La ballata dei soprannomi (e altre storie)

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Frisc’a l’anema” de’ morti

Mark Twain, nel racconto “Un sogno curioso”, parla di un sogno nel quale, seduto su un gradino di una porta, vedeva passare scheletri incappucciati con la bara sulle spalle, che scomparivano nel chiarore della luce delle stelle. Uno si lamentava che sulla sua tomba non c’era un’epigrafe, un altro gli dice che la sua epigrafe è sciocca, perché fa ridere chi la legge, un altro ancora si lamenta che il cimitero è sporco e fangoso. Tutti gli dicono che stanno abbandonando il cimitero per trasferirsi in quello del paese accanto. Si sono decisi a reagire all’incuria dei loro discendenti. La perplessità notata sul viso di Mark li spinge a consigliargli di non preoccuparsi per ciò che stava vedendo e ascoltando perché “una comunità, che riesce a sopportare un cimitero in uno stato pietoso può sopportare qualsiasi cosa che un morto può dire e fare”. Questo racconto mi ha fatto superare il timore di essere frainteso. Nella filosofia Shintoista si venerano, oltre alle divinità, gli avi, che, con il ricordo del loro stile di vita e delle loro parole, aiutano a superare i momenti difficili della vita. C’è un detto cinese, secondo il quale “chi dimentica il passato, lo tradisce”.
Molti, in certi momenti, ricorrono a un frase o a un concetto espresso da una persona che non c’è più. Io, ad esempio, mi sento debitore di tanti, parenti e non, che in vita mi diedero consigli e nobili insegnamenti di vita. Questo volumetto, che trova in quanto innanzi la motivazione, vuole essere un gesto di gratitudine verso quelli che ho conosciuto quando erano in vita. C’è anche un’altra ragione: l’incubo di intravedere le nuove generazioni senza radici e trasformate in “tavole sull’acqua” in balia di “stupide e incontrollate onde”.
Va da se che non penso di aver scritto una cosa di valore letterario. Ho solo cercato un modo leggero per ricordare qualche luogo e qualche personaggio. Con “La ballata dei soprannomi” ho voluto raccogliere il DNA della nostra comunità. La mattina di Pasqua, infine, è un sogno ad occhi aperti fatto quasi ogni volta che scendevo dal Santuario, seguendo la Processione. L’altro, sono ricordi di persone semplici. Frisc’a l’anema” dei nostri morti.

Description

QUELL’IDEA DI FAR PARLARE I MORTI CHE AIUTA I VIVI A VIVERE

L’idea di far parlare i morti non è nuova nella storia della letteratura, a cominciare dall’età Classica, con Virgilio, a quella rinascimentale con Anton Francesco Doni (I marmi), alla Contemporanea con Lee Master (Antologia di Spoon River), per non parlare del poeta sommo, Dante Alighieri.
Anche Luigi Mainolfi con questa pregevole e gradevole raccolta, ci trasporta in quel continente (immaginario?) che è l’al di là della vita.
Qui troviamo un altro mondo, il mondo dei morti, cove nasce il racconto dei personaggi di questo libro.
Il loro punto di vista è privilegiato,perché hanno conosciuto sia la vita che la morte, e ora di là possono dar fiato alle loro confessioni,recriminare per i torti subiti (veri o presunti) quando
erano in vita, dare sfogo a desideri repressi,prendersi qualche sfizio, togliersi qualche sassolino nei confronti di quelli che sono rimasti in vita. Ed essi si raccontano senza veli e senza freni inibitori, personaggi narratori di se stessi, sinceri, genuini.
Non vediamo macabre scenografie, né pene infernali o beatitudini come in Dante, ma sentiamo aleggiare un clima di serenità.
La scena è quella del piccolo spazio del piccolo comune di Rotondi, ma l’anima non conosce confini di tempo, né di spazio, come i sentimenti. E la materia ultima di tutta l’opera è l’anima della gente.
La fantasia sta solo nella trovata originaria, quella di far parlare i morti (dove non è possibile mentire). E questi cittadini rotondesi sia quelli che si amarono che quelli che si odiarono, sono accumunati, ormai, dallo stesso destino di morte.
Luigi Mainolfi li fa parlare, recitare, ciascuno la sua parte secondo un’aneddotica minuta e dettagliata. E’ come uno spettacolo al teatro, nella piazza, dove compaiono e si esibiscono uno dopo l’altro, sotto la sapiente regia dell’autore: linguaggio limpido, semplice, contenuto umano, universalmente valido, perché questi personaggi, mentre parlano di se, parlano di noi e di tutti, come se fossero vivi. Sono monologhi, confessioni, a volte drammatiche, con voce familiare, perché parlano il nostro stesso linguaggio.
Lo stile personalissimo, discorsivo, il metro libero non sempre rispetta le cadenze tradizionali, come fa tanta parte della poesia contemporanea, ma non risulta mai prosaico, mai monotono.
Nella sua originalità diventa accattivante, attraente. Mainolfi non si pone problemi di perfezionismo nello stile di queste sue ballate popolari (una di esse è appunto intitolata Ballata dei soprannomi) che somigliano appunto a quelle cadenzate, anonime, cantate dai nostri progenitori. Ma le rime, spesso assi calzanti, ne rendono assai gradevole la lettura. Anche in questo si rivela la continuità dello spirito del luogo (genius loci), dove si perpetuano accenti, comportamenti, caratteristiche di lunga durata, il che rende il testo più fresco, spontaneo, genuino.
L’autore diventa invisibile, cose se quei personaggi facessero tutto da soli, secondo il canone dell’oggettività dell’arte verista. E dal mondo dei morti ci vengono lezioni di vita, dettate dalla saggezza del distacco dalle passioni mondane che consegue alla morte. Quella morte che tutto
livella realizzando finalmente la perfetta uguaglianza tra ricchi e poveri, sapienti e ignoranti, persone famose o umili e sconosciute.
La loro è una prospettiva alta e distante, al di sopra delle bassezze e delle miserie quotidiane, ma capace sempre di comprensione e di pietà.
I nostri personaggi non pronunciano sentenze di condanna, ma elargiscono consigli alternando ai sospiri l’ironico sorriso.
Mainolfi non cade mai nel difetto della monotonia, che è un rischio sempre presente in chi si accinge a trattare questo genere di argomenti.
Vi troviamo, invece, ben padroneggiati, registri vari e diversi: dall’ironico al serio, dal politico al sociale, dall’etico-morale al pedagogico, da quello psicologico al registro nostalgico e sentimentale.
Un’ultima considerazione, sul dialetto. Qui si evidenzia il recupero, ben riuscito bel contesto adatto, di tante espressioni e vocaboli in via di estinzione. E, come si fa con le specie viventi (anche la lingua, com’è noto, è un corpo vivente), è necessario mettere in atto un piano di
salvataggio. Non sarebbe una perdita di poco conto per la storia e la cultura locale. Mainolfi l’ha capito, ha cominciato e ha dato un primo, prezioso contributo all’auspicato salvataggio. Da questo punto di vista è anche un repertorio documentario.
Sono convinto che questo lavoro, originale, utile e gradevole, sarà ben apprezzato dai cittadini rotondesi e soprattutto dai giovani, che quella galleria di personaggi non hanno conosciuto, ma se ne sentiranno eredi e discendentim e sicuramente li spingerà ad amare di più e sentirsi legati più profondamente alla propria terra natia.
Ci vorrebbe per ogni paese un Luigi Mainolfi a scrivere i ritratti e (perché no?) le caricature dei propri concittadini degni di nota e di
memoria.
Franco Martino

Dettagli

EAN

9788872970133

ISBN

887297013X

Pagine

96

Autore

Mainolfi

Editore

ABE Napoli

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Editorial Review

La ballata dei soprannomi

 

Quann’ero guaglione,

i paesani non avevano cognomi.

Non servivano. Bastava o’ “scontranome”.

Si dice: o nome accusa l’ome.

Io sono convinto che, a maggior ragione,

il soprannome fà capì chiu l’ome.

A Rotondi, stiamo male combinate.

E, io con i soprannomi ci faccio una ballata.

 

Cu pazienza,

accuminciamm a chill’e provenienza.

A Furchiant, a Tucchese, o Brasiliero, e Catanzaro,

a Paulisana, Caivano, Austriece,a Foggiana ,a Frasciatana,

a Martinara, a Bereventana, Sulupaca, a Calabrese,

a Summese, a Vallese, a’ Avallinese e a Caccianese.

 

Per capire uno chi era,

si usavano i mestieri.

O Noleggio, a Fuchesta, a Pustera, o e a Ze’maesta,

o Graunaro, o Sapunaro, a Salaiola, a Scupaiola  e  a Piattara,

o Cuoco, Munzù, a Cantinera, o Cappellaro , a Chianchera e o Chianchiere,

o Purtuallaro, o Scarparo, e Screstaturi, o Cammusantaro,

o Spurtullarulo,o Mulinaro,,o Pellaiuolo, o Capillaro,

o Daziario, o Funaro, Scarrupizzo, o Mannese, e a Suriciara,

o Pittore,o Guardaboschi, Arefice , Cappuotto e Mast’alive,

a Vammana, o Cassusaro, o Ciucciaro, a Mannese e o Massaro.

 

Tanti non si possono spiegare.

O Sincero, e Lelle, e Cecche,  Cecchetelle e a Brigantella,

Tuppitop, Cip ciap, o Ruoio, Marzone, e a Cafona,

Fumatiello, e Tierzi, Ngo-ngò, Makole e Pacca’o,

e Lasci, o Bifero, o Sturno, Sufina e Gliglì,

Sanasco, o Turesco, Sciamicco, a Saletta e Palattò,

a Chiachieppa, a Licchetta, a Martella e Saletta,

Panticone, Pricitone, Pizzicone e Muzzicone,

a Lupara, a Filannara, Carusiello, o Linzaiuolo e Sardariello,

o Bricco, e Coccia, Mastabbruno e Sciacquarosa,

e Cianci, a Ciccotta, e Cingotti  e Pulicano,

a Bardera, e Batuozzo, o Baruffo, e Cardone,

a Pocchia, Chicchiaccat, Chiachione, Muculone, Capitone,

e Ntrocchia, Catrocchia, Carculo , ‘o Puloscio, e Fruscio.

 

Ci stanno pure i patriarcali.

E Virgilio, Bennardiello, Peppandrea,  e Stellato,

Ngiuliniello, Nicudemo, e Crispino, e Perune,

Paparniello, e Micuele, Dionigi e Giorgio, e Meve,

Giannuminico, e Tulino, Carlantonio, e Bernard e Venerit.

 

 

Anche il corpo fu ispiratore

di soprannomi indicatori:

Culapierto, Pipiluongo, Senza culo e Culitunno,

Nasone, a Curtulella, Peppone, Califone e Musculone,

Capacchione, Carmumone, Campanaro, o Vicchione ,

a Reccia, o Gobbo e Crementone.

 

Ci stanno anche quelli ,che danno luce:

a Lamp e Luminante.

 

 

Con ironia e simpatia,

son diventati soprannomi

anche le malattie:

o Surd , o Muto, o Pazzo, e Sicc, a Zellosa,

a Revezza  e a Cecatella.

 

In modo ossequioso, ricordiamo i religiosi:

a Rannata, e Prutestant, o Remito e o Sagrestano,

a Monaca, o Prevete e a Morte,

o Riapulo, o Riapulotto, e Santuni,

e Paravisi e Gesucristiello.

 

I buontemponi non trascurarono

le corporali e naturali funzioni:

A Puzza, o Peretaro, Fiet’e cani, Piscialletto,

o Cacato e a Pisciata.

 

Alcuni, si associano ai colori:

o Marrone, o Russo, a Capianca e a Nera.

 

Ed altri, alle derrate alimentari:

a Jotta, a Cardogna, Nucillo e Puparuolo,

Capuaniello, Pastanaca e a Patanara,

o Muorolo e Presutto.

 

C’è anche la sezione militare:

o Bersagliere, o Caporale, o Capuramaggiore, o Maresciallo,

o Sargente, o Tenente, o Capitano, o Culunnello e o Generale.

 

 

Non potevano mancare, gli attrezzi familiari:

A Caiola, a Scupetta, Musuriello, e Licchett e Puzunetto,

e Chiuvi,  e Chiuvitti, Bacchettone, Cucchiariello, Spruocculo e Tianiello.

 

E i discendenti  di “ femmine cu’e ppalle” :

A Vraciola, Veatrice, a Saletta, a Carpegna, a Merula, Giulietta e a Sciola

Clorinda, Sabbettella, Nastasìa, Rosa e Luca e Nduniella,

Regginant, a Vraciola, a Mbacchiera, a Curciola e a Pisciaiola,

e Vronica, Leanora, a Zichella, Mindinella, Mariagrazia e Flaviella,

a Chiaccone,  Aitana e toittò, Stella e panciotta,  A’mmaccata,

Donna Stella, a Mandonia, Menecarita, Giulietta, a Cardella e Menechella.

 

Nemmeno gli animali furono trascurati:

Mevo ‘ cane, Fiet’e cane, a Vorpe, o Scignonee,  Suricillo,

o Cuccio, o Piecuro, Zucculetta, a Vacca mbriaca, o Vuotto,

Cuculo,  Barbagianni, a Lupara, e Vatte e o Vatto scuortc,

o Reccia, a Voccola, o Puorco, e Puorcielli, o Mierulo e Cana-cana.

 

E altri ancora:

a Petecchia, o Malomo, a Malegna, o Sicario e Pagliuccone,

o Califfo, Zitt’a tatillo, e Mpizzi,a Pezzecchia, Buccuruccio,

e Lippoli, Manciniello, Razzullo, Carusiello  e Fumatiello,

e Fatt’a post, e Lise,e Meche, Spruoccolo, Fischetto e Mucetti.

 

Chiudiamo questa ballata bella con:

Frighillo, Sciarrillo, Pascariello e Pracitiello,

Ciccuallo, Piscillo e Feliciello.

 

Pasqua 2009                                                                                                    Luigi Mainolfi