate ai ribelli. Questo permise al Re delle Spagne di dare un ufficio, non solo militare, al Viceré in trono e ai Napoletani, i quali, pur sapendo di essere stati defraudati de detta gratia lo più de le volte, gli supplicarono anche il governo subalterno, prima ancora della restaurazione delle province, mancando perfino l’istituzione centrale per l’amministrazione de justitia & de pecunia.
Era palese l’impazienza dei feudatari di passare dallo stato baronale a quello signorile dando una stabilità ai propri territori e trasferirsi a Napoli, come richiedeva il caso, e lasciare nei feudi un proprio governatore erariale. Di conseguenza, con la rinascita dei dipartimenti centrali a Napoli per l’esazione dei proventi da dare al Re e per l’amministrazione della giustizia, sarebbe stato più facile far instituire le sedi provinciali di quegli uffici per una riscossione diretta delle tasse, nonché dei tribunali, facendo tornare il potere politico e giudiziario nelle mani dei baroni. Il loro scopo fu quello di dividere con la Corona l’amministrazione dei territori del Regno, fra i posti centrali e quelli periferici, per spartirsi i proventi provinciali in parti uguali e, poiché le Province erano sette, le fecero diventate otto. Perciò chiesero per prima cosa la nascita di un’altra provincia, staccando il Contado di Molise dalla riscossione diretta del Re, che esigeva la collazione in tutta la Terra di Lavoro, perché la sede periferica coincideva con Napoli. Cedendo le fiscalità alla Corona solo in quella parte di Terra di Lavoro, nasceva il nuovo Molise in modo da accontentare i baroni rimasti senza Terre e accrescere i benefici a loro favore. Fu così che la Corte regia e i baroni si spartirono le entrate del Regno in maniera equa, accontentando gli ex ribelli e allontanando ogni timore di nuovi subbugli.
La proposta di effettuare le riscossioni dirette sotto la supremazia regia riguardò, quindi, le province che includevano le citta di Napoli, Salerno, Cosenza, Catanzaro, Taranto e Bari, cioè tutte quelle che erano al di sotto di Benevento e che rappresentavano l’ex Ducato di Calabria conquistato a suo tempo dal prorex Consalvo:
— Terre di Lavoro di Napoli
— Calabrie di sopra e sotto Cosenza
— Terre di Otranto e Bari
— Principato citra Benevento.
Al Parlamento napoletano fu invece confermata la delega per ricoprire l’incarico dei 7 uffici centrali della Capitale (oltre alla facoltà di nominarne i commissari quando restavano vacanti), disponendo in proprio la nomina dei Governatori nelle restanti province che erano sopra Benevento:
— Principato ultra Benevento
— Abruzzo sopra e sotto Sulmona
— Contato di Molise
— Puglia
— Capitanata.
Nonostante ciò le pretese tornarono alla morte de il Cattolico, il quale, «ancor che avesse usato gran clemenza con gli aderenti a la parte francese, niente di meno non si puotè totalmente scancellare da' lor cuori l'affezione antica, nodrita da la speranza che avevan che i Re di Francia non avrebbon mancato de ripigliar di nuovo la impresa del riacquisto di quel Regno», approfittando della giovane età dell’erede Carlo V.
Ragione per cui i Francesi non mollarono e «molte volte fu da loro tentato, ancor che in vano: e particolarmente dal Re Francesco; il quale, ne l'anno 1528, mandò Lautrecco, con grosso essercito, accompagnato da gente de la lega del Papa, de Inghilterra, e quasi di tutti li stati de Italia: il quale, perseguendo lo esercito imperiale insino a Puglia, e facendolo retirare dentro di Napoli, fu cagione di sollevamento de i miseri affezionati alla fazion francesa», impoverendo ancor di più metropoli e province, ormai al collasso.
All’inizio della dominazione spagnola del ramo asburgico l’ex trono era stato affidato (1522) ad un Luogotenente di casa, Andrea Carafa della Spina, Conte di Santa Severina, il quale, dopo la fedeltà dimostrata al Cattolico, sotto Carlo V restò alla guida del Viceregno immaginando una certa stabilità. Perciò si fece costruire il Palazzo napoletano di Pizzofalcone, ai piedi della rocca aragonese immersa nell’antico cratere del Monte Echia, poi destinato alle soldatesche quale avamposto frontale a Castel dell’Ovo. La sua tranquillità fu turbata dalle idee del Re di Francia pronto a far invadere nuovamente Napoli dai suoi alleati quando, «nell’anno 1525, ritrovandosi Luocotenente del Regno Andrea Carrafa Conte di Santa Severina», mandò il Duca d’Albania ad assaltare le coste partenopee. Dichiarato l’allarme il Carafa «chiamò tutti i baroni à Parlamento, richiedendoli che insieme con lui dovessero guardare, e difendere» Napoli in nome del loro Re-Imperatore.
La notizia dell’invasione franco-albanese e quella della chiamata alle armi della patria inorgoglirono il Principe di Salerno, il quale, per attestare la sua fedeltà agli Spagnoli e «per dar esempio à gl’altri, in pochi giorni fè nel suo stato 1200 fanti, 60 huomini d’armi con 4 cavalli per ciascuno tutti nobili, e suoi feudatarii, e 100 cavallileggieri con spesa di più di 30mila scuti, tutte genti elette, e ben in ordine di sovravesti, e altre correnti. Questi per ordine del detto Viceré andarono alli confini del Regno», ma la prima città a cadere in dominio dei Francesi sarà Salerno.
Tutto cominciò quando i Francesi si impadronirono di Milano col luogotenente Tommaso da Foes Signor di Lescu arretrando gli imperiali a Lodi pensando di fronteggiarli a Pavia. Per far spostare il nemico dalla zona il Re di Francia pensò di distrarlo inviando Giovanni Smardo Duca d’Albania «con quattromila fanti, fra Italiani, e Svizzeri: ducento huomini d’arme, e seicento cavalli leggieri, levandoli dal suo esercito, perché andassero verso il Regno di Napoli, havendo ordinato che Renzo da Cerì facesse quattromila fanti, e altri cavalli Italiani, e andassero col detto Duca a quell’impresa». Ordinando a Colonnese, che era a Roma, di radunare gente d’armi da quelle parti per fronteggiarli, gli imperiali non si mossero dalla Lombardia e, sopraggiunto l’inverno, il 24 febbraio 1525 diedero una sonora sconfitta all’invasore con gran mortalità della nobiltà francese e la cattura dello stesso Re di Francia trascinato prigioniero in Spagna desiderando fusse condotto alla presenza dell’Imperatore. Carlo ordinò subito di non fare troppa baldoria se non processioni per ringraziare dio della vittoria, mentre il Duca d’Albania, avuta la brutta notizia poco prima di Monterotondo romano, licenziate le truppe italiane, raggiunse l’armata francese a Porto Santo Stefano di Toscana.
Carlo incontrò il maltrattato prigioniero rassicurandolo che presto l’avrebbe liberato, cominciando ad ottenere la liberazione di alcuni prigionieri di guerra che avvenne su ordine della Regina madre francese, compresi Andrea Doria, il Principe d’Orange ed Ugo di Moncada. Lasciati i due figli maggiori come ostaggi il Re tornò in Francia nel 1526 a patto di restituire alcuni stati e specialmente tutte le pretensioni in Italia.
Morto poi appestato Lautrec, «e fracassato tutto il suo esercito; molti baroni furono fatti prigioni e condannati a morte, e molti redutti in estrema povertà, essendoli confiscati i loro beni. E non solamente, in quel tempo, fu consumato il Regno da la guerra, ma anche da continua pestilenza, e da incomportabile carestia. Per le quali calamità restò quasi voto di gente e di danari; gli edificii rovinati, i campi disfatti, la giustizia inferma, e la religione quasi che morta: e in questa pessima disposizione era anche la Città di Napoli pervenuta», rimasta divisa in due fazioni.
Disorganizzazione e tradimenti erano all’ordine del giorno, dall’una e dall’altra parte politica.
Dice Miccio che già il vicerè Moncada, inviato dagli Spagnoli, era arrivato a promettere ai baroni di poter alzare la bandiera dei Francesi, nel caso «non si avessero potuto altrimenti sostenere contro la forza». Cosa che molti nobili fecero già prima, ma poi «avvenne che, discacciati i Francesi del Regno, il vicerè successore, Principe d'Oranges» non solo li dichiarò ribelli, ma «cominciò a perseguitarli, mettendone a morte parecchi ch'ebbe tra mano; e incamerò i beni si de' giustiziati e si de' rimanenti», che si salvarono con la fuga.
Dice Miccio che era questa «la disposizion del Regno in quel tempo», allorquando Carlo V comandò a Don Pietro di Toledo di prendere le redini dell’ex reame e ricondurre la popolazione, colpita dalla carestia e dalla delinquenza, in strada come nei palazzi, e ripristinare la legalità a ogni livello. Da qui l’obbligo a tutti gli ufficiali di dare il buon esempio, in modo che «le cagioni de li provvedimenti fatti dal Vicerè, siano migliormente intesi, incominciando da la sua prima origine».
Chi fu Don Pietro di Toledo lo spiega Miccio nella sua Vita, a lui dedicata, informando il lettore che egli nacque nell'anno 1484, in Alva di Tormes, figlio di Don Federico di Toledo, secondo duca di Alba, cugino di Re Ferdinando Cattolico, e di Donna Isabella de Zuniga, figliuola del Duca di Besciar.
Iniziò come paggio al servizio del sovrano, di cui «non perdeva punto di tempo di cogliere i reali costumi di quel Re: anzi stava con la bocca aperta, dì e notte, a tranghiottire avidamente le parole che di sua bocca savia uscivano, e osservare i giudìcii suoi». Divenendo grandicello, più cresceva e più si dice che aumentasse «in prodezza e in senno», cercando di stare sempre un passo agli altri cortigiani nel servire il suo signore «e in comparir ne li torneamenti, ne le giostre, e ne gli altri intertenimenti del palagio; e divenne peritissimo ne l'esercizio del cavalcare, del giostrare, e in ogni altro esercizio conveniente ad un complito cavaliere».
La sua prima moglie fu Donna María Osorio y Pimentel (Madrid, 1498 – Napoli, ottobre 1539), nobildonna castigliana, seconda marchesa di Villafranca del Bierzo per nascita e nipote del conte di Benevento, suo nonno.
Dice Miccio che «era giovanetta di anni tredeci, pupilla erede del detto stato, che stava sotto protezione de la reina Donna Isabella. E ancorchè Don Pietro era giovanetto, e di vita militaria; nientedimeno piacque a Sua Maestà, e al conte suo avolo, darla a lui più volentieri che ad altri molti titulati che con desiderio la dimandavano, per la somma virtù e valore che in esso rilucevano. Fu ricevuto nel stato di Villafranca, e pigliatone il possesso e il titolo di marchese, con gran contento di tutti i vassalli».
Il matrimonio si mostrò fruttuoso e il primogenito fu Don Garzia, futuro capitano generale dell'armata contro Mori e poi contro Siena.
Poi nacque Eleonora, divenuta Duchessa di Firenze in quanto sposa di Cosimo I dei Medici.
Fu in quegli anni che mostrò il suo valore al Re Cattolico prima e a Carlo V poi, specie contro i Turchi, finché venne spedito a Napoli «per Vicerè e Capitan Generale di quel Regno, imperò che quel governo allora vacava per morte del cardinal Pompeo Colonna. Il marchese si parti subito, cavalcando battendo; e passò per Roma, ove fu ricevuto dal detto papa Clemente molto onoratamente; e concertate con Sua Santità molte cose circa il ben pubblico di Cristiani, andò a la volta del Regno».